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L'ipocrisia di Obama sulla transizione in Egitto

Ridicolo il discorso di Obama, ieri, a favore della gente in piazza al Cairo. Il presidente statunitense ha di fatto preso le parti di un popolo che ha messo in atto una rivoluzione contro un regime, quello di Mubarak, che gli Stati Uniti avevano contribuito a creare e soprattutto a mantenere attivo, con tutte le conseguenze del caso.

Ancora peggio le parole di Obama in seguito al fatto che Mubarak non si sia (ancora) del tutto fatto da parte. Dalla Casa Bianca, la dichiarazione ha tutti i contenuti dell'ipocrisia: “Al popolo egiziano – ha esordito Obama – è stato detto che c’è un passaggio di autorità, ma non è ancora chiaro che questa transizione sia immediata, significativa o sufficiente. Troppi egiziani dubitano che il governo faccia sul serio per quanto riguarda la transizione alla democrazia. Tocca al governo parlare chiaramente al popolo egiziano e al mondo: deve presentare un percorso credibile, concreto e senza ambiguità che porti a una democrazia autentica. Finora non ha colto questa opportunità”.

Clamoroso autogol, naturalmente: oltre alla presunzione di incarnare lo spirito della democrazia autentica, tanto da farne monito e suggerimento per gli altri, Obama, identificando quella attuale egiziana come una democrazia non autentica ha inteso, evidentemente, che l'uomo Usa alla guida dell'Egitto sino a ora, ovvero Mubarak, tutto è fuorché democratico. Perché allora gli Usa lo hanno fiancheggiato e arricchito nel corso di tutti questi anni?

Chiunque capisce che si tratta di ciò che avevamo notato in questo videoeditoriale: gli Usa hanno di fatto mollato Mubarak perché lo considerano un cavallo perdente, impossibile da salvare e sostenere ancora, ma naturalmente vogliono prendere parte attiva al dopo - l'attenzione della Casa Bianca alla cosa, i comunicati dei giorni scorsi e le ultime parole di Obama lo confermano - in quella che sarà la fase di transizione e soprattutto la successione di Mubarak. Per nessuna ragione al mondo, gli Stati Uniti si possono permettere di cedere il controllo di un punto strategico così importante a un presidente che non sia di fatto sotto la propria ala protettrice e ricattatoria.

Suez, Sinai, Israele e controllo dell'area passano dal controllo dell'Egitto. Ciò che Mubarak ha fatto sino a oggi, pagato profumatamente dallo Zio Sam, è ciò che chiunque a egli succeda deve necessariamente continuare a fare. Con buona pace degli egiziani attualmente in piazza o già sottoterra.

Il pericolo più grande per il popolo egiziano - lo ribadiamo - è ora relativo a chi prenderà il posto di Mubarak: se fosse Suleiman sarebbe come aver cacciato via Berlusconi in Italia e trovarsi al suo posto Fedele Confalonieri.

 

Valerio Lo Monaco

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