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Secondo i quotidiani del 11/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Mubarak si aggrappa al potere”. Editoriale di Serio Romano: “Un momento di riflessione”. Di spalla: “La maschera del faraone e la sindrome tunisina”. Al centro foto-notizia: “ ‘Non hanno sofferto ora riposano in pace’ ” e “Berlusconi accusa i ‘puritani’. ‘Inchieste da Paesi comunisti’ ”. In taglio basso: “I vandali che sfregiano la bellezza italiana”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “ ‘Un golpe, io spiato come nella Ddr’ ”. Editoriali di Carlo Galli: “Attacco allo Stato” e Massimo Giannini: “La struttura delta”. Al centro foto-notizia: “Mubarak: poteri a Suleiman, ma resterò. Esplode la rabbia nelle piazze dell’Egitto”. In taglio basso: “Lettera shock lasciata dal padre: ‘Le gemelline riposano in pace’ ”. 

LA STAMPA – Apertura a sinistra: “Berlusconi attacca: ‘Contro di me un golpe morale’ ” e al centro con foto: “Mubarak resta al suo posto. Esplode l’ira della piazza”. In taglio alto: “Lettera alla moglie: ‘Ora le gemelle riposano in pace”. Editoriale di Michele Brambilla: “Pronta una ricetta da soviet”. A fondo pagina: “Tumore al seno, vincono gli ‘italian doctors’ ”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Mubarak sfida la piazza” e a sinistra: “Draghi alle banche: prudenza sulle cedole e costi da ridurre”. In taglio alto: “Berlusconi: ‘Popolo ultimo giudice, inchieste da Germania comunista’ ”. Editoriale di Marco Onado: “Troppa euforia per le superborse non fa bene al mercato e al Paese”. In taglio basso: “Compensazioni sbloccate per chi ha debiti con il fisco”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: golpe morale” e in un box: “Sull’orlo del precipizio”. A sinistra: “Mubarak rimango fino alle elezioni. Esplode la protesta”. Editoriale: “La lunga transizione”. Al centro foto-notizia: “In cinque verbali la verità di Ruby sulle notti di Arcore” e “ ‘Le bimbe riposano in pace’ ”. In taglio basso: “A spasso per Roma anziché in ufficio, condannati 11 funzionari della Camera” e “Roma, braccio di ferro sulla moschea”. 

IL GIORNALE - In apertura: “In piazza contro il golpe”. Editoriale di Vittorio Macioce: “Più per difendere noi stessi che Berlusconi”. Al centro la foto-notizia: “Le donne che dicono no al corteo” e “Mubarak cede il potere ma resta”. Di spalla: “Ecco come nasce un partito che è già morto” e “Inutile festeggiare una nazione che non esiste”. A fondo pagina: “Basta, fermate questa corsa alla porcata”. 

LIBERO – In apertura: “Fini alla canna del gas”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia “ ‘Resisterò al golpe giudiziario’ ” e “Non è Mani pulite, la gente sta con lui”. A fondo pagina: “Mubarak non cede ai militari: caos al Cairo”. 

IL TEMPO – In apertura: “Berlusconi rialza il Muro”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Perché attacco i pm”. In apertura a destra: “La svolta d’Egitto”. Al centro “Una stangata dietro l’angolo?”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Non è più un film”. In taglio alto: “Egitto, Mubarak non se ne va”. (red)

2. Berlusconi: “Ecco perché attacco i pm”

Roma - Intervista a Silvio Berlusconi su IL FOGLIO: “Il presidente del Consiglio è sotto assedio giudiziario e il suo partito, che ha vinto le elezioni, dichiara che i pubblici ministeri agiscono in base a un piano politico eversivo, sono mobilitati contro di lui come una ‘avanguardia rivoluzionaria’. L’accusa è pesante, ma è anche dimostrabile? ‘Questo è il contenuto del documento votato all’unanimità dall’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà. Per quanto mi riguarda devo osservare che dalle cronache di questi giorni si capisce che i pubblici ministeri e i giornali o i talk show della lobby antiberlusconiana, che trascina con sé un’opposizione senza identità propria, si muovono di concerto: si passano le carte, non si comprende in base a quale norma, come nell’inchiesta inaccettabile di Napoli; oppure, come è avvenuto a Milano, scelgono insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle ‘vite degli altri’ che si faceva nella Germania comunista. Per il reato di cena privata a casa del premier hanno stilato un mandato a comparire, solitamente di due paginette burocratiche, allegando 400 pagine di origliamenti e altri documenti presunti d’accusa con uno scopo preciso, uno scopo comune a magistrati che dovrebbero agire in nome della legge e oppositori politici del governo e miei personali’. Quale scopo? ‘Lo hanno scritto su tutti i giornali il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élites boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, ‘extraparlamentare’ che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare. Così distrussero, con il suo male ed il suo bene, la Prima Repubblica, così provano da molti anni a far fuori la nuova politica, quella delle libertà civili, del garantismo per tutti e dell’alternanza democratica di governo garantita dal sistema maggioritario di cui sono il padre politico effettivo’. E’ la solita tiritera del ribaltone? ‘No, c’è qualcosa di più e di diverso. Il primo ribaltone del 1994-1995 si fondò sul rigetto delle elezioni manovrato dal presidente della Repubblica di allora, lo Scalfaro del famigerato ‘non ci sto’ che ora conciona allegramente sulla ‘legge-uguale-pertutti’. Diedero una parvenza di istituzionalità a una manovra di Palazzo fondata sulla perdita della maggioranza in Parlamento. Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato ‘golpe morale’. Vogliono procedere con le scarpe chiodate di una giustizia che travolge i diritti della persona, e con essi mira a travolgere il funzionamento regolare delle istituzioni. E’ per questo che nel documento del Popolo della libertà si parla di eversione politica. E’ un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile. L’obiettivo conclamato, proclamato e declamato ad alta voce è di far saltare governo e maggioranza attraverso l’assedio giudiziario, paralizzando l’esecutivo, mettendo l’Italia sotto la luce più fosca al cospetto del mondo, e alla fine contando su una condanna penale che sperano possibile e che costruiscono con il preciso intento di togliermi i diritti civili. Non ce la faranno, però, intanto perché c’è un giudice a Berlino, e io ho fiducia di trovarlo, e poi perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento, che sono i soli titolari della sovranità politica’. Ma questo vuol dire che lei personalmente è in un certo senso al di sopra della legge? ‘Certo che no. I padri costituenti avevano stabilito saggiamente che prima di procedere contro un parlamentare si dovesse essere certi, attraverso un voto della sua Camera di appartenenza, che si era liberi dal sospetto di accanimento o persecuzione politica. Era un filtro tra i poteri autonomi dell’ordine giudiziario e la sovranità e autonomia della politica. Io ho già affrontato vittoriosamente decine di processi e affronterei serenamente qualsiasi altro processo. Da cittadino privato me la caverei senza problemi, con accuse così ridicole, sostanziate solo da pregiudizio e da tecniche inquisitorie indegne di un paese civile, come la negazione dei testi a difesa del caso Mills o addirittura la violazione di un voto del Parlamento, come nel caso di questi giorni. Ma io resisto perché, come sempre nella mia storia, l’attacco al mio privato è in realtà un attacco al ruolo pubblico che svolgo, alla mia testimonianza democratica. Vede, hanno perso per strada, come sempre quando ci si ostina in modo fazioso contro un avversario trasformato in ‘nemico assoluto’, la distinzione tra il conflitto politico e il funzionamento e la dignità delle istituzioni sovrane. Chi, come voi dite, predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata. Io, qualche volta, sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ‘andare oltre’ me, come ha detto il professor Zagrebelsky al Palasharp. E’ fatta per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà e di vita, di una élite che si crede senza peccato, il che è semplicemente scandaloso, è illiberalità allo stato puro. Luciano Violante è tornato a distinguere tra peccato e reato e ad ammonire contro quell’insana passione per una soluzione extrapolitica, extraparlamentare ed extrademocratica del conflitto civile. Gli anticorpi contro il fanatismo ci sono. Gente capace di capire che si sta facendo un danno anche economico e d’immagine al paese, cercando di impantanarlo in una situazione radicalmente negativa, che potrebbe condurre al declino e imbrigliare la sua capacità di sviluppo, ce n’è. I sondaggi e l’aria del tempo ci dicono che la maggioranza dei cittadini è stufa della pornografia politica e giudiziaria e vuole che si torni a ragionare, e soprattutto ad operare, intorno alle cose che contano davvero per la loro vita. Ed è quello che io e il mio governo ci sforziamo di fare tutti i giorni’”. (red)

3. Golpe morale, io spiato come nella Ddr

Roma - “Le Vite degli altri, film da Oscar, sui servizi segreti e gli spioni della Ddr. Berlusconi – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - si vede come vittima del meccanismo, rintraccia paralleli; quello che il film premiato a Hollywood racconta — dice — è quello che oggi succede in Italia, con i magistrati che passano ai media quello che credono, quando credono, che spiano le vite dei politici e di chiunque senza osservare regole elementari del diritto. Le Vite degli altri è metafora nuova, la si ritrova oggi in un’intervista al Foglio, di Giuliano Ferrara, che ieri è andato a palazzo Grazioli a raccoglierla. È un altro pezzo della strategia del premier: la denuncia di un metodo, ma anche la convinzione che oggi, a differenza del ‘92, o del ‘94, ‘c’è una coscienza diffusa di un golpe bianco’ incipiente, coscienza che dovrebbe farlo fallire, dare armi aggiuntive a chi cerca di resistere, all’inquilino di Palazzo Chigi. Le parole scelte dal presidente del Consiglio sono fuori dall’ordinario, c’è un salto lessicale. Entra in scena Giuliano Ferrara, ma anche il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, visto anche lui a casa del Cavaliere, così come Claudio Brachino, di Videonews. A fine giornata le agenzie rilanciano alcune anticipazione del Foglio di oggi: il golpe bianco in atto è accostato alle garanzie che rappresenta il Quirinale. Fra le righe si rintraccia la differenza con Scalfaro. La citazione è cercata, non indifferente: ‘Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato golpe morale. È per questo che nel documento del Pdl si parla di eversione politica. È giudizio tecnico, non sfogo irresponsabile’ . Insomma – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - se il Cavaliere ha delle dosi di ottimismo è anche per il giudizio che ha di Napolitano. Ma non solo, alla presenza di ‘un galantuomo’ al vertice delle istituzioni, si abbina la convinzione che solo il popolo può giudicare in ultima analisi un’esperienza politica, che non è più tempo di scorciatoie giudiziarie, che in democrazia non sono le toghe o gli intellettuali che possono sostituire gli elettori: ‘Non ce la faranno intanto perché c’è un giudice a Berlino, e io ho fiducia di trovarlo, e poi perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento’ . ‘I padri costituenti avevano stabilito saggiamente che prima di procedere contro un parlamentare si dovesse essere certi, attraverso un voto della Camera, che si era liberi dal sospetto di accanimento o persecuzione politica’ , continua il premier, rimpiangendo l’immunità parlamentare, dichiarando che ha il dovere di resistere non tanto contro ‘accuse così ridicole’ , ma perché ‘l’attacco al mio privato è in realtà al ruolo pubblico che svolgo’ . ‘Parole eversive’ , dirà Bersani, ma che introducono altri concetti: il diritto, il codice, piegato alle esigenze dell’etica, è l’altra denuncia. Ammette il Cavaliere: ‘Qualche volta sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ‘andare oltre’ me, come ha detto Zagrebelsky, per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà, di una élite che si crede senza peccato, è scandaloso, è illiberalità allo stato puro’ . Continua il premier: ‘Chi predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà. Lo hanno scritto su tutti i giornali, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa, altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élite boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, ‘extraparlamentare’, che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo non è degno di esercitare’ . E per questo obiettivo si trasformano ‘in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle Vite degli altri della Germania comunista’ . E a fine giornata – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - c’è anche spazio per l’invettiva contro l’Udc: mai più nelle giunte”. (red)

4. Guerra allo Stato

Roma - “È guerra contro lo Stato. Non si può diversamente interpretare – scrive Carlo Galli su LA REPUBBLICA - l’impressionante escalation di cui ieri Berlusconi si è reso protagonista, alzando il livello dello scontro fino a un punto di non ritorno. Che questa sia per lui, con ogni evidenza, la partita finale è chiaro da espressioni estreme come ‘golpe morale contro di me’, come ‘inchieste degne della Ddr’, come ‘l’ultimo giudice è il popolo’. Così, ancora una volta, Berlusconi afferma la propria superiorità carismatica e populistica contro l’ordinamento, contro le leggi. Il Princeps legibus solutus nella sua versione contemporanea gioca il popolo contro lo Stato. Il suo popolo, naturalmente: una potente astrazione, confezionata dal suo potere mediatico, una sua proprietà patrimoniale che non ha nulla a che fare col popolo di una moderna democrazia. Che non è massa ma cittadinanza, che non è visceralità prepolitica ma appartenenza consapevole a un destino comune in una rigorosa forma istituzionale Del resto, ‘fare causa allo Stato’ è stata un’altra recentissima manifestazione del furore di Berlusconi. C’è in essa un significato tecnico: per i magistrati, la responsabilità civile è indiretta, e chi è da loro ingiustamente danneggiato viene in realtà risarcito non dai singoli responsabili ma dallo Stato. Norma che l’attuale governo vuole modificare, con ovvii intenti intimidatori. Ma che intanto è vigente. Ad essa, in quanto perseguitato, Berlusconi si potrà appellare, come ogni cittadino. Ma c’è anche un significato simbolico. Da questo punto di vista, non si tratta solo di una strategia processuale, ma, ancora una volta, di una esplicita dichiarazione di guerra contro il vero nemico politico e culturale di Berlusconi: lo Stato. Non questo o quel potere o ordine, non i magistrati comunisti, non i partiti avversari. No. Il nemico è lo Stato in quanto tale, in quanto organizzazione di potere sovrano e rappresentativo, impersonale, fondato sull’uguaglianza davanti e alla legge e internamente articolato attraverso equilibri e limitazioni che hanno lo scopo di evitare il predominio di un potere o di una funzione sulle altre. Il prodotto sofisticato, forte e fragile, di alcuni secoli di sviluppo politico europeo, e del sapere di filosofi e giuristi. La partita adesso è chiara: un uomo contro lo Stato, un potere personale contro il potere impersonale, la rappresentanza per incorporazione contro la rappresentanza per elezione, il destino di uno contro il destino di un Paese, il dominio contro la legalità. È una guerra civile simbolica, spirituale e morale, che l’Uno - e i suoi numerosi fedeli e seguaci, interessati o estasiati o rassegnati che siano, ma che in ogni caso hanno scritto quel nome sulle loro bandiere - combatte contro i Molti; che un presente desideroso di futuro (sempre più precario) combatte contro la tradizione storica e la legittimità democratica del nostro Paese. È la guerra di un tipo umano contro l’altro: della superba individualità, sprezzante di regole e persone, chiusa in una solitudine affollata di cortigiani e di scaltri profittatori, contro il rispetto delle regole, contro l’interazione nello spazio pubblico condiviso, contro la cittadinanza, contro la decenza come attributo minimo delle relazioni umane e politiche. La guerra dei proclami e delle arringhe furibonde contro i ragionamenti, contro gli argomenti. È una guerra asimmetrica, in cui c’è chi attacca e chi fa solo il proprio dovere - e per questo è nemico, è eversivo - ; in cui c’è chi ha dalla propria parte il potere - ogni potere: quello politico, quello economico, quello mediatico - , e chi ha solo la legge e un’idea di politica: un’idea che non è un’opinione che ne vale un’altra, perché è quell’idea di uomo, di società, di Stato che è scritta nella Costituzione. Ma è asimmetrica anche perché – prosegue Galli su LA REPUBBLICA - è dichiarata solo da una parte, che si finge vittima e così può attaccare senza freno l’idea stessa che esista un ordine civile, ovvero che non tutta la collettività sia al servizio di una singola volontà di potenza, sia disponibile per un potere senza limiti. Che esistano ragioni - non metafisiche ma legali, non misteriose ma costituzionali - che trascendono l’individuo. È difficile restare neutrali in questa guerra, cavarsela con un colpo al cerchio e uno alla botte, o con le distinzioni fra pubblico e privato, che sono negate proprio da chi dovrebbe beneficiarne: da Berlusconi, che per primo rifiuta di rispondere da privato davanti alla giustizia e dà alle proprie vicende una ovvia e macroscopica dimensione pubblica. L’effetto distruttivo di questa guerra è sotto gli occhi di tutti: dal vertice del potere esecutivo giunge un messaggio di rivolta contro lo Stato, una rivendicazione di rabbiosa eccezionalità che si oppone alla normalità istituzionale. Tutto il ribellismo italico, faticosamente arginato dalla nostra recente storia democratica, viene così legittimato; tutto il disprezzo per la legge che alberga nel cuore di tanti italiani trova giustificazione, trionfa platealmente da uno dei più alti seggi della Repubblica; tutto il ‘particolare’ si vendica finalmente dell’universale. Vite intere di insegnanti e di genitori spese a trasmettere ai giovani virtù umane e civiche sono vanificate da questo autorevolissimo e visibilissimo esempio di anarchia istituzionale, da questo aperto rifiuto del potere comune, in nome del potere personale. Da questa guerra civile simbolica non uscirà che un futuro di rovine; tranne che qualche ‘azionista’, qualche ‘puritano’, qualche ‘giacobino’, non riesca a trovare il cuore degli italiani, a spingerli ad avere pietà di se stessi, a convincerli – conclude Galli su LA REPUBBLICA - che possono avere davanti a sé un avvenire più degno”. (red)

