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Secondo i quotidiani del 01/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Piano sulla crescita, niente tregua”. In taglio alto la foto-notizia: “L’esercito si pronuncia: ‘Il popolo ha ragione non useremo la forza’ ”. Editoriale di Massimo Nava: “Quei ragazzi del Cairo”. Di spalla: “Le illusioni dei (pochi) laureati d’Italia”. In un box “Il mistero di Elisa” e l’intervento di Pierluigi Bersani: “ ‘E’ il premier l’ostacolo ad una fase nuova’ ”. In taglio basso: “La strage dei pedoni e la nostra indifferenza” e “I cento predicatori sui metrò di Milano”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Ecco i bonifici delle notti di Arcore”. Editoriale di Stefano Rodotà: “La bandiera della dignità”. Di spalla: “Nel villaggio del Dalai Lama cancellato da Pechino”. Al centro foto-notizia: “Egitto, l’esercito non spara: ‘Cortei legittimi’ ” e “La mossa di Berlusconi: legge per liberare l’impresa”. In taglio basso: “ ‘Aiutatemi a riportare Mike a casa’ ”. 

LA STAMPA – In apertura: “Berlusconi apre, il Pd lo gela” e in taglio alto foto-notizia: “L’Egitto in marcia per l’ultima spallata al raiss Mubarak”. Editoriali di Marcello Sorgi: “E’ partita la campagna elettorale” e di Mario Deaglio: “La frustata che serve all’impresa”. Di spalla: “Il giusto rispetto di Allevi per Mameli”. A fondo pagina: “Il vestito di Carlà”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Shock Egitto sul petrolio” e in taglio alto: “Chrysler torna all’utile nel 2011. Marchionne: ‘L’azienda è rinata’ ”. Editoriale di Guido Gentili: “L’economia perduta e le nostre culle vuote”. Al centro la foto-notizia: “Vertice Abi-Bankitalia: task force per il credito” e “Berlusconi: ora accelerare su fisco e libertà d’impresa”. Di spalla: “Euro, ripresa, rivolta araba, prima intervista a Profumo”. A fondo pagina: “Come aggiornare l’album di famiglia delle aziende italiane”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Napolitano: allarme fondato” e sotto: “Piano per la crescita: duello Berlusconi-opposizioni”. Editoriale: “L’imperativo crescita ma senza patrimoniale”. Al centro foto-notizia: “Perugina, trovata morta la ragazza scomparsa” e “Rivolta in Egitto, sciopero generale. L’esercito: ‘Proteste legittime’ ”. In taglio basso: “Andava alle terme in orario d’ufficio” e “Roma, cinque in corsa per il club”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Svolta sulle tasse”, con editoriale di Nicola Porro. Al centro la foto-notizia: “L’ultima occasione persa dal Pd” e “Le imprese italiane scappano dall’Egitto”. Di spalla: “Ecco come il Paese potrà vincere la crisi”. A fondo pagina: “Preparatevi all’avvento dell’Uomo Grigio”. 

LIBERO – In apertura: “Marrazzo ci ricasca”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Voto o non voto: gli acrobati dei cattivi consigli”. Al centro: “La sinistra vuole che diamo l’oro alla patria” e “ ‘Questa tassa è una rapina’. Un milione in causa col fisco”. A fondo pagina: “L’ecopass mettiamolo sulle caldaie: ora si può”. 

IL TEMPO – In apertura: “Sognano il Silvio d’Egitto”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “La controffensiva di Berlusconi”. In apertura a destra: “Il raìs rifà il governo, ma la piazza vuole contarsi (fino a un milione)”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Tempo scaduto”. A fondo pagina: “Egitto, sciopero generale. L’esercito: sì alla protesta”. (red)

2. Berlusconi: venerdì in Cdm le misure su libertà economica

Roma - “Bersani dice di no, che non si può fare alcun patto sulla crescita – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - ma Berlusconi rilancia. Non solo bolla le risposte del Pd come ‘propagandistiche, irresponsabili e insolenti’ , ma dà appuntamento al prossimo Consiglio dei ministri forse già venerdì, per l’inizio di una riforma costituzionale dell’economia e per alcune misure di defiscalizzazione per il Sud. Non finisce qui: ‘Entro la fine del mese di febbraio il governo — aggiunge — riunirà gli Stati Generali dell’economia e presenterà il suo rapporto per la crescita, con l’obiettivo di raggiungere entro cinque anni livelli di incremento del Pil del 3-4 per cento’ . Occorre, continua il Cavaliere, ‘una straordinaria frustata al cavallo’ dell’economia. Del messaggio del capo del governo colpiscono alcune cose. Si cita il Quirinale, assicurando il ‘rigore istituzionale’ che la prima carica dello Stato chiede da giorni a tutti gli attori della crisi. Si riprende una proposta cara a Confindustria e ai sindacati (che infatti reagiscono positivamente), gli Stati generali, ma a tamburo battente e più d’uno si chiede nel governo quanti ministri ne fossero a conoscenza. Scompare il linguaggio dell’invettiva, il premier è proiettato solo al governo operativo del Paese. Sono novità, anche di rilievo. Se verranno messe in atto richiederanno la fattiva collaborazione dell’intero governo, a partire dal ministro dell’Economia. Primo passo, andrà in Consiglio dei ministri ‘la proposta di riforma costituzionale in senso liberalizzatore dell’articolo 41, già definita dal ministro dell’Economia: in sei mesi dobbiamo arrivare a stabilire che è lecito intraprendere e fare tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge. Bisogna liberare definitivamente l’Italia dalla mentalità assistenzialista che deprime lo sviluppo’, scrive Berlusconi. E siccome il governo, nonostante l’opposizione, ‘farà la sua parte’ , si aggiungerà ‘un piano di immediata defiscalizzazione e deregolamentazione per la rinascita del Mezzogiorno, per il quale si stanno approntando da mesi gli strumenti operativi’ . Sembra che Berlusconi si riferisca soprattutto a misure in favore dei giovani. Poi – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - arriva la parte sugli Stati generali dell’economia, per definire un piano per la crescita che ci avvicini a Germania e Francia, e che ha come cornice politica la bocciatura di qualsiasi forma di patrimoniale: ‘Il partito dell’imposta patrimoniale e dell’ipoteca pubblica sul patrimonio immobiliare, che si organizza con ogni evidenza per un nuovo esproprio di ricchezza a vantaggio della casta statalista e centralizzatrice, non deve prevalere’ . Un partito, aggiunge il Cavaliere, che ‘riceverà un primo, decisivo colpo con il varo dei decreti sul federalismo fiscale’ . Di novità ce n’è abbastanza, compreso il giudizio che viene dato di Fini: ‘Il governo ha sbarcato l’ultimo nucleo organizzato di politicanti incapaci, ora ha forza per realizzare il suo programma, chi si assumesse la responsabilità di sabotare con atteggiamenti ostruzionistici il programma votato dalla maggioranza degli italiani ne renderà conto agli elettori. Dopo 150 anni dall’Unità il futuro di questo Paese non è affidato alle ristrette oligarchie di un establishment che il debito pubblico lo ha creato’”. (red)

3. La controffensiva di Berlusconi

Roma - “In questa settimana – scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO - la maggioranza cercherà di rilanciare la propria immagine sfregiata dal fango. Il clima è da mobilitazione generale e Silvio Berlusconi detta l’agenda economica. ‘Dobbiamo fare poche cose, chiare e utili. Ma soprattutto dobbiamo farle subito’. E’ questa l’indicazione con la quale il Cav. ha accompagnato la convocazione di un vertice del Pdl per oggi e di un Cdm straordinario per venerdì prossimo. Il premier, ieri ad Arcore, ha lanciato dei messaggi inequivocabili a Umberto Bossi. Con fare morbido ha sorpreso il vecchio alleato: ‘Bisogna abbassare i toni – gli ha detto – ascoltare le indicazioni del Quirinale, reagire all’aggressione mediatica attraverso l’azione di governo, agganciare il federalismo alla crescita economica’. Musica per le orecchie del leader padano che, preoccupato per la riforma federale, non ha più bisogno di ribadire i consigli alla moderazione dei giorni passati, benché le elezioni anticipate restino – sullo sfondo – un’opzione ancora viva nelle intenzioni leghiste. ‘Ma se possiamo dobbiamo governare – ha insistito Berlusconi – Se non riuscissimo, sarà anche colpa delle opposizioni che per antiberlusconismo rifiutano di collaborare’. Così, entro questa settimana, il Cavaliere intende suonare due pezzi facili, come ha spiegato lui stesso in una nota ufficiale: l’avvio della riforma costituzionale dell’articolo 41 sulla libertà d’impresa e un piano di ‘immediata defiscalizzazione e deregolamentazione per la rinascita del mezzogiorno’. Tutto entro venerdì. Se Pd e terzo polo ci staranno ‘bene, altrimenti le faremo da soli’. I ministri economici sono al lavoro, il premier ha chiesto che già stamattina vengano presentati a Palazzo Grazioli tutti i progetti e le analisi tecniche sulla riforma del fisco. Che succede? Il presidente del Consiglio ha passato un weekend di riflessione solitaria a Villa San Martino. Domenica, prima di guardare da solo Juventus-Udinese, ha letto attentamente i quotidiani e in particolare l’editoriale del Corriere della Sera nel quale il direttore, Ferruccio de Bortoli, invocava la ‘necessità di una tregua’. E’ nata così l’idea di scrivere ieri proprio al Corriere e, ascoltati i propri consiglieri, di tendere una mano all’opposizione: ‘Collaboriamo in Parlamento per l’Italia’. Le parole di Bossi (‘bisogna fare meno casino’), l’inquietudine di Napolitano, i suggerimenti del terzismo borghese, sono tutti elementi che hanno concorso a far maturare gli intendimenti del premier. Così, incassato il rifiuto del Pd alla collaborazione, ma confortato dalle dichiarazioni dei banchieri (Corrado Passera), ieri il presidente del Consiglio ha annunciato un piano di reazione politica e di governo in un’atmosfera tuttavia ancora gravata dall’offensiva mediatica sul caso Ruby. ‘Prendo atto delle risposte propagandistiche e degli atteggiamenti irresponsabili e insolenti di una parte delle opposizioni di fronte all’unica proposta seria in campo per rilanciare l’economia e la società italiana e per curare nel solo modo possibile, e cioè con un grande piano nazionale per la crescita, il debito pubblico. Ma il governo e la maggioranza faranno comunque la loro parte’. E’ stato messo in agenda – prosegue Merlo su IL FOGLIO - un incontro con Emma Marcegaglia. E’ dalle imprese, dalla Confindustria e dal popolo delle partite iva che il Cav. immagina di riannodare i fili della legislatura: ‘Entro la fine di febbraio il governo riunirà gli stati generali dell’economia e presenterà un rapporto per la crescita, con l’obiettivo di raggiungere entro cinque anni livelli di incremento del pil del 3-4 per cento’. Giulio Tremonti per ora tace in pubblico, ma usa il telefono. Avvertito in anticipo dei contenuti della lettera di Berlusconi al Corriere, pare che Giulio Tremonti abbia – domenica sera – afferrato il telefono per manifestare ‘stupore’ e un po’ di fastidio per una linea economica che contraddice la sua proverbiale flemma. Ma secondo altre fonti, il ministro dell’Economia avrebbe invece colto con piacere il rilancio della riforma dell’articolo 41 sulla libertà d’impresa evocato dal premier. Si tratta pur sempre di un’intuizione tremontiana, di un suo pallino storico, uno dei punti fondanti della sua teoria economica. Il superministro ha in passato cercato di portare la riforma dell’articolo 41 all’interno dell’agenda di governo, ma come ha raccontato lui stesso ieri pomeriggio a molti interlocutori ‘è stato sempre il Consiglio dei ministri a frenarmi’. Dunque chissà che il silenzio di Tremonti adesso sia meno ombroso di quanto non si speculi, in queste ore, nel Pdl. Chissà. D’altra parte Bossi, che punta a ottenere il sì definitivo al federalismo questo giovedì, ha ben accolto lo slancio berlusconiano. Se Roberto Maroni aveva indicato con fermezza nel federalismo un passaggio decisivo per il futuro del governo, ieri sera Roberto Calderoli – probabilmente l’uomo della Lega più vicino a Tremonti – lo ha contraddetto rivelando le nuove e più intime inclinazioni leghiste maturate dopo l’incontro di ieri con il Cav. ‘La Lega non vuole trasformare il voto in bicamerale sul federalismo in un referendum sul governo Berlusconi’, ha detto Calderoli. L’intervista a Maroni, pubblicata ieri dal Corriere assieme alla lettera di Berlusconi, non era piaciuta al Pdl, specie nel passaggio in cui il ministro dell’Interno diceva di ritenere ‘possibile lo scioglimento delle Camere senza le dimissioni del capo del governo’. Una posizione che il partito leghista ha parzialmente rinfoderato dopo gli annunci di Berlusconi e le rassicurazioni che il premier ha offerto personalmente a Bossi: ‘Il federalismo si farà comunque, e dovrà essere agganciato a una politica economica di crescita su cui metteremo tutti la faccia’. Le prime decisioni tecniche potrebbero arrivare questa mattina, quando il Cav. incontrerà i vertici del Pdl. Ma la riunione ha anche un altro punto in agenda: il rimpasto di governo. Per uscire dall’impasse si lavora anche all’ingresso dei ‘responsabili’, garanti della tenuta dei numeri in Parlamento. Saverio Romano, ex udc e anima del nuovo gruppo parlamentare, diventerà ministro. Quanto alla riforma della giustizia – conclude Merlo su IL FOGLIO - ciclicamente oggetto di speculazioni e di buone intenzioni, Berlusconi è stato netto: ‘La faremo, ma non oggi. Adesso ci occupiamo dell’economia e delle cose che stanno più a cuore alla gente in difficoltà’”. (red)

