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Secondo i quotidiani del 17/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il premier: governo fino al 2013”. Editoriale di Giuseppe De Rita: “Prigionieri del degrado”. Di spalla: “Mi arrendo, il bipolarismo in Italia non funziona”. Al centro foto-notizia: “La rivolta ora sfida Gheddafi” e “Tasse locali, corsa dei rincari. Sui rifiuti in cinque anni le tasse sono salite del 29 per cento”. In taglio basso: “I clandestini occupano la villa di Baglioni” e “La banda dei vigili che annullava le multe”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Il gip: le prove contro il premier”. Editoriale di Piero Colaprico e Giuseppe D’Avanzo: “ ‘Il Cavaliere mi disse: sei minorenne ti procuro i documenti’ ”. Di spalla foto-notizia: “Venti di rivolta anche in Liba: ‘Via Gheddafi’ ” e “Il gioco del domino arabo”. Al centro: “Milleproroghe, arrivano altre tasse”. In taglio basso: “La par condicio di Luca&Paolo, satira su Saviano e Santoro” e “Risolto il rebus del meteo, piove tre volte di più”. 

LA STAMPA – In apertura: “Berlusconi: io vado avanti” e in taglio alto: “ ‘Difendo Assange, è in gioco la libertà’ ” e “La satira al Festival fa volare RaiUno”. In un box: “Renzi: Bersani sbaglia. Basta inseguire Bossi”. Editoriale di Luigi La Spina: “Le elezioni sono il male minore”. Di spalla: “Il paese dove tutti pagano il canone Rai”. Al centro foto-notizia: “Caccia alle balene, il Giappone dice stop” e “Falsi invalidi, ogni anno dieci miliardi”. A fondo pagina: “La giustizia deficiente”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Debiti pmi, via alla moratoria” e in taglio alto: “ ‘Vado avanti tranquillo’. Bossi: ma servono i numeri”. Editoriale di Gianni Riotta: “Draghi o l’Uomo senza qualità?”. Al centro la foto-notizia: “Energia. Eni fa utili record e porta Gazprom in Libia” e “Rilancio di Calderoli: andrà ai sindaci l’Iva sui consumi”. Di spalla: “Come si può tradurre ‘Pil’ dal tedesco all’italiano”. In taglio basso: “Quando le nostre aziende riuscivano a salvare i faraoni”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: avanti fino al 2013” e in un box: “Futuro e Libertà si spacca e perde il gruppo al Senato”. Editoriale: “Riforme e crescita, l’obbligo di osare”. Al centro foto-notizia: “Roma, sconfitta shock con lo Shaktar: difesa a pezzi, l’Europa si allontana” e “Milleproroghe, sì del Senato: da luglio tassa di un euro sul biglietto del cinema”. In taglio basso: “Scuola, il ritorno degli ispettori” e “Addio alla malafemmina di Totò”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Proiettile Br al Giornale”. Editoriale di Nicola Porro. “Il premier va avanti e Tremonti ci mette la faccia”. Al centro la foto-notizia “A Fini resta solo una Camera” e “Il 17 marzo è festa o no? Per favore diteci che fare”. A fondo pagina: “Ma si sarebbe fatta l’unità d’Italia con le intercettazioni”. 

LIBERO – In apertura: “Vendola vuole la Bindi”. Editoriale di Giampaolo Pansa: “Guerra nauseante. Quasi quasi voto Berlusconi”. Al centro: “Fini è già alle comiche finali: il Fli al Senato non esiste più” e in un box: “E Silvio diventa il coniglio mannaro”. Di spalla l’intervento di Renato Brunetta: “Aggrappati ai pm gli sciacalli dell’opposizione” e “Il motto delle élite: ‘Franza o Spagna purché se magna’ ”. A fondo pagina: “Sanremo boom, vince il varietà” e “Cara destra, piano con la censura”. 

IL TEMPO – In apertura: “Il governo Tremontoni”. 

IL FOGLIO – In taglio alto: “Tremonti e Cav. in forma, forti dubbi che il suo ciclo debba finire con una esecuzione”. In apertura a sinistra: “Crescere, riformare e combattere. Il piano del Cav. è in tre mosse”. In apertura a destra: “Al Qaida è defilata, ma ha il modo di dirottare la transizione in Egitto”. Al centro “La saga Rcs fra Diego e Cesare”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Silvio Tax”. A fondo pagina: “Satira a Sanremo. La Rai: par condicio. Ma arriva Benigni”. (red)

2. Il premier in trincea conta sui conflitti degli avversari

Roma - “La sensazione – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è che dopo essere sceso in trincea, Silvio Berlusconi pensi perfino di poterla rendere meno inospitale. Merito delle doti di incassatore senza remore né imbarazzi; e demerito di avversari che di fronte alle sue difficoltà si mostrano senza volerlo almeno altrettanto deboli. Le convulsioni di Futuro e libertà, il partito di Gianfranco Fini che doveva sgretolare il centrodestra e invece al Senato si sta liquefacendo, sono emblematiche. Ma lo è, in parte, anche il toto-candidato un po’ estemporaneo scattato nel centrosinistra in vista di un voto anticipato altamente in bilico. È la conferma di alleanze ancora in embrione; e di un rischio di logoramento simmetrico a quello berlusconiano. Anche per questo la Lega continua a sostenere il presidente del Consiglio. Ma bisognerà vedere come reagirà quando si apriranno i processi per concussione e prostituzione minorile. Per ora, di fatto il Carroccio ha lasciato cadere le offerte del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, sulla riforma federalista. Il capogruppo leghista alla Camera, Marco Reguzzoni, è sulla lunghezza d’onda del governo; e tende ad escludere che ci saranno elezioni anticipate. ‘Se il governo ha i numeri si va avanti. Altrimenti, cade da solo’ , spiega un Umberto Bossi lapalissiano e vagamente rassegnato. Sa che per ora Berlusconi non getterà la spugna; e che andare alle urne sarebbe il male minore ma anche un azzardo. L’unica cosa chiara è che di qui al processo del 6 aprile a Milano, l’Italia passerà sotto le forche caudine del discredito internazionale; e in caso di condanna di Berlusconi la situazione diventerebbe insostenibile. La Lega non può defilarsi mentre la manovra del premier sta dando frutti: precari, opachi, ma decisivi per rimanere a palazzo Chigi. Quando ieri, nella conferenza stampa accanto al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il capo del governo ha detto che presto conterà su 325 voti a Montecitorio, probabilmente non esagerava. Il presidente della Camera – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - guida un partitino parlamentare già diviso sull’atteggiamento da tenere verso il centrodestra. Si dà per probabile che alcuni scontenti del Fli vengano risucchiati nelle file della maggioranza: un’area che testimonia come un’operazione nata sull’onda dell’antiberlusconismo sia avviata adesso su un binario morto. La prudenza di Pier Ferdinando Casini, leader del Polo della nazione del quale fanno parte sia Fini che l’Api di Francesco Rutelli, sottolinea i magri risultati del recente congresso del Fli a Milano. Le difficoltà della destra rendono ancora più vistoso il primato di Casini. Ma rischiano di mettere in crisi il progetto di un’alleanza che si incunea e cresce fra l’asse Pdl-Lega e le sinistre. Già si malignava sul carattere transitorio di un ‘Terzo polo’ nato per reagire alla sconfitta parlamentare del 14 dicembre. Casini vuole evitare che le malignità si avverino. Per questo, non si può escludere del tutto una manovra di sganciamento reciproco. Il premier sostiene che le elezioni si allontanano per alimentare e sfruttare i contrasti altrui. Dire, come ha fatto ieri, che il suo governo arriverà al 2013, alla fine della legislatura, è un modo per respingere richieste di dimissioni sempre più pressanti da parte dell’opposizione. Vuole ostentare una sicurezza – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - che probabilmente non è così granitica; e che presto sarà messa a dura prova da uno scontro che potrebbe portare ad un voto anticipato per disperazione”. (red)

