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Secondo i quotidiani del 16/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi a processo: ‘Vado avanti’ ” e in taglio alto: “Champions, Milan beffato”. Editoriale di Sergio Romano: “Accettare il giudizio”. Al centro foto-notizia: “Sanremo, parodia d’Italia” e “Stretta sulle pensioni d’invalidità. L’Inps ne revoca una su quattro. A Sassari via il 74 per cento, a Milano il 3”. In un box: “Tremonti: fare di più, meno vincoli al Sud”. In taglio basso: “Da oggi Wall Street parlerà in tedesco” e “Obama benedice il dissenso via Internet”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Ruby, processo a Berlusconi”. Editoriale di Ezio Mauro: “La misura è colma”. Di spalla: “ ‘Io e il Cavaliere: quella sera gli dissi che ero minorenne’ ”. In taglio basso: “Bunga bunga a Sanremo ma con l’autocensura” e “L’esercito degli insonni uno su tre fatica a dormire”. 

LA STAMPA – In apertura: “Caso Ruby, Berlusconi a processo” e in taglio alto: “Teheran: impiccate i capi della rivolta”. Editoriali di Marcello Sorgi: “In tribunale anche questa Repubblica” e Carlo Federico Grosso: “Il rito breve durerà molto lungo”. Al centro foto-notizia: “La politica irrompe a Sanremo” e “Marchionne: Fiat non lascerà l’Italia”. In un box: “E’ Internet l’alleato di Hillary”. A fondo pagina: “Il prossimo virus”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Processo per Berlusconi” e in taglio alto: “Emergenza immigrati: l’Europa sosterrà l’Italia”. Editoriale di Alberto Alesina: “Pensioni e sanità, le spine di Obama”. Al centro la foto-notizia: “Marchionne alla Camera. ‘Rispetto e fiducia sul futuro di Fiat e dell’Italia’ ”. Di spalla: “Tronconi: quel fascino discreto Made in Italy”. A fondo pagina: “Cambia il fisco per i fondi”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi a processo, scontro finale” e in un box: “Il Cavaliere: impensabile votare, dobbiamo reggere un anno”. Editoriale: “Il rebus della Lega, le spine del Paese”. Al centro la foto-notizia: “Roma, trenta giorni per la cordata Usa: esclusiva a DiBenedetto per l’acquisto” e “Italia, l’economia rallenta”. In un box: “Sanremo al via con il botto: duetto sugli scandali politici”. In taglio basso: “Sarah, in tre nascosero il corpo” e “ ‘Stop ad autovelox selvaggi’ ”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Berlusconi non cade”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro: “I senatore prendono a sberle Fini e Fli sembra già a fine corsa” e “Alla Ue piacciono i clandestini? Accompagniamoli in Francia”. In un box: “Neppure Sanremo ci risparmia Ruby & Silvio”. A fondo pagina: “Le adozioni e le toghe che inventano la legge”. 

LIBERO – In apertura: “Dannato tra le donne”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Nei box al centro: “ ‘Rinviato a giudizio’. E il pm esulta in aula”, “Il passo indietro? Non ci sarà mai” e “Bossi flirta con il Pd per svegliare il Cav.”. A fondo pagina: “Il ducetto Fini tappa la bocca a chi osa criticare” e “Benigni strapagato per sparare sul governo da Sanremo”. 

IL TEMPO – In apertura: “Hanno perso la testa”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Obama affida ai generali i dossier più delicati della sua politica estera”. In apertura a destra: “Così Tremonti il sudista adesso vuole scaldare la crescita economica”. Al centro “L’Italia di Piazzale Loreto e la tecnica di un colpo di Stato”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Toga Party”. A fondo pagina: “E pure Verdini non sta tanto bene: ‘A giudizio per il G8’ ”. (red)

2. Tiene asse con Bossi, centrosinistra crede nella spallata

Roma - “Benché ampiamente previsto, - scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - l’impatto è forte: soprattutto a livello internazionale, dove la decisione di giudicare con rito immediato Silvio Berlusconi ha ‘aperto’ i notiziari. Sul piano interno, la decisione schiaccia ulteriormente il presidente del Consiglio su una posizione difensiva; e dà speranze elettorali ad un’opposizione che sente di avere un’opportunità preziosa per tentare di battere il leader del centrodestra. È possibile che le elezioni anticipate diventino uno sbocco inevitabile. Ma la tenuta numerica della maggioranza, ed una lealtà della Lega decisa a respingere le offerte del Pd di Pier Luigi Bersani sul federalismo, finora garantiscono la sopravvivenza. Berlusconi è oggettivamente logorato e in affanno. E davanti ha la prospettiva di doversi presentare in tribunale a Milano il 6 aprile per rispondere dei reati di sfruttamento della prostituzione minorile e di concussione. La sua coalizione, però, continua a proteggerlo. Anzi, promette di allargarsi a qualche altro transfuga, creando una situazione paradossale: un governo fermo, assediato dalle inchieste giudiziarie e da problemi come l’immigrazione clandestina; e in parallelo l’impossibilità di approdare a qualcosa di diverso, se non con un passo indietro autonomo e improbabile di Berlusconi. Da questo punto di vista, lo stesso Quirinale è impotente. L’offensiva di Bersani, intervistato ieri su sua richiesta dalla Padania, crea qualche nervosismo nel Pdl, sebbene l’offerta alla Lega di staccarsi da Berlusconi in cambio di un appoggio sul federalismo non abbia avuto l’effetto sperato. Umberto Bossi, per quanto silenzioso, sostiene Palazzo Chigi. E alla richiesta di dimissioni del capo del governo, - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, replica: ‘E la presunzione di innocenza?’ . Ma questo probabilmente non basterà per uscire dall’angolo. Il premier avverte che la sfida della Procura milanese è all’intera classe politica. E aggiunge che se a rintuzzarla non sarà il Parlamento, si esprimerà il corpo elettorale. L’aspetto più preoccupante è la spirale polemica con la magistratura. Nelle decisioni del gip di Milano, il Pdl vede il rifiuto di accettare quanto hanno stabilito le Camere: e cioè che la competenza spetti al tribunale dei ministri. Per questo il 6 aprile appare ancora lontanissimo. Nessuno è in grado di offrire una via d’uscita diversa da uno scontro che lievita giorno dopo giorno; e lambisce a intermittenza anche i rapporti fra Palazzo Chigi e Quirinale. Per questo non sorprende che all’ombra delle inchieste giudiziarie si intensifichino le manovre elettorali soprattutto dell’opposizione. In realtà, non prende corpo nessuna maggioranza alternativa all’attuale. Il cartello antiberlusconiano continua ad essere avvolto in una nebbia di incertezza. Massimo D’Alema dice di avere il nome del candidato a Palazzo Chigi; ma poi aggiunge in modo singolare di non volerlo rivelare per non ‘bruciarlo’ . Significa che il centrosinistra è ancora un cantiere affollato e confuso. Eppure ribolle. Per quanto ritenuti dai berlusconiani solo come ‘giustizia politica ad orologeria’ , gli scandali e le ipotesi pesanti di reato promettono di segnare il profilo del premier e dell’Italia. E lasciano sullo sfondo il ricorso alle urne come ‘soluzione’ subìta dal governo in assenza di alternative. Bersani confida che a rompere, alla fine, sia proprio la Lega, riunita con Berlusconi ieri notte a palazzo Grazioli. Ma, a oggi, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è più un atto di fiducia che un epilogo prevedibile”. (red)

3. Berlusconi non cede e punta sugli atti di governo

Roma - “Cosa fare? Come evitare il processo? Le strade possibili – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - sono diverse, non tutte alternative, continua la ricerca di un percorso efficace. Nel silenzio di palazzo Grazioli spicca solo un messaggio: ‘Il governo va avanti come se nulla fosse, i magistrati puntano solo al processo e non alla condanna, ma non riusciranno a fermarmi con queste accuse ridicole’ . Berlusconi, ufficialmente, non parla. Avrebbe potuto, in conferenza stampa, in Sicilia, con a fianco Maroni; ha preferito di no. È un cambio di strategia ora che la partita entra nel vivo? È troppo presto per dirlo. Di certo lo sforzo è concentrato sull’immagine da offrire agli italiani: le accuse dei pm da una parte, la trasferta del Cavaliere a Catania per affrontare l’emergenza dei clandestini; la decisione del gip ieri e oggi un incontro con la stampa, con a fianco Tremonti, sulle piccole e medie imprese. Il premier è al lavoro e vuole che il lavoro del governo parli per lui. Questo dicono a Palazzo Chigi. Nella residenza romana di Berlusconi si ascoltano sfoghi non inediti: ‘Sono da 17 anni nel mirino, ormai lascio fare ai miei avvocati’ ; segnali di disinteresse (‘non mi aspettavo nulla di diverso’ ); rassicurazioni sulla forza dell’esecutivo (‘Fli si sta disfacendo, avremo alla fine una maggioranza ancora più forte, in grado di fare le riforme’ ); gli ennesimi calcoli sull’eventuale forza elettorale (‘con la Destra e la Lega siamo cinque punti sopra gli altri’ ). Nel salotto del Cavaliere vanno nel pomeriggio Gianni Letta e Angelino Alfano, poi Altero Matteoli, di sera Alfredo Mantovano, rappresentanti dei Responsabili come Saverio Romano, infine Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello: si discute di processi, si cerca una strategia da adottare, ma si cerca anche di rafforzare la maggioranza, in primo luogo il nuovo gruppo che a Montecitorio sostiene il governo. È di ieri la notizia del ‘prestito’ di deputati, dal Pdl, per far salire la quota dei Responsabili nelle commissioni, prima fra tutte la Bilancio. E anche Gianfranco Miccichè – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - transita a palazzo Grazioli: persino Forza Sud, è l’ultima novità, potrebbe formare un gruppo alla Camera, con lo stesso meccanismo e lo stesso obiettivo. ‘L’arroganza dei magistrati di Milano è senza limiti’ , sostiene la difesa del premier, che si riserva le prime mosse da opporre alla decisione del gip, visto a che norma di codice finora è stata esclusa dal procedimento. Il 6 aprile prossimo il capo del governo potrà essere all’estero, o impegnato in una riunione del governo, o chissà cos’altro, e ogni cosa servirà eventualmente a opporre un legittimo impedimento alla prima riunione del collegio chiamato a giudicare il presidente del Consiglio. Ma non è detto che la reazione si limiti alla strategia di difesa processuale. ‘L’Ufficio di Presidenza della Camera non può intaccare una prerogativa che spetta all’Assemblea della Camera dei deputati’ , affermava ieri sera il componente della consulta Giustizia del Pdl e capogruppo in giunta per le autorizzazioni della Camera, Maurizio Paniz, a proposito della possibilità di sollevare a Montecitorio il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Si aprirebbe un ulteriore scontro istituzionale con Fini, che è del parere opposto, ma la sola dichiarazione di Paniz lascia intendere che a palazzo Grazioli puntano ancora su quello: deve essere Montecitorio a obiettare, davanti alla Consulta, che i giudici di Milano sono incompetenti; Montecitorio più di Palazzo Chigi, che pure potrebbe farlo e che forse alla fine lo farà. E non è un caso se il Guardasigilli, prima di recarsi dal Cavaliere, collega la decisione del gip di Milano alla sovranità parlamentare in qualche modo calpestata: è un’offesa— dice— al Parlamento, dunque agli italiani, prima ancora che all’imputato Silvio Berlusconi. In fondo sono solo parole. Che strada prendere è ancora oggetto di dibattito interno. Si respira aria di confusione: ‘Di certo il 6 aprile non comincia proprio un bel nulla’ , promettono ai piani alti del Pdl, lasciando intendere che saranno corpose e forse plurime le eccezioni che quel giorno verranno sollevate dagli avvocati difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo. Mentre sul collegio tutto femminile è lo stesso premier a dirsi ‘non preoccupato, e perché dovrei? Ho sempre avuto un rapporto squisito con le donne’ . Dopo cena arrivano nella sua residenza Umberto Bossi e il resto dello stato maggiore della Lega, il ministro Roberto Calderoli, la vicepresidente del Senato Rosi Mauro, i capigruppo di Camera e Senato Federico Bricolo e Marco Reguzzoni. Si fa il punto anche con loro, mentre almeno una mezza dozzina di ministri accumula, giorno dopo giorno, dietro le quinte, motivi di frustrazione e rabbia contro il titolare dell’Economia. Nessuno ha voglia di aprire altri fronti, ma tutti rimarcano che ormai la debolezza prima del Cavaliere è nel rapporto con il suo ministro, non certo nei suoi processi. Ognuno ha dei fondi in attesa, fondi che sono già iscritti in bilancio o disponibili, cui manca solo la delibera del Cipe, il comitato interministeriale di programmazione economica cui spesso anche la Confindustria ha fatto riferimento, denunciando una stallo nello sblocco di risorse esistenti e strutturali. Formalmente il Cipe dipende da Palazzo Chigi, di fatto non funziona se non c’è l’assenso di Tremonti e dello staff di via XX Settembre. In un gioco di sospetti e di paure, in cui ogni ministro fa i conti con l’evenienza che un giorno proprio il titolare dell’Economia possa essere alla guida del governo, si consumano relazioni che alla fine sembrano paralizzare più che stimolare l’attività di governo. E la morale, con la garanzia di anonimato, - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - la tira un ministro: ‘Per due anni Berlusconi ha di fatto delegato tutto a Tremonti, facendo finta di non accorgersi che le competenze di Palazzo Chigi venivano gradualmente svuotate, oggi è troppo tardi per correre ai ripari’”. (red)