4. Bersani: “E’ il premier l’ostacolo a una fase nuova”

Roma - “Caro Direttore – scrive Pierluigi Bersani al CORRIERE DELLA SERA - il mio partito sta lavorando ormai da un anno ad un progetto per l’Italia. Alla nostra Assemblea nazionale di venerdì e sabato se ne discuterà la prima sintesi. Benché tanti dei nostri documenti approvati siano pubblici, si è trattato di un’operazione svolta, nostro malgrado, in clandestinità, essendo l’agenda politico-mediatica sempre occupata da ben altri temi e contingenze. Noi ci siamo fatti un’idea piuttosto precisa della situazione italiana e dei possibili e difficili rimedi. Stiamo ragionando come un partito di governo temporaneamente all’opposizione. Con questa stessa attitudine, considero la proposta che il Presidente Berlusconi mi rivolge dalle pagine del ‘Corriere’ . Non nascondo la mia prima impressione: se la proposta è un astuto diversivo per parlare d’altro, mostra di essere davvero tempestiva; se è sincera, suona singolarmente estemporanea! D’altra parte negli anni trascorsi abbiamo imparato a nostre spese che Berlusconi ama gettare ponti quando è in difficoltà per abbatterli un minuto dopo. Ma non amo divagare o scherzare quando finalmente si può parlare di Italia. Nemmeno voglio dilungarmi in recriminazioni a proposito della sprezzante indifferenza con cui sono state ignorate dalla maggioranza in questi due anni le proposte pragmatiche dell’opposizione. Non posso tacere, tuttavia, dell’umorismo un po’ macabro di cui Berlusconi fa sfoggio concedendomi ‘sensibilità’ in materia di liberalizzazioni. Se chi ha fatto la liberalizzazione del commercio, dell’elettricità, delle ferrovie e di un certo numero di mestieri e di attività economiche è una persona ‘sensibile al tema’ , come definiremmo chi ha testardamente osteggiato tutto questo, chi ha affidato formalmente la riforma delle professioni agli ordini professionali, chi detiene personalmente posizioni dominanti in gangli vitali della vita civile? Ma passiamo oltre, e parliamo di cose serie. Negli ultimi dieci anni – prosegue Bersani sul CORRIERE DELLA SERA - i nostri problemi antichi si sono drasticamente aggravati. Il Sud si allontana dal Nord, il Nord si allontana dall’Europa. Non c’è indicatore che non lo certifichi. La crisi ha accelerato il divario rispetto ai Paesi con cui siamo stati per molti anni in compagnia. Ci giochiamo il nostro ruolo nella divisione internazionale del lavoro; ci giochiamo la tenuta di un sistema di welfare e, in particolare, le prospettive di occupazione e di reddito della nuova generazione. Il fatto di essere, in Europa, il grande Paese a più bassa crescita e a debito più alto ci espone inevitabilmente a possibili tempeste. La positività e l’ottimismo tanto cari al Presidente del Consiglio possono venire solo dalla verità e dall’avvio di una riscossa e non dalla retorica oppiacea dei cieli azzurri che ha colpevolmente paralizzato le enormi energie potenziali del Paese (nemmeno può servire allestire astutamente bersagli immaginari: nella nostra proposta sul fisco discussa e approvata alla Camera si parla di evasione e di rendite, non di patrimoniali!). Mi predispongo a proporre, assieme al mio partito, una scossa riformatrice che riguardi assieme democrazia ed economia. Una riforma della Repubblica che investa il funzionamento delle Istituzioni, la legge elettorale, un federalismo credibile, la giustizia e la legalità, la concorrenza e i conflitti di interessi, l’immigrazione, i costi della politica, i diritti, la dignità e il ruolo delle donne. Un nuovo patto per la stabilità, la crescita e l’occupazione, fatto di riforma fiscale, di liberalizzazioni, di norme sul lavoro, di riforma della pubblica amministrazione, di politiche industriali e dell’economia verde, di ricerca e tecnologia. Staremo al concreto e ci rivolgeremo con il nostro progetto alle forze sociali, all’arco ampio dei partiti di opposizione e a chiunque voglia discutere con noi. Ma eccoci al punto. Quel che serve, in modo ineludibile, è uno sforzo collettivo in cui chi ha di più deve dare di più; in cui la riduzione delle diseguaglianze sia un motore della crescita; in cui tutti accettino di disturbarsi leggendo il futuro con gli occhi della nuova generazione. Uno sforzo paragonabile a quelli più ardui che abbiamo pur superato nella nostra storia repubblicana. Chi chiamerà a questo sforzo? Con quale credibilità? Con quale coerenza, con quale sincerità? Con quale capacità di unire un Paese diviso? Lo si lasci dire a un cosiddetto pragmatico: pensare di fare riforme difficili senza metterci la spinta di quei valori sarebbe come pretendere di tenere in piedi un sacco vuoto. Per rivolgersi oggi credibilmente all’opposizione bisognerebbe che il Presidente Berlusconi fosse in grado di rivolgersi credibilmente al Paese. Non è così. Il Presidente del Consiglio non è in condizione di aprire una fase nuova: ne è anzi l’impedimento. Nessuna partita si può giocare a tempo scaduto. Ormai il Paese non chiede al Presidente Berlusconi un programma: gli chiede un gesto. Mentre l’Italia perde drammaticamente la sua voce nel mondo ed è paralizzata davanti ai suoi problemi, se ci fosse da parte del Presidente del Consiglio la disponibilità a fare un passo indietro, tutti dovrebbero garantire, e ciascuno nel suo ruolo, senso di responsabilità ed impegno. Se questa non sarà l’intenzione, il nuovo progetto per l’Italia dovrà essere presentato agli elettori. Noi – conclude Bersani sul CORRIERE DELLA SERA - ci accosteremmo a quella scadenza chiedendo a tutte le forze di opposizione di impegnarsi generosamente non ‘contro’ ma ‘oltre’ ; in una operazione comune, cioè, di ricostruzione delle regole del gioco e del patto sociale, capace di suscitare, in un Paese sconfortato, un’idea di futuro”. (red)

5. Franceschini: “Mossa disperata, dialogo solo senza di lui”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis a Dario Franceschini su LA REPUBBLICA: “Per Dario Franceschini ‘l’ostacolo è Berlusconi, senza di lui tutto diventa possibile’. Anche affrontare il mostruoso debito pubblico. ‘Si può fare con un governo di emergenza o con un governo di centrodestra guidato da un’altra persona. Se torniamo alla normalità democratica, si apre un’autostrada per affrontare i problemi economici e il federalismo con intese bipartisan’. Se non fosse Berlusconi a lanciare un appello contro la crisi, il Pd darebbe una risposta diversa? ‘Assolutamente sì. Non ci saremmo sottratti, anche dall’opposizione. Ma è sempre più chiaro che l’anomalia è il premier. Che per destra e sinistra, per maggioranza e opposizione, il problema è lui’. La reazione del Cavaliere al no del Pd è stata violenta e sorprendente. Davvero poteva credere in una disponibilità? ‘Ha fatto una mossa disperata. Ma è sempre la stessa da 15 anni. Quando sulla scena compaiono vicende giudiziarie imbarazzanti lui alza un polverone per impedire che si approfondisca il dibattito sulle accuse. Una volta sono i magistrati comunisti...’. Stavolta la proposta riguarda una questione vera, concreta. ‘Diciamo che stavolta la mossa è quella del finto dialogo. Ma come si può credere a uno che ha avuto 15 anni per dimostrarsi un leader politico normale?’. Nessuna concessione alla buona fede? ‘Berlusconi è solo arroganza e strafottenza, impossibile credergli. Con lui in campo non c’è nessuno spazio. La nostra opposizione, se rimarrà in sella, sarà durissima fino a farlo cadere. Del resto non ha più né il sostegno sociale né quello parlamentare. Il calendario dei lavori alla Camera è stato svuotato, c’è una paralisi legislativa e di governo. E i voti di fiducia con cui hanno governato finora, sono diventati troppo rischiosi’. E con un altro esponente del centrodestra al governo, cosa fareste? ‘In quel caso o nel caso di un governo di emergenza si apre un’autostrada lavorare, con intese bipartisan, su federalismo e crisi economica’. L’impressione è che Berlusconi si prepari al voto disegnando un’Italia a favore della patrimoniale, la vostra, e una contro, la sua. ‘Sono argomenti usati 50 volte. Fa sempre le stesse promesse e le stesse minacce. È sfinito ma non va sottovaluto. Anzi. Resto convinto che i colpi di coda sono i più pericolosi’. Le elezioni non sono un pericolo in democrazia. ‘Ma Berlusconi ha dentro di sé tante tentazioni autoritarie. E una priorità assoluta: non andare a casa lui. Qualsiasi leader normale si sarebbe già fatto da parte per salvare il suo partito. Berlusconi invece ha distrutto la sua coalizione pur di salvare se stesso’. La Lega e i suoi lo difendono. ‘A me dà fastidio che in privato tanti dirigenti del Pdl dicano che ormai è un ingombro, ma che nessuno alzi la testa in pubblico per dire che l’Italia è più importante di Berlusconi’. È realistica la proposta di D’Alema, andare alle urne con una coalizione di tutte le opposizioni? ‘Certo che lo è. È la linea emersa nell’ultima direzione del Pd’. E i dissensi? ‘Chi potrebbe sottrarsi a un’ipotesi del genere con il rischio che Berlusconi trascini il Paese nel baratro? In un tempo normale Fini e Vendola non possono stare insieme. Ma non è un tempo normale. Allora, prima si tutelano le regole e si sconfigge l’anomalia Berlusconi. Poi si torna al confronto fisiologico tra destra e sinistra’. Quando bisognerà scegliere il candidato premier di questa alleanza, esploderanno i problemi? ‘Se c’è la convinzione di vivere una situazione di emergenza voglio vedere un leader qualsiasi che dice: no, signori, è più importante la mia candidatura della salvezza dell’Italia’”. (red)

6. Baldassarri (Fli): “Un dialogo è possibile”

Roma - Intervista di Roberto Bagnoli a Mario Baldassarri sul CORRIERE DELLA SERA: “Il senatore ed economista Mario Baldassarri (Fli) non chiude la porta alle proposte del Cavaliere. Per un momento si distacca dal pasticcio del federalismo municipale e affronta i temi di politica economica ‘macro’ dicendosi disposto al dialogo. Ma con alcuni paletti e una premessa che per lui è ‘fondamentale’ . Quale professore? ‘Nel novembre 2009 avevo fatto una proposta di manovra aggiuntiva per la finanziaria 2010 di sostegno alle famiglie e alle imprese e quindi alla crescita e allo sviluppo. Si basava su tagli verticali a voci mirate di spesa corrente, sull’introduzione del quoziente familiare, l’alleggerimento dell’Irap per le Pmi e una cedolare secca con copertura economica. E quindi incentivi alle infrastrutture, innovazione, ricerca e università. Quella proposta è stata trasformata in un ordine del giorno che il governo ha accettato. Impegnandosi ad attuarla non subito ma nei mesi successivi’ . Ma da allora è cambiato il mondo. Voi finiani siete usciti dal governo. ‘Si, ma quella proposta è stata ripresentata nel milleproroghe ora in discussione al Senato. Le mie idee, come sempre, sono articolate in tre moduli, dalla linea più aggressiva a quella più soft. Quindi, se Silvio Berlusconi vuol davvero fare un intervento espansivo ha già lo strumento pronto senza avvitarsi in futuribili accordi bipartisan su liberalizzazioni e quant’altro. Il mio timore è che se si perde altro tempo tra qualche mese il governo, qualsiasi esso sia, sarà costretto a intervenire con le solite manovre fatte di tasse e sacrifici’ . Berlusconi offre anche l’allargamento della base imponibile, quindi lotta all’evasione come arma di scambio per il Pd. Dialoga anche qui? ‘La lotta all’evasione è essenziale. Ma va fatta introducendo il conflitto di interessi e non con le vessazioni alla Visco. Vessazioni che sono continuate anche con questo governo. E poi ogni euro recuperato va destinato per ridurre il peso dei tartassati’ . Il Cavaliere ha affermato che entro febbraio vuol fare gli Stati Generali dell’economia. ‘Sono d’accordo con l’obiettivo ma non con lo strumento. Gli stati generali esistono già e si chiamano Parlamento e governo, inutile fare riunioni condominiali. La prima riforma da fare e subito, ripeto, è quella a favore delle famiglie e delle imprese’ . Le sue agevolazioni però Tremonti le ha già fermate perché costano troppo. ‘Il coefficiente famigliare con deduzione di 5 mila euro per ogni figlio vale 15 miliardi di euro. Per togliere il costo del lavoro dall’Irap servono 12 miliardi. Nel mio progetto queste agevolazioni vengono finanziate con tagli ai fondi di trasferimento alle imprese, che da soli valgono 44 miliardi di euro, e con un tetto per gli acquisti di beni e servizi’ . Il suo collega Urso ha respinto al mittente la lettera del premier definendola ‘poco credibile’ . ‘Io resto dialogante sui contenuti concreti ma fermo sulle mie opinioni. Così come sul federalismo municipale deciderò guardando l’oggetto non i soggetti che votano’”. (red)

7. Pannella: “Così si torna allo spirito del ‘94”

Roma - Se Bersani ha respinto subito l’offerta al mittente, Marco Pannella – scrive Laura Cesaretti su IL GIORNALE - sembra di tutt’altro avviso. Al leader radicale la ‘lenzuolata’ di proposte per il rilancio e la liberalizzazione dell’economia, firmata Silvio Berlusconi e pubblicata ieri sul Corriere della Sera, è piaciuta eccome. Tanto da fargli evocare un possibile ritorno allo ‘spirito del ’94’, anno della prima vittoria berlusconiana e di un’alleanza politica con i pannelliani. ‘Io a Berlusconi lo ho detto chiaramente – sottolinea - deve riprendere quel percorso, solo così può rimettersi in gioco e fare piazza pulita di tutto quello che con la politica non ha nulla a che fare’, Ruby inclusa. Dopo il lungo incontro col premier dell’altro giorno, nel Pdl si spera: un’intesa con i radicali ‘è possibile’ (e i sei voti dei pannelliani alla Camera sarebbero manna dal cielo), sulla giustizia e sull’economia si possono costruire riforme condivise, addirittura c’è chi vede già Pannella nuovo Guardasigilli. I radicali si fanno una risata. ‘Noi nel governo? Ma per favore!’, liquida la faccenda Emma Bonino. Per la quale la proposta di Berlusconi è arrivata ‘troppo tardi’ e comunque il premier ‘non è più credibile’. Che sia gioco delle parti, con la Bonino nei panni del poliziotto filo-Pd e Pannella in quelli filo-Cav, o vera divergenza politica è opinabile. Entrambi sono convinti che le elezioni anticipate sarebbero una jattura.E di certo il leader radicale si mostra soddisfatto del ‘dialogo’ dopo tanti anni ripreso col Cavaliere, e non pessimista sui suoi possibili frutti. L’intervento sul Corriere, ad esempio, ‘è la nostra posizione, documentata’, dice Pannella, tanto che sulla riforma dell’articolo 41 della Costituzione (quello che regola l’impresa privata) esiste già una proposta radicale. Pure il rientro dal debito pubblico ‘è una nostra priorità’, sulla quale i radicali hanno incalzato e criticato ‘d’eccessiva gradualità’ delle ricette di altri governi di centrosinistra, quelli di Ciampi e Prodi, e pure Tremonti. Quanto al gran rifiuto del Pd, che non vuole dialogare con il premier del caso Ruby e gli chiede di farsi daparte eaprire la strada ad un governo di larghe intese (o al voto), la risposta pannelliana è dura: ‘L’esclusione ad personam di Berlusconi è inadeguata, perché anche i suoi ipotetici successori non mi sembrano poi tanto credibili’. E nel mirino di Pannella ci sono i leader dell’opposizione che ‘non sono qualitativamente all’altezza del compito di impostare la riscossa del paese’; ma ci sono anche esponenti di centrodestra con cui Pannella non è mai stato tenero. Tremonti, da sempre indicato come ‘d’aspirante successore’ di Berlusconi, ‘col sostegno di D’Alema’, e criticato per la sua politica economica poco riformista ‘perché non vuole conflitti sociali che disturbino l’unità nazionale’, come ebbe a dire poco tempo fa. E anche Formigoni, altro potenziale sospetto di aspirazioni successorie: il potente governatore lombardo che i radicali hanno denunciato per la falsificazione delle liste elettorali regionali. Il ‘casto Formigoni’, tuona Pannella, cui la Procura di Milano ‘assicura impunità nonostante sia peggio di Berlusconi, in quanto truffatore elettorale’, mentre invece dedica ‘accanimento quotidiano, mobilitandosi da mattino a sera a caccia della puttana A e della puttana B, per cercare tutto il male su Berlusconi’. Sui magistrati milanesi il giudizio è lapidario: ‘ In termini di reato, e non di peccato, Bruti Liberati e il suo ambientino sono infinitamente più pericolosi di Berlusconi’”. (red)