3. Il premier sfida i pm: “Per me solo il terzo grado”

Roma - “‘Sono 14 anni che vivo sotto processo: uno in più uno in meno, non cambia nulla. Quando arriveranno al terzo grado li prenderò in considerazione’. Silvio Berlusconi – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - ha lasciato di stucco chi gli chiedeva la ragione di tanto esibito distacco rispetto alla richiesta di rinvio a giudizio per il Rubygate. Un’indifferenza ieri ostentata - ‘non sono per niente preoccupato’ - in una surreale conferenza stampa a palazzo Chigi, convocata per una rassegna antologica di quanto fatto dal governo negli ultimi 24 mesi. Oltretutto gli avvocati gli hanno spiegato che la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici gli verrebbe appioppata solo al termine del terzo grado di giudizio, consentendogli fino ad allora di restare al governo. Il fatto è che il Cavaliere, dopo la cena a palazzo Grazioli con lo stato maggiore leghista, è sicuro di aver convinto Bossi a non sfilarsi. E questo sebbene tra i colonnelli leghisti circoli l’ipotesi di un governo a guida diversa - Maroni o Tremonti - per rispondere alla crescente insofferenza della base. Nelle conversazioni con alcuni ambasciatori del Pdl i leghisti hanno inoltre fatto balenare la promessa di un intervento di Bossi su Napolitano per assicurare un salvacondotto giudiziario al premier, nel caso questi decida di dimettersi. A Bossi che gli chiedeva garanzie sui numeri nelle commissioni, Berlusconi ha dunque mostrato l’elenco di otto deputati che, a suo avviso, sarebbero in procinto di trasmigrare nella maggioranza da ogni latitudine. Per il momento il Senatùr ha fatto finta di crederci, lasciando all’alleato qualche altro giorno per consolidarsi a Montecitorio. Con i tempi che corrono, per il premier si tratta già di un successo e i suoi uomini attribuiscono a questo sostegno leghista anche la presunta virata del ministro dell’Economia: ‘Tremonti ha smesso di fare lo gnorri, adesso si è riallineato al presidente. La partecipazione di Tremonti alla conferenza stampa di ieri – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - è il primo effetto della visita di Bossi a palazzo Grazioli, mentre l’altra volta il ministro era scappato via dopo 5 minuti, dicendo che doveva prendere un treno’. La verità è che Tremonti avrebbe preferito condurre la conferenza stampa da solo, insieme a Emma Marcegaglia, presso la sede del suo ministero. Questo era il programma. L’insistenza del premier lo ha costretto a scendere a patti, ma bastava osservarlo in faccia per capire quanto gli pesasse quel cambiamento. In ogni caso, Berlusconi è convinto di aver ancora delle carte da spararsi: ‘Il clima - osserva - sarà pure come nel ‘94, ma stavolta noi andiamo avanti. Perché Bossi non si sfilerà’. Con questi propositi la prossima settimana Berlusconi ha promesso ai ‘Responsabili’ che darà vita a questo benedetto rimpasto di governo, finora rimandato perché ‘per ognuno che accontento ce ne sono altri tre che mi faccio nemici’. Così Saverio Romano, leader del Pid, andrà al ministero dell’Agricoltura, al posto di Galan. E ci sarà spazio per altre donne come sottosegretari. Possibile anche la promozione di Tremonti a vicepremier, per legarlo ancora di più alle sorti del governo. Ma il vero fronte che sta per aprirsi, quello che impensierisce di più Gianni Letta, è il Vaticano. I sondaggi indicano che la fiducia dei cattolici praticanti nei confronti del premier sta precipitando. E i segnali che vengono dalle gerarchie sono univoci: il Cavaliere dovrebbe farsi da parte per consentire a un cattolico del Pdl di portare avanti la legislatura. Sono giorni che l’Avvenire, il quotidiano della Cei, censura il comportamento del premier, ma a far tremare palazzo Chigi è stato quel giudizio pronunciato dal segretario del Papa, monsignor Georg Gaenswein, con il consiglio all’Italia a fare ‘un po’ di pulizia interna’. Raccontano che il pressing della Cei si stia facendo insistente su quell’ala di cattolici Pdl che hanno accesso diretto al premier: lo stesso Letta ovviamente, ma anche Maurizio Sacconi, Angelino Alfano, Lupi, Mauro, Gelmini. A tutti viene ripetuta la stessa frase: ‘Ma non riuscite a convincerlo a fare un passo indietro?’. Nei piani della Chiesa cattolica un avvicendamento in corsa alla guida del governo avrebbe anche l’effetto di facilitare una ripresa di rapporti con Casini, sottraendolo all’abbraccio con il ‘laicista’ Fini e riportandolo nell’alveo della maggioranza. Il futuro del governo e di Silvio Berlusconi – conclude Bei su LA REPUBBLICA - sarà dunque il convitato di pietra domani sera all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, durante il ricevimento per l’82esimo anniversario dell’istituzione dello Stato della Città del Vaticano con i Patti Lateranensi. Smentite le voci di una possibile defezione ‘diplomatica’ del Cavaliere, i cardinali Bertone e Bagnasco si troveranno (per la prima volta dallo scoppio del Rubygate) faccia a faccia con ‘l’imputato’. Ma il premier è deciso a prenderli in contropiede, portandosi appresso Angelino Alfano per annunciare a tavola l’investitura ufficiale dell’erede. Per le prossime elezioni s’intende, perché almeno un altro anno Berlusconi intende restare in sella”. (red)

4. Crescere, riformare, combattere. Il piano del Cav.

Roma - “Recuperato ieri Giulio Tremonti, osservato lo sgretolarsi del gruppo di Fini al Senato, e confermato l’asse con Umberto Bossi, - scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO - adesso Silvio Berlusconi intende fare una mossa tripla per rompere l’assedio congiunto dei magistrati di Milano, dei giornaloni e delle opposizioni. Tre carte da giocare insieme: crescita, giustizia, federalismo. Lunedì arriverà a Montecitorio il dispositivo che – come anticipato ieri dal Foglio – facendo perno sull’articolo 96 della Costituzione, porterà a votare ‘l’improcedibilità’ nei confronti del Cav. sul caso Ruby. Un voto che il Pdl si prepara a puntellare con una manifestazione di piazza i cui preparativi procedono con misterioso riserbo perché per il momento l’ipotesi è un deterrente. ‘Serve – dicono – a dimostrare ciò che per noi è ovvio: non tutti pensano che l’unica soluzione possibile sia quella giudiziaria’. Dunque si deve tornare alla politica, che è innanzitutto economia. Così oggi il recuperato Tremonti (ieri, sorridente, in conferenza stampa con il Cavaliere ha pronunciato per la prima volta la parola ‘crescita’) riunirà i ministri di spesa. Sacconi, Gelmini, Fitto, Romani, Brunetta e Calderoli presenteranno una lista di richieste. Il superministro farà una sintesi e varerà la versione europea del piano italiano per la crescita, che sarà presentato ad aprile a Bruxelles. In fine, il federalismo. La riforma dovrà essere completata entro la fine di marzo. E’ questo l’accordo che lo stato maggiore leghista, in difficoltà ma leale, ha siglato con il premier martedì notte a Palazzo Grazioli. ‘E’ anche la mia riforma’, ha garantito Berlusconi. Tutti messaggi di ottimismo, scevri dai toni aspri che spiacciono al Quirinale (ma ‘non remissivi’ nei confronti degli avversari), che il Cav. ha condensato in un video registrato ieri e non ancora reso pubblico. Nonostante lo spirito di rilancio sia ora condiviso dal governo e dalla maggioranza in tutte le sue declinazioni, le preoccupazioni restano. Non ci sono soltanto i processi. Berlusconi – prosegue Merlo su IL FOGLIO - sa che una volta concluso l’iter del federalismo municipale, dopo marzo, dovrà trovare il modo di recuperare il valore e il senso della storica alleanza con la Lega. Altrimenti, è il dubbio del suo entourage, una volta incassata la riforma, Bossi potrebbe tornare a invocare le urne; e stavolta risulterebbe difficile non assecondarlo. Non è infatti escluso che, in prospettiva, questa opzione sia condivisa anche dal Cav. La Lega, per adesso, si muove secondo questa filosofia: ‘Prima il federalismo, poi si apre un’altra fase e si vedrà’. Ma quelle a venire si profilano come le settimane della compattezza. Lo ha rivelato ieri un Giulio Tremonti ritrovato alla causa del governo, del presidente del Consiglio e delle politiche di sviluppo. Quali le ragioni della mezza marcia indietro tremontiana? ‘Il paese è fermo e qualcosa va fatta. E’ stato un atto dovuto. I giornali hanno descritto Tremonti come fosse Gianfranco Fini. I sospetti andavano estirpati. E poi non si può stare fermi, aspettando che ci facciano tutti fuori per via giudiziaria. Quello di Berlusconi è anche il governo di Tremonti’, dice al Foglio uno degli uomini più vicini al ministro. Due destini collegati. Politica dunque, legittime ambizioni proiettate su un futuro che non può poggiare su sangue e macerie. E d’altra parte tra il premier e il suo ministro dell’Economia è stato siglato un onorevole compromesso: Tremonti metterà qualche soldo e si orienterà alle politiche di crescita, mentre il Cavaliere cercherà di non invadere troppo il campo di azione sul quale il ministro è campione riconosciuto. ‘Con Berlusconi abbiamo fatto: tesi, antitesi e sintesi’, pare abbia commentato Tremonti riferendosi anche alle tensioni delle settimane scorse sulla prima versione del Piano crescita. Ma riprendere i fili dell’azione di governo, completare il federalismo e respingere la soluzione giudiziaria, dal punto di vista del Cavaliere rappresentano una complessa operazione che passa dal recupero di singoli deputati. Denis Verdini è certo che quota 320 sia raggiunta. Berlusconi, con il consueto ottimismo, punta a 325. Stavolta, però, i calcoli poggiano su più di qualche riscontro oggettivo. Il neonato partito di Fini ha perso il gruppo del Senato per la defezione di Giuseppe Menardi. E i riflessi della contrapposizione interna a Fli, tra chi guarda al centrosinistra e chi teme l’abbraccio di D’Alema, - conclude Merlo su IL FOGLIO - si riverberano anche alla Camera con esiti probabilmente favorevoli all’allargamento della maggioranza”. (red)

