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L’Iran alza il tiro contro Israele

Mentre la rivolta egiziana sembra essersi placata, Washington e Tel Aviv si affrettano a riposizionarsi. E Teheran torna ad auspicare «un Medio Oriente libero dall’America e dal regime sionista»

di Pamela Chiodi

“Morte all’America! Morte a Israele”. Così urlano le migliaia di persone che si riversano nelle strade di Teheran. L’occasione è la ricorrenza dell’11 febbraio, anniversario della rivoluzione islamica. Stavolta, però, c’è un motivo in più per festeggiare. La possibilità di vedere «presto un Medio Oriente libero dall’America e dal regime sionista. Un Medio Oriente dove non ci sarà posto per l’arroganza dell’Occidente».

Ahmadinejad si riferisce alle rivolte delle ultime settimane nei paesi arabi, soprattutto a quelle tunisine ed egiziane che farebbero sperare per un «risveglio islamico che né gli Stati Uniti, né Israele riusciranno a fermare». Ma ad una condizione. I manifestanti devono diffidare del «volto amico» degli Usa che «stanno solo perseguendo i loro interessi». Anche l’Ayatollah Ali Khamenei venerdì scorso si era pronunciato a favore delle rivolte specificando che «l'esercito egiziano dovrebbe schierarsi dalla parte del popolo e spostare le sue attenzioni sui nemici israeliani». Succede tutt’altro. Ieri i militari hanno diramato un comunicato nel quale, oltre a ribadire l’impegno per una «transizione democratica» verso le elezioni libere, si accettano soprattutto le richieste di Israele. L’esercito promette che verranno rispettati tutti i trattati internazionali e regionali. Non specifica quali, ma probabilmente si riferisce agli Accordi di Camp David del 1979 che tra le altre cose, avevano stabilito la libertà di passaggio attraverso il canale di Suez e la riduzione delle forze militari israeliane lungo il confine egiziano.

A giudicare dalla reazione di Tel Aviv che ne temeva la sospensione, sembra invece che il Consiglio supremo della Difesa egiziana sia intenzionato ad allontanare i suoi dubbi. E il ministro delle Finanze israeliano, Yuval Steinitz, dopo aver appreso la buona notizia del comunicato esprime tutta la sua soddisfazione dicendo che «la pace non è solo nell’interesse di Israele, ma anche dell’Egitto. Sono molto felice di questa notizia». Nel frattempo, la sollevazione pare essersi placata. Con pochi risultati per i manifestanti. È vero, Mubarak ha lasciato la guida del governo esaudendo il volere degli egiziani in rivolta. Ma ha lasciato al popolo egiziano un’altra eredità: l’esercito stesso che guiderà il Paese almeno finché non ci saranno le elezioni. E si sa, le forze armate egiziane sono finanziate dagli Usa che in questo modo riescono ad assicurarsi una certa influenza, per non dire controllo. Che potrebbe non essere sufficiente. Infatti gli Stati Uniti decidono di mandare l’ammiraglio Michael Mullen prima in Giordania, poi in Israele. Se però la situazione in Egitto si «sta normalizzando» come riferisce il Consiglio Supremo della Difesa, non si capisce per quale motivo la Casa Bianca abbia optato per questa scelta. Secondo i media israeliani, Mullen avrebbe il compito di «rassicurare i paesi alleati». Plausibile, ma forse non altrettanto verosimile. 

Contemporaneamente gli Stati Uniti schierano alcune delle loro forze navali nel Canale di Suez. Il timore è che la situazione in Egitto possa precipitare e compromettere la navigazione in una zona strategica per i rifornimenti. Intanto, anche Israele decide di aumentare il bilancio alla Difesa. Stando a quanto dichiarato dal quotidiano locale Yediot Ahronot, il finanziamento sarebbe destinato a potenziare sia l’esercito sia i sistemi di sicurezza. Il governo israeliano conferma l’aumento dei fondi, senza specificare in che modo saranno utilizzati. Poi il mistero. Specifica che si tratta di «una questione segreta». Ovviamente solo con il corso degli eventi si scoprirà l’arcano. Per il momento può essere sufficiente sbirciare le mosse dell’Iran, il Paese che spera in una «rivoluzione islamica egiziana» oltre ad essere il rivale principale di Israele. 

Ahmadinejad nel suo discorso dell’11 febbraio lancia un duro monito a Tel Aviv. Pur sapendo di offrire un pretesto per essere attaccato, ribadisce che l’Iran è in grado di arricchire l’uranio «ben oltre il 20%». Ma non lo farà perché non vuole dotarsi della bomba atomica. Forse pensa che verrà creduto sulla parola, anche se non è mai successo fin ora. O forse vuole solo dimostrare di non temere un’eventuale offensiva da parte di Israele, cui addirittura rivolge una minaccia. «Se dovesse attaccare l’Iran», dice Ahmadinejad, «Israele si avvierebbe verso la propria distruzione». E l’avvertimento è successivo agli attacchi rivolti da Netanyahu all’Iran stesso, accusato dal premier israeliano di essere il responsabile della rivolta egiziana allo scopo di «far tornare il Medioevo nel Medio Oriente» e di «fare dell’Egitto un’altra Gaza». 

Israele farà di tutto per impedirlo. Non è gradito un paese indipendente come quello guidato da Ahmadinejad. Potrebbe contagiare anche l’Egitto.

Pamela Chiodi 

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