8. Il sì di industriali e banchieri

Roma - “Il Cav. non ha riscosso il ‘sì’ del Pd e di Pier Luigi Bersani – riporta IL FOGLIO - ma intanto riguadagna i consensi del suo mondo: professionisti, imprenditoria grande e soprattutto piccola, nonché una parte cospicua del coté bancario. Senza contare che la campagna anti patrimoniale viene giudicata con soddisfazione nell’entourage berlusconiano, buca schermi e giornali, va a cuori e portafogli degli italiani e devìa discorsi e tg dal Rubygate. Ieri al comitato esecutivo dell’Abi, con i maggiori banchieri e il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, Silvio Berlusconi è stato, per dirla con uno dei convenuti, presente in spirito, benché non fosse neppure a Palazzo Grazioli che è lì a due passi. ‘La crescita è una priorità assoluta, anzi una emergenza, anche rispetto a una eventuale patrimoniale per abbattere il debito pubblico’, ha commentato Corrado Passera, ad di Intesa, il cui rapporto d’interesse con il Cav. pareva raffreddato a favore dell’antico legame con Eugenio Scalfari. Il numero uno di Unicredit, Federico Ghizzoni, si è detto ‘sicuramente interessato’. Un po’ più tiepido, o sorpreso, è apparso Massimo Ponzellini, presidente della Banca popolare di Milano, ritenuto vicino a Giulio Tremonti: ‘Ogni crescita è benvenuta, ma è chiaro che anche uno sforzo straordinario sul debito va fatto, purché di patrimoniali si valuti la forma tecnica’. Linea simile a quella di Luigi Abete, presidente di Bnl e di Assonime, e autore di una delle varie proposte di tassazione straordinaria: ‘La patrimoniale una tantum non risolverebbe il problema del debito, e sarebbe ingiusta. Meglio una riforma complessiva’. Una direzione di marcia compatibile con quella espressa, con altri dettagli, da Walter Veltroni, e con le mire terzopoliste. Ma è dal fronte delle imprese che Berlusconi si aspettava un ritorno di attenzione e consensi, che ci sono stati, seppure con qualche distinguo. Per Emma Marcegaglia ‘è importante che si ricominci a parlare di crescita, quello è per noi l’aspetto più importante. Ed è essenziale che ci siano iniziative che vanno in quella direzione’. La presidente di Confindustria – prosegue IL FOGLIO - ha anche ripetuto il no antipatrimoniale: ‘Su questo siamo stati molto chiari. In un paese che ha già queste tasse, per ridurre il debito pubblico questa non è la scelta corretta. Piuttosto si vendano i beni immobili dello stato’. A qualcuno è venuto in mente che dieci giorni fa la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, aveva chiesto nuovamente di ‘non considerare più tabù i beni patrimoniali e immobiliari, altrimenti la redistribuzione non la facciamo’. Dunque, notano alcuni osservatori, la lettera del premier al Corriere della Sera non solo chiama a raccolta i moderati e gli ambienti di riferimento, ma torna a dividere le imprese dalla Cgil, dopo qualche giro di valzer. In Confindustria ora si ricorda e si cita a piene mani il rapporto ‘Italia 2015’ presentato per il centenario dell’organizzazione: la parte fiscale, ma anche quella sulla semplificazione burocratica e sulle liberalizzazioni, sono assai simili al manifesto odierno del Cav. E ne parlano con lo stesso linguaggio. Quindi, chiosa Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, altrettanto potente della Confindustria ed egualmente ascoltata in chiave bipartisan: ‘Se ancora ce ne sono le condizioni e la volontà, non si esiti a cooperare. I rischi dello scenario internazionale, il macigno del nostro debito pubblico, la necessità impellente di una maggiore crescita lo richiedono’. Sangalli mostra di credere che il berlusconismo possa tornare allo spirito costruttivo dell’insediamento del governo nel 2008: ‘All’avvio di questa legislatura avevamo segnalato la necessità che si qualificasse come costituente, che con spirito bipartisan avanzassero sia le riforme istituzionali sia quelle economiche e sociali per consentire una crescita più robusta. Questa necessità non è venuta meno. Le prospettive dell’Italia si attestano tanto per il 2011 quanto per il 2012 intorno a un modesto 1 per cento’. Sangalli non manca di ricordare come anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, abbia sottolineato che occorre ‘forzare la crescita oltre queste previsioni troppo inferiori alle nostre esigenze’. Proprio dal Foglio la benedizione alle ricette sviluppiste del Cav. l’aveva data tra i primi Giorgio Squinzi, presidente di Federchimica: ‘Concordo con quanto ha sostenuto Berlusconi, poiché il problema italiano è la crescita, le soluzioni non possono essere nuove imposte straordinarie bensì le liberalizzazioni dei mercati e soprattutto le semplificazioni normative e burocratiche che incoraggino gli investimenti esteri e inducano le aziende italiane a non trasferirsi altrove’. Un imprimatur, seppur con cautele e scetticismi, giunge anche da ambienti montezemoliani. Dice al Foglio Carlo Calenda, direttore generale dell’Interporto campano e tra gli animatori del pensatoio Italia Futura: ‘D’accordissimo sul fatto che la linea da seguire sia quella di iniettare massicce dosi di semplificazione, liberalizzazioni e concorrenza piuttosto che nuove tasse, patrimoniali o meno. Ciò premesso un po’ di sano scetticismo è d’obbligo sia perché il centrodestra ha fatto poco finora, sia perché cercare in questo clima il consenso dell’opposizione dalla mattina alla sera è velleitario. Se il governo vuol finalmente dimostrare la sua vocazione liberale, può farlo anche da solo’. Il primo banco di prova – conclude IL FOGLIO - sarà venerdì prossimo, data nella quale il Cav. ha annunciato di voler iscrivere all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri la riforma dell’articolo 41 della Costituzione e ‘un piano di immediata defiscalizzazione e deregolamentazione per il mezzogiorno’”. (red)

9. Bonanni: pronti al picchetto pro crescita

Roma - “Liberare la crescita per rinvigorire la ripresa e così alleviare anche il peso del debito pubblico. Raffaele Bonanni – riporta Michele Arnese su IL FOGLIO - condivide la strategia economica che il Cav. ha esposto ieri in una lettera al Corriere della Sera. Anzi, rivendica l’idea ‘politica’ esposta dal premier per un’Agenda economica concordata con l’opposizione: ‘Per affrontare e risolvere i nodi dell’economia italiana – dice al Foglio il segretario generale della Cisl – occorre un accordo fra le principali forze politiche del paese. Lo scontro politico che si perpetua da 15 anni non ci ha consentito di realizzare tutte le riforme di cui necessita l’Italia’. Bonanni è talmente convinto di questo che preannuncia: ‘Se la politica continua a chiacchierare e a non fare, saranno le parti sociali, le aziende e i lavoratori a proporre una vera svolta per liberare la crescita’. Bonanni si scopre liberalizzatore? ‘Tutte le riforme che comportano una diminuzione dei prezzi, e quindi un maggior potere d’acquisto per i dipendenti, sono riforme che condividiamo’. Per questo la Cisl invoca una riforma fiscale che sposti la tassazione dalle persone alle cose: ‘Solo tassando di meno il lavoro e di più i consumi si fanno pagare quelli che spendono pur non dichiarando redditi. I beni di primissima necessità vanno esclusi ma è chiaro che spostare sui consumi le tasse significa allargare l’area della progressività perché oggi la progressività esiste solo per chi ha le ritenute alla fonte’. C’è però chi propone, anche al di fuori di una riforma del fisco, una patrimoniale sugli immobili privati per ridurre il debito pubblico. Bonanni sospira, ci pensa e risponde: ‘Prima di parlare di patrimoniale, dobbiamo chiederci: se riduciamo il debito pubblico in maniera secca ma non modifichiamo in modo strutturale i flussi di spesa improduttiva che generano il deficit pubblico, stiamo seguendo la direzione giusta? Secondo me, no’. Quindi c’è bisogno di altri tagli alla spesa pubblica, ha ragione il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: ‘Non personalizziamo i problemi. Dico che bisogna rivedere in maniera strutturale le uscite’. Bella frase, ma chi paga? O meglio: che cosa si deve tagliare? ‘Al di là di tante dichiarazioni d’intento e di qualche piccola misura approvata, non si è ancora messo mano drasticamente all’apparato amministrativo, burocratico e istituzionale dello stato. C’è un feudalesimo centralistico che è emulato in periferia con valvassori e valvassini nelle regioni, nelle province, nei comuni, nelle comunità montane, nelle circoscrizioni. Una pletora di poltrone e di costi che non ha eguali in altri paesi, inclusi quelli federali come la Germania e gli Stati Uniti’. Bonanni – prosegue Arnese su IL FOGLIO - non è neppure convinto del federalismo fiscale in fieri: ‘Da un lato si lasciano intatti privilegi, prebende e dilatazioni di spese istituzionali e dall’altro con il federalismo municipale in arrivo si consentiranno ai municipi addizionali Irpef e imposte sugli immobili denominate Imu. Mi chiedo se alla fine il livello di spesa attuale degli enti locali non sarà coperto con un aumento della tassazione. Sono preoccupato’. Preoccupato è un eufemismo visto che Bonanni ai suoi più stretti collaboratori ha già rivelato di avere un piano di iniziative clamorose di protesta contro i prossimi incrementi di imposte e tasse a livello locale: ‘Sì, ho in mente iniziative di denuncia, chiamiamole così’. Segretario, comunque sulla patrimoniale lei continua a svicolare? L’ex premier Giuliano Amato e l’ex banchiere Pellegrino Capaldo hanno proposto diverse forme di patrimoniale per abbattere il debito pubblico: ‘Non ho obiezioni di principio contro le patrimoniali, sono d’accordo con l’economista Alberto Quadrio Curzio. Detto questo, deve essere chiaro che non sono più ammissibili vessazioni fiscali su lavoratori e pensionati. Non si possono colpire ulteriormente i cittadini che vivono di stipendi con ritenute alla fonte. Ripeto: non vorrei che qualcuno pensasse di ricorrere a una tassazione straordinaria delle abitazioni degli italiani per evitare di riformare in modo virtuoso la spesa pubblica improduttiva e parassitaria’”. (red)

10. E’ partita la campagna elettorale

Roma - “Non poteva che finir male, com’è finita – osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - l’estemporanea iniziativa di Berlusconi di riaprire in extremis un dialogo con l’opposizione, per trovare insieme una soluzione al problema del debito pubblico che affligge l’economia italiana e studiare un sistema per ridurre le tasse, allargando al contempo la base dei contribuenti. E non perché la proposta e il metodo adoperati siano sbagliati, tutt’altro. Magari il presidente del Consiglio cercasse tutti i giorni un filo di collaborazione con i suoi oppositori! Invece, non soltanto negli ultimi giorni, ma dall’inizio della legislatura, il clima tra i due schieramenti è al di sotto del minimo storico e di ogni soglia accettabile, mentre l’aria di elezioni che ormai si respira sparge un po’ dappertutto veleni e diffidenze. Sperare di riaprire il dialogo tra centrodestra e centrosinistra in questo quadro era fuori dalla realtà. Ma forse è stato proprio questo a muovere il Cavaliere. E dal suo punto di vista, non c’è dubbio che la mossa si sia rivelata azzeccata. Berlusconi che tutti, a cominciare da alcuni ministri del suo governo, descrivevano sotto botta per il caso Ruby e le intercettazioni delle ragazze che frequentavano le feste di Arcore, in un solo colpo è riuscito a girare l’asse del dibattito politico, dalle sue debolezze personali, che da settimane occupavano la scena, a un tema di grande interesse come quello della pesantezza del bilancio statale, che lascia pochi margini di manovra al governo, e della necessità di una riduzione delle tasse che è da sempre il primo obiettivo del centrodestra. Inoltre - ed ecco l’aspetto più efficace - Berlusconi lo ha fatto a partire da una proposta che veniva dal campo del centrosinistra: quella, non nuova, di un’imposta patrimoniale sui redditi dei contribuenti più ricchi, una sorta di una tantum per abbassare drasticamente il debito pubblico, giunto oltre la soglia insopportabile di mille e ottocento miliardi di euro. Nelle ultime settimane – prosegue Sorgi su LA STAMPA - prima l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, poi il banchiere cattolico Pellegrino Capaldo, in due interviste al ‘Corriere della Sera’ avevano esaminato questa ipotesi, cercando di adattarla alla situazione attuale. Dopo di loro Veltroni al Lingotto la aveva rielaborata, proponendo di chiedere un contributo straordinario ai più ricchi, il dieci per cento della popolazione. Nessuno dei partiti del centrosinistra tuttavia aveva simpatizzato con queste uscite, che del resto, tutte le volte che vengono fuori, creano allarme tra i cittadini. Si suol dire, non a caso, che se proprio dev’essere adottata, la patrimoniale non va mai annunciata prima. Berlusconi non voleva lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta. La sua lettera al ‘Corriere’ con cui ieri sfidava il Pd a collaborare partiva dichiaratamente da Amato e Capaldo, attribuendo alle loro considerazioni il valore di punti programmatici del centrosinistra. Era come se dicesse a Bersani: lo so che stai pensando alla patrimoniale, ma lascia perdere, finché ci sono io non ci riuscirai. Se invece ti convinci a darmi una mano, riusciremo insieme a ridurre le tasse. Ovviamente Bersani non ha abboccato e ha ribadito la richiesta del Pd al Cavaliere di fare ‘un passo indietro’. Berlusconi ha controreplicato duramente, accusando il Pd di essersi trasformato nel ‘partito della patrimoniale’. Così, nel giro di mezza giornata – conclude Sorgi su LA STAMPA - del dibattito sui veri problemi del Paese è rimasto soltanto un ennesimo spiacevole siparietto, dei peggiori, accompagnato dalla sensazione di un avvio di campagna elettorale che non promette niente di buono”. (red)