5. Il premier va avanti e Tremonti ci mette la faccia

Roma - “Un grande imprenditore del settore chimico, Giorgio Squinzi, - scrive Nicola Porro su IL GIORNALE - pochi giorni fa ha spiegato sul Giornale perché alcune imprese hanno preferito costruire nuovi stabilimenti nel Canton Ticino piuttosto che in Italia. Per un’autorizzazione la verde Svizzera impiega trenta giorni, contro i tre anni italiani. In Puglia per costruire una serra fotovoltaica (sì, certo il costo lo pagheranno gli italiani con le bollette) le nuove stringenti normative regionali si sono inventate tanti di quei vincoli che conviene lasciar perdere. In una piccola bottega commerciale per mettere una telecamera di sicurezza, per il solo rischio di violare la privacy dei clienti, si devono passare i dolori burocratici dell’inferno. Il piano casa, che avrebbe rivitalizzato il comparto edile, è stato boicottato financo dalle regioni a guida berlusconiana. Stiamo affogando nelle lentezze della nostra burocrazia: e la devoluzione di poteri dal centro alla periferia ha perfino peggiorato le cose. Insomma mentre l’Italia della politica litiga, l’Italia che deve campare più seriamente litiga con lo Stato. Ha ragione la nostra Ida Magli quando consiglia al premier di lasciar perdere il ruolo di imputato: si faccia difendere dai suoi avvocati. E ritorni velocemente a governare. Per questo ha fatto bene, benissimo, il premier a presentarsi ieri in conferenza stampa con Giulio Tremonti per illustrare alcune piccole regole di politica economica introdotte con quello zibaldone legislativo che risponde al nome (più burocratico di così si muore) di decreto Milleproroghe. Il ministro Tremonti ci ha messo la faccia; Berlusconi non l’ha persa parlando di giudici. E entrambi hanno raccontato ciò che solo interessa al paese: la crescita. Proprio oggi il ministro dell’Economia incontrerà i suoi colleghi europei per mettere a punto un piano di rilancio. Nel 2008 – prosegue Porro su IL GIORNALE - il tema è stato quello della resistenza: come mettere in sicurezza i conti. Dopo due anni è innegabile che il processo ha dato i suoi risultati contabili. Oggi però al centro dell’agenda della politica economica del governo non c’è più la resistenza, ma la rivoluzione. E Tremonti ieri ha ben fatto capire che non si tirerà indietro. Certo, mentre dall’altra parte dell’oceano Obama è costretto a tagliare l’inverosimile per rientrare dei deficit da lui stesso generati negli ultimi due anni, è difficile pensare che dalle nostre parti si possa fare crescita aumentando la spesa pubblica. Ci ostiniamo a chiedere a questo governo un grande gesto di impopolarità nel breve, ma di successo nel lungo periodo. Ha ancora tempo per farlo: tagli la spesa e riduca di conseguenza le imposte. E nel frattempo pompi aria fresca nella nostra economia assistita. Retroceda dalle assurde rivendicazioni corporative che troppo spessolo influenzano (tariffe minime, tanto per dire). Si connoti per un governo scandalosamente liberale e pro market. È pur sempre meglio che essere ricordato come un esecutivo pro girls”. (red)

6. Tremonti e Cav. in forma

Roma - “Ieri Tremonti e il Cav. – scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - sembravano una coppia celebre dello show business, alla conferenza stampa sulla crescita di Palazzo Chigi si scambiavano i ruoli davanti a una platea in cui eccelleva qualche cronista testone (‘Lei non è compos sui’, gli ha elegantemente obiettato Berlusconi). Al Senato il governo incassava un ennesimo voto di maggioranza sul decreto mille proroghe, mentre si decomponeva politicamente un segmento importante della nuova formazione finiana. La fame di scandalismo e ingiustizia è rimasta insoddisfatta per una buona giornata. Ma la vera notizia è che Sergio Romano e Marcello Sorgi, due voci diverse e autorevoli dell’establishment editoriale, e un formidabile Michele Serra disteso sulla sua ‘amaca’ di Repubblica, hanno detto tutti e tre, con motivazioni, analisi e parole diverse, la stessa cosa: è una sconfitta per tutti, comunque la si giudichi, l’ipotesi che il ciclo della Seconda repubblica finisca davanti a un plotone d’esecuzione giudiziario. Di fronte a questa conclusione politica sul destino di una democrazia, la sobria soddisfazione di noi foglianti è liberamente paragonabile alla narcisistica e sprezzante sicurezza con cui era esaltata la dittatura della legge sulla sovranità, profetismo molto poco kantiano, nei titoli questurini del giornale del gruppo Espresso e nei testi ricercati e punitivi della Spinelli. Occupiamoci della cosa seria, la disdetta che esprimono le persone compos sui a proposito del destino amaro di una Repubblica giudiziaria. Berlusconi è una chiara anomalia. Ha agito felicemente per la riforma del sistema e ci ha dato l’alternanza bipolare alla guida dello stato, una conquista vanamente inseguita da legioni di costituzionalisti e aspiranti riformatori per trent’anni, fin dai primi vagiti di crisi della prima repubblica. Il Cav. può fare ancora molto, e difendersi e difenderci dalla prospettiva di un colpo basso di tipo giudiziario mobilitando contro la politicizzazione della legge la sovranità delle Camere e del popolo elettore. La difficoltà è che, al contrario di quanto fece Charles de Gaulle in Francia nel passaggio dalla Quarta alla Quinta repubblica, con tutta la forza del carisma républicain di un grande patriota dei tempi di guerra, a Berlusconi e ai suoi non è riuscito di costruire uno stato nuovo, su misura della novità che rappresentano. Il federalismo fiscale è un pezzo dell’impresa, come il tono nuovo della nostra democrazia che ha riabilitato la prospettiva liberale, ma non basta. Elementi faziosi e parrucconi, fattori frenanti e inibenti, sono rimasti in vigore e rendono ormai difficile distinguere tra conflitto politico e funzionamento regolare delle istituzioni. Di qui il taglio gordiano e illiberale del problema al quale alacremente lavorano quelli del circo mediatico-giudiziario. Chi è fuori di questo circo, però, e chi vede i rischi dei numeri acrobatici con cui si tornano a fare e disfare i governi, dovrebbe mobilitare intelligenza, onestà intellettuale, competenza per risparmiare agli italiani un nuovo e orrendo capitolo di pura faziosità, che avrebbe deliranti conseguenze sul nostro comune futuro. Noi pensiamo che Giorgio Napolitano, e quel che resta dell’establishment politico ed economico nazionale, avrebbero tutto l’interesse a esercitare la loro moral suasion in questa direzione. Se Berlusconi – conclude Ferrara su IL FOGLIO - riuscisse a destreggiarsi nella bisogna, unendo una ferma autodifesa in nome di tutti a una capacità di riflessione e di indirizzo che travalica i confini del suo partito e del suo popolo, si potrebbe realizzare un incontro virtuoso contro la Repubblica della virtù”. (red)

