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Poche leggi, poco Parlamento

Effetti collaterali, e gravissimi, del bipolarismo in chiave berlusconiana: l’attività legislativa passa nelle mani del governo, ovverosia del premier, e le Camere si riducono a un organo di mera ratifica, stravolgendo il dettato costituzionale

di Sara Santolini 

L’immobilismo del nostro Paese è a dei livelli che, se non fossimo noi a farne le spese, ci risulterebbero comici. Prendendo spunto da un’interessante riflessione di Sergio Rizzo sull’attività Parlamentare, è illuminante andare a guardare il riepilogo in cifre delle attività di Camera e Senato . Sui due siti sono presenti le statistiche per tutta la XVI legislatura, dal 2008 fino a oggi. Il quadro che ne viene fuori è desolante.

Dall’inizio dell’anno è stata promulgata una sola legge. E si tratta di una semplice conversione di un decreto del governo. Non solo. In tutto il 2010 tra le proposte diventate effettivamente leggi solo 10 non provenivano direttamente dal governo. Il Parlamento, quindi, sembra ormai diventato solo un organo di ratifica, nonostante per quello esista già il Presidente della Repubblica. Berlusconi e i suoi non fanno altro che appellarsi alla sovranità popolare, e al rispetto di quel risultato elettorale che credono essere una specie di investitura divina talmente forte da escludere qualsiasi contestazione successiva, ma è un’idea distorta che cozza con l’attuale assetto istituzionale. E costituzionale. In Italia è il Parlamento a detenere la rappresentanza di quella sovranità popolare, non il Consiglio dei ministri. E il presidente del Consiglio, quand’anche il suo nome campeggi sui simboli elettorali, non viene eletto direttamente “dal popolo” ma dalla somma dei voti espressi dai singoli deputati e senatori che siedono in Parlamento. 

Già l’anno scorso Gianfranco Fini aveva lanciato l’allarme sulla scarsa attività di Montecitorio dichiarando: «Siamo a questo paradosso: tutte le forze politiche sono consapevoli del fatto che, a meno che il governo non presenti decreti, rischiamo sostanzialmente la paralisi dell'attività legislativa della Camera». Eppure i decreti-legge sono uno strumento che andrebbe, a tenore dell’articolo 77 della Costituzione, utilizzato solo «in casi straordinari necessità e urgenza». Invece il ricorso a essi è diventato la regola. Una regola pericolosa. Non solo perché la durata dei consigli dei ministri sfiora il ridicolo, a cominciare dai cinque minuti d’orologio che sono “bastati” a discutere e approvare un provvedimento sull’emergenza per gli sbarchi di clandestini a Lampedusa. Lasciare che il Governo agisca in questo modo significa permettere all’esecutivo di impadronirsi stabilmente di quella funzione legislativa che appartiene al Parlamento, con buona pace di chi, quando la nostra Costituzione fu approvata, aveva creduto che fosse proprio la divisione dei poteri a garantire l’equilibrio statale.

Se il numero di sedute parlamentari è al minimo storico, del resto, lo è anche la loro durata, così come quella dei Consigli dei ministri. Nessuno pensa che “quantità” sia necessariamente sinonimo di “qualità”, ma quando il numero di provvedimenti e sedute è così scarso e la loro durata così limitata c’è da chiedersi se si possa parlare ancora di democrazia. Non fosse altro perché, tralasciando altri significati e considerazioni, questa prevede, nel nostro ordinamento, che tutte le forze politiche presenti in Parlamento in forza della loro rappresentatività popolare debbano prendere parte alle attività che gli competono. Anche, dunque, alla discussione delle proposte legislative. 

In ogni caso è chiaro che la mancanza di dibattito non può far bene all’attività legislativa. Gli unici provvedimenti per i quali si lavora a marce forzate, anche in ore notturne, sono quelli fin troppo noti per essere legati alle vicende giudiziarie del Premier. Tutti gli altri sono al palo. Giusti o sbagliati che siano, efficaci o meno, non c’è nessuno che se ne occupi. E anche se il lavoro delle commissioni sembra andare avanti, evidentemente quello che ne esce è troppo poco. Oppure, troppo poco ne arriva in aula. 

 

Sara Santolini

 

 

La Ue a caccia di “terre rare”

Secondo i quotidiani del 15/02/2011