11. Voto o non voto, gli acrobati dei cattivi consigli

Roma - “Giovedì, da Santoro, ho dato a Rosy Bindi un’idea gratis. Giacché non passa giorno – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - che non contestiate il Cavaliere senza però riuscire a farlo traslocare da Palazzo Chigi, le valigie fatele voi progressisti: levate le tende con cui vi siete accampati in Parlamento e chiedete a Napolitano di fissare al più presto la data delle elezioni. La mia era una garbata presa per i fondelli della presidentessa piddina, la quale però mi è parsa colpita. Non so se dal concetto o dalla sua gratuità, sta di fatto che nel fine settimana l’opposizione si è messa a invocare a gran voce il voto come mai aveva fatto prima d’ora. Ovviamente si è trattato di una messinscena, cui soltanto quegli sciocchini del Giornale possono credere. Per quanto ne parli in tivù e sui giornali, la sinistra non ha alcuna voglia di andare alle urne, perché sa che ne uscirebbe peggio di come sta ora, anche se a molti ciò potrà sembrare un’operazione impossibile perfino a un perdente nato come Pier Luigi Bersani. Ma è proprio questo il paradosso: chi ha buone probabilità di perderle chiede le elezioni, chi invece ha quasi la certezza di uscirne vittorioso le aborre manco fossero un giudizio in tribunale. Fino a pochi mesi fa era lo stesso Berlusconi a vagheggiare il ricorso alla sovranità popolare per spazzar via Fini e il neopartitino da lui fondato, al fine di liberarsi in una sola mossa di tutti i riottosi che hanno impedito di fare le riforme urgenti di cui il Paese ha bisogno. Di ritorno dalle vacanze, quando il presidente della Camera preparava il suo affondo a Mirabello, il premier comunicò ai Promotori della Libertà di Michela Brambilla che ‘non si sarebbe fatto logorare e non si sarebbe piegato a qualsiasi mercato avvilente’, e nel caso non fosse riuscito a resistere, la strada maestra sarebbe stata ‘quella di ritornare davanti al giudizio del popolo’. Il ricorso agli elettori è stata la ban- dierina che il Cavaliere ha sventolato dal giorno in cui il cofondatore ha cominciato a sfondargli i gioielli e fino al 14 dicembre, quando il Parlamento ha votato la fiducia, questa è stata la linea. Quando la Corte costituzionale ha respinto il legittimo impedimento, - prosegue Belpietro su LIBERO - un interprete del pensiero berlusconiano come Alessandro Sallusti ha addirittura messo in onda un video editoriale in cui sollecitava la chiamata alle urne. Ma ventiquattro ore dopo la bocciatura della via di fuga dal processo Mills è arrivato il bunga bunga e tutto è cambiato. Il Cavaliere ha cominciato a guardare al voto come a una trappola predisposta ai suoi danni, sicché anche gli amici del Giornale hanno dovuto adeguarsi al nuovo registro. Ma qui Berlusconi sbaglia e chi lo consiglia fa peggio di lui. Chiedere agli italiani di dire la loro non può mai essere considerato una tagliola: questo lo può fare la sinistra, che si riempie la bocca con il popolo ma poi ne ha orrore. Un leader popolare come il presidente del Consiglio al contrario non ha nulla da temere. Intendiamoci: io lo capisco. Dover fare campagna elettorale con la preoccupazione di vedersi rimproverate le riunioni sotto le lenzuola anziché quelle in Consiglio dei ministri è dura, ma Berlusconi non deve farsi intimidire. Sempre meglio le scopate delle stangate che ci riserverebbero Amato e tutti gli altri della sinistra se tornassero a Palazzo Chigi. Il Cavaliere non deve vergognarsi se oltre che agli affari degli italiani si è dedicato con particolare attenzione anche a quelli delle italiane. Gli elettori comprendono e perdonano. Bastava leggere ieri l’articolo del professor Ilvo Diamanti su Repubblica per rendersene conto. Il sondaggista, pur non essendo mai tenero con Silvio, era costretto ad ammettere che la metà degli italiani è indulgente con lui. A parte un cinquanta per cento che lo detesta (ma, avrebbe sentimenti eguali pure se Berlusconi avesse fatto voto di castità), un quarto degli elettori pensa che il bunga bunga sia una pura invenzione dei magistrati allo scopo di far fuori il Cavaliere, mentre un altro quarto disapprova i suoi comportamenti ma non li condanna. Insomma, quando ci sono di mezzo le questioni di letto pochi se la sentono di lanciare la prima pietra: neppure se sono del Pd, tanto che quasi il 20 per cento degli elettori di Bersani assolve il presidente del Consiglio. Se perfino il giornale tabloid tanto caro alla sinistra scrive che con i festini non si fa la festa a Silvio, non capisco perché il premier esiti. In questo momento non c’è nessuno che gli possa far le scarpe. Non i progressisti, che sono in coma irreversibile. Non il terzo polo, che sembra sempre più un terzo pollo. Il solo che potrebbe metterlo in difficoltà non è un concorrente, ma il timore di decidere. Evitare il voto, tirando a campare, sarebbe una iattura di cui tra qualche mese il Cavaliere potrebbe pentirsi amaramente, perché a furia di galleggiare si rischia di affogare. In tal caso – conclude Belpietro su LIBERO - non gli resterebbe che prendersela con se stesso. E con i cattivi consiglieri”. (red)

12. E nello scontro torna in scena la mano di Ferrara

Roma - “Non è il Caimano che torna Cavaliere – scrive Antonella Rampino su LA STAMPA - non è il despota sultano che si rimpannucia come liberale imbrigliato da lacci e lacciuoli ‘contro i quali mi batto dal lontano ‘94’, e con esiti che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Perché non è del Berlusconi ‘liberale’ il ritorno che il Corriere della Sera inalberava ieri in prima pagina, sotto l’allettante titolo ‘Nessuna patrimoniale ma economia più libera’. E’, piuttosto, il ritorno di Giuliano Ferrara. E’ sua la penna perché è sua l’idea, controbattere col liberismo la patrimoniale ‘statalista’ auspicata da Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo, gettare un fumogeno nel campo avverso, tornare a presentarsi come una destra che fa parte di un consorzio civile. Sono sue le parole, le stesse dell’intervista che Ferrara al sire di Arcore propose e realizzò venerdì scorso e che, chissà se per lapsus o per riflesso pavloviano, appare rubricata sul sito del quotidiano alla voce ‘Soliloqui’. E insomma l’intervista e la lettera sono la stessa cosa, hanno gli stessi concetti e portano le stesse stimmate, certo con la non piccola differenza della dimensione alta e amplificata che al tutto conferisce il giornale-istituzione per eccellenza. Il frutto della penna, dell’intelligenza, della volontà politica di Giuliano Ferrara. E dunque è di Ferrara e non di Berlusconi il vero ritorno sulla scena, evento del quale la notizia che i due si sono sentiti domenica concordando l’operazione è solo un dettaglio e non un retroscena. Entrambi non amano le intercettazioni, e dunque ci limitiamo a riferire grossomodo com’è andata, senza virgolettati, e tanto meno diffusi da una Procura della Repubblica: complimenti dell’editore per il debutto sul Giornale del nuovo opinionista della domenica, conversari vari e a un certo punto rapida proposta, Silvio perché non facciamo il bis, perché non butta nel campo del centrosinistra quella parolaccia, ‘la patrimoniale’, perché non ricordi a tutti che sei un liberale? Massì Giuliano, si fa come l’altra volta, mi scrive lei qualcosa? E così prende corpo, corpo berlusconiano con le ali di Ferrara, la proposta che il Foglio martella sin da giovedì scorso col titolo in rosso ‘Matti da patrimoniale’, e poi ancora sotto un’altra mezza pagina, ‘Il coro della revanche statalista’. Il ritorno di Ferrara – prosegue Rampino su LA STAMPA - che trascina con sé il ritorno di Berlusconi, o almeno ci prova. Secondo lo schema intellettuale tipico del meno organico dei sodali di Silvio Berlusconi, e comunque dell’unico giornalista che abbia con lui un rapporto paritario, derivante anzitutto dall’avergli opposto numerosi dinieghi: lo schema del wishful thinking, dello scambiare i desideri con la realtà, l’apparenza al posto di quel che si costruisce di fatti e comportamenti quotidiani. Uno schema perfetto anche per il debutto di Ferrara sul Giornale , anche quello frutto di personale seduzione berlusconiana a tutto tondo, ovvero con contratto di lusso per una firma di lusso, che del resto deve servire a riconquistare al Giornale le copie migrate con Vittorio Feltri a Libero : la fetta di mercato per i fogli del centrodestra è di 200 mila copie complessive, e i due vasi sono comunicanti, la battaglia è all’ultimo sangue. E dunque in prima pagina domenica scorsa, Berlusconi era ‘un galante libertino’, quasi un mozartiano farfallone amoroso perseguitato da Catoni e Boccassini. Quando invece, sul Foglio , l’Elefantino aveva strigliato il Caimano, ‘che si desse almeno una calmata’. Anche Ferrara è infatti cavaliere e caimano, capace di luminosità e nefandezze, e sempre splendidamente punteggiate. Il Cavaliere e il Caimano – conclude Rampino su LA STAMPA - lo sanno, e lo usano ogni volta che diventa inevitabile rievocare credibilità, liberalità, buonsenso. Finché dura, finché Ferrara non si stufa, finché il Cavaliere non torna Caimano”. (red)

13. L’agenda Berlusconi

Roma - “Gli sciocchi che indicano il dito, invece che la luna indicata dal dito, sono pronti e vigili come sempre nel Palazzo italiano. Berlusconi – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 -vuole governare il paese, guarda un po’, e realizzare il suo programma, la sua agenda liberale ostacolata e sabotata dai poteri “forti e neutri”, e invece dovrebbe rispondere in tribunale delle cene a casa sua e impiccarsi alla paralisi istituzionale perseguita all’unisono dai magistrati d’assalto, dalle vecchie stelle della Prima Repubblica impazienti di prelevare una bella quota di ricchezza dalle tasche dei ceti medi, e da quella parte della sinistra eterodiretta da ogni interesse lobbistico e da ogni venticello fazioso. Può essere che questa piattaforma avvilente alla fine prevalga, ma Berlusconi si è convinto, dopo un duro periodo in cui è stato costretto con modalità borboniche sulla difensiva, che la battaglia di cui è l’incarnazione politica si può dare, che alla rassegnazione si possono opporre intelligenza e volontà, e soprattutto un mandato politico ed elettorale che nelle trame e nei disegni della sinistra e dei gruppi di pressione che la orientano è il grande assente, il fantasma di una sovranità calpestabile. Il problema è adesso quello di tenere fede in modo esemplare a questo rilancio politico, al di là del quale c’è solo una ambigua fine della legislatura e un ritorno alle urne in un clima di manipolazione e di scontro istituzionale devastante per la salute della Repubblica (la sintonia tra lo spirito della mossa di Berlusconi e le preoccupazioni di Napolitano è evidente). Il premier ha rimesso sulla difensiva i suoi nemici, ha stanato il partito della patrimoniale, da sempre inviso alla grande maggioranza degli italiani, e ha costruito un argine politico contro l’ambizione di fare di lui un ferrovecchio, un leader mediterraneo periclitante alla Mubarak o alla Ben Ali. Al tempo stesso ha creato le condizioni per un serio raccordo con il blocco sociale di sostegno a un antico progetto riformatore e liberale per la crescita, dalle banche all’industria ai sindacati che hanno reso possibili gli accordi di Mirafiori e di Pomigliano. Ora è decisivo che l’esercito di Berlusconi, un governo con ministri autorevoli ma spesso paralizzati dall’orrore della campagna armata del gruppo Repubblica e di parte dell’opposizione, si muova con duttilità, senso della misura e anche con la necessaria determinazione. Lo staff del presidente del Consiglio, lo stuolo dei suoi collaboratori e consiglieri in Parlamento e nel Palazzo, il partito da lui fondato, tutti sono chiamati a uno sforzo straordinario di disciplina e di lungimiranza politica. Il messaggio al paese è inequivocabile: basta con le risse, la priorità è il governo dell’economia, la luce accecante della propaganda avversaria deve essere spenta da una vivace e persuasiva iniziativa politica nelle istituzioni e nel territorio. La priorità – conclude IL FOGLIO - è una sola, come aveva peraltro detto a chiare lettere Berlusconi nel discorso di investitura al Parlamento: far crescere l’economia italiana, curare così il debito pubblico, riscattare il mezzogiorno con una terapia in dosi massicce di libertà e di proposte orientate alla promozione della cultura e della prassi di mercato in favore delle imprese e del lavoro”. (red)

