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Manifestare stanca. E il potere lo sa

Ormai è dimostrato: le adunate occasionali, per quanto oceaniche, non producono nessun cambiamento. L’unica alternativa è passare alla mobilitazione permanente. Come hanno fatto, per esempio, gli egiziani in rivolta contro Mubarak

 di Alessio Mannino 

A parole, in Italia sono tutti democratici. Ora, il luogo d’elezione della democrazia è la piazza. Scendere in piazza è il primo diritto di un cittadino. Anteriore anche al diritto di voto, che è in realtà la leva su cui poggia quel sistema di oligarchie economico-finanziarie e poteri abusivi che viene comunemente chiamato democrazia parlamentare. La piazza, la strada, costituiscono il naturale spazio fisico in cui si esprime la volontà popolare. È da lì che le rivoluzioni traggono la propria fonte di legittimazione, ed è lì che dovrebbe tornare a farsi sentire il suddito stufo di farsi mettere i piedi in testa da governanti che non rispettano neppure la stessa legge grazie alla quale si sono issati a governare. 

La legalità viene giustamente ma velleitariamente invocata per chiedere le dimissioni di Berlusconi, il capo del governo più inquisito nella storia delle liberal-democrazie. Bersani, segretario dell’esangue Pd, ritrova un filo di capacità politica e cerca di dividere la maggioranza di centrodestra tendendo la mano alla Lega, che mostra tutto il suo sotterraneo malumore attenendosi ad un eloquente mezzo silenzio. Il resto dell’opposizione continua stancamente ad aspettare che sia Silvio a fare un passo indietro, rivelando così di essere un’impotente spettatrice degli eventi. A manifestare il dissenso verso la deriva criminale del berlusconismo fuori dal palazzo e dal circuito dei giornali sono state le donne, col rito catartico ma consolatorio di domenica scorsa. E gli altri italiani, dove sono finiti?

Siccome ci ripetono in tutte le salse tutti i santi giorni che il pericolo numero uno è il regime berlusconiano, che il pornocrate di Arcore è il tiranno da abbattere, ci saremmo aspettati una reazione immediata all’indomani della notizia che il prossimo 6 aprile il premier dovrà finalmente presentarsi in un’aula di tribunale per le infamanti accuse legate al caso Ruby (senza contare le altre, gravissime, per i tre processi Mediaset, Mediatrade e Mills). Avremmo voluto vedere spontanee fiumane di popolo inondare di rabbia le strade e le piazze del paese, per mostrare ai potenti e al mondo quanto si sentano feriti nel proprio onore di cittadini nell’essere rappresentati da un signore che scappa come un vile di fronte al giudizio dei giudici. Al limite ci saremmo pure accontentati di assistere all’obbligata protesta davanti a Palazzo Chigi da parte dei partiti di minoranza. 

Invece niente. Nulla di nulla. Solo la solita ridda di dichiarazioni ai tg e interviste alla stampa di politici imbalsamati e autoreferenziali. Dal basso, lo sterile e auto-appagante tam tam d’indignazione sui blog e sui facebook. E sarebbe questo il sentimento democratico delle masse? Se avessi voluto gridare il mio rigetto di uomo libero, prima che di cittadino, ieri avrei dovuto piazzarmi da solo davanti a qualche palazzo del potere. In splendida ma triste solitudine. Ruby e la corte di favorite e lenoni di Arcore ha fatto smaltire i bollenti spiriti agli anti-berlusconiani d’ufficio. Ma l’urgenza di riappropriarsi dell’aria aperta, di evadere dal volontario carcere da topi d’appartamento, va al di là della volgare eversione dell’omuncolo Silvio. È la necessità vitale di riconquistare la voce, la sovranità, fisicamente e materialmente, in una situazione in cui le voci vengono udite solo quando s’intruppano in un coro previsto e registrato, organizzato secondo calcolo e convenienza di parte o incanalato in motivazioni innocue (come la rivendicazione di genere, roba che politicamente ha fatto il solletico al governo). 

Una piazza radunata con la sola, prorompente forza del senso di giustizia non trova una folla di cui riempirsi, invece. L’unico da cui abbiamo sentito parole in controtendenza è stato l’implacabile Piero Ricca (www.pieroricca.org). Queste sono quelle che ha usato per invitare a riunirsi a Milano questo sabato quanti non ce la fanno più a manifestare a comando: “Uscire dal web. Smettere di fare resistenza da tastiera. Occupare le piazze. Ma non una volta ogni tanto, per le manifestazioni pompate da giornali e tv. Autoconvocarsi per davvero, abbattendo le mediazioni. A oltranza. Da cittadini sovrani e incazzati. Questo è necessario fare in tutt'Italia, di fronte a quel che accade”. Sottoscriviamo in pieno.

Alessio Mannino

 

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