4. Ora neanche il premier esclude il voto

Roma - “Il voto anticipato si avvicina. Lo chiede la Lega, mentre lo stesso Berlusconi, finora contrario, nelle ultime ore non lo esclude più categoricamente, arrivando a soppesarne i pro e i contro. Umberto Bossi – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - è sempre più scettico sulla possibilità di tenere in vita un’esperienza di governo che considera agli sgoccioli. Tanto da aver confidato ai fedelissimi, prima di recarsi in serata a palazzo Grazioli, la sua ‘dead line’ per la legislatura: ‘Portiamo a casa il federalismo e poi liberi tutti’. Annuncio accompagnato da forti perplessità sulla tenuta del Pdl: ‘Silvio è circondato da coglioni’. La notizia del rinvio a giudizio sorprende Berlusconi in Sicilia, dove era andato (a costo di provocare qualche malumore al Viminale) per cercare di tirarsi fuori dal Rubygate, almeno per un giorno. La rabbia è tanta, il Cavaliere si sfoga con Maroni e il prefetto Gabrielli, durante il sopralluogo al residence degli Aranci. Vorrebbe esplodere in conferenza stampa ma Gianni Letta interviene con l’estintore, convincendolo al telefono a rientrare a Roma, evitando l’ennesimo frontale con il Quirinale. Così, mentre nel Transatlantico l’atmosfera è da ultimi giorni di Pompei, il premier si chiude nel fortino di palazzo Grazioli, insieme agli avvocati, allo stesso Letta e ai collaboratori, studia per tutto il giorno la strategia per rispondere alle toghe. Un primo passo è lo screening scientifico dei tre giudici donna del collegio milanese. E le notizie non sono positive. Le tre, alla luce delle sentenze precedenti, sarebbero dei veri ‘ossi duri’. La condanna, nel caso il Pdl non riuscisse a fermare i giudici con il conflitto d’attribuzione o qualche altro escamotage politico-parlamentare, viene data per scontata. I tempi inoltre sarebbero brevi, brevissimi. Già entro maggio potrebbe arrivare la sentenza di primo grado, a settembre la condanna in appello. Una tragedia, visto che il 24 maggio il premier dovrebbe presentarsi a Deauville, in Francia, per il vertice G8. Con il rischio, in caso di condanna, di essere messo all’indice dalle cancellerie e trattato come un Lukashenko qualsiasi. Berlusconi è un vulcano pronto a esplodere, già questa mattina se ne potrebbe avere prova nella conferenza stampa convocata a palazzo Chigi con Giulio Tremonti. ‘Secondo questi magistrati - si è sfogato - dal prossimo mese io dovrei andare ogni settimana in aula per i quattro processi. Vogliono trasformare l’Italia in un’aula di giustizia per impedirmi fisicamente di governare. È un colpo di Stato strisciante’. L’amarezza del premier – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - lambisce anche il Colle, visto che proprio al capo dello Stato, in previsione di quanto è accaduto ieri, Berlusconi aveva chiesto aiuto. ‘Napolitano non farà nulla, inutile insistere’, ha tagliato corto con chi gli chiedeva lumi sui rapporti con il Colle. Così, benché come ultima carta, la tentazione di rovesciare il tavolo e accogliere i suggerimenti di Bossi per il voto anticipato è tornata ad affacciarsi a palazzo Chigi. Chi lo conosce bene, come Pier Ferdinando Casini, teme che alla fine sarà proprio quello l’esito dello scontro in atto: ‘A questo punto non possiamo escludere - ha confidato il leader dell’Udc a un amico - che Silvio abbia un colpo di testa e ci porti tutti a votare. Ad ogni buon conto io ho sconvocato la nostra assemblea nazionale di fine febbraio’. Proprio di elezioni, in effetti, ieri il premier ha ragionato con Gianfranco Miccichè, salito al primo piano di palazzo Grazioli per annunciargli la formazione dei gruppi di Forza del Sud in Parlamento. ‘Se Fini, come sembra, va con la sinistra - ha spiegato il Cavaliere - noi facciamo il pienone di voti. Di quel 40 per cento di indecisi che ci sono, la maggioranza viene con noi’. Senza un piano preciso, la verità è che Berlusconi oscilla tra diverse ipotesi: resistenza a palazzo Chigi oppure voto anticipato. Ieri si è persino diffusa la voce di dimissioni spontanee. Raccontano infatti che il Cavaliere sia stato anche sfiorato dall’idea di fare un passo indietro per togliersi dalla linea del fuoco dei pm. È circolata nel Pdl l’ipotesi di un governo Letta, di armistizio, per escogitare una sorta di ‘salvacondotto’, conquistare un anno di tempo e costruire con calma la candidatura a premier di Angelino Alfano. Ma Berlusconi non si fida: ‘Come faccio a dimettermi se mi sparano addosso? Non c’è nessuno che può darmi garanzie’. Così la carta del passo indietro è caduta dal tavolo. Al momento quindi si procede su quanto già stabilito, anzitutto l’allargamento della maggioranza, affidato a Denis Verdini e Daniela Santanché. Un’operazione resa ancora più impellente dopo che ieri in commissione Bilancio (la più importante), con l’arrivo a sorpresa dell’Udc Renzo Lusetti, il centrodestra è sceso a 24 contro 25. In pratica, il governo non ha più i numeri per far passare i propri provvedimenti, a meno che il gruppo dei ‘responsabili’ non s’ingrossi fino a 29 deputati con qualche prestito dal Pdl. Occorre chiudere la partita entro la prossima settimana visto che è in arrivo il Milleproroghe e, al momento, sia nella Bilancio che nella Affari Costituzionali il centrodestra è sotto. Una condizione – conclude Bei su LA REPUBBLICA - che non fa che aumentare il nervosismo di Bossi e di Tremonti. ‘O arriviamo presto a 330 deputati - è l’ultimatum del ministro delle Riforme - oppure non ha più senso continuare a galleggiare. Approviamo il federalismo con la fiducia e andiamo a votare’”. (red)

5. Incognita elezioni, voto alla Camera per frenare processo

Roma - “Subìto lo scacco, - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - Berlusconi tenta di rifugiarsi nello stallo per evitare il matto. Perché solo ritardando lo show down giudiziario il premier potrà sperare di rilanciarsi sul fronte politico. Così l’idea di organizzare una manifestazione a sostegno del governo, e al tempo stesso procedere a un rimpasto nell’esecutivo, è legata all’estremo tentativo di bloccare il processo sul ‘caso Ruby’ , giocando alla Camera l a mossa sull’‘improcedibilità’ , l’ultima che gli è rimasta. Deve evitare una sentenza, il Cavaliere, che sancirebbe la sua fine, e confida di riuscirci, spostando di almeno un anno la resa dei conti con la procura di Milano. È una battaglia politica che si gioca nelle pieghe delle norme giuridiche, ed è sfruttando la sentenza di ieri del gip che il premier conta di passare attraverso un delicato voto segreto a Montecitorio, facendosi scudo dell’articolo 96 della Costituzione, eccependo un ‘difetto di competenza’ del tribunale di Milano portando a sostegno della tesi alcuni precedenti. E lasciando che sia poi la Consulta a dirimere la questione. Sembrano cavilli, in realtà sono cavalli di frisia in un conflitto che consegnerà Berlusconi vincitore o vinto. Serve tempo al Cavaliere, che posto dinnanzi al bivio vuole evitare la strada elettorale e imboccare quella parlamentare, conscio che altrimenti nelle urne rischierebbe di trovarsi davanti un fronte eterogeneo eppure forte, che andrebbe da Vendola a Fini passando per Bersani, e che— ne è sicuro— avrebbe in Casini ‘il nuovo Prodi’ . ‘La sinistra non è più l’armata Brancaleone finora conosciuta’ , ammette il ministro Matteoli: ‘L’antiberlusconismo è tornato a essere il loro collante, e accomuna oggi anche i leader del terzo polo’ . Gli ultimi sondaggi hanno certificato a Berlusconi che un conto sarebbe sfidare il centrosinistra (su cui resta in vantaggio), altra cosa sarebbe sconfiggere questo tipo di schieramento avverso. Ma resistere a Palazzo Chigi non basta, non può bastare. Il premier deve trovare il modo di dare una ‘frustata’ al suo governo per rinvigorire anche la propria immagine, gravemente segnata a livello internazionale, e logorata nel Paese dalle storie di donnine e festini in cui è coinvolto. Epperò un Berlusconi bis, un’autentica rifondazione del governo, non può permetterselo: l’apertura formale di una crisi nelle attuali condizioni non avrebbe nulla di pilotato, avverrebbe al buio. Con tutti le incognite che l’operazione porterebbe con sé. Come non bastasse, - prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - un valzer di poltrone potrebbe far saltare i fragili equilibri nello stesso Pdl. Il Cavaliere può insomma solo allargare l’esecutivo, assegnare gli incarichi lasciati dai finiani, magari chiedere ad alcuni fedelissimi di fare un passo indietro per garantirgli maggiore manovrabilità. Su questo è impegnato, e — pare — con successo. Perché, per quanto sia paradossale, il premier sotto scacco sembra in grado di allargare la propria maggioranza, complice la grave crisi che sta minando il Fli. Il gruppo futurista a Palazzo Madama è in rivolta contro l’organigramma del partito deciso da Fini, e il fatto che ieri sera il senatore Menardi fosse a colloquio da Berlusconi fa capire quale possa essere l’esito. Anche a Montecitorio il Cavaliere prevede di rinforzarsi e arrivare a ‘quota 320’ , e la contabilità politica ha valore quanto la ‘lealtà e solidarietà’ che Bossi gli ha manifestato già prima del vertice notturno a Palazzo Grazioli. Il premier deve allargare la maggioranza in Aula per riconquistare la maggioranza nelle commissioni, dove invece — com’è accaduto ieri alla Bilancio — il centrodestra è diventato minoranza. Quanto alla Lega, è certo della fedeltà del Senatur, che sa come gestire le tensioni all’interno del gruppo dirigente e ha ancora presa sulla base, per quanto scalpitante. Il federalismo fiscale è l’obiettivo di Bossi, ma non di solo federalismo vive la Lega e il Cavaliere dovrà politicamente ricompensarla. Ma non c’è dubbio che, fra i tanti fronti aperti, il più pericoloso per il premier resta quello giudiziario, che sta avendo effetto sull’umore dei parlamentari del Pdl. Ieri alla Camera lo sconforto dei deputati berlusconiani era superiore a quello testato tra gli elettori berlusconiani, sebbene gli ultimi report riservati abbiano confermato al Cavaliere quanto già immaginava. Più del calo nell’indice di fiducia a destare preoccupazione è il trend negativo che da alcune settimane non si arresta. Non è un crollo, è un lento logoramento del consenso, attratto dall’area del ‘non voto’ , una sorta di buco nero che — a seconda degli istituti di ricerca— va dal 32 al 45 per cento. Le difficoltà di Berlusconi eccitano gli animi nell’opposizione, dove già si disegnano nuovi organigrammi, compreso il prossimo inquilino al Quirinale. Diceva ieri in Transatlantico il centrista Lusetti: ‘Il futuro presidente della Repubblica sarà Prodi. Scommettiamo?’ . E il capogruppo del Pd Franceschini, con un silenzio-assenso, alzava il pollice prima di stringergli la mano. Ma a poca distanza si avvertiva un refolo di vento giudiziario, boatos che preannunciano nuove e clamorose inchieste, da Napoli e dalla Puglia, per vicende assai diverse in cui il Cavaliere non sarebbe coinvolto e che colpirebbero in modo bipartisan la nomenklatura della Seconda Repubblica. Altro che scontro finale. Con le toghe – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è uno scontro senza fine”. (red)

6. Il Quirinale non scende in politica

Roma - “In una situazione politica e istituzionale assai complessa, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - le responsabilità e le possibilità di intervento del presidente della Repubblica appaiono esorbitanti, il che forse può spiegare il carattere straordinario delle pressioni o, per usare un termine eufemistico, degli appelli che gli vengono rivolti. E sempre con ricco corredo di adeguate interpretazioni costituzionali. Un paio di mesi fa si chiedeva a Giorgio Napolitano di non sciogliere le Camere, neppure nel caso da manuale in cui ci si ritrovasse, come pareva allora possibile, con due maggioranze di segno politico opposto a Montecitorio e a Palazzo Madama. Ora, invece, si ‘suggerisce’ l’esatto opposto, di indire elezioni anticipate anche contro il parere di un governo in carica e che gode della fiducia dei due rami del Parlamento. Giorgio Napolitano ha a disposizione strumenti costituzionali, a cominciare dal messaggio alle Camere, per esprimere il suo allarme per una situazione che tende ad andare fuori controllo; ma si può essere certi che non uscirà dall’ambito dei poteri e dei limiti costituzionali. I suoi falsi amici, che lo descrivono come animato da volontà politiche improprie che lo indurrebbero a forzare i vincoli istituzionali, non gli fanno certo un favore. L’autorevolezza del Quirinale nasce dalla certezza che da lì non verranno atti di rottura che aggravino il già difficile equilibrio tra i poteri dello stato. Questa garanzia serve a tutti, può essere l’estrema risorsa cui ricorrere per fermare una deriva antipolitica che rischia di travolgere tutto. Inventare di sana pianta, con corredo di ‘esperti’, - conclude IL FOGLIO - una nuova teoria costituzionale che faccia gravare su Napolitano responsabilità di guida politica che non ha e non può avere, oltre che una sciocchezza giuridica, è una sorta di insinuazione politica. Inaccettabile e irrispettosa”. (red)

7. Veltroni: “Bossi stacchi la spina per salvare federalismo”

Roma - Intervista di Claudio Tito a Walter Veltroni su LA REPUBBLICA: “‘Il danno all’immagine dell’Italia è ormai pesantissimo. Il presidente del consiglio, se avesse senso di responsabilità, dovrebbe dimettersi’. Per Walter Veltroni il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi è l’ennesima lesione alla dignità del Paese. Una conferma che il Cavaliere non può più rimanere alla guida del governo. Che ha fatto sprofondare tutto nella palude dell’immobilismo. ‘Bisogna uscirne al più presto’. E la decisione presa del Gip milanese può rappresentare davvero un punto di svolta? ‘Di certo produrrà dei cambiamenti. Nei prossimi mesi il presidente del consiglio sarà nelle aule dei tribunali per rispondere di reati che non solo il pm ma anche il giudice delle indagini preliminari considera evidenti. Per il Paese sarà l’ennesima occasione di logoramento dell’immagine internazionale e di inasprimento del clima interno. Il nostro prestigio all’estero è in caduta libera. Giornali autorevoli, certo non di sinistra, raccontano il profondo disagio vissuto dall’opinione pubblica internazionale. Cosa penseranno quando vedranno il nostro premier ripreso dalla tv in tribunale?’. Gli effetti si sentiranno anche nella politica interna. ‘L’Italia è a rischio. L’ostinazione con cui Berlusconi mantiene il potere, la violazione di ogni regola costituzionale, ci ha fatto precipitare nella paralisi. La maggioranza c’è perché hanno acquistato qualche deputato, ma il governo non c’è’. Lei ha in mente una soluzione? ‘Se Berlusconi avesse senso di responsabilità e rispetto per gli italiani dovrebbe fare un passo indietro. Lo dico anche guardando al centrodestra: qual è la loro prospettiva politica? Vivacchiano ostaggi di un presidente del consiglio disinteressato anche alla sua parte politica. Vivacchiano - lo dico anche alla Lega - rinunciando persino al federalismo’. Scusi, ma l’idea del passo indietro non appartiene al novero delle cose possibili per Berlusconi. ‘Lo so. Ma la Lega deve sapere che la prospettiva di andare al voto con tre poli per poi pensare di fare un accordo postelettorale con Casini e Fini a favore di Tremonti è ora molto più difficile. L’idea di una Grande Alleanza sta maturando come reazione a questa deriva. Se si vota, loro - i leghisti - vanno all’opposizione. Tutti i sondaggi danno ad un’alleanza grande un vantaggio di dieci punti. Non capisco perché Bossi e la parte del Pdl con la testa sulle spalle non dicano a Berlusconi una cosa semplice: permetti un nuovo governo, allargato alle altre forze del centrodestra, per chiudere dignitosamente la legislatura con un altro premier’. Se è sicuro di vincere le elezioni perché non le chiede subito? ‘Le elezioni sono certo da preferire allo stallo pericoloso di un governo che non governa. Ma considererei un passo in avanti anche la fine definitiva dell’asfissiante dominio dell’estremismo berlusconiano e la nascita di un governo più rispettoso delle regole e di un civile confronto politico. Uscire dalla paralisi imposta all’Italia dall’autunno livido del berlusconismo è il primo obiettivo per rasserenare il Paese e ripristinare un corretto confronto tra maggioranza e opposizione’. Grande alleanza quindi solo nel caso tutto precipiti subito. ‘Se si va a votare, non faremo l’errore del ‘94. Il centro e la sinistra non devono essere divisi. In questo, l’alleanza dovrà avere come orizzonte avrà alcune riforme chiare come quella elettorale, la riduzione dei parlamentari, l’informazione. L’obiettivo deve essere quello di dare all’Italia un vero bipolarismo’. Chi dovrebbe guidarla? ‘Ci sono diverse persone che potrebbero farlo ma non è questo il momento di fare nomi. Una persona che può riscuotere la fiducia di tutti. L’Italia ha bisogno di un ciclo riformista che solo il bipolarismo può dare. Io non ho nostalgia della Prima Repubblica. E non penso che fosse normale un governo con Mastella e Ferrero. Sull’Unione anche Nichi Vendola ha espresso giudizi non meno severi dei miei’. In realtà il Terzo polo, suo potenziale alleato, non ci pensa proprio al bipolarismo. ‘Non lo pensano in presenza di Berlusconi. Ma Casini e Fini si considerano giustamente uomini di un centrodestra civile, europeo. Dopo Brown è arrivato Cameron, dopo Bush è arrivato Obama. Ora, quindi, il punto è chiudere questa stagione. Risvegliarci da questo incubo in cui un tappo politico ha costretto tutti nella palude del conflitto berlusconismo-antiberlusconismo. In questo potrà aiutarci la ricchezza della nostra società civile’. Si riferisce alla manifestazione di domenica scorsa? ‘Certo. C’è una ricchezza di competenze, di sensibilità, di autonomia che sfida in modo moderno la politica ad aprirsi, a rinunciare ad arroganza, autosufficienza e approcci vecchi’. È stato offerto anche un nuovo modello culturale? ‘Si comincia a capire che Berlusconi ha vinto in questi anni perchè ha egemonizzato la società con la distorsione dei valori. Va condotta con coraggio una battaglia culturale. I riformisti non possono essere solo un programma ma devono essere anche valori forti e una visione della società. Ad esempio contro individualismo e cinismo dobbiamo riscoprire la parola comunità che appartiene e unisce la tradizione della sinistra, dell’azionismo, del cattolicesimo democratico. Quella piazza è già post-berlusconiana e già immagina la ricostruzione dei valori della società’. In che senso? ‘Dobbiamo tornare a essere un partito capace di intercettare il cambiamento e l’innovazione. Se poi a sinistra cresce Sinistra e Libertà, non è un problema. È un’opportunità. A condizione che il Pd torni a essere un partito di centrosinistra coraggioso nell’innovazione e nella sfida ai conservatorismi’. Progetti spesso condizionati dai litigi interni. ‘È una fase in cui le contrapposizioni non ci sono. Dopo il Lingotto i sondaggi ci hanno dato in crescita, ora sono di nuovo in flessione. È la dimostrazione che dobbiamo riprenderci le nostre ambizioni. Essere Democratici è la più bella delle identità possibili. Le rivoluzioni vere le hanno fatte solo i riformisti. Ma è necessario che tutti prendano sulle spalle il destino di questo Paese. Magari organizzando una manifestazione in tutte le piazze di tutti i Comuni italiani. Solo bandiere nazionali in ogni città. Se non ora, quando?’”. (red)