14. Svolta sulle tasse

Roma - “Silvio Berlusconi, evidentemente ben consigliato, ha battuto un colpo. Ha preso carta e penna – scrive Nicola Porro su IL GIORNALE - e ha scritto una lettera pubblica sul Corriere della Sera. Ha cercato di sganciare il governo e il Parlamento dalla rissa continua. In sintesi ha detto che ci vuole una ‘frustata al cavallo dell’economia’ per ridurre il debito pubblico. Cosa tutto sommato scontata. Per l’ennesima volta ha bocciato ogni ipotesi di imposta straordinaria. Ma ha anche aggiunto che la strada è quella delle liberalizzazioni: delle professioni, delle imprese, delle tasse. Ha convocato un Consiglio dei ministri per iniziare a mettere sul tavolo un po’ di concretezza. Il premier ha fatto un passo in più: ha chiesto all’opposizione, a Pier Luigi Bersani, una condivisione sulle cose da fare. Nessun inciucio. Un’intesa per rimettere in moto la macchina che produce ricchezza, in panne da anni. Il Cav con questa mossa ha inchiodato la sua agenda politica a degli impegni precisi. Le liberalizzazioni non hanno un costo fiscale: sono pura volontà politica. Non c’è alibi che tenga, a questo punto, nel non farle. E un peccato che Bersani abbia subito risposto con un insulto alla proposta di Berlusconi. A voler pensare male, avrebbe contribuito a svelare un potenziale bluff (liberalizzare non è indolore). A pensar bene avrebbe continuato su un percorso di apertura dell’economia di cui lo stesso Bersani, con le sue parziali lenzuolate, si vende come precursore. È altrettanto singolare – prosegue Porro su IL GIORNALE - che la prima reazione della politica (anche di alcuni suoi compagni di partito) sia stata quella di leggere l’uscita del Cavaliere come una pura mossa tattica per smarcarsi dal recente caso Ruby. Importa poco per quale motivo Reagan e Thatcher (quest’ultima si è organizzata una lontana battaglia per rimanere in sella) abbiano liberalizzato il proprio Paese: il punto è che l’hanno fatto. Ruby come le Falldand. Lo sputtanamento passerà, un mercato più libero ce lo terremo. Adesso al premier non resta che andare avanti. Ascolti quel rompiballe liberista di Marco Pannella e tiri dritto. Dimostri che una frustata questo governo la sa dare, oltre che all’economia, anche alla sua indolenza liberale. Sappia dimostrare che è in grado di valere non solo in confronto ad un’opposizione inesistente, ma anche in virtù di ciò che realizza. Il dividendo politico dei conti in ordine (pur avendo aumentato spesa pubblica e gettito fiscale) è una medaglia già troppo lustrata. E necessario continuare sulla strada della riforma Gelmini. Occorre essere impopolari con chi è popolare. Le liberalizzazioni sono dure da digerire. Sono una sfida anche a una parte di quel blocco sociale e corporativo che si riconosce nel centrodestra e che resta aggrappato a privilegi da mercato bloccato (basti pensare a come si sta incardinando la riforma forense, in alcune sue parti più attenta alle esigenze della professione che a quelle dei clienti). Ecco – conclude Porro su IL GIORNALE - il premier non cada nella trappola di utilizzare la grande riforma liberalizzatrice come semplice argomento propagandistico. Ne dia veloce e sapido contenuto”. (red)

15. La tentazione della Lega

Roma - “Sarebbe ingiusto – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - considerarlo un pretesto e dubitare delle sue buone intenzioni. Ma non si può non vedere che la proposta avanzata ieri su questo giornale dal presidente del Consiglio viene interpretata come un gesto strumentale e di debolezza. I sarcasmi con i quali l’opposizione ha accolto la svolta di Silvio Berlusconi dicono come minimo che la ritengono tardiva e dunque irricevibile. Ma forse i motivi che hanno spinto il capo del governo a tendere la mano agli avversari non stanno tanto nell’esigenza di coinvolgere la sinistra, quanto di guidare e tenere la propria maggioranza. Si tratta di una condizione di fragilità che dipende da due fattori. Il primo è il riflesso negativo dell’inchiesta della Procura milanese sulla vita privata di Berlusconi. Se il premier dovesse cadere per questioni giudiziarie e non perché la minoranza offre un’alternativa convincente, saremmo di fronte ad una regressione e non ad un passo avanti; ma quelle vicende pesano eccome, ed assumono contorni politici. Il secondo fattore di incertezza è costituito da una Lega che sfoggia una lealtà da alleato sempre più esigente. In modo cauto ma costante, il partito di Umberto Bossi continua ad adombrare elezioni con un altro candidato per Palazzo Chigi. Su questo sfondo, l’iniziativa di Berlusconi appare meno estemporanea. Risponde alla logica di spostare il terreno dello scontro dalle frequentazioni imbarazzanti, e al limite del codice penale, alla politica economica; di non subire l’agenda altrui, tentando invece di dettarla; e di recuperare protagonismo, se non leadership, nei confronti del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, da tempo vero e, secondo i critici, unico regista della strategia finanziaria del governo. È un comportamento – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - che conferma la volontà di contrastare fino a quando sarà possibile una deriva elettorale in grado di fare proseliti insospettati. Il ribaltamento delle posizioni sul voto anticipato può apparire curioso, ma si spiega con la percezione diversa che si ha dei rapporti di forza. Per questo, un’opposizione di centrosinistra che fino alla prima metà di gennaio era pronta a tutto pur di non scivolare verso le urne, adesso le evoca. Ed un Polo della Nazione incline ad aiutare di volta in volta il governo in Parlamento, ora non chiude la porta all’ipotesi di un ‘cartello antiberlusconiano’ ed eterogeneo in nome dell’esigenza di far dimettere il presidente del Consiglio. Il fatto che una vecchia proposta liquidata come impraticabile adesso assuma verosimiglianza dipende dal contesto in cui si inserisce. È quello di un governo e di un premier che elencano come un bollettino di vittoria le fiducie ottenute negli ultimi mesi. Ma in parallelo sanno di essere condannati al l a precarietà. Di qui a giovedì saranno di nuovo in bilico: sia per le votazioni sulla riforma federalista, dall’esito delle quali il partito di Bossi fa dipendere la continuazione della legislatura; sia per l’evoluzione delle inchieste di Milano, che pure la maggioranza vuole rinviare con un voto parlamentare alla Procura, ritenuta ‘incompetente’ . Si capirà allora se stiamo assistendo all’ennesimo tentativo di spallata, frustrato dai numeri; oppure se ci si avvicina al punto finale. La sensazione è che né resistere tanto per resistere, asserragliati a Palazzo Chigi, né rompere solo per abbattere Berlusconi servirebbe a ridare una bussola al Paese. Probabilmente, non basta neppure arruolare altri singoli deputati per garantirsi una qualsiasi sopravvivenza. Purtroppo, però, è quanto sta accadendo. Col risultato che, per colpa di tutti e di nessuno – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - le elezioni anticipate rischiano di diventare di colpo non solo un esito comunque inevitabile, ma il male minore”. (red)

16. Premier rassicura Lega: “Tutto ok, maggioranza più forte”

Roma - “‘Sta andando tutto a meraviglia e giovedì vedrai che sorpresa’. Silvio Berlusconi – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - l’ha assicurato a Umberto Bossi: ‘La maggioranza è già allargata, ci sono le condizioni per arrivare a fine legislatura’. Da parte sua il leader del Carroccio, reduce da un vertice a via Bellerio, ha garantito al Cavaliere che la linea della Lega è quella espressa da Calderoli e non prevede atti di forza sul federalismo. ‘Non siamo mai stati così vicini alla meta - è il ragionamento di Bossi - e dobbiamo essere prudenti: è inutile adesso stare a parlare di elezioni’. La sicurezza di Berlusconi e la prudenza di Bossi stridono tuttavia con i diktat di Maroni (definiti ‘improvvidi’ da Calderoli) sul federalismo e con la paura dell’accerchiamento che molti nel Pdl esprimono a mezzabocca. Ma il Cavaliere è ancora convinto di poter uscire dall’angolo, grazie a una strategia a doppio binario: da una parte marciare senza sosta per reclutare nuovi adepti alla Camera, dall’altra alimentare un governo agli sgoccioli con il miraggio di una stagione di riforme economiche. Il guru dietro questa svolta politica, quello che ha impastato anche la lunga nota di ieri, raccontano nel Pdl che sia Giuliano Ferrara. Il quale, da giorni, implora Berlusconi di rimettersi a far politica e lasciar perdere la guerra ai magistrati. Di cui, in effetti, non c’è più traccia né nell’ultimo video ai promotori, né nelle più recenti dichiarazioni scritte. Il premier ha invece insistito per infilarci un attacco indiretto a Fini e, in replica, si è beccato una frecciata ironica dal presidente della Camera: ‘Berlusconi accusa tutti: comunisti, alleati, magistrati e giornalisti. Nel disperato tentativo di coprire il suo colossale fallimento, alla fine se la prenderà anche con gli alieni’. L’altro binario della strategia del Cavaliere è, appunto, quello del reclutamento. E sembra sia arrivato a buon punto se ieri il premier si è lanciato con Bossi in un’ottimistica previsione sul voto di giovedì a Montecitorio che dovrebbe rinviare gli atti del Rubygate a Milano. Luca Barbareschi, ultrà finiano, che appena il 6 novembre scorso leggeva commosso alla kermesse di Fli a Perugia il ‘Manifesto per l’Italia’ accompagnato dalle note di Morricone, ieri pomeriggio ha bussato infatti alla porta di villa San Martino. Al premier – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - ha raccontato quanto ormai si senta a ‘disagio’ nel Nuovo polo, quanto ritenga di non aver ‘nulla da spartire con uno come Francesco Rutelli’. Ha ammesso ‘l’errore compiuto’. Pronto a lasciare i banchi di Bocchino e Briguglio per approdare per adesso al gruppo Misto e dopo ai ‘Responsabili’. Le richieste che, di contro, Barbareschi avrebbe posto sul piatto: il deputato ritiene di essere il candidato naturale per la guida del Teatro Valle. E la sponsorizzazione del sindaco di Roma Gianni Alemanno, stando a quanto avrebbe garantito il premier, sarebbe acquisita. Ma con Berlusconi l’interprete de ‘Il trasformista’ (film del 2002) avrebbe parlato anche di tecnologia e business. In particolare del progetto che attiene alla banda larga, chiedendo il sostegno per il suo ddl sul Wi-Fi. Barbareschi non nega l’incontro ma nega che sia un passo che prelude al suo ritorno nella maggioranza. Nell’entourage di Palazzo Chigi lo ritengono invece una pedina acquisita. Come pure Aurelio Misiti, che Raffaele Lombardo non riesce a trattenere nel Mpa, e in procinto ad approdare insieme a un altro tra i ‘Responsabili’. All’elenco – conclude Bei su LA REPUBBLICA - potrebbero aggiungersi anche i 6 radicali, sebbene non si possa parlare di un ingresso organico in maggioranza. Sta di fatto che Marco Pannella, in una lunga intervista a Radio radicale, ha riferito del suo incontro con Berlusconi in termini positivi. ‘Ho parlato in carcere con Concutelli, non posso dialogare con il ‘porco’ Berlusconi?’. Quanto all’ipotesi che Pannella posso andare a fare il ministro della Giustizia, ‘ne abbiamo riso insieme - dice il leader radicale - e siamo passati a cose più serie’”. (red)

17. Federalismo, gelo Calderoni-Maroni

Roma - “‘Improvvide dichiarazioni’ . Mai nel Carroccio – scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - era stata resa pubblica in modo tanto esplicito una diversità di vedute all’interno del movimento. Per rispondere all’intervista al Corriere di Roberto Maroni (‘Giovedì decisivo, federalismo o elezioni’ ), Roberto Calderoli ha infatti preso carta e penna e scritto un comunicato che è quasi una sconfessione dell’autorevole collega: ‘Lasciamo perdere improvvidi diktat e collocazioni di schieramento politico, non legando la riforma alla durata della legislatura’ . Le posizioni dei due esponenti leghisti sono presto riassunte. Il ministro alla Semplificazione riteneva possibile aggiungere alla torta del federalismo comunale una ciliegina assai invitante: il via libera alla riforma da parte del più antiberlusconiano dei partiti, l’Italia dei valori di Antonio di Pietro. Sarebbe stata la consacrazione più indiscutibile del fatto che, come Calderoli scrive nella sua nota, ‘le riforme, come quella del Federalismo fiscale, nascono per durare negli anni e vanno al di là dei Governi o delle maggioranze politiche del momento’ . Del resto, il ministro aveva già un appuntamento per oggi con Antonio Di Pietro. Quanto a Roberto Maroni, è di avviso opposto: la disponibilità dell’Italia dei valori sarebbe semplicemente, come dicono i suoi sostenitori, ‘un bluff o, meglio, un trappolone’ . Un modo per dare un’illusoria sicurezza al centrodestra. E così, Calderoli ha dettato la sua nota: ‘Abbiamo discusso a lungo, ci siamo confrontati nel merito, abbiamo accolto richieste e proposte provenienti dalla maggioranza e dalle opposizioni, non per avere un voto pro o contro il Governo ma un voto nell’interesse del Paese e del suo futuro’ . Una posizione – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - che il ministro alla Semplificazione fa risalire al leader: ‘Questo mi ha chiesto di fare Umberto Bossi e nella Lega Nord a decidere è soltanto il suo Segretario Federale’ . Calderoli addirittura si spinge a scrivere che ‘la Lega sulla materia la pensa come Di Pietro’ . Un riferimento alla discussione sul rischio di aumento delle tasse. Ma Umberto Bossi che cosa ne pensa? A giudicare da quello che ha confidato ai fedelissimi nelle ultime ore, anche il leader leghista crede nella possibilità di un allargamento della maggioranza sul federalismo. Da qui, il titolo della Padania oggi in edicola: ‘Federalismo, ultima chiamata’ . Corredato da un ragionamento sulla bontà della riforma del merito. In effetti, come spesso accade, Bossi ha giocato su più piani. Con la Padania costretta ad alternare titoli sull’ ‘abbassare i toni’ con quelli che strillano: ‘Vogliono affossare il Nord’ . Da un lato, il capo leghista ha ordinato ai suoi di rilasciare dichiarazioni per richiamare al fatto che il federalismo è tutt’altro che già approvato. Mentre nel weekend (e anche ieri) ha esortato alla massima cautela nei confronti delle opposizioni: ‘Guai a chi spara sul Pd’ . Lanciandosi addirittura in un elogio del partito di Pierluigi Bersani, ‘forza radicata sul territorio’ . Secondo chi lo ha ascoltato, Bossi si è anche detto convinto ‘il Partito democratico non potrebbe sostenere con i sindaci un no secco al federalismo’ . Un discorso che ha suggerito ai presenti che in effetti con i Democratici qualche trattativa in corso debba esserci, a dispetto del nuovo no al federalismo pronunciato ieri da Bersani. Perché la novità vera degli ultimi giorni sarebbe che il leader leghista ha definitivamente perso fiducia in Silvio Berlusconi. L’altro giorno Bossi ai fedelissimi ha parlato, scuro in volto, di un premier ‘a cui non importa del federalismo e lo mette a rischio. Vuole inserirci dentro un condono’ , cosa che renderebbe tutto più difficile. E del resto – conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - anche la recente lettera del capo del Governo al Corriere è stata considerata, come minimo, un’indelicatezza, visto che le novità là contenute non sono state condivise né con ‘l’amico Giulio’ Tremonti né, appunto, con la Lega. Per Bossi, le elezioni sono sempre più vicine”. (red)

