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Secondo i quotidiani del 10/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “ ‘Pm eversivi, farò causa allo Stato’ ”. A sinistra: “Il piano per le imprese. Tra fasce di incentivi”. Editoriale di Dario Di Vico: “Strada giusta, passo breve”. Di spalla: “L’equilibrio da ritrovare”. Al centro foto-notizia: “La Thatcher che fa sognare gli inglesi” e “Festa dell’Unità d’Italia. La Gelmini si schiera: meglio le scuole aperte”. In un box: “Fini e il futuro in terra straniera”. In taglio basso: “Borse, assalto a Wall Street per il primato mondiale” e “Vertice Bce, si ritira il rivale di Draghi”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi, guerra totale ai pm”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “Fuga dai fatti”. Di spalla: “Così i boss diventano padroni del voto”. Al centro foto-notizia: “Sì al piano-crescita. Marcegaglia: troppo poco” e “Bce, il tedesco Weber getta la spugna, ora il favorito è Draghi”. In taglio basso: “Perché è giusto non lavorare il giorno dell’Unità d’Italia”. 

LA STAMPA – In apertura: “Il premier: farò causa allo Stato”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Lo scenario drammatico del ’93-‘94”. Di spalla: “Trenta milioni: costa cara la casta dei politici single”. Al centro foto-notizia: “Innerhofer d’oro: ‘Così festeggio l’Italia’ ” e “La Consulta boccia le liste federaliste dei professori”. A fondo pagina: “Burqa bunga”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Superborse all’attacco dei listini” e in taglio alto: “Rito immediato, ‘prove evidenti’. Il premier: ‘Farò causa allo Stato’ ” e “ ‘Il governo è assente, tocca alle parti sociali’ ”. Editoriale di Walter Riolfi: “Obiettivo dimensioni ed efficienza”. Al centro la foto-notizia: “Bce. Il tedesco Axel Weber si ritira dalla corsa alla successione di Trichet”. Di spalla: “Se una farfalla in Cina scatena il ciclone materie prime”. A fondo pagina: “Crescita, parte solo un mini-piano”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Intercettazioni, spunta il decreto”. Editoriali: “Il recinto da cui bisogna uscire” e “Si torni ai padri della Carta”. Al centro foto-notizia: “ ‘Roma in Champions da protagonista’. Ecco il piano di DiBenedetto” e “Riforma degli incentivi al via. Gli industriali: scarso impatto”. In un box: “La scossa mancata”. In taglio basso: “Campi rom, gelo Maroni-Alemanno” e “Scuola, la Consulta boccia le liste del Nord: chi cambia provincia mantiene il punteggio”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Ecco i messaggini da pazzi”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro la foto-notizia “ ‘Figlia mia evita la piazza, è soltato roba da snob’ ” e “Anche Bossi contro il 17 marzo, ma gli ex An non mollano”. Di spalla: “Il piano è un buon inizio ma ora serve qualcosa in più”. A fondo pagina: “Ricordiamo le foibe, dimentichiamo l’orrore”. 

LIBERO – In apertura a tutta pagina: “Guerra santa”, con editoriale di Maurizio Belpietro. A fondo pagina: “Dopo 7 giorni di gogna cade l’accusa a Frattini” e “Via al decreto economia. Ma è una vera scossa?”. 

IL TEMPO – In apertura: “Il golpe puritano”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Un tesoro di ostacoli”. In apertura a destra: “Alla festa del Gop non si va d’accordo neppure sul Patriot Act”. Al centro “Il contropiano va piano” e “Il cerchio si stringe intorno al Cav.”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Attacco allo Stato”. A fondo pagina: “Scossa all’economia? Bersani: ma se non fa neppure il solletico”. (red)

2. Sì al piano-crescita, permesso tutto ciò che non è vietato 

Roma - “Obiettivo sviluppo. Il governo – riporta Antonella Baccaro sul CORRIERE DELLA SERA - apre ‘una nuova fase’ , puntando a una crescita del prodotto interno lordo, per il 2011, dell’1,5 per cento, rispetto all’ 1,3 per cento previsto finora. A questo scopo il Consiglio dei ministri ieri ha esaminato un pacchetto di misure, nessuna delle quali con immediata efficacia, tra cui la modifica di tre articoli della Costituzione e il riordino degli incentivi. ‘Siamo sicuri che ci saranno dei positivi sviluppi per tutta la nostra economia’ ha detto il presidente Silvio Berlusconi. Ma per il leader degli industriali, Emma Marcegaglia, se è ‘positivo che finalmente il cdm si concentri sul tema della crescita’ tuttavia l’impatto immediato delle misure ‘è piuttosto limitato ‘ . ‘Per essere onesti — ha spiegato— non è che la crescita la fai con un consiglio dei ministri’ . Anche per Rete Imprese Italia deve esserci ‘un impegno a più alto voltaggio’ . Ironico il leader del Pd, Pier Luigi Bersani: ‘Se arrivano all’1,5 per cento del Pil, prendo il saio e vado ad Arcore a piedi’ . Il Consiglio dei ministri ieri ha definitivamente approvato il disegno di legge costituzionale per la modifica degli articoli 41, 97, 118. Il primo, sulla libertà d’impresa, sarà modificato nel senso che verrà indicato esplicitamente che ‘è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge’ . Nell’articolo 97 invece viene inserito il concetto che ‘le pubbliche funzioni sono al servizio del bene comune’ , inoltre si specifica che ‘la carriera dei pubblici impiegati è regolata in modo da valorizzarne la capacità e il merito’ . Infine l’articolo 118, in cui si stabilisce che gli enti locali non solo favoriscono ma anche garantiscono l’autonoma iniziativa dei cittadini. Il governo ha esaminato, su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, uno schema di decreto legislativo che riordina il sistema degli incentivi. Il testo – prosegue Baccaro sul CORRIERE DELLA SERA - è stato approvato all’unanimità. Tre le categorie previste: gli incentivi automatici, tipo i buoni o i voucher per le imprese più piccole; i bandi per il finanziamento di programmi per le medie; le procedure negoziali per il finanziamento di grandi progetti d’investimento oltre i 20 milioni di euro. Gli obiettivi vengono definiti con cadenza triennale, individuando anche le relative risorse. La programmazione è annuale, tramite decreto dello Sviluppo e dell’Economia. Alle pmi andrà il 50 per cento delle risorse. Sarà creato un unico fondo nel quale affluiranno, dal 2012, le risorse destinate alle misure abrogate e quelle assegnate dal Cipe allo Sviluppo economico provenienti dal Fondo per le aree sottoutilizzate. Tra i provvedimenti approvati, il disegno di legge di adeguamento dell’ordinamento fiscale agli indirizzi europei. Si tratta di norme sull’Iva che introducono la non imponibilità delle cessioni di navi adibite alla navigazione in alto mare, di navi da guerra e delle prestazioni di servizi inerenti. Viene adeguata la normativa vigente in materia di territorialità dell’Iva e di lotta alle frodi fiscali. Sono recepite due direttive sempre sull’Iva. Per l’Irap invece – conclude Baccaro sul CORRIERE DELLA SERA - viene meno la deducibilità fissa del 10 per cento su Ires e Irpef per tenere conto delle differenze tra settori produttivi e territori. Rinviato il disegno di legge sulla concorrenza, il governo ha fissato una tempistica al Piano per il Sud e avviato un tavolo per favorire il rilancio del Piano casa, soprattutto nelle zone urbane degradate, e per varare alcune semplificazioni in tema di appalti”. (red)

3. Strada giusta, passo breve

Roma - “Quando un esecutivo regolarmente in carica – osserva Dario Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - elabora una ricetta per far ripartire la crescita va preso sul serio. Tanto più in un Paese-tartaruga quale purtroppo è diventata l’Italia e non per colpa di un solo schieramento politico. Del resto le opposizioni e le forze sociali hanno chiesto ad alta voce da mesi che il governo tornasse a governare e si occupasse dei problemi che angustiano gli operatori economici, le famiglie, i giovani. Ora, almeno a parole, palazzo Chigi ha dato ampie assicurazioni di volerlo fare e non ha senso dunque gridare ‘al diversivo’ . Conviene a tutti ragionare nel merito e procedere senza sconti. E allora la prima considerazione è che la scossa — termine ciclicamente ricorrente nella politica italiana — non sembra sostenuta da un robusto lavoro di ricognizione, prima, ed elaborazione, poi, sui reali nodi della crescita lenta. Manca qualcosa che assomigli a una visione compiuta dello sviluppo italiano, un racconto persuasivo delle cose che si andranno a fare e degli obiettivi che si intendono raggiungere a breve e a medio termine. Per farla breve non pretendiamo che Silvio Berlusconi scimmiotti all’improvviso il suo omologo inglese David Cameron, che organizzi dotte conferenze per sciorinarci ricette sulla Big Society o scomode analisi della società multiculturale, ma a qualcosa di più di un mero elenco di misure abbiamo diritto. Vorremmo, per esempio, sapere che intenzioni ha maturato l’esecutivo sulla riforma fiscale e che timing prefigura per la sua partenza. Proprio su queste pagine domenica 6 febbraio Mario Monti ha mostrato come si possa tentare di costruire per via pragmatica un’agenda dello sviluppo che abbia un preciso asse di politica economica, che punti a liberalizzare i settori compressi dalle chiusure di stampo corporativo e che non tema di pronunciare la parola ‘riforme’ . Del resto – prosegue Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - chiunque abbia avuto modo di vedere le immagini della conferenza stampa post Consiglio dei ministri ha potuto constatare con una certa meraviglia come il ministro dell’Economia non abbia voluto intestarsi più di tanto il pacchetto di provvedimenti appena varato. Quel ripetuto richiamo di Giulio Tremonti all’Europa come vera sede delle-decisioni-che-contano è parso una sottile presa di distanza dal lavoro fatto dai colleghi. E se così fosse, francamente sarebbe difficile dargli torto perché la gran parte dei dossier approvati ieri pare essere stato assemblato con il metodo del ripescaggio. In sostanza più di un ministro ha tirato fuori dai propri cassetti provvedimenti che per un motivo o per l’altro erano rimasti fermi e li ha (lodevolmente) riproposti. Il piano casa, la banda larga, la semplificazione delle procedure amministrative. Non è mancato nemmeno il rituale riferimento al completamento della moderna tela di Penelope, la Salerno-Reggio Calabria! Meglio così, si dirà, che lasciare quei dossier a prendere polvere nei ministeri ma un confronto più serrato con le rappresentanze dell’impresa avrebbe sicuramente aiutato a definire le priorità e a scegliere con maggiore accuratezza gli strumenti operativi. Colpisce, infatti, l’adesione tiepida che sia Confindustria sia Rete Imprese Italia hanno riservato agli annunci usciti dal Consiglio dei ministri di ieri. Entrambe le organizzazioni sanno benissimo che quel po’ di ripresa che siamo stati capaci di intercettare è dovuta all’export. Le nostre multinazionali del lusso e le nostre medie imprese hanno messo a segno in questi mesi buone performance sia sui mercati emergenti sia su quelli tradizionali e in molti casi l’effetto traino si sta facendo sentire sulle filiere produttive e sui distretti. Gli osservatori più attenti mettono però in guardia: in Cina e in India esportiamo a fiammate ma mancano i binari per vendere con continuità e conquistare stabili quote di mercato. Il governo, che queste cose sicuramente le sa, continua invece a pasticciare con la riforma dell’Ice (Istituto commercio estero) e quando si riunisce per discutere di crescita dimentica che in primis andrebbero supportate proprio le esportazioni. Tutto da rifare, dunque? No. In tempi di vacche magre le imprese per prime non possono permettersi atteggiamenti alla Bartali. Se, come sostiene palazzo Chigi, ieri si è appena cominciato a parlare di crescita e si andrà avanti in più fasi, la speranza è che non manchino modo, tempo e sedi per vagliare le critiche e rimediare alle lacune più evidenti. Anche la ragione, in Italia, - conclude Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - deve imparare a navigare a vista. P. S. Mi è capitato di chiedere a importanti esponenti della maggioranza perché preferiscono la via lunga della modifica costituzionale dell’art. 41 piuttosto che approvare in tempi (che sarebbero) strettissimi il disegno di legge sullo Statuto d’impresa presentato da Raffaello Vignali, deputato pdl nonché stretto collaboratore del ministro Paolo Romani. Le imprese ne sarebbero felici, perché se ne avvantaggerebbero oggi e non a babbo morto. Non ho avuto risposta e quindi riformulo la domanda”. (red)

