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Film - Il discorso del Re

Una volta tanto le molte candidature all’Oscar sono meritate, e non solo per la grande prova di Colin Firth. Ed ecco l’affresco di un  tempo «in cui i Re, anche se già avevano ormai poteri poco più che formali, avevano ancora regalità»

di Ferdinando Menconi

Il discorso del Re di Tom Hooper ha fatto incetta di nomination agli Oscar 2011  e si è segnalato soprattutto per la grande prova di attore di Colin Firth, che interpreta il balbuziente Re Giorgio VI e che si è già assicurato il Golden Globe. In Italia, però, sarà difficile poter apprezzare in pieno la sua performance: da noi è praticamente impossibile poter vedere un film in versione originale.

Per fortuna abbiamo un’eccellente scuola di doppiaggio e, in situazioni normali, il doppiaggio è preferibile al sottotitolo, che tradisce spesso il testo originario, come e più del doppiaggio, e disturba l’immagine. Qualora, inoltre, uno non sia padrone della lingua il sottotitolo non gli permetterà di meglio apprezzare l’interpretazione dell’attore, se invece lo è non ha bisogno del doppiaggio, al limite apprezzerà di più l’aiuto della sottotitolatura ma in lingua originale: si va al cinema per vedere un film non per leggere un testo in didascalia, ma poter almeno disporre di scelta come in Francia non sarebbe male.

Per chiudere il discorso doppiaggio, è un peccato che non esistano Oscar per la categoria, perché la prestazione di Luca Biagini, che presta la voce a Colin Firth, riesce a rendere magnificamente l’evoluzione dell’eloquio, si fa per dire, di Re Giorgio dalla balbuzie al discorso che infiammò l’Inghilterra allo scoppio della II Guerra Mondiale. Non è però solo la voce a rendere superlativa l’interpretazione di Firth, vi sono mille altre sfumature nel riuscire ad interpretare un Re complessato costretto a trattare da pari a apri col suo logopedista, un uomo comune e anche australiano.

Non dimentichiamo che stiamo parlando di tempi in cui i Re, anche se già avevano ormai poteri poco più che formali, avevano ancora regalità, non erano merce da tabloid come gli Windsor di oggi, anche se il deterioramento cominciava allora: Giorgio VI ascese al trono perché il legittimo Re suo fratello, fu costretto ad abdicare per il noto affaire Wallis Simpson. Elisabetta II ha dovuto soffrire con gli interessi l’era degli scandali, inaugurata da suo zio, insieme al crollo dell’Impero, dovuto alla vittoria di Pirro nella guerra mondiale.

Il film soffre un po’ dei vizi di quasi tutti i film storici, didascalici e pedagogici, ma visto il dilagare dell’ignoranza da tivvù commerciali e stampa scandalistica, anche quando crede di fare politica, ben vengano questi film in una società che, alla faccia delle mille e mille giornate del ricordo strumentale, ignora e rinnega la sua storia. Non è solo una lezione di storia, però: il rapporto fra l’uomo comune e quello di sangue regale è ben tratteggiato grazie anche all’interpretazione di Geoffrey Rush, il logopedista, che spesso ruba la scena a Firth; a tratti viene da pensare che il vero protagonista sia lui, e comunque meriterebbe la statuetta tanto quanto “il Re”.

Le statuette cui è candidato il film sono tante e le merita tutte, soprattutto per come ha saputo rendere un’epoca, fra costumi e scenografie, ed anche per il coraggio della retorica al momento del discorso finale del Re. Ma in fondo quando si tratta di grandi eventi della storia la retorica non solo è perdonabile ma è dovuta, anche se la famiglia Windsor pare preoccuparsi, anche in quel momento, più della balbuzie del Re che delle sorti dell’Inghilterra, ed è una sfumatura di realismo che rende il film ancora più meritevole di Awards, primo fra tutti quello di non aver deluso le attese come spesso capita ai pompatissimi film da Oscar. 

Non è stato bravo solo l’ufficio stampa, questa volta.

Ferdinando Menconi

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