8. Accettare il giudizio

Roma - “Credo che Berlusconi, - scrive Sergio Romano sul CORRIERE DELLA SERA - dopo la decisione del giudice per le indagini preliminari, debba calcolare attentamente i possibili effetti delle sue parole e iniziative. Può criticare alcuni magistrati, ma non può attaccare la magistratura. Può persino spingersi sino a denunciare l’esistenza di un disegno malevolo nei suoi confronti, ma non può rifiutare procedure che appartengono ai compiti e alle funzioni dell’ordine giudiziario. Non potrebbe farlo un cittadino senza assumere implicitamente un atteggiamento eversivo. Non può farlo, a maggiore ragione, un presidente del Consiglio perché il suo atteggiamento verrebbe percepito come un atto di guerra e l’inizio di un insanabile conflitto istituzionale. In tribunale i suoi avvocati possono sollevare eccezioni (compresa quella dell’incompetenza della sede di Milano) e servirsi di tutti gli strumenti che la giustizia garantisce a un cittadino. Ma l’imputato, quando è capo dell’esecutivo, non può rifiutare il giudizio senza esprimere contemporaneamente un voto di sfiducia contro l’intera magistratura e autorizzare obbiettivamente i suoi connazionali a comportarsi nello stesso modo. È possibile d’altro canto che l’accettazione del giudizio gli assicuri qualche punto di vantaggio. Darà una prova di coraggio. Avrà l’occasione di fare valere le sue ragioni. Eviterà di offrire ai suoi critici argomenti polemici a cui non sarebbe facile replicare. Forse farà persino nascere qualche dubbio nella mente di coloro che già lo considerano colpevole. Non è necessario essere berlusconiano o elettore del Pdl per assistere con disagio a certe iniziative della magistratura inquirente. A nessun italiano – prosegue Romano sul CORRIERE DELLA SERA - può piacere che il presidente del Consiglio si serva della sua autorità per scavalcare tutti i passaggi intermedi e mettere in imbarazzo un funzionario di questura con richieste telefoniche a cui è difficile per un sottoposto non aderire. Ma questa è anzitutto una colpa politica e per di più una delle più diffuse e frequenti in un sistema in cui non sono molti gli uomini pubblici che si astengono dall’approfittare della propria posizione. Si è detto frequentemente, negli scorsi giorni, che anche la magistratura degli Stati Uniti si sbarazzò di Al Capone imputandogli un reato minore. Ma l’evasione fiscale non era un reato minore ed è stata sempre perseguita in America con particolare severità; mentre la concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere. Vi è un’altra ragione per cui Berlusconi deve accettare il giudizio. Il presidente del Consiglio ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un’aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi – conclude Romano sul CORRIERE DELLA SERA - avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”. (red)

9. La misura è colma

Roma - “Ci sono elementi di prova sufficienti – scrive Ezio Mauro su LA REPUBBLICA - per mandare subito Silvio Berlusconi a processo. Questa la decisione del gip, ieri, dopo aver vagliato le fonti di prova dei procuratori, in 15 pagine. Dunque l’inchiesta è chiusa e si apre il processo, dal 6 aprile. L’atto d’accusa, che ha già fatto il giro del mondo, riguarda due reati gravissimi per un Primo Ministro: concussione e prostituzione minorile. Secondo l’accusa si tratta di reati collegati tra loro. Il Capo del governo ha esercitato una pressione illecita sulla questura di Milano per far liberare nottetempo la giovane Ruby, proprio perché voleva impedire che la ragazza parlasse delle notti ad Arcore da minorenne, compreso il bunga bunga di Stato. La vera cifra di questa vicenda è l’abuso di potere. Una concezione di sé e del mondo all’insegna della dismisura sia nel privato che nel pubblico, un potere che non riconosce limiti, sproporzionato e dunque abusivo nella sua pretesa di essere impudente e impunito, fuori da ogni regola, ogni legge e ogni controllo. Ieri la "struttura Delta" (che si muove sul confine tra azienda e Stato, politica e marketing) aveva organizzato per il Premier una missione di Stato in Sicilia, tra la propaganda e la paura davanti alla nuova ondata migratoria. Ma il Presidente del Consiglio, dopo la decisione del gip, è tornato d’urgenza a Roma dai suoi avvocati annullando tutti gli impegni, e soprattutto la conferenza stampa già fissata. Perché - ecco il punto capitale - non è in condizione di dire agli italiani la verità sui suoi scandali, e non sa assumersene la responsabilità davanti al Paese. Ora il suo istinto populista lo spingerà a incendiare il Palazzo, attaccando i magistrati e travolgendo le istituzioni, fino alla distruzione del tempio. La politica che lo circonda non ha l’autonomia per distinguere il suo futuro dal destino del Premier, ma è condannata a seguirlo nel pozzo della sua ossessione. Ecco perché – conclude Mauro su LA REPUBBLICA - la strada maestra, a questo punto, è una sola: il voto, col giudizio dei cittadini. I quali hanno definitivamente capito che la misura è ormai colma”. (red)

10. L’Italia di Piazzale Loreto e tecnica di colpo di Stato 

Roma - “Berlusconi – scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - non ha organizzato alcun giro di prostituzione, ogni persona informata, assennata, dotata di senso comune lo sa. E’ rigorosamente indimostrabile che abbia abusato di una minorenne, tanto più sapendo che fosse minorenne. Solo i fanatici del dispotismo etico, quei pedofobi che hanno preso un povero bambino e gli hanno inculcato odio politico inducendolo a riversarlo in un microfono davanti a una folla inferocita, possono pensare di imporre questa accusa ribalda a un paese di antica civiltà giuridica e di antica sapienza civile e umana come l’Italia. Berlusconi e i suoi amici (Mora, Fede, Minetti) hanno invitato numerose belle ragazze, alcune delle quali non sono haut placé, altolocate, a cene e feste private. Questo è tutto. Non c’è reato. Punto. Si può considerare disordinata e non sobria una vita festaiola, il comportamento privato di ciascuno di noi è criticabile, e quello delle figure pubbliche è più esposto al giudizio della comunità. Ci si può esercitare a provare irritazione e, nei casi più gravi di morbosità moralistica, disgusto per una vita di cui nulla si conosce se non le circostanze esteriori, fatalmente deformate dalla gogna mediatica e giudiziaria. Nella telefonata in Questura, errore blu per un uomo di stato, e nelle serate di Arcore non c’è concussione e non c’è prostituzione. Berlusconi copre di regali chiunque gli capiti a tiro, aiuta e fa beneficenza, ama piacere in modo un po’ folle e patologico, si tratti dei collaboratori, della gente della sua azienda, dei deputati e dei senatori, delle signore e dei signori che entrano a far parte del suo giro, di Tony Blair o di Vladimir Putin o di altri ricevitori regolari di ospitalità e regali del premier più ricco della storia delle democrazie occidentali moderne. Punto. Ma lo scandalo c’è. E’ lo scandalo di una aggressione giudiziaria che, a prescindere dalle intenzioni dirette dei suoi protagonisti, esprime un pregiudizio politico, antropologico e personale verso la figura di Berlusconi e tutto quel che lo concerne. Non è un mistero la frase di Antonio Di Pietro, procuratore e crociato di mani pulite, riferita dal suo vecchio superiore Francesco Saverio Borrelli: ‘Io a quello lo sfascio’. Non è un mistero il fatto che dalla procura di Milano siano usciti campioni di attivismo politico fazioso come lo stesso Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio e altri teorici espliciti della necessità di fare ‘supplenza’ a un’opposizione debole o male orientata con lo scopo di ‘rivoltare l’Italia come un calzino’. Progetto che dura da quando, ed è stata la prima volta, i partiti che avevano firmato la Costituzione furono messi fuori legge e battuti con ogni mezzo mediatico-giudiziario. Si salvarono solo i democristiani di sinistra e i postcomunisti, che ora sono riuniti nel Pd e urlano: ‘Dimissioni’. Siccome Berlusconi è ancora lì, con il sorprendente consenso elettorale del popolo espresso tre volte, e negato due volte con regolare metodo democratico, e siccome questa volta non riescono ad abbatterlo in Parlamento o nelle urne, le lobby miliardarie che guidano, che eterodirigono la sinistra politica, svuotandola di senso e inquinando la democrazia repubblicana, hanno deciso, e detto ad alta voce, che bisogna toglierlo di mezzo con una iniziativa ‘extraparlamentare’ e senza consentire il voto popolare (letterale, dagli articoli di Alberto Asor Rosa e Barbara Spinelli). Tradotto in italiano questo significa: un colpo di stato contro la sovranità del popolo e del Parlamento attraverso un atto di giustizia sommaria, il rito immediato, fondato su una procedura inaudita di violazione della privacy con tecniche spionistiche e di origliamento e di persecuzione personale degne del dispotismo etico e della sua ratio. C’è l’Italia civile, comune, - prosegue Ferrara su IL FOGLIO - e c’è l’Italia molto speciale di piazzale Loreto, un paese ingiusto e spietato che invoca la Nemesi, la mitologica vendetta pagana, addirittura sul giornale dei paolini che usurpa il nome di cristiano (Famiglia cristiana) e mostra il volto cupamente puritano di un cattolicesimo integralmente secolarizzato, senza vangelo. Contro questa piccola Italia barbarica occorre resistere e contrattaccare con la mobilitazione di tutte le energie e le risorse, da quelle istituzionali, e si parla di un voto di ‘improcedibilità’ ai sensi dell’articolo 96 della Costituzione, a quelle culturali, civili e politiche. L’Italia che forgerebbero i vincitori di questa guerra persecutoria sarebbe cento volte peggiore di quella attuale, che i suoi bei difetti ce li ha ma non ha smarrito il common sense e un certo rispetto per la persona e per i suoi diritti, per una politica legittimabile dal solo potere sovrano di Parlamento e popolo. Santi poeti navigatori trasvolatori, - conclude Ferrara su IL FOGLIO - ma non origliatori”. (red)

11. In tribunale anche questa Repubblica

Roma - “Seppure attesa e in qualche modo scontata, - osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - la decisione del gip di Milano di rinviare a giudizio Berlusconi per i due reati - concussione e sfruttamento della prostituzione minorile - per i quali era sotto inchiesta da mesi, ha avuto l’effetto di un brusco richiamo alla realtà. Malgrado i risultati delle indagini siano a tutti noti, pubblicati da tempo e diffusi da giorni anche in tv, fino a ieri si poteva pensare a uno dei tanti colpi di scena o forzature a cui il premier ci ha abituato, per aggirare o rinviare i suoi processi. Le cinque righe uscite dal Palazzo di Giustizia milanese dicono che non sarà così. Berlusconi farà qualsiasi cosa per salvarsi, non esiterà a sollevare contro i magistrati un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale (con quale possibile accoglienza lo lasciavano intendere qualche giorno fa le parole di risentimento, per gli insulti ricevuti, dello stesso presidente della Consulta), e magari giocherà il tutto per tutto in una nuova tornata di elezioni anticipate, pur di evitare di ritrovarsi alla sbarra. Ma allo stato delle cose quella del 6 aprile è la data d’inizio fissata per il processo del secolo. La sola convocazione del presidente del Consiglio come imputato di reati così infamanti, che prevedono come pena accessoria l’interdizione dai pubblici uffici, in pochi minuti ha fatto il giro del mondo, rimbalzando tra tv, radio, giornali e siti Internet dell’intero pianeta. E’ da ciò che bisogna partire per capire quale potrà essere il peso politico dell’evento. Riandare con la memoria alle udienze e agli imputati della famosa maxi-tangente Enimont, rivedere le immagini storiche di Craxi e Di Pietro faccia a faccia e di Forlani con la bava bianca agli angoli della bocca, può servire, ma non è detto che renda l’idea. Così come ricordarsi la paziente rassegnazione di Andreotti nel suo interminabile processo per mafia. L’unico punto in comune da tener presente – prosegue Sorgi su LA STAMPA - è che allora come oggi non si procede solo contro uno o più imputati eccellenti, ma contro un’intera fase politica che potrebbe chiudersi anche stavolta, come diciotto anni fa, con una sentenza di condanna. Qui però le similitudini finiscono e si snoda invece una vicenda diversa. Stiamo parlando infatti non di un tribunale che giudica la corruzione di una classe politica, o i suoi rapporti con la criminalità organizzata. Ma di valutare se il presidente del Consiglio è idoneo a proseguire nel suo ruolo in base alle sue debolezze private e all’eventualità che a causa di queste sia incorso nei reati contestati. Il collegio composto da tre donne togate chiamato a pronunciarsi lo farà, si può starne certi, avvalendosi non solo del rito abbreviato, che dovrebbe garantire meglio l’imputato, consentendogli di ottenere una sentenza in tempi ristretti, ma utilizzando tutti gli strumenti necessari per far emergere le prove a carico e discarico del premier. Sotto gli occhi elettronici di telecamere delle tv di tutto il mondo, i cui inviati stanno già provvedendo a prenotare alberghi e postazioni per trasmettere, assisteremo a qualcosa di fronte a cui il già ricordato malinconico tramonto giudiziario della classe dirigente della Prima Repubblica dovrà impallidire. Una dopo l’altra, vedremo sfilare escort poliglotte, ballerine sudamericane, attrici o aspiranti tali, consigliere regionali già specialiste in igiene dentale, laureate alla Bocconi di ritorno dai reality-show, e insomma tutto il giro emerso grottescamente dalle intercettazioni e obbligato dalle liturgie processuali a ripetere o contestare in diretta gli squallidi dialoghi trascritti sulle carte dell’accusa. E’ prevedibile che alcune delle testimoni convocate, fin qui trattenute dalle pressioni dei legali del Cavaliere o dalla convenienza, anche economica, nel difenderlo, vedendolo seduto sul banco degli imputati e considerandolo ormai indifendibile, si lascino andare e mutino atteggiamento. Prima ancora della sentenza, questa terribile manifestazione di ostracismo e di ingratitudine, da parte delle ragazze che un tempo ne allietavano le serate, potrebbe essere la vera condanna pubblica di Berlusconi. Da ultima, come vera protagonista del processo, in aula entrerà Ruby, la sedicente nipote di Mubarak: si capirà in quel momento da chi effettivamente dipendono ormai le sorti della Seconda Repubblica. Della quale tuttavia, adesso che se ne annuncia il naufragio, dovrà pur essere lecito dire che non meritava questa fine. Sì, se si misurano le aspirazioni e gli obiettivi iniziali con i risultati, sarà anche stato un ventennio sprecato. Ma non completamente da buttare. L’idea che tutto si risolva liberandosi di Berlusconi e tornando all’antico modo di far politica e far funzionare la Repubblica, - conclude Sorgi su LA STAMPA - alla fine potrebbe rivelarsi una pericolosa illusione”. (red)

