Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Cosa ci vuole? Un gigantesco “mea culpa”

In un lunghissimo articolo su Repubblica, Barbara Spinelli invoca una «rivolta della decenza» contro Berlusconi. Come se il resto della politica, invece, fosse sano e affidabile

di Federico Zamboni

Sbagliati i toni, sbagliati i contenuti, sbagliato soprattutto l’approccio. Il pezzo firmato da Barbara Spinelli e pubblicato ieri da Repubblica, con rango di articolo di fondo e inizio in prima pagina, rispecchia i vizi dell’antiberlusconismo peggiore: quello che inorridisce dei vizi del presidente del Consiglio, e del suo ributtante entourage di vecchi marpioni e di giovani o giovanissime “accompagnatrici”, ma che sorvola completamente sui propri. Nel falso presupposto che, essendo meno evidenti, non vi siano affatto. O siano comunque di scarso rilievo.

Spinelli utilizza la forma della lettera aperta, e inizia perciò con un mellifluo «Cari elettori berlusconiani» accompagnato da un seguito altrettanto stucchevole: «vi sarà giunta voce, immagino, che gli italiani sono divenuti un enigma per le democrazie alleate. Il mistero non è più Berlusconi, che da anni detiene un potere non normale: controllando tv, intimidendo giornali e magistrati. Dopo tante elezioni, siamo noi, singoli cittadini, a essere il vero rebus. Quel che ripetutamente ci chiedono è: "Perché continuate a volerlo? Perché insistete anche ora, che viene sospettato di corruzione di minorenni e concussione?". Nessun capo di governo potrebbe durare più di qualche giorno, fuori Italia: la stampa, la televisione, i suoi pari lo allontanerebbero, costringendolo a presentarsi ai giudici. Di questo le democrazie non si capacitano: se non ora, quando vi libererete?». 

Il primo livello dello schema è palese: da una parte ci sono le mature ed evolute e rassicuranti «democrazie [che] non si capacitano»; dall’altra c’è l’Italia disastrata e oppressa e inquietante di quel «Berlusconi, che da anni detiene un potere non normale: controllando tv, intimidendo giornali e magistrati». Il secondo livello è occulto: quelli che sono contro Berlusconi – a cominciare dall’ambiente giornalistico e culturale (ed economico, e politico) che ruota intorno a Repubblica, ovvero al suo editore Carlo De Benedetti – sono affini alle suddette democrazie internazionali, così affidabili e dabbene, e ne condividono le ottime intenzioni e le prassi rigorose; i valori fondanti e le dinamiche concrete; il rispetto, formale e sostanziale, per la volontà dei cittadini e per i loro bisogni, sia materiali che interiori.

Il cerchio, dopo interminabili divagazioni, si chiude nel finale: «la storia italiana è anche storia di decenza, di morti caduti difendendo lo Stato, contro le mafie. Anche voi ammirate questa storia: avete ammirato i tre ultimi capi di Stato, e prima Pertini. Senza di voi tuttavia il Quirinale può poco e l'Europa ancor meno. Ambedue ci risparmiano per ora il baratro, e forse l'Europa solo economico-monetaria è un po' la nostra sciagura: i pericoli, ci toccherà intuirli dietro tanti veli. Ma li intuiremo. Se l'Egitto ha avuto la rivoluzione della Dignità, perché l'Italia non può avere una rivolta della decenza? La decenza ricomincia sempre con la riscoperta di leggi superiori a chi governa, del diritto eguale per tutti, della libera parola».

E chi sarebbero, gli alfieri e i baluardi di questa «decenza»? I D’Alema? I Veltroni? I Casini? I Di Pietro? Oppure – per tornare ai «tre ultimi capi di Stato» che tutti, persino i «cari elettori berlusconiani», avrebbero «ammirato» – sono i Cossiga, gli Scalfaro, i Ciampi? 

Un conto è rilevare che Berlusconi abbia spinto alle estreme conseguenze, soprattutto per il modo in cui lo esibisce, il degrado della politica nazionale. Tutt’altra cosa è contrapporlo a un mondo politico, e giornalistico, e culturale, che sarebbe invece il custode di chissà quali tesori di moralità e correttezza e che alberga dalle parti dell’attuale, e cosiddetta, Opposizione. Chiunque abbia avuto modo di entrare in contatto con un qualsiasi ambito legato direttamente o indirettamente ai partiti della Prima Repubblica, e alle loro filiazioni postdemocristiane o postcomuniste, sa benissimo che la lottizzazione è stata e continua a essere una prassi abituale e invasiva. Il clientelismo è stato declinato in tutte le sue varietà possibili e immaginabili, e quanto a prostituzione, senza sottovalutare di un niente quella sguaiata e grottesca delle comitive di ragazze e ragazzine sempre pronte a precipitarsi ad Arcore per intrattenere il Grande Capo, ce n’è stata e ce n’è a carrettate anche altrove. Non solo sessuale. Non solo femminile. Non solo finalizzata a strappare un posticino da consigliere regionale o una scrittura di secondo piano in tv o al cinema.

Dove sarebbe, la decenza di cui ciancia la Spinelli? E soprattutto: in che cosa consiste, oltre che nel tenere una condotta più discreta, ovverosia più accorta? Ben prima che spuntasse Silvio, e la sua corte di fervorosi e spregiudicatissimi leccapiedi, i concorsi pubblici erano vinti sistematicamente dai raccomandati e gli appalti dalle aziende degli amici e degli amici degli amici. Per chi non aveva i proverbiali santi in paradiso era difficilissimo, e quasi impossibile, ottenere quel che gli spettava, dalle cose più infime in su. 

L’unica maniera di liberarsi di Berlusconi, e di ogni suo possibile epigono, è fare un gigantesco e sincero mea culpa. L’esatto contrario delle riflessioni dolenti e auto assolutorie di quelli che, come la Spinelli, continuano a raccontarci che lui è il gangster spuntato dal nulla. Il Campione del Male che è arrivato, chissà come, a spadroneggiare in un Paese sano e ben governato. Berlusconi è Al Capone? Possibile. Ma l’Italia dei primi anni Novanta in cui si è fatto largo era già la Chicago degli anni Venti. Corrotta. Cinica. Opportunista. E per nulla intenzionata a riconoscerlo e a farsene carico. Proprio come oggi. 

 

Federico Zamboni

 

 

Portogallo: Tassi record (e i Piigs riprendono a sprofondare)

Film - Il discorso del Re