4. Il resto di niente

Roma - “La ‘scossa all’economia’ – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - è una riscossa dell’ipocrisia. Un governo senza forze e senza risorse finge di rianimarsi spacciando al Paese l’ennesima ‘telepromozione’, fatta di inganni conclamati e materiali riciclati. È persino imbarazzante commentare i ‘provvedimenti’ del Consiglio dei ministri. È imbarazzante commentare quei provvedimenti per l’avvilente inconsistenza della quale sono caratterizzati e la stupefacente impudenza con la quale sono stati presentati. Quello per la crescita non è un ‘pacchetto’, com’è stato definito in pompa magna dagli ‘sponsor’ che l’hanno illustrato in conferenza stampa a Palazzo Chigi. È un vero e proprio ‘pacco’, come purtroppo si incaricheranno di dimostrare i duri fatti dei prossimi mesi. Non è una ‘riforma storica’, come si è affrettato a giudicarla un ministro Sacconi sempre troppo incline a scomodare le grandi categorie del pensiero, di fronte ai piccoli imbrogli quotidiani di una maggioranza povera di idee ma ricca di ideologie. È piuttosto la ‘bufala del secolo’, come pare l’abbia bollata nelle chiacchiere da corridoio un altro ministro, più propenso a riconoscere il vero e il falso e a non confondere gli obiettivi con i risultati. La ‘frustata’ di cui aveva parlato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio non c’è, qualunque onesto sforzo si faccia per cercarla. C’è invece la ‘stangata’, questa volta non nel senso dei sacrifici imposti ai contribuenti, ma in quello degli artifici dati in pasto ai plaudenti. La ‘scossa’ è impalpabile, innanzitutto per quello che era stato promesso e che invece, clamorosamente e colpevolmente, manca. Manca anche solo l’abbozzo di quell’’acuto fiscale’ sollecitato da giorni, soprattutto nell’area ‘trattativista’ sul fronte della giustizia e ‘sviluppista’ sul fronte dell’economia, che tallona il premier in questa fase di drammatica crisi politica e istituzionale. Non parliamo della grande ‘riforma fiscale’ basata su due sole aliquote Irpef, promessa nel 2001, rilanciata all’inizio di questa legislatura e mai attuata da un centrodestra liberale e liberista solo nei libri che scrive. Parliamo invece dell’abbattimento, della rimodulazione o quanto meno della deducibilità dell’Irap sulle imprese, - prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - per la quale non ci sono i soldi e sulla quale il governo non può affidarsi ad altro se non all’ennesima delega. E non parliamo dei grandi piani di ‘stimolo’ sul modello degli Stati Uniti e della Germania, varati in questo triennio da Paesi infinitamente più solidi e responsabili del nostro. Parliamo invece del ddl annuale sulla concorrenza, che dovrebbe prevedere tra l’altro la riforma della rete distributiva dei carburanti, che è in ritardo di almeno otto mesi sulla tabella di marcia fissata dalla Legge Sviluppo 2009, e che ieri non è stato nemmeno esaminato dal Consiglio dei ministri (mentre il Pd, opportunamente, ripescava la ‘lenzuolata’ delle liberalizzazioni di Bersani, che dal 2008 il governo forzaleghista ha ridotto a brandelli). Lo ‘spot’ governativo brilla dunque per questa fragorosa assenza: non c’è traccia di spinta fiscale né di impronta liberale. Cosa resta allora, nella scatola vuota confezionata da Berlusconi e depurata da Tremonti? Restano un raggiro e due truffe. Il raggiro è la riforma dell’articolo 41 della Carta del ‘47. ‘Tutto è consentito, tranne ciò che è espressamente vietato’: a questa risibile formuletta il centrodestra assegna la virtù taumaturgica di sbloccare l’economia italiana dai lacci e lacciuoli dirigisti della sua ‘Costituzione sovietica’, come l’ha più volte definita il Cavaliere. Il raggiro è evidente, ed è oltre tutto doppio. Primo perché, senza voler indulgere ad alcun conservatorismo costituzionale, è un fatto che in 64 anni di vigenza non una sola causa è stata sollevata davanti alla Consulta da un’azienda italiana, per una limitazione o un pregiudizio arrecato all’attività imprenditoriale dall’articolo 41. Secondo perché, anche a voler essere ottimisti, una legge di revisione costituzionale ai sensi dell’articolo 138 non può vedere materialmente la luce prima di un anno e mezzo, tra quadrupla lettura parlamentare e referendum confermativo. Dunque, di che parliamo quando parliamo di grande riforma che libera gli spiriti animali del capitalismo? Di una norma che non è servita fino ad ora, e che non produce alcun effetto qui ed ora. Le due truffe sono ancora più evidenti. Una truffa è il Piano Sud. Un ‘ever green’. Da due anni e mezzo annunciato, aggiornato, modificato, integrato, rilanciato. Ma mai attuato. E non si vede quale ‘scossa’ possa dare l’ulteriore rimessa a punto di ieri (con la quale non si spende un euro in più e non si capisce come si possano spendere gli euro già stanziati) né il successivo ‘viaggio della speranza’ fatto in treno dal ministro dell’Economia insieme ai leader di Cisl e Uil (dal quale è stato misteriosamente tagliato fuori l’intero arco delle forze sociali e produttive interessate alla crescita del Mezzogiorno). Un’altra truffa – continua Giannini su LA REPUBBLICA - è il Piano Casa. Un ‘deja vu’. Anche questo, già annunciato e presentato tre volte dal 2008. Successivamente destrutturato dagli enti locali. Poi ‘scarnificato e ridotto a una lisca in due successivi Consigli dei ministri’, come dice in camera caritatis un autorevole esponente del governo. E ora rimpolpato del solito nulla, che non passerà al vaglio dei comuni e delle regioni e forse nemmeno del Parlamento. Il resto è puro contorno. Un riordino degli incentivi alle imprese, che tuttavia non dispone nuove risorse e non dà garanzie sull’effettiva velocizzazione delle erogazioni. E la promessa di una stretta sui conflitti di interesse dei consiglieri di banche, società finanziarie e assicurazioni: questa, davvero, paradossale, visto che a ventilarla è un premier-tycoon che incarna allegramente l’archetipo di tutti i conflitti di interesse possibili, immaginabili e intollerabili in qualunque democrazia dell’Occidente. Al cospetto di tanta improntitudine politica, non soprende la prosopopea del Cavaliere, che parla a sproposito di un insieme di misure che avranno ‘positivi sviluppi per la crescita dell’economia e del Paese’, salvo poi annunciare che l’aumento del Pil 2010 ‘l’abbiamo valutato all’1,5 per cento’ (cioè esattamente com’era previsto prima, a conferma dell’impatto zero dell’ingannevole ‘pacchetto scossa’). E non stupisce nemmeno l’imbarazzo dello stesso Tremonti, che in conferenza stampa ha parlato poco e forse anche masticato amaro, rinviando tutto al vero ‘piano crescita di aprile’ che lui stesso presenterà alla Ue. Stupisce piuttosto il prudente e persistente ‘benign neglect’ dell’establishment economico. Il presidente di Confindustria Marcegaglia ha ‘sospeso il giudizio’, sia pure parlando di ‘scarso impatto’ delle misure. Le altre associazioni di categoria hanno balbettato. I sindacati, ad eccezione della Cgil, non hanno battuto ciglio. Qui non c’entra la pregiudiziale antiberlusconiana. Qui – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - si tratta di formulare un giudizio sulla crisi italiana. E di mettere in campo una ‘exit strategy’ concreta, efficace e credibile. Questo governo, solo ‘chiacchiere e distintivo’, non ce la può fare”. (red)

5. Galli: “Bene gli incentivi ma non basta”

Roma - Intervista di Francesco Grignetti al direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli: “È la ‘scossa’ all’economia italiana promessa da Berlusconi? ‘Da economista dubito che le misure che sono state annunciate possano modificare in maniera significativa l’andamento dell’economia italiana quest’anno e nei prossimi anni. Qualche effetto positivo potrebbe venire dalle misure di semplificazione, che però devono ancora essere approvate’. Piuttosto netta la valutazione di Giampaolo Galli, economista e direttore generale di Confindustria. E come commenta Viale dell’Astronomia il complesso del pacchetto varato dal governo? ‘È positivo che finalmente il governo si occupi di economia e del tema della bassa crescita dell’Italia. Di questo pacchetto, quello che ci sembra potenzialmente efficace sono appunto le misure di semplificazione burocratica e amministrativa. Che tuttavia non sono state approvate dal Consiglio dei ministri, ma affidate ai ministri competenti che dovranno portarle a successivi Consigli. Ci auguriamo che questo sia un iter veloce. E ci dispiace che non sia stato fatto nulla in tema di concorrenza e liberalizzazioni’. Che giudizio sulle proposte di legge di riforma costituzionale? ‘Riteniamo che siano positive, ma perché diano risultati serve che una volta approvate ci siano gli interventi legislativi e regolamentari conseguenti. I tempi perché queste cose possano avere una qualche efficacia sono estremamente lunghi, e occorrono volontà politiche coerenti nel tempo per cambiare le leggi. Aggiungo che molte delle leggi che sono oggi in vigore possono essere modificate anche senza cambiare la Costituzione’. Parliamo del riordino degli incentivi. ‘Se si parla di incentivi bisogna parlare di risorse, e qui di risorse non ce ne sono. Si tratta di un riordino per lo più condivisibile, anche se non in tutto, ma che comunque modifica le cose sulla carta, non modifica nulla - almeno ora - per le imprese’. Le risorse non ci sono, ma in qualche modo il governo aveva alimentato la speranza di un intervento Irap o Irpef a sostegno dell’economia. Che non c’è. ‘Personalmente trovo che in questo momento interventi di alleggerimento della pressione fiscale su impresa e lavoro siano necessari, ma che debbano essere fatti a saldo invariato, cioè riducendo la spesa pubblica. Quindi richiedono una forte determinazione a tagliare la spesa’. Torniamo alla concorrenza e alle liberalizzazioni, tema su cui il governo non ha un record particolarmente brillante... ‘Intanto sarebbe stato utile approvare in questo Consiglio dei ministri la legge annuale sulla concorrenza. Inoltre ci sono moltissime aree in cui si può aumentare la concorrenza, eliminando tariffe minime e barriere all’accesso di vario tipo. Ci dispiace che questo non sia stato portato all’attenzione del Consiglio’. Che valutazione degli sul Mezzogiorno? ‘Sul Piano Sud si tratta delle proposte già note, e forse sarebbe stato lecito sperare in una realizzazione molto più rapida. È bene che ora sia stato fissato un calendario preciso. Ma non vedo interventi per mettere fine rapidamente allo scandalo rappresentato dal bassissimo tasso di utilizzo delle risorse europee’. Sempre parlando di Sud, Confindustria aveva richiesto nuove regole per il credito d’imposta su assunzioni e investimenti... ‘Una richiesta nell’ambito delle risorse disponibili. Sarebbe stato un modo per spendere quei soldi in modo rapido ed efficiente, e questo, per ora, non è stato fatto’”. (red)

6. Il contro-piano va piano 

Roma - “Il fatto che il governo abbia messo all’ordine del giorno la crescita e le liberalizzazioni – osserva Francesco Forte su IL FOGLIO - è stata una buona idea anche perché ha suscitato una proposta di 41 ‘liberalizzazioni’ a effetto immediato da parte del Pd. Alcune delle 41 proposte non sono liberalizzazioni ma regolamentazioni, come l’istituzione di nuove autorità o la regolamentazione di professioni non regolamentate, ma separando il grano dal loglio si trovano molte cose buone, almeno dal punto di vista di una maggiore libertà e di incrementi di occupazione, se non necessariamente dal punto di vista della crescita del pil. E’ buona la proposta numero 4 del settore ‘professioni’: una legge che equipari le professioni ai servizi, per il riconoscimento delle misure comunitarie e italiane di sostegno economico per lo sviluppo dell’occupazione e degli investimenti, con particolare riguardo ai giovani. Il governo dovrebbe dichiararsi disposto a discuterla. Altrettanto degne di attenzione paiono altre proposte, come la numero 3 del settore ‘carburanti ed energia’ per l’abrogazione dei vincoli regionali sulla liberalizzazione dei carburanti (posto che non ne nasca un conflitto costituzionale fra stato e regioni, che non sarebbe più possibile dopo la modifica dell’articolo 41, la quale dunque non è inutile). La proposta numero 3 del settore ‘banche’, con il divieto di cariche incrociate nel settore bancario, è utile. Nel settore del ‘commercio’ – prosegue su IL FOGLIO - pare valida la proposta di permettere l’apertura domenicale dei negozi anche nei comuni non turistici: favorisce soprattutto la grande distribuzione e quindi anche la Coop, ma aiuta moltissimo il consumatore. Forse è valida anche la proposta di estendere a tutte le attività commerciali la facoltà di fornire servizi integrati con la propria attività principale. Dico ‘forse’ perché non ho capito che cosa significhi ‘servizi integrati’. Sin qui si tratta di propostine. Quelle grosse sono tre nel campo della libertà di impresa: stabilire l’avvio immediato di stabilimenti produttivi con autocertificazioni e controlli ex post, consentire alle aziende di scegliere i tempi di esercizio delle loro attività e quindi i loro orari (mi pare che sia il modello Marchionne per gli stabilimenti Mirafiori e Pomigliano, avversato dalla Cgil) e piena attuazione della direttiva europea sulla libertà di accesso ai servizi, cui però aggiungerei di subordinarla al pari trattamento negli stati beneficiari”. (red)

7. Un buon inizio, ma ora serve qualcosa in più

Roma - “La modifica dell’articolo 41 della Costituzione, nel senso che ‘l’iniziativa economica è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato’, approvata ieri dal Consiglio dei ministri – scrive Francesco Forte su IL GIORNALE - è una riforma storica di ampia portata. Anche perché è accompagnata dalla clausola per cui ‘le autorizzazioni preventive saranno sostituite da un controllo amministrativo unico a posteriori’. Bersani ha scongiurato di non fare modifiche dell’articolo 41 sostenendo che non servono, ma già si è formato un blog di sinistra che chiede che questo articolo rimanga in piedi per evitare che lo Stato e le Regioni e gli enti locali perdano i poteri dirigisti. Ma Bersani si contraddice, in quanto fra le sue proposte di liberalizzazioni ne ha presentata una per l’abrogazione delle norme regionali che impediscono la liberalizzazione della vendita di carburanti. E molto probabile che tale liberalizzazione statale, che Bersani propone e che è degna della massima attenzione, venga considerata incostituzionale perché le Regioni, in base alla riforma costituzionale Prodi, hanno ampi poteri di regolamentazione in questo settore. L’articolo 41, nella nuova dizione li scavalca. Anche perché verrà riformato l’articolo 118 riguardante le funzioni delle Regioni e degli enti locali, per uniformarlo all’articolo 41. Ciò consentirà anche di snellire le procedure locali che attualmente limitano la libertà di istituire e ampliare le imprese, stabilendo il principio dell’autocertificazione e del controllo ex post. Il ministro Brunetta è particolarmente contento che si faccia anche la modifica dell’articolo 97, relativo al pubblico impiego, costituzionalizzando il criterio del merito per il trattamento economico e la carriera. Assieme a queste nuove regole costituzionali, che dovranno essere votate dal Parlamento e che il ministro Sacconi (persona molto concreta) considera una svolta epocale, il Consiglio dei ministri ha sbloccato i fondi per la banda larga, ossia per l’attuazione di un processo di modernizzazione del sistema di trasmissione di dati via cavo, che comporta grandi investimenti tecnologici da parte delle imprese e un rilevante ammodernamento della nostra economia. Ci saranno anche la defiscalizzazione dell’Irap e i crediti di imposta automatici per il Sud. Con un metodo quanto meno contraddittorio e ipocrita – prosegue Forte su IL GIORNALE - la sinistra ha ridicolizzato il piano casa di Berlusconi che doveva generare iniziative di ampliamento degli immobili stimate in 70 miliardi di euro subito e nel giro di pochi esercizi. Purtroppo Regioni e Comuni si sono avvalsi di loro regolamenti edilizi ed urbanistici per bloccare questa iniziativa. Ora Calderoli sta lavorando per semplificare le procedure e rilanciare il piano casa e snellire gli appalti pubblici, mentre il ministro Fitto sta accelerando i meccanismi che mettono in moto le infrastrutture per il Mezzogiorno, a partire dagli investimenti ferroviari. Ha promesso di portare i risultati entro il 30 aprile. Purtroppo i grovigli di procedure da disboscare sono complicati. E dopo lo ‘scandalo Anemone’ e le accuse alla Protezione civile, anche per rispondere alle inchieste giudiziarie e a pressioni di imprese che preferiscono gli appalti con le loro lungaggini al lavoro sul campo, sono state depennate le norme che permettano di applicare ai grandi eventi le procedure di urgenza della legge sulla Protezione civile. L’Italia ha il record dei ritardi nelle infrastrutture ed opere pubbliche a causa della nefasta legge Merloni, varata nell’epoca giustizialista e aggravata da successive modifiche. E ogni volta che si liberalizza questo settore, puntuali, vengono le accuse di voler favorire la speculazione. Gli esempi che ho portato fanno capire che non è vero che Berlusconi e i suoi non hanno fatto nulla, sino ad ora, per la liberalizzazione e la spinta alla crescita del Pii in questa legislatura. Il fatto è che viviamo in un Paese in cui la sinistra e i suoi intellettuali a parole sono per la libertà, ma nei fatti ogni volta che si va sul concreto scelgono le regolamentazioni, che servono a portare tutto nei tribunali. Carte bollate invece che lavori. Il governo – conclude Forte su IL GIORNALE - deve puntare i piedi e continuare nella sfida liberalizzatrice”. (red)