12. Berlusconi non cade

Roma - “Ieri è accaduto qualche cosa di eccezionale. Che non è – osserva Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - l’annuncio dell’ennesimo processo a Berlusconi. Si tratta invece del via libera al primo processo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese. E per di più, paradosso nel paradosso, con rito immediato, prassi prevista dal codice per reati particolarmente gravi e con imputati incastrati da prove schiaccianti. Ora, è evidente a tutti che negando la giovane Ruby di avere avuto rapporti sessuali con il premier, non ci può essere certezza del reato di sfruttamento di prostituzione minorile. Ed è ovvio che negando i tre dirigenti della Questura di Milano di essere stati forzati da Berlusconi (nella telefonata su Ruby), non c’è neanche la prova certa della presunta concussione. In tutto, secondo i magistrati, sarebbero cinque le parti lese. A Ruby e ai tre funzionari si aggiungerebbe anche il ministero dell’Interno. Ma anche per quest’ultimo caso la presunta vittima, per voce di Maroni, ha negato di essere tale. Anzi, in Parlamento, il ministro ha giurato di avere accertato che quella notte a Milano tutto si svolse secondo leggi e regole. No vittime, no reati. Eppure tutto il mondo parla e parlerà di questo processo. Ed è probabilmente questa la vera condanna che la Boccassini voleva infliggere a Berlusconi. E c’è riuscita grazie a una casta, la sua, che stupidamente da vent’anni la politica si rifiuta, per paura, di riformare. Proviamo a ricostruire l’ultimo anno. I magistrati, con la complicità dell’opposizione e l’aiuto del Quirinale, cercano di togliere a Berlusconi il piccolo scudo di cui godeva. Siccome da soli non ce la fanno, arruolano Fini, al quale lasciano intravvedere l’ipotesi di succedere al Cavaliere alla guida del Paese. L’allocco ci casca e si presta a fare cadere il premier in Parlamento con il voto di sfiducia del 14 dicembre. Sembrava fatta, ma tale Scilipoti, deputato Idv, rovina la festa. L’utile idiota (Fini) viene scaricato e nel giro di tre giorni i magistrati fanno partire due siluri di riserva: il primo toglie di fattolo scudo, il secondo scatena l’inferno Ruby. Ed eccoci all’oggi. Diritto e leggi vengono calpestati in un blitzmediatico-giudizia rio, perché, come urlano le gonne in piazza, ‘se non ora quando?’. Già, per loro il tempo stringe. A Berlusconi non va dato modo di riorganizzare la maggioranza orfana dei finiani, perché altrimenti quello governa per altri anni. Va ucciso, a ogni costo. Ora, subito, con ogni mezzo. Ce la faranno? I sondaggi dicono che la vicenda non ha scalfito la fiducia degli elettori nel centrodestra. In Parlamento la maggioranza continua a crescere e ieri ha superato la quota di sicurezza 320. La partita non è per nulla chiusa, nonostante i due arbitri, Napolitano e Fini, stiano giocando spudoratamente con gli avversari. Berlusconi ha dalla sua il pubblico, e gioca in casa – conclude Sallusti su IL GIORNALE - perché è l’unico che vorrebbe fare gli interessi degli italiani. Scommetto che vincerà anche questa volta”. (red)

13. Le prove, gli indizi e le sfide della difesa

Roma - “Se l’inchiesta è ‘una farsa’ e ‘una vergogna’, osserva Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - allora il presidente del Consiglio ha in mano un’arma formidabile e fulminea per far saltare il banco dell’accusa già prima dell’inizio del processo fissato al 6 aprile: chiedere di andare subito a sentenza scegliendo il rito alternativo del ‘giudizio abbreviato’ , che si celebra proprio solo sulla base di quegli ‘atti infondati’ raccolti sinora dai pm e integrabili esclusivamente da ulteriori prove fornite dalla difesa. E per di più a porte chiuse, dunque con relative minori ricadute sull’immagine, e davanti a un gup ancora diverso dal gip che ieri l’ha rinviato a giudizio (e ovviamente dai tre pm). Se il premier volesse, lo spazio ci sarebbe. L’ ‘evidenza della prova’ , presupposto del rinvio a giudizio immediato ravvisato ieri dal gip Cristina Di Censo, non significa infatti che evidente sia la colpevolezza di Berlusconi (ancora da accertare nei futuri tre gradi di giudizio), ma che evidente sia la consistenza degli indizi proposti dall’accusa, talmente solidi da escludere che l’imputato potesse essere prosciolto in una ordinaria udienza preliminare dalle imputazioni di concussione e di prostituzione minorile. Nel contempo, il fatto che nelle 27 pagine del gip di ieri non ci siano (né potessero esserci) colpi di scena di chissà quali prove a sorpresa, diverse dagli elementi già illustrati al premier nell’invito a comparire notificatogli un mese fa dai pm, non significa che sia campata per aria la lettura complessiva che l’accusa — alla luce delle ricostruzioni testimoniali dei dopo cena di Arcore, dell’inquadramento delle prostitute ospiti delle feste, e delle erogazioni in contanti-bonifici-regali-affitti a molte delle ragazze— propone della telefonata fatta da Parigi la notte del 27 maggio 2010 dal premier al capo di gabinetto della Questura di Milano: la telefonata come abuso del presidente del Consiglio e pressione per indurre i poliziotti ad affidare rapidamente alla preannunciata consigliere regionale pdl Nicole Minetti una 17enne marocchina, scappata da una comunità siciliana e in via di identificazione perché denunciata per furto, allo scopo di assicurarsi l’impunità dal reato commesso nelle notti di Arcore in cui da cliente sarebbe andato a pagamento con la prostituta minorenne. Anni di cinematografica retorica sulla ‘pistola fumante’ – prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - hanno infatti (dis) educato alla balzana idea che le uniche prove spendibili nei processi, e ‘legittimate’ a fondare una condanna agli occhi dell’opinione pubblica, siano ormai soltanto o la foto del reo nell’istante esatto in cui delinque o la sua confessione dal notaio. E invece tutti i giorni nei Tribunali sentenze di condanna anche pesanti si basano su processi indiziari, nei quali il ragionamento di una prova logica, che collega dati di fatto acquisiti in maniera certa, può finire per essere persino più difficile da smontare di una favoleggiata foto più o meno ‘desnuda’ . Un antipasto lo si è avuto già ieri nel pur asettico decreto di giudizio immediato, là dove il gip Di Censo scrive che ‘non è sostenibile’ la tesi per la quale Berlusconi avrebbe telefonato alla Questura perché convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak e dunque allo scopo di scongiurare una crisi diplomatica con l’Egitto. Per farlo, infatti, il gip valorizza proprio tre illogicità tanto semplici quanto ardue da superare. Un premier che per ‘aiutare’ la nipote di un capo di Stato non allerta il console egiziano o non manda in Questura ad affrontare l’emergenza giuridica un avvocato specializzato, ma invia una ragazza di 25 anni ‘perché tu ti presenti bene’ , poi rivelatasi figura centrale nel via e vai di prostitute ad Arcore; una dichiarata ‘egiziana’ che esce dalla Questura identificata come marocchina; e una ‘nipote di Mubarak’ che però non fa più scoppiare guerre diplomatiche quando alle 2 di notte passa dalla Questura alla casa di una prostituta brasiliana. Come al solito, ora non aiuta la gara a chi le spara più grosse fra ultrà contrapposti. Che Berlusconi sia processato il 6 aprile da tre donne non è ‘uno svantaggio’ costruitogli apposta (come denunciano i suoi tifosi) e nemmeno ‘una nemesi’ (come esultano i suoi critici), ma un evento frequente in una categoria che da tempo registra il sorpasso delle donne-giudici. E ‘giustizia sprint solo per il premier’ è slogan smentito da Amaril l’albanese, candidato a giudizio immediato lo stesso giorno del premier per rapina su un treno: il suo processo è stato fissato al 14 aprile. Certo, - conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - è albanese e non premier: cambia qualcosa?” (red)

14. Il rito breve diventerà molto lungo 

Roma - “Come era prevedibile, - scrive Carlo Federico Grosso su LA STAMPA - il gip di Milano ha accolto la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Berlusconi. Evidentemente ha ritenuto che sussistessero entrambi i requisiti ai quali la legge subordina tale specialissimo rito processuale (l’evidenza della prova e l’avvenuto interrogatorio dell’indagato o la sua mancata comparizione davanti al pubblico ministero). Non è questo il momento di discutere se questo rito sia stato assunto a ragione o a torto, anche se le notizie sul contenuto dell’inchiesta pubblicate sui giornali consentono, ampiamente, di capire le ragioni in forza delle quali la richiesta di giudizio immediato ha potuto essere formulata e, quindi, essere accolta dal giudice. Piuttosto, può essere interessante capire che cosa potrà accadere d’ora in avanti sul terreno del processo. Iniziamo dalla polemica innescata ieri da esponenti del mondo politico sull’irritualità dell’attività giudiziaria compiuta dalla magistratura, in quanto essa contrasterebbe con le valutazioni del Parlamento. Poiché la Camera, giudicando su di una richiesta di autorizzazione ad eseguire una perquisizione, ha affermato che la concussione sarebbe stata compiuta da Berlusconi nell’esercizio delle sue funzioni, ed avrebbe pertanto dovuto essere giudicata dal Tribunale dei ministri, il differente avviso manifestato dall’autorità giudiziaria costituirebbe un attentato alla sovranità popolare. Questa affermazione, giuridicamente, è una sciocchezza, poiché la magistratura nell’interpretare le leggi è totalmente indipendente e le sue decisioni non sono, pertanto, condizionate dal giudizio espresso da una maggioranza parlamentare. Tali accuse lasciano comunque supporre che di qui a poco il governo, la maggioranza parlamentare, o i difensori di Berlusconi, solleveranno conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato davanti alla Corte Costituzionale, cercando di sottrarre comunque il premier alla giurisdizione della magistratura ordinaria, se non addirittura alla giustizia (per potere procedere nei confronti dei reati ministeriali è necessario, infatti, che il Parlamento conceda la sua autorizzazione. E quando mai questo Parlamento la concederebbe?). Diciamo subito che il conflitto di attribuzione non obbliga a sospendere il processo (tutt’al più, se la Corte dovesse dare torto alla magistratura, gli atti giudiziari compiuti risulterebbero nulli). Ciò significa – prosegue Grosso su LA STAMPA - che il 6 aprile il processo penale a Berlusconi per concussione e prostituzione minorile potrà essere iniziato (a meno che egli non chieda, incredibilmente, il giudizio abbreviato o il patteggiamento). E’ difficile, tuttavia, pensare che esso possa comunque proseguire spedito. La difesa potrà infatti utilizzare un vasto arsenale di operazioni dilatorie: innanzitutto fare leva sul legittimo impedimento dell’imputato. Questo ‘rimedio’ non è più così agevole com’era fino a ieri, in quanto la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge che riconosceva a Palazzo Chigi il potere di certificare in modo vincolante la condizione di soggetto impedito del primo ministro. Berlusconi pertanto, come ogni altro cittadino, se vorrà rinviare il processo dovrà di volta in volta addurre uno specifico, documentato, impegno istituzionale, la cui consistenza potrà essere valutata dal giudice. Non è peraltro difficile immaginare quali e quante tensioni e polemiche potrà suscitare, ad ogni udienza, l’eventuale decisione del premier di ostacolare la prosecuzione del suo processo. E soprattutto, quanto effettivo ritardo essa potrà concretamente causare all’ordinato svolgimento della giustizia nei suoi confronti. In via preliminare, i difensori di Berlusconi potranno d’altronde dispiegare un complesso articolato di eccezioni. Innanzitutto potranno eccepire l’incompetenza del tribunale ordinario, affermando che la concussione, in quanto reato ministeriale, deve essere giudicata dal Tribunale dei ministri, ed affermare che la prostituzione minorile, a questo punto necessariamente separata dalla concussione, deve essere a sua volta assegnata al suo giudice naturale, cioè il Tribunale di Monza (in quanto Arcore, luogo nel quale sarebbero state commesse le condotte costitutive di tale delitto, si trova in quel circondario). In secondo luogo potranno sostenere l’illegittimità della richiesta di giudizio immediato, eccependo che di tale rito difettava taluno dei presupposti, magari, addirittura, l’evidenza delle prove. In terzo luogo potranno cercare, fra le pieghe della burocrazia giudiziaria (eventuali avvisi difettosi, termini non rispettati, altre incombenze processuali trascurate), la strada per ottenere in qualche modo annullamenti, ripetizioni di atti, comunque ritardi. Un percorso difficile, dunque, dalle possibili conseguenze imprevedibili. Sicuramente un processo lungo, carico di tensioni, che decollerà con difficoltà e non si sa come e quando potrà arrivare a sentenza, ad onta del rito ‘breve’ specificamente adottato. Un ingorgo per altro verso pericoloso per la tranquillità della vita istituzionale del Paese, foriero di ulteriori strappi e distorsioni nel mondo della politica e della giustizia. Mi ha ad esempio colpito, ieri, la precipitazione con la quale una importante conferenza stampa congiunta del presidente del Consiglio e del ministro Maroni è stata annullata non appena la notizia relativa al processo immediato ha cominciato a circolare. Un imbarazzo, - conclude Grosso su LA STAMPA - dato che le asserite vittime della concussione del premier sono dipendenti del ministero dell’Interno? E quanti altri imbarazzi si porranno, di qui al 6 aprile, e dal 6 aprile in avanti?” (red)