7. Sacconi: “Il motto delle élite: ‘Franza o Spagna…’”

Roma - Intervista di Lodovico Festa al ministro Maurizio Sacconi su LIBERO: “Il rinvio a giudizio del Presidente del Consiglio per un reato infamante appare il limite estremo di un lungo conflitto istituzionale. Ennesima svolta drammatica per l’Italia. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che cosa c’è in gioco a questo punto? ‘Il futuro dell’Italia, della sua democrazia che ha bisogno di un ben più corretto equilibrio tra i poteri per essere governante, della sua economia che compete con aree emergenti povere di regole e dotate di sistemi istituzionali semplici e rapidi, della sua società che si disgregherebbe nel declino istituzionale ed economico’. Quanto peserà il contesto internazionale? ‘Tra i tanti seminatori di caos in azione in Italia non c’è sempre consapevolezza dei pericoli indotti dal quadro internazionale. L’incendio del Nord Africa provoca nell’immediato ondate di profughi, ma possono essere solo anticipazioni di scossoni ben più rilevanti. L’instabilità nel Medio Oriente come un eventuale incremento del terrorismo fondamentalista toccano in primo luogo l’Europa. Per quanto riguarda poi i mercati finanziari i fattori di instabilità sono tutt’altro che assorbiti. La stessa stabilità dei Paesi aderenti all’Unione non è definitivamente acquisita ma il risultato di un faticoso impegno che non sopporta discontinuità’. E l’Italia di Silvio Berlusconi? ‘Uno degli elementi di agitazione contro Berlusconi è che rovinerebbe l’immagine del Paese nella dimensione internazionale. In realtà, al di là del clima determinato all’interno come all’esterno dall’ennesima iniziativa sfascista del circuito mediatico-giudiziario, l’Italia ha attraversato i due anni trascorsi con oggettiva autorevolezza dal punto di vista della rigorosa gestione dei conti pubblici, dei conseguenti rapporti favorevoli nell’Unione e delle relazioni affidabili tanto con lo storico alleato americano - si pensi all’impegno in Afghanistan quanto con le leadership delle economie emergenti. E in questo quadro di alleanze ha sviluppato legittime iniziative nell’interesse nazionale verso il Mediterraneo e verso la Federazione russa, che possono avere suscitato diffidenze e concorrenze’. Le grida sull’affondamento della nostra immagine internazionale sarebbero infondate? ‘È dal Rinascimento che certe nostre élite cercano di sovvertire per meschini tornaconti le politiche rivolte all’interesse nazionale al punto da offrirsi al concorrente interesse straniero. Già Francesco Guicciardini scriveva di ‘Franza o Spagna purché se magna’’. Non è una ricostruzione di comodo quella di un Paese tranquillo, la cui immagine è rovinata da procure politicizzate e da ambienti asserviti allo straniero? ‘L’ Italia ha vissuto una lunga fase tormentata di transizione da uno Stato, una società e un’economia che erano particolarmente condizionati dalla guerra fredda. La viltà degli eredi del Partito comunista e della sinistra Dc ha preferito l’azione giudiziaria unilaterale e strumentale alla soluzione politica di nuovi equilibri. Così uno Stato, che sin dalla sua nascita ha avuto un basso tasso di liberalismo, si è trovato a fare i conti con un potere autoreferenziale, determinato dal combinarsi nella magistratura di componenti politicizzate e corporative, che a loro volta si sono naturalmente alleate con la parte più debole della politica e con i settori più cinici e antinazionali della borghesia. Ne è derivata una ricorrente instabilità e la difficoltà di fare riforme istituzionali finalizzate a una democrazia davvero governante’. L’anomalia giudiziaria pesa solo sulla politica? ‘L’anomalia pesa anche sulla società. Nel tempo in cui si dovrebbe competere anche grazie a regole semplici e certe, è esplosa la massima incertezza nei rapporti economici e sociali per le crescenti imponderabilità non solo della giustizia penale ma anche civile, del lavoro, amministrativa, contabile. Ragione non secondaria per la difficoltà di attrarre investimenti esteri, come rilevano osservatori economici o manager di multinazionali. Per questo l’azione di governo ha già affrontato il contenzioso civile e del lavoro cercando di accelerarne la composizione attraverso gli strumenti della conciliazione e dell’arbitrato. E la riforma dell’articolo 41 della. Costituzione vuole creare un clima istituzionale più favorevole all’impresa e alle esigenze di certezza’. Insomma la minaccia alla stabilità politica e istituzionale da parte di un potere irresponsabile, è una priorità. ‘Guai a coloro che non avvertono questa emergenza democratica pensando che sia solo un problema di Berlusconi e al più del suo partito. Non solo il centrodestra è stato più volte bloccato da questa ‘anomalia’: basti pensare alle dimissioni procurate di Filippo Mancuso nel governo Dini, ai segnali ostili rivolti allo stesso Massimo D’Alema presidente della Bicamerale e pure a Oliviero Diliberto ministro della Giustizia, per non dire di Clemente Mastella. Anche al centrosinistra è stata vietata la ricerca di soluzioni al conflitto. Se Berlusconi facesse il passo indietro che alcuni chiedono e altri, soprattutto nella stessa area moderata, ne prendessero il posto, riceverebbero lo stesso trattamento: sicuramente se si occupassero di riforme della giustizia. Senza, trascurare che anche temi come le relazioni sindacali o la difesa dei valori tradizionali appaiono ormai soggetti al controllo occhiuto e all’azione ‘creativa’ di magistrati militanti’. Ma come conciliare l’attuale arroccamento a difesa del premier con una strategia di superamento del conflitto lacerante tra magistratura e istituzioni elettive? ‘Nella stretta attuale la ‘difesa’ è doverosa. Su questo tutti i gruppi dirigenti del PdL e della. Lega sono uniti. Ma vanno accelerate soluzioni per tutti, per l’Italia e per gli italiani. Anche attraverso un appello alle più alte responsabilità istituzionali e spirituali. Ho rispetto per un uomo saggio come Giorgio Napolitano. Però la, giusta prudenza istituzionale oggi ha bisogno anche di coraggio politico, quello che mancò nel 1993. Il Parlamento viene delegittimato quando una procura ne decreta l’inconsistenza e il Presidente della Camera si trasforma da arbitro in giocatore. La gestione abnorme e la diffusione abusiva delle intercettazioni non sono più patologia ma regola del sistema. Moniti unilaterali o puramente formali in questa situazione diventerebbero elemento di disgregazione e non di riconciliazione nazionale. Le stesse autorità spirituali, che già hanno sottolineato attraverso il Presidente della. Cei l’anomalia giudiziaria, possono in questo senso aiutare la ricerca dell’armonia tra i poteri e nel popolo. Così le riforme possono diventare concrete e forse più condivise. Dalla reintroduzione di una ragionevole immunità parlamentare ai cambiamenti nell’ordinamento giudiziario in modo da garantire terzietà del giudice, sobrietà degli atti e celerità del processo cosicché diventi giusto e senza danni irreversibili per gli indagati non colpevoli’. Non si vota, dunque? ‘È interessante notare come certe forze politiche chiedano il voto anticipato solo quando sperano che il presidente del Consiglio sia sottoposto a riti giudiziari infamanti e abbiano terrore di competere ‘alla pari’. Oggi però è utile non solo affrontare qui e ora il nodo decisivo del conflitto istituzionale ma anche ascoltare gli esperti internazionali preoccupati che un voto anticipato sia occasione di speculazione sui titoli di Stato’. Ma stabilità e crescita sono conciliabili con il clima di scontro? ‘Sono a maggior ragione obiettivi sempre doverosi. E resi possibili da una maggioranza parlamentare che tende ad ampliarsi. Proprio domani si tiene l’incontro tra ministri per definire il Programma italiano nell’ambito della nuova procedura di convergenza tra i Paesi dell’Unione. Come ha detto Giulio Tremonti: si può crescere di più. E con questo Governo sono disponibili a fare la loro parte le organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori, tranne una, che non si sono mai fatte irretire dal moralismo intermittente e hanno sempre responsabilmente partecipato alla gestione della crisi e dei cambiamenti che questa impone. Con esse ci apprestiamo a rinnovare un Patto per l’Italia che non si arrende e che vuole, nonostante tutto, andare avanti’”. (red)