8. Il piano crescita c’è, il timbro di Tremonti no

Roma - “‘La nostra agenda è dettata, è definita dall’Europa in Europa’, così ha detto ieri Giulio Tremonti, che ha partecipato ai primi cinque minuti della conferenza stampa con la quale Silvio Berlusconi ha presentato il Piano crescita varato dal Cdm. Nessun commento – scrive IL FOGLIO - sulle modalità di erogazione degli incentivi, niente sul piano per il sud, nessun riferimento agli indici di sviluppo (che il Cav. aveva individuato in ‘3 e 4 per cento in cinque anni’). Niente neppure sulla riforma dell’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa, riforma che il ministro, secondo il Corriere della Sera, aveva commentato così: ‘Di questa riforma io ho già scritto in un libro, circa un decennio fa’. La conferenza stampa di Tremonti si è caratterizzata per un solo concetto declinato con chiarezza: la politica economica la fa l’Europa. Che succede? Il silenzio tremontiano, come spesso capita, diventa un caso. Il ministro dell’Economia non ha voluto aggiungere il proprio autorevole timbro al piano per lo sviluppo del presidente del Consiglio (e difatti nelle ore decisive, martedì, si trovava in Israele mentre i colleghi limavano i provvedimenti). Al contrario Tremonti è intervenuto, nei giorni scorsi, per sponsorizzare le virtù di un piano crescita che non grava sulla spesa, ma che anzi è ‘a costo zero’. Le ragioni del silenzio tremontiano vengono fatte risalire, da autorevoli esponenti di governo e da alcuni membri del suo staff tecnico, a due ordini di motivi: uno è macroeconomico, l’altro è invece maliziosamente politico. I ministeri del Tesoro europei stanno in queste ore negoziando, in vista del Consiglio europeo di marzo, i dettagli di un pacchetto di misure sulla ‘nuova governance europea’. Le trattative, - prosegue IL FOGLIO - all’interno delle quali l’Italia sta giocando un ruolo di interdizione, prevedono un rapido aggiustamento del rapporto tra debito e pil dei paesi europei fino ad arrivare al 60 per cento. Una riduzione dell’eccesso di debito pari a un ventesimo l’anno, ovvero circa cinquanta miliardi annui. Il 19 gennaio scorso, in Senato, il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, ha spiegato ai membi della commissione Bilancio la necessità di interventi antispesa e di grande rigore. Un passaggio che Tremonti – presente nel corso dell’audizione – ha voluto fosse particolarmente enfatizzato, tanto da piegarsi all’orecchio di Grilli sussurrando: ‘Questo concetto ripetilo, mi sa che non hanno capito’. Il ministro teme – spiegano i tecnici del suo dicastero – che le nuove regole europee passino. Per questo non ha nessuna voglia di mettere la propria faccia su un piano per la crescita che contenga provvedimenti di spesa. Eppure il piano varato dal governo è, esplicitamente, a costo zero; e malgrado ciò, il ministro e ‘genio dell’Economia’, si è pubblicamente defilato, fino a lasciare, ieri, soltanto un’impercettibile traccia della sua presenza in Cdm e in conferenza stampa. Perché? Nel Pdl, in queste ore troppo concentrato sulla guerra ai pm di Milano che assorbe anche le energie del premier, si fa notare che il Piano per la crescita era un punto chiave della riscossa politica del Cavaliere sotto schiaffo mediatico-giudiziario. ‘Se Tremonti avesse voluto aiutarlo, non lo ha fatto’. Chissà. Sintetizza Giorgio Stracquadanio: ‘Io non dubito della sua lealtà, ma non vorrei fosse a tempo determinato’”. (red)

9. Ministro Tremonti, parliamoci chiaro

Roma - “Gentile ministro Tremonti, il Foglio – si legge in uno degli editoriali del quotidiano diretto da Ferrara a pagina 3 - non teme smentita quando afferma di avere sempre rispettato e spesso sostenuto il suo lavoro al Tesoro, specialmente nella gestione del debito pubblico. Ora, però, non ci sfugge – non ci è sfuggito da subito – il suo freddo disimpegno dai contenuti del Piano per la crescita di cui si è discusso ieri nel Consiglio dei ministri; e di cui ha dato conto il premier Berlusconi in una conferenza stampa alla quale lei ha partecipato come un passante (cinque minuti di eloquio e arrivederci a tutti), riuscendo tuttavia a omaggiarci di una frase raggelante: la nostra agenda economica ‘è dettata, è definita dall’Europa, in Europa’. Ne deduciamo – ma lo avevamo sospettato dalla turba dei suoi impegni che avevano indotto a far slittare il Cdm – che lei, signor ministro, non crede affatto sia possibile portare la crescita italiana al 3-4 per cento in cinque anni, come ha sostenuto il Cav. sul Corriere. Lei sembra non credere nemmeno all’idea di convocare gli stati generali dell’economia, coinvolgere di slancio le anime dell’intrapresa nazionale, galvanizzarle a forza di liberalizzazioni e riduzioni fiscali rese possibili dallo snellimento di uno stato dal patrimonio ciclopico e inerte (sempre una promessa del Cav. cui s’è aggiunto ieri sul Foglio l’appoggio disincantato del professor Monti). Lei, signor ministro, - prosegue IL FOGLIO - crede nell’incoercibilità dell’euroburocrazia, della quale si è fatto col tempo naturale e autorevole portavoce. E deve credere anche nelle sue legittime facoltà di guida d’una maggioranza la cui leadership istituzionale, quella berlusconiana, appare infragilita per ragioni contingenti di cui tutti sappiamo. Le stiamo ricordando, signor ministro, ciò che già sa: le linee d’indirizzo del governo sono nelle sue mani e nella sua capacità di visione già così desolidarizzante nei confronti dell’ultimo guizzo berlusconiano. Se il suo orizzonte di pensiero e di volontà è quello che abbiamo descritto, sarebbe giusto che lei lo dicesse a noi e all’Italia con la stessa chiarezza usata da Amato e da Capaldo per preannunciare la patrimoniale che verrà, se verrà, quando l’Europa ci detterà la stangata di marzo. Dopodiché ognuno – noi, gli italiani e lei, signor ministro – saprà trarre le proprie conseguenze”. (red)

10. Con Tremonti al Sud: i soldi ci sono, ma vanno spesi bene 

Roma - “L’addetto alle pulizie rimuove gli ultimi mozziconi dal marciapiede del binario 1, - riporta Giuseppe Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - mentre il treno regionale numero 3675 entra, puntuale, nella stazione di Reggio Calabria-Lido. Sono le 18.50: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è in viaggio da mezzogiorno, da quando ha lasciato in tutta fretta, e tra la sorpresa generale, la conferenza stampa a Palazzo Chigi, dopo il Consiglio dei ministri della cosiddetta ‘scossa’ . Giaccone blu, maglione girocollo in tinta, borsa beige a tracolla: Tremonti si ferma un minuto sul predellino del treno, ma non ha proclami da fare o svolte clamorose da annunciare. Solo qualche frase per le telecamere e i taccuini in attesa. Osservazioni generali sull’impegno del governo per il Sud e una battuta rivolta a un passeggero che lo chiama per nome: ‘Giulio, il federalismo danneggia il Sud?’ ‘No — risponde Tremonti— intanto oggi ho preso un treno federalista’ . Poi via a braccetto con il sindaco Giuseppe Raffa, accorso con la fascia tricolore. Il ministro è accompagnato da Raffaele Bonanni, segretario della Cisl e Luigi Angeletti, segretario della Uil. Nel pomeriggio Susanna Camusso, numero uno della Cgil, ha lamentato la sua esclusione (‘un’occasione persa. Un’iniziativa sovietica’ ) con una nota d’agenzia. Tremonti, raccontano, si è limitato a leggere, senza commentare. Stessa reazione per un altro lancio che riportava il giudizio piuttosto deluso di Emma Marcegaglia. Sul Sud, dice sostanzialmente la presidente di Confindustria, il governo non ha deciso granché. Pochi giorni fa Bonanni, nel corso di una chiacchierata con Tremonti e lo stesso Angeletti, aveva detto qualcosa del genere: il Mezzogiorno è scomparso dall’agenda pubblica (non solo del governo); si è parlato molto del caso Pomigliano, ma tutto il resto ormai viene ignorato. Da qui l’idea di fare un viaggio in treno nel Sud, con ritorno in pullman lungo l’autostrada Reggio Calabria-Salerno, il simbolo storico dell’eterna rincorsa del Mezzogiorno. Ieri, - prosegue Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - tra un cambio di treno e l’altro, passando dall’Alta velocità Roma Napoli al regionale Paola-Reggio, sempre in seconda classe, il ministro ha incardinato la discussione con Bonanni e Angeletti praticamente su una sola tesi. Non è vero che mancano i soldi, non è vero che manca l’impegno del governo. Il problema è che le risorse vengono spese male dalle Regioni o non vengono affatto utilizzate. Nella borsa chiara Tremonti si è portato alcune cartelline con le ‘slide’ di Eurostat (l’istituto della Commissione europea). A un certo punto le ha fatte passare, una a una, sotto gli occhi dei leader sindacali. Sono le cifre del divario Nord-Sud che si riflettono nelle differenze del Pil pro capite, ma anche nei tempi di realizzazione per le infrastrutture, per esempio. Perché, ha domandato il ministro, Lombardia e Veneto si parlano, si coordinano se devono realizzare un’opera pubblica di comune interesse e tutto questo non accade al Sud? Sul punto Angeletti e Bonanni fanno da sponda a Tremonti. Appena tocca terra a Reggio Calabria il segretario della Uil spiega che cosa ha risposto al ministro: ‘È evidente che bisogna cambiare marcia. Ma l’idea che sia solo una questione di soldi è una stupidaggine. Nel Mezzogiorno è stato investito solo il 20 per centodelle risorse a disposizione. È chiaro che la classe dirigente locale è pienamente corresponsabile’ . E anche Bonanni osserva come ‘il nodo sia quello del coordinamento tra i diversi livelli istituzionali’ , fermo restando che il governo non può sottrarsi dai compiti di regia. In fondo, è il ragionamento del leader Cisl, da chi dipendono le ferrovie? Da chi dipende l’Anas, se non dall’esecutivo di Roma? ‘Automatismo’ : questa sarebbe la parola chiave per Tremonti. Se la classe dirigente meridionale non sa far fruttare le risorse, fa resistenza persino sulla Banca del Sud, tra divisioni, ritardi, inefficienze, allora bisognerà studiare un sistema per att e n u a r e l a discrezionalità delle Regioni, naturalmente nei casi più importanti. Come il Ponte sullo Stretto? Va bene il Ponte, è il ragionamento del ministro, ma qui bisogna intervenire presto e bene sulle opere di base, strade, ferrovie. Squilla un cellulare: il ministro si è alzato per andare in bagno sul vagone aperto del ‘regionale’ . Il primo è rotto, nel secondo c’è il sapone, ma manca l’acqua. Al telefono in attesa l’amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti. Non sapeva nulla e ‘che sorpresa’ , eccetera. ‘Sì, siamo ospiti paganti’ replica Tremonti. Comunque i treni sono puntuali e le coincidenze in orario. Ma il viaggio è lungo, molto lungo. Troppo lungo. Il ministro si rilassa e, passando davanti alla stazione di Maratea, ricorda di quando ci passò una vacanza, da studente, dormendo in un bungalow nell’isola di Dino. Oggi, seconda tappa, - conclude Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - tra i cantieri a rischio dell’autostrada infinita. Dentro il Sud della ‘ndrangheta, della criminalità organizzata: l’unica realtà che non ha bisogno di ‘scosse’ per continuare a crescere”. (red)

11. Rossi: sull’art. 41 l’unica frustata liberale

Roma - Intervista a Nicola Rossi su IL FOGLIO: “Alle critiche, ai sarcasmi e alle accuse delle opposizioni sulle modifiche volute dal governo all’articolo 41 della Costituzione non si accoda Nicola Rossi, senatore ex pd, dal notorio spirito liberista: ‘Non sono un costituzionalista, ma da economista noto che specie il terzo comma dell’articolo 41 fa sorgere più di un dubbio sulla sua natura liberale’, dice in una conversazione con il Foglio. I primi due commi dell’articolo 41 non suscitano perplessità in Rossi: il primo sancisce che ‘l’iniziativa economica privata è libera’ e il secondo che ‘non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’. E’ il terzo comma che ha una ‘valenza altamente interventista da parte dello stato’. ‘La legge – recita il terzo comma – determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali’. Con il disegno di legge costituzionale approvato ieri dal Consiglio dei ministri – ddl ancora in fase di perfezionamento, ha detto ieri il premier Silvio Berlusconi – l’esecutivo punta a stabilire che ‘l’attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, con gli altri principi fondamentali della Costituzione o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’. Per Rossi non è solo una variazione di forma, ma anche di sostanza: ‘I princìpi non sono mai irrilevanti, segnalano piuttosto un cambiamento di impostazione d’impronta schiettamente liberale che potrà potenzialmente permeare tutta la legislazione’. ‘Rivedere gli articoli 41, 97 e 118 – aggiunge l’economista liberista – implica ridefinire il prodotto e i processi produttivi della Pubblica amministrazione. Riducendo al minimo indispensabile le sedi e i momenti dell’intermediazione e concentrandosi sui suoi compiti primari. Fra questi non ci dovrebbero essere certo le tante autorizzazioni, i tanti permessi, le tante concessioni, le tante licenze che punteggiano la nostra vita quotidiana’. Innovare la Carta, quindi, sotto questo aspetto, è positivo: ‘Ma non basta, non possiamo aspettare i mesi e gli anni che una modifica costituzionale potrebbe richiedere’. Rossi consiglia perciò ‘che ogni provvedimento normativo che prevede nuovi adempimenti contenga una stima degli oneri che ne derivano per le imprese e ne restituisca loro la metà, sotto forma di credito d’imposta. Comportando minori entrate, ogni provvedimento di questo genere dovrà avere la relativa copertura’. Così, spiega il senatore che la scorsa settimana è uscito dal Pd, ‘il ministro dell’Economia avrà una buona opportunità per cambiare nei fatti e da subito la nostra vita quotidiana’. Rossi comunque si attendeva davvero che dal governo giungesse una frustata, ‘ma mi sembra alla fine che ci sia stata una carezza’. Infatti l’esecutivo non ha approvato l’atteso disegno di legge per la concorrenza: ‘Anche se in verità non mi ero fatto illusioni dopo aver visto la controriforma dell’ordine forense approvata dalla maggioranza di centrodestra’. Così come non si entusiasma neppure per il riordino degli incentivi: ‘C’è di sicuro una semplificazione, ma la vera riforma sarebbe il superamento del metodo basato sull’intermediazione burocratica e politica per un sistema di agevolazioni automatiche basate su sgravi fiscali’”. (red)