15. I difensori: ce l’aspettavamo anche se non c’è prova

Roma - “‘Siamo a Milano e, quindi, ci aspettiamo tutto e di più’ . Il legale del premier Niccolò Ghedini – riporta il CORRIERE DELLA SERA - commenta così la decisione del Gip del tribunale di Milano che ha disposto il giudizio immediato per il presidente del Consiglio per i reati di concussione e prostituzione minorile. Vi aspettavate questa conclusione? ‘A Milano assolutamente sì— risponde l’onorevole-avvocato —, in qualsiasi altro Tribunale d’Italia no, anche perché certamente non c’era e non c’è l’evidenza della prova’ . Anzi, aggiunge Ghedini, ‘c’è esattamente il contrario e cioè la prova dell’innocenza del presidente Berlusconi’ ed inoltre ‘la competenza funzionale è del tribunale dei ministri’ e quella ‘territoriale è comunque eventualmente in quel di Monza’ . ‘Ma, siamo a Milano— conclude— e quindi ci aspettiamo tutto e di più’ . Naturalmente la partita difensiva inizia adesso. ‘Finora noi siamo stati solo spettatori’ afferma l’altro avvocato, Piero Longo, perché è così che stabilisce la procedura nel giudizio immediato. ‘La procedura è legittima— spiega il legale del premier— come la richiesta della Procura e la decisione del gip di rinviare a giudizio, ma il codice non ha consentito e non consente la nostra partecipazione. Per questo siamo stati costretti a vedere quello che accadeva senza poter intervenire’ . Adesso bisognerà attendere la notifica del decreto, e poi decidere il da farsi, ma Longo diffida dal chiedere di conoscere le prossime mosse: ‘La professione di avvocato penalista è una professione seria’ , sostiene sottintendendo un paragone svantaggioso per qualche altra professione. Nel pomeriggio, a Roma, Ghedini ha partecipato insieme al sottosegretario Gianni Letta ad un vertice con Berlusconi, rientrato da Catania. Ed è uscito da palazzo Grazioli senza fare dichiarazioni. Per una nemesi storica proprio mentre era in corso la riunione, sul marciapiede del palazzo-abitazione dove il premier si era ritirato per stabilire la strategia del ‘resistere, resistere, resistere’ , si è trovato a passare l’ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, che alla celebre frase pronunciata da Vittorio Emanuele Orlando presidente del Consiglio, eletto cinque giorni dopo la disfatta di Caporetto nel 1917, diede nuova attualità nel 2002. Ma lo sa che questa è la casa di Berlusconi? Borrelli se l’è cavata con un: ‘Perché, non si può passare di qui?’ . Ma naturalmente non c’è solo la difesa ‘tecnica’ nelle aule di giustizia (perché oltre al processo Ruby, ci sono anche quelli Mills, Mediatrade, Mediaset che ripartono dopo la sentenza della Corte Costituzionale). Anche se paradossalmente, quei tre processi in corso potranno far comodo: Berlusconi potrà far valere, adesso la partecipazione a quei processi, oltre al legittimo impedimento in quanto premier, per ‘diluire’ le udienze del Rubygate. Poi ci sono le leggi pendenti in Parlamento e soprattutto l’esame del cosiddetto ‘processo breve’ , che proprio ieri è rallentato a Montecitorio. L’opposizione ha chiesto altre audizioni e il presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno ha acconsentito. Così martedì prossimo saranno ascoltati altri tre magistrati, tra cui il Procuratore di Caltanissetta Roberto Scarpinato, per capire che tipo di impatto potrà avere il progetto di legge sugli uffici giudiziari. Il capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa ha sollecitato poi la Bongiorno a fissare un termine per la presentazione degli emendamenti al testo già approvato al Senato. Ma la parlamentare di Fli ha risposto ‘picche’ : prima si calendarizza il testo in Aula, ha spiegato, poi si fissa il termine per presentare le proposte di modifica. Non prima. Alcuni degli avvocati del premier avrebbero proposto poi addirittura di trasformare (attraverso un emendamento a uno dei progetti di legge ora all’esame delle Camere) quello della prostituzione minorile in un reato perseguibile solo a querela di parte. Ma il suggerimento sembra che sia risultato sgradito allo stesso premier”. (red)

16. Da Sme a Vallettopoli, toghe under 50 lontane da correnti

Roma - “Sono nate nello stesso anno – scrive Giuseppe Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - e sempre nello stesso anno sono entrate in magistratura, ma ad accumunare le tre donne magistrato che dal 6 aprile giudicheranno Silvio Berlusconi in Tribunale c’è anche dell’altro. Qualcosa che, a dire il vero, non c’è: Giulia Turri, Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro non risultano appartenere ad alcuna corrente della magistratura. Giulia Turri è l’unica delle tre ad essere nata nel ‘62 a Milano. Donna dal forte temperamento è stata a lungo gip in Tribunale, incarico che ha lasciato a novembre perché aveva superato il limite di dieci anni continuativi. Dopo una brevissima permanenza in Corte d’Assise è stata trasferita in Tribunale. Come giudice delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare si è occupata di molte inchieste che, in un paio di occasioni, hanno anche sfiorato o interessato il mondo che ruota intorno a Silvio Berlusconi. Nel novembre 2008, ad esempio, il gup Giulia Turri rinviò a giudizio il deputato del Pdl Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Gdf e poi avvocato della Fininvest, accusato di riciclaggio di presunti fondi neri nell’acquisto di diritti tv. Berruti fu assolto in parte nel merito in Tribunale e in parte per prescrizione in appello. La Cassazione ha poi annullato la sentenza di secondo grado e ha disposto un nuovo appello su alcuni aspetti della vicenda, ma tutto andrà in prescrizione nel mese prossimo. Sulla questione dei fondi neri, il 28 febbraio riprenderà il processo a Berlusconi e al produttore Agrama. Il mondo delle veline e delle starlette, con nomi che tornano nel caso Ruby, dei vip presunti e veri, delle escort più o meno di alto bordo, che animano le notti della movida milanese condite dalla cocaina sono state l’oggetto di un’altra indagine finita sul tavolo della Turri, quella che ha interessato locali alla moda e che a luglio scorso portò 5 persone agli arresti domiciliari. Fu sempre Giulia Turri, nel 2007, - prosegue Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - a firmare l’ordinanza di custodia cautelare per il filone dell’inchiesta Vallettopoli arrivato da Potenza a Milano che ruotava intorno alla figura dell’agente fotografico Fabrizio Corona accusato di estorsioni tentate o riuscite a colpi di clic. Corona è stato condannato in appello a 17 mesi per soli due tentativi di estorsione. Anche se come le altre è entrata in magistratura nel 1991, il giudice Turri è la più anziana in ruolo e per questo presiederà il collegio che giudicherà il Presidente del consiglio dei ministri. Carmen D’Elia, pugliese di Fragagnano (Taranto), ha fatto parte del collegio del processo Sme, dal quale però fu stralciata la posizione di Berlusconi. Il primo grado si chiuse con la condanna, tra le altre, di Cesare Previti (5 anni) e Renato Squillante (8 anni). Nel 2006, però, queste condanne furono annullate in Cassazione e l’indagine, tornata a Perugia per competenza, fu chiusa per prescrizione. Con la messinese Orsola De Cristofaro, Carmen D’Elia ha composto la triade di magistrati (presidente Maria Luisa Balzarotti) che ha condannato il 29 ottobre dell’anno scorso in Tribunale a 14 anni di carcere Pier Paolo Brega Massone, il chirurgo della ‘Clinica degli orrori’ Santa Rita di Milano accusato con i colleghi Pietro Fabio Presicci (10 anni) e Marco Pansera (6 anni e 9 mesi) di 79 interventi inutili e dannosi per i pazienti fatti soli per frodare il sistema sanitario nazionale. Un processo complesso ed estenuante per il quale si è in attesa delle motivazioni della sentenza che i tre giudici stanno ancora scrivendo. Anche Orsola De Cristofaro è stata all’ufficio Gip, che ha lasciato nel 2005. Ne caso Ruby la presenza giudiziaria la femminile non si limita al collegio della quarta sezione penale. È donna uno dei tre pm, l’aggiunto Ilda Boccassini, pm ai processi Sme, Imi-Sir e Lodo Mondadori, ed è donna il gip Cristina Di Censo, - conclude Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - che ieri ha rinviato a giudizio Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile”. (red)

17. Dannato tra le donne

Roma - “Il destino di Berlusconi – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - è in mano alle donne: quelle giovani con la minigonna che dal banco dei testimoni saranno chiamate a raccontare cosa accadeva ad Arcore e quelle un po’ meno giovani e con la toga che dovranno giudicarlo. È ovvio che il Cavaliere preferirebbe avere a che fare solo con le prime, ma purtroppo per lui saranno le seconde a decidere della sua innocenza o colpevolezza e a naso direi che propenderanno per la decisione a lui meno favorevole. Anzi, senza voler mostrare pessimismo ma solo un po’ di realismo, aggiungerei che la sentenza è già scritta prima ancora che le udienze abbiano inizio e se non ci saranno colpi di scena, tipo uno stop al procedimento per conflitto d’attribuzione o qualche altro miracolo in tribunale, al presidente del Consiglio entro l’anno sarà affibbiata una pena per entrambi i reati contestati, senza alcuna attenuante. Intendiamoci, Silvio si difenderà da, leone, come già ha fatto in passato e userà tutte le armi a sua disposizione per evitare una condanna per induzione al meretricio di una minorenne: decine di testimoni, legittimi impedimenti e forse anche qualche leggina ritarda-sentenza. Ma nonostante il processo a ostacoli sono portato a credere che le toghe tireranno dritte per la loro strada, decise a farla finita una volta per tutte con Berlusconi. Dunque per il Cavaliere si annuncia dura. Dalla fine del mese comincerà una via, crucis giudiziaria che promette di accompagnarlo per tutto l’anno. Il 28 febbraio riprenderà il processo sui diritti televisivi di Mediaset. Il 5 marzo ci sarà l’udienza, preliminare di un procedimento che lo vede imputato per frode fiscale e concorso in appropriazione indebita. L’lI marzo ricominceranno le udienze del cosiddetto caso Mills. Mentre a metà aprile è attesa la sentenza civile sulla vicenda. Mondadori, per cui in primo grado la Fininvest è stata condannata a pagare 750 milioni all’editore di Repubblica. Una sventagliata di processi che rischia di far al Cavaliere più tempo in tribunale che a Palazzo Chigi. Si può governare in condizioni simili? Ci si può occupare di ridurre le imposte quando ogni giorno c’è chi lavora per ridurti in manette? Difficile anche per uno che si crede Superman come il Cavaliere, il quale, come ho scritto, ha perlomeno commesso alcune insensatezze, offrendo su un piatto d’argento l’arma con cui i magistrati si preparano a colpirlo. Ciò detto, di fronte a una raffica di quattro processi in due mesi più una sentenza, civile, non c’è insensatezza che tenga, né ci possono essere dubbi su quel che sta accadendo. Visto che neppure ingozzandosi di Viagra la sinistra riesce a tirar su i propri voti, le toghe hanno trovato il modo per tirar giù direttamente Berlusconi, impedendogli di fatto di governare, trascinandolo nel fango e anche un po’ nel ridicolo come sono ridicole le cose di letto quando finiscono nei faldoni delle procure. Nei prossimi mesi – prosegue Belpietro su LIBERO - passeremo il nostro tempo a leggere i resoconti delle udienze sulle serate di Arcore, con le belle ragazze a sfilare non in passerella ma sul banco dei testimoni e la Boccassini a chiedere loro ragione di soldi e mutande. Siamo in pratica alla resa dei conti, al passaggio più difficile della carriera politica di Berlusconi. In questo caso non c’è via di mezzo: o si vince o si perde. Ma se si perde, lo si fa male e per il centrodestra - quello vero, non quello finto cui vorrebbe dar vita Gianfranco Fini - sarebbe un tonfo da cui si rialzerebbe con difficoltà. In un frangente del genere non abbiamo consigli da regalare al Cavaliere, il quale dà il meglio di sé nei momenti peggiori. Confidiamo dunque sulla sua determinazione a non esser pensionato per raggiunti limiti di mignotte. Reagisca, non si arrenda e chiami a raccolta gli elettori per la battaglia definitiva – conclude Belpietro su LIBERO - tra chi vuole un paese normale e chi la Repubblica delle toghe. Magari con una bella manifestazione per il 6 aprile, giorno dell’inizio del processo Ruby. Una sola raccomandazione: almeno per un po’ lasci stare le gonne. Non è aria”. (red)

18. Fli, nervi tesi ma scissione ancora non c’è

Roma - “Il dopo-congresso di ‘Futuro e libertà’ – scrive Fabio Martini su LA STAMPA - si sta rivelando più movimentato del congresso stesso. I futuristi moderati - che si sono sentiti penalizzati dall’organigramma deciso domenica da Gianfranco Fini - ieri hanno battuto due colpi. In dissenso col presidente della Camera, si sono mossi tutti gli europarlamentari e tutti i senatori del Fli. I cinque parlamentari europei hanno diffuso un comunicato nel quale si chiede al capo di dosare meglio gli incarichi interni, che vengono ritenuti squilibrati non tanto per la ascesa di Italo Bocchino (che vice di Fini di fatto lo era già da molti mesi), ma nella penalizzazione di Adolfo Urso (retrocesso a portavoce) e nella parallela ascesa dell’ex radicale Benedetto Della Vedova alla guida dei deputati. E quanto ai dieci senatori - dopo una lunga e travagliata riunione, piena di umori polemici verso lo Stato maggiore del Fli - hanno prodotto due eventi spiazzanti. I senatori, da una parte, hanno rilegittimato il proprio presidente, Pasquale Viespoli che si era dimesso ed è stato rieletto. E poi lo stesso Viespoli - dopo aver spiegato ai giornalisti che ‘con il nuovo vicepresidente Italo Bocchino non ci sono problemi personali, ma dall’organigramma potrebbero emergere derive’ verso politiche diverse da quella di centrodestra - come prova del proprio forte dissenso, il presidente dei senatori ha detto che non parteciperà alle riunioni dell’Ufficio di presidenza del Fli. Il combinato disposto delle due decisioni si traduce nella nascita, di fatto, di una “Repubblica” a sé stante, collegata ma autonoma dal Fli. E Fini? Coerente con l’autosospensione dalla presidenza del Fli, non parla. Ma ha fatto diffondere una nota ufficiosa nella quale fa sapere di voler tirare dritto, perché la linea politica è inequivocabile, l’organigramma è coerente, i rilievi sono infondati. Al di là di quanto fatto trapelare con la nota, raccontano di un Fini molto risentito con la fronda interna. Il ragionamento del presidente della Camera è questo: proprio ora che Berlusconi sta cadendo, è autolesionistico dividersi in correnti e d’altra parte è falso in radice il punto d’attacco dei moderati perché non sonoin programma alleanze elettorali con la sinistra e dunque Urso e Viespoli bene farebbero a fidarsi del detto, anziché interpretare il non-detto. Se Fini non parla, lo stesso atteggiamento lo tengono i suoi. La consegna del silenzio appartiene ad una regola comunicativa: spegnere il fuoco ‘avversario’ nell’indifferenza. E d’altra parte – prosegue Martini su LA STAMPA - l’ostentata noncuranza di Fini e dei suoi nasce dalla scommessa di poter spegnere la fronda, basandosi su un calcolo: i moderati, per quanto stiano dimostrando una consistenza inattesa, dispongono di armi limitate. Una volta escluso il ‘ricongiungimento’ con gli ex An rimasti od emigrati verso Berlusconi, ai moderati di Urso e Viespoli non resta che organizzare un’area in difesa del lealismo di destra. Morale della storia, tra i due fronti si è creato un muro di incomunicabilità. Anche se per ora (a parte Adolfo Urso, in silenzio da tre giorni) a parlare sono soltanto i dissidenti. I cinque europarlamentari - Giovanni Collino, Cristiana Muscardini, Crescenzio Revellini, Potito Salatto e Salvatore Tatarella - hanno licenziato un documento nel quale si esprime ‘preoccupazione per la mancata unità del partito’ e alla fine chiedono di ‘ridisegnare un assetto unitario ed equilibrato del partito’. In una giornata nella quale gli uomini più vicini a Fini non hanno dato fuoco alle polveri, fedeli alla consegna del ‘silenzio-dissenso’, uno solo - Carmelo Briguglio - ha detto la sua su questioni più generali, in una interessante intervista ad ‘Un giorno da Pecora’. ‘Fini? Fuori ha l’abito istituzionale, ma è un superfalco mascherato’, ‘è più intransigente di Bocchino quando si trova davanti a questioni istituzionali’. Chiave di lettura interessante, quella di Briguglio perché ridimensiona una lettura semplicistica secondo la quale Fini sinora ha mediato tra i falchi (lo stesso Briguglio, Fabio Granata, Italo Bocchino) e le colombe (Pasquale Viespoli, Andrea Ronchi, Adolfo Urso), perché il più netto nel tracciare la rotta verso la rottura col berlusconismo - conclude Martini su LA STAMPA - è sempre stato il presidente della Camera”. (red)