8. Brunetta: “Aggrappati ai pm sciacalli dell’opposizione” 

Roma - “C’è un solo e misero vantaggio – scrive il ministro Renato Brunetta su LIBERO - quando si subisce un processo mediatico degno del peggiore oscurantismo, bollato per l’eternità dalla spietata penna di Voltaire nell’Elogio della Tolleranza. E il vantaggio è che, dopo l’inappellabile condanna mediatica del tribunale del popolo delle procure, non c’è più nessuna, sorpresa. Non c’è più nulla di cui discutere sul piano del dibattito pubblico. La sentenza politica è stata già scritta. Inutile affannarsi, dunque. Resta il piano giudiziario, quello vero, che seguirà il suo corso. Da ieri, per volontà di una magistratura, che la. Costituzione reputa incompetente, Silvio Berlusconi è per l’ennesima volta imputato. Anche questa, dopo diciassette anni, non è una novità. La parola adesso passa alla, difesa tecnica nel processo e al probabile giudizio della. Corte costituzionale, che forse riuscirà a svelare l’arcano su cui si fondano le pretese dei giudici milanesi. Di come, cioè, si possa subire un processo per un reato commesso in quanto Presidente del Consiglio, senza però godere delle garanzie costituzionali cui si ha diritto... in quanto Presidente del Consiglio! Misteri da Italia manzoniana. In questa babele, allora, Berlusconi può commettere un solo errore. Quello di accettare che l’agenda politica sia dettata dalla procure e da quel branco di sciacalli dell’opposizione, incapace da 17 anni di costruire un’alternativa credibile e duratura. Ci provano dal 1994, per poi implodere nel giro di qualche mese una volta che abbiano vinto le elezioni. Berlusconi non farà l’errore di compiacere i suoi avversari e cadere nella loro trappola. E se sulle sue vicende giudiziarie lascerà parlare i suoi avvocati, sono certo che invece parlerà, e molto, su tutto quello che abbiamo fatto e ancora possiamo fare per l’Italia. Ci sottrarremo così all’immagine - costruita ad arte dall’opposizione - di un Paese senza timone, paralizzato dalle vicende giudiziarie del premier. Le stesse sulle quali l’opposizione specula e soffia, fino all’aberrazione di chiedere al Capo dello Stato di violentare la Costituzione per mandare a casa un governo che gode della maggioranza parlamentare e soprattutto un Presidente del Consiglio di cui per via politica non riescono proprio a liberarsi. Per smontare questo progetto delirante in fondo sono sufficienti poche mosse: ignorarli e andare avanti a governare a colpi di riforme, come e più di prima. Tutte le persone di buon senso, quelle che non sono accecate dalla frustrazione della propria impotenza, sanno bene che oggi non vi è alternativa a questa maggioranza. E che le elezioni, demonizzate qualche settimana fa dagli stessi che oggi le reclamano a gran voce, non sarebbero la soluzione ma accentuerebbero la sensazione di difficoltà di un Paese che faticosamente sta cercando di superare una tremenda crisi. Giocare allo sfascio può servire solo a salvare qualche poltrona, ma non serve al Paese. E questo – conclude Brunetta su LIBERO - gli italiani lo hanno capito”. (red)

9. Il presidente del Csm

Roma - “Alla fine del giugno 2009 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, - scrive Stefano Pedersini su IL FOGLIO - si era trovato a dover gestire la complessa convergenza tra l’imminente G8 a L’Aquila e le conseguenze dello scandalo legato a Noemi Letizia, che stava catalizzando il dibattito da quasi due mesi. A toglierlo d’impaccio era stata un’iniziativa risoluta del presidente della Repubblica: ‘Io capisco le ragioni dell’informazione e della politica – aveva detto Napolitano, a Capri per festeggiare l’84esimo compleanno – ma sarebbe giusto, di qui al G8, data le delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche . Il capo dello stato potrebbe scegliere di intervenire nuovamente, per evitare che una stagione politica ventennale si chiuda con una sentenza giudiziaria. Del resto, Napolitano ha la possibilità di esercitare il ruolo di presidente del Consiglio superiore della magistratura, che lo rende difensore dell’autonomia dei magistrati ma anche garante del giusto processo. Per esempio, poteva il presidente della Repubblica mettere in discussione l’opportunità di un anomalo rito immediato nel processo al premier? Napolitano deve stare molto attento alle derive che potrebbero sconvolgere il sistema istituzionale dice al Foglio il magistrato Michele Marchesiello. Il presidente potrebbe intervenire con forza, come quando ha imposto a Fini di autosospendersi dalla presidenza di Fli. Napolitano cercherà un ruolo attivo – osserva il politologo Angelo Panebianco – ma la situazione istituzionale è tale che difficilmente la sua azione sarà risolutiva . In questo momento il presidente della Repubblica ha dei margini di manovra ridotti, prosegue Panebianco. Si è parlato di scioglimento delle Camere, ma la sua linea finora è stata quella di rimettersi al Parlamento, e ragionevolmente credo che sarà la strada che imboccherà. Napolitano non può andare al di là della ‘moral suasion’, per fare abbassare i toni . Nei confronti della magistratura, difficilmente si potrà vedere un capo dello stato interventista quanto lo era stato Francesco Cossiga nella seconda metà degli anni Ottanta. Come precisa il costituzionalista Fulco Lanchester, ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato alla Sapienza di Roma, Napolitano può genericamente ammonire che ogni potere stia nei binari, ma non può fare un’azione esplicita, mettendo all’angolo uno dei poteri dello stato. Il ruolo che ha scelto di interpretare Napolitano – prosegue Pedersini su IL FOGLIO - è quello di fissare la rotta , dice Lanchester, può al massimo servirsi della sua influenza per indirizzare una magistratura che, dopo gli anni Settanta, si ritrova con rapporti gerarchici più deboli, politicizzata e correntizia . Per correggere lo squilibrio crescente tra gli attacchi della magistratura e una maggioranza di governo che ne subisce le conseguenze, sarebbe opportuno che Napolitano invii un messaggio alle Camere , sostiene il costituzionalista Tommaso Edoardo Frosini. Invece di servirsi di esternazioni, che poi spesso vengono corrette da una nota del Quirinale, potrebbe chiedere a tutti i poteri dello stato di collaborare con un messaggio ufficiale – dice al Foglio Frosini – anche perché non ha uno strumento per intervenire in modo diretto e immediato sui giudici. Non può ricorrere a un concreto esercizio del potere sulla magistratura, quindi l’unica alternativa per lui praticabile sarebbe un invito, una raccomandazione, nel corso di un plenum del Csm. Sarebbe bene che Napolitano scegliesse di pronunciarsi chiaramente, perché se continua a servirsi solo di esternazioni a mezzo stampa finirà per far alzare la febbre invece di farla abbassare . Ieri il presidente Napolitano ha ricevuto l’omologo russo Medvedev e ha parlato della collaborazione con il Cremlino, evitando di pronunciarsi in quella che, secondo Lanchester, è una situazione ai limiti della guerra nucleare, in cui gli scenari di scuola non funzionano . Il Quirinale deve arrischiare una mediazione tra i poteri, anche se le possibilità di successo sono ridotte. Anche Fini ha accettato i suggerimenti, nota la costituzionalista Anna Chimenti, ma poi – conclude Pedersini su IL FOGLIO - ha comunque fondato un partito mentre era presidente della Camera”. (red)