18. Nuovo testo per la Carta, torna la Banca del Sud

Roma - “Il testo del disegno di legge costituzionale – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - è già a palazzo Chigi, all’esame dell’Ufficio giuridico della presidenza del Consiglio. E già venerdì prossimo, la bozza del ddl per la riforma dell’articolo 41 della Carta, sarà sul tavolo del governo. Non ci sarà nessuna riscrittura del testo che stabilisce il principio della libertà d’iniziativa economica (purché non in contrasto con l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà e la dignità umana) ma, se venisse confermato l’impianto attuale, saranno aggiunti un paio di nuovi commi. Tutt’altro che marginali, perché di fatto rovesciano l’impostazione attuale. ‘La Repubblica promuove il valore della responsabilità personale in materia di attività economica non finanziaria’ , recita il primo. ‘Gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post’ si legge nel secondo comma aggiuntivo. In buona sostanza la regola diventa quella del ‘tutto è consentito salvo ciò che è espressamente proibito’ . Un principio che secondo il governo dovrebbe trovare applicazione anche negli ambiti regolati dalle Regioni e dagli enti locali, e comunque non nel settore finanziario (e il testo del nuovo 41 è esplicito) e nel settore dell’urbanistica, per il quale serviranno norme magari più semplici, ma ancora rigide. La seconda tappa del piano Berlusconi è la defiscalizzazione per le imprese che investono e i giovani che lavorano nel Mezzogiorno. Anche qui il lavoro è avanzato: di fatto si tratterà di dare attuazione concreta ad una norma già prevista dal decreto legge del luglio scorso, ovvero la possibilità per le Regioni di ridurre l’Irap sul costo del lavoro, fino ad azzerarla, per le imprese di nuova costituzione. Accanto agli sgravi fiscali sul lavoro – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - potrebbero esserci anche quelli sul risparmio, con l’avanzamento del piano Banca del Sud, e l’emissione di obbligazioni fiscalmente vantaggiose per il finanziamento dei progetti imprenditoriali al Sud. La terza gamba del piano è quella di più difficile realizzazione, la valorizzazione e la dismissione del patrimonio pubblico per abbattere il debito. Era prevista dal programma elettorale del centrodestra del 2008, missione numero sette. Ma da allora sono passati tre anni di crisi nera e sul mercato oggi è difficile trovare acquirenti. Senza contare che il patrimonio è per tre quarti di Regioni ed enti locali. Al Tesoro, in ogni caso, lavorano in questa direzione e stanno studiando un fondo d’investimento per la valorizzazione e la dismissione del patrimonio dei Comuni. Ma serve un’intesa politica tra i vari livelli di governo, e questa è materia per il premier, ispiratore e motore del piano-scossa”. (red)

19. Ecco come il Paese potrà vincere la crisi

Roma - “Pier Luigi Bersani sbaglia – osserva Francesco Forte su IL GIORNALE - a rifiutare l’offerta di Silvio Berlusconi di un piano bipartisan per la crescita con l’argomento che il tempo è scaduto. Il tempo non è affatto scaduto: inizia proprio ora, in quanto la politica della crescita va attuata solo dopo avere acquisito il rigore dei conti pubblici, in cui il governo si è impegnato a fondo. La proposta del premier si collega alle decisioni che stanno maturando a livello europeo, come condizione affinché la Germania, con la Francia, dia il suo assenso a un fondo permanente di stabilizzazione di ampia portata per gli interventi a sostegno del debito pubblico dei Paesi con possibili rischi debitori. Si ritiene infatti essenziale che i Paesi con debiti elevati accelerino il proprio tasso annuo di crescita del Prodotto nazionale in quanto, a parità di debito pubblico, se il Pil aumenta, automaticamente il rapporto fra debito pubblico e Pil si riduce. E Berlusconi ha osservato che la Germania (che qualche anno fa aveva la stessa malattia dell’Italia), pur partendo da un Pil pro capite più alto e da un apparato industriale molto più importante, è riuscita ad attuare le riforme per la crescita grazie alla collaborazione del partito popolare tedesco con il governo socialdemocratico di Schroeder, al successivo governo di coalizione fra i due partiti e ora con il governo di Angela Merkel con i liberali, con la collaborazione dei socialdemocratici su punti importanti. Silvio Berlusconi ha presentato un patto per la crescita, in parte notevole, volto ad allinearci a questo modello, che contiene cinque punti base sui quali impegnarsi. Il primo è il ‘no’ a imposte patrimoniali straordinarie – prosegue Forte su IL GIORNALE - che toserebbero il risparmio, che è la base si cui si regge l’economia e la società libera, basata sulla famiglia con la proprietà della casa e un lavoro non proletario. Il secondo punto è il ‘no’ a nuove tasse, che graverebbero sui soliti che pagano già. Chi dice che ‘il tempo è scaduto’ forse non ha il coraggio di accettare questi due punti preliminari ‘negativi’, perché vuole la politica tributaria basata sull’odio di classe verso chi si è fatto la casa (in parte col risparmio accumulato e inparte col mutuo) e ha anche un gruzzoletto in banca, intitoli, perla sicurezza del futuro. Ci sono poi altri tre punti ‘propositivi’. Il primo dovrebbe piacere a Bersani: è quello delle ‘lenzuolate di liberalizzazioni’. Berlusconi propone di modificare l’articolo 41 della Costituzione, e con esso il nuovo Titolo V della Costituzione sulle competenze delle Regioni, per stabilire in modo chiaro che ‘l’iniziativa economica privata è libera salvo per le regole che servono per attuare la libera concorrenza, nel quadro dei principi europei’. C’è molto da fare nelle liberalizzazioni. Attualmente l’Italia, nelle rilevazioni della Banca Mondiale sul doing busi- ness, è al 76° posto su 183 Stati per quanto riguarda l’avvio di una impresa; all’85° per quanto riguarda i permessi di costruzione; al 98° la cessione di proprietà immobiliari; all’87° per la difficoltà e costosità nell’ottenimento di credito; al 57° per la tutela del diritto di investimento; al 138° per la tassazione considerata dal punto di vista internazionale; al 50° per il commercio interstatale; al 156° perle controversie relative all’applicazione dei contratti. Un problema particolare di liberalizzazioni riguarda le opere pubbliche, la cui attuazione in Italia è lentissima. Il secondo punto propositivo del presidente Berlusconi riguarda le privatizzazioni. Le società per azioni pubbliche minori in Italia sono circa 4.750 e visi aggiungono 2.350 consorzi, quasi tutti di enti locali. In totale 7mila imprese, con 25mila amministratori pubblici, che potrebbero essere privatizzate, migliorando i conti pubblici, creando lavoro e ricchezza e migliorando i servizi, come lo smaltimento dei rifiuti e la gestione delle acque potabili e reflue. C’è inoltre un grosso patrimonio immobiliare pubblico che i privati saprebbero valorizzare. Il terzo punto del programma propositivo riguarda la defiscalizzazione a favore dei giovani e delle imprese, da effettuare mediante il recupero della base imponibile attualmente nascosta. La cedolare secca sulle abitazioni in affitto e la riduzione a metà dell’Imu, l’Imposta municipale sugli immobili che assorbirà Ici ed Irpef per gli immobili detenuti dal proprietario quando li dà in affitto, sono un tipico esempio di quel che si può fare in questa direzione, con aliquote ridotte. Molte case con fitti in nero adibiti a alloggi, uffici e aziende oggi sono ufficialmente sfitte. La riduzione a metà dell’Imu per chi affitta, assieme ai controlli comunali e alle sanzioni severe possono far emergere questa economia sommersa. Secondo Rutelli, in questa proposta c’è un’insidia. E’ vero - conclude Forte su IL GIORNALE - l’insidia c’è. E’ quella di passare dalle chiacchiere ai fatti e stabilire da che parte si sta”. (red)

20. Egitto, l'Esercito: “Non useremo forza contro proteste”

Roma - “L’esercito egiziano – riporta IL FOGLIO - ‘non userà la forza contro i cittadini che protestano’ per le strade del Cairo, di Suez e di Alessandria. Lo ha detto ieri un portavoce delle Forze armate con un messaggio televisivo. Al settimo giorno di scontri, il rais egiziano Hosni Mubarak ha tentato di riportare la calma presentando un nuovo governo e rimandando a casa il ministro dell’Interno detestato dalla piazza. Sperava in una tregua, ma i manifestanti non si fermano: hanno lanciato uno sciopero generale che oggi vorrebbe portare per strada un milione di persone. Potrebbe essere l’ultimo colpo, quello decisivo, sostengono alcuni. In piazza non ci sono più soltanto ‘i giovani arrabbiati’ che entusiasmano i media occidentali, ci sono anche gli adulti, i professori e gli impiegati, che finora erano stati in disparte, forse perché hanno già visto che cosa ne è stato in passato del dissenso. Poi ci sono i Fratelli musulmani, ieri ben visibili nella folla: hanno bocciato il nuovo governo e hanno detto che ‘continueranno a protestare sino a quando il regime di Mubarak non sarà caduto’. La loro presenza preoccupa molto, soprattutto la comunità internazionale e soprattutto Israele, che infatti ieri mattina chiedeva di non rovesciare il presidente egiziano: il Cairo è troppo importante per gli equilibri della regione, non può cadere nell’anarchia o, peggio ancora, nella legge dell’islamismo. Ieri, Gerusalemme ha autorizzato l’esercito egiziano a schierare ottocento uomini nella zona demilitarizzata del Sinai per garantire la sicurezza: è la prima volta che accade dalla pace tra i due paesi, nel 1979. Per adesso, i Fratelli musulmani sembrano al traino della protesta, anche perché la regia delle mosse del governo appartiene in questo momento ai militari, che sono i principali nemici della Fratellanza. E’ l’esercito – prosegue IL FOGLIO - che in questi anni ha tenuto a bada l’ascesa dei Fratelli musulmani, anche se ora alcuni generali chiedono le dimissioni di Mubarak, come riferisce il Sunday Times. Poi si è trovata una via alternativa, quella della vicepresidenza di Omar Suleiman, l’uomo forte dei servizi egiziani, una carriera nell’esercito e l’etichetta di ‘fedele’ del rais – anche perché una volta gli salvò la vita. L’immagine che meglio riassume lo stato attuale delle cose è quella (di archivio naturalmente) in cui si vede Mubarak che chiede consiglio a Omar Suleiman mentre il capo di stato maggiore, Sami Enan, li osserva. Ora l’esercito deve governare la protesta, deve impedire che la piazza diventi incontrollabile – o, peggio ancora, che finisca sotto la guida degli islamisti – e allo stesso tempo evitando che le forze di sicurezza non riescano a procedere nel contenimento e lo scontro diventi violentissimo. Nel frattempo Mohammed ElBaradei, unico volto noto, lavora per unire l’opposizione, coinvolgendo anche i Fratelli musulmani. A dire il vero, ci ha provato anche il governo, ma la risposta del gruppo islamico è stata secca: ‘No, è troppo tardi’. I rapporti di forza stanno mutando, il tempo gioca a favore della piazza, non del regime. Anche la comunità internazionale si sta posizionando. Come si è detto Israele punta alla stabilità a tutti i costi, perché non può perdere l’alleanza di uno dei pochi paesi della regione che ha riconosciuto il suo diritto a esistere. L’Europa ha finalmente trovato una voce unica, anche se è abbastanza ininfluente, perché è la stessa voce usata dagli Stati Uniti, con qualche giorno di ritardo (nel frattempo nei consessi europei si è visto di tutto, comprese le dimissioni molto tempestive del capo dell’Unione del Mediterraneo voluta da Nicolas Sarkozy, e poi scomparsa nel nulla). Le cancellerie occidentali chiedono elezioni libere e che la piazza sia ascoltata, cioè quella che definiscono ‘una transizione ordinata’ (l’esercito, in questo senso, è una garanzia). Barack Obama, dopo l’iniziale tentennamento (un po’ più corto rispetto a quello ostentato nei confronti della rivolta in Iran, ma comunque sintomo di spaesamento), ha abbandonato la retorica a favore dell’’alleato stabile’, ma ancora non è chiara la sua strategia. Ieri il presidente ha ricevuto alla Casa Bianca ‘gli idealisti’ del Working Group on Egypt, guidati da Robert Kagan, che chiedono di sospendere gli aiuti all’Egitto finché non viene stabilita la data delle elezioni. Ma i realisti, che nei confronti dell’Egitto appartengono soprattutto ai ranghi militari, dicono che utilizzare l’arma degli aiuti rischia soltanto di inasprire le proteste e di impedire una trattativa tra governo e piazza. Certo è – conclude IL FOGLIO - che al Cairo sanno di doversi muovere verso la ‘transizione ordinata’ senza troppe alternative: lo sa soprattutto l’esercito che sopravvive grazie ai fondi americani”. (red)