19. Granata: “E’ emergenza democratica”

Roma - Intervista di Alessandro Trocino a Fabio Granata sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Fini ha dato una dimostrazione di grandissima apertura, siamo il primo partito della terza Repubblica. Non, come vorrebbe qualcuno con un ego smisurato, l’ultimo partito della prima’ . Fabio Granata non usa toni lievi mentre argomenta la validità delle scelte di Gianfranco Fini sull’organigramma di Futuro e libertà, scelte che hanno provocato diversi malumori tra i moderati del partito. Si contesta una mancanza di democrazia, scelte calate dall’alto e in una sola direzione. ‘È vero il contrario, siamo un partito di democrazia diretta. Tutta la classe dirigente sarà eletta dagli iscritti entro l’anno’ . Perché non farlo subito? ‘In un’assemblea costituente era impensabile andare per mozioni o per candidato. È normale in questa fase affidare la delega al leader, per un assetto che è provvisorio ma importante’ . Ma perché premiare solo voi ‘falchi’ e nominare Italo Bocchino vicepresidente del partito? ‘Futuro e libertà nasce sulla base straordinaria di Generazione Italia. Base che significa l’ 80 per cento degli iscritti. È un dato democratico: Bocchino è l’esponente più rappresentativo di Generazione Italia’ . Però si poteva trovare un equilibrio tra le diverse anime. ‘Fini ha seguito un’indicazione di progetto: si parte da un’identità di destra repubblicana e costituzionale ma questo non è il punto d’arrivo. Non è che sciolto il Movimento sociale, fondata e sciolta An, entrati e usciti dal Pdl, ora si possa pensare di rifondare il Msi’ . Non c’era bisogno di rifondare il Msi per accontentare anche i moderati. Ora qualcuno potrebbe decidere di fare le valigie. ‘La scelta di Fini era l’unico modo per non fare emergere mediazioni tardo dorotee. E poi era complesso accettare che il gruppo al Senato determinasse il capogruppo alla Camera. In questo partito tutti sono importanti ma nessuno indispensabile. Detto questo, è evidente che c’è stato uno spiacevole incidente di percorso che ha causato un neo alla nostra immagine. Ma l’auspicio è che tutti restino a dare un contributo importante’ . Qualcuno mette in dubbio la vostra collocazione nel centrodestra. ‘Attardarsi in queste analisi è datato e sterile. A meno che qualcuno non voglia assicurare la fine legislatura a un premier imputato di prostituzione minorile, di cui si parla dall’India alla Cina. Non possiamo non affrontare l’emergenza democratica. Sempre che Berlusconi non decida di farsi da parte. Parafrasando lo slogan di domenica: se non ora quando?’”. (red)

20. Moffa: Partitino passatista, in molti si stanno pentendo

Roma - Intervista di Alessandro Trocino a Silvano Moffa sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Futuro e libertà ormai è un partitino da vecchia Repubblica, poco futurista e molto passatista’ . Silvano Moffa, presidente della commissione Lavoro, è un ex deputato di Fli e oggi è l’animatore del gruppo dei Responsabili alla Camera, che appoggiano la maggioranza. Perché parla di partitino? È stato appena fondato e ha ribadito la sua scelta di contestare la maggioranza guidata da Silvio Berlusconi. ‘Mi sembra che Futuro e libertà abbia aumentato di molto il tasso di ambiguità. Basta vedere le reazioni dell’ala moderata del partito alle decisioni di Fini. Capisco la difficoltà di chi ci vive ancora e i malumori che serpeggiano. È chiaro che gli equilibri che sono venuti fuori dalla decisione di Fini non rispecchiano l’equilibro del congresso’ . Lei crede che qualcuno decida di fuoriuscire e di raggiungervi tra i Responsabili? ‘Questo non lo so, non ho informazioni dirette da nessuno di loro. Ma certo qualche ripercussione è possibile, perché Futuro e libertà si trova su una posizione che è molto diversa da quella che era nella ragione sociale che ha portato alla costituzione del gruppo’ . Eppure Fini ribadisce la collocazione nel centrodestra. ‘Bisogna vedere cosa si intende per centrodestra e per destra. Di destra c’è rimasto ben poco in Futuro e libertà. Quasi nulla da dire. Uno dei problemi intorno ai quali ci si sta interrogando, rispetto a chi ha una storia di un certo tipo alle spalle, è che non può rinunciare a una destra, sia pure di tipo moderno e non nostalgico’ . Lei pensa che Fini non sia più di destra? ‘La destra di Cameron non mi sembra che si rispecchi nelle posizioni di chi ha in mano ora il partito’ . Che direzione prenderà Futuro e libertà? ‘Mi sembra che si sia messa in una posizione minimalista, che cerca di alzare il suo tasso di condizionamento in una logica da vecchia Repubblica. Chi pensava a un Fli perimetrato nel centrodestra e non di opposizione, se lo trova terzopolista, se non addirittura pronto a un accordo con la sinistra’ . Non correte il rischio di fare un partitino anche voi Responsabili? ‘Noi siamo in una logica federalista. Cerchiamo di rafforzare un bipolarismo plurale con più soggetti. Vogliamo consolidare la coalizione di centrodestra e con un patto federale renderla più forte’”. (red)

21. Vendola: “Mia foto colpo di coda immoralisti di Arcore”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis a Nichi Vendola su LA REPUBBLICA: “La foto in sé lo ha quasi commosso. ‘Sono passati 32 anni. Quell’immagine è un’icona dell’innocenza adolescenziale’. Il metodo invece, lo scatto in bianco e nero del suo corpo senza vestiti in un campo nudisti sbattuto sulla prima pagina del Giornale di lunedì, lo inquieta. ‘C’è un elemento fondativo della narrazione berlusconiana nella scelta di mostrarmi nudo - spiega Nichi Vendola -. Una subliminale chiamata in correità per dire che siamo tutti colpevoli e quindi tutti da assolvere. E c’è una violazione della stessa privacy che il premier tanto invoca per l’inchiesta sulle feste di Arcore. Ma questa è la sua idea di libertà. La libertà del proprietario che considera la libertà altrui res nullius. Mentre la libertà dei moderni è quella dalla miseria e dall’ignoranza’. Davanti a questa offensiva Vendola conferma la strada di un’alleanza di tutte le opposizioni. ‘Dobbiamo cacciare una classe dirigente di amici e sodali di dittatori, mafiosi, ruffiani, una corte dei miracoli segnata dall’antropologia dei lelemora e dei fabrizicorona. Dobbiamo congedarci da un enclave di affaristi che ha calcato la scena pubblica confondendola con il Bagaglino’. E non dribbla la domanda sul nome del leader per la ‘coalizione democratica’: ‘Rosy Bindi’. Presidente Vendola, dobbiamo davvero temere i colpi di coda del berlusconismo? Ha paura di un escalation nei suoi confronti sui giornali della destra? ‘Sono molto gratificato nel subire lo stesso trattamento riservato a Boffo, Mesiano, Marcegaglia e Boccassini. Ciclicamente tocca anche a me. Lo stesso poligono di tiro della famiglia Berlusconi aveva pubblicato una mia foto al Gay Pride priva di qualunque significato con il titolo ‘Può quest’uomo fare lezioni di morale?’. Certo che posso, in particolare a molti politici del centrodestra che nascondono la propria identità. Io non ho mai consentito di mentire a me stesso. La verità è la bussola della mia esistenza’. Qual è l’obiettivo di questi attacchi personali? ‘L’equiparazione. Berlusconi non è pulito ma siamo tutti luridi, tutto è contaminato. Sono paradossali nei loro salti logici: fanno contemporaneamente delle mutande la loro bandiera e vogliono mettere i braghettoni seicenteschi alle domande più difficili: sulla sessualità, sull’affettività, sulla vita e la morte. Il loro cinismo è senza limiti. E la battuta omofoba o razzista o sessista esce dal recinto privato del maschilismo berlusconiano per solleticare l’Italietta del basso ventre’. Non c’è molto più di una mutazione semantica? ‘C’è un modello culturale che potremmo chiamare: vizi privati e pubbliche virtù. Un mix di moralismo e immoralismo. Il moralismo di chi si finge neoclericale per ragioni elettorali, di chi si intruppa al Family day, di chi si scaglia contro Beppino Englaro rendendo un tema drammatico un’arena per gladiatori, di chi non esita a mandare in galera i ragazzini con lo spinello. E l’immoralismo di chi si circonda di un’epopea in cui l’ebbrezza della cocaina, la compravendita del piacere, il divertimentificio industriale gioca a cavallo del peccato, e questo non ci interessa, ma spesso gioca a cavallo del reato’. Così scatta il siamo tutti luridi. ‘Scatta la macchina del fango che cerca di mettere sullo stesso piano la rivendicazione della propria libertà e dignità con l’intangibilità e il sottrarsi al controllo di legalità. Berlusconi pensa per sé alla sacralità del corpo tipica del sovrano medievale’. È possibile che la sua foto serva a parare il colpo di eventuali scatti di Berlusconi nudo nella villa di Arcore? ‘Quando ho visto la mia foto sul Giornale ho provato molta tenerezza. Ho pensato a quegli anni, a cosa è stato scoprire poco a poco la politica, il mondo e la mia corporeità. Mi dispiace per Sallusti: la foto virtuale di Berlusconi nel suo harem di escort, stelline vogliose di carriera, adolescenti in cerca di scorciatoie non può essere comparata alla foto di un corpo nudo che passeggia sulla spiaggia durante un campeggio naturista’. Si avverte un certo razzismo nel suo giudizio sulle ragazze di Arcore. ‘Non ho retropensieri. Ho pensieri espliciti sull’ambiente che le ha partorite e le ha allevate. Ho un brivido quando leggo le parole dei genitori nelle intercettazioni, ma non dimentico che Ruby e le altre sono un pezzo della generazione definita dai sociologi quella del ‘lavoro mai’. Il più grande crimine sociale del berlusconismo’. Tutto questo giustifica un’alleanza da Vendola a Fini? ‘Per ridare all’Italia l’ossigeno che il berlusconismo le ha tolto urge rimuovere le macerie della Seconda repubblica. Ma se è genuino questo allarme bisogna evitare le inopinate aperture di credito a quei leghisti che sono un elemento centrale del degrado civile del Paese. Facciamo allora un coalizione di emergenza democratica, reclutiamo le migliore competenze giuridiche e occupiamoci delle cose fondamentali: legge elettorale, una buona norma sul conflitto d’interessi e sul sistema informativo. Poi, ognuno per la sua strada’. Ha un nome per guidare questo governo? ‘Rosy Bindi. Una donna che rappresenta la reazione a uno dei punti più dolenti del regresso culturale, ricopre un ruolo istituzionale-chiave come quello di vicepresidente della Camera, ha il profilo giusto per guidare una rapida transizione verso la normalità’”. (red)

22. Tremonti: fare di più, meno vincoli al Sud

Roma - “Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, - scrive Ivo Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - ha annunciato a grandi linee un ‘piano economico nazionale’ per i l rilancio della competitività e della crescita, che l’Italia svilupperebbe agganciandosi alla politica economica comune in elaborazione in Europa. Tremonti, al termine dell’Ecofin dei ministri finanziari a Bruxelles, ha chiarito di voler puntare su un rigore nei conti pubblici più articolato e flessibile di quello proposto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo ‘Patto per la competitività’ (appoggiato dal presidente francese Nicholas Sarkozy). Per la crescita italiana intende concordare, con gli altri membri del governo e con le parti sociali, interventi di sviluppo diversificati tra il Nord, ‘area più ricca d’Europa’ , il Centro, ‘simile alla Francia’ e il Mezzogiorno, dove ‘20 milioni di abitanti stanno peggio del Portogallo’ . Il ministro indica ‘segnali di luce’ tra le molte incertezze dell’Europa e vede dello ‘scuro’ nel Nord Africa, dove ‘la speculazione, alzando il prezzo delle materie prime alimentari, ha prodotto effetti destabilizzanti’ , che affronterebbe varando una ‘de-tax’ con prelievo sull’Iva destinata al volontariato per finanziare gli aiuti sul posto. Tremonti si è opposto all’idea tedesca di imporre il taglio del debito pubblico eccedente il 60 per centodel Pil — a un ritmo di 1/20 annuo — ai Paesi come l’Italia (che sconta un problematico 118 per centodel Pil), perché ‘alla base della crisi non c’è l’indebitamento degli Stati, ma soprattutto la finanza privata’ . A Bruxelles ha messo sul tavolo i dati sull’esposizione nei Paesi a rischio (Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo) delle banche tedesche (13,4 per cento), francesi (13,1 per cento), britanniche (14,1 per cento) e olandesi (14,7 per cento) rispetto a quelle italiane (solo il 2,7 per cento). ‘Stiamo salvando l’Irlanda o le banche di altri Paesi?’ , ha affermato polemicamente il ministro. ‘L’Italia ha storicamente un grande debito pubblico — ha aggiunto Tremonti —, ma è la seconda manifattura d’Europa, ha una struttura bancaria solida, una buona base di risparmio e patrimoniale, una bilancia dei pagamenti equilibrata e una efficace riforma delle pensioni in corso’ . Il governo di Roma accetterebbe così ‘un compromesso’ a metà strada tra quell’ 1/20 di taglio annuo, richiesto dalla Merkel, e l’incidenza degli ‘altri fattori rilevanti’ , da definire meglio chiedendo alla Bce ‘un esame di quanto è accaduto negli ultimi 10 anni nella finanza privata’ . Per il fabbisogno- prosegue Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - il Tesoro ha rivisto le stime sull’avanzo del dicembre scorso da 9,1 a 8,7 miliardi di euro (i dati definitivi mostrano le entrate a 96.006 milioni e le spese a 87.127). L’Istat ha annunciato l’1,1 per centodi crescita nel 2010 in linea con le stime del governo. Tremonti ha ricordato che Francia e Gran Bretagna crescono poco di più, ma con deficit molto più alti. Ritiene comunque che per la crescita ‘bisogna fare di più’ soprattutto nel Mezzogiorno, dove auspica ‘deroghe nella normativa europea sugli appalti e gli aiuti di Stato’ sull’esempio delle molte concessioni ottenute a Bruxelles dalla Germania ‘con la scusa della crisi’ . Questo per varare ‘piani di infrastrutture e per la scuola’ , affidati a un coordinamento simile a quello della ‘vecchia Iri’ , sempre ispirato a una visione europea ‘economica e politica’ non influenzata dai ‘diktat franco-tedeschi’ , ma dallo ‘spirito costruttivo’ che ha portato alla nascita dei ‘quattro pilastri’ (Bce operativa nella difesa dell’euro, la nascita del fondo salva-Stati, il rigore nei bilanci e il Semestre europeo per coordinare le politiche economiche)”. (red)