12. La campagna d’urto per evitare un nuovo '94

Roma - “È una chiamata alle armi, - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - una riga tracciata per verificare quanti sono disposti a seguirlo nella sfida decisiva con la magistratura, in uno scontro che non contemplerà il pareggio. E nonostante Berlusconi sia prostrato e ferito ‘per il segnale intimidatorio che hanno barbaramente lanciato anche a mia figlia’ , ha chiaro in mente lo schema da adottare: uno schema capovolto rispetto a quello che portò al declino della Prima Repubblica. Se allora la classe politica ripose fiducia nella giustizia, abolì l’immunità parlamentare, fece passi indietro a ogni avviso di garanzia, e nonostante tutto non riuscì a salvarsi, stavolta il Cavaliere e il suo partito esprimono ‘totale sfiducia’ nelle toghe, sono pronti a portare i militanti in piazza, e soprattutto non sono disposti al passo indietro. Non sarà certo una guerra lampo ma un’estenuante guerra di posizione, che avrà nel Parlamento il suo campo di battaglia, e che inizierà con la richiesta del conflitto di attribuzione per il ‘caso Ruby’ . Sarà il primo atto, a cui seguirà una controffensiva legislativa sul ‘processo breve’ e sulla riforma delle intercettazioni. E siccome il premier ritiene che tutto ciò non basti, ha chiesto lo studio di provvedimenti che incidano nel rapporto tra politica e magistratura, e i cui effetti possano dispiegarsi nell’arco temporale di questa legislatura. Nel conflitto Berlusconi chiama direttamente in causa il presidente della Repubblica, perché ‘è lui il garante della Costituzione, è lui il presidente del Csm, e dato che non si può far niente senza il suo benestare, a lui mi rivolgerò’ , a fronte di un’offensiva giudiziaria che ‘disattende il principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato’ . Anche in questo caso – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - il Cavaliere intende rovesciare uno schema del passato, non a caso il documento del Pdl avvisa che non finirà come nel ’ 94: ‘Allora Scalfaro — racconta Berlusconi — si chiamò Bossi, gli disse che io stavo per precipitare nel burrone, e che doveva discostarsi se non voleva precipitare anche lui. Ma di Umberto oggi mi fido ciecamente’ . È un modo, quello del premier, di spazzar via dubbi e sospetti, che pure allignano nel suo partito, dove c’è chi teme che— portato a casa entro primavera il federalismo— la Lega possa acconciarsi a operazioni di Palazzo, magari coperte dalla regia del Colle. Anche perché il timing parlamentare della riforma che sta a cuore al Carroccio è stato messo a punto ieri in piena sintonia tra il capo dello Stato e il capo leghista. Ma c’è un motivo se ieri Bossi ha coperto il premier sul fianco della magistratura: ‘Berlusconi ha garantito sul federalismo. Se così non fosse, faremmo saltar tutto e in due settimane andremmo alle elezioni’ . Non è dato sapere su cosa il Cavaliere riponga oggi il proprio, personale ottimismo nel riuscire a vincere la sfida con la ‘magistratura militante’ , se è vero che in Parlamento le opposizioni sono pronte alle barricate, che alla Camera le commissioni sono ingovernabili, che il Quirinale si appresta a contrapporsi al suo disegno. Certo non voleva nè poteva restare immobile, a fronte dei processi che di qui a un mese lo chiameranno in causa. Sul ‘caso Ruby’ ritiene di avere ‘carte vincenti’ e non solo — a suo dire — in tribunale, ma anche nel Paese, siccome dagli amatissimi sondaggi emerge che ‘il 76 per cento degli italiani è stufo di sentir parlare di questa storia’ . Deve però fare in fretta, perché la vicenda sta infiacchendo il suo rapporto con gli elettori, come un pugile che lo lavora ai fianchi. Nella chiamata alle armi Berlusconi sa di poter contare sul Pdl e sulla Lega. Non sa fino a che punto, certo. Ma anche questo – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - pare abbia calcolato, perché ritiene che quanti oggi lo difendono stanno a loro volta difendendo il loro partito, la loro coalizione, insomma la loro prospettiva futura. Se lui crollasse, nulla resterebbe in piedi”. (red)

13. Lo scenario drammatico del ’93-‘94

Roma - “Chi ha vissuto i giorni più drammatici del ’93 e del ’94 - e siamo ancora in tanti a ricordarceli, tra politica, istituzioni, magistratura, giornali e tv - non può evitare di cogliere in quanto sta accadendo una serie di terribili analogie con quel che avvenne già diciassette anni fa. Le immagini di Berlusconi in tv – scrive Marcello Sorgi su LA STAMPA - mentre illustra il deludente elenco dei provvedimenti economici del governo, accompagnato dalle dichiarazioni dei giudici di Milano sull’evidenza delle prove contro di lui, rievocano una serie di sensazioni che fanno presagire una conclusione funesta della crisi in corso. Anche se non è detto che la Seconda Repubblica si inabissi come la Prima, ed anche se la magistratura non ha puntato sulla classe dirigente nel suo complesso, ma sui discussi comportamenti di un premier, che comunque - ed è la differenza più forte rispetto al passato - rifiuta di dimettersi, nel timore di un nuovo ribaltone, è evidente che lo scenario è lo stesso, se non peggiore. Scontro a tutti i livelli, Berlusconi contro i giudici (è arrivato a dire di voler processare lo Stato), la sua maggioranza contro la Procura di Milano, il presidente della Camera contro il presidente del Consiglio, l’opposizione contro tutto e tutti, il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale alle prese con una situazione che malgrado i loro sforzi potrebbe anche sfuggirgli di mano. Dove possa portare il confuso ribollire senza criterio del sistema, è difficile dire. Ed altrettanto azzardare quale potrebbe essere il rimedio. Si può solo riflettere su una caratteristica comune a tutti i passaggi più complessi della storia recente, dai quali, a ben guardare, non si è mai usciti attraverso rotture, ma al contrario con forme diverse di continuità. Questo è valso paradossalmente per ogni sedicente rivoluzione ed ogni conseguente evoluzione della vicenda italiana. Dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica, e perfino nell’imprevedibile avvento della Seconda Repubblica, gli elementi di ricomposizione del sistema alla fine hanno vinto su quelli di contrapposizione. Berlusconi è stato in questo senso il prodotto specifico della rivolta anti-sistema nata dall’esplosione della corruzione all’inizio degli Anni Novanta e dall’incoraggiamento rivolto ai giudici di Mani Pulite dalla sinistra superstite del vecchio sistema. Caduto il quale, appunto, - prosegue Sorgi su LA STAMPA - il vantaggio politico incassato dai sindaci della stessa sinistra alle elezioni amministrative, fu vanificato dalla scesa in campo, meglio sarebbe dire dall’irruzione, del Cavaliere nel ’94. Un imprenditore solo apparentemente ‘nuovo’, in realtà uomo di garanzia del passato equilibrio anticomunista democristian-socialista, riaggregatosi attorno a lui, e che presto sarebbe stato rimesso in discussione dalle inchieste giudiziarie. La difficile alternanza realizzatasi tra centrodestra e centrosinistra negli anni successivi confermava ulteriormente tutto ciò: l’Ulivo e l’Unione avendo in realtà molti più punti di contatto con il regime precedente che non il Polo e poi la Casa delle libertà. Ma a questo punto, dato per scontato - pur se non lo è - che Berlusconi sia ormai arrivato a fine corsa e possa resistere fino a un certo punto, se non vuole distruggere il centrodestra creato da se stesso, ci si libera più facilmente di lui organizzando l’assalto all’arma bianca di un fronte unico, magistratura, opposizione, ex-pezzi di maggioranza, o tentando di far emergere all’interno del suo stesso schieramento l’alternativa a un leader fin troppo logorato? Basandosi sull’esperienza, non c’è dubbio che la seconda strada sia più sicura, mentre la prima si presta ancora una volta al rischio di un consolidamento del Cavaliere in un quadro di crisi congelata. E tuttavia, se si guarda con attenzione all’escalation degli ultimi giorni, è sicuro che ad imporsi già da oggi sarà di nuovo la scelta della finta rivoluzione, contro il premier e il suo governo, contro una maggioranza parlamentare rafforzatasi anche grazie anche alla minacciosa avanzata del giacobinismo, e alla fine, purtroppo, anche contro le nostre martoriate istituzioni. L’unico che nella sua saggezza ha ben presenti i pericoli della situazione attuale – conclude Sorgi su LA STAMPA - è il presidente Napolitano, a cui tra l’altro toccherà oggi ricevere un Berlusconi infuriato che accusa i magistrati di Milano di essersi trasformati in una cellula rivoluzionaria. Ma basteranno gli appelli quotidiani del Capo dello Stato a trattenerci sull’orlo del baratro in cui rischiamo ormai di precipitare?”. (red)