5. Un momento di riflessione

Roma - “Voglio provare a mettermi, per qualche minuto, - scrive Sergio Romano sul CORRIERE DELLA SERA - nei panni di Silvio Berlusconi. Si ritiene vittima di una congiura giudiziaria. È convinto che le accuse contro la sua persona siano altrettante tappe di un percorso diretto a eliminare il presidente del Consiglio e il suo partito. Ha deciso di trasformare la sua difesa in una controffensiva politica. È una tattica a cui è ricorso più volte in questi anni, mai tuttavia come in una vicenda che coinvolge non tanto i suoi affari quanto la sua vita privata. In questa prospettiva, Berlusconi si ritiene autorizzato a difendere se stesso in qualsiasi sede privata o pubblica, con video lanciati sul web, interventi telefonici durante i dibattiti televisivi e nelle conferenze stampa di Palazzo Chigi come è accaduto l’altro ieri in quella dedicata al programma del governo per il rilancio dell’economia nazionale. Rintuzzare l’aggressione di cui si ritiene vittima è ormai la parte più visibile della sua agenda politica. Mi chiedo se si renda conto degli effetti che questa linea aggressiva e difensiva sta avendo per il Paese. In primo luogo pregiudica la credibilità delle sue riforme. Il decreto sulle intercettazioni (ieri momentaneamente rinviato), la legge annunciata in conferenza stampa sulle responsabilità dei giudici e la riforma dell’ordine giudiziario diventano agli occhi di tutti (anche di coloro che le ritengono utili per il Paese), soltanto forme di autodifesa e quindi viziate da un difetto di origine che le rende, nel migliore dei casi, sospette. In secondo luogo – prosegue Romano sul CORRIERE DELLA SERA - Berlusconi sembra ricercare deliberatamente lo scontro, alternato a qualche occasionale schiarita, con tutte le maggiori istituzioni del Paese, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale. Ha capito che siamo sull’orlo di un conflitto civile fra istituzioni, corpi e ordini dello Stato? Si è chiesto quali possano essere gli effetti di questa strategia per tutti coloro che sono chiamati ad assicurare imparzialmente il buon funzionamento della cosa pubblica? In terzo luogo la strategia di Berlusconi sta contagiando l’intera società nazionale, spaccata ormai tra due fazioni contrapposte: i berlusconiani e gli antiberlusconiani. Nessuna questione, ormai, può essere affrontata nel merito, senza che gli uni e gli altri si chiedano quali effetti avrà sulla sorte di Berlusconi. L’Italia non può permettere che questo stato di cose continui ulteriormente. Siamo il giullare d’Europa, il miglior fornitore di indagini frivole, vignette satiriche, storie salaci e licenziose a tutta la stampa occidentale. Se questo Paese gli sta a cuore, Berlusconi dovrebbe almeno distinguere il suo ruolo pubblico dalla sua condizione di potenziale imputato. Si difenda nei luoghi in cui ha il diritto di farlo anche con argomenti, sull’uso sproporzionato delle intercettazioni, sulla difesa della privacy dei cittadini e sui rapporti dello Stato con la magistratura, che molti troverebbero convincenti. Ma non nei dibattiti politici, nelle conferenze stampa e soprattutto durante i viaggi all’estero. Ha fondato un partito che si chiamava Forza Italia. Cerchi di evitare che passi alla storia – conclude Romano sul CORRIERE DELLA SERA - come il partito che ha reso il Paese rissoso all’interno e risibile agli occhi del mondo proprio nel momento in cui abbiamo maggiore bisogno di credito internazionale e di fiducia in noi stessi”. (red)

6. Più per difendere noi stessi che Berlusconi 

Roma - “Non è per Berlusconi, ma per difendere noi stessi. Qui sono in ballo valori – scrive Vittorio Macioce su IL GIORNALE - che non si possono sacrificare, neppure se te lo chiede Saviano. E una questione di pelle. E il motivo per andare con Ferrara, domani, a Milano in mutande davanti ai puritani. E il no allo Stato degli indignati. E alle loro filosofie. Il berlusconismo, dicono, è un virus che ha rincretinito gli italiani, l’unica cura è l’azione politica dei magistrati. La democraziava sospesa fino a quando il Paese non tornerà sano (se mai lo è stato). All’inizio avevano quasi timore a dire certe cose ad alta voce. Erano sfoghi, sussurri, parole che pensi ma dici solo tra amici indignati come te. La democrazia è inutile. E dannosa. Non ti puoi fidare. Il caso Berlusconi insegna. Quelli che lo scelgono non sanno quello che fanno oppure sono farabutti e delinquenti. Se donne: potenzialmente puttane. Che fare? Il sogno è abolire il suffragio universale. Vota solo chi è stato scelto da una commissione d’esame con Eco, Saviano, Zagrebelsky, Asor Rosa, Barbara Spinelli (quota rosa) e forse Flores d’Arcais. Se sei di famiglia tradizionalmente colta e con almeno un docente universitario tra parenti e affini allora voti di diritto. Questa è la democrazia dei filosofi, dei predicatori e dei puritani. Non basta però leggere Kant la notte per scegliere chi deve governare. Neppure Kant sarebbe d’accordo. Il governo dei filosofi piaceva a Platone e ha sedotto tutti i nemici della ‘società aperta’. L’antiberlusconismo non è una buona scusa per riprovarci. Al PalaSharp c’erano le televisioni di mezzo mondo. C’erano applausi, rancori, anatemi, ragazzini che ripetevano la poesia del perfetto balilla. C’era gente – prosegue Macioce su IL GIORNALE - che pur di squartare Berlusconi è disposta a tut- to, anche a vestirsi da Ayatollah e inventarsi un corano laico della morale pubblica. Le telecamere, emozionate, hanno raccontato l’indignazione di semiologi, predicatori e cantastorie. E hanno detto: questa è l’Italia migliore. Magari è così, ma forse è il caso di guardarli in faccia. Quelli che si autoproclamano migliori di solito hanno un brutto difetto. Sono convinti che il mondo non li rifletta. Non sia alla loro altezza morale. E marcio. È rozzo. E bastardo. Fa il bunga bunga. Bisogna estirpare il brutto. Oggi tocca Berlusconi, domani sarà qualcun altro. Tirano in ballo la morale, in realtà il fastidio è estetico. E moralismo, piccineria, una vocazione da benpensanti: ‘Noi andiamo a letto presto’. Quando Ferrara li chiama puritani non sbaglia. E gente che viene da molto lontano. Sono i chierici vaganti del medioevo. E il delirio di onnipotenza di chi dice ‘la perfe- zione o nulla’. E la ricerca di paradiso che sprofonda nel nichilismo. Sono Muntzer e Rousseau. Sono Cromwell e Robespierre. Sono quelli che dicono ‘chi mi critica nasconde passioni meschine’. Quello che è successo in questi giorni fa schifo. Tutti lì a stampare lettere scarlatte sulla puttana di turno. Le foto segnaletiche date in pasto alla gente: ecco le mignotte del bungabunga. La prossima mossa sarà rasarle a zero. Forse aveva ragione Bertrand Russell: ‘I moralisti sono persone che rinunciano a ogni piacere eccetto quello di immischiarsi nei piaceri degli altri’. Il senso della manifestazione di Milano è qui. E’ la rabbia – conclude Macioce su IL GIORNALE - contro il governo dei filosofi. E’ la paura che fanno i puritani quando si mettono in testa che democrazia e libertà sono un ostacolo alla giustizia. E’ la miseria delle ‘comari del paesino’. E’ che non ti piace dividere le donne in due razze: quelle che meritano e quelle che la danno”. (red)

7. Libertà come fine e il pericolo della pulizia etica

Roma - “Sbagliava tre volte il liberale Stuart Mill – scrive Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - quando auspicava che a votare fossero solo le persone colte. Sbagliava perché, in democrazia, il pensiero politico di caio vale quanto quello di sempronio. Sbagliava perché, se a votare, nel 1948, fossero state solo le persone che ancora adesso si ritengono le sole davvero colte — e, allora, esaltavano la pianificazione sovietica come superamento del capitalismo e del mercato — saremmo diventati una delle Repubbliche popolari. Sbagliava perché, oggi, con l’aria che tira, saremmo allo ‘Stato di pulizia etica’ . Allora, ci salvò il senso comune del popolo, che votò per il male minore; è probabile che, domani, ci salverà ancora una volta il popolo, nell’accezione sociologica dell’Uomo qualunque. Che vota non per la ‘democrazia di alto stile’ cara al direttore di Repubblica; ma, forse più per istinto e per passione che per Ragione, per una democrazia che gli consenta di vivere in pace, nelle libertà, nei diritti individuali e persino nella società dei consumi. Non mi piace, tanto per essere chiaro, l’uso che una minoranza ipocrita fa della donna per una finalità politica— rovesciare il governo — dopo averne predicato fino all’altro ieri l’autonomia e l’indipendenza soggettive (il corpo è mio e me lo gestisco io). Sarebbe inquietante, se non fosse ridicolo, il prototipo di donna virtuosa proposto secondo i canoni convenzionali dei regimi totalitari (le donne fasciste erano tutte esemplarmente uguali); prototipo che nulla ha a che vedere con le libertà e i diritti individuali delle donne e molto con l’arrogante, e bigotta, negazione non solo delle opinioni altrui, ma persino della realtà. Libertà che, a scanso di equivoci, - prosegue Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - non si sostanzia nei comportamenti, non sempre irreprensibili per un capo di governo, del cavaliere Silvio Berlusconi. Lo snodo attorno al quale ruota tutto il dibattito odierno — ma che nessuno ha il coraggio di esplicitare, tanto meno chi ha in spregio quella degli altri — è se la libertà sia un fine o un mezzo. Per la cultura liberale è ‘il’ Fine in una società ‘giusta’ , dove gli Individui godano della più ampia sfera di autonomia alla sola condizione di non arrecare danno agli altri. Per il neopuritanesimo dell’ultima ora, la libertà è ‘un’ mezzo per la realizzazione di una società ‘buona’ , dove la sfera di autonomia individuale è non solo ridotta, ma etero-diretta all’affermazione della Virtù generale. Che non sarebbe neppure la società di Robespierre ‘l’incorruttibile’ ma, a giudicare dai tanti corrotti che la predicano, quella imperfetta di sempre con la sola differenza che al potere sarebbero loro. In conclusione. È in gioco — non dico ancora in pericolo — il senso delle nostre libertà, dei nostri diritti individuali, della nostra stessa democrazia. Che, forse, - conclude Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - è il caso di ricordarlo, o è democrazia liberale, per dirla con Isaiah Berlin, ‘pluralismo di valori’ , o non è; o è democrazia di popolo (di popolo), o è tirannia di una minoranza vociante”. (red)

8. Non è Mani pulite, la gente sta con lui 

Roma - “Marcello Sorgi – osserva Filippo Facci su LIBERO - ha scritto sulla Stampa - mi scuso con lui per l’oscena sintesi - che un’alternativa a Berlusconi che nascesse dal centrodestra sarebbe preferibile a una finta rivoluzione che riconsolidasse il Cavaliere. Sorgi, per finta rivoluzione, intende quella che per esempio accompagnò l’ascesa di Berlusconi nel 1994, avendo lui rappresentato, in realtà, una ‘garanzia del passato equilibrio anticomunista democristian-socialista riaggregatosi attorno a lui’. E una tesi come un’altra e già meriterebbe delle osservazioni: tipo che l’equilibrio forse non era poi così ‘anticomunista’ come Sorgi lo ricorda, che era basato anche su eccellenti rapporti di Berlusconi con la sinistra soprattutto veltroniana, che qualche aiuto pubblicitario di Fininvest alle feste dell’Unità certo non mancò, soprattutto che le tv e i giornali del Cavaliere furono in prima fila proprio nell’abbattere l’equilibrio democristian-socialista di cui avrebbero fatto parte. Ma non è questo a interessarci. Ci interessa la lunga premessa che Sorgi pone a tutto questo: che il Paese, cioè, oggi stia in qualche modo rivivendo lo scenario drammatico del 1993-1994, ipotesi che io giudico assolutamente falsa. Mi spiego. Intanto lo scenario: è vero, c’è una forte crisi economica e per il resto abbiamo scontri a tutti i livelli, Berlusconi contro i giudici eviceversa, presidente della Camera contro presidente del Consiglio e viceversa, l’opposizione contro tutto e tutti, la Corte Costituzionale a sua volta messa in discussione, il Capo dello Stato che sembra aver perso il controllo della situazione. Ma tutto questo, pur in un discreto impazzimento generale, - prosegue Facci su LIBERO - avviene all’interno delle istituzioni e di un regolamento di conti tra poteri, insomma nei palazzi. La gente di fuori, stando ai sondaggi, seguita a legittimare questa classe dirigente: e non è una differenza da poco, perché nel 1993-1994 invece fu la stessa gente a travolgere il citato ‘equilibrio democristian-socialista’ e a consentire che Mani pulite facesse quel che ha fatto: perché è l’eterno ‘centro moderato’, in Italia, che permette di fare le rivoluzioni. Ma le differenze tra allora e oggi sono altre tremila. Ai tempi l’insofferenza contro i partiti e contro la crisi economica e di sistema si riscontrarono innanzitutto nel voto (5 aprile 1992, 27 marzo 1994) ma soprattutto il 5 e 29 ottobre 1992, quando la lira cioè scese al minimo storico e fu ratificato anche in Italia il Trattato di Maastricht sull’unione monetaria. Qualsiasi peculiarità italiana, di li in poi, si allineò a parametri ormai imprescindibili: anche da questo, il 10 luglio 1992, nacque la discussa manovra finanziaria da 30.000 miliardi di lire (comprensiva del 6 per mille sui depositi bancari) con cui il governo di Giuliano Amato tentò un primo risanamento del disavanzo: questo mentre la privatizzazione di In , Eni, Enel e Ina furono gravide di conseguenze sociali. Fu un periodo drammatico, altroché: il prodotto interno lordo calò dell’1,2 per cento e i consumi scesero del 2,5, decrescita peggiore dal dopoguerra: il valore della lira andò in discesa libera e si era a un passo dalla bancarotta finanziaria. La Lega di Bossi, oltretutto, non minacciava il federalismo ma la secessione (eventualità che allora riprendeva sul serio) mentre nella vicina ex Jugoslavia si scannavano serbi e croati e bosniaci e musulmani. La mafia, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, preparava altre bombe mentre pezzi di apparati dello Stato, orfani della guerra fredda, erano in subbuglio. In mezzo a tutto questo l’inchiesta Mani pulite distruggeva un ceto politico senza che un altro avesse il tempo di sostituirlo: no, non era un periodo troppo tranquillo, ma soprattutto mi pare che non c’entri niente col clima che c’è oggi. Quali sarebbero, dunque, ‘gli elementi di ricomposizione del sistema che alla fine hanno vinto’, come li chiama Sorgi? Oggi - e neanche questa è una differenza da poco - la politica bene o male ha ancora in mano il pallino. Magari non ci combina granché, con ‘sto pallino, perché il clima in effetti è pessimo: ma è un altro mondo. I partiti strutturati sono scomparsi, non c’è più un sacrale primato della politica, non ci sono più i voti di preferenza coi signorotti delle tessere, non ci sono (quasi) più i politici professionisti e i parlamentari con l’orgoglio di esserlo, è cambiata l’immunità parlamentare, il sistema elettorale, la spesa pubblica, la pubblica amministrazione, il falso in bilancio che è stato depenalizzato, ma soprattutto a una generica sfiducia nella classe politica si è nel tempo accompagnata anche una sfiducia in qualsiasi ‘casta’, magistratura compresa. Non sto dicendo che sia meglio, - continua Facci su LIBERO - ma diverso sì. Non ci sono bombe che squarciano città e monumenti, non ci sono suicidi eccellenti e la carcerazione preventiva come regola, non c’è una magistratura che con un paio di editti sia in grado di fermare e cancellare due legittimi decreti varati da due differenti governi: il Decreto Conso e il Decreto Biondi. Bene o male, c’è un primato non dico della politica - sarebbe troppo - ma di una classe parlamentare, eletta o nominata che sia. Marcello Sorgi scrive che ‘la magistratura non ha puntato sulla classe dirigente nel suo complesso, ma sui discussi comportamenti di un premier’. Questo è verissimo, ma è accaduto dal 1994 a oggi. Sorgi aggiunge che ‘la differenza più forte rispetto al passato è che Berlusconi rifiuta di dimettersi’. Ma anche questo accade da allora, dal 1994. Non si dimette perché ha il consenso, come un’intera classe politica non aveva più. La magistratura, allora, era un grande gendarme con potere d’interdizione permanente su uomini e cose: un faro accecante sul vuoto della politica. Oggi – conclude Facci su LIBERO - ci stiamo tornando vicini, ed è esattamente il rischio che va scongiurato con ogni mezzo”. (red)