10. Le elezioni sono il male minore 

Roma - “Un futuro da brivido. E’ quello che aspetta l’Italia – scrive Luigi La Spina su LA STAMPA - nei prossimi mesi sull’asse Milano-Roma. Da una parte, al tribunale di Milano, un processo a Silvio Berlusconi che rischia di essere tutt’altro che breve e sicuramente pieno di ostacoli, come ha spiegato, ieri su ‘La Stampa’, Carlo Federico Grosso. Con imbarazzanti e imbarazzate sfilate di giovani testimoni, al bivio tra la difesa personale e quella del premier. Un rito, destinato a una via crucis dilatoria, tra eccezioni di incompetenza, appelli al legittimo impedimento, richieste di annullamento di atti, e stretto tra le contemporanee udienze di altri tre procedimenti, sempre a carico del presidente del Consiglio. Dall’altra parte, nelle aule del Parlamento, un governo che, con una risicatissima maggioranza, cercherà di far approvare riforme fondamentali, come quella sul federalismo o quella sulla giustizia, che richiederebbero un larghissimo consenso. Sia per superare gli ostacoli di una opposizione disposta a tutto pur di non farle passare, sia per evitare, come già successo, che l’arma del referendum vanifichi il risultato di tanti sforzi. Se questo è il cupo profilo che si staglia sul nostro orizzonte, aggravato probabilmente da un conflitto istituzionale tra poteri e ordini dello Stato quale non si è mai verificato nella storia della nostra Repubblica, l’augurio non può essere quello che il meglio prevalga sul peggio, ma solamente che, tra i mali, vinca almeno il male minore. Da molte settimane, ormai, l’interrogativo dominante è uno solo: saranno le elezioni anticipate a far uscire il Paese, in qualche modo, da questa drammatica situazione? L’ipotesi viene caldeggiata o osteggiata, alternativamente, solo per le opposte convenienze elettorali. In una prima fase, l’aveva minacciata il presidente del Consiglio, per convincere i ‘responsabili’ a evitare il rischio di non essere più eletti nel prossimo Parlamento e per chiudere la porta a eventuali successori a Palazzo Chigi nel corso della legislatura. L’opposizione, invece, avrebbe preferito evitare la prova del voto, per avere il tempo di organizzare un’offerta elettorale agli italiani più convincente dell’attuale. Negli ultimi giorni, - prosegue La Spina su LA STAMPA - le parti si sono invertite. I sondaggi sui consensi a Berlusconi non sembrano troppo rassicuranti per il presidente del Consiglio. Ma le travagliate vicende del neonato partito di Fini, con lo sfilacciamento dei suoi parlamentari, impediscono di pensare che un altro governo riesca a essere sostenuto da una maggioranza diversa. In più, il sorprendente successo delle manifestazioni delle donne ha indotto a sospettare, forse con troppo semplicismo e con forzature magari arbitrarie, che sia mutato il clima psicologico e morale dei cittadini italiani davanti ai costumi pubblici e privati del Cavaliere. Questa improvvisa inversione tra speranze e paure ha rovesciato ipocriticamente le tesi. Berlusconi, da sempre fautore del consenso popolare come unica patente di legittimità a governare, da sempre fustigatore degli intrighi romani, delle trasmigrazioni di deputati e senatori da un partito all’altro è diventato il più rigoroso difensore della, una volta negletta, ‘centralità del Parlamento’. Scrupoloso e legalistico cultore della ‘libertà di mandato’ che la Costituzione prevede per i rappresentanti del popolo nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Senza considerare che, proprio dal punto di vista politico, lo schieramento vittorioso quasi tre anni fa era del tutto diverso dall’attuale, perché comprendeva un partito che aveva in Fini addirittura il cofondatore. L’opposizione, invece, galvanizzata, forse con troppo entusiasmo, dai verbali delle intercettazioni, dalle piazze, dai numeri dei sondaggi pensa sia questo il momento della spallata elettorale al premier. Nella convinzione, probabilmente fondata, che Berlusconi non sia minimamente disposto a lasciare la poltrona di Palazzo Chigi a un suo erede, Tremonti, Alfano o Letta che sia. E nella speranza, altrettanto probabilmente fondata, che, alla fine, sia Bossi l’unico possibile becchino di questo governo. Come si è visto, i sofismi dialettici, le ipocrisie ideologiche possono giustificare l’inosservanza di qualunque scrupolo costituzionale, di qualunque coerenza politica e, persino, di qualunque regola della logica. L’anomalia italiana, rispetto alle democrazie occidentali più evolute, è tale, poi, da rendere del tutto inutile un confronto internazionale per trovare una via d’uscita. E’ vero che, all’estero, un primo ministro che si trovasse investito da accuse quali vengono rivolte a Berlusconi si sarebbe subito dimesso e presentato ai giudici per dimostrare, con la massima rapidità, la sua innocenza. Ma, in Francia, in Germania o in Inghilterra il detentore di un così grande potere mediatico e plutocratico non sarebbe mai arrivato a presiedere un governo e, quindi, quelle magistrature non sarebbero state messe nelle condizioni di dirimere una legittimità politica, come, di fatto, è avvenuto nel nostro Paese. E’ vero, infine, - conclude La Spina su LA STAMPA - che le elementari regole di un ordinamento liberale non affidano al popolo e alla sua maggioranza elettorale il verdetto su un caso giudiziario. Ma, nella realistica valutazione delle convenienze, questa volta degli italiani, il voto anticipato non può risolversi come il male minore?” (red)