14. La fuga dai fatti 

Roma - “Ci sono i fatti – scrive Giuseppe D’Avanzo su LA REPUBBLICA - e gli aspetti giuridici della controversia e poi, se in stato d’accusa è il capo del governo, è normale che ci siano la contesa politica, il discorso pubblico e il conflitto istituzionale. Ora per mettere un po’ di ordine all’affaire e capirci qualcosa, senza essere inghiottiti dal maelstrom di fili che si ingarbugliano nel ‘caso Ruby’, è utile separare i fatti dal diritto, il diritto dalla politica e la politica da un immaginato e molto presunto Zeitgeist, lo ‘spirito del tempo’. I fatti si fa presto a riordinarli. La notte del 27 maggio 2010, Karima El Mahroug (Ruby), una minorenne marocchina, fuggita da una comunità di accoglienza, senza famiglia, senza fissa dimora, senza una fonte di reddito, è accusata di furto e accompagnata in questura. In quegli uffici a notte fonda giunge la voce del presidente del Consiglio che chiede al capo di gabinetto di lasciarla andare - e presto - perché la fanciulla è la ‘nipote di Mubarak’. Si presenterà lì da voi, dice Silvio Berlusconi, una mia ‘incaricata’ (Nicole Minetti) cui potrà essere affidata. Così avviene. Qualche ora dopo, indebitamente e contro le indicazioni del pubblico ministero dei minori, Ruby sarà consegnata alla Minetti che l’abbandonerà sul marciapiede di via Fatebenefratelli in compagnia di una prostituta brasiliana (Michelle). Di quel che accade la notte del 27 maggio non si sarebbe saputo nulla se, più o meno una settimana dopo (5 giugno), Ruby e Michelle non se le dessero di santa ragione tra strepiti e minacce. Arriva la polizia. Tutte ancora dinanzi ai poliziotti, dopo l’intervento dei medici. È a quel punto che Ruby comincia a raccontare momenti e condizioni che configurano una notizia di reato. È stupefacente come ancora oggi ci siano uomini assennati, come Ernesto Galli della Loggia, che si chiedano, sospettosi, ‘qual era la notitia criminis che prima della famosa notte in questura ha indotto a mettere sotto controllo la villa di Arcore’ (Corriere della sera). ‘Prima della famosa notte in questura’ non c’è stato alcun controllo né ad Arcore né altrove. I controlli sono cominciati soltanto dopo che il racconto della minorenne ha ottenuto qualche riscontro accettabile. Ruby parla della ‘squadra’ di Lele Mora (il suo agente); delle iniziative di Emilio Fede (il talent scout che la scopre a un concorso di bellezza, sedicenne); del ‘lavoro’ della Minetti (maitresse); delle sue visite a Villa San Martino dove ha assistito unica vestita – ‘solo io lo ero’, dice – alle cerimonie orgiastiche organizzate da e per Silvio Berlusconi. Sono notizie di reato. C’è un’organizzazione (Mora, Fede, Minetti) che ingaggia prostitute e le offre al capo del governo e fin qui per l’’Utilizzatore’ non c’è reato (anche se molto c’è da osservare sul decoro, la disciplina, l’affidabilità, la sicurezza dell’uomo che ci governa). Se però tra le prostitute c’è anche una minorenne, il reato c’è ed è anche molto grave soprattutto quando, per occultarlo, il presidente del Consiglio abusa del suo potere e induce i funzionari della Questura a lasciar andare libera quella ragazza che avrebbe potuto demolirlo con i suoi ricordi. Il pubblico ministero di Milano ritiene di aver raccolto prove così ‘evidenti’ da rendere superflua l’udienza preliminare e necessario un giudizio immediato (lo chiede ora al giudice). L’accusa deve dimostrare che Silvio Berlusconi abusa della sua qualità di presidente del Consiglio per ottenere la liberazione di Ruby (è concussione). Ci riesce in modo documentale. L’intervento del capo del governo – prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA - produce un’agitazione indiavolata nei funzionari di polizia (ecco il numero ossessivo di telefonate, 24); decisioni oblique (ecco che cosa ha ordinato il pubblico ministero dei minori, inascoltato e contraddetto); comportamenti indebiti (ecco comprovato come i genitori di Ruby – hanno la patria potestà – furono ascoltati soltanto due ore dopo l’affidamento della minore alla Minetti). Dimostrata la concussione (il reato più grave), il pubblico ministero deve documentare che Berlusconi è stato costretto a intervenire per nascondere alla magistratura e all’attenzione pubblica ‘il puttanaio’ (è la formula scelta da una testimone) che s’organizza in casa a volte anche con Ruby, la minorenne. Quindi, è vero che Ruby conosce Berlusconi? Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010, si contano 67 contatti telefonici tra Ruby e il presidente. Una telefonata al giorno, quasi. È vero che Ruby è stata ad Arcore? Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Silvio Berlusconi e la teenager si vedono tredici volte. La minorenne dorme sotto il tetto di Villa San Martino con una frequenza di una volta ogni sei giorni in quel periodo È una prova più che solida della loro frequentazione. Ora bisogna chiedersi che cosa faceva la ragazza per vivere, che cosa ha fatto ad Arcore e dimostrare che le serate dal presidente sono licenziose. Quattro testimoni confermano il primo racconto di Ruby: vedono le stesse scene nel sotterraneo del ‘bunga bunga’: è una routine. Decine di documenti acustici (le telefonate) lo convalidano. Per configurare il reato (sfruttamento della prostituzione minorile) bisogna però dare la prova che tra il capo del governo e Ruby ci sia stato o del sesso o qualcosa che gli somigli (anche un ‘palpeggiamento’, per i minori, è ‘atto sessuale’). Le fonti di prova non mancano. Ruby è vissuta di prostituzione prima di conoscere Berlusconi e di prostituzione è vissuta dopo, come molte giovani donne – qualcun’altra ancora minorenne – regolarmente invitate alle ‘serate del presidente’. È una prova logica che Ruby ad Arcore si sia prostituita o sia stata ‘palpeggiata’ (tutte lo sono) e per questo sia stata prima ricompensata con ricchezza, poi ancora premiata con la promessa di cinque milioni di euro per tenere la bocca chiusa sui rapporti con il presidente. Un processo non è altro che una storia. O meglio una comparazione di storie. Si combinano notizie sparse, fatti frammentati, segmenti di eventi. Se ne fa una narrazione. In competizione con un’altra raccontata in modo diverso, da un diverso punto di vista, con scopi diversi (dall’accusa, dalla difesa, dai testimoni), chiede di essere privilegiata da un giudice nel processo rispetto alle altre perché più coerente, più documentata, più dotata di senso. Ora è stravagante (in apparenza) che Silvio Berlusconi non proponga alcuna narrazione plausibile. Preferisce all’attendibilità documentata, il nonsense. Naturalmente parla dell’affaire. Anzi ne straparla con asfissiante logorrea in quei suoi flussi verbali d’impudenza monstre. È vero – continua D’Avanzo su LA REPUBBLICA - che la ‘storia’ narrata dalla difesa può legittimamente essere parziale, partigiana, addirittura manipolata e fuorviante, ma anche per la difesa vale la regola che chi afferma che un fatto è vero ha l’onere di dimostrare la verità della sua affermazione. Appena l’altro giorno (4 febbraio), ricevendo a cena i deputati del Gruppo dei Responsabili, Berlusconi ha detto di non aver ‘mai avuto colloqui diretti con questa Ruby, è solo una ragazza che mi è stata segnalata, nulla di più’. Cancellate le prove evidenti del contrario (i contatti telefonici, i soggiorni in villa, le sue stesse ammissioni). Il premier ripete di non aver mai saputo che Ruby fosse minorenne. Ora lasciando cadere le testimonianze che lo contraddicono, perché allora il capo del governo chiede al capo di gabinetto di ‘affidare’ Ruby alla Minetti (si ‘affidano’ i minori, non i maggiorenni)? Perché ostinarsi a ripetere ‘non ho mai pagato una donna’, quando i documenti bancari, le agende delle ragazze, le loro conversazioni dimostrano il contrario: sempre egli paga le donne che ospita e con cui fa sesso? Perché continuare a ripetere che davvero credeva Ruby ‘nipote di Mubarak’? Appare chiaro che Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimostrare in un processo al giudice la sua innocenza. Il premier sa bene che le testimonianze raccolte per le indagini difensive tra le ragazze che mantiene, i dipendenti che retribuisce e ministri che accoglie nel governo (Frattini, Galan, Bonaiuti) – tutti testimoni party-oriented – pesano sulla bilancia della giustizia come un fiocco di polvere. Non può ignorare che alcune iniziative possono essere smascherate in un batter di ciglia (dice d’essere in grado di dimostrare che Ruby era maggiorenne quando l’ha incontrata e a Milano corre voce che presto apparirà un passaporto taroccato). Racconta questa storia: sono ricco e generoso, per rilassarmi organizzo di tanto in tanto qualche festa con ragazze che hanno bisogno di aiuti che io non nego e senza chiedere nulla in cambio come è accaduto anche con la ‘nipote di Mubarak’ che non ho toccato neanche con un dito anche perché non l’ho mai incontrata. È fumo negli occhi. È illusionismo. È imbroglio. Berlusconi ha rinunciato già al processo (aveva promesso che lo avrebbe affrontato a viso aperto). I fatti sono per lui inaffrontabili e vuole giocare la partita fuori del processo. Vediamo come. Egli confida di persuadere l’opinione pubblica con omissioni, favole e qualche trucco sublunare. È la manovra che gli consente di creare un ambiente favorevole a un colpo di mano ‘politico’ che sottragga il processo ai giudici di Milano. E, se non il processo, almeno le fonti di prova: pensa a un decreto d’urgenza per correggere l’uso delle intercettazioni, anche degli ‘ascolti’ che lo mettono nei guai. Non si può dire che sia un tableau à sensation. Lo si è già visto. Berlusconi chiede che sia il potere politico che ha – e quindi il governo che presiede; la maggioranza parlamentare che ha nominato o comprato – a togliergli le castagne dal fuoco. Pretende che il pubblico ministero di Milano sia dichiarato incompetente (dottrina e giurisprudenza lo negano) per volontà e decisione politica. Invoca il giudizio del Tribunale dei ministri (‘sono anche loro togati, no?’, dice). Non spiega che, per giudicare, quel Tribunale deve essere autorizzato dal Parlamento: un consenso che sarà sempre negato. La storia, la narrazione dietro cui nascondere le sue responsabilità deve tenersi lontana dai fatti. Lontano dai fatti, il premier può lasciarsi proteggere da un bislacco ‘avvocato’ e da un inatteso ‘testimone’. Il difensore che Silvio Berlusconi si è scelto è il parlamento che controlla e corrompe. Lo ha già mosso contro la procura di Milano (nei giorni dell’autorizzazione negata alla perquisizione dell’ufficio del ragiunatt che paga le zambraccole). Ancora lo muoverà facendogli presto sollevare un conflitto di attribuzione e uno scontro totale contro la magistratura e forse contro il capo dello Stato (che già chiede: dov’è l’urgenza per il decreto intercettazioni?). Il testimone chiamato a scagionarlo non è tra gli attori dell’affare penale. È un’opinione pubblica affidata ai tecnici della contraffazione. La litania che salmodiano, questa volta, non ripete troppo la favola della ‘persecuzione giudiziaria’. È una tiritera quasi privata, intimista, intimidatoria. Fa leva sulla mancanza di fiducia in se stessi degli italiani, in una mancanza di orgoglio e di amor proprio del Paese. L’argomento, ripetuto come una filastrocca, è questo: ‘Chi sono io, chi sei tu per giudicare? Siamo tutti uguali, siamo tutti inclini a fare il male e quanti cercano o fanno finta di essere onesti sono solo dei santi o degli ipocriti, ma in entrambi i casi che ci lascino in pace’. Queste domande dovrebbero custodire lo spirito del tempo. È nota la fallacia del concetto di colpa collettiva, di chi sostiene che, se giudicati, tutti risulteremmo colpevoli: fai prevalere il concetto di colpa collettiva e non resterà più nessuno da chiamare per nome. È quel che pretende il Re denudato. Per fortuna – ci ha spiegato Hannah Arendt (Responsabilità e giudizio) – esiste ancora nella nostra società un’istituzione dove è impossibile sfuggire alle proprie responsabilità, dove ogni giustificazione di carattere astratto e generico – dallo Zeitgeist, alla sessualità, al narcisismo – crolla. In un’aula di tribunale non vengono giudicati tendenze, culture, antropologie, ma persone in carne e ossa che hanno commesso atti perfettamente umani, ma violando le leggi che riteniamo essenziali per l’integrità del nostro vivere comune (c’è qualcosa di più sacro del corpo dei minori?). I problemi giuridici e morali, è vero, non sono la stessa cosa, ma possiedono comunque una certa affinità, perché ‘entrambi presuppongono la facoltà del giudizio’. È giustappunto un giudizio, - conclude D’Avanzo su LA REPUBBLICA - il giudizio che Berlusconi non può permettersi né accordare ad alcuno. È un possibile giudizio che gli italiani dovrebbero consentirsi perché non è vero che nessuno può essere responsabile o possa rispondere degli atti che ha commesso, dei comportamenti che ha tenuto. La possibilità di giudicare appare, nel tempo che ci separa dall’inizio di questo processo, lo ‘scandalo’ che deciderà dei nostri giorni futuri”. (red)

15. Guerra santa 

Roma - “Perché – si chiede Maurizio Belpietro su LIBERO - i pm intercettano il telefono di una ragazza che, a corto di soldi o di successi, si concede a chi è in grado di pagarla? Una donna non può più decidere come passare il proprio tempo e se del caso di farselo remunerare da chi vuole? E come mai si trascrivono gli sms che questa invia, se sia lei che i destinatari non sono indagati, e nei testi non c’è ombra di reati ma solo un’elencazione di fatti privati? La Costituzione non tutela la riservatezza della corrispondenza? E infine: qual è la ragione che spinge i magistrati a dare in pasto ai giornali i deliri ad alto tasso confusionale di una giovane anche se non hanno alcuna relazione con l’indagine che stanno conducendo? La risposta a tutti i quesiti è una sola: Berlusconi. Se ieri quasi tinti i quotidiani hanno potuto le telefonate di Sara Tommasi, subrettina nota più per gli amori inventati che per gli spettacoli realizzati, la ragione sta nella guerra santa che gli uffici giudiziari di mezzo Paese hanno scatenato contro il Cavaliere. Chisseneimporta se gli insulti della valletta non sono materia da codice penale. Pazienza se i messaggini inviati al fratello del premier sono affari tra adulti consenzienti e non c’è niente che debba interessare gli investigatori, i quali sono pagati per dar la caccia ai criminali e non agli amanti. Fa niente che i discorsi siano strampalati e surreali, con sbalzi d’umore poco giustificabili. L’importante è mettere il premier in mutande e per raggiungere lo scopo ogni colpo è consentito, meglio se sotto la cintura. Che gli sms di Sara Tommasi appartengano tutti a questa seconda categoria risulta evidente anche a un cieco. Basterebbe un’indagine appena più approfondita per rendersi conto che la giovane starlette, dopo tante aspirazioni mancate, non vive una stagione felice. Cacciata dalle discoteche più alla moda e tenuta alla larga dai talk show che per un certo periodo l’avevano fatta sperare in un mondo dorato, oggi più che dei pubblici ministeri sembra aver bisogno degli infermieri e di una buona cura disintossicante. E’ dunque giusto captare a sua insaputa gli sfoghi telefonici di una ragazza in difficoltà e darli in pasto all’opinione pubblica pur di colpire il presidente del consiglio? P legittimo strumentalizzare le vicende private di una persona al fine di incastrarne un’altra? Evidentemente per i pm sì, soprattutto se il candidato a finire ingabbiato è Berlusconi. Oddio, è già successo: in passato sfruttando le debolezze e la situazione finanziaria di un’altra donna, la Procura di Milano costruì montagne di accuse contro il Cavaliere, gran parte delle quali fu poi smontata con il tempo, anche se ce ne volle tanto. Dunque, - prosegue Belpietro su LIBERO - nell’utilizzo di Sara Tommasi non c’è nulla di nuovo. Forse non sarà la nuova teste Omega, ma è ciò che qualche pubblico ministero sogna. Del resto, ormai, se una. Procura non ha sottomano almeno l’intercettazione o l’sms di una delle dame di compagnia che frequentavano Arcore si sente sfigata, va in depressione e le passa la voglia di indagare anche sui criminali comuni. Un po’ come ai tempi di Mani pulite, ogni toga vuole il proprio momento di gloria, per cui nelle prossime settimane aspettiamocene di tutti i colori. O meglio: attendiamoci altri racconti a luci rosse tipo quelli fin qui letti. A Milano già preparano effetti pirotecnici, perché comunque vada il processo, l’importante è farlo. Come ha spiegato ieri il procuratore capo motivando la richiesta di rito immediato, ai pm non interessa se il conflitto di attribuzione bloccherà la sentenza. Ciò che conta è mettere Berlusconi alla sbarra, chiamando a testimoniare le suorine che partecipavano alle feste di Arcore. Ve le immaginate le sfilate delle miss di fronte alle toghe? Il Tribunale si trasformerebbe in un circo. Ma forse è proprio quello a cui i magistrati puntano per poter finalmente appendere Silvio”. (red)

16. Il Quirinale teme scontri istituzionali

Roma - “‘Non risulta alcun incontro, né richiesto né fissato, con il presidente del Consiglio’ . È in questa gelida smentita – scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - che ieri sera si poteva misurare la nuova tensione tra Quirinale e Palazzo Chigi, dopo che all’ora di cena Silvio Berlusconi aveva annunciato l’intenzione di salire oggi da Napolitano ‘per discutere della situazione politica, anche alla luce degli ultimi avvenimenti relativi alle inchieste milanesi sul caso Ruby’ . Quel ‘non ne sappiamo niente’ affidato a una nota ufficiale, rivelava ben più che un fastidio per il plateale mancato rispetto delle forme (il Colle non è un posto dove uno si presenta quando gli pare, senza neppure chiedere un appuntamento e spiegarne le ragioni) o lo sconcerto per una sbrigativa ricerca di riallacciare i rapporti da parte del premier, dopo mesi di incomunicabilità con il presidente della Repubblica. Rivelava soprattutto ‘una netta e irritata presa di distanza dalle frenesie dell’ultima giornata’ del Cavaliere tornato in trincea, con i suoi roventi attacchi ai giudici, le minacce di fare addirittura causa allo Stato, l’annuncio di imminenti riforme sulla giustizia di carattere ritorsivo. Insomma: c’è una forte preoccupazione al Quirinale, ‘un allarme sempre più fondato’ , per l’apertura dell’ennesima controffensiva di Berlusconi. Il quale, come anticipavano i suoi uomini, bussando allo studio di Napolitano voleva sottoporgli un decreto legge sulle intercettazioni. Questo sarebbe quindi nelle sue intenzioni il primo, vero oggetto del colloquio. Mettere mano a una questione delicata e controversa su più fronti. Una materia che andrebbe invece affrontata cercando, nella logica quirinalizia, ‘una larga condivisione’ . Non soluzioni in chiave di autodifesa per chi ha veste di imputato. Beninteso, è già successo diverse volte che il presidente del Consiglio abbia tentato di rovesciare davanti al capo dello Stato i suoi cattivi umori per certi passaggi critici del governo e per problemi suoi personali. In qualche caso – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - quasi con lo spirito di coinvolgere il Quirinale, come se dovesse farsene carico perfino nella gestazione di alcune leggi. E ciò stava per accadere anche nell’estate scorsa quando Napolitano, interrogato proprio su questo dai cronisti, sbottò: ‘A proposito, sapete dirmi che fine ha fatto la legge sulle intercettazioni? Dite che è finita su un binario morto?... Bene’ . Ecco: il sarcasmo di quella risposta alzava il velo sul pensiero del capo dello Stato. Meglio il binario morto, per un progetto di legge che appariva troppo sbilanciato e di carattere punitivo. Del resto, aveva osservato in più occasioni, la politica tenta di mettere mano alle intercettazioni da tre legislature, e sempre senza costrutto. Non ci riesce perché si tratta di muoversi su un terreno minato, dove s’incrociano i sacrosanti allarmi di magistrati e giornalisti (che non intendono sacrificare i loro diritti a indagare e a informare) e le altrettanto motivate aspettative dei cittadini (che chiedono sia alzato un argine a tutela della propria privacy). Qualcosa è importante fare, per giungere a un ‘ricorso misurato dello strumento-intercettazioni’ , come aveva sollecitato Napolitano. ‘La questione è reale e attuale, anche con il suo grado di urgenza e prima la si risolve, meglio è’ , aveva ammesso un paio d’anni fa. ‘Ma proprio perché è un problema non nuovo e non recente, è meglio intervenire evitando fratture nell’equilibrio tra poteri’ . Dunque, - conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - non con la mannaia che si vorrebbe impugnare adesso”. (red)