9. Palazzo Chigi chiama il Colle, presto un faccia a faccia

Roma - “Il primo passo indietro avviene ieri, a mezzanotte e mezza. Quando Berlusconi – riporta Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - fa sapere al Quirinale che non c’era stata alcuna volontà di offendere il presidente della Repubblica, in quella irrituale richiesta (annunciata a margine di una riunione del Pdl) di presentarsi d’urgenza da Napolitano per investirlo dei problemi legati alla sua nuova battaglia giudiziaria e anticipargli l’intenzione di varare con un blitz un decreto-legge sulle intercettazioni. Insomma, secondo Palazzo Chigi, chi aveva parlato di forzatura e di tentativo d’imporre surrettiziamente al capo dello Stato quel tema, magari per cercare sostegno o copertura, sbagliava. Dunque, la gelida e perentoria reazione del Colle (‘qui non risulta alcun incontro, né richiesto né fissato, con il premier’ ) era nata su un equivoco. Di cui il Cavaliere si scusava. È questo che Gianni Letta ripete ieri mattina a Giorgio Napolitano, a margine della cerimonia per la ‘giornata del ricordo’ , nello sforzo di mettere una toppa allo strappo che ora si pretende di derubricare come un banale ‘malinteso’ . Usa tutto il garbo e la capacità mediatrice che possiede, Letta. E il capo dello Stato, che era rimasto sgradevolmente sorpreso all’idea di essere coinvolto suo malgrado nel nuovo cortocircuito politico-istituzionale, abbozza. La sua preoccupazione è di tenere fuori il Quirinale dalla guerra totale scatenata da Berlusconi. Perché, se la crisi dovesse giungere al punto di non ritorno, almeno la massima istituzione di garanzia sia preservata nella propria neutralità. Dunque prende per buona la versione che gli viene data. Lascia correre e accetta la richiesta di un colloquio, formulata per interposta persona (e stavolta nei termini corretti) dal plenipotenziario del premier. Si tratta di concordare una data, ma il faccia a faccia tra capo dello Stato e capo del governo potrebbe avvenire già oggi. Ufficialmente l’incontro dovrebbe concentrarsi sui temi in agenda a Palazzo Chigi, e in particolare sulle misure (per il momento limitate ad annunci) sull’economia. Sembra però impensabile che il Cavaliere rinunci a proporre le questioni al centro della sua ultima crociata. Se inseguisse ancora la voglia di fare un decreto-legge sulle intercettazioni, non potrà trovare solidarietà. Infatti, esiste già un provvedimento, depositato da mesi sotto forma di disegno di legge, incardinato in Parlamento e da esso non si può quindi prescindere. Ma anche se riproponesse altre ipotesi di interventi ventilate in queste ore per scansare inchieste e processi, sarà difficile che incontri sponde compiacenti al Quirinale. Almeno fino a quando – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - continuerà a muoversi con fragorose accuse a tutto campo, in un crescendo che dura ormai da giorni. Ieri Napolitano si era forse illuso che, dopo la ritirata di Letta, Berlusconi avesse finalmente scelto una logica meno controversiale e distruttiva. Non aveva comunque rinunciato a lanciare qualche messaggio in risposta alle sparate più dirompenti di Palazzo Chigi. Cercando di tenere le proprie riflessioni in equilibrio, durante un ricordo di Bachelet aveva elogiato ‘il ruolo centrale del sistema giudiziario nella difesa della democrazia e degli equilibri costituzionali’ e, nel contempo, raccomandato ‘a giudici e pm di svolgere le loro funzioni con rigore morale e imparzialità, facendosi attenti interpreti delle leggi e tenendo conto dell’impatto delle loro decisioni nella concreta realtà della vita istituzionale e sociale’ . Avvertimenti ai quali si erano aggiunte le aspre repliche difensive delle toghe formulate dal suo vice al Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti, e dal presidente della Corte costituzionale, Ugo De Siervo. Il silenzio con cui Berlusconi aveva incassato queste risposte aveva fatto credere che l’incendio fosse stato, se non del tutto spento — perché le sue parole restano —, quantomeno smorzato. Ma quando verso sera il premier ha riaperto pesantemente le ostilità esasperando lo scontro con gli altri poteri dello Stato (anche se ha cercato di salvare il Quirinale, dove ‘c’è un galantuomo’ ), il fondato allarme lanciato da Napolitano nelle scorse settimane si è riacutizzato. Tanto da far rimettere addirittura in discussione, secondo certi boatos, l’atteso faccia a faccia con il Cavaliere. Un clima così disperante – conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - da far dire ieri alla moglie del presidente, Clio, intervistata da ‘Life’ , per La7: ‘Vivo questo momento storico con turbamento ma anche con speranza’ . La trasmissione, in onda stamane alle 10.50, sarà dedicata alle donne e cade all’antivigilia della manifestazione in programma domenica e convocata in diverse città sulla scia del caso Ruby. ‘Le donne sono tante cose...’ , ha detto la signora Napolitano. ‘Mi turba relativamente parlare di questi argomenti... Mi piacerebbe che si affrontasse qualche problema più di sostanza’”. (red)

10. “Clima ingestibile”. L’inquietudine di Napoletano

Roma - “Salvo colpi di scena - improbabili ma non del tutto impossibili, considerati i nervi tesi del presidente del Consiglio - Giorgio Napolitano – scrive Federico Geremicca su LA STAMPA - riceverà oggi pomeriggio al Quirinale Silvio Berlusconi per uno dei ‘faccia a faccia’ più delicati degli ultimi mesi. Il capo dello Stato ha prima atteso che il campo venisse sgombrato da iniziative discutibili (se non irricevibili: come l’idea di varare per decreto la riforma delle intercettazioni telefoniche) e quindi che la richiesta di colloquio venisse formulata in maniera istituzionalmente più corretta (cosa che ha fatto ieri mattina Gianni Letta): poi, naturalmente, ha detto sì all’incontro sollecitato dal capo del governo. E’ possibile che nel tardo pomeriggio di ieri, di fronte alle nuove accuse rivolte da Berlusconi ai giudici di Milano - paragonati dal premier a quelli all’opera nella Germania comunista - il capo dello Stato abbia sospettato che i tempi del ‘faccia a faccia’ non fossero ancora maturi: ma il dado era ormai tratto, ed un eventuale annullamento dell’incontro avrebbe reso ancor più tesa una situazione già assai delicata. E’ una situazione che la settimana scorsa il presidente della Repubblica aveva definito con i suoi più stretti collaboratori come ‘ingestibile’: e che negli ultimi giorni si è ulteriormente appesantita, a partire dalla prova di forza cercata dal governo sul federalismo municipale, bocciato in bicamerale e comunque trasformato dall’esecutivo in decreto (non controfirmato dal presidente della Repubblica). E’ precisamente il ricorso continuo al muro contro muro - fino allo scontro aperto tra poteri dello Stato - ciò che Napolitano ritiene insopportabile per la Repubblica e dannoso per il raggiungimento degli obiettivi che lo stesso governo si prefigge. L’inquilino del Quirinale – prosegue Geremicca su LA STAMPA - ne parlerà oggi con Berlusconi, dopo averne parlato a lungo anche con Bossi, nell’incontro dell’altro ieri: la sensazione che ne ha ricavato, però, è che la Lega - per adesso - continuerà a sostenere ogni iniziativa di Berlusconi, sia nella sua ‘guerra’ ai magistrati di Milano, sia nella cosiddetta politica del braccio di ferro. ‘Sono vent’anni che promettiamo il federalismo alla gente del nord - ha spiegato Bossi al capo dello Stato -. Ora che ci siamo vicini, non possiamo rinunciare’. A nessun prezzo e a qualunque costo. Ma questo esser disposti a tutto in nome del federalismo, ha un orizzonte ormai definito e ravvicinato: il 21 maggio, data entro la quale il Parlamento deve approvare i rimanenti decreti attuativi del provvedimento così caro a Bossi. Dopo quella data - se il premier intendesse continuare la sua guerra contro la magistratura e gli altri organi di garanzia, a cominciare dall’alta Corte - la Lega potrebbe anche separare i suoi destini da quelli del capo del governo. Ma il problema, per il capo dello Stato, - conclude Geremicca su LA STAMPA - non è certo questo. Il problema è che al 21 maggio mancano ancora cento giorni: e se fossero cento giorni simili a quelli appena trascorsi, ogni epilogo - elezioni anticipate comprese - è da considerare possibile...”. (red)

11. Cicchitto: “Sembra il ’93 ma non finirà come Craxi”

Roma - Intervista di Aldo Cazzullo a Fabrizio Cicchitto sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Non deve finire come nel ‘93. E non finirà come allora. Il gruppo dirigente del Psi si squagliò, ognuno badò a se stesso, convinto di salvarsi abbandonando Craxi al suo destino. Stavolta il gruppo dirigente del Pdl è unito, e consapevole che deve restarlo’ . Presidente Cicchitto, sicuro che Berlusconi non finirà come Craxi? ‘Sicuro. All’epoca, l’attacco della magistratura coincise con il crollo del consenso della Dc e del Psi. Oggi il centrodestra tiene. Per la figura di Berlusconi. Per il blocco sociale che lo sostiene. Per i contrasti nel centrosinistra. E perché nel vertice del Pdl tutti sappiamo che l’attacco al capo è il modo per scompaginare il quadro politico e l’alleanza con la Lega. All’orizzonte non si profila nessun Martelli’ . Tutti sulla stessa linea? Anche Tremonti? ‘Anche Tremonti. Certo, fa il ministro dell’Economia, e non può stare in prima fila nella rissa. Piuttosto in prima fila mi ci metto io. Ma Tremonti è leale a Berlusconi. E sa che i voti li ha lui. Tremonti ha il rapporto con la Lega. Ma il vero rapporto di Bossi è con Berlusconi’ . Maroni però ipotizza un candidato diverso alle prossime elezioni. ‘È un suo parere personale. L’intero Pdl non la pensa così. E credo pure Bossi e la Lega’ . Tra i fattori di tenuta di Berlusconi c’è anche un sistema televisivo militarizzato. ‘Tranne il Tg1, che non a caso è sotto bombardamento, la Rai non ha mai avuto tanti programmi di sinistra. Santoro, Dandini, Fazio, Floris, Annunziata, Gabanelli... Sia chiaro, non compilo liste di proscrizione; constato un fatto’ . Quali analogie vede con il ’ 93? ‘La questione è la stessa di allora: l’intreccio tra vicenda politica e giudiziaria. Uguale anche il retroterra culturale, costituito dalle anomalie italiane: la presenza del più grande partito comunista dell’Occidente, di un sistema capitalista colluso con i partiti, tutti i partiti, Pci compreso, e con lo Stato, e di una magistratura politicizzata, prima in senso conservatore e poi, dopo il Sessantotto, in senso opposto. Ho scritto un libro su questo, L’uso politico della giustizia. Craxi si illuse di beneficiare della crisi comunista, e per questo fece tutti i favori possibili al Pci morente ritenendo che sarebbe diventato socialdemocratico; invece lo sbocco del berlinguerismo fu il giustizialismo. Uomo-chiave, anche nell’elaborazione culturale, fu Violante’ . Oggi Violante critica la pubblicazione delle carte dell’inchiesta sul caso Ruby. ‘Violante ha un percorso complesso e apprezzabile. Ha aperto una riflessione su quel periodo, con il suo libro sui magistrati in cui denuncia il rovesciamento dei rapporti di potere, e l’egemonia della magistratura sulla politica. L’accanimento su Berlusconi è innegabile’ . — che sia invece propensione a delinquere? ‘Ci hanno provato in ogni modo, senza mai arrivare a lui. Prima il filone della corruzione, che però si è fermato a Previti. Poi il filone mafia e bombe, che si è fermato a Dell’Utri’ . Berlusconi si è protetto con le leggi ad personam. ‘No, è l’accusa a non essere credibile. Nel ’ 93 la mafia cerca una trattativa con chi il potere ce l’ha, non certo con un Forza Italia ancora in fieri. I numeri delle inchieste e dei processi, che si accavallano l’un l’altro, mostrano che la questione non è giudiziaria ma politica. Ora tocca a un nuovo filone: la vita privata. Era dal caso Montesi, quando Fanfani passava le carte contro Piccioni all’Unità diretta da Ingrao, che non si attaccava un leader sui suoi comportamenti privati. La Dc ha avuto due premier omosessuali senza che nessuno giustamente si permettesse di obiettare alcunché’ . Lei è il presidente dei deputati pdl. Com’è stato possibile che 315 deputati, leghisti compresi, abbiano votato un testo in cui è scritto che Berlusconi pensava davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak? ‘A parte il fatto che lui ha detto "può essere", non "è", l’operazione è congegnata in modo così organico, il fumus persecutionis è così evidente, che occorreva una risposta politica’ . Dove vede questo fantomatico fumus? ‘Lo stralcio della sua posizione da quella degli altri indagati e la richiesta di giudizio immediato, la scelta di ignorare il conflitto di attribuzione sollevato dal Parlamento e di portare avanti il processo nonostante possa essere annullato...’ . Ammesso e non concesso che ci sia accanimento: una ragione in più per tenere una condotta irreprensibile. Voi che siete vicini a Berlusconi avreste potuto dirglielo. ‘Ovviamente nessuno di noi si occupava della vita di Berlusconi, egli afferma che si trattava di normali dopocena, con divertimenti musicali... E io gli credo’ . Cicchitto, suvvia. ‘Io sono per il totale rispetto della vita privata. Vale per tutti e non a corrente alternata, vale per l’evocazione fatta dal Giornale degli amori della Boccassini; fui contro le dimissioni di Marrazzo e per la scarcerazione di Frisullo. Non mi convincono questi bacchettoni di ritorno che prima con il Sessantotto scoprono la dimensione ludica della vita e ora si impancano a censori’ . Più che l’amore libero e il Sessantotto, le feste con le prostitute evocano i vitelloni e gli anni 50. ‘Se ci fu una cosa positiva del Sessantotto, fu lo sconvolgimento dei costumi. Ma ora chi lanciò slogan libertari strumentalizza vicende private a scopo politico. Questo, e non altro, sarà la piazza di domenica prossima. Io sto con Giuliano Ferrara’ . Anche il ritorno in campo di Ferrara pare un’analogia con il ’ 93. ‘Ferrara non è uomo di ordinaria amministrazione. Scende nell’arena, con il no ai bacchettoni e la frustata all’economia, perché capisce che si combatte una battaglia decisiva’”. (red)

12. Casini: ridicolo, così si paralizzano sei regioni

Roma - “‘Vuole cacciarci? È ridicolo! Berlusconi ha perso la testa...’ . È bastata un’indiscrezione – scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - a far tremare le giunte nelle Regioni governate dal Pdl— dal Lazio alla Campania, dalla Calabria al Friuli sino a Molise e Sardegna— e a scatenare una nuova guerra di nervi tra Casini e Berlusconi. Il premier si sarebbe stancato di essere ‘pugnalato alle spalle’ dai centristi terzopolisti e vorrebbe cacciarli dalle giunte in cui l’Udc è al governo con il Pdl. Alla notizia, filtrata da Palazzo Grazioli dopo la cena di mercoledì con gli amministratori locali, Pier Ferdinando Casini ha scatenato, politicamente, l’inferno: ‘I presidenti delle Regioni non sono i camerieri di Arcore, noi abbiamo fatto accordi con loro alla luce del sole’ . Quindi l’Udc non intende uscire dalle giunte? ‘Non sta né in cielo né in terra— risponde attaccando l’ex presidente della Camera —. Se poi Berlusconi, dopo aver paralizzato l’Italia, vuole paralizzare anche le Regioni, se ne assuma la responsabilità’ . Il pressing sugli amministratori centristi è fortissimo. E Casini, al quale Berlusconi è già riuscito a sfilare diversi deputati, non intende perdere altri pezzi. ‘Abbiamo fatto alleanze nelle Regioni più sicure e ci abbiamo messo persone più blindate dime, come Luciano Ciocchetti, Michele Trematerra, Giuseppe De Mita. È più facile — scherza Casini — che me ne vada io...’ . Se l’Udc dovesse accogliere il diktat, molte giunte sarebbero a rischio. ‘Berlusconi vuole esportare quei ribaltoni che lui tanto critica? Faccia pure, ne prenderemo atto — è l’avvertimento di Casini —. Ma stia attento perché noi siamo iperdeterminanti, se usciamo noi le giunte cadono’ . Le voci di un Cavaliere irremovibile nel voler dare il benservito agli assessori di Casini – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - hanno gettato nel panico la presidente del Lazio, dove l’Udc ha sei consiglieri e due assessori. ‘Il premier non può averlo detto, ci siamo visti mercoledì e mi ha anche fatto i complimenti — prova a riportare la calma Renata Polverini, che ha telefonato al segretario Lorenzo Cesa per tranquillizzarlo —. Dev’essere stata una indiscrezione diffusa per farci litigare, l’Udc rimarrà in giunta’ . Di notizia ‘diffusa ad arte’ parla anche l’assessore Luciano Ciocchetti e smentisce l’ipotesi di cambi di casacca per salvare la poltrona: ‘Non mi dimetto e non vado col Pdl. Siamo determinanti, la Polverini ha smentito’ . Cos’altro avrebbe potuto fare? ‘Cacciare l’Udc sarebbe da pazzi — se la ride Renzo Lusetti —. Andrebbero a casa il giorno dopo’ . A sera Maurizio Gasparri fa sapere di aver parlato col capo del governo, che ha escluso ‘imposizioni sulla composizione delle giunte’ . Ma intanto fibrillano la Calabria di Giuseppe Scopelliti, la Campania di Stefano Caldoro e il Friuli, dove Renzo Tondo si appresta a ignorare il veto berlusconiano: ‘Sarebbe un errore’ . Per il segretario regionale centrista, Angelo Compagnon, ‘le persone del Pdl sul territorio sono più responsabili di Berlusconi’ . Casini lo dice al tg di Mentana, su La7: ‘Paragonare l’Italia alla Ddr è da irresponsabili. E non è serio dire che Ruby è la nipote di Mubarak, siamo su Scherzi a parte? Ha perso la bussola e gli italiani si dovrebbero rivoltare’ . Per uscire dalla ‘paralisi’ Casini vede una sola via d’uscita: il voto e un ‘governo di responsabilità nazionale che coinvolga le energie migliori, a destra e a sinistra’”. (red)

