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Al Jazeera, sia testimone che agit-prop

Negli Stati Uniti puntano il dito sull’emittente, accusandola di soffiare sul fuoco delle proteste e di farlo in chiave antiamericana. Ma la Casa Bianca, almeno per ora, non reagisce

di Pamela Chiodi

Tunisia ed Egitto hanno qualcosa in comune. Al Jazeera. L’emittente araba ha monitorato costantemente le fasi della protesta dando notizie quasi 24 ore su 24. Ed è riuscita a farlo anche quando le autorità hanno chiuso una delle sue sedi al Cairo arrestando cinque giornalisti e ritirando le autorizzazioni ai corrispondenti. Invece di lasciarsi intimorire, la tv ha mobilitato attraverso il suo blog una vera e propria “contro offensiva”, chiedendo ai manifestanti di inviare immagini e notizie. 

In questo modo non solo ha raggirato il divieto governativo, ma ha anche creato una rete di para-corrispondenti in grado di fornire continui aggiornamenti, raccontando dall’interno ciò che accade nella sollevazione popolare  contro Mubarak. Con questa mossa si è garantita un punto d’osservazione privilegiato, ed è entrata in zone strategiche del Paese senza far correre il minimo rischio ai suoi reporter. La diffusione da parte loro di un video shock, pubblicato on-line, ha però provocato la chiusura totale di internet e delle comunicazioni via cellulare. Le immagini, che mostravano un ragazzo ucciso da un proiettile esploso dalle forze dell’ordine, sono state vietate «a causa di problemi di ordine pubblico», ovvero per non fomentare ulteriormente le proteste e dirigerle contro l’esercito. 

Mubarak aveva dato l’ordine dello “switch-off”, ma è stato costretto a fare retro marcia dopo l’intervento dell’ormai ex amico Obama che gentilmente gli ha chiesto di ripristinare le comunicazioni, di fatto quasi monopolizzate da Al Jazeera. L’emittente araba ha infatti avuto un ruolo determinante nel «favorire il propagarsi dei sentimenti di ribellione da una capitale all’altra», come dichiarato dal New York Times. Secondo il quotidiano, Al Jazeera ha divulgato l’idea di una «battaglia comune» da combattere “inventandosi” il ruolo di portatrice di un ideale in base al quale i popoli mediorientali dovrebbero opporsi ai regimi autoritari che li opprimono. In primis, quelli sostenuti dall’America. È a questo scopo che avrebbe «garantito una narrazione della rabbia popolare rimasta a lungo implicita nell’accento posto dall’emittente sulle sofferenze degli arabi, sulla crisi politica, nei suoi talk-show molto accesi, persino nei suoi titoli sensazionali e nei suoi accompagnamenti orchestrali». 

Il suo ruolo, quindi, sarebbe stato quello di innescare una rabbia collettiva, che poi è fatalmente sfociata nelle rivolte. Marc Lynch, docente della George Washington University che si è occupato di media arabi, dice che «l’idea che nel mondo arabo ci sia una battaglia comune è qualcosa che al Jazeera ha contribuito a creare. Questo non vuol dire che ha causato questi eventi, ma è quasi impossibile immaginare quanto sta succedendo senza al Jazeera». 

Il suo modo di agire sembra coincidere con le strategie militari che tendono a coinvolgere non soltanto i soldati al fronte ma anche il resto dei cittadini. Ciò soddisfa le esigenze dei governi che si servono dei mezzi di comunicazione di massa per mobilitare interi popoli a favore della guerra. O, come in questo caso, della rivolta. Le tecniche mediatiche di Al Jazeera sembrano rispondere a questa prospettiva, cosa che potrebbe rivelarsi potenzialmente pericolosa per l’amministrazione Obama. Che tenta in ogni modo di far presa sull’opinione pubblica araba, ma che finora ha trovato nell’emittente una voce di segno opposto, che imputa agli Stati Uniti la responsabilità di aver instaurato regimi repressivi. Invece di ricorrere ai media occidentali per delegittimare le rivolte, però, gli Usa stanno a guardare. Anzi, l’aspetto più insolito riguarda proprio quelli nostrani, di solito particolarmente attenti alle esigenze di Washington. A differenza della solita retorica utilizzata per dipingere le rivolte “casalinghe”, hanno descritto le proteste con toni ed immagini piuttosto equilibrati, dando quasi l’impressione di sostenerle. 

Nonostante su Al Jazeera ci siano molte ombre, vedi le accuse di sostenere Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza e di nutrire una simpatia particolare per gli estremisti islamici, nemmeno il governo di Obama sembra in grado di ostacolarne l’attività. 

Pamela Chiodi

 

Egitto. C’è anche l’Islam fanatico

Secondo i quotidiani del 01/02/2011