17. L’equilibrio da ritrovare

Roma - “E’ stato un crescendo, dal mattino fino a sera. Prima – scrive Giovanni Bianconi sul CORRIERE DELLA SERA - le frasi pronunciate dal presidente del Consiglio davanti alle telecamere: ‘vergogna’ , ‘schifo’ , ‘finalità eversive’ ed espressioni simili rivolte ai magistrati che ne avevano appena chiesto il giudizio immediato. Parole gravi, che da sole prefigurano un conflitto istituzionale che verrebbe plasticamente alla luce se davvero Berlusconi dovesse intentare causa allo Stato, come da lui stesso paventato. Poi, di ora in ora, hanno preso corpo ipotesi sempre più clamorose: da un repentino decreto legge sulle intercettazioni alla denuncia dei magistrati per ‘attentato contro organi costituzionali’ , che al di là delle smentite sono il sintomo di un clima che sta diventando irrespirabile. Fino al documento del Pdl contro la Procura di Milano, accusata di arbitrii, nefandezze e irresponsabilità varie. È una progressione che rischia di tramutarsi in degenerazione, lasciando intravedere il precipizio in cui potrebbero cadere i rapporti tra i poteri dello Stato. Con un danno incalcolabile per le istituzioni, che non risparmierebbe nemmeno il governo impegnato — almeno nei progetti annunciati — a rilanciare l’iniziativa politica per affrontare la crisi economica e altre importanti questioni. L’ipotesi di una manifestazione di piazza anti-giudici era stata meritoriamente accantonata dal Popolo della libertà, ma ora l’appello del presidente del Consiglio alla mobilitazione contro i magistrati definiti dal suo partito ‘avanguardia politica rivoluzionaria’ non aiuta a rasserenare l’atmosfera. Ma se ciò non avviene, - prosegue Bianconi sul CORRIERE DELLA SERA - se il conflitto istituzionale dovesse proseguire anziché fermarsi prima di provocare ulteriori conseguenze, a perdere saranno tutti. C’è un’inchiesta giudiziaria in corso che forse sfocerà in un processo all’interno del quale, grazie ai meccanismi previsti, il neoimputato Silvio Berlusconi potrà far valere le proprie ragioni. Che devono essere valutate dai giudici. Anche per quanto riguarda la cosiddetta ‘competenza’ , su cui ci si accapiglia da quando l’indagine è venuta allo scoperto. Non è previsto che sia il Parlamento a decidere se il reato contestato al capo del governo sia di tipo ministeriale— come sostengono Berlusconi, i suoi avvocati e la sua maggioranza— oppure ordinario, come ritiene la Procura. Il voto della Camera del deputati non sposta nulla nella disputa giuridica che deve dirimersi davanti al giudice, dove i legali di Berlusconi potranno porre la questione. Se l’istanza di trasferire gli atti al tribunale dei ministri sarà respinta ci saranno appelli e ricorsi davanti ad altri giudici, ed eventualmente un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, che dirà chi ha ragione e chi ha torto. Secondo le regole e le procedure, però. Abbandonando epiteti, aggressioni e conflitti che nulla hanno a che vedere col processo e i suoi contenuti. Appena ieri il Consiglio superiore della magistratura ha censurato il premier per aver denigrato, attraverso il pubblico ministero di un suo processo, ‘l’intera magistratura, minando in tal modo la fiducia dei cittadini nei confronti dell’ordine giudiziario’ . Tocca anche a quell’organismo, così come al Garante della privacy, vigilare forse con maggiore attenzione su eventuali violazioni che possono verificarsi nella conduzione delle inchieste, soprattutto quando hanno a che fare con aspetti che riguardano la vita privata dei cittadini, capo del governo compreso. Ma subito dopo è arrivato il nuovo attacco di Berlusconi, e poi il documento del Pdl contro i magistrati titolari delle indagini. Di fronte a una così pericolosa escalation, - conclude Bianconi sul CORRIERE DELLA SERA - tornano alla mente le parole con cui il rappresentante dello stesso Pdl nel precedente Csm, l’avvocato-ex deputato Michele Saponara, annunciò compiaciuto il suo voto a favore della nomina a procuratore di Milano di Edmondo Bruti Liberati (firmatario ieri, con gli altri pm, della richiesta di giudizio immediato per il capo del governo), ‘per la garanzia di equilibrio e di indipendenza che porta con sé’ . Accadeva appena otto mesi fa”. (red)

18. Il Colle si prepara a fermare il decreto

Roma - “È scontro aperto tra il Quirinale e Berlusconi. Il premier – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - forza la mano: salgo al Colle, porto a Napolitano il testo di un nuovo decreto contro le intercettazioni. Ma il Quirinale lo gela: nessun incontro è stato mai richiesto dal presidente del Consiglio, e tanto meno su questo tema. E, accanto alla sorpresa per il mancato rispetto di ogni procedura, sul Colle monta l’irritazione per l’ultima sortita del premier. Prima la bordata durissima contro i giudici di Milano, quindi la minaccia di voler fare causa allo Stato. Infine il documento del Pdl. Il premier usa quindi toni violenti, parla di ‘schifo’ e ‘vergogna’. Anche Umberto Bossi spara a zero e corre in soccorso dell’alleato: ‘Facendo così pare che i pm non rispondano più a niente. Il giudice naturale era un altro, sembra una guerra totale: è la magistratura contro il Parlamento’. Tutti elementi che indispettiscono il Colle. Soprattutto alla luce di quel che è accaduto la scorsa settimana: quando proprio il Cavaliere aveva accolto l’appello a evitare contrapposizioni. In questo clima, dunque, al Quirinale non vogliono prendere in considerazione un colloquio su un decreto rispetto al quale in passato aveva espresso le sue perplessità. In realtà Berlusconi e Napolitano potrebbero vedersi questa mattina, a margine della cerimonia per la "Giornata del ricordo" delle foibe. Tuttavia la presenza del Cavaliere non è ufficialmente prevista: il premier aveva infatti delegato a rappresentarlo il sottosegretario Gianni Letta. Molto difficile, in ogni caso, improvvisare un colloquio a quattr’occhi. Di certo sulle intercettazioni Napolitano è contrario ad ogni blitz, figurarsi per decreto. E sarà lui, con la sua firma, a dover certificare l’esistenza dei requisiti di ‘necessità e urgenza’ previsti dalla Costituzione. Del resto, quando sei mesi fa la legge bavaglio si arenò, il capo dello Stato non nascose la sua soddisfazione, constatando ‘la legge è finita su un binario morto... ‘. L’escalation – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - prende il via durante la riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl, convocato nel pomeriggio a palazzo Grazioli. L’idea di bruciare per decreto l’uso e la pubblicazione delle intercettazioni sul Rubygate e su altre eventuali inchieste, il premier l’aveva già avanzata in mattinata, in un Consiglio dei ministri per il resto dedicato all’economia. Ai presenti era parso insomma niente più che uno sfogo. Soltanto Alfano, Letta e Ghedini sapevano (almeno dal giorno prima) che il premier aveva davvero intenzione di procedere come un bulldozer sulla strada del decreto. Anche perché avevano tentato in ogni modo di frenarlo. Inutilmente. Così, quando si riunisce l’ufficio di presidenza, il Cavaliere torna sul punto, chiamando in causa il capo dello Stato. ‘Domani andrò al Quirinale a spiegare a Napolitano che a questa vergogna delle intercettazioni pubblicate a gettone il governo intende porre subito fine. Stavolta ci dovrà ascoltare’. Le colombe capiscono di aver perso la partita, tira una brutta aria. Il corto circuito con il Colle si innesca, Gianni Letta non ha ancora anticipato a Napolitano l’intenzione di Berlusconi. Le agenzie battono la notizia mentre la riunione è ancora in corso e succede il patatrac. Il capo dello Stato ha appena incontrato Bossi e Calderoli, ai due ha raccomandato la ‘massima condivisione’ sul federalismo e quindi ‘cautela assoluta’ sul ricorso alla fiducia, quando apprende della inaspettata visita annunciata dal Cavaliere. ‘Gli incontri al Quirinale vanno preparati e organizzati, non comunicati a mezzo stampa... ‘. Porte aperte naturalmente al capo del governo ma nel rispetto delle procedure, senza trovarsi insomma di fronte al fatto compiuto. Ma ormai per Berlusconi, convinto di giocarsi la partita finale, queste questioni di correttezza istituzionale sembrano solo ‘assurde formalità’. Per uno che ieri è persino arrivato a sorpresa a ipotizzare le dimissioni da presidente del Consiglio, lo spazio per le mediazioni fra i palazzi semplicemente non c’è più. ‘Se lo ritenete - ha esordito infatti davanti allo stato maggiore del Pdl - se pensate che il problema sia io, sappiate che sono pronto a farmi da parte’. Non che ne avesse davvero intenzione, ma la drammatizzazione è riuscita. Tutti i colonnelli e i generali, a quel punto, hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa. Landolfi ha proposto ‘il ripristino dell’immunità parlamentare’, la Santanché ha lanciato il suggerimento di ‘tornare in piazza, perché sono quelli là fuori la tua forza’, Cicchitto ha gettato il cuore oltre l’ostacolo: ‘Ti difenderemo, non accadrà un nuovo ‘94’. I più accesi – conclude Bei su LA REPUBBLICA - arrivano a immaginare anche una denuncia di attentato alla Costituzione, articolo 289 del codice penale, contro i magistrati di Milano. In un clima così acceso contro un potere dello Stato, di certo al Colle non apriranno le braccia al capo degli incendiari”. (red)

19. L’ipotesi di un decreto contro le intercettazioni

Roma - “Come ogni guerra che si rispetti, - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - quella attuale fra magistratura e Pdl conosce la sua escalation. Berlusconi riunisce il partito e all’unanimità viene messo nero su bianco un documento durissimo sui magistrati di Milano, che ‘vogliono sovvertire il voto’ , divenuti ormai ‘un potere irresponsabile dello Stato’ , che rappresentano nient’altro che ‘un’avanguardia rivoluzionaria’ . Si attendeva un’iniziativa politica, ma non si prevedeva così forte. La denuncia del Pdl, del suo ufficio di presidenza, non potrà non coinvolgere le altre cariche dello Stato, a cominciare dal presidente della Repubblica, che dell’equilibrio dei poteri è garante, così come della leale collaborazione fra le istituzioni. Proprio su questo punto arriva la prima delle denunce di Berlusconi e del Pdl: ‘La decisione della Procura di Milano di procedere alla richiesta di giudizio immediato, nonostante la restituzione degli atti da parte della Camera dei deputati per manifesta incompetenza, denota disprezzo per il Parlamento e per le istituzioni democratiche e disattende gravemente il principio di leale collaborazione fra poteri dello Stato’ . Ragione per cui esisterebbe un ‘pericoloso conflitto tra autorità giudiziaria e sovranità popolare’ . Ma questo è solo l’assaggio: ‘il potere irresponsabile’ , ovvero i magistrati milanesi, continua il documento, tenta di ‘sovvertire il verdetto democratico’ , ha ‘dilatato a dismisura la sacrosanta autonomia della magistratura, privando i cittadini e la stessa democrazia di tutele rispetto a possibili azioni spregiudicate dal carattere eversivo’ . È non solo una denuncia molto dura, che il Pd giudicherà ‘terroristica’ , sembra anche l’annuncio di altro: alla fine del documento si promettono ulteriori iniziative, forse già oggi Berlusconi potrebbe chiedere a Napolitano un incontro (mentre il Colle fa sapere che non è in agenda) per rappresentargli l’urgenza di varare un decreto legge sulle intercettazioni; di certo a Palazzo Grazioli, prima e dopo la riunione, si discute addirittura di presentare una denuncia, magari a Brescia o a Roma, contro la Procura di Milano, per attentato contro gli organi costituzionali (articolo 289 del codice penale). Iniziative che vengono soppesate in queste ore, mentre Berlusconi e il Pdl affermano in coro che ‘ormai nel – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - Paese la legge è eguale per tutti tranne che i pm, che non pagano mai e sono totalmente irresponsabili’ . Concetti che si ritrovano in maniera articolata nel documento, dove la Procura è il soggetto che mette in atto ‘un caso gravissimo di uso politico della giustizia’ , che applica in modo ‘arbitrario principi astratti come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale’ , che contribuisce a diffondere ‘in modo illegale e rateizzato atti unilaterali e privi di rilevanza penale’ che vengono pubblicati dai media, in questo modo comportandosi secondo una regia, come ‘un vero partito politico, calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico, in sfregio al popolo sovrano e ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato senza clamori’ . E se questi magistrati, si prosegue, ‘disprezzano’ il Parlamento, se spiano il premier, come sostiene Berlusconi, se ‘attraverso un dispiegamento di mezzi senza precedenti hanno di fatto sottoposto a illegittimo controllo l’abitazione del capo del governo’ , allora si evidenzia ‘quale pericoloso conflitto ormai vi sia fra autorità giudiziaria e sovranità popolare’ . Ci va di mezzo anche il Garante della Privacy, - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - definito ‘assolutamente inadeguato’ a difendere il diritto alla riservatezza”. (red)

20. Violante: “Intercettazioni? Ormai come Sud America”

Roma - Intervista di Maria Antonietta Calabrò a Luciano Violante sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni paesi del Centro e Sudamerica’ . Luciano Violante, quando dice ‘cose del genere’ pensa al cortocircuito mediatico-giudiziario? ‘L’informazione dedica spazi spropositati alla cronaca giudiziaria, non solo per la rilevanza oggettiva dei fatti; c’è un intreccio malato tra indagini e informazione. Nell’antichità era pubblica l’esecuzione della pena che dimostrava la potenza del principe. Nell’età moderna la pubblicità riguarda il dibattimento che dimostra l’equità e la controllabilità del processo. Oggi, nell’età dei mezzi di comunicazione, non abbiamo ancora stabilito il giusto equilibrio tra riservatezza delle indagini, tutela dei diritti delle persone coinvolte e diritto dell’opinione pubblica di conoscere e controllare. Pensi al caso di Sara Scazzi’ . In che senso? ‘L’accertamento della responsabilità arriva troppo tardi. Interessano solo le indagini. Per l’assenza di chiari principi di responsabilità politica e di responsabilità morale, da noi, prevale la responsabilità penale, con confusione tra reato, peccato, condotta politicamente inaccettabile. Altrove il giudizio penale è distinto dal giudizio politico e da quello morale’ . In realtà, per fare un esempio, Clinton fu ‘massacrato’ dai giornali americani... ‘L’indagine non riguardava la sua relazione sessuale con la signorina Lewinsky, ma la menzogna del presidente degli Stati Uniti che aveva negato la relazione violando il dovere di lealtà con il popolo americano. Sulla menzogna dei politici noi siamo troppo indulgenti’ . Abuso dello strumento delle intercettazioni: è questo il problema? ‘No. In Italia solo il magistrato può autorizzare l’intercettazione. In altri paesi polizia e servizi di sicurezza possono agire autonomamente. Ma, è questa la differenza, le intercettazioni non finiscono sui giornali’ . Anche all’estero ci sono però delle ‘perdite’ (dei ‘leaks’ diremmo, dopo il caso Assange). In Francia finiscono sul ‘Canard’ . ‘Appunto, si pubblicano sul Canard non su Le Monde. Il che non vuol dire impedire la conoscenza da parte dell’opinione pubblica. Le inchieste devono essere oggetto più di commenti che di trascrizioni’ . Adesso i supporti informatici permettono il download e il trasferimento nel giro di secondi di centinaia se non migliaia di pagine di atti. L’informazione va come in presa diretta sul materiale delle indagini: ieri erano sui giornali sms inviati da Sara Tommasi il 18 gennaio... ‘Ecco cosa voglio dire quando parlo della necessità di una riflessione seria su giustizia e informazione, anche con i giornalisti’”. (red)