13. Nasce il Fli, già diviso sull’antiberlusconismo

Roma - “Futuro e Libertà – scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - prende il largo oggi a Milano. Ma è nave che salpa in un mare già in tempesta. Clima da crisi politica e istituzionale fuori dal palazzetto di Rho, tra il premier che infiamma e i suoi militanti davanti al palazzo di giustizia. Dentro, il partito che nasce sotto la guida di Gianfranco Fini è chiamato a decidere subito come muoversi, insieme col terzo polo, in caso di emergenza. Il presidente della Camera detterà la linea nelle conclusioni di domenica. Il fondatore osserva con crescente preoccupazione l’escalation berlusconiana. Unica cosa certa è che non si dimetterà dalla carica istituzionale, sospendendosi piuttosto dalla presidenza di Fli alla quale sarà eletto. ‘Mai pensato di lasciare, figurarsi adesso, per di più in vista di un eventuale conflitto di attribuzione sul processo Ruby, sul quale l’ufficio di presidenza della Camera sarà chiamato a decidere’ confida Fini alla vigilia ai suoi. Sarà rilanciata piuttosto la richiesta di dimissioni del premier: ‘Il conflitto non è più sanabile’. Ma Fli nasce con una divisione in seno che riemergerà anche all’assemblea costituente. Anche stavolta la linea dei ‘diplomatici’ Ronchi, Viespoli, Ronchi non coinciderà con quella dei cosiddetti ‘falchi’ sul nodo che inevitabilmente monopolizzerà il congresso. Cosa fare se si cadrà a breve nell’emergenza? Se si andasse al voto, stringere o no un’alleanza elettorale tra le opposizioni anti Berlusconi? ‘Nessun margine di intesa con la sinistra, costruiremo la nuova destra’ mette in chiaro Italo Bocchino in via di principio. Detto questo, spiega poi Carmelo Briguglio, ‘il congresso di Fli si svolge in un clima di emergenza istituzionale provocato da Berlusconi, il nostro partito che si ispira al patriottismo costituzionale ha il dovere di dare una risposta politica e per quanto mi riguarda ho le idee chiare’. Era stata sua la proposta del patto emergenziale e trasversale, poi sotto diverse forme rilanciata da Massimo D’Alema. ‘Siamo al crepuscolo decadente del berlusconismo - sostiene Fabio Granata - ma se la situazione precipita e si va al voto allora il tema si porrà, ascolteremo al congresso gli umori della base, che si pronuncerà via web’. Perché oggi nasce soprattutto ‘Fli on line’, primo partito che gestirà la propria vita interna, oltre che l’elezione dei vertici, utilizzando lo strumento internet. Altri si preparano a dare battaglia. Ad accendere la giornata di domani – prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - potrebbe essere ad esempio l’intervento di Andrea Ronchi. ‘Noi siamo il post, se ci poniamo sul piano dell’antiberlusconismo ne usciamo perdenti - anticipa l’ex ministro - Quello lasciamolo fare a Di Pietro. Se si andrà al voto, noi offriremo l’alternativa di centrodestra ispirata al Ppe con la ‘Lista civica nazionale Fini presidente’. Altro che santa alleanza con la sinistra’. Anche il coordinatore Urso predica cautela: ‘L’Italia non è l’Egitto, i conflitti istituzionali vanno regolati, non auspico un 25 luglio e noi non saremo la destra di un’alleanza di centrosinistra. Da Milano parleremo agli orfani del partito azienda e non di santa alleanza’. In questo clima, all’insegna dell’eterno dualismo interno, con Berlusconi inevitabilmente sullo sfondo, Marco Tremaglia aprirà oggi l’assemblea del partito ‘post’, tutto web e innovazione. Colonna sonora la house anni Ottanta, una collina in prato (vero) lunga 40 metri dietro la tribuna (‘È Fli si eleva e porta l’Italia fuori dal berlusconismo all’insegna della pulizia’ teorizza Chiara Moroni). Ideazione del registra Alessandro Mariuttini, come pure lo schermo di 50 metri in 3D sul quale saranno proiettate immagini. Per la cena pop a 20 euro by Vissani con Fini, in programma stasera (964 coperti) c’è già il tutto esaurito. Le distanze dal congresso fondativo Pdl 2009 - prime file riservate a hostess e giovani di bella presenza - Fli le ha prese pure reclutando solo volontari del partito in t-shirt finiana”. (red)

14. Quando per fare politica si lasciavano le cariche

Roma - “Se non ci saranno sorprese in zona Cesarini, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - domenica pomeriggio Gianfranco Fini sarà acclamato Presidente del neonato partito di Futuro e libertà, ma un minuto dopo si autosospenderà. Per arginare le prevedibili polemiche che i suoi nemici riaccenderanno sul paradosso di un arbitro che, non appena esce dall’aula di Montecitorio, veste la maglia di una delle squadre in campo. Un fuoco polemico che, per quanto indebolito dai guai di Berlusconi, resta insidioso. Tanto più che il Pdl, concentrandosi sull’originalità di un presidente della Camera, terza carica dello Stato, che chiede le dimissioni del capo del governo (un giocatore in campo), finora non ha attinto alla copiosa casistica di Presidenti di assemblea legislativa che nel passato si sono spontaneamente dimessi per raggiunta incompatibilità. I precedenti sono quattro e riguardano personalità carismatiche: Giuseppe Saragat e Sandro Pertini che sarebbero successivamente diventati Capi dello Stato e due senatori a vita come Amintore Fanfani e Cesare Merzagora. Il primo caso risale ai primi giorni del 1947. L’11 gennaio a palazzo Barberini si consuma la dolorosissima separazione all’interno del Partito socialista guidato da Pietro Nenni. A guidare la scissione è Giuseppe Saragat, che sei mesi prima era stato eletto presidente dell’Assemblea Costituente. Seguono Saragat nel Psli 44 parlamentari (uno in più rispetto a quelli che oggi stanno con Fini, ma questa è soltanto una curiosità) e il primo annuncio dei socialisti democratici è eloquente: usciamo dal governo De Gasperi, per ‘dedicarci all’opera di riorganizzazione nel Paese’. In questo disimpegno dal governo l’analogia con la vicenda-Fli è palpabile, ma negli eventi successivi si smarrisce ogni paragone: il 6 febbraio, nell’aula di Montecitorio viene letta una lettera di Saragat: ‘Rassegno le dimissioni da presidente dell’Assemblea costituente’. Una sobrietà eloquente, come se non fosse necessario spiegare. De Gasperi fa altrettanto: ‘Non intendo interferire in una questione di esclusiva competenza dell’Assemblea’. Palmiro Togliatti: ‘Per la signorilità e l’imparzialità, le dimissioni vanno respinte’. L’aula segue il consiglio ma Saragat terrà il punto. Una sequenza di altri tempi. Commenterà Leo Valiani: ‘Quella di Saragat è stata una prova di idealismo pratico, ammirevole’. Il secondo caso – prosegue Martini su LA STAMPA - si consuma 20 anni dopo e anche in questo caso si possono scorgere analogie con la vicenda finiana, ma per un altro verso. Nei primi giorni del 1967, il presidente del Senato Cesare Merzagora, un laico eletto nelle liste della Dc in un discorso esprime blande critiche sulle Regioni a statuto ordinario che stanno per prendere forma. Basta qualche sussurro critico nei suoi confronti, per indurre Merzagora a presentare le dimissioni, il 6 novembre del 1967. L’aula del Senato le respinge, ma l’indomani Merzagora le presenterà di nuovo. Irrevocabili. Per il terzo caso, bisogna aspettare altri due anni. I socialisti di Nenni e Saragat (che nel 1966 si erano riuniti dopo la scissione di Palazzo Barberini), tornano a dividersi. Sandro Pertini, che in precedenza era stato indicato alla presidenza della Camera dai socialisti uniti, il 7 luglio 1969 si presenta dimissionario davanti all’aula. Un gesto apprezzatissimo, tutti gli chiedono di restare e in anni nei quali i deputati missini erano tenuti a distanza da tutti anche alla buvette, persino il loro rappresentante, De Marzio, annuncia: ‘Non abbiamo votato Pertini presidente, ma per la sua coraggiosa imparzialità chiediamo che resti’. Pertini resterà. Ma dopo essersi formalmente dimesso. Quattro anni più tardi, è il 26 giugno 1973, l’ultimo precedente: il presidente del Senato Amintore Fanfani, eletto segretario della Democrazia cristiana, presenta le sue ‘dimissioni irrevocabili’. E c’è poi il caso di Pietro Ingrao, che nel 1976 sale sullo scranno più alto di Montecitorio. E’ la prima volta per un comunista, ma dopo tre anni di quella esperienza, Ingrao chiede ad Enrico Berlinguer di non tornare su quella poltrona, perché vuole sentirsi libero. Anche di far politica. Una passione in prima persona alla quale, negli anni della Presidenza, aveva ovviamente rinunciato. Berlinguer capirà e alla presidenza della Camera andrà Nilde Iotti, anche lei – conclude Martini su LA STAMPA - attentissima a tenersi a distanza”. (red)

15. Il Quirinale vuole Futuro e sobrietà 

Roma - “Gianfranco Fini rispetta – non senza fatica – gli autorevoli suggerimenti che gli arrivano dal Quirinale. Così, questo fine settimana, a Milano, - scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO - l’ex leader di An sarà eletto presidente di Futuro e libertà, ma contestualmente alla sua acclamazione, al congresso fondativo della nuova formazione, si autosospenderà dall’incarico. Nei giorni scorsi aveva già fatto cancellare il proprio nome dal simbolo del nascituro partito. Ma perché? La risposta dei bene informati è: ‘Giorgio Napolitano vult’. Fini ha deciso per un mezzo passo indietro dall’impegno politico (da qualche tempo ha anche diradato le uscite pubbliche e le esternazioni) per sollevare almeno un po’ la presidenza della Repubblica dall’imbarazzo di avere la terza carica dello stato troppo esposta nella leadership formale di un partito a forte trazione antigovernativa. Risale alla fine di gennaio – alla ripresa cioè degli attacchi di Silvio Berlusconi con richieste di dimissioni scagliate contro il presidente della Camera – un invito autorevole, privatissimo ma sonoro, recapitato da Napolitano all’indirizzo di Fini. Ovvero: sarebbe meglio declinare la tua presenza pubblica più sul profilo istituzionale che su quello della politica di opposizione. Così, il 29 gennaio, Fini non ha raggiunto a Todi, come invece era previsto, l’alleato Pier Ferdinando Casini, assieme al quale avrebbe dovuto suonare la carica delle elezioni anticipate. ‘Un’influenza’, si era giustificato lo staff di Montecitorio. Non sembra. Da allora il caloroso auspicio quirinalizio è stato diligentemente rispettato dal leader di Fli che si è imposto – non senza soffrirne un po’ – di glissare sulle robuste accuse di tradimento (e non solo) piovutegli addosso dalle parti del Pdl, di Palazzo Chigi e dei giornali più sanguignamente berlusconiani. Niente polemiche dirette, nessuna risposta tagliente agli strali del premier; nonostante la tentazione di replicare contrattaccando ci sia stata, eccome. Racconta uno degli uomini più vicini al leader: ‘Accontentare Napolitano ha un costo. Fini rispetta il proprio ruolo istituzionale e rispetta anche quello degli altri. Ma ha a che fare con Berlusconi, uno che degli inviti di Napolitano non sembra curarsi troppo. Insomma assecondare la moral suasion, quando questa è ignorata dal premier, può rivelarsi un boomerang’. E d’altra parte, in Fli lo ricordano bene, è già successo: con la tardiva – e fallita – spallata del 14 dicembre. ‘Accontentare Napolitano può rivelarsi un boomerang’, dice uno degli uomini meno esposti, ma più informati, della cerchia finiana. D’altra parte al presidente della Camera è già capitato – il 14 dicembre scorso – di aver visto trionfare il Cavaliere, soltanto per aver rispettato gli auspici del Quirinale. Fu infatti proprio Napolitano a chiedere che il voto di sfiducia, con il quale Terzo polo e centrosinistra erano certi di poter mandare a casa il premier, slittasse al dopo Finanziaria. Fini, dominus del calendario di Montecitorio, accontentò, per rispetto e prassi consolidata, l’autorevole indicazione. Ma col tempo guadagnato – un lunghissimo mese – il mai davvero domo Berlusconi riuscì recuperare un pugno di voti (tra cui un paio di finiani) sufficienti a sfangarla. La sconfitta brucia ancora. Malgrado ciò – pur talvolta soffrendo – Fini non ha la minima intenzione di incrinare il proprio rapporto consolidato con la presidenza della Repubblica. Così, al congresso fondativo che si apre oggi a Milano, - prosegue Merlo su IL FOGLIO - il presidente della Camera accetterà l’incarico di presidente di Fli, ma lo congelerà ufficialmente. ‘Le dimissioni da Montecitorio non sono nemmeno in discussione’, è la linea. Eppure, da tempo, persino nel suo entourage c’è chi lo consiglia del contrario, non solo il professor Alessandro Campi (recentemente defilatosi un po’ dal ruolo di intellettuale gramsciano), ma anche il fedelissimo Roberto Menia. La ragione è sempre la stessa: la presidenza della Camera è un limite alla libertà di tono. E a far rispettare quel limite, da qualche tempo, è intervenuto il Quirinale; un guardiano cui è difficile poter dire di no. Rimane tuttavia strategicamente più remunerativo il consiglio di Italo Bocchino e di Carmelo Briguglio, solitamente descritti come ‘i falchi’ o ‘l’ala dura’: dallo scranno più alto di Montecitorio deriva una capacità di controllo e manovra che in questa fase incerta può fare la differenza. Per dimettersi – quando, e se, ci saranno le elezioni – c’è sempre tempo. E’ anche per questo che Fini, pur tentato (data una scorsa agli ultimi sondaggi), a Milano non farà più di una timida carezza alla santa alleanza antiberlusconiana proposta da Pd, Idv e Nichi Vendola. Le elezioni sono lontane. Non è ancora il momento di scegliere. Tanto più se – lo sostengono molti osservatori – i sondaggi che danno vittorioso il fronte TTB (tutto tranne Berlusconi), nel dettaglio penalizzano proprio Fini e il suo alleato terzopolista, Pier Ferdinando Casini. Quanto conviene – conclude Merlo su IL FOGLIO - una sconfitta personale in una ipotetica vittoria collettiva?”. (red)

