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Napolitano, l’ultimo totem

Sembra incredibile: la fiducia nel Capo dello Stato si attesta all’84 per cento. Il classico caso in cui il bisogno di credere in qualcuno spiana la strada alle illusioni

di Alessio Mannino

Secondo l’ultimo sondaggio di Renato Mannheimer (Corriere della Sera, 30 gennaio 2011) il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sputtanato nelle sue debolezze d’alcova e nella sua miseria umana, gode della fiducia di appena un quarto della popolazione (27,5%), in piccolo ma continuo calo rispetto ai mesi precedenti; il governo, grazie a una certa sottoesposizione che lo “protegge” dalla tempesta mediatica, tiene (30% circa); disastroso il grado di popolarità del Parlamento, evidentemente percepito come un pletorico consesso di lacchè, privilegiati, delinquenti e mezze cartucce (ne ha un giudizio positivo solo un italiano su quattro); ai minimi storici la reputazione dei partiti, crollata al 10% di favorevoli. L’unica istituzione politicamente “rappresentativa” che si salva è la Presidenza della Repubblica: il titolare, Giorgio Napolitano, raccoglie un seguito oceanico, corrispondente all’84%. 

Prima di analizzare questi dati, una premessa. Il sondaggio è uno strumento relativamente utile. Primo, per una ragione metodologica: sondare equivale a fotografare un campione elettorale preso nel suo umore momentaneo e passeggero, che non determina necessariamente la scelta finale di voto. In altre parole: Berlusconi oggi se la passa male, ma se fra tre mesi si va alle urne non è affatto detto che gli andrà altrettanto male. Secondo, per un motivo sostanziale e di stringente attualità: il sondaggista registra le opinioni non, come si suol dire erroneamente, dell’elettorato, ovvero di tutti coloro che hanno il diritto di votare, bensì dei cittadini che esprimono una preferenza per questo o quel partito, per questo o quell’esponente politico. Pur registrando la quota di individui che affermano la propria estraneità al gioco, i Mannheimer di turno prendono in considerazione le percentuali relative agli schierati. Ora, siccome nel nostro paese questi ultimi diminuiscono e di contro cresce il numero di italiani (40 per cento!) che non vogliono scegliere nessuno dei contendenti, è chiaro che ogni ragionamento che non parta da qui, dalla disaffezione e dalla sfiducia verso questo sistema politico, risulta falsata. 

E veniamo al sodo. Il sodo è che procede inarrestabile lo sgretolamento della facciata di democrazia costituita da parlamento e partiti. Il primo è il fulcro dello Stato, in quanto in esso dovrebbe rispecchiarsi la sovranità popolare. In realtà così non è da un pezzo, poiché i secondi - associazioni private, seppur menzionate nella Carta - hanno di fatto in loro potere e usano a loro piacimento le Camere parlamentari occupando totalmente la scena pubblica, complici i media al loro servizio. La partitocrazia, vecchia cancrena dell’Italia repubblicana, lungi dall’essere stata debellata con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica e anzi accresciuta, prosperata, ingigantita e sprofondata nella più pura e sfacciata bassezza, resiste solo perché non si sono generate forze politiche e sociali con la capacità e l’obbiettivo dichiarato di abbatterla. Ma il credito che le resta raschia ormai il fondo del barile, e investe anche l’istituzione in se stessa, l’aula sorda e grigia in cui bivaccano i manipoli partitocratici.

I quali seguiteranno a fare i porci comodi loro perché chi un bel giorno li farà sloggiare non comparirà fino a quando non verrà meno l’attaccamento di massa per le abitudini consolidate, per la rassicurante continuità, per le residue figure giudicate autorevoli. Come quella in cima alla lista: il Capo dello Stato. Nel subconscio di un popolo rissoso, fazioso e insicuro come il nostro – che vede le istituzioni delegittimate dagli stessi che dovrebbero difenderle, e che sotto pelle cova un’ansia di cambiamento che non trovando sbocchi si scarica nella partigianeria interna al sistema o all’opposto nello scontento qualunquista, e in ogni caso nell’assuefazione allo status quo – la compensazione etica e psicologica viene individuata nell’immagine paterna, austera, saggia, da “anziano del villaggio” impersonata dall’inquilino del Quirinale. Che poi l’imparzialità di tali vetusti arnesi di palazzo (Napolitano è un apparatchick comunista ventriloquo di D’Alema, Ciampi era un grand commis di Bankitalia, Scalfaro un democristianone dei più beceramente moralisti) sia una fola, così come il loro tanto decantato magistero istituzionale consista in una funzione di pompieri obbligati, questo, secondo noi, è verissimo ma non inficia il bisogno proiettivo del popolo italiano di aggrapparsi a un ultimo santino laico da venerare. 

In un’Italia in cui si sono rotti tutti gli argini di rispetto delle forme e delle consuetudini, i cittadini, avvertendo oscuramente di essere colpevoli quanto i politici (che in fondo, e solo in questo senso, ne sono i degni rappresentanti), si illudono che esista un’ultima àncora di salvezza, o per lo meno di affidabilità, in un re travicello che dà fiato alla bocca. Non può esserci istantanea più perfetta della decadenza di uno Stato. 

Alessio Mannino

 

 

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