11. Federalismo entro 100 giorni. La via stretta della Lega

Roma - “Nessuna sbavatura. Vietato accomodarsi su qualsivoglia alloro: ‘Il governo andrà avanti se ha i numeri. Altrimenti cade da solo’ . Umberto Bossi – riporta Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - continua ad alternare l’abbraccio fraterno alla secchiata d’acqua gelida. Prima l’intervista a Bersani — i cui effetti sono andati ben al di là di quanto volesse una parte della nomenclatura leghista —, poi la serata a palazzo Grazioli in cui il leader padano ha ribadito al premier il suo ‘siamo con te’ . Silvio Berlusconi se ne rallegra pubblicamente: ‘Umberto Bossi è venuto a trovarmi con i capi della lega alla Camera e al Senato. Abbiamo fatto il punto sui nostri futuri programmi. Sono stati tutta la sera con me, dichiarandomi la loro vicinanza, la loro volontà di continuare con questo governo. Siamo quanto mai coesi e decisi a continuare la legislatura fino al suo termine naturale’ . Le agenzie quasi non fanno in tempo a battere le dichiarazioni del capo del governo che Bossi preme sul freno con tutti e due i piedi: ‘Il governo andrà avanti se ha i numeri’ . In realtà, il Senatùr sa perfettamente che la strada è strettissima e non prevede deviazioni. Non quelle offerte dal Pd attraverso Bersani, e neppure quelle che vedono Giulio Tremonti o persino Roberto Maroni a capo del governo: se federalismo potrà essere, la strada è solo quella del presente governo. ‘Il federalismo è su un binario obbligato — spiega un peso massimo del Carroccio —. La carne al fuoco è moltissima e la delega al governo scade tra cento giorni. Non c’è il benché minimo margine per le avventure’ . Certo, nella Lega risuona forte il tam tam sulle presunte ‘carte migliori’ che la procura avrebbe ancora da giocare e che ben presto demoliranno definitivamente l’immagine del premier. Una leggenda metropolitana, con ogni probabilità: certo, qualche nuova intercettazione potrebbe anche emergere, ma gli uffici guidati da Edmondo Bruti Liberati avevano tutto l’interesse a non lasciare dubbi al gip Cristina Di Censo sulla processabilità dell’eccellentissimo imputato. Non tutto il Carroccio — a partire da Roberto Calderoli— era d’accordo – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - sull’opportunità di offrire al segretario democratico una tribuna come l’intervistona di lunedì sulla Padania: ‘Non l’ho letta’ , ha risposto il ministro a chi gli chiedeva un commento. Chi l’ha certamente letta è invece Roberto Maroni. Che ieri, anzi, ha tenuto il punto: ‘Il rapporto con il Pd e Bersani non è di oggi, non è di ieri, ma è di qualche anno fa’ . Il ministro dell’Interno è tornato al passato remoto: ‘Io Bersani l’ho invitato per la prima volta nel 1997 a una festa della Lega a Varese. I rapporti con la sinistra sono da sempre ottimi’ . Un attimo di pausa, per poi correggere: ‘Ottimi no, diciamo corretti’ . E in ogni caso, ha aggiunto Maroni, ‘noi siamo un partito serio, da sempre aperto al confronto con tutti. Ma proprio perché seri, siamo anche leali con gli impegni presi. Mi meraviglio che ogni giorno ci si domandi cosa fa la Lega’ . Ma attenzione. Questa diversità di opinioni non significa che nel Carroccio ci sia una divisione sostanziale riguardo alla strategia dei prossimi mesi. Quella, appunto, è ‘su un binario obbligato’ . Né, peraltro, trova altro che smentite la grande preoccupazione del Pdl, quella di una tenaglia concertata tra Bossi e Giorgio Napolitano. La preoccupazione che il capo dello Stato, novello Oscar Luigi Scalfaro, possa aver suggerito a Umberto Bossi di guardarsi intorno e non impiccarsi a Silvio Berlusconi nel Carroccio viene respinta con sdegno. Ribadendo che Napolitano ‘è un galantuomo’. Semmai, - conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - le attenzioni padane ora sono tutte per Vasco Errani, il presidente della Conferenza delle Regioni che avrà un ruolo non marginale nell’approvazione del federalismo regionale che giusto ieri è approdato in Bicamerale”. (red)

12. La Russa: “Giusto fermarsi, Lega capirà”

Roma - Intervista di Virginia Piccolillo al ministro Ignazio La Russa sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Troviamo una strada, purché la festa dell’Italia ci sia’. Ignazio La Russa, ministro della Difesa e coordinatore pdl, esce ottimista dall’ultima riunione informale con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, sulla questione spinosa del 17 marzo Nell’anno delle mille celebrazioni dell’Unità d’Italia si voleva dare peso al giorno della sua proclamazione con una Festa. Ma la contrarietà della Confindustria complementare all’ostilità della Lega, uniti al pasticcio di una legge che non c’è ma servirebbe, hanno messo in forse la chiusura di uffici e scuole. Ora si lavora a ipotesi di mezzo. L’ultima è quella di rendere lavorativo il 4 novembre ora semifestivo. Dunque, ministro sarà festa o no il 17 marzo? ‘Se devo decidere io sicuramente sì. Mi auguro sia la decisione di tutti. E anche chi non è d’accordo spero sia rispettoso’ . Ma al 17 marzo manca un mese. Come si devono regolare gli italiani? ‘Decideremo venerdì in Consiglio dei ministri. Sento dire che c’è anche un’iniziativa, interna al Pdl, sottoscritta da una cinquantina di parlamentari, che ci chiede di fare chiarezza. Io credo che la Festa si debba fare a prescindere’ . E i costi? ‘Non si guardano i costi quando è Festa nazionale. Penso che lo Stato se ne dovrebbe fare carico’ . Non crede all’allarme degli imprenditori sul danno all’economia? ‘Credo alla buona fede degli imprenditori. Ma vedo alla base di questi timori anche suggestioni politiche. Quest’anno il risparmio per loro è nelle cose: cadono di giorno festivo il 1 ° maggio, il 25 aprile, il 25 dicembre, che l’anno scorso erano lavorativi e per di più ponti’ . Pensa sia la Lega a fomentare quei dubbi? ‘Credo occorra capire che il dato etico-culturale prevale su tutto. Ringrazio la Lega perché penso che sia consapevole di un fatto importante: il federalismo solidale culturalmente ci sta proprio perché marcia insieme a un forte sentimento nazionale. Come negli Stati Uniti e in tutti Paesi in cui il federalismo è più forte. E poi questo danno ...’ . Non lo vede? ‘I commercianti sarebbero ben felici di approfittare del flusso di turisti che si metterebbe in moto, ci sarebbe una notte tricolore in cui rimarrebbero aperti. Ne beneficerebbero anche hotel, bar, ristoranti. Si darebbe respiro a un settore in crisi’ . Nell’incontro appena concluso avete discusso di possibili ipotesi di mediazione. Quali? ‘Con dolore, io che sono ministro della Difesa, accetterei di posticipare la festa del 2 giugno alla domenica successiva, cioè il 5. Per far risparmiare alle aziende i soldi del festivo normalmente che verrebbero spesi il 17 marzo’ . Un po’ macchinoso? ‘No. In passato era già così. Siamo stati noi a reintrodurla. Si potrebbe tornare, per un anno, a com’era prima. Ma il problema attualmente è un altro’ . Quale? ‘Pare siano già partiti dal Quirinale gli inviti per i capi di Stato esteri per la parata militare del 2 giugno. E non abbiamo certo intenzione di mettere in imbarazzo il presidente della Repubblica’ . E allora? ‘Una soluzione alternativa ci sarebbe. Anche se per me sarebbe ancora più dolorosa’ . Ovvero? ‘Si pensa di far recuperare allo Stato e alle imprese i soldi del 17 marzo sospendendo per un anno gli effetti del semifestivo del 4 novembre. E’ la festa delle Forze Armate ma non farei le barricate nemmeno contro questa ipotesi. Noi siamo disponibili e non chiediamo a chi non è d’accordo di dover festeggiare per forza. Insomma troviamo una strada ma l’importante è che il 17 marzo sia davvero una festa’”. (red)