16. Fini alla canna del gas

Roma - “Oggi, a Milano, - scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - Gianfranco Fini riunisce la sua truppa per il primo congresso di Futuro e Libertà. Mesi fa, quando progettò l’adunata, il presidente della Camera era gonfio di presunzione quanto la rana della favola di Fedra, per cui diede ordine di organizzare l’appuntamento senza risparmio di mezzi. L’evento fu fissato non a caso nella città del suo più acerrimo nemico e per l’occasione fu ingaggiato il cuoco dei radical chic Vissani, mentre le scenografie furono affidate a un emulo di Panseca, l’architetto mito che arredò tutte le convention di Craxi. Nelle intenzioni dell’ex delfino di Almirante, quello sarebbe stato il palco che lo avrebbe consacrato leader di un nuovo centrodestra, certificando la rottamazione di quello vecchio guidato da. Berlusconi, il quale secondo il piano avrebbe dovuto ritirarsi su un’isola sperduta dei Caraibi a godersi le fortune, ammesso che gliele lasciassero. Avendo però sbagliato le previsioni, Fini nel week end si appresta a mettere in scena il suo fallimento, perché anziché sancire l’uscita di scena del Cavaliere, il congresso testimonia la debolezza del progetto nato a Mirabello ma, mai uscito dall’incubatrice. Quello che doveva essere un punto di riferimento per la maggioranza degli italiani, in realtà è ridotto a un puntino, mentre l’uomo che faceva sognare la sinistra, nella speranza liquidasse Berlusconi, ora è lui stesso a rischiare la liquidazione. Delle mirabolanti proiezioni di crescita che i sondaggisti accreditavano al suo partito non resta più nulla. Dal quattordici dicembre, fallito l’agguato organizzato contro il governo, Fli ha cominciato a perdere pezzi e soprattutto voti. L’emorragia non si è fermata, - prosegue Belpietro su LIBERO - neanche con le nuove accuse a Berlusconi da parte della. Procura di Milano, segno evidente che il flusso non è facilmente arginabile. Uno che se ne intende come Nicola Piepoli al partitino del presidente della Camera dà appena il 3 per cento, aggiungendo però che la tendenza è al ribasso e appare inarrestabile. Di questo passo, se si andasse a votare, Fini e i suoi uomini non riuscirebbero a conquistare neppure uno strapuntino in Parlamento. Futuro e libertà rischierebbe dunque la fine di Rifondazione e del suo leader, il quale stranezza del caso - dopo aver fatto il presidente di Montecitorio non ha potuto rientravi neanche dall’uscio di servizio. Per limitare i danni, finora l’ex cofondatore del PdL si è appiccicato ai calzoni di Casini, nella speranza che l’unione faccia la forza, ma correndo dietro al capo dell’Udc c’è pericolo che Gianfranco si ritrovi solo. L’idea di morire democristiani non piace affatto a molti camerati che hanno seguito il loro duce nell’avventura convinti di rifondare un nuovo Msi. Ma non va giù neppure a quelli che non sono mai stati fascisti e dell’inquilino della Camera apprezzavano le aperture laiciste sulla fecondazione e le coppie gay. Di fedelissimi insomma ne restano pochi, ma anche tra i pochi c’è chi ha il mal di pancia e medita di marcar visita. Come se non bastasse si sono messi a puntare i piedi pure gli intellettuali che fino ad oggi gli scrivevano i discorsi e soprattutto gli passavano le idee. Gli ideologi, da Alessandro Campi a Sofia Ventura, non sanno più che dirgli, perché ora più che di destra Gianfranco sembra uno della sinistra dc, anzi, qualche volta solo sinistra senza neppure l’attenuante democristiana. Addirittura sono arrivati al punto da chiedere (loro e non Berlusconi) le sue dimissioni, ritenendo che il ruolo di arbitro non si addica a uno che è sceso in campo come giocatore. Risultato? In pochi mesi Fini ha fatto il miracolo: si è autoaffondato e da, leader di riserva del centrodestra adesso può solo finire nella riserva, dei leader protetti perché in via, d’estinzione. A pensarci bene, - conclude Belpietro su LIBERO - quello che comincia oggi più che il congresso fondativo di un partito, somiglia al congresso affondativo. Buon divertimento”. (red)

17. De Siervo difende la Consulta: “Bolscevichi? Imparziali”

Roma - “Gli echi del conflitto tra poteri dello Stato – riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - sono nell’aria al punto tale che si materializzano, nell’arco di una stessa giornata, nel salone Belvedere della Corte Costituzionale e nella sala conferenze del Consiglio superiore della magistratura. La mattina — quando ancora Silvio Berlusconi non ha parlato di ‘golpe morale’ — il presidente della Consulta, Ugo De Siervo, nella consueta conferenza stampa annuale è costretto a difendere i giudici delle leggi contro gli ‘attacchi selvaggi, esagerati e nevrotici’ di chi sostiene che la Corte non è parziale: ‘Asserirlo è denigratorio per la Corte Costituzionale e gravemente offensivo per ciascuno di noi’ . Poi, con tono sdrammatizzante: ‘Non siamo bolscevichi; ve lo assicuro, tra di noi ci sono molti moderati’ . Poi nel pomeriggio, a Palazzo dei Marescialli dove si commemora Vittorio Bachelet assassinato nel 1980 dalle Brigate Rosse, si assiste a uno scambio di opinioni molto ruvido tra il vicepresidente Michele Vietti e il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Il primo, citando anche le parole del suo predecessore fermato 31 anni fa dalle pistole dei terroristi rossi sulle scale di Scienze politiche de La Sapienza, ricorda ‘i quotidiani attacchi alla magistratura anche da parte di chi, per ruolo istituzionale, dovrebbe preoccuparsi di evitare la reciproca delegittimazione’ . Vietti non si ferma e ribadisce che ‘la magistratura non coltiva "finalità eversive"ma svolge una funzione silenziosa di applicazione delle regole; le vere finalità eversive erano quelle del terrorismo degli 70 e 80 per opporsi alle quali la magistratura ha pagato un alto tributo di sangue’ . Il ministro Alfano ascolta impassibile. Resta al suo posto durante gli interventi di Giovanni Conso e di Ombretta Fumagalli Carulli. Poi si alza, saluta e se ne va. E spiazza anche il suo staff – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - quando si aggiusta la cravatta davanti alle telecamere: ‘Vittorio Bachelet è un eroe della nostra Repubblica: ho sentito tante parole contro Berlusconi senza mai citarlo e poche parole contro i terroristi che hanno ucciso Bachelet’ . Questo è uno scorcio del clima che si respira nei palazzi della Capitale prima ancora dell’ultimo affondo del Cavaliere. Il presidente De Siervo è stato fermo nel difendere il ruolo della Corte. E per farlo ha citato il Guardasigilli Adone Zoli che, nel 1953, faceva notare: ‘I giudici costituzionali sono quindici persone alle quali è affidato l’avvenire del nostro Paese perché nella tutela della Costituzione è l’avvenire pacifico del nostro Paese’ . Sulla stretta attualità — il caso Ruby e il conflitto tra poteri dello Stato che prima o poi investirà la Corte— De Siervo non ha risposto: ‘È ovvio che non si potrà decidere in pochi giorni ma ci vorrà qualche mese anche se in questo caso la Corte, che di solito ci impiega un anno, potrebbe avere tempi più brevi’”. (red)

18. Chiamparino: “Se il 17 divide, meglio lasciar perdere”

Roma - Intervista di Massimo Gramellini al sindaco di Torino Sergio Chiamparino su LA STAMPA: “E così ha dato buca anche la Gelmini: niente festa nelle scuole il 17 marzo, casomai una lezione di storia sul Risorgimento. Che ne dice, sindaco Chiamparino? ‘È il terzo o quarto ministro che si sfila. Sento puzza di bruciato. E allora, da presidente del comitato dei festeggiamenti di Italia 150, dico: non prendiamoci per i fondelli. O il governo mantiene la festa nazionale che ha proclamato per giovedì 17 marzo - con scuole, fabbriche e uffici chiusi - oppure lasciamo perdere, ridimensioniamo tutto. Perché spendere una barcata di soldi per una giornata come le altre?’ Una festa in cui si lavora è una festa di serie B? ‘È una festa in tono minore, come la giornata delle foibe o della memoria. Però poi non lamentiamoci se gli italiani non mettono le bandiere ai balconi. Per far sentire l’eccezionalità di un evento non può bastare un’assemblea a scuola. La lezione di storia… Se lo immagina l’entusiasmo dei ragazzi?’ Sacconi, il ministro del Lavoro, cita Catalano di ‘Quelli della Notte’: meglio festeggiare e lavorare insieme. ‘Figuriamoci: fatico otto ore in catena di montaggio e poi vengo a sentire te in sala mensa che mi parli del Risorgimento! Ma ti mando a…’ Signor sindaco! ‘Questi ministri del Pdl mi sembrano ossessionati dal bisogno di compiacere la Lega e la Confindustria’. Secondo la signora Marcegaglia, il dì di festa ci costerebbe 4 miliardi di euro, ponte del venerdì incluso. ‘Ma hanno calcolato quel che incasserebbe il turismo in quei giorni a Torino, Firenze, Roma? E poi si figuri se io, che mi sono speso pro Marchionne, non ho a cuore il nostro prodotto interno lordo. Il giorno di lavoro perso lo si può recuperare da qualche altra parte. Mi stupisce la Marcegaglia: chiede unità di intenti alla classe politica e si divide su un giorno di festa. Una contraddizione che fa spavento. Il segnale di un Paese che si disgrega. E poi si fanno i paragoni con gli Stati Uniti d’America! Ma là c’è uno spirito nazionale. Ne servirebbe un po’ anche qui’. Lo dicono anche Giorgia Meloni e La Russa. ‘Capisco che la mia alleanza con gli ex missini sia inusuale. Però Marcegaglia, Sacconi e la Gelmini sottovalutano l’aspetto immateriale del 17 marzo. La festa in un giorno in cui non si è mai festeggiato è un elemento di socialità, di comunità. Anche una nazione laica ha bisogno di riti e di miti. Altrimenti la secolarizzazione uccide qualsiasi cosa’. Per ora del 17 marzo parlano solo i politici, e per dirne male. ‘Un mese prima delle Olimpiadi la gente pensava ad altro. Poi è arrivata la fiaccola… Non dico che il Centocinquantenario sia la stessa cosa, ma anche qui ci vuole il momento topico, la festa, la notte bianca… Come avrebbe detto Lenin? La scintilla’. E con la citazione di Lenin ci siamo giocati anche Meloni e La Russa. ‘Per adesso la festa c’è ancora. Farò un appello all’italianità di tutti i sindaci affinché chiedano con decisione che la scintilla non venga spenta: portiamo o no a tracolla una fascia tricolore?’ L’appello vale anche per i sindaci leghisti? ‘Ne ho conosciuti che si dissociano come padani, ma aderiscono come alpini…’ E gli altoatesini? ‘Ah, il rifiuto di festeggiare del presidente della provincia di Bolzano è un gesto parasecessionista che urla vendetta. Lo sa che di tutte le eccedenze prodotte dal Nord, più del 40 per cento finisce alle regioni a Statuto Speciale? Prendono i soldi dall’Italia e fanno i Radetzky. Vadano con gli austriaci, allora!’ Con tutta la più buona volontà, un altoatesino non può sentire l’Italia come un torinese. ‘Vero, noi siamo più coinvolti anche dal punto di vista materiale. Tutto il pacchetto Torino costa 50 miliardi. Per questo ripeto: senza festa, lasciamo perdere’. Tutto? ‘Certo non posso staccare i quadri dalle pareti delle mostre con il piccone, né sospendere l’adunata degli alpini o la tappa del Giro d’Italia. Ma se si decide che il 17 marzo è un giorno come un altro, è il clima generale del Centocinquantenario che pende al ribasso. E chi ci ha investito del denaro e del tempo, con rispetto parlando, se lo piglia in quel posto’. Non resta che sperare in Berlusconi. ‘Lo vedrò sabato, all’incontro con i vertici Fiat. E gli chiederò di difendere la festa’. Sia ottimista, signor sindaco: quando si tratta di feste, lui non è tipo che si tira indietro”. (red)

19. Liberalizzazioni nel cassetto

Roma - “Energia, banche, assicurazioni, concorsi a premio, farmaci. Le misure per liberalizzare e aprire ulteriormente i mercati – scrive Michele Arnese su IL FOGLIO - sono pronte, ma due giorni fa il Consiglio dei ministri si è limitato a una discussione di massima senza approvare il disegno di legge sulla concorrenza preparato dal ministero dello Sviluppo economico. Eppure il ritardo accumulato dal governo nel presentare il ddl è salito a otto mesi, rispetto ai tempi previsti da una legge del 2009. Perché il provvedimento non è stato approvato? Le risposte sono diverse. Dal ministero guidato da Paolo Romani si sottolinea che è stata condivisa la decisione di fondere il ddl con quello sulla semplificazione amministrativa in cantiere al dicastero di Roberto Calderoli. C’è però chi sostiene che al ministero dell’Economia non scorgevano nel ddl un impianto unitario e coerente, ma più che altro una serie di misure variegate senza un quadro d’assieme. E chi dalla presidenza del Consiglio dice che l’articolato non ha soddisfatto del tutto gli esperti giuridici di Palazzo Chigi. Qualunque sia la vera spiegazione, sta di fatto che un ddl per liberalizzare i mercati, recependo indicazioni e segnalazioni dell’Antitrust, non ha ricevuto il via libera del governo. Non solo: l’ultima bozza del ddl, secondo un primo confronto con la penultima bozza, sembra avere una portata e un impatto inferiori. Comunque lo schema di ddl contiene disposizioni che – come viene spiegato nella relazione illustrativa del ddl che il Foglio ha letto – ‘provvedono a rimuovere alcuni ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all’apertura dei mercati, a promuovere lo sviluppo della concorrenza e a garantire la tutela dei consumatori’. Nella relazione di Romani non si nascondono intoppi e ritrosie: ci sono state ‘inevitabili difficoltà connesse a un primo avvio di un nuovo disegno programmatico di interventi per il mercato e la concorrenza che hanno condizionato i tempi’. Il primo capitolo della bozza di ddl – ‘efficienza del mercato petrolifero e contenimento dei prezzi dei carburanti’ – è quello più corposo e delicato, sottolineano dal governo. L’obiettivo – si legge nel documento non pubblico – è ‘di ridurre, se non azzerare, la differenza tra la media dei prezzi dei carburanti su base comunitaria rispetto a quella italiana’. Si prevede ‘una razionalizzazione della filiera’ e ‘una maggiore trasparenza’ attraverso ‘la semplificazione delle procedure’ e una ‘piattaforma telematica’ per gli operatori petroliferi. Nella bozza non approvata ci sono anche disposizioni per il ‘settore bancario, assicurativo e finanziario’: si va dall’obbligo di ‘dare pubblicità alle situazioni di conflitto di interesse’ al divieto nei fidi bancari della Cms (Commissione di massimo scoperto), consentendo ‘la sola commissione per la messa a disposizione dei fondi’. La norma ha il fine, si legge nel rapporto esaminato dal Consiglio dei ministri, di ‘definire una struttura semplice e chiara degli oneri ammessi, eliminando la possibilità per le banche di applicare una pluralità di voci di costo’. Anche nei concorsi a premio – prosegue Arnese su IL FOGLIO - sono previste misure per ‘la semplificazione e la parziale liberalizzazione’. Mentre per i farmaci da banco, ovvero vendibili senza ricetta, si fissa ‘l’obbligo di pubblicità dei prezzi’. Inoltre, accogliendo sollecitazioni dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, si prevedono nei casi di procedure negoziate senza bando ‘specifici criteri di rotazione dei soggetti chiamati alla negoziazione’. La disposizione, spiega la relazione degli uffici di Romani, ‘richiama i principi della pubblicità, trasparenza, concorrenza e rotazione degli operatori economici’. L’articolato del disegno di legge, secondo la ricostruzione del Foglio, non ha particolarmente entusiasmato l’Antitrust che lo ha giudicato nel complesso debole rispetto alle attese e alle segnalazioni giunte proprio dall’Autorità presieduta da Antonio Catricalà. D’altronde nella bozza del ddl non compaiono per esempio le misure suggerite dall’Antitrust per il settore postale, come ‘l’eliminazione delle disposizioni suscettibili di creare vantaggi competitivi in capo a Poste italiane’, così come non si individua un ‘soggetto regolatore indipendente che realizzi la liberalizzazione del settore’. Inoltre non è presente nella bozza alcuna disposizione per aprire il mercato dei servizi di trasporto ferroviario. Eppure l’Antitrust – conclude Arnese su IL FOGLIO - aveva auspicato di definire ‘l’ambito universale’ del servizio svolto dalle Ferrovie dello stato, di procedere a gare anche nelle aree non profittevoli ‘per minimizzare il ricorso ai sussidi pubblici’ e di eliminare nel trasporto ferroviario locale ‘le disposizioni che innalzano le barriere all’entrata nel mercato da parte di nuovi operatori’”. (red)