23. Tremonti il sudista vuole scaldare la crescita economica

Roma - “‘Siamo contenti ma vogliamo e dobbiamo fare di più’. Così Giulio Tremonti ha commentato i dati di ieri sul pil: nel 2010, secondo l’Istat, il prodotto interno lordo è cresciuto dell’1,1 per cento. Ma che cosa intende il ministro dell’Economia per ‘fare di più’? Tremonti – scrive IL FOGLIO - punta sulla crescita in particolare del mezzogiorno per rafforzare un tasso di incremento del pil che al nord è quasi su livelli tedeschi e francesi ma al sud è su posizioni portoghesi. Per questo, secondo Tremonti, con un’economia settentrionale in larga parte allineata con le migliori tendenze europee, è nel mezzogiorno che ci sono margini per rinvigorire l’asfittica media nazionale. I tecnici del ministero dell’Economia, in collaborazione con quelli delle Politiche comunitarie, stanno coordinando l’aggiornamento del Pnr (Programma nazionale per le riforme) che il governo deve presentare a Bruxelles in aprile. Il capitolo sul sud e le politiche regionali sono in cima all’agenda tremontiana, anche sulla scorta di analisi dell’economista Marco Fortis che il titolare del Tesoro ha apprezzato. L’obiettivo di Tremonti è quello di scalfire le regole europee che scorgono gli aiuti di stato anche in provvedimenti che non prevedono sovvenzioni pubbliche distorsive. Chiederemo ‘deroghe alle norme sugli aiuti di stato a favore di progetti per il sud, come ad esempio nelle gare d’appalto’, ha detto il ministro dell’Economia. Si studia, secondo le indiscrezioni del Foglio, la possibilità di una riserva per le imprese italiane e del mezzogiorno. Sul tema Tremonti ha lanciato una stilettata verso Berlino: ‘Con la scusa della crisi, la Germania ha ottenuto dall’Ue enormi aiuti di stato. Non vogliono che questi aiuti e queste deroghe ci siano anche per il sud’. L’imperfetta consonanza con le impostazioni tedesche – prosegue IL FOGLIO - è attestata anche dal giudizio sul patto su crescita e competitività voluto da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy: va bene ma senza diktat. L’ottimismo europeista del ministro dell’Economia si estende anche sulle prossime decisioni dei Consigli Ue di marzo. A chi, come il commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ritiene indispensabile la fissazione di un ‘benchmark numerico’ per la riduzione del debito (con un ritmo di discesa nell’arco di tre anni di un ventesimo l’anno del debito che eccede il 60 per cento), Tremonti replica indirettamente di essere fiducioso che si tengano conto di altri fattori, come il basso indebitamento privato. L’auspicio dell’Italia, e della Spagna, è quello che le nuove regole valgano dal 2015 e non da quest’anno. Così si sventerebbero maximanovre correttive”. (red)

24. Marchionne: “Fiat non lascerà l’Italia”

Roma - “Si mette la giacca e la cravatta, - riporta Roberto Giovannini su LA STAMPA - l’ad di Fiat Sergio Marchionne, per l’audizione in Parlamento. Cambia l’abito, ma non cambia nella sostanza la linea del Lingotto già esposta dalle colonne dei giornali e nel corso dell’incontro con il governo di sabato. La Fiat scommette sull’Italia, ma il gruppo avrà più ‘teste’ nel mondo. Attenzione: la decisione sulla sede legale - Torino o Detroit - ‘non è stata ancora presa’. E dipenderà (uno) dalla capacità di accedere ai mercati finanziari per un business che richiede grandi investimenti e ingenti capitali, (due) se l’Italia si rivelerà o no ‘un ambiente favorevole allo sviluppo del settore manifatturiero e quindi del progetto “Fabbrica Italia”‘. Sulla disponibilità del Paese a supportare Fabbrica Italia Marchionne non si sbilancia. Alla politica dice di ‘non voler chiedere niente’, se non l’abbandono di una politica di inerzia che non porterà la crescita economica accelerata necessaria, da perseguire con ‘vigorose riforme strutturali’. Tuttavia, perché il piano di investimenti possa procedere, serve ‘la governabilità degli stabilimenti e il rispetto degli accordi’. Il piano ha subìto, dice Marchionne ‘critiche e accuse ingiuste e spesso offensive’, con ‘persino la denigrazione dei nostri prodotti e dubbi sulla strategia della Fiat’. Ma ‘non abbiamo mai chiesto condizioni di lavoro cinesi o giapponesi - dice - semplicemente di poter contare su condizioni minime di competitività’. E se Fabbrica Italia andrà avanti, oltre alla sede legale a Torino si potrà avere un incremento dell'utilizzo degli impianti (dal 40 per cento di oggi all’80 per cento) e un aumento degli stipendi ai livelli di Francia e Germania. Certo è che l’operazione Chrysler ha cambiato profondamente l’identità del gruppo. ‘Non è vero che solo Fiat ha salvato Chrysler, è vero anche il contrario’, spiega Marchionne, che chiarisce che ‘il futuro di Fiat e Chrysler è ora legato a doppio filo’. Va da sé che non c’è nulla di ‘strano’ che l'azienda abbia ‘sedi operative diverse ma perfettamente complementari’. Una di queste sarà quasi certamente Torino. Se tutto andrà come richiesto, sarà anche la sede legale del gruppo. Cose note, come anche la volontà di Fiat di non pesare sullo Stato o sul contribuente. Ma ieri, nel corso dell’audizione, Marchionne ha dato alcune notizie decisamente importanti. A partire dal dettaglio - finora mai diffuso - sull’articolazione dell’investimento da 20 miliardi in Italia di qui al 2014 previsto da ‘Fabbrica Italia’. Per la precisione, - prosegue Giovannini su LA STAMPA - 4 dei 20 miliardi saranno investiti nelle imprese che fanno parte di Fiat Industrial. Degli altri 16, il 65 per cento (10,4 miliardi) sarà destinato al settore dell’auto. Di questi 10,4 miliardi circa 4 saranno destinati alle attività di ricerca e sviluppo, e dunque un po’ più di 6 verranno spesi negli stabilimenti del gruppo (per ora sono già stati deliberati 1,8 miliardi di investimenti per Pomigliano e Mirafiori). 2,4 miliardi invece saranno utilizzati per i marchi di lusso, e 3,2 miliardi per i motori e le attività della componentistica. Altre novità riguardano la Nuova Panda, che verrà lanciata alla fine del 2011, e gli stabilimenti di Melfi e Cassino. Sembravano destinati a imitare il destino di Mirafiori; invece ieri Marchionne ha chiarito che ‘non c'è urgenza immediata di intervenire’, perché fanno prodotti ‘attuali e ben accolti dal mercato’. Sempre parlando di modelli, nel piano quinquennale Fiat presenterà tra autovetture e veicoli commerciali leggeri, 34 nuovi modelli nel giro di 5 anni, ai quali si aggiungono 17 aggiornamenti. Due terzi dei nuovi modelli verranno prodotti da Fiat, mentre 13 saranno costruiti da Chrysler. Il lancio di nuovi modelli ‘è stato riposizionato a partire dalla seconda metà del 2011’ e quest'anno Fiat presenterà 7 prodotti nuovi”. (red)

25. Pensioni d’invalidità, l’Inps ne revoca una su quattro

Roma - “Nel 2010 – riporta Enrico Marro sul CORRIERE DELLA SERA - l’Inps ha revocato il 23 per cento delle pensioni d’invalidità civile controllate, quasi una su quattro. Nel 2009 quelle cancellate erano state l’ 11 per cento. Il forte aumento, dice il presidente dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, Antonio Mastrapasqua, è dovuto all’ ‘affinamento del campione che andiamo a controllare: abbiamo fatto tesoro della prima campagna di verifiche, quella del 2009, e abbiamo concentrato le indagini nelle aree sensibili, le zone del Paese che già avevano evidenziato i maggiori tassi di revoche, che poi sono le stesse dalle quali di solito arriva il più alto numero di domande di pensione d’invalidità’ . Programma straordinario L’anno scorso il programma straordinario di verifiche prevedeva 100 mila controlli a campione: significa che le persone con una pensione d’invalidità e/o assegno di accompagnamento vengono chiamate dall’Inps per una visita di controllo. L’anno prima, nel 2009, il piano di accertamenti aveva riguardato ben 200 mila persone. Quest’anno toccherà 250 mila soggetti e altrettanti nel 2012. Alla fine, in 4 anni, l’Inps avrà controllato 800 mila pensionati d’invalidità, su un totale di quasi 2,9 milioni. Obiettivo: eliminare le prestazioni ingiustificate e fare ‘opera di deterrenza’ , cioè spaventare chi vuol fare il furbo. Mastrapasqua ci tiene a dire che lui non ha mai parlato di ‘falsi invalidi’ . Certo, ci sono anche quelli, e le cronache non mancano di occuparsi del cieco che viene scoperto alla guida dell’auto o del paralitico che fa la maratona. Ma le verifiche, aggiunge il presidente, servono innanzitutto per vedere se la persona alla quale a suo tempo è stato riconosciuto il beneficio abbia ancora i requisiti necessari (la commissione medica deve accertare un’invalidità di almeno il 74 per cento) poiché la patologia potrebbe essere stata curata e soprattutto perché le Asl, che in passato avevano pieni poteri di decisione, potrebbero essere state troppo generose nella concessione dell’assegno. Del resto, - prosegue Marro sul CORRIERE DELLA SERA - è noto che in certe zone le pensioni d’invalidità (260,27 euro al mese per tredici mensilità) e l’indennità di accompagnamento (487,39 euro al mese per dodici mensilità) svolgono una funzione di ammortizzatore sociale e di scambio clientelare: politico, quando va bene; intermediato dalla criminalità organizzata, quando va male. In base alle prime elaborazioni dell’Inps sulle verifiche 2010 (circa la metà delle pratiche non sono state chiuse) in testa alla classifica delle Regioni col più alto tasso di revoca delle prestazioni ci sono la Sardegna (53 per cento), l’Umbria (47 per cento), la Campania (43 per cento), la Sicilia (42 per cento) e la Calabria (35 per cento). A livello provinciale spiccano Sassari con ben il 76 per centodelle prestazioni controllate cancellate, Cagliari (64 per cento), Napoli (55 per cento), Perugia (53 per cento), Benevento (52 per cento). Per Milano i dati sono completi: su 2.532 verifiche si sono avute solo 85 revoche, pari al 3 per cento. A Roma solo un quarto delle pratiche è stato definito e le cancellazioni sono il 26 per cento. Adesso decide l’Inps Rispetto al passato la procedura per le pensioni d’invalidità è stata completamente cambiata. La legge prevede che sia totalmente svolta per via telematica e l’ultima parola spetta all’Inps, che prima invece era solo lo sportello pagatore, ma non entrava nel processo decisionale. Adesso le commissioni mediche delle Asl dovrebbero essere integrate da un medico dell’Inps. Ma questo, dice Mastrapasqua, avviene solo nella metà dei casi, perché le Asl non sono obbligate a questo. E quindi, per l’altra metà delle pratiche, è l’Inps che successivamente chiama la persona che ha presentato domanda, che così è costretta a subire due visite. ‘Mi dispiace— dice il presidente— ma non abbiamo scelta, perché alla fine siamo noi che dobbiamo decidere se dare o meno la pensione’ . Anche a causa di queste difficoltà di comunicazione tra Inps e Asl i tempi di liquidazione delle prestazioni d’invalidità civile sono molto lunghi. ‘Il nostro obiettivo— spiega Mastrapasqua— sono 120 giorni dal momento della domanda, ma nonostante i miglioramenti conseguiti nel 2010 la media è ancora di quasi un anno. In compenso abbiamo smaltito quasi del tutto l’arretrato che giaceva presso le Asl. Per il 2011, confermo che faremo di tutto per avvicinarci ai quattrPo mesi’ . Meno domande, ma la spesa sale Nel 2010 le domande di prestazioni sono scese del 17 per centorispetto al 2009: 1,8 milioni contro 2,2 milioni. ‘Probabilmente anche per l’effetto deterrenza del piano straordinario di verifiche’ , osserva il presidente dell’Inps, confortato anche da altri dati: in Campania le domande sono diminuite del 27 per cento, in Molise del 39 per cento, in Puglia del 35 per cento(tiene duro la Sicilia, invece, con appena un -1 per cento). Nessuno si fa illusioni. In una società che invecchia e dove la quota di non autosufficienti è destinata inesorabilmente a crescere, le prestazioni assistenziali non potranno diminuire. I pensionati di invalidità civile erano quasi 2,4 milioni nel 2006, sono quasi mezzo milione in più oggi. E la spesa corrispondente, nonostante la frenata dell’anno scorso, è passata da 13 a poco più di 16 miliardi (tre quarti dei quali vanno alle indennità di accompagnamento). L’importante però – continua Marro sul CORRIERE DELLA SERA - è che la spesa vada a chi effettivamente ne ha diritto. ‘Oggi— dice Mastrapasqua— un vero invalido si vergogna di dirlo perché teme immediatamente di essere additato come un falso invalido. Noi siamo impegnati a smontare questo diffuso sentimento di ostilità, per ridare la giusta attenzione a una categoria che la merita e che purtroppo deve far fronte a problemi gravi con poche centinaia di euro al mese’ . Il presidente dell’Inps auspica una maggiore collaborazione da parte delle Aziende sanitarie locali. Su 1,8 milioni di domande presentate nel 2010, ‘solo 900 mila sono state già esaminate dalle Asl e di queste appena il 20 per centoè stato trasmesso all’Inps per via telematica mentre il resto ci arriva ancora su carta’ . Non solo. Una pratica su due (il 49 per cento) di quelle trasmesse dalle Asl viene corretta dall’Inps che, fatti i suoi controlli, riduce la prestazione (per esempio dà la pensione d’invalidità ma non anche l’indennità di accompagnamento) o la toglie. Anche qui il dato regionale è significativo. La percentuale di correzioni è del 68 per centoper le domande che vengono dalla Puglia e, all’estremo opposto, del 29 per centoper l’Emilia Romagna. ‘Nessuno deve pensare che abbiamo la bacchetta magica — conclude Mastrapasqua —. Si tratta di cambiare un sistema consolidato per portarlo dall’opacità alla trasparenza. E ci vuole tempo’”. (red)

