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Berlusconi, l’intoccabile

La “crisi istituzionale” non è più un rischio ma un dato di fatto. Il presidente del Consiglio accusa la magistratura di condotta eversiva, aprendo un conflitto troppo grave per essere transitorio

di Alessio Mannino 

Berlusconi ci ha abituato alle sue sparate contro i giudici, insultati come antropologicamente diversi e mentalmente disturbati perché osano indagare su di lui. Le ultime da aggiungere al suo carnet di esaltato megalomane è che le accuse sul caso Rubygate ne farebbero la vittima di un golpe, addirittura l’oggetto di una persecuzione simile a quella che colpiva gli anti-comunisti in Germania Est, che lo autorizza a chiedere i danni allo Stato (sic!) e a ricorrere alla Corte Europea per tutelare la sua privacy. Lo scontro di poteri scatenato da un primo ministro che pretende l’impunità rischia così di debordare in Europa, dove già ci ridono dietro per essere governati da un monopolista televisivo corruttore e per giunta affetto da evidenti problemi psicologici. 

Ma finora il suo partito, il Pdl, mai era arrivato a mettere nero su bianco, come fosse la cosa più naturale del mondo, il proposito di scardinare ogni residuo rispetto per la legalità e per le istituzioni. In un documento ufficiale ha accusato la Procura della Repubblica di Milano, che è un ufficio della Magistratura che fino a prova contraria è un ordinamento indipendente, di voler «sovvertire il voto» popolare, configurandosi come «un’avanguardia rivoluzionaria». Questa è un’accusa precisa, che se vera costituirebbe un fatto gravissimo: significherebbe che tutti i magistrati inquirenti milanesi, nessuno escluso, sarebbero d’accordo nell’ordire un complotto a scopo politico. Naturalmente non viene addotta nessuna prova. Si tratta perciò di una calunnia vera e propria.

L’atto che ha scatenato la forsennata reazione del partito-azienda è stato la richiesta di rinvio a giudizio immediato di Berlusconi per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Scrivono i pasdaran di Arcore: «La decisione della Procura di Milano (…) disattende gravemente il principio di leale collaborazione fra poteri dello Stato». Scusate, il principio di che? Non esiste alcun dovere da parte del potere giudiziario di collaborare in alcunché con il potere esecutivo, ma solo di rispettarlo nelle sue prerogative esclusivamente nei modi prescritti dalla legge. Avete presente la legge, astratta e generale, che sta – dovrebbe stare – al di sopra delle situazioni contingenti e dei calcoli politici? Ecco, quella. Ma se quegli sconsiderati pm che intendono farla valere a danno del premier insistono nel tentare tutte le strade lecite, sono sporchi, brutti e cattivi che non collaborano. 

Peggio: eversori. Il loro «potere irresponsabile» ha «dilatato a dismisura la sacrosanta autonomia della magistratura, privando i cittadini e la stessa democrazia di tutele rispetto a possibili azioni spregiudicate dal carattere eversivo». L’indipendenza del pubblico ministero, con abile mossa retorica, è riconosciuta, ma, non si sa bene con quale criterio né secondo quale ordine di grandezza, si denuncia la sua “dilatazione”. Lo indoviniamo: si è ingrandita troppo fino a mettere sotto accusa perfino Lui, l’intoccabile Berlusconi. Intoccabile perché Presidente del Consiglio dei Ministri. Secondo la visione da sovrano assoluto, da lodo Alfano, un inaudito attacco all’inviolabilità del capo del governo. Il fatto che formalmente siamo ancora uno Stato di diritto è un dettaglio da facinorosi. Da eversori, appunto.

Non passa nemmeno per l’anticamera del cervello, a questi soldatini del re nudo, che le loro stesse parole costituiscano una sfacciata auto-denuncia di eversione. La Procura milanese, secondo loro, applicherebbe in modo «arbitrario principi astratti come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale», diffondendo «in modo illegale e rateizzato atti unilaterali e privi di rilevanza penale» che vengono pubblicati dai media, comportandosi come «un vero partito politico, calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico, in sfregio al popolo sovrano». 

In base a cosa stabiliscono che i pm che indagano su Berlusconi lo fanno arbitrariamente? Non è dato saperlo. Hanno invece una totale sicumera nel sapere che l’azione penale obbligatoria, uno dei cardini del codice, rappresenta un principio astratto. Un cavillo per legulei, un fastidiosa fissazione delle toghe, capite? Queste toghe colpevoli di aver inviato l’istruttoria in parlamento e così, in modo del tutto conforme alla legge, rendono pubbliche intercettazioni che, al di là del rilievo penale e fatto salvo il diritto per chi non c’entra a non finire in pasto alla stampa, sono utili per venire a conoscenza della melma in cui affoga certa politica. Quelle stesse toghe chiaramente rosse che facendo semplicemente il loro mestiere vogliono esautorare niente meno che la sovranità popolare. E lo fanno tramando un colpo di Stato, architettato per filo e per segno fin nei tempi di uscita delle notizie sui media, come fa una vera e propria centrale criminale. Il teorema, è logico, viene esposto senza uno straccio di prova perché prove non ce ne sono. Ma l’importante è affermarlo come verità assodata. Tanto, nella cosiddetta democrazia la verità dei fatti è subordinata alla verità di parte che ogni partito ammannisce al proprio popolo per aizzarlo contro il popolo del partito nemico. 

Non per gli affari di lenzuola, ma per la concezione che ha della politica noi siamo anti-berlusconiani: perché ci offende, come uomini e come cittadini, il disprezzo assoluto con cui tratta la cosa pubblica. Che desidereremmo ardentemente veder rivoltata da cima a fondo, ma che non tolleriamo sia vilipesa, calpestata e presa a calci e sputi da un signore e dai suoi lacchè per pura e volgare difesa del proprio didietro. 

Alessio Mannino

Secondo i quotidiani del 11/02/2011

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