20. Piano crescita, nuove misure ad aprile

Roma - “Partenza alle 8.30, da Reggio Calabria. La squadra – scrive Giuseppe Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - è la stessa del giorno prima: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti con i segretari della Cisl, Raffaele Bonanni e della Uil, Luigi Angeletti. Niente treno, stavolta, ma un piccolo van per risalire fino a Salerno. La giornata, però, comincia nel segno delle aspre critiche del Foglio, guidato da Giuliano Ferrara, il suggeritore della cosiddetta ‘scossa’ berlusconiana all’economia. Il titolo-accusa è diretto: ‘Un Tesoro di ostacoli’ . La tesi anche: il premier è convinto che sia possibile veder spuntare l’albero della crescita seminando ancora nel campo dei miracoli italiani. Ma Tremonti che intenzioni ha? Non è che il ministro viaggia da solo? Un primo chiarimento, forse arriva in serata, alle 19. Poco prima Tremonti incontra il presidente Giorgio Napolitano, ufficialmente per preparare la visita del capo dello Stato in Germania. Subito dopo il ministro vede Berlusconi, trenta minuti a Palazzo Grazioli. Motivo? All’orizzonte si profila un problema con il Parlamento simile a quello vissuto con il decreto sul federalismo. Questa volta è in gioco il ‘Milleproroghe ‘ , provvedimento economico omnibus, considerato fondamentale dal governo. Il testo è all’esame del Senato, da dove dovrebbe uscire martedì prossimo senza problemi. Poi passerà al vaglio della commissione Bilancio della Camera e qui rischia di impantanarsi, perché maggioranza e opposizione sono pari: 24 deputati a testa. Come rimediare? Berlusconi e Tremonti hanno cominciato a discuterne. E con l’occasione il ministro è tornato sul piano di aprile, da presentare all’Unione Europea. Resta l’interrogativo che gira fin dalla mattinata, nel pullman che lentamente si muove verso Gioia Tauro: Tremonti si sta defilando? Viadotti smozzicati, montagne sfregiate da ferite che, un giorno, dovrebbero trasformarsi in gallerie. È il tratto più difficile da ricostruire – prosegue Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - e il più esposto agli attacchi della ‘ndrangheta. Da ieri è presidiato dall’esercito, come richiesto dal presidente dell’Anas Pietro Ciucci. Al titolare dell’Economia viene segnalato l’apprezzamento, forse inaspettato, del Fatto Quotidiano (‘È un ministro che conserva il rispetto per se stesso’ , scrive il direttore Antonio Padellaro). Allora, si sta defilando? ‘Ma nooo. Al contrario. Adesso faremo ogni settimana le riunioni tra i ministri per andare avanti’ . E qui annuncia, a titolo di esempio, che vuole riproporre al più presto due norme in materia di appalti. ‘I grandi lavori procedono a rilento sostanzialmente per due motivi — osserva Tremonti—. Le imprese vincono le aste con grandi ribassi, ma poi aggiungono clausole di riserve di ogni tipo per recuperare sui costi. E quindi è opportuno mettere un tetto al valore di queste riserve: diciamo il 30 per centorispetto al totale dell’appalto. L’altro punto sono le opere compensative. Quando una strada attraversa un comune c’è la corsa degli amministratori per portarsi a casa due palestre, una piscina, il rondò o anche solo una fioriera. Anche qui serve un limite: vogliamo dire 20 per centodel valore?’ . A Lagonegro il ministro fa fermare il pullman in un cantiere, dove scambia due parole con gli operai in tuta gialla. Poi ultima sosta nell’autogrill Tarzia Est, rapida ‘ispezione’ ai bagni e giudizio finale: ‘Sono puliti’ . È l’ora di pranzo. Bonanni tira fuori i panini e li offre al ministro con una richiesta fuori programma: ‘Sì, ma noi sulle tasse non molliamo. Bisogna alleggerire il carico dei lavoratori dipendenti e spostarlo sui consumi’ . ‘E lo dici a me? — replica il ministro — Sono io che ho parlato di spostare la tassazione dalle persone alle cose’ . ‘Bene, allora fatelo’ . Si farà in questa legislatura? Berlusconi spinge. Ma il ministro non va oltre un: ‘Vedremo’ . È un attimo e il discorso sale verso i vincoli ineludibili dell’Europa. Poi verso il federalismo ‘che non può avere lo stesso significato nel Nord e nel Sud, perché nel Mezzogiorno è necessario l’intervento del governo e delle Regioni’ . Tutti ‘dati reali’ che sfuggono ‘ai cantori del libero mercato’ . Tremonti ora affonda con divertimento: ‘Ai tempi di Croce a Napoli alcuni piccoli intellettuali si pavoneggiavano citando continuamente ‘il concetto’ hegeliano, in tedesco ‘begriff’. E il filosofo quando li incontrava per strada diceva in napoletano: ecco qua ‘E’ begriffe’. Oggi io vedo in giro tanti ‘begriffe’ del libero mercato’ . Roma-Termini, finalmente. Nel frattempo le agenzie hanno già battuto i commenti sulla ‘missione Sud’ di Tremonti. ‘Sconcertante’ , secondo l’economista del Pd, Stefano Fassina: ‘Ma Tremonti dove vive? Aveva bisogno di un viaggio per scoprire una triste realtà nota da sempre e aggravata dai suoi tagli ai trasferimenti alle Fs?’ . Il ministro, però, insiste. Prima di mettersi giacca e cravatta e correre al Quirinale, - conclude Sarcina sul CORRIERE DELLA SERA - c’è il tempo per l’ultima battuta: ‘Nel Sud i moscerini sono più veloci dei treni’”. (red)

21. Una stangata dietro l’angolo?

Roma - “La flemma attendista – scrive IL FOGLIO - che osteggia misure pro crescita prepara indirettamente il terreno a stangate basate su patrimoniali. E’ l’impressione che circola tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli dopo un piano per la crescita voluto dal premier Silvio Berlusconi che va troppo piano, secondo la presidenza del Consiglio. L’idea che per sanare il problema dell’elevato indebitamento pubblico si debba puntare a far crescere il prodotto interno lordo, contribuendo a far diminuire il rapporto debito-pil, non trova particolari consensi al ministero dell’Economia. Un indiretto sostegno alle tesi del titolare del Tesoro, Giulio Tremonti, è giunto ieri dalla Bce: l’istituto presieduto da Jean-Claude Trichet ha prefigurato la necessità per l’Eurozona di approntare ulteriori misure correttive. E’ vero che alla fine Trichet ha aggiunto che il maggior problema dell’Italia, tra instabilità politica, debito e bassa produttività, è quest’ultimo. Ma è altrettanto vero che i dati Istat di ieri segnalano un’industria che è tornata a crescere del 5,5 per cento nel 2010 senza stimoli esterni. Quasi un indiretto avallo alla flemma tremontiana che disdegna stimoli all’economia con misure in deficit che pesano sui conti pubblici. Una concezione agli antipodi rispetto a chi, all’interno del governo e in primis il presidente del Consiglio, ritiene prioritaria una politica pro crescita che non contempla, anzi avversa, la prospettiva di una patrimoniale per abbattere il debito pubblico. Una prospettiva evocata nelle ultime settimane prima da Giuliano Amato poi da Walter Veltroni e quindi da Pellegrino Capaldo, e che si connette alle probabili decisioni dei prossimi Consigli europei per ulteriori restrizioni di bilancio. Un percorso che al Tesoro, secondo le indiscrezioni del Foglio, non è reputato del tutto inevitabile. Tale impostazione è stata avallata da una recente audizione in Senato del direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, che ha invitato i parlamentari a seguire nelle leggi in fieri sulla finanza pubblica le best practice dei paesi europei, ‘in primis la Germania con la sua regola sulla riduzione del debito’. Riferimenti che non hanno entusiasmato Palazzo Chigi, dove il premier si sente le mani legate, oltre che dai pm, anche da una tecnostruttura europea con le sue sponde in Italia, in particolare a via XX Settembre. ‘Habemus Pactum’, disse Giulio Tremonti al termine della riunione della task force sulla governance economica che aveva appena trovato un compromesso su come riformare il Patto di stabilità e crescita. Era l’ottobre 2010 e subito le Cassandre delle manovre aggiuntive si affrettarono a calcolare quanto sarebbe costata all’Italia una delle novità introdotte dal compromesso e che consiste nell’attribuire alla dinamica del debito un’importanza analoga a quella del deficit: una manovra di 30-40 miliardi di euro l’anno, con sanzioni dello 0,2 per cento di pil se non si comincia subito, magari con una bella patrimoniale? In realtà, allo stato attuale, nessuno lo sa, perché il nuovo Patto di stabilità ancora non c’è. Nel settembre del 2010, la Commissione europea ha presentato le sue proposte, che però divergono da quelle approvate dai capi di stato e di governo in ottobre. La trattativa sui dettagli deve ancora cominciare e anche l’Europarlamento, forte del Trattato di Lisbona, intende dire la sua. I sei progetti di regolamento dovrebbero essere approvati entro giugno. Ma ognuno ha le sue idee. I calcoli invece sono stati fatti sulla base delle proposte della Commissione, che vorrebbe imporre agli stati che superano il 60 per cento del rapporto tra debito e pil di ridurre di un ventesimo l’anno, riferendosi agli ultimi tre anni, la differenza fra il livello raggiunto e il limite. In altre parole, secondo la Commissione, l’Italia dovrebbe tagliare del 5 per cento l’anno il 58 per cento del debito pubblico. Altrimenti la Commissione aprirà la procedura, salvo tenere in conto una serie di fattori specifici, come la bassa crescita, il livello del debito privato, il debito implicito derivante dai sistemi previdenziali. Anche il compromesso della task force fa suo il principio di una procedura per il debito pubblico, ma la metodologia e la regola quantitativa per valutare il ritmo di riduzione non sono stati specificati. Come dire: meglio non essere troppo rigidi. Tutto dipende anche dalla crescita economica. Comunque – prosegue IL FOGLIO - già il nuovo semestre europeo rischia di aggravare gli impegni di riduzione del disavanzo: se il governo non farà abbastanza, Commissione e Ecofin già a marzo potranno raccomandare misure aggiuntive. Tremonti ha una carta da giocare: il debito privato. Anche in questo caso, non si sa né come e né quanto la Commissione dovrà ‘tenerne conto’ nel nuovo Patto di stabilità. Ma fin da ora il nostro paese cerca di scongiurare nuovi e più rigorosi vincoli: Italia e Grecia, secondo l’agenzia Radiocor-Il Sole 24 Ore, ha ‘una riserva sul riferimento numerico’ per valutare se il debito stia ‘diminuendo sufficientemente e si stia avvicinando’ al 60 per cento del pil. Tutti gli altri stati membri, invece, hanno già accettato la regola”. (red)

22. Il nuovo bavaglio del Pdl sui talk show Rai

Roma - “Se Bruno Vespa il lunedì sera – scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - tratta il caso Ruby-Berlusconi, per otto giorni nessun altro talk show potrà tornare sull’argomento. Per fare degli esempi: Ballarò, il martedì, dovrà occuparsi della crisi in Egitto e Annozero, il giovedì, della controversa festa del 17 marzo. È il ‘principio della ridondanza’. A Parla con me sarà necessario il contraddittorio dei comici. Alla parodia di Minzolini dovrà seguire l’imitazione di Gad Lerner o di Bianca Berlinguer, perché ‘trasmissioni apparentemente di satira o di varietà’ spacciano ‘una’ verità per ‘la’ verità. Cari telespettatori, non siamo su ‘Scherzi a parte’. È tutto vero, messo nero su bianco dal senatore Pdl della Vigilanza Rai Alessio Butti. Con un ‘Atto di indirizzo sul pluralismo’ che verrà votato dalla commissione la prossima settimana, mercoledì probabilmente. La sinistra occupa la Rai, è la premessa di Butti, la tv di Stato ‘relega in posizioni assolutamente minoritarie le idee, i valori e le proposte della maggioranza degli italiani’. Occorre riequilibrare la situazione. Ma se l’impresa fosse troppo lenta e gravosa, il centrodestra si prepara a un’operazione più semplice e immediata: ripetere l’esperienza delle elezioni regionali. Allora, un regolamento della Vigilanza bloccò tutti i talk show un mese prima del voto. Adesso che un altro voto si avvicina va bissata la censura. Cancellare le voci dell’informazione televisiva, sterilizzarle, ridurre i loro spazi e la loro libertà. Per usare le parole dell’opposizione, un arzigogolato bavaglio. L’atto indirizzo non è vincolante, ma può diventare uno strumento utilissimo per il direttore generale Mauro Masi. Il pretesto per mettere bocca sulle scelte editoriali dell’azienda. La Rai, scrive Butti, deve ‘razionalizzare l’offerta delle trasmissioni di approfondimento giornalistico allo scopo di evitare ridondanze e sovrapposizioni che possono rendere confusa l’offerta Rai riducendo la libertà di scelta degli utenti’. Come? ‘È opportuno - continua il senatore della Pdl, molto vicino al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani - che i temi prevalenti di attualità o di politica trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell’arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda’. Sul rispetto di questa regola vigila ‘la direzione generale’ per scongiurare ‘ripetizioni artificiose o la compressione di temi socialmente e politicamente rilevanti’. C’è anche un riferimento a Report (che non è un talk show) – prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - quando si legge nel testo di Butti che ‘il conduttore è sempre responsabile dell’attendibilità e della qualità delle fonti e delle notizie sollevando la Rai da responsabilità civili e/o penali’. Così si risolve la querelle sulla tutela legale per Milena Gabanelli. Sono tutti nel mirino. Il senatore del Pdl sembra ‘risolvere’, con l’atto di indirizzo, i molti scontri tra Masi e alcune trasmissioni. ‘L’intervento di un opinionista a sostegno di una tesi - scrive - va calibrato con uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali. Ciò è ancora più necessario per quei programmi, apparentemente di satira o di varietà, che diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica’. Sono tanti i richiami all’Autorità delle comunicazioni, alle direttive della Vigilanza. Con il contributo della direzione generale, il documento punta a costruire una tenaglia normativa che può stritolare conduttori e programmi. I partiti vanno rappresentanti nelle tramissioni ‘in proporzione al loro consenso’. Solo così ‘il servizio pubblico rappresenterà il Paese reale, non le èlites culturali né i cosiddetti poteri forti’. Lo sbilanciamento a sinistra può essere superato studiando ‘format di approfondimento che prevedano la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale’. E chi ‘ha interrotto la professione giornalistica per assumere ruoli politici’ non può avere la ‘conduzione di un programma o la direzione di rete o testata’. Una norma che varrebbe per Santoro ma anche per Fabrizio Del Noce. Ovviamente, l’attenzione è focalizzata su come vengono trattati i processi in tv. No a ‘intepretazioni a opera di attori, delle conversazioni telefoniche intercettate’. Sì ‘al giusto rilievo delle conclusioni del processo, anche quando sia assolutorio’. Secondo l’opposizione ci sono gli estremi per giudicare irricevibile il ‘lodo’ Butti. Il presidente Sergio Zavoli però si è impegnato per un documento sul pluralismo e vuole votare. Fabrizio Morri del Pd presenterà una relazione di minoranza. Impossibile – conclude De Marchis su LA REPUBBLICA - trovare un accordo con la maggioranza per un testo unico. In commissione Pdl e Lega possono vincere 21 a 19”. (red)

23. Regole Rai, stretta sugli opinionisti

Roma - “Ancora scontro in commissione parlamentare di Vigilanza Rai sull’‘Atto di indirizzo’ , - scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - delicatissimo documento che di fatto diventerà il punto di riferimento (una volta votato) per tutte le scelte editoriali della tv pubblica. Il presidente Sergio Zavoli è impegnato in una complessa opera di mediazione tra la bozza firmata da Alessio Butti, capogruppo Pdl, e l’altra presentata da Fabrizio Morri, Pd. A far discutere sono i contenuti dell’indirizzo presentato da Butti. Si parte dal presupposto che la Rai nei suoi palinsesti ‘presenta un forte squilibrio’ . Il primo caso presenta immediatamente un identikit, quello di Marco Travaglio, opinionista di Annozero. Nel testo Pdl si legge che ‘laddove il format della trasmissione preveda l’intervento di un opinionista a sostegno di una tesi, è indispensabile garantire uno spazio adeguato anche ad altre sensibilità culturali in ossequio al principio non solo del pluralismo ma anche del contraddittorio, della completezza e dell’oggettività dell’informazione stessa’ . Ovvero: se c’è Travaglio, ci dev’essere un anti Travaglio. Ma è impossibile non pensare alla trasmissione di Lucia Annunziata, allo stesso Report di Milena Gabanelli. Se il testo fosse approvato, dovrebbero cambiare radicalmente garantendo doppie opinioni? C’è da valutare, si legge nel testo pdl, il pericolo che quell’opinione unica ‘diventi ‘la’ verità e non ‘una’ verità. Ciò è ancora più necessario per quelle trasmissioni che, apparentemente di satira o di varietà, diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica o sociale, senza quelle tutele previste per trasmissioni più propriamente giornalistiche’ . E anche qui è impossibile non pensare a Parla con me di Serena Dandini: satira ma anche attualità. Un altro rinvio a Santoro – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA - sembra questo: ‘Il conduttore deve svolgere un ruolo terzo rispetto alle posizioni in campo moderando il confronto con misura, eventualmente raffreddando i toni del dibattito, ma senza assumere il ruolo politico del protagonista del format’ . Rimane il divieto per il pubblico di ‘manifestare consenso (applausi) o dissenso (comunque espresso) che potrebbero condizionare la percezione del contenuto del dibattito da parte del telespettatore’ . Arriva il divieto di ripetere un identico tema nella stessa settimana in diversi contenitori: ‘Per garantire l’originalità dei palinsesti è opportuno che i temi prevalenti di politica, attualità o cronaca trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi e di altre reti almeno nell’arco degli otto giorni successivi alla loro messa in onda. La ragionevole attuazione di questo principio è affidata alla direzione generale’ . Ovvero: se del caso Ruby Berlusconi o di Sarah Scazzi si occupano Vespa o Floris non potranno farlo Paragone, Annunziata o Santoro. E a decidere sarebbe Mauro Masi. Si introduce il principio di una par condicio permanente: ‘Tutti i partiti devono trovare, in proporzione al proprio consenso, opportuni spazi nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico. Il servizio pubblico deve rappresentare il Paese reale, non le élites culturali né i cosiddetti poteri forti’ . Infine divieto di condurre programmi a chi ‘abbia interrotto l’attività giornalistica per assumere ruoli politici’ (David Sassoli, se concludesse l’esperienza politica, non potrebbe più guidare una trasmissione). Libertà ai direttori di chiedere opinioni a commentatori da lui indicati ‘a patto che siano distinte dalle notizie’ . Si chiede alla Rai anche di sperimentare format a doppia conduzione. Fin qui la bozza pdl. Zavoli ricorda che l’indirizzo avrà forza ‘solo se unanime’ . Il Pd con Fabrizio Morri (che ha presentato un testo diversissimo) protesta: ‘Ci troviamo in un quadro in cui, alle 20 di ogni giorno, tra Tg1 e Tg5, 14 milioni di italiani vedono un’informazione non pluralista e a tratti faziosa. E questo aspetto non è minimamente preso in considerazione’ . Settimana prossima – conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA - riprende il confronto, impossibile dire quando e se si voterà mai su un testo unico e all’unanimità, come sta faticosamente tentando di ottenere il presidente Zavoli”. (red)