21. Obama frena: “Mubarak gestisca la transizione”

Roma - “La Casa Bianca – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - frena le pressioni per ottenere le dimissioni dal presidente egiziano Hosni Mubarak, recapitandogli le condizioni per essere lui a guidare la ‘transizione ordinata’ auspicata dal Segretario di Stato Hillary Clinton. Sono due alti funzionari della Casa Bianca a far trapelare il contenuto dei messaggi trasmessi al Cairo nell’evidente intento di spingere Mubarak ad agire. Ecco le condizioni: garantire il libero svolgimento delle elezioni presidenziali di settembre senza ricandidarsi; sospendere le leggi di emergenza in vigore dal 1981; consentire alle organizzazioni non governative di operare liberamente; scarcerare i prigionieri politici. Il passo di Washington avviene poche ore dopo che la tv egiziana ha trasmesso le immagini dell’insediamento del nuovo governo nominato da Mubarak. L’intento è di far sapere subito al Raiss che ‘le riforme non possono aspettare’ come dice Robert Gibbs, portavoce di Obama: ‘Transizione ordinata significa andare verso elezioni davvero libere passando attraverso cambiamenti della Costituzione e negoziati degni di questo nome con i rappresentanti della gente nelle piazze’. Gibbs aggiunge che ‘non sta a noi ma al popolo egiziano decidere i nomi che saranno sulle schede elettorali in settembre’ senza pronunciarsi sulla candidatura di Mohammed El Baradei ma facendo capire che deve essere Mubarak a fare un passo indietro. Nel complesso si tratta di una frenata politica rispetto all’orientamento dell’amministrazione Obama mostrato venerdì e sabato, quando la scelta era stata di puntare sui generali e sul neo-designato vicepresidente Omar Suleiman per esautorare Mubarak. Il motivo dell’inversione di marcia, si apprende da fonti diplomatiche a Washington, è che ‘i generali egiziani esitano’. Ad evidenziarlo è quanto avvenuto quando Mubarak ha ricevuto Suleiman, il ministro della Difesa Mohammed Hussein Tantawi e il capo di stato maggiore Sami Hafez Enan. A Washington c’è chi attendeva da quell’incontro le dimissioni di Mubarak - e in effetti Suleiman e Tantawi le avrebbero chieste - ma il Raiss ne è uscito a testa alta, mettendo a nudo l’incertezza dei militari. È stato tale sviluppo che, fra domenica sera e ieri pomeriggio, ha fatto maturare nella Casa Bianca il timore del peggio ovvero il rischio che le titubanze dei generali possano portare l’Egitto verso uno scenario simile all’Iran del 1979. Da qui – prosegue Molinari su LA STAMPA - la considerazione, fatta dal capo della commissione Esteri del Senato John Kerry, che ‘Mubarak ancora non ha lasciato il potere’ e dunque resta il principale interlocutore di Washington. Dai colloqui di Obama con il re saudita e i premier di Turchia e Israele sarebbe inoltre emerso un convergente timore per ‘lo scenario peggiore’ mentre i contatti con Bruxelles hanno portato a condividere l’auspicio per ‘libere e giuste elezioni’ reso pubblico dai ministri dell’Ue. Lo scenario della ‘transizione ordinata’ profila tempi medio-lunghi di alta tensione in Egitto e questo è il motivo che ha spinto Obama a ordinare ai marines di accamparsi nel giardino dell’ambasciata al Cairo. Dietro la scelta di Obama di offrire a Mubarak la chance di traghettare il Paese verso il voto ci sono anche motivi di politica interna. La crisi egiziana ha azzerato l’impatto dell’agenda ‘Vincere il futuro’ illustrata nel discorso sullo Stato dell’Unione facendo temere uno stop nel recupero di popolarità del presidente senza contare che, come dice il guru politico David Axelrod a UsaToday , ‘la cosa peggiore che può capitarci in vista del 2012 è un’altra crisi finanziaria’, come quella che potrebbe scaturire dall’Egitto, le cui turbolenze – conclude Molinari su LA STAMPA - hanno già fatto arretrare le borse e decollare il greggio”. (red)

22. Visti da Teheran

Roma - “Quando i manifestanti tunisini – scrive IL FOGLIO - sono riusciti a mettere in fuga il loro vecchio presidente, Zine el Abidine Ben Ali, alcuni analisti hanno pensato che fosse l’inizio di una rivolta in grado di lambire l’Iran e di rovesciare uno dei regimi più violenti e più longevi del medio oriente. A due settimane di distanza, tuttavia, nulla ha distratto la quiete dell’ayatollah Ali Khamenei e della sua corte. Viste da Teheran, le rivolte che agitano il mondo arabo sono un segnale estremamente positivo, rileva il sito internet Foreign Policy: è come se gli eventi avessero preso all’improvviso una piega inattesa e positiva. Secondo i commentatori iraniani, il caso della Tunisia e quello dell’Egitto provano che la politica americana ha fallito, così come quella dell’Unione europea. Il governo di Teheran e i suoi alleati più fedeli, a partire da Hezbollah, sono stati fra i primi a congratularsi con le piazze: ‘La voce del coraggioso popolo egiziano è la stessa voce della rivoluzione – ha detto nel fine settimana il capo del Parlamento iraniano, Ali Larijani – Ora, questo movimento di nobili crea scalpore fra i leader dispotici del medio oriente’. A giudicare dagli avvenimenti degli ultimi due giorni, gli iraniani hanno parecchie ragioni per essere soddisfatti. In Egitto, Mohammed ElBaradei ha formato un gruppo anti Mubarak con i Fratelli musulmani e ha già incontrato i rappresentanti dell’esercito per programmare la transizione. I Fratelli musulmani sono un gruppo islamico al limite della legge che ha legami con diverse organizzazioni terroristiche. L’ex direttore dell’Aiea cercò di stringere un’alleanza con loro già prima della rivolta: ci è riuscito adesso che la piazza ha preso il sopravvento sul governo. Anche in Tunisia potrebbe cominciare una nuova fase per gli integralisti. Rachid Ghannouchi, il leader di Ennahda (Rinascita), è tornato in patria domenica dopo vent’anni di esilio in Europa e migliaia di persone lo hanno accolto come un eroe. Il governo tunisino aveva escluso il suo rientro la scorsa settimana: ‘Non è possibile, servirebbe un’amnistia per permettergli di tornare a Tunisi’, aveva detto il primo ministro, Mohammed Ghannouchi. Ma domenica – prosegue IL FOGLIO - il suo omonimo Rachid è atterrato nella capitale con tutti gli onori del caso e ha già annunciato di essere pronto alle elezioni. ‘Ci prepareremo al voto – ha detto – Sappiamo che il passaggio dal regime alla democrazia richiede la partecipazione di tutte le forze che compongono la società civile’. La possibilità che un partito islamista come Ennahda si avvicini al potere nell’instabile Maghreb è una buona notizia per gli ayatollah, che possono legittimamente sperare di espandere la loro influenza sulla regione. Per uno strano incrocio, sia l’Iran sia gli Stati Uniti hanno salutato con favore le ultime notizie in arrivo dal mondo arabo. Ma le loro valutazioni sono opposte: l’Amministrazione Obama intercetta a Tunisi e al Cairo il desiderio di intraprendere un percorso democratico; gli iraniani, al contrario, avvertono la crisi dei governi secolari promossi dall’occidente. Così, il Parlamento di Teheran ha votato in fretta una mozione di sostegno al popolo egiziano, mentre Hezbollah è stato il primo partito del medio oriente a schierarsi con i giovani tunisini e con la loro rivoluzione. Ma gli slanci del governo iraniano servono anche a coprire un problema reale. Le elezioni presidenziali del 2009, vinte da Mahmoud Ahmadinejad, hanno trascinato il paese in una lunga rivolta contro il governo. Ora il regime vuole impedire che l’opposizione approfitti del momento e torni a manifestare in piazza. Per farlo, offre al paese un’interpretazione positiva della storia: gli egiziani hanno scelto di ribellarsi all’occidente come abbiamo fatto noi nel 1979 e riusciranno a cacciare il dittatore Hosni Mubarak. Questa versione è molto diffusa nei circoli conservatori vicini ad Ahmadinejad ed è condivisa dai suoi alleati più stretti. A partire dal presidente siriano, Bashar el Assad, che ieri ha rilasciato una lunga intervista al Wall Street Journal nella quale ha spiegato le differenze tra Damasco e il Cairo. ‘La Siria è stabile – ha assicurato – Bisogna sempre essere vicini alle ragioni del popolo. E’ un punto fondamentale. Se ti allontani nascono i problemi, si crea un vuoto che genera disturbi’. Ma il sistema di governo di el Assad non è molto diverso da quello di Mubarak: a Damasco, come al Cairo, la guida della nazione è affidata a un leader autoritario, la legge speciale è in vigore da dieci anni e i servizi segreti tengono a bada le piazze. Anche quelli – conclude IL FOGLIO - che oggi cantano vittoria, in fondo, pensano ai guai di Ben Ali e Mubarak”. (red)

23. Bonino: Occidente parla di democrazia ma appoggia regimi

Roma - Intervista di Cecilia Zecchinelli a Emma Bonino sul CORRIERE DELLA SERA: “‘La libertà e i diritti civili e politici sono valori universali a cui tutti i popoli, senza distinzioni, legittimamente aspirano. E se la prima responsabilità di quanto avviene in Egitto e Tunisia e potrebbe accadere in Algeria, Giordania o Sudan è di quei regimi, la seconda è delle democrazie occidentali per il loro sostegno acritico ai governi più autoritari, in nome della ‘stabilità’‘ . E’ su questo punto che insiste Emma Bonino, vicepresidente del Senato, radicale, attivista per i diritti umani, che ha vissuto a lungo al Cairo e ha poi continuato a seguire l’evoluzione (involuzione) della società egiziana. Come si è arrivati a queste sollevazioni? ‘Era impossibile prevedere il giorno esatto, ma una pentola a pressione senza valvola di sfogo per forza esplode. La stragrande maggioranza dei nostri diplomatici, politici, esperti, giornalisti non l’avevano capito perché non conoscono l’arabo, in missione incontrano solo l’establishment, pensano che democrazia e stato di diritto siano esclusive dell’Occidente, il che è stato ed è una forma di paternalismo deleterio e di razzismo. Ce lo ricordava Amartya Sen nel suo libro ‘Libertà come sviluppo’, troppo presto dimenticato. Lo sosteneva Kofi Annan, e veniva preso per pazzo’ . Come spiega questa posizione? ‘L’Occidente ha sempre sostenuto dittatori corrotti e sanguinari, da Amin Dada a Bokassa, prima in chiave anti-comunista, poi in quella anti-terrorismo e anti-qaedista. Ora siamo tornati alla Realpolitik tradizionale, basta essere pro libero mercato per essere ‘affidabili’. Una politica miope che ha spianato la strada agli estremismi e paradossalmente sacrificato una stabilità più durevole in cambio di una a corto respiro. E poi noi occidentali abbiamo questa malattia congenita di preferire l’uomo forte a forti istituzioni’ . Vale per Usa, Europa, Italia? ‘Ancora in questi giorni abbiamo sentito dalla Clinton ai francesi, con particolare cinismo, puntare sulla sopravvivenza dei vari raìs, invocando magari la loro ‘saggezza e lungimiranza’, come ha fatto Frattini, senza prendere minimamente in considerazione le legittime rivendicazioni di quei popoli. Ma l’America di Obama è impegnata a uscire dalla crisi economica e dall’eredità di Bush, guarda all’Asia. Per l’Europa è diverso’ . Cosa rimprovera all’Europa? E all’Italia? ‘Di continuare a chiudere la porta in faccia alla Turchia, di essere disattenti verso la sponda Sud del Mediterraneo, nonostante iniziative grandiose e velleitarie come il Processo di Barcellona e l'Unione per il Mediterraneo, di rinunciare a ogni iniziativa in Medio Oriente per ‘due popoli, una democrazia...’, magari favorendo l'entrata di Israele nell'Ue, di predicare mentre calpesta i diritti delle minoranze e degli immigrati ed è in corso una vera crisi della e delle democrazie. E l’Italia non fa nemmeno una scelta europea, ma preferisce i Putin e i Gheddafi. Vuole la Turchia nell’Ue ma è poco determinata nel promuoverlo, anche se questo governo appoggia le nostre lotte, ad esempio, contro la pena di morte e le mutilazioni delle bambine’ . In questa lotta lei ha lavorato con Suzanne Mubarak. ‘Perché non ho paura di dialogare con chicchessia per promuovere aperture, difendere i diritti delle donne, portare avanti i valori di democrazia. In Egitto, ad esempio, la lotta contro le mutilazioni ha successo perché le donne hanno una grandissima vitalità che molti da noi non vedono. La leadership resta maschile, non è la Svezia, ma soprattutto le giovani partecipano alle proteste, si fanno sentire’ . Come vede la transizione in Egitto e Tunisia? ‘Difficile, complessa, piena di rischi: tutto farei tranne elezioni rapide, non dobbiamo ripetere gli errori fatti in Afghanistan pensando di esportare la democrazia sui missili cruise e dopo la distruzione andando alle urne. Poco importa la persona, ElBaradei o un altro, prima va attuata una vera trasformazione. Ci sono molti rischi ma anche opportunità’ . E in sintesi cosa chiede a Europa e Usa? ‘Di ripensare le loro politiche, tenendo sempre in mente che la democrazia sta sempre dalla parte giusta della Storia’”. (red)