13. Un senatore se ne va, a rischio gruppo Fli

Roma - “Erano dieci, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - hanno votato in tre modi diversi. Ieri mattina, al momento di approvare il decreto ‘Milleprorogoghe’, nella ‘bomboniera’ di palazzo Madama si è scoperto che dei dieci senatori aderenti al gruppo del Fli, soltanto tre avevano seguito le indicazioni del loro presidente, Pasquale Viespoli; uno si è astenuto; uno (dichiarandolo) non ha partecipato al voto; due (non dichiarandolo) sono restati fuori dall’aula e altri due erano assenti in modo involontario. Ma i guai sono continuati nelle ore successive: il senatore Giuseppe Menardi, annunciando il suo addio (non immediato) al gruppo, ha posto le premesse per il suo scioglimento perché - se non dovessero arrivare ‘rimpiazzi’ - a quel punto verrebbe meno la quota minima, dieci, per organizzarsi autonomamente. Dopo sette mesi, si scioglierebbe così uno dei due gruppi parlamentari di ‘Futuro e liberà’, nati nell’estate 2010 sull’onda della ‘cacciata’ ordinata da Berlusconi e alla quale Fini e i suoi reagirono con inattesa efficacia organizzativa. Ma il plateale sparpagliamento del Fli degli ultimi giorni ritaglia per il neonato partito un destino originale: il recente congresso costituente di Milano - anziché avviare una fase di espansione del consenso - per il momento ha dato la stura a emorragie e mal di pancia di varia natura. E nuovi colpi di scena potrebbero determinarsi sul fronte dei parlamentari di ‘frontiera’. Sorride Daniela Santanché, che a palazzo Chigi è sempre aggiornatissima sulle ‘new entry’: ‘Dal Fli c’è movimento...’. Quanti? Non parla la Santanché ma fa ‘quattro’ con le dita e poi ‘due e due’. Come dire, due deputati e due senatori. Sarà vero? Quella dei ‘transfughi’ è una partita sempre estremamente volatile, i numeri cambiano dalla notte alla mattina. Certo, la diaspora dei senatori era nell’aria da tempo. Francesco Pontone (l’ex cassiere di An, amareggiato per la gestione della vicenda Montecarlo) e Giuseppe Menardi non hanno mai aderito a ‘Futuro e libertà’, metre altri (Mario Valditara, Mario Baldassarri) sono diffidenti verso una possibile deriva sinistrorsa del partito. Ma il collasso del gruppo futurista del Senato risente della crisi che sta dividendo quel che era il gruppo dirigente del Fli: il dissidio che divide Gianfranco Fini dai moderati. Adolfo Urso, Pasquale Viespoli e Andrea Ronchi lamentano un organigramma penalizzante; temono una gestione che li tagli fuori nella gestione delle liste elettorali; restano diffidenti sulle intese avviate riservatamente col Pd. E Fini? Non vuol sentire ragioni, al punto che persino lo squagliamento dei senatori sembra lasciarlo indifferente. Dice Bocchino: ‘Gli addii? Prima o poi dovevamo affrontare il problema’. Il presidente della Camera ritiene che il nuovo partito abbia bisogno, oltreché di una sferzata creativa ed organizzativa (perquesta mission ritiene Bocchino di un’altra categoria rispetto ai concorrenti), anche di segnali di novità nella plancia di comando, grazie alla valorizzazione di personaggi estranei alla storia dell’Msi-An. E’ questo il motivo per il quale Fini avrebbe preferito, per la presidenza dei deputati un personaggio come Benedetto Della Vedova, una ‘persona preparata e perbene’. I moderati per altre 48 ore attenderanno segni di vita dall’altro fronte, dopodiché decideranno se organizzarsi in minoranza (devono chiarire se la protesta sulle liste elettorali sia dell’Ufficio di presidenza o di una sola persona), oppure – conclude Martini su LA STAMPA - se varare un nuovo soggetto, che non torni nel Pdl ma possa rappresentare ‘la destra del Terzo polo’”. (red)

14. Così Fli sprofonda tra gelosie e veleni

Roma - “Se il Fli si divide – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - non è solo per una questione di prefissi, non è semplicemente una separazione tra quanti si professano anti-berlusconiani, post-berlusconiani e a-berlusconiani. La rottura è più profonda, pre-politica, è una lacerazione di rapporti personali, un miscuglio di invidie, sospetti, gelosie. La diaspora tra finiani è anche — forse soprattutto — una questione di viscere, è ‘una rottura emotiva talmente lacerante — dice Viespoli — da farti sentire svuotato, senza nemmeno più la forza nè la possibilità di prendersi a schiaffi’ . Perché in quella comunità lo scontro fisico era a suo modo un segno di fratellanza, un rito che si è perpetuato anche dopo la nascita del Fli, nelle zuffe tra Moffa e Granata alla vigilia del voto di fiducia del 14 dicembre, nel lancio di penne tra Fini e Barbareschi alla vigilia dell’Assemblea costituente. Insomma, era un collante che teneva insieme un mondo. Ma forse è un altro mondo quello che il leader futurista vuole costruire, così si spiega anche la scelta del post-radicale e laicista Della Vedova a capogruppo della Camera. Il taglio con il passato ha portato però l’ex leader di An a recidere il cordone ombelicale con la vecchia guardia che l’aveva seguito nella nuova intrapresa. E in pochi mesi la foto di gruppo scattata a Mirabello si è strappata, aprendo una crisi che non ha precedenti nella storia politica, perché non si è mai visto un partito che appena nato si lacera tra invidie e gelosie. È Bocchino il pomo della discordia, ‘il guerriero’ , come lo chiama Fini, un quarantenne con capacità organizzative e presa mediatica, quando in tv si presenta in maniche di camicia e senza giacca. È lui il prescelto, ed è sul vice presidente del Fli che gli altri accentrano i propri strali indirizzati in realtà al capo. Questo connubio – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è causa dei dissapori, ed è guardato anche con sospetto. È un legame politico che via via è diventato personale e poi ancora familiare. A Bocchino, Fini ha affidato la costruzione del partito e delle relazioni, c’è lui per esempio all’origine del rapporto che si è stabilito tra il presidente della Camera e Carlo De Benedetti. È stato Bocchino ad esporsi nello scontro con Berlusconi, e sempre a Bocchino è toccato l’ultimo tentativo di mediazione con il Cavaliere. Ed è per questo che i suoi detrattori dicono ‘Gianfranco fa quello che gli dice Italo’ . C’è la sua mano nell’organigramma del Fli deciso da Fini, questa è l’accusa: la tesi è che la lista fosse stata stilata dai due prima delle assise di Milano. Così non sarebbe più un giallo quanto è accaduto a Urso, salito sull’aereo per Roma convinto di essere capogruppo e che all’atterraggio si è ritrovato portavoce. Urso a quel posto di Montecitorio ci teneva, ma soprattutto teneva al rapporto con Fini. Perciò il suo dolore ha origini personali prima ancora che politiche, a tormentarlo è ‘il cinismo di Gianfranco’ , non il fatto di essere stato ‘epurato’ : ‘Perché io -ha confidato — ho dato tutto e messo tutto in gioco. Persino in famiglia, dove c’era chi non condivideva la mia scelta’ . Così come per anni aveva vissuto all’ombra di Fini senza mai l’ombra di un conflitto, così ora in silenzio vive un dramma interiore. Non è dato sapere se accoglierà l’invito che il presidente della Camera gli ha fatto pervenire, se accetterà l’incarico di portavoce del partito. Di certo non se ne andrà, quantomeno non ora, ‘non posso andarmene per una poltrona. Ma non posso tollerare di venir trattato come una persona di cui diffidare’ . Come Urso anche Ronchi si dispera senza aprire bocca. L’ha fatto solo una volta, in faccia a Fini: ‘Mi sono speso per questo progetto. Al punto che ero ministro e non lo sono più’ . ‘Non eri certo ministro per virtù dello Spirito santo’ , si è sentito rispondere gelidamente. Più che la diaspora politica— con la frantumazione del gruppo al Senato segno evidente della crisi— è la diaspora umana a colpire. Quasi fosse senza forze, Viespoli spiega come ‘nel decidere gli organigrammi, Fini non abbia fatto un errore ma una scelta. E c’è chi, come me, non era funzionale a quella scelta di linea politica e di gestione del partito’ . Così si torna a Bocchino e al suo ruolo di primattore. È sincero il vicepresidente del Fli quando auspica che ‘si possa recuperare il rapporto con Urso, il migliore’ . E dicendolo, lascia intravvedere i galloni del comando che gli ha affidato Fini, frutto di un rapporto forgiato nel fuoco, ‘perché nel 2006 ero capo dell’organizzazione di An e leader del partito a Napoli, quando Fini mi fece comunicare da un suo assistente che mi erano stati tolti gli incarichi. Non feci polemiche, non rilasciai dichiarazioni. In silenzio recuperai il rapporto. E questo è quanto’. Come a zittire le malelingue. Dice di aver ‘bisogno di un anno per metter su il partito’ , dice che ‘non si può prevedere il futuro quando c’è un cambio di sistema’ , dice che ‘la scommessa del Fli andrà misurata nell’arco di tre anni’ , dice che ‘questa non è una partita per stomaci deboli ma per stomaci forti’ . Dice Bocchino – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - ed è come se parlasse Fini. Una cosa che per tanti finiani è diventata nel tempo inaccettabile”. (red)

15. Renzi: “Non capisco Bersani. Basta inseguire Bossi”

Roma - Intervista di Carlo Bertini al sindaco di Firenze Matteo Renzi su LA STAMPA: “Renzi, la prima domanda è d’obbligo: lei che lo conosce meglio di altri, essendo l’unico tra i dirigenti Pd ad aver varcato la soglia di Arcore, pensa che Berlusconi ce la farà a superare anche questa? ‘Non ne ho la più pallida idea, per capire come andrà a finire non servirebbe nemmeno la sfera di cristallo. I bookmakers inglesi pagano di più le scommesse sull’assoluzione, ma fossi in lui mi affiderei piuttosto