24. La struttura Delta

Roma - “Gli storici – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - prendano nota. Ieri, per la prima volta, si è riunita in chiaro, alla luce del sole, la Struttura Delta. Le ‘guardie armate’ del presidente del Consiglio nella carta stampata e nella tv. Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e Claudio Brachino, direttore di Videonews-Mediaset. Convocati direttamente da Silvio Berlusconi, non più nella magione privata di Arcore, a Villa San Martino. Ma nella sede governativa di Roma, a Palazzo Grazioli. Per mettere a fuoco lo ‘spin’ comunicazionale, con il quale il Cavaliere cercherà di riscrivere ancora una volta a suo vantaggio il ‘palinsesto’ politico-mediatico dell’intera nazione. E per mettere a punto la controffensiva violenta, con la quale cercherà di distruggere la magistratura, la libera stampa, l’opposizione parlamentare e sociale. Dunque, la drammatica torsione democratica del berlusconismo declinante ci consegna l’ennesima, incredibile ‘epifania’. Politica e giornalismo piegati insieme, nello stesso tempo e nello stesso modo, per sovvertire codici normativi e aziendali. Per propiziare atti ‘sediziosi’ e inquinare fatti incontrovertibili. La Struttura Delta, come questo giornale l’aveva ‘battezzata’ nel novembre 2007 mutuandola da Joseph Conrad, esiste da anni. È stata una delle prime intuizioni del premier-tycoon, che invece di risolvere il suo enorme conflitto di interessi, l’ha ingigantito e sfruttato fino in fondo per mettere in moto la più micidiale e pericolosa macchina di fabbricazione del consenso mai concepita in una normale democrazia europea. Capo del governo (perciò sovrano delle tre reti pubbliche Rai) e insieme padrone delle tre grandi reti private Mediaset, Berlusconi ha capito subito che ciò di cui aveva sommamente bisogno, per gestire il consenso, era servirsi del suo ‘inner circle’ manageriale, pubblicitario e giornalistico, per dettare l’agenda al Paese. Creare una ‘squadra’, cioè, nella quale la più grande agenzia newsmaker della nazione, cioè il governo stesso, potesse dettare ‘i titoli’ della giornata all’intero network televisivo-informativo italiano. Per cancellare quelli dannosi, per nascondere quelli scomodi, per enfatizzare quelli utili alla propaganda ‘di regime’. Questa vergognosa versione italiana del Grande Fratello orwelliano l’abbiamo vista all’opera quattro anni fa, all’epoca del cosiddetto scandalo Rai-Set. Attraverso un’inchiesta sul fallimento della Hdc di Luigi Crespi, la Guardia di Finanza scoperchiò la ‘rete’ inquietante di connivenze e complicità tra manager, dirigenti e giornalisti del servizio pubblico e dell’impero privato del premier (da Agostino Saccà a Deborah Bergamini) grazie alle quali si arrivò al punto di occultare, nei tg della sera e della notte, i risultati negativi di Forza Italia alle elezioni del 2006. Da allora la Struttura Delta ha continuato a lavorare. Sempre a pieno regime. Basta vedere il Tg1 o il Tg5, per non parlare del Tg4 e dell’infinita varietà di programmi che le reti ‘ammiraglie’ del servizio globale Rai-Set trasmettono nelle ore più impensate del giorno (Mattino 5, La vita in diretta, Pomeriggio sul 2). Ed ha anche affinato i suoi strumenti, in una spirale sempre più cinica e violenta che ha trasformato la macchina del consenso in macchina del fango. Incrociando sempre più spesso le televisioni e i giornali. Basta vedere il linciaggio al quale si sono dedicati i mass-media ‘di famiglia’, dal Giornale a Panorama, contro chiunque abbia criticato il Cavaliere: da Dino Boffo a Gianfranco Fini. Anche un mese fa, il 17 gennaio per la precisione, la Struttura Delta si era riunita, in pieno scandalo Ruby. Dopo il consueto pranzo del lunedì ad Arcore con l’inseparabile Fedele Confalonieri e i figli Piersilvio, Marina e Luigi, il premier aveva convocato per un caffè l’intera squadra dei suoi ‘spin’: l’onnipresente Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione a Mediaset e primus inter pares della Struttura, l’immancabile Alfonso Signorini, direttore di Chi, ancora Sallusti, e poi il direttore di Panorama Giorgio Mulè e il direttore delle relazioni esterne di Fininvest Franco Currò. I risultati di quel vertice ‘privato’ sono stati almeno tre. L’intervista di Ruby alla trasmissione Kalispera su Canale 5, nella quale la ragazza marocchina ritratta tutto ciò che aveva detto nelle intercettazioni e nelle comunicazioni rese ai pm di Milano. La discesa in campo delle ‘ministre’ a difesa del Cavaliere: la Gelmini a Porta a Porta, la Carfagna a Matrix e la Santanchè ad Annozero. La valanga di videomessaggi autoassolutori e intimidatori dello stesso premier alla tv o ai Promotori della Libertà. Ora, nella fase più disperata per il presidente del Consiglio, - prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - c’è un ulteriore salto di qualità. La Struttura Delta si riunisce direttamente nella capitale, a Palazzo Grazioli. In una inaccettabile sovrapposizione di ruoli e di funzioni, il capo del governo convoca i suoi referenti e i suoi dipendenti, portando ancora una volta alla ribalta, ma stavolta in campo aperto, il velenosissimo conflitto di interessi che intossica politica e informazione. Insieme, il premier e il suo anomalo ‘think tank’ elaborano le offensive politiche e organizzano le offensive mediatiche. Il Pdl non esiste più (ammesso che sia mai esistito). Il partito, come filtro della rappresentanza democratica, è definitivamente scavalcato e surrogato dalla Struttura Delta. La ‘squadra degli spin’ diventa un vero e proprio ‘gabinetto di guerra’. Dove i giornalisti, dopo aver indossato la ‘mimetica’ a Palazzo Grazioli, tornano in redazione a scrivere editoriali ispirati e a dettare cronache addomesticate. Anche in questo caso, i risultati si vedono. Sono due, per adesso. Il primo: Giuliano Ferrara intervista Berlusconi sul Foglio, lo fa urlare contro ‘il golpe morale’, gli fa dire che ‘il popolo è il mio giudice ultimo’, e che quelle di Milano sono ‘inchieste farsesche, degne della Ddr’. Giusto la sera prima, all’improvviso, la Rai aveva deciso di cambiare il palinsesto, per trasmettere sulla Rete Due Le vite degli altri, il film in cui Von Donnersmarck racconta le tragedie umane prodotte dai metodi spionistici della Stasi, la polizia segreta della Germania comunista di Honecker. Qualcuno può pensare che sia stato solo un caso? Il secondo: ancora Ferrara irrompe alle otto al Tg1 di Augusto Minzolini, parla per sei minuti filati (un tempo televisivo infinito) attacca ‘il gruppo Espresso di De Benedetti e dei professoroni del Palasharp, che vogliono abbattere il governo con metodi extraparlamentari’, e spara a zero contro ‘il puritanesimo brutale che vuole tagliare la testa al re’. Cos’altro faranno il Giornale di Sallusti e le News Mediaset di Brachino lo scopriremo solo oggi e nei prossimi giorni. Cos’altro ha fatto e farà ancora la Struttura Delta, al riparo dall’ufficialità e dalle coincidenze che possiamo ricostruire solo ex post, forse non lo scopriremo mai. Ma intanto il nuovo ‘palinsesto’, politico e giornalistico, è scritto. Nel cuore ferito dell’immenso conflitto di interessi berlusconiano, il ‘gabinetto di guerra’ ha deciso di combattere la battaglia decisiva, forse l’ultima. Gli ‘assaltatori’ sono all’opera. Contro la verità. Contro la responsabilità. Contro la dignità. E poi – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - c’è ancora chi dice che questa non è una vera ‘emergenza democratica’”. (red)

25. La maschera del faraone e la sindrome tunisina

Roma - “Quando per molte ore – scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - le dimissioni del presidente autocrate Hosni Mubarak vengono date per certe nel tam tam dei bene informati, quando anche fonti militari le annunciano, quando persino la Cia si sbilancia per confermarle e poi, alla prova dei fatti, delle sue dimissioni il Presidente non parla minimamente, le possibilità sono soltanto tre. La prima, lapalissiana, è che abbiano sbagliato tutti. Ma bisognerebbe essere molto ingenui per pensare che anche le alte sfere delle Forze Armate abbiano preso ieri un colpo di sole, perché loro, almeno loro, dovevano essere bene informate su quanto stava per uscire dal confronto tra il regime e il gran calderone della protesta di piazza Tahrir. Più probabile, molto più probabile, è che nel corso dell’intera giornata di ieri abbia avuto luogo in Egitto un braccio di ferro sulla sorte di Mubarak, una lotta di potere che evidentemente deve aver visto i militari divisi e l’apparato del regime compatto quanto basta. Si è così giunti a un vago ‘passaggio dei poteri’ da Mubarak al suo vice Suleiman, che potrebbe fare di quest’ultimo un ‘presidente de facto’ mentre Mubarak resterebbe ‘presidente de iure’ . La partita non è comunque finita, e resta vero, come è stato detto ieri, che ‘si sta pensando alle dimissioni del presidente’ . Ma questo in qualche modo lo sapevamo già, soprattutto dopo che gli Usa di Obama avevano di nuovo alzato il tono contro le finte riforme promesse dal governo del Cairo. La seconda possibilità, meno probabile ma che potrebbe sfociare in una nuova ondata di violenze, si chiama provocazione. A piazza Tahrir – prosegue Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - si era radunata la massa delle grandi occasioni, tutti sventolavano bandiere, tutti sembravano sicuri dell’annuncio delle dimissioni. E di sicuro scene simili si verificavano alla stessa ora in altre città egiziane. Infliggere a costoro la delusione cocente di un discorso particolarmente grigio e privo di novità (se si fa eccezione per il passaggio peraltro scontato di maggiori poteri al vicepresidente Omar Suleiman), potrebbe essere stato per Mubarak un modo di infiammare la protesta per dimostrare, nei prossimi giorni, che soltanto una mano ferma (la sua, beninteso) può evitare quel caos che nessuno desidera in Occidente e che la grande maggioranza non desidera in Egitto. La terza possibilità ha qualcosa a che fare con quella specialissima nebbia mentale che talvolta si impadronisce degli uomini rimasti troppo a lungo al potere. Si può perdere, allora, il contatto con la realtà, si può pensare che non accada nulla di rilevante fuori dal proprio palazzo, ed ecco allora che diventerebbe paradossalmente normale il Mubarak che promette candidamente di fare del suo meglio fino alla elezioni di settembre, che afferma con orgoglio di non aver mai in vita sua ceduto alle pressioni straniere, che rassicura le famiglie dei caduti assicurando che i colpevoli saranno puniti (ma chi, la sua polizia?). Inutile dire che l’ipotesi che trova maggior credito è la prima. Inutile dire che le divisioni interne, soprattutto quelle tra militari, se troveranno conferma, annunciano tempi ancora peggiori per il martoriato Egitto di questi tempi. Prevedibile anche la delusione di Washington, e quella, almeno a parole, dei poco influenti europei. Ieri a tarda ora – conclude Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - a festeggiare erano soltanto gli israeliani, che in Mubarak e nel suo vice Omar Suleiman, vedono un argine necessario contro i Fratelli musulmani”. (red)

26. Obama incassa lo schiaffo di Mubarak

Roma - “Il divorzio è totale, la tensione è alle stelle – scrive Federico Rampini su LA REPUBBLICA - tra Barack Obama e Hosni Mubarak, dopo lo schiaffo del dittatore egiziano che denuncia le ‘pressioni dall’estero’ e respinge al mittente la richiesta delle sue dimissioni come fosse un’ingerenza americana. Mai prima d’ora è stata così evidente la divaricazione tra quel che chiede Washington, schierandosi apertamente col popolo di piazza Tahrir, e quello che il dittatore del Cairo è disposto a concedere. Obama da parte sua ha varcato il Rubicone: sta col popolo egiziano contro il despota. La distanza è tale che in serata interviene l’ambasciatore egiziano negli Stati Uniti per cercare di ricucire spiegando che ‘presidente di fatto ormai è Suleiman, tutti i poteri gli sono stati trasferiti da Mubarak’. Obama è in visita nel Michigan quando decide di parlare sulla crisi egiziana, un’ora prima che Mubarak inizi il suo discorso alla nazione. Il presidente americano parla ‘al buio’, quando è ancora grande l’incertezza sugli sviluppi della serata: si susseguono voci di un golpe militare, poi di un passaggio di potere ‘soft’ al vicepresidente, infine la possibilità che il raìs tenga duro e si ostini a non mollare. Le parole di Obama sono generali ma suoneranno ex post come il segnale di un’illusione. ‘Siamo testimoni - dice Obama - della storia in marcia, che si sta facendo sotto i nostri occhi. È una grande trasformazione che accade perché il popolo egiziano chiede il cambiamento’. Il presidente americano non vuole sbilanciarsi sull’esito finale: ‘Avremo altro da dire via via che le cose accadono’. Però l’indicazione di Obama è chiara, è una scelta di campo: ‘L’America continuerà a fare tutto quello che può per sostenere una transizione ordinata e genuina alla democrazia in Egitto’. Due aggettivi: ‘ordinata’, può lasciare ampio spazio al ruolo dell’esercito come garante della stabilità. ‘Genuina’, esclude trucchi per mantenere il regime autoritario. Perché sia inequivocabile da che parte sta, Obama aggiunge un caloroso omaggio ai protagonisti della mobilitazione popolare di Piazza Tahrir: ‘Hanno manifestato in tantissimi, di tutte le età e di ogni ceto sociale, ma all’avanguardia ci sono i giovani, una nuova generazione vuole che la sua voce sia ascoltata. Questi giovani devono sapere che li sosteniamo’. È un passaggio delicato: sembra rispondere in anticipo all’accusa che un’ora dopo Mubarak rivolgerà implicitamente all’America parlando di ‘diktat stranieri’. Obama poi ascolta sull’Air Force One il discorso di Mubarak. E appena atterrato a Washington convoca il suo Consiglio di sicurezza. Il presidente – prosegue Rampini su LA REPUBBLICA - si deve confrontare con l’eterno dilemma della politica estera americana: in che misura tener fede ai valori della democrazia e dei diritti umani, in che misura dare la priorità alla stabilità dei suoi alleati. L’Egitto è tre volte cruciale: anzitutto per avere firmato la pace con Israele fin dal 1979, poi come guardiano del canale di Suez, infine come contrappeso geostrategico ed anche culturale rispetto all’influenza dell’Iran. Sull’Egitto l’Amministrazione americana ha un potere di leva notevole, in teoria: manda ogni anno 1,3 miliardi di dollari di finanziamenti all’esercito. Ma proprio i vertici militari del Cairo, che appena due settimane fa erano in visita a Washington, si rivelano un interlocutore sfuggente. La loro pressione su Mubarak, se c’è stata, non ha avuto l’efficacia sperata. D’altra parte nessuno a Washington può augurarsi un golpe militare, che metterebbe l’Amministrazione democratica in una posizione scomoda. Prima di Obama, di fronte al Congresso di Washington ha parlato il sottosegretario di Stato James Steinberg, elencando due priorità strategiche: ‘Il cambiamento in Egitto non deve minacciare Israele, qualsiasi governo egiziano dovrà onorare il trattato di pace’. In cambio, l’esponente del Dipartimento di Stato garantisce che continueranno ad affluire gli aiuti economici Usa. Prudente in giornata era stato Leon Panetta, capo della Cia: anche lui in audizione al Congresso, fino all’ultimo non si è sbilanciato sull’esito della crisi, quasi avesse avuto sentore delle resistenze di Mubarak. A cose fatte per la destra parla John McCain: ‘Deplorevole, che Mubarak non vada via’. Obama incassa un risultato amaro. Il presidente ha corretto gli eccessi di realismo di Hillary Clinton e di altri, che nei giorni precedenti erano stati possibilisti su una transizione affidata allo stesso Mubarak. Ma Obama si è tagliato i ponti con il dittatore, ha subìto l’accusa di operare ‘pressioni esterne’. Ha tenuto duro sui valori, non ha tradito il popolo di piazza Tahrir, ma lo spettacolo d’impotenza dell’America verso il suo ex-vassallo – conclude Rampini su LA REPUBBLICA - è evidente”. (red)

