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USA. Ben detto, Vostro Onore

La sentenza di colpevolezza era stata emessa nel giugno scorso, ma restava da stabilire l’entità esatta della pena. Il limite massimo era enorme: essendo stato ritenuto responsabile di ben 17 reati Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois, rischiava fino a 300 anni di reclusione.

Se l’è cavata con molti meno. Appena quattordici. Che comunque, visto che ne compirà 55 proprio sabato prossimo, lo consegnano a un periodo di detenzione abbastanza lungo da farlo tornare in libertà quando ormai sarà troppo anziano per rifarsi del tempo perduto. La sete di ricchezza, che lo ha spinto a delinquere, si spegnerà in un declino malinconico, e disonorevole. La smania di potere è stroncata per sempre. Le sue ripetute scommesse, al casinò dell’illegalità (e dell’immoralità), hanno ricevuto quello che si meritavano: la requisizione delle fiches residue.

La vicenda risale alla fine del 2008. Barack Obama era stato appena eletto presidente, e quindi il suo seggio di senatore dell’Illinois era rimasto vacante. La legge riconosceva al governatore dello Stato la facoltà di nominare direttamente un sostituto, ma sia lo stesso Obama che i vertici dei Democratici caldeggiavano un’elezione suppletiva. Blagojevich si era impuntato e aveva comunque esercitato il suo diritto, scegliendo il procuratore generale Roland Burris.

Nel frattempo, però, erano arrivate le accuse che sono poi sfociate, unitamente a parecchie altre, nel processo e nella condanna: uno sconcertante tentativo di concussione che aveva per oggetto la vendita al miglior offerente della carica senatoriale. Burris ne era uscito benissimo, anche perché il partito aveva preferito accantonare la questione procedurale, che secondo la senatrice della California Dianne Feinstein avrebbe comportato «conseguenze per le nomine dei governatori in tutta l’America», e lo stesso Obama aveva speso parole di stima affermando di conoscerlo personalmente e di ritenerlo «un ottimo servitore del Paese».

Per Blagojevich, al contrario, era stato l’inizio della fine. Sottoposto alla procedura di impeachment aveva perso il posto già nel gennaio 2009, per poi sprofondare nel lungo iter giudiziario che si è appunto concluso ieri. Dopo averle tentate tutte per discolparsi, o quantomeno per cavarsela senza troppi danni, il “pentimento” è arrivato solo in extremis, peraltro con una formula assai equivoca:  «Non è mai stata mia intenzione infrangere la legge. La giuria ha deciso che sono colpevole, lo accetto, ne sto prendendo atto. Voglio scusarmi con il popolo dell’Illinois, e con la Corte, per gli errori commessi. Ma non ho mai pensato di infrangere la legge. Comunque non posso dare la colpa a nessun altro per la mia stupidità e per le cose che ho fatto ritenendo di poterle fare. Ero il governatore, avrei dovuto saperlo. La mia vita è rovinata».

A sua volta, la moglie Patti ha tentato di impietosire il giudice appellandosi ai valori famigliari: «La punizione che Rod teme maggiormente, quella che sarebbe più devastante, è non avere più la possibilità di veder crescere le sue figlie. La prego di essere misericordioso».

Il magistrato, James Zagel, non si è lasciato impressionare. A lui ha detto chiaro e tondo che non lo riteneva attendibile: «La giuria non le ha creduto. E nemmeno io». Quanto alla supplica di lei, bisognava pensarci prima: «Perché questa devozione paterna non lo ha indotto a evitare una condotta così scriteriata? Adesso è troppo tardi». Su questo stesso aspetto, d’altronde, ha fatto leva il procuratore federale Ronald Safer, che in un’intervista ad ABC News ha sottolineato che la condanna di Blagojevich doveva servire come deterrente per i politici tentati dalla corruzione: «Quelli di voi che violano la legge per ottenere guadagni personali saranno separati dalle loro famiglie per un tempo molto, molto lungo».

Il commento migliore, che coglie perfettamente il nocciolo del problema e che si adatta a qualsiasi altra società, resta però quello di Zagel: «Il torto insito in questo reato non si  misura in termini di denaro, ma in termini di fiducia persa dei cittadini verso lo Stato».

Ineccepibile: la corruzione dei politici e di chiunque altro rivesta incarichi pubblici non si esaurisce affatto nel danno economico, ma si estende, aggravandosi a disimisura, al danno che viene arrecato alla credibilità delle istituzioni. Minando, e alla lunga compromettendo, l’idea stessa che la società si basi su un’etica condivisa. O, se non altro, su regole certe e inderogabili.

Federico Zamboni

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