24. ElBaradei: non possiamo fermarci

Roma - “Sembrava quasi imbarazzato l’altra sera quando finalmente ha fatto il suo ingresso in Piazza Tahrir, ha preso il megafono in mano mentre centinaia di manifestanti si accalcavano per ascoltare finalmente le sue parole, la sua voce. E Mohammed El Baradei – riporta Fabio Scuto su LA REPUBBLICA - non li ha delusi. ‘Siamo qui per farla finita con questo regime’, ha detto subito il Premio Nobel per la Pace rompendo ogni indugio. Sembra lui l’uomo del ‘destino’ per l’Egitto, sostenuto ormai da una coalizione che va dagli oppositori laici ai Fratelli Musulmani, passando per la nebulosa del popolo di Internet. Ma a dispetto del suo ‘nuovo ruolo’ l’ex direttore dell’Aiea non si trova a suo agio con la stampa o la tv. Anzi distilla i suoi incontri con i giornalisti. Ieri, una giornata storica nella Terra dei Faroni, ha trascorso gran parte del tempo nella sua casa nella periferia residenziale del Cairo, discretamente guardata a vista da uno stretto circolo di sostenitori. Ha cercato di cucire insieme le anime di questo movimento, ha mandato segnali dentro l’Egitto e all’estero, perché non ha alle spalle un vero partito e questo è insieme la sua forza e la sua debolezza. ‘Sulle tv americane non smettono di dire che se Mubarak lascia il potere saranno i Fratelli Musulmani a prendere il potere, ma non è così il popolo si è unito per chiedere i suoi diritti, e lui ci potrà portare fuori da questo pantano’, dice uno dei suoi collaboratori che preferisce essere chiamato solo per nome, Tamer. Ma è indubbio che dietro le mura di quel palazzetto borghese si stanno tessendo le trame per l’Egitto del futuro. ‘Quello che avete cominciato non si deve fermare’, manda a dire al variegato mondo dei suoi sostenitori e certo loro non hanno bisogno di farselo dire. Per la prima volta ci sono anche i religiosi di ‘Al Azhar’, centro sunnita prestigioso e soprattutto un tempo molto vicino al governo. Un segnale seguito anche da una parte della redazione di Al Ahram, quotidiano filo-governativo, che si è schierata con lui, come hanno fatto decine di giudici del Tribunale della capitale che sono scesi in piazza con i manifestanti. E’ stata una lunga notte per Mohamed El Baradei quella fra sabato e domenica, conferma suo fratello Ali, è stata la notte in cui ha ricevuto il mandato da tutta la galassia degli oppositori a Mubarak il mandato di formare un governo di salute pubblica per una transizione democratica. Non lo imbarazza – prosegue Scuto su LA REPUBBLICA - il sostegno dei Fratelli Musulmani, dopo che la confraternita ha deciso di aderire apertamente alle manifestazioni di piazza. ‘I Fratelli sono un gruppo islamico conservatore, ma non hanno niente a che vedere con l’estremismo’, dice oggi El Baradei nel tentativo di rassicurare sul ruolo del movimento islamico, illegale ma tollerato in Egitto. E loro di rimando, per voce di uno dei leader Essam el Erian, annunciano che è ‘l’uomo giusto per trattare con il regime l’uscita di scena per Hosni Mubarak’. Certo lo spettro del caos in un Paese di ottanta milioni di persone, strategico per collocazione geografica e per ruolo nella regione, ha fatto dire al segretario di Stato Hillary Clinton che gli Usa vorrebbero vedere ‘una transizione ordinata in modo tale che nessuna riempia un vuoto’ e vede ora in El Baradei una figura rassicurante. Strano destino quello di questo avvocato prestato alla diplomazia internazionale. Quando nel 1997 sostituì Hans Blix come direttore generale dell’Aiea, furono gli Stati Uniti a sostenere la sua candidatura mentre il governo egiziano allora lo ignorò completamente. Il suo background sembrava avere un mix ideale di educazione occidentale e la familiarità con il Terzo Mondo e nel 2001 ottenne un secondo mandato. Prima dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003 mise in dubbio, scontrandosi frontalmente con l’Amministrazione Bush, il fatto che Saddam potesse avere un programma nucleare segreto come sosteneva Washington per giustificare l’attacco all’Iraq. E forse per questo, per aver resistito a quella truffa messa in piedi all’Onu dagli Usa, nel 2005 gli venne dato il premio Nobel Per la Pace. Quando l’anno scorso alla fine del suo mandato rientrò in Egitto ebbe un’accoglienza quasi trionfale da centinaia di simpatizzanti all’aeroporto del Cairo. Cercò subito di riunire l’opposizione attorno a un progetto di riforme democratiche e a una revisione della Costituzione. Quest’uomo austero e certamente non un brillante - ma reputato onesto e certamente per nulla legato alle mafie del potere egiziano - suscitò subito grande simpatia fra i giovani e nelle classi medie egiziane. Il regime di Mubarak sentì il pericolo che rappresentava e partì una violenta campagna sulla stampa governativa che lo descriveva come un ‘estraneo’, un ‘agente di potenze straniere’. Le foto della figlia Laila in costume da bagno, e quelle del suo matrimonio dove al banchetto si brindò con del vino, finirono sui giornali egiziani nel tentativo di screditarlo agli occhi della società egiziana più conservatrice. Certo anche i lunghi e frequenti soggiorni all’estero - dove vivono entrambi i figli - e una certa difficoltà a far mantenere la disciplina fra i suoi sostenitori gli sono valse delle critiche anche nel suo entourage. ‘Questa è una situazione completamente diversa’, taglia corto adesso il fratello Ali. Sì è una situazione completamente diversa. Oggi – conclude Scuto su LA REPUBBLICA - Mohammed El Baradei sarà nella testa e nel cuore di milioni di egiziani che in tutto il Paese marceranno per farla finita con Mubarak e le loro speranze di cambiamento non possono essere deluse”. (red)

25. L’Egitto dopo il regime

Roma - “Con il regime di Mubarak – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - sta collassando la sua prospettiva per il futuro, la successione dinastica e il passaggio di consegne al giovane Gamal. E’ difficile credere che, dopo questi sette giorni di proteste, il rais egiziano possa ancora imporre una sua via d’uscita alla piazza. Fouad Ajami ha citato in un suo articolo sul Wall Street Journal un breve passaggio di un libro di Nagib Mahfuz: l’amante del faraone dice di aver sentito voci di una possibile rivolta, ‘dicono che i sacerdoti sono molto potenti, possono prendere il controllo del cuore e delle menti della gente’. Il faraone sorride e risponde: ‘Ma io sono il più forte’. Che ne sarà della rabbia del popolo?, insiste la ragazza. ‘Si calmerà – risponde il faraone – quando mi vedrà sulla mia carrozza’. E’ evidente che Mubarak non è il più forte, e la protesta non si è affatto fermata quando è apparso in televisione. Ora è necessario capire chi giocherà il ruolo del faraone, perché un Egitto senza guida – e senza una guida chiara – è uno scenario che neppure i più pessimisti prendono in considerazione. Da un lato c’è l’esercito che, come in Tunisia e come accade spesso nelle dittature, vuole svolgere un ruolo di garante della transizione. Dall’altro ci sono i religiosi, quei Fratelli musulmani che svolgono il ruolo di guide e di curatori, occupandosi della coscienza degli egiziani come del funzionamento delle loro fognature. In mezzo c’è ElBaradei, accolto come l’eroe del riformismo egiziano ma di fatto più accreditato nei salotti di Vienna che in quelli del Cairo, che fa patti con la Fratellanza e dialoga con l’esercito. I media occidentali si sono entusiasmati per la rivolta, innamorandosi del riformismo chic di ElBaradei e sottovalutando la minaccia dei Fratelli musulmani, che in Europa hanno la voce suadente dei Tariq Ramadan. I governi occidentali procedono con cautela, perché, finita l’avventura della ‘freedom agenda’, del ‘I say what I mean and I mean what I say’, non sanno nemmeno più cosa augurarsi (tranne Israele, che dice: meglio Mubarak che l’instabilità). Forse bisognava investire prima su una transizione, quando ancora non c’era la piazza in rivolta. Non è stato fatto – conclude IL FOGLIO - ma è indispensabile iniziare subito, perché l’euforia è un lusso da analisti, poi restano i militari, o i turbanti”. (red)

26. La retromarcia di Washington

Roma - “Non poteva esserci prova più difficile per Obama – scrive Boris Biancheri su LA STAMPA - di quella che gli impone oggi la situazione in Egitto. Ha appena finito di pronunciare un discorso sullo stato dell’Unione nel quale ha parlato molto di ciò che l’America deve fare per ritrovare se stessa e, non a caso, poco di ciò che sta avvenendo nel resto del mondo. Sugli avvenimenti di Tunisia si era espresso senza alzare i toni ma facendo intendere che la ventata di rinnovamento che ha percorso quel Paese non poteva non riscuotere simpatia anche a Washington. Dirlo, d’altronde, non gli costava gran che: Ben Ali non c’era già più, aveva già fatto le valigie e così anche tutti i suoi parenti ed amici che avevano avuto il tempo di seguirlo. Ma Mubarak è un’altra cosa. Mubarak è ancora lì e non pare finora avere l’intenzione di seguire l’esempio del suo collega tunisino. In Egitto, sembrava alcuni giorni fa che la designazione di Suleiman a vice-Presidente indicasse che le chiavi del potere erano passate all’esercito e che la transizione - cioè l’uscita di Mubarak dalla scena - fosse ormai in atto. E infatti, domenica scorsa, la signora Clinton ha auspicato pubblicamente che al Cairo si attuasse una transizione ordinata verso l’aspirazione popolare alla democrazia e a migliori condizioni economiche. Ma, per ora, la transizione, ordinata o no che sia, non c’è. Le manifestazioni popolari continuano, Suleiman è stato nominato vice-Presidente ma il Presidente è sempre Mubarak e non si muove. Si sono levate invece – prosegue Biancheri su LA STAMPA - molte voci per consigliare alla Casa Bianca maggiore cautela di linguaggio. Le prime e le più esplicite sono state quelle israeliane. Mubarak ha rappresentato in effetti per dei decenni una garanzia di stabilità per l’intera regione e per Israele in particolare. All’interno ha tenuto sotto controllo il partito dei Fratelli Musulmani, che seppur costituisce il maggior nucleo di opposizione organizzata, è largamente minoritario. In seno alla Lega Araba, l’Egitto costituisce una voce moderata. E’ ovvio che a Gerusalemme si guardi con preoccupazione a improvvisi traumatici mutamenti in direzioni diverse, quali esse siano. Ci sono anche gli altri potentati arabi che, di fronte a una troppo liberale posizione di Washington, aggrottano le ciglia: un incoraggiamento degli Stati Uniti a chi rivendica democrazia e diritti umani e mira a rovesciare chi sta al potere negando quei diritti, non può che suscitare apprensione in buona parte del mondo arabo, dagli Emirati, all’Arabia Saudita alla Giordania stessa. Ci sono poi le voci dei repubblicani, che Obama non può ignorare. C’è lo spettro di ripercussioni gravi sul piano economico, conseguenti anche a una eventuale paralisi di quel punto cruciale dei traffici che è il Canale di Suez, ci sono le conseguenze sui rapporti economici bilaterali qualora la situazione degradasse ulteriormente. La realtà è che, quale che sia la posizione americana in ordine agli avvenimenti egiziani, Obama rischia di essere perdente. Se parte dal presupposto che l’era Mubarak è finita, affretta i tempi verso un pericoloso precipizio. Se invece prende le distanze dai movimenti popolari in atto in Egitto e altrove, rischia di riaccendere i sentimenti antiamericani che serpeggiano in tanta parte del mondo arabo anche non radicale o estremista. Se avalla i dittatori, contraddice clamorosamente se stesso, la sua visione del mondo e coloro che hanno creduto sinora nel suo messaggio di equità e di libertà. Nella loro inattesa e succinta dichiarazione ‘europea’, inglesi, francesi e tedeschi se la sono cavata invitando entrambe le parti alle moderazione. Washington si era spinta più avanti, ma ci ha ripensato e sta tornando indietro. Una transizione vi sarà inevitabilmente e d’altronde – conclude Biancheri su LA STAMPA - era comunque prevista; ma è preferibile forse che non avvenga sotto la spinta della piazza. Una cosa è comunque sicura (e noi dovremmo essere i primi a saperlo): non serve a molto chiedere di dimettersi a chi ha il potere in mano se non si spiega cosa verrà dopo di lui”. (red)

27. Obama elefante nella cristalleria mediorientale

Roma - “Il presidente americano Obama – scrive Fiamma Nirenstein su IL GIORNALE - dovrebbe smetterla di pasticciare col Medio Oriente, di cambiare posizione due volte in due giorni sulla più grave delle situazioni sul tappeto della pace mondiale, il futuro dell’Egitto. Dovrebbe smetterla di mettersi in relazione con il bene assoluto invece che con quello della sua nazione e di tutto il mondo che, dietro agli Usa, crede nella libertà, nel libero mercato, nella monogamia, nei diritti delle donne. Che frivolezza è mai questa? Che razza di informazioni ha la signora Clinton quando ci dice che ‘Non importa chi detiene il potere (comunque, non si sa mai, magari Mubarak la sfanga, sembra sottintendere questa frase ndr), il punto è come risponderemo ai legittimi bisogni e alle lagnanze del popolo egiziano’. Ottimo, ma Obama, che ha dato questa linea mollando il suo alleato di sempre, il suo punto di riferimento nel mondo arabo dopo parecchie ore di incertezza, lo sa che fra le ‘lagnanze’ le più dure (ormai comuni in piazza) oltre che contro Mubarak, inveiscono contro gli Usa e Israele, e contro il mondo occidentale in generale? Lo sa che questa grande rivoluzione di piazza, che nella nostra visione ha soprattutto connotati sociali, deve invece essere misurata su connotati culturali islamici completamente diversi? Ma ci richiama alla realtà il sito jihadista salafita Minbar Al Tawhid dove il prominente clerico Abu Mundhit Al Shinqiti raccomanda di partecipare alle manifestazioni spiegando: ‘Siamo sull’orlo di uno stadio storico perlanazione islamica, la caduta del regime egiziano sarà simile al terremoto dell’ 11 di settembre’. L’11 di settembre, Presidente! Obama – prosegue Nirenstein su IL GIORNALE - dovrebbe ascoltare il chiaro suggerimento di Al Shinqiti. Sa che in queste ore fra le varie forze in campo si gioca la trattativa per un governo in cui la Fratellanza Musulmana dovrebbe avere un ruolo preminente? Che l’abbiamo attraversata di già, con gli Hezbollah in Libano, questa fase ‘democratica’? Sa che gli slogan nelle piazze hanno un carattere sempre più antiamericano e antisraeliano? La piazza egiziana dice e scrive sui muri: ‘Gli Usa sostengono il regime non il popolo’; per Mubarak hanno scritto sul ponte più grande del Cairo ‘Traditore, vattene in Israele’; e ‘Questa è la fine di tutti gli ebrei’. Obama non vede quello che ha combinato in Medio Oriente con la sua piacioneria? Ha lasciato, fingendo di sostenere il governo libanese, che gli hezbollah ne facessero una colonia iraniano-siriana; ha rafforzato il potere di Assad, un dittatore che adesso spiega che la Siria è stabile perché ha evitato ogni accordo di pace con Israele. Obama ha lasciato che la Turchia scegliesse la sponda islamista. Ha abbandonato Israele ai lupi, con varie sdolcinatezze su qualche appartamento a Gerusalemme est senza mai accorgersi che il Maghreb, l’Egitto, la Giordania stavano prendendo fuoco. Magari le rivoluzioni democratiche fossero avvenute perché Obama, come George Bush, ha scelto la via dei dissidenti. Al contrario, quando i dissidenti erano là a centinaia di migliaia nelle piazze di Teheran, Obama li ha piantati in asso. Quali dissidenti adesso sta aiutando Obama con la sua presa di posizione anti leadeshisp egiziana? Non certo Saad Eddin Ibrahim, non Ayman Nur, disperati democratici spesso incarcerati, abbandonati dagli USA. Obama non ha mai seriamente cercato di aiutarli di fronte allo strapotere di Mubarak. Oggi, inutile invocare la democrazia senza averne preparato le infrastrutture. La transizione non fa sconti; le elezioni, come è accaduto con Hamas, diventano sovente un’acuta arma contro il popolo stesso. Sarebbe un bel risultato per Obama, adesso, farfalleggiare con i diritti umani mentre va al potere un popolo che per il59 per cento preferisce l’islamizzazione e per il 29 la modernizzazione; che per l’82 per cento è per la lapidazione a chi commette adulterio e per l’84 chiede la pena di morte per chi cambia religione. Obama le legge le famose ‘Pewpoll’? Le legga, il presidente americano, e smetta – conclude Nirenstein su IL GIORNALE - di inchinarsi al re saudita come fece a Riad; di inchinarsi all’Islam come fece all’Università di Al Azhar al Cairo; allo status quo in Iran; e ai dimostranti egiziani, senza indagare il futuro”. (red)

Al Jazeera, sia testimone che agit-prop

Salvataggi Ue: arma a doppio taglio