27. Smacco per Obama

Roma - “Hosni Mubarak – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - apprezza più il sostegno di Riad che le critiche di Washington e adesso Barack Obama si trova di fronte ad una inedita sfida: Arabia Saudita ed Egitto puntano a sfruttare la crisi in atto. Con lo scopo di ridimensionare il ruolo americano in Medio Oriente. Le prime avvisaglie di quanto stava maturando sono arrivate al Presidente americano il 29 gennaio. Aveva telefonato al re saudita Abdullah per chiedergli sostegno nell’ottenere la rapida uscita di scena del Raiss ma la risposta lo colse di sorpresa: ‘Hosni Mubarak non solo è un alleato del regno ma è un mio amico personale’ disse il sovrano wahabita secondo la ricostruzione del dialogo che fonti arabe hanno premurosamente consegnato al ‘Times’ di Londra. E poiché Obama insisteva, il re andò oltre: ‘Se priverete l’Egitto degli aiuti economici annuali il Tesoro saudita ha risorse a sufficienza per sostituirvi’. Mai prima il regno wahabita aveva sfidato tanto apertamente un’amministrazione americana. Negli equilibri fra potenti in Medio Oriente i soldi valgono quanto le armate: proponendosi di sostituirsi all’America nel fornire 2,8 miliardi di dollari annui all’Egitto il re saudita fece capire di essere determinato a sostituire la Casa Bianca nel ruolo di garante della stabilità lungo il Canale di Suez, il cuore del Medio Oriente. Poche ore dopo Riad trasmetteva lo stesso messaggio ai comandi militari del Cairo - destinatari della maggioranza dei fondi americani - e da quel momento in poi la capacità di pressione del Pentagono di Bob Gates sul capo di Stato Maggiore Sami Enan e sul ministro della Difesa Hossein Tantawi ha iniziato a ridursi. Passavano pochi giorni e il Segretario di Stato, Hillary Clinton, coglieva l’occasione della partecipazione alla Conferenza per la sicurezza a Monaco per esprimersi a favore di ‘una transizione guidata da Omar Suleiman’ il super 007 nominato vicepresidente da Mubarak. Le parole di Hillary svelavano la realpolitik di chi prendeva atto della determinazione di Mubarak a non dimettersi, forte del sostegno di Riad e della possibilità di guidare la transizione con il fidato Suleiman. Ma nelle stesse ore – prosegue Molinari su LA STAMPA - la Casa Bianca marciava in direzione differente. Martedì pomeriggio, ora di Washington, Biden chiamava Suleiman per esercitare nuove pressioni, rimproverargli i ritardi nella transizione e ribadire che Washington si aspettava, in una maniera o nell’altra, le dimissioni di Mubarak. Da quel momento l’amministrazione si è divisa fra il realismo di Hillary e la convinzione di Biden che Mubarak fosse davvero in procinto dell’addio al potere. Dopo il briefing di intelligence ricevuto ieri mattina dalla Cia, Obama si è convinto che era Biden ad aveva ragione. La Casa Bianca ha creduto alle notizie che arrivavano dal Cairo su un Mubarak verso le dimissioni e lo stesso capo della Cia, Leon Panetta, diceva al Senato ‘questa sera il Raiss si dimetterà’. Verso metà mattinata sono affiorate delle incertezze, al punto che Obama da bordo dell’Air Force One che lo portava a Marquette, in Michigan, diceva ‘aspettiamo e stiamo a vedere che cosa accadrà’. Passavano altri 60 minuti e Obama sembrava oramai sicuro di aver colto il risultato a lungo cercato facendo leva sui militari egiziani: ‘Si sta facendo la storia, andiamo verso una transizione ordinata e libere elezioni’. Ma quando Mubarak ha preso la parola è arrivata la doccia fredda: niente dimissioni e conferma dell’intesa con Suleiman e i militari per una transizione fino a settembre ‘libera da condizionamenti stranieri’. L’amarezza della Casa Bianca è arrivata subito: ‘Non era quello che speravamo e volevamo’ ha fatto sapere un portavoce. Ad Obama non è restato che annullare la precedente intenzione di parlare ‘dopo Mubarak’, come la Casa Bianca aveva fatto sapere, riunendo nella Roosevelt Room il consiglio di sicurezza nazionale per una delle sedute più difficili dall’inizio della presidenza. Con in agenda la sfida lanciata all’America da Hosni Mubarak, che fino al 25 gennaio era l’alleato più importante nel mondo arabo. In gioco – conclude Molinari su LA STAMPA - non c’è più solo il futuro democratico dell’Egitto ma il prestigio americano in Medio Oriente”. (red)

28. Strategia “a elastico” degli Usa fa innervosire alleati

Roma - “Nel giorno più lungo del Cairo – riporta IL FOGLIO - il primo ufficiale dell’Amministrazione a parlare è stato il capo della Cia, Leon Panetta, all’inizio della sua deposizione al Congresso. ‘E’ molto probabile che Mubarak lasci questa sera’, ha detto. Dopo pochi minuti da Langley è arrivata la rettifica: Panetta stava soltanto riferendo le notizie che arrivavano dai media in quel momento e la sua testimonianza non era basata su informazioni indipendenti dell’intelligence. Piccoli strappi del protocollo che testimoniano lo stato di confusione all’interno dell’Amministrazione americana. Il presidente, Barack Obama, ha seguito l’evoluzione della giornata egiziana con i suoi più stretti collaboratori. Mentre in piazza Tahrir si levava il grido ‘vittoria! vittoria!’, il presidente era in Michigan a discutere dello sviluppo della tecnologia wireless, e nella prima dichiarazione ufficiale della giornata ha detto che ‘bisogna aspettare e vedere che cosa succede’. Obama ha visto in televisione i rumors sulla partenza di Hosni Mubarak trasformarsi nel trionfo della piazza; ha visto l’esercito egiziano opporsi alla ‘transizione ordinata’ del potere al vicepresidente Omar Suleiman, lo stabilizzatore di fiducia degli Stati Uniti; ha visto le forze dell’opposizione annunciare la partenza del rais prima per Sharm el Sheik, poi smentita. Durante la mattinata americana le poche indiscrezioni trapelate dal palazzo parlavano di una situazione ‘liquida’ nella quale ‘nessuno nel governo sa che cosa accadrà’. E l’impressione è che le molte anime di Washington non sapessero cosa desiderare. I realisti – comunità ampiamente rappresentata al Pentagono ma che ha preso corpo con il passare dei giorni anche a Foggy Bottom – che speravano di allungare la permanenza di Mubarak al governo erano già rimasti scottati mercoledì sera, quando il Times di Londra ha raccontato che il progressivo raffreddamento di Obama sulla piazza era dovuto anche a una telefonata del 29 gennaio con il re saudita Abdullah, che lo implorava di ‘non umiliare l’amico Mubarak’ dando il sostegno alla piazza. Alle richieste erano allegate anche proposte vagamente minacciose, tipo quella di farsi carico del miliardo e mezzo di dollari che ogni anno l’America versa all’Egitto, nel caso Washington avesse deciso di chiudere il rubinetto per fare pressione su Mubarak. Spese che sarebbero state condivise con altri governi (Emirati arabi, ad esempio) che fra afflati democratici e sicurezza dell’area scelgono senza dubbio la seconda. Preferenza che per i paradossi della realpolitik allinea ai regimi arabi anche Israele, che teme l’arrivo dei Fratelli musulmani. I calcoli sono stati scavalcati dagli eventi, ma l’azione a elastico della Casa Bianca (prima sosteniamo le richieste della piazza, poi ci affidiamo a Suleiman, poi mandiamo un inviato che in realtà è un lobbista pro Mubarak e siamo costretti a smentire noi stessi) non toglie l’impressione che Obama sia arrivato all’appuntamento con la storia dell’Egitto e del turbolento mondo arabo con le idee confuse. Le hanno molto chiare invece – prosegue IL FOGLIO - gli alleati dell’area e il repentino addio di Mubarak è una pessima notizia per tutti gli attori che antepongono la stabilità alla democrazia. Il capo della Cia non ha risposto alla domanda della commissione del Congresso sullo stato dei rapporti con Israele a proposito dell’Egitto: troppe informazioni riservate, ha detto, ma è chiaro che la piega che hanno preso le cose al Cairo dispiace a Israele. E la paura che siano gli islamisti ad approfittare del vuoto di potere egiziano è condivisa da molti all’interno dell’Amministrazione. Il direttore delle agenzie d’intelligence, James Clapper, ha offerto il suo punto di vista da una prospettiva più ampia: ‘L’instabilità ha chiaramente raggiunto un punto critico nelle ultime settimane e avrà un impatto di lunga durata in tutto il Nordafrica e il medio oriente’. L’ambigua prudenza di Obama non soddisfa in fondo nessuna delle parti che si stanno fronteggiando nei corridoi di Washington: delude gli idealisti per aver abbandonato le richieste di democrazia della piazza; e quella che ora ha destituito Mubarak è una protesta che non porta il sigillo morale dell’America. Delude i realisti, che temono per il futuro delicato della ‘transizione ordinata’. L’unica cosa che esce rafforzata – conclude IL FOGLIO - è l’impressione della debolezza degli Stati Uniti, mediatori sempre meno efficaci”. (red)

29. Così bloccato il golpe, lunga notte degli agenti segreti

Roma - “A volte le ‘masse arabe’ si ribellano, - scrive Guido Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - ma la ‘rivoluzione’ la guidano i militari. Escono dalle caserme e prendono il comando. È quello che hanno provato a fare le forze armate egiziane ripetendo quanto avvenne nel 1952 con la deposizione di re Faruk. Nel ‘Comunicato numero 1’ del Consiglio supremo, i generali affermavano di essersi mossi ‘per salvaguardare la Patria ed esaudire le aspirazioni del popolo’ . Quel ‘numero 1’ diceva molto. Voleva indicare l’inizio di una nuova era, ma poi è accaduto qualcosa che ha ostacolato il pronunciamento. Dopo una notte drammatica— segnata da voci di dimissioni, trattative segrete, scontri da decifrare —Hosni Mubarak ha reinvestito Omar Suleiman bloccando, probabilmente, il golpe strisciante. Da quando è iniziata la clamorosa sfida al raìs, l’esercito ha giocato a fare la terza forza. Usando molte leve. Un apparato di 460 mila uomini. Il controllo del 35 per cento dell’economia egiziana attraverso ex ufficiali che dirigono ogni tipo di azienda o impresa. Il rapporto privilegiato con il Pentagono che garantisce— ogni anno— aiuti per 1,3 miliardi di dollari. L’esser parte dell’establishment e al tempo stesso ‘al fianco del popolo’ con i quadri intermedi e i soldati di leva. Una realtà difficile da interpretare per gli osservatori e non sempre compatta. Quelli che dovrebbero guidare la svolta, il ministro della Difesa Mohammed Tantawi e il capo di Stato maggiore Sami Anan, sono stati sempre considerati dagli americani come degli strumenti di Mubarak. Tantawi lo hanno definito il ‘cagnolino’ del raìs, un uomo ‘anziano e contrario al cambiamento’ . Eppure con i suoi interlocutori statunitensi si è lasciato andare a qualche critica verso il presidente, facendo pensare a crepe e dissidi. Non fatevi illusioni — hanno ribattuto gli scettici — sono personaggi scelti dal leader e membri di un’elite che hanno un solo obiettivo: lo status quo o comunque la stabilità dell’Egitto. Se si accorgono – prosegue Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - che la barca può andare a fondo, sono pronti a liberarsi del peso. Per mentalità, legami internazionali e interessi privati temono le svolte azzardate così come l’avanzata dei Fratelli musulmani. Un approccio che ricorda altri scenari: quello della Turchia degli anni 70 e l’Algeria del 1992, con il golpe per neutralizzare la vittoria degli islamisti del Fis. Quando l’Egitto è stato sconvolto dalla protesta, i militari si sono schierati a metà strada, tra il Palazzo e la piazza Tahrir. Ma neutrali non sono mai stati. Hanno protetto i dimostranti e hanno favorito i loro aggressori, la teppa pro-Mubarak. Poi hanno cercato di condizionare gli eventi ascoltando anche quelle voci — dall’estero e dall’interno— che chiedevano una via d’uscita dignitosa per il raìs. Quindi ancora ambiguità sul terreno. Nella mano destra il ramoscello d’ulivo teso, nella sinistra il randello usato nelle torture. Hanno represso come gli sbirri. Poi si sono messi in posizione di attesa dando tempo ai negoziati affidati al vice presidente Omar Suleiman, altro generale alla guida dei servizi dal 1993. Una soluzione che si è arenata nelle obiezioni dei dimostranti e nei cavilli costituzionali. I militari — o una parte di loro— potrebbero allora aver tentato di forzare la mano al raìs convincendolo a mettere fine all’agonia. L’apparato della sicurezza, probabilmente, ha resistito. E la guerra tra fazioni ha fatto saltare il piano, cogliendo di sorpresa Casa Bianca, Cia e diplomazie. A meno che non sia stata una grande pantomima. O peggio una provocazione per favorire la repressione. Le autorità, nelle ultime 24 ore, hanno lanciato minacce nei confronti dei dimostranti ora furiosi più che mai. Invece che scortare Mubarak fino alle spiagge di Sharm El Sheikh, i soldati potrebbero essere chiamati a proteggere la reggia con i tank. Allora forse – conclude Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - capiremo con chi stanno veramente i generali e di cosa sono capaci”. (red)

30. Nour: “Restando al potere rovinerà il Paese, sarà caos”

Roma - Intervista di Paolo Mastrolilli ad Ayman Nour su LA STAMPA: “No che non basta! Mubarak vuole restare al suo posto e prende in giro la sua gente’. Ayman Nour è deluso, arrabbiato, preoccupato per il futuro dell’Egitto. Pensava di andare in piazza a sentire la resa del Rais, invece si è ritrovato al punto di partenza. Lui si era cacciato nei guai molto prima dei ragazzi che hanno inventato la rivolta di piazza Tahrir. Aveva fondato il partito El Ghad, il domani, diventando l’oppositore più noto e più fastidioso per Mubarak. Nel 2005 era stato arrestato, ma le pressioni internazionali avevano costretto il regime a liberarlo. Allora aveva sfidato il Rais, candidandosi alle elezioni presidenziali: secondo i dati ufficiali aveva preso il 7 per cento, ma secondo le stime degli osservatori internazionali era arrivato almeno al 13 per cento. Troppo per Mubarak, che il 24 dicembre del 2005 lo aveva fatto condannare a cinque anni di prigione. Alla fine Ayman è uscito di prigione per motivi medici, ma è subito tornato a criticare il presidente. Appena la protesta è esplosa si è unito ai ragazzi, ed è entrato nel comitato dei leader politici incaricati di gestire la transizione. Perché le concessioni fatte da Mubarak non bastano? ‘La sua storia si è chiusa, ma lui continua a non capirlo. Non ha ceduto il potere, insiste per restare al suo posto, e ora non so cosa succederà all’Egitto’. Teme un golpe militare che vi riporti al passato? ‘Al momento ci sono molti scenari aperti, e non tutti sono favorevoli alle aspirazioni che il popolo ha manifestato nelle ultime settimane’. I militari finora avevano promesso di non usare la forza contro i protagonisti della protesta, e avevano cercato di presentarsi come i garanti dell’ordine e della pacifica transizione verso la democrazia. Il loro ruolo può cambiare? ‘E’ difficile dirlo, perché le informazioni che abbiamo sono ancora troppo incerte e limitate. Però esiste il rischio di sviluppi negativi. Le prossime ore saranno cruciali’. Voi cosa chiedete? ‘Di rispettare le richieste fatte dall’inizio della protesta: Mubarak deve lasciare il potere, poi bisogna annullare le leggi speciali, riformare la costituzione, e indire elezioni davvero democratiche per il Parlamento e per la presidenza’. Mubarak ha promesso di cambiare la costituzione e andare a votare, ma vuole restare al suo posto fino a settembre. ‘La protesta andrà avanti, in una forma o nell’altra. L’Egitto in queste settimane è cambiato per sempre e non tornerà più indietro’. La reazione della protesta potrebbe diventare violenta? ‘Spero di no, finora ha mantenuto sempre un atteggiamento pacifico. Però le sue richieste non sono state ascoltate’. Fin dall’inizio della protesta, la grande preoccupazione dell’Occidente è stata la minaccia di una deriva integralista. Lei non teme che i Fratelli Musulmani possano prendere il potere? ‘Sono anni ormai che il regime esagera la forza forza dei Fratelli Musulmani. Lo ha fatto per terrorizzare gli alleati occidentali ed ottenere il loro appoggio, sfruttando il ricatto dell’estremismo islamico. Ma non è così. I giovani che hanno iniziato e gestito la protesta sono laici e non permetteranno la nascita di uno stato confessionale. Naturalmente i Fratelli Musulmani fanno parte della nostra società e devono sedersi la tavolo della nostra democrazia, ma non la deraglieranno verso altri fini’. Anche sull’origine della rivolta sono circolate molte versioni. All’inizio sembrava una protesta nata spontaneamente su internet. Poi sono arrivati i sospetti che a manovrare tutto fossero i Fratelli Musulmani, i soli in grado di mobilitare milioni di persone. Ora Mubarak denuncia ingerenze straniere. ‘Io credo di potermi considerare un leader dell’opposizione al regime, ma non sapevo nulla di questa iniziativa: ammetto che mi ha colto di sorpresa. Penso davvero che i giovani protagonisti della protesta abbiano avviato tutto con il loro attivismo. Questo risentimento, però, covava da tempo in molti settori della società. L’insoddisfazione per il comportamento del regime, la corruzione, le leggi speciali, la povertà in cui vive un grandissimo numero di egiziani, erano mali noti a tutti. La protesta ha avuto il merito di intercettare lo spirito del paese nel momento giusto, avviando un movimento che ormai nessuno potrà fermare’”. (red)

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