26. Emergenza sbarchi, Maroni: pronti settemila posti

Roma - “Che brutto segnale. E non solo per le ragioni che spiega il ministro Roberto Maroni, - scrive Guido Ruotolo su LA STAMPA - anche quelle certo (‘Speriamo che non sia il primo di una lunga serie...’). Ma perché l’altra notte si è combattuta una piccola battaglia navale a poche centinaia di metri dalla terraferma, a Capo Scalambri, Marina di Ragusa. Poteva scapparci il morto, tra i 63 egiziani sbarcati da un peschereccio. La cronaca degli eventi è affidata al comunicato stampa del Comando operativo aeronavale della Finanza: ‘I militari dell’equipaggio di uno dei guardacoste, a seguito dell’inosservanza di ripetute intimazioni di alt e in conseguenza di reiterati tentativi di speronamento, hanno fatto uso delle armi a scopo intimidatorio esplodendo colpi d’arma da fuoco, uno dei quali ha accidentalmente raggiunto un occupante dell’imbarcazione presente in plancia di comando, ferendolo al braccio destro’. Doveva esserci anche Silvio Berlusconi in Prefettura, a Catania, per la conferenza stampa del ‘fare’, del ‘ghe pensi mi’. In poche ore il governo ha trovato una struttura in grado di ospitare ‘7.000 rifugiati’ (dixit Maroni), fronteggiando così ‘l’emergenza umanitaria’ apertasi con la falla tunisina. In poche ore, da quando sarà formalizzata la decisione, i primi 150 spazi saranno arredati dalla Protezione civile ‘saccheggiando’ le strutture allestite per il G8 alla caserma Coppito dell’Aquila. E invece le note vicende milanesi, l’annuncio del processo immediato fissato per il 6 aprile hanno consigliato il silenzio stampa del premier e il suo rientro precipitoso a Roma. Senza Berlusconi la scena è stata tutta per il ministro dell’Interno. Se a Lampedusa le condizioni meteo hanno di fatto azzerato gli sbarchi da 48 ore (in tutto sono arrivati 5.337 tunisini), preoccupa Maroni l’indizio ragusano, il primo sbarco di egiziani. Naturalmente il ministro leghista ribadisce le preoccupazioni italiane, la richiesta di coinvolgimento dell’Europa, l’urgenza di un vertice di Capi di Stato e di governo Ue, annunciando l’imminente summit dei ministri dell’Interno dell’area del Mediterraneo (Spagna, Francia, Malta, Cipro, Grecia e Italia). E ancora: precisa che la richiesta di un contributo spese di 100 milioni di euro dalla Ue è riferito solo ai nostri costi sostenuti in tre mesi. Ma poi, il ministro Maroni rivela anche che in questi tumultuosi giorni di emergenza, abbiamo fatto quattro respingimenti in mare. Lo ammette con molta reticenza. L’altra sera, al Viminale, dopo il Comitato per l’ordine e la sicurezza, - prosegue Ruotolo su LA STAMPA - Maroni fornendo i numeri dell’emergenza, aveva detto di sfuggita: ‘344 persone sono state riprese in carica da motovedette tunisine’. Ieri, ha aggiunto che ‘in 4 casi le imbarcazioni sono state riconsegnate alle autorità tunisine, mentre 47 sono sfuggite ai controlli’. Mettendo insieme le due dichiarazioni, emerge chiaramente lo scenario dei respingimenti in mare, e cioè della collaborazione tunisina a riprendersi quattro imbarcazioni cariche di 344 passeggeri. L’obiettivo della missione catanese era quello del sopralluogo al complesso di villette, residence, palestre, campi sportivi, piscina ai margini della base di Sigonella, da utilizzare per l’emergenza di queste ore. Il ‘primo villaggio della solidarietà’, per dirla con Silvio Berlusconi, potrebbe diventare operativo tra un paio di giorni. Per il ministro Maroni in questa cittadella dovrebbero essere ospitati i richiedenti asilo che oggi sono divisi nei Centri di tutt’Italia. Intere famiglie, anche. Sradicate dai territori dove vivono da diverso tempo ormai. Comunque, assicura il ministro, - conclude Ruotolo su LA STAMPA - in queste ore i funzionari del Viminale stanno facendo un sondaggio tra i diretti interessati”. (red)

27. Grido a Teheran: “Impiccate i leader verdi”

Roma - “La colonna sonora è di Eminem: ‘Guess who’s back, back again?’, indovina chi è tornato, di nuovo qui? Gli attori – scrive Claudio Gallo su LA STAMPA - sono i giovani dell’Onda Verde che ieri sono scesi in piazza nelle principali città iraniane. Hanno sfidato i divieti del regime e allo stesso tempo smentito chi li dava per morti. Come previsto, la reazione del giorno dopo si sta appuntando sui leader della protesta, Mir Hussein Mousavi e Medhi Karroubi, da giorni agli arresti domiciliari. Ieri in parlamento, un folto drappello di deputati conservatori ne ha rumorosamente chiesto la condanna a morte. ‘Sono corrotti sulla terra, devono essere processati’, hanno gridato una cinquantina di barbuti, agitando i pugni di fronte allo scranno della presidenza del Majlis, da dove Ali Larijani aveva appena attribuito all’America la regia della protesta. ‘Corrotti sulla terra’ è la definizione appiccicata in passato ai dissidenti politici condannati a morte. Il procuratore generale Gholam-Hossein Mohseni-Ejei ha detto che la magistratura punirà ‘con mano ferma e rapida coloro che stanno dietro la rivolta’. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio per il Discernimento ed ex candidato alle presidenziali, ha chiesto ‘ai leader della sedizione di scusarsi’ oppure la rabbia popolare ricadrà su di loro. Brutto segno, Rezaei finora era stato spesso ambiguo e in passato aveva criticato la correttezza del voto nel 2009. Già nelle manifestazioni per l’anniversario della Rivoluzione islamica, venerdì scorso, tra i sostenitori del regime erano spuntati cartelli con un fotomontaggio dove Mousavi, Karroubi e anche l’ex presidente Khatami erano affiancati sul patibolo col cappio al collo. Il regime sostiene che il ragazzo morto ieri negli scontri di piazza è stato ucciso dai dimostranti. Sanee Zhaleh, studente dell’università di Teheran, sarebbe una vittima dei terroristi del ‘Mek’, i Mojaheddin del Popolo, un gruppo armato islamomarxista che vanta tra i suoi sponsor Saddam Hussein e la Cia. Propaganda? Dalla sede di Parigi i Mojaheddin smentiscono e sul web è spuntata una foto di Zaleh, insieme con altri nello studio del Grande Ayatollah Montazeri a Qom. Ex delfino di Khomeini, morto nel dicembre 2009, Montazeri è stato la figura che più ha incarnato la dissidenza interna: che ci faceva uno studente filo-governativo a casa sua? Non è chiaro quante persone siano state arrestate. Il comitato di ‘Human Right Reporter’ dice 1500, ma sono cifre inverificabili. Sul sito ‘InsideIran.org’ c’è un’intervista rivelatrice a un ragazzo che era in strada a Teheran. Sembra che il comportamento della polizia sia stato assai disuguale, con reparti molto violenti e altri più tolleranti. Ali, così si firma, dice una cosa interessante: ‘La gente sta aspettando un altro appello per protestare. Bisogna approfittare delle divisioni nel governo. Parlamento e governo non sono capaci di lavorare insieme. Siamo stufi di questa situazione in cui tutto è fermo. La vita è diventata più cara dopo i tagli di Ahmadinejad ai sussidi. Il biglietto del metrò a Teheran è quadruplicato. I poveri non ce la fanno più. Proprio la gente che ha votato il presidente sta voltando le spalle alla sua politica’. La descrizione di un desiderio o l’istantanea di una realtà all’egiziana? Vedremo nei prossimi mesi. Ieri Obama – prosegue Gallo su LA STAMPA - ha chiesto al regime di Teheran maggiore coerenza. Non ha senso - ha detto in sostanza - lodare i moti di Egitto e Tunisia e stroncare brutalmente quelli di casa propria. Il presidente ha esortato i giovani iraniani a continuare le proteste. Il discorso del Presidente, a differenza dell’intervento ‘garibaldino’ di Hillary Clinton il giorno prima, ha avuto l’accortezza di specificare che Washington non vuole interferire negli affari interni iraniani. Almeno sul piano formale, ha preso le distanze dalle accuse di ingerenza lanciate da Teheran. Dopo aver quasi perso l’equilibrio in Egitto, Obama si getta con la tavola da surf sull’onda di rivolta che attraversa il Medio Oriente. Coraggioso per la sinistra. Incosciente per la destra. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha commentato: ‘Noi che una rivoluzione l’abbiamo avuta, non ci sentiamo di incoraggiarla in altri paesi’”. (red)

28. Hillary: “Libertà digitale per tutti”

Roma - “La nuova frontiera delle libertà – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - è su Internet e l’America è determinata a difenderla ed espanderla sfidando i dittatori, per farne una ‘piazza digitale dove valgono gli stessi diritti universali di Times Square o Piazza Tahrir’: così il Segretario di Stato Hillary Clinton illustra il manifesto sulla Freedom of Internet parlando alla George Washington University sul nuovo ‘pilastro della politica estera degli Usa’. Un terzo dell’umanità ‘Su sei miliardi di abitanti del Pianeta due miliardi si connettono a Internet’ esordisce Hillary, per descrivere il Web come la ‘pubblica piazza del XXI secolo’ che ‘ci pone di fronte all’esigenza di definire principi e regole’ per arrivare a garantire ‘gli stessi diritti universali dell’individuo’ che ‘valgono su tutte le altre piazze’. ‘Le libertà di espressione, associazione, fede e petizione al governo devono essere garantite anche nel cyberspazio - spiega il Segretario di Stato - perché una Chiesa, una ong o un sindacato devono poter esercitare i propri diritti anche sul Web’. È la ‘libertà di connettersi’. I dittatori contro il Web Le declinazioni della ‘libertà di Internet’ sono innumerevoli: ‘In Russia i volontari usano il Web per combattere gli incendi, in Siria gli alunni vi ricorrono per denunciare gli abusi degli insegnanti e in Cina le famiglie lo usano per cercare i bambini scomparsi’. Ma i pericoli vengono da ‘chi lo adopera per limitare i diritti universali dell’individuo’ e la Clinton elenca in particolare cinque Stati: ‘Birmania, Cina, Cuba, Vietnam e Iran’. La repressione ha molti volti: l’Avana ‘ha creato un Intranet nazionale per impedire l’accesso a quello globale’ e Teheran ‘usa il Web per rubare l’identità a persone che poi perseguita solo perché colpevoli di ciò che pensano’. Gli Stati Uniti sono a favore di Internet ‘aperto a tutti’ ma affinché ciò avvenga riconoscono la necessità di ‘trovare le risposte a tre sfide’. ‘Noi non le abbiamo ma conosciamo le domande’, sottolinea Hillary, per chiedere alla comunità internazionale di dare inizio ad una riflessione sui ‘principi da adottare’. La prima sfida è trovare l’equilibrio fra ‘libertà e sicurezza’ al fine di ‘impedire a terroristi, hacker e pornografia infantile di minacciarci’. La seconda è bilanciare ‘trasparenza e riservatezza’ perché ‘la trasparenza è necessaria’ ma ‘la riservatezza consente alle aziende di tutelare i brevetti, ai giornalisti di proteggere le fonti e ai governi di svolgere missioni come lo smantellamento di arsenali nucleari al riparo dai terroristi’. L’ultima sfida è nel proteggere la ‘libertà d’espressione’ senza essere ‘tolleranti con chi la viola’ a cominciare da ‘chi usa il Web per negare l’Olocausto’ perché ‘proprio il Web ci ha consentito di far visitare il lager di Dachau ad alcuni imam che poi hanno condannato il negazionismo’. Per Hillary ‘Wikileaks non ha nulla a che vedere con la libertà digitale’ perché le migliaia di documenti segreti del Dipartimento di Stato che Julian Assange ha messo online ‘sono stati ottenuti con un furto simile a quelli fatti in passato adoperando le valigette’. Si tratta di un reato grave contro lo Stato ‘che ha messo a rischio la vita di numerosi attivisti dei diritti umani svelandone gli incontri con i nostri diplomatici’. L’atto di accusa contro Wikileaks – prosegue Molinari su LA STAMPA - sembra anticipare il testo della richiesta di estradizione di Assange. Messaggio a Pechino Ai Paesi che ostacolano Internet, Hillary manda a dire: ‘Avrete meno investimenti stranieri perché le aziende esitano a operare dove lo Stato spia le comunicazioni private’. L’intento è farsi ascoltare soprattutto da Pechino: ‘La Cina pensa di essere un’eccezione perché nonostante le limitazioni al Web gli investimenti arrivano ma si accorgerà presto dei costi a cui va incontro nel lungo termine’. I leader di Birmania, Iran, Cuba, e Cina si trovano ‘davanti al dilemma dei dittatori, far cadere il Muro o accettare i costi della sua conservazione’. Attivisti in Rete Per promuovere la libertà digitale gli Usa hanno investito 48 milioni di dollari in due anni. ‘Spendiamo per sviluppare tecniche di comunicazione che consentono agli attivisti della libertà digitale di sviare attacchi e controlli’ e dunque ‘ogni volta che uno Stato dispotico applica nuove contromisure noi rispondiamo con innovazioni’. L’obiettivo una ‘coalizione globale’ che nel lungo termine ‘garantirà sicurezza, libertà e prosperità’ al popolo del cyberspazio ‘che include filosofi cinesi, scienziati brasiliani e agricoltori kenyoti’”. (red)

29. “Generazione matura e democratica, ma la Cia l’ha vista?”

Roma - Intervista di Maurizio Molinari a Reuel Marc Gerecht su LA STAMPA: “In Medio Oriente è scattato il domino democratico ma l’Intelligence Usa è stata l’ultima ad accorgersene’. Parola di Reuel Marc Gerecht, ex titolare del dossier Iran alla Cia ora in forza alla Fondazione per la difesa della democrazia di Washington. Che opinione si è fatto di quanto sta avvenendo in Iran? ‘L’Onda Verde del 2009 è viva e vegeta. Chi a Teheran pensava di averla sconfitta si sbagliava, quando una rivolta coinvolge decine di migliaia di persone, forse di più, non è facile archiviarla senza affrontarne gli interrogativi. È però presto per dire se le ultime manifestazioni riusciranno a mobilitare le masse’. Perché l’Onda Verde è tornata a mostrarsi proprio adesso? ‘Hanno visto cadere Hosni Mubarak in Egitto e hanno pensato, non senza ragione, che sono stati loro a innescare quanto sta avvenendo in più nazioni del Medio Oriente’. Crede che sia in atto un domino democratico nella regione? ‘È in pieno svolgimento’. Qual è la sua dinamica? ‘È duplice. Anzitutto investe Paesi che hanno caratteristiche simili: carenza di libertà, repressione, problemi economici irrisolti e una nuova generazione che compone gran parte della popolazione. La miccia sono le informazioni, che corrono molto veloci, più di quanto avveniva anni fa’. Intende dire grazie a Internet? ‘Non solo. A portare in milioni di case quanto avvenuto in Tunisia ed Egitto sono state Al Jazeera e Al Arabiya, due tv con grande seguito. Il resto lo ha fatto Internet con Google, Facebook, Twitter, le email. E c’è anche un terzo fattore: gli sms. Sono uno strumento molto efficace per mobilitare. Neanche il regime può permettersi di bloccarli a lungo’. Come giudica la gestione da parte della Casa Bianca? ‘Barack Obama è un presidente con una doppia identità, realista e idealista. Il realismo lo fa somigliare a George H. W. Bush, il presidente che fu capo della Cia ed era disposto ad accettare qualsiasi compromesso pur di far avanzare la propria agenda. Per Bush padre i valori americani non contavano. L’altra identità di Obama promuove tali valori, punta a espanderli, crede nella libertà e nella democrazia come diritto universale. Durante la crisi egiziana Obama ha oscillato fra queste due anime creando un po’ di confusione. Ma se l’effetto domino continuerà potrebbe essere la seconda ad avere il sopravvento’. Lei viene dall’Intelligence, come si spiega che il capo della Cia Leon Panetta ha sbagliato su Mubarak? ‘L’Intelligence americana ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare sull’effetto domino in Medio Oriente’. A cosa si riferisce in particolare? ‘Non ha previsto la Tunisia, ha sbagliato l’analisi sul dopo e quindi ha fatto previsioni errate sull’Egitto. Niente da stupirsi dunque se non ha indovinato l’effetto domino’. Da dove nascono tali errori? ‘È una struttura elefantiaca, burocratica, dove osare significa andare incontro a conseguenze negative. L’intuizione non viene premiata e ciò restringe l’analisi, anche quando i fatti sono evidenti, come in Egitto. È troppo grande e poco agile’. Quale potrà essere la sorte dell’effetto domino? ‘Ha già cambiato il Medio Oriente. L’interrogativo è quanto grandi saranno tali cambiamenti. L’errore più grave dell’Intelligence americana è stato di non accorgersi della maturazione di idee democratiche nelle nuove generazioni. È un processo in atto da anni. Ma non ci hanno voluto credere, rimanendo aggrappati all’immagine di un mondo arabo-musulmano congelato dai dittatori’”. (red)

Iran. La grancassa dei diritti umani

L'austerità Made in Usa, come volevasi dimostrare