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Maximulta alla Chevron. Però...

Grazie a un Trattato bilaterale tra Usa ed Ecuador, la multinazionale potrebbe evitare la condanna. A conferma del fatto che prima dell’aspetto giudiziario viene quello politico 

di Pamela Chiodi

Lo pubblicizzano come un «verdetto storico». Ma non è detto che riesca a dispiegare i suoi effetti, nonostante l’enfasi e la soddisfazione con cui i media hanno dato la notizia della sentenza emessa contro la compagnia petrolifera americana. 

La decisione è arrivata lunedì scorso. Il giudice ecuadoregno Nicolàs Zambrano ha condannato la Chevron al pagamento di 8,6 miliardi di dollari per i danni ecologici, più un 10% per quelli provocati alle comunità vittime della multinazionale. Una cifra che può sembrare ingente, ma che è lontana dai 27 miliardi richiesti dai popoli indigeni stessi e dall’avvocato Pablo Fajardo che li rappresenta e che, dai primi anni Novanta, si occupa del caso. «È chiaro che si tratta di una somma insignificante rispetto al reale crimine commesso, un crimine ambientale sì, ma anche culturale e umano», dice l’idealista Fajardo. Che poi aggiunge: «siamo comunque di fronte a vero passo avanti verso il trionfo della giustizia». Ma rischia di illudersi. 

Per la Chevron, che ha fatto a sua volta causa sia agli indigeni sia ai loro avvocati accusandoli di estorsione, «la sentenza della corte ecuadoriana è illegittima e inapplicabile. È il prodotto di una frode e totalmente contraria a quello che dimostrano le prove scientifiche e legittime. Chevron ricorrerà in appello e spera che prevalga la giustizia. Sia le corti Usa che i tribunali internazionali hanno già preso le dovute misure per prevenire l'applicazione della sentenza emessa dalla corte ecuadoriana. Chevron è convinta che in qualsiasi Stato di diritto questa sentenza sia inapplicabile».

La posizione della multinazionale americana è abbastanza scontata e prevedibile. Ma l’aspetto più inquietante è che potrebbe avere addirittura ragione, sul piano strettamente giuridico. Tre giorni prima della sentenza, infatti, una sezione della Corte permanente di arbitraggio dell’Aja aveva proibito temporaneamente l’applicazione di ogni sanzione giudiziaria a carico della Chevron. Sì, proprio così. Il tutto, purtroppo, è possibile grazie al Trattato bilaterale tra gli Usa e l’Ecuador firmato nei primi anni ’90. Nell’accordo si stabilisce che la Texaco, compagnia petrolifera assorbita poi dalla Chevron, è libera da qualsiasi obbligo nel caso in cui fosse riuscita a riempire un terzo delle “piscine” costruite per contenere gli scarti dello sfruttamento petrolifero. Il punto controverso è proprio questo. Ed è strano che non sia stato sollevato dall’avvocato che per circa quarant’anni ha difeso i diritti della popolazione ecuadoriana. Alla compagnia, infatti, basterà dimostrare di aver riempito quelle piscine. Se poi le falde acquifere, il territorio e la salute della comunità indigena risultano contaminate, non è un problema della Chevron. Ma di chi allora? Non si sa. 

La multinazionale americana punta il dito contro un’altra compagnia petrolifera, la statale Petroecuador. Possiede quasi trecento pozzi nella zona di Sucumbìos, la stessa dove opera la multinazionale americana che accusa la sua antagonista di essere la responsabile principale del disastro ambientale. A parte il tipico “scaricabarile”, la Petroecuador potrebbe avere davvero delle responsabilità, visti i suoi precedenti e soprattutto il suo modo di operare. Nel 1996 ha firmato un contratto di partecipazione con il governo e la Compagnia Generale di Combustibili argentina per lo sfruttamento petrolifero di duecentomila ettari di terra nella zona dei Territori delle Nazioni Ancestrali dell’Amazzonia Ecuadoriana. Fin qui, sembra tutto normale. Ma non è così.

La concessione è stata data senza consultare i popoli indigeni. Anche se grave, non è questo il punto dolente. Il fatto è che è stato violato, con una disinvoltura assoluta, l’Accordo di Sarayaku attraverso il quale lo Stato proteggeva quel territorio dallo sfruttamento petrolifero. Il piano d’impatto ambientale è stato lo stesso approvato, ma la popolazione continua ad opporsi. Così come tuttora il governo continua a militarizzare la zona provocando un enorme impatto nell’ecosistema del territorio e nella vita comunitaria dei popoli indigeni. Così come tuttora lo Stato ecuadoriano continua a trasgredire una risoluzione della Commissione Interamericana dei Diritti Umani. 

Emessa nel 2004, aveva proibito l’attività di estrazione petrolifera e ordinato al governo di prendere delle misure di protezione per gli indigeni. Una di queste prevedeva il ritiro di quasi due tonnellate di esplosivo utilizzato per i pozzi. Ma le attività continuano come se niente fosse. Lo scorso 3 febbraio la Corte Interamericana ha aperto l’ennesima istruttoria per verificare l’adempimento delle misure emesse nel 2004. La situazione è sempre la stessa. Il governo non muove un dito e non riceve la benché minima condanna. Perché? Anche questo è un mistero. 

Ricapitolando, è probabile che la Chevron sia responsabile di diversi danni ambientali. E probabilmente non sarà nemmeno costretta a pagare la multa visto che un giudice statunitense ha deciso di sospendere provvisoriamente l’applicazione della sentenza in attesa che sia verificata meglio. E intanto l’inquinamento continua. 

Pamela Chiodi

Secondo i quotidiani del 17/02/2011

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