21. Il cerchio si stringe intorno al Cav. 

Roma - “Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi, - scrive IL FOGLIO - è convinto che il famoso giudice a Berlino lo si troverà. Un legale di valore non si permette mai di essere pessimista, figuriamoci un avvocato e deputato che si trova in una situazione di giustizia tanto atipica. Ma alla domanda: ‘E’ vero che con questo calendario il presidente del Consiglio entro un anno può subire una prima condanna definitiva con interdizione dai pubblici uffici?’, risponde: ‘Sono sicuro che non accadrà, ma in linea astratta, tecnicamente, non posso escluderlo. E’ possibile’. Queste sono le date che contrassegnano la resa dei conti giudiziaria contro Berlusconi, la ‘soluzione extraparlamentare’ per toglierlo di mezzo senza il voto del Parlamento o del paese di cui parlano Zagrebelsky, Spinelli, Asor Rosa e molti altri membri di quella che Cossiga chiamava la ‘nota lobby’: 28 febbraio, riapre il processo per i diritti Mediaset; 5 marzo, quello detto Mediatrade; 11 marzo, processo Mills (tecnicamente è possibile che sia definitivamente concluso entro l’inizio del 2012, prima della prescrizione). ‘In tutto questo c’è un salto di qualità. Ormai a Milano se ne infischiano delle prerogative istituzionali dei parlamentari e del capo del governo. La Camera ha deliberato formalmente che il pm milanese è del tutto incompetente nel caso Ruby. Per le perquisizioni (era questa la richiesta dei pm), come per arresto e intercettazioni, vige ancora l’articolo 68 della Costituzione, e la Camera ha deliberato che contro il deputato Berlusconi c’è sospetto di persecuzione giudiziaria e che la procura milanese non ha alcuna giurisdizione sulla faccenda, perché tocca al tribunale dei ministri. I pm potevano dare le carte al Tribunale dei ministri o sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri in Corte costituzionale: invece sono andati avanti gettando nel cestino il deliberato della Camera a tutela di un suo membro. Questo è contro la legge e contro la Costituzione, non è applicazione ma tradimento della norma’. Quali sono le altre anomalie principali nell’assedio giudiziario a Berlusconi? ‘Un invito a comparire di 400 pagine, con tutto il materiale necessario a distruggere una immagine pubblica violando una vita privata. Gli inviti a comparire in genere sono due paginette con il capo di imputazione e una data per l’interrogatorio. Ci sono stati casi analoghi, un invito di 1.000 pagine, sanzionati dal Csm come malagiustizia. La richiesta di giudizio immediato manca della sua condizione: una prova evidente. Il funzionario della Questura, dottor Ostuni, ha detto che quella del premier era stata una telefonata di sollecitudine e cortesia. Ruby ha dichiarato di essersi presentata come 24enne, di non essere stata pagata per alcuna prestazione sessuale. Bisognava approfondire le indagini, altro che giudicare immediatamente’. E altri riti sommari? ‘Non vogliono il processo breve, ma nemmeno quello un po’ più lungo e garantito dalle testimonianze della difesa: ne ho chieste 60 per il caso Mills, ne a hanno accettate solo 3. Se fosse passata la mia proposta di legge di due anni fa sull’obbligo di ammettere i testi a difesa, farei sereno il processo. Ma così il sospetto, e più che il sospetto, è che la tendenza sia a costruire processi ad personam, in cui la legge è formalmente uguale per tutti, ma in realtà la procedura rispetta la vecchia mentalità inquisitoria che avrebbe dovuto essere sepolta dal processo penale riformato dalla cultura garantista dei padri del nostro diritto contemporaneo, Vassalli e altri. Ci sono molti giudici capaci e imparziali, non accaniti e rigorosi anche nella conduzione dell’accusa, ma la regola del giudizio arbitrario sui testi a difesa favorisce la tendenza alla parzialità’. La Corte costituzionale vuole una leale collaborazione tra i poteri. ‘Con questo calendario come fa il capo del governo a fare il suo mestiere, quando deve prepararsi a fronteggiare un assedio?’”. (red)

22. Dopo 7 giorni di gogna cade l’accusa a Frattini

Roma - “L’avevano chiamato persino ‘postino’ per sfotterlo. Per resettarne il ruolo istituzionale e politico. E’ finita – scrive Gianluigi Paragone su LIBERO - che per il ministro Franco Frattini la procura ha chiesto l’archiviazione: era indagato per abuso d’ufficio in relazione ai documenti riguardanti la casa di Montecarlo (quella nelle disponibilità del cognato di Fini, Gianmarco Tulliani). Sette giorni nel tritacarne. Sette giorni appeso a quel chiodo ipocrita che si chiama ‘atto dovuto’. Atto dovuto che cosa? E dovuto essere nel mirino dei cecchini? Strane cose accadono in nome del diritto e dei diritti dove solo a pochi privilegiati è consentito stare al riparo dalla fuga di notizie. Ecco, Gianfranco Fini è stato un privilegiato: solo lui ha avuto la gran fortuna di essere indagato perla casa di Montecarlo e saperlo - lui e noi - solo quando dalla procura arrivava la richiesta di archiviazione. Che fortuna... A Frattini questo non è capitato. A Mastella (per il quale molte accuse si stanno afflosciando come un bignè venuto male) non è capitato. A Berlusconi, manco a dirlo, questo non capita. Anzi, su di lui più si dice e più monta la panna. Si dice che siano processi mediatici. Macché. Qui siamo al reality investigativo dove ogni giorno una manina alza la carta ‘imprevisto’ e rimette in moto tutto. Ne parlavo ieri alla trasmissione di Andrea Vianello,Agorà, commentando come la lettura di Gianni Barbacetto del Fatto Quotidiano mi ricordasse molto il mito della caverna raccontato nella Repubblica di Platone. Barbacetto e quelli come lui vedono le ombre proiettate sulla parete, sono convinti (per atto di fede) che sia la realtà e la rappresentano come tale. Invece non è la realtà: sono solo ombre disegnate dalle procure. E finzione. E il convincimento impermeabile al dubbio che l’intreccio tra carte dei pubblici ministeri, telefonate intercettate a capocchia e commenti vari sia vero. La realtà alla luce del sole invece è un’altra; ed è fatta appunto di una giustizia doppiopesista: garantista per Fini e senza veli per Berlusconi o Frattini. Si è indagati, e subito - se non prima - il nome finisce sui giornali. Si è intercettati, e le chiacchierate, pure quelle che non c’entrano nulla col merito dell’inchiesta, finiscono dappertutto. Si dice che c’è una concussione, ma manca il concusso. Si dice – prosegue Paragone su LIBERO - che c’è un ricatto ma manca il ricattato. E che dire della competenza dei giudici? Che dire dello squilibrio tra accusa e difesa? Insomma, sono saltate le regole del diritto e persino del buon senso. Prova ne è il fatto che non avendo l’asso vincente in mano, il dibattito si sposta sul livello morale. Sul giudizio di cosa si dovrebbe e non si dovrebbe fare. Torno a Frattini. In una settimana delicata sul fronte internazionale, provate voi a pensare con quale precarietà si sia ritrovato a muoversi il ministro degli esteri italiano quando aveva pendente una indagine per abuso d’ufficio. Come si può far politica quando in Parlamento c’è chi, tra le altre accuse, ti bolla come postino di strana gente? Idem per Berlusconi. Il premier ieri ha presentato il piano per il rilancio economico: sarebbe interessante discuterne e aprire un confronto, tuttavia come si fa ad aprire una discussione politica quando l’opposizione in parlamento ormai galoppa sul dorso del giustizialismo, delle inchieste e delle piazze? Il premier fa benissimo a macinare politica, però fintanto che le opposizioni stanno sul terreno scivoloso del giustizialismo e le procure daranno l’assalto a Berlusconi, non si può pensare che tutto ciò sia secondario. I radicali si lamentano perché in procura a Milano i giudici non valutano il loro esposto contro Formigoni (lo accusano di aver raccolto firme false); dicono che da dodici mesi i pm hanno le prove (prove a loro dire, ovviamente) di questa falsificazione delle liste. Bene, quanto ci scommettiamo che, poiché c’è di mezzo la solita Minetti (la quale era nel listino della discordia), tra poco tempo qualche procuratore darà corso all’esposto radicale? Quanto ci scommettiamo che quello che finora non è stato meritevole di attenzione (forse perché le prove non erano così schiaccianti ...), ora diventerà materiale scottante? Due pesi, due misure. Da una parte il giudizio immediato e le indagini a tappeto per il Rubygate, dall’altra l’esposto in stand-by dei Radicali. Da una parte la roboante indagine sul ruolo del ministro Frattini, e dall’altra la discreta archiviazione della posizione di Fini. Da una parte il consigliere del Csm Brigandì esposto al pubblico ludibrio con l’accusa di aver passato alcune carte ai cronisti del Giornale; dall’altra la sistematica violazione del segreto istruttorio senza che alcuna manina venga mai bacchettata. E potremmo andare avanti. Allora, - conclude Paragone su LIBERO - si può pensare male? Si può pensare che qualsivoglia intervento del governo, piccolo o grande che sia, è destinato a non essere dibattuto dalla politica perché la politica non c’è più e al suo posto trionfa il giacobinismo?” (red)

23. Stop alla festa per l’Unità, Gelmini: “Scuole aperte”

Roma - “‘Penso che il 17 marzo le scuole debbano restare aperte’ . Per il suo annuncio – scrive Lorenzo Salvia sul CORRIERE DELLA SERA - Mariastella Gelmini sceglie il Consiglio dei ministri: dopo Confindustria, la Lega ed il presidente dei garanti per le celebrazioni Giuliano Amato, anche lei si schiera per una festa dei 150 anni dell’unità nazionale passata al lavoro. ‘La ricorrenza — dice — potrà essere celebrata in classe durante l’orario normale dedicando una particolare attenzione a quel momento storico così importante. Un modo per dare più valore a questo appuntamento, altrimenti si correrebbe il rischio di considerarlo solo un giorno di vacanza in più’ . Per questo il ministero dell’Istruzione sta preparando una circolare che spiegherà alle scuole come comportarsi. La decisione era stata presa pochi giorni fa: scuole e uffici pubblici chiusi nel 150 ° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, nel settore privato una giornata pagata come festivo. Ma appare sempre più probabile un ripensamento. Ufficialmente Silvio Berlusconi ha chiesto di riflettere sulla questione. Ma il sottosegretario Gianni Letta, che pure aveva parlato di ‘scelta scritta nella legge’ , ha provato a convincere i ministri ex An, quelli che difendono la festa con maggiore fermezza. Durante la riunione a Palazzo Chigi, convocata per le misure sull’economia, la discussione diventa accesa. Specie tra Umberto Bossi e Giorgia Meloni, che si affrontano con una durezza senza precedenti. Il leader leghista dice che ‘bisogna lavorare’ perché il ‘ponte sarebbe pericolosissimo in un momento di crisi come questo e non credo che gli imprenditori sarebbero contenti’ . Ma soprattutto aggiunge che la ‘festa sarà percepita in modo diverso a seconda dei luoghi’ . Il ministro della Gioventù non frena il suo carattere: ‘Una nazione non è fatta solo di soldi, non potete ridurre il 17 marzo ad una festa di serie B’ . Secondo Meloni – prosegue Salvia sul CORRIERE DELLA SERA - anche tenere aperte le scuole è sbagliato perché ‘nulla garantisce che in aula si parli davvero dell’unità d’Italia’ . La voce sale di tono, i due torneranno a litigare anche dopo la fine delle riunione. Intanto al tavolo si consuma un altro scontro, quello tra Roberto Calderoli e Ignazio La Russa che sulla questione avevano già duellato a distanza. A poco servono le parole di Maurizio Sacconi e Paolo Romani che provano a mettere tutti d’accordo. Alla fine nessuna sintesi, restano solo le divisioni: ‘La decisione è stata rinviata — dice il ministro del Welfare Sacconi — ma ne parleremo. Stiamo cercando una soluzione che non pesi sulla crescita economica e allo stesso tempo consenta un’adeguata celebrazione di un evento al quale diamo significato ogni 50 anni’”. (red)

24. Federalismo, Napolitano chiede cautela a Bossi 

Roma - “Oltre un’ora di colloquio al Quirinale – scrive Alessandro Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il leader della Lega Umberto Bossi e il ministro Roberto Calderoli. Un modo per i leghisti per sondare gli umori del Colle e per capire come evitare ulteriori passi falsi, dopo la bocciatura del decreto sul federalismo fiscale. E se poche ore prima il premier Silvio Berlusconi aveva annunciato che alla Camera verrà posta la questione di fiducia per mettere in sicurezza il decreto, alla fine del colloquio al Quirinale la Lega frena. Anche perché il presidente ha chiesto al Carroccio ‘la più ampia condivisione’ del testo. Nei giorni scorsi, il capo dello Stato aveva bloccato il federalismo municipale, considerando una forzatura procedurale il suo varo in Consiglio dei ministri dopo il no della Commissione bicamerale (24 a 24). I leghisti annunciano ora che la prossima settimana riferiranno alle Camere. Calderoli, all’uscita dal Quirinale, si dice ‘molto soddisfatto’ e definisce Napolitano ‘un presidente riformista’ . Durante l’incontro, si è data ormai per esaurita la questione dell’irricevibilità del decreto e i due esponenti leghisti hanno preso atto delle obiezioni del Quirinale e della necessità di tornare alle Camere. Bossi ha fatto presente al presidente della Repubblica l’interesse stringente della Lega nel portare fino in fondo tutti i decreti del federalismo. Il presidente ha rievocato il suo discorso di Bergamo, nel quale aveva chiesto alle forze politiche di ‘uscire dalla spirale degli scontri’ . E ha legato direttamente il federalismo all’Unità d’Italia. Per la Lega anche il 17 marzo, giorno in cui si celebra la festa dell’Unità d’Italia, bisogna continuare a lavorare. Parole sicuramente sgradite al Quirinale. Che prima ha ricordato: ‘Il federalismo è un impegno di indiscutibile valore costituzionale, che quindi richiede lo sforzo di una più ampia condivisione’ . Poi ha spiegato che le celebrazioni dell’Unità d’Italia non possono essere considerate retorica e che anche la Lega dovrebbe partecipare, visto che l’articolo 5 riconosce che ‘la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali’ . Solo nell’ambito dell’unità, dunque, - prosegue Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - è ammissibile il federalismo. Il presidente avrebbe anche ricordato che chi ricopre cariche pubbliche ha un dovere particolare nei confronti della ricorrenza. Poche ore prima Berlusconi aveva annunciato la decisione di mettere la fiducia sul testo alla Camera (non al Senato). Una decisione contestata dal centrosinistra, dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani — ‘Con questo patto verrà fuori una forzatura che porterà a esiti ingestibili’ —, da Nichi Vendola: ‘È una dichiarazione di guerra al Mezzogiorno e al Paese’ . Ma l’incontro al Quirinale avrebbe evidentemente indotto a maggior prudenza la Lega. E sulla fiducia si deciderà solo quando il governo riferirà alle Camere”. (red)

25. Bce, si ritira Weber, sale Draghi

Roma - “La partita per la successione alla Bce adesso entra nel vivo. A sorpresa, - scrive Marika De Feo sul CORRIERE DELLA SERA - l’attuale capo della Bundesbank Axel Weber avrebbe deciso di non rinnovare il suo mandato (in scadenza nell’aprile del 2012), rinunciando così a candidarsi per la successione di Jean-Claude Trichet al vertice della Banca centrale europea (da novembre). La decisione di Weber, trapelata di prima mattina, è apparsa sempre più probabile con il passare delle ore. Fra smentite e conferme, ha provocato altre indiscrezioni a cascata sulla futura guida della Bundesbank e di Deutsche Bank. Per quest’ultima Weber, secondo indiscrezioni circolate ieri nella stessa sede del primo istituto tedesco, è in pole position in sostituzione del top manager svizzero Josef Ackermann. Secondo alcune ricostruzioni, Weber avrebbe appreso giorni fa dalla cancelliera Angela Merkel e dal Ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble di non essere il candidato tedesco per la corsa alla guida della Bce. Profondamente amareggiato, l’ex professore universitario, 53 anni, martedì sera avrebbe annunciato ad alcuni amici l’intenzione di dimettersi. O comunque di non volere un altro mandato alla guida della Bundesbank, pianificando un comunicato per ieri mattina sul suo ‘futuro professionale’ (una nota smentita dalla Buba). Un fulmine a ciel sereno per la Cancelliera, che ha avuto un lungo colloquio telefonico con Weber. Dopo la telefonata, comunque, si sono rafforzate le voci di un’ uscita di Weber alla scadenza del mandato, o, secondo la ‘Bild’ , già quest’estate. Sulla scorta del caso tedesco – prosegue De Feo sul CORRIERE DELLA SERA - è ripartito il toto-nomine per la Bce. Secondo alcune fonti, l’uscita di scena di Weber, in rotta con Trichet per aver criticato l’acquisto di bond sovrani da parte della Bce, favorirebbe candidati meno ‘schierati’ e molto esperti di finanza. Come il governatore di Bankitalia e presidente del Financial Stability Board Mario Draghi, ma anche il tedesco Klaus Regling, 60 anni, oggi capo del Fondo salva Stati (Efsf), ieri a Berlino per varie audizioni parlamentari. In corsa ci sarebbero anche altri governatori, come Yves Mersch (Lussemburgo) e Erkki Liikanen (Finlandia). Alla guida della Bundesbank Merkel avrebbe invece destinato il suo consigliere economico Jens Weidmann, 42 anni, ex allievo di Weber. Ma negli ambienti politici si fa anche il nome di Jürgen Stark, ora nel board della Bce ed ex vicepresidente della Buba”. (red)

26. Egitto, la rivolta raggiunge il Parlamento

Roma - “La crisi – riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - costa all’Egitto 310 milioni di euro al giorno, il canale di Suez perde l’ 1,6 per cento del traffico di mercantili e per la prima volta anche i suoi lavoratori. Seimila sono entrati in sciopero nella città povera che produce la ricchezza del Paese: chiedono salari migliori. Gli operai hanno lasciato le fabbriche anche ad Assuan, Mahalla, Quesna, e al Cairo gli impiegati al ministero della Sanità hanno abbandonato gli uffici. Sotto le loro finestre, il nuovo fronte della protesta, davanti al Parlamento che è stato evacuato. Tremila ferrovieri hanno bloccato i treni e oggi nella capitale si fermano gli autobus. Il movimento 6 aprile, che prova a coordinare la rivolta, annuncia per domani cortei davanti alla televisione di Stato. Il palazzo ricurvo, da fuori sembra uno stadio, è protetto dai carrarmati dell’esercito, il viale sul Nilo è bloccato. Da lì, i manifestati vorrebbero raggiungere altri simboli del potere. Che prova a offrire concessioni: la commissione istituita dal presidente Hosni Mubarak ha individuato 6 articoli della Costituzione da emendare per permettere elezioni libere. Il governo dialoga e minaccia. Il vicepresidente Omar Suleiman parla del rischio di colpo di Stato, se la situazione non ritorna normale. Piazza Tahrir occupata sta entrando nella vita del Cairo. Al tramonto, si riempie di gente che esce dagli uffici, anche ieri senza manifestazioni annunciate. Il presidio di tende diventa permanente, gli studenti di ingegneria studiano come allestire i gabinetti, i venditori ambulanti offrono da mangiare, i concerti si alternano ai comizi. ‘Tre o quattro giorni e Mubarak se ne andrà’ , dice Mohamed. È quello che la folla continua a chiedere e le opposizioni ripetono: i Fratelli Musulmani — scrive il quotidiano britannico Guardian — gli danno una settimana per dimettersi. Se ne va invece Gaber Asfour, neo-ministro della Cultura, perché avrebbe capito che l’esecutivo resta sotto il controllo del partito di regime. Joe Biden ha chiamato Suleiman per convincerlo a rimuovere le leggi d’emergenza, a liberare i detenuti politici e a fermare gli arresti, che continuano in questi giorni. Ahmed Abdul Gheit, ministro degli Esteri, - prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - respinge le pressioni della Casa Bianca (‘non sono utili’ ) e avverte che l’esercito potrebbe intervenire per evitare il caos: ‘Dobbiamo proteggere la Costituzione anche se viene emendata’ . Biden e Suleiman si conoscono bene, da quando il vicepresidente americano guidava la commissione Affari Esteri al Senato e il capo dei servizi segreti era l’interlocutore di Washington per provare a capire le vicende egiziane. Con gli Stati Uniti, Suleiman ha sempre enfatizzato la minaccia del fondamentalismo islamico (e quindi la necessità di mantenere le leggi d’emergenza). Adesso fa risuonare l’allarme: ‘Durante i disordini, sono evasi dalle carceri militanti di Al Qaeda’ . Che dall’Iraq interviene con un comunicato ed esorta i manifestanti alla guerra santa per fondare uno Stato islamico. La polizia è tornata nelle strade e in un villaggio a sud della capitale, provincia di Wadi El Jedid, gli agenti avrebbero sparato sui dimostranti, almeno 2 morti e 61 feriti. Sono i primi scontri dalla notte del 28 gennaio, quando l’esercito è stato dispiegato”. (red)

27. Suleiman: l’Egitto rischia il golpe

Roma - “Parlamento e residenza privata del primo ministro – riporta Renato Caprile su LA REPUBBLICA - sono da ieri sotto assedio. Sono stati di parola, i ragazzi del movimento ‘6 aprile’. Promettevano un’escalation della protesta e a migliaia non hanno esitato a metterla in pratica. Nessun eccesso per ora, tranne quelli verbali, i soliti poi. Da ‘Mubarak vattene’ a ‘ladri’, urlato all’indirizzo dei deputati. Ad ogni buon conto mezzi corazzati dell’esercito vigilano impedendo che la situazione precipiti. La collera varca dunque i confini della piazza e arriva davanti ai palazzi del potere. Inizia, insomma, la cosiddetta ‘fase due’ della complicata crisi egiziana. Quella che qualcuno ha sintetizzato, non senza un eccesso di enfasi, con lo slogan ‘Vittoria o morte’. Per questioni di sicurezza, i dipendenti del Parlamento egiziano sono già stati evacuati. E lo stesso premier, Ahmed Shafiq è stato costretto ad abbandonare il proprio ufficio per trasferirsi nella sede del ministero dell’Aviazione civile. Omar Suleiman, il vice di Hosni Mubarak, il garante della transizione, l’uomo che piace a Stati Uniti e Israele, convinto assertore della necessità di un negoziato che metta fine alle proteste che stanno portando il paese al collasso, teme il rischio di un golpe. ‘L’alternativa al dialogo è un colpo di Stato che porterebbe a conseguenze affrettate e incalcolabili, frutto di irrazionalità. Non vogliamo raggiungere questo punto, noi vogliamo proteggere l’Egitto’. Scenario inquietante, dunque. Tanto più che a farlo è un fuoriclasse dell’intelligence, uno che fino a ieri l’altro è stato il potente capo dei servizi segreti. Parole pesanti, pronunciate nel corso di un incontro con i direttori dei maggiori quotidiani egiziani. C’è davvero questo rischio o è solo un ‘escamotage’ per impaurire la piazza e convincerla a desistere? Persone vicine al governo hanno poi provato a minimizzare la portata delle affermazioni dell’ex numero uno del mukhabarat. ‘Non voleva minacciare il golpe militare - hanno fatto sapere - ma solo mettere in guardia dalla possibilità che gruppi islamici o altri apparati statali possano approfittare della situazione’. Alla vigilia dell’ennesimo giorno della verità - domani venerdì si chiude la ‘settimana della tenacia’ con una manifestazione che si annuncia oceanica - la tensione in Egitto non solo continua a essere altissima, ma si sta estendendo anche ad altre zone. A El Khargo, 400 chilometri a sud del Cairo, - prosegue Caprile su LA REPUBBLICA - almeno tre persone sono morte e altre 100 sono rimaste ferite negli scontri scoppiati ieri tra polizia e manifestanti. E come se non bastasse la rabbia popolare, la minaccia di colpi di mano, irrompe sulla scena anche Al Qaeda. Il sedicente ‘Stato Islamico dell’Iraq’, branca della rete di Bin Laden chiama infatti alla jihad i manifestanti anti-Mubarak e li esorta a battersi per l’instaurazione di un regime fondato sulla sharia. L’appello è contenuto in un messaggio apparso su diversi siti filo-integralistici, ed è stato intercettato dagli specialisti di ‘Site’, gruppo di monitoraggio anti-terrorismo on-line con sede negli Stati Uniti. Nel messaggio si afferma che in Egitto ‘si è aperto il mercato della guerra santa’. Ma i Fratelli musulmani, presunta sponda naturale dei terroristi, si chiamano fuori. Non solo dalla jihad, che assicurano non far parte del loro programma, ma anche dalla competizione politica. ‘Non presenteremo alcun un candidato per la presidenza’, ha ribadito anche ieri Mohamed Moursi, alto esponente del movimento. Mentre la Casa Bianca esorta ‘i militari a continuare a dare prova di moderazione’ e critica l’Egitto per non aver ancora raggiunto la ‘soglia minima delle riforme’ richiesta dal popolo e chiede sia fatto di più, il ministro degli Esteri egiziano, Ahmed Aboul Gheit replica risentito: ‘A parte il fatto che abbiamo appena iniziato, questa ha tutta l’aria di essere un’ingerenza’”. (red)

28. Un film su Maggie, così si riscopre la Lady di ferro

Roma - “Pare che siano preoccupati un po’ tutti. Gli amici di vecchia data della Lady di Ferro – scrive Fabio Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA - sono agitatissimi e ‘inorriditi’ all’idea che la loro amata finisca sulla graticola cinematografica. Gli avversari di sempre, all’opposto, vedono come un incubo la prospettiva che il bellissimo volto di Meryl Streep possa restituire a Margaret Thatcher quella dolcezza e nobiltà d’animo che, dicono, lei non ha mai avuto. Siamo ancora ai primi ciak ma l’annuncio che l’attrice americana, due volte premio Oscar, con la direzione di Phyllida Lloyd (la stessa coppia del successo Mamma Mia), porterà nelle sale la storia della Iron Lady ha provocato un certo rumore. C’è chi, con una buona dose di sciovinismo, si scandalizza perché teme che una star di Hollywood non riesca a comprendere ed esprimere il carattere di una donna tanto determinata, addirittura di una ‘donna dominatrice’ ma profondamente british. E c’è chi, prigioniero di vecchi dogmi, immagina una sorta di beatificazione della ottantacinquenne Maggie sorda ai ricordi degli scontri sociali che le sue politiche aggressive provocarono. Infine, non mancano i perfidi secondo i quali la seducente espressione di Meryl Streep non si sposa con lo sguardo gelido della baronessa. Insomma, gira e rigira, ci s’interroga se il film sarà l’omaggio a un’eroina o la caricatura di un ‘mostro’ . E la questione diventa, naturalmente, politica perché, a sentire una campana, un conto è raccontare con distacco una storia e un conto glorificare chi piegò ferocemente il sindacato, avviò ‘le liberalizzazioni selvagge’ e mandò a casa migliaia di lavoratori, oppure, a sentire la seconda campana, un conto è mettersi davanti alla macchina da presa per fare cassetta e un conto spiegare la rivoluzione economica che la leader conservatrice determinò nel Regno Unito. Ecco, allora, che tutti sono curiosi e tutti hanno paura. Partigiani fedelissimi di Maggie. E suoi nemici, ancora inferociti, che nulla le perdonano. Certo è – prosegue Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA - che Meryl Streep, da grande professionista qual è, si sta studiando la parte nei dettagli. Non si sa se abbia già parlato con la Lady. Ma un appoggio incondizionato lo ha trovato in Downing Street. Non che il premier David Cameron ami passare per l’erede politico della Signora, anzi preferisce vedersi come un Tony Blair conservatore, però ha messo a disposizione del cast un bel po’ di testimonianze e di filmati in modo che i particolari, l’irruenza, l’irritualità della Thatcher siano studiati a fondo. Nessun segreto. E lei, la Iron Lady numero due, ovvero Meryl Streep, passa ore e ore a sorbirsi le vecchie cronache e i vecchi reportage televisivi che immortalano le ‘cattiverie’ della leader capace di perforare, con metodi maschili, il maschilismo della politica di quei tempi. A giudicare dalle foto che ritraggono Meryl Streep nelle vesti di Margaret Thatcher bisogna ammettere che la somiglianza è straordinaria. Il trucco rende tutto facile ma ciò che appare va oltre le acconciature e l’estetica. Meryl Streep sembra riuscire nell’impresa di dare rappresentazione alle parole del presidente francese Mitterrand che così descrisse la Lady di Ferro: ‘Ha gli occhi di Caligola e le labbra di Marilyn Monroe’ . È lontana dall’arena politica e acciaccata. Ma Maggie – conclude Cavalera sul CORRIERE DELLA SERA - è sempre ingombrante”. (red)

Rispunta il fantasma di al-Qaeda

Mezza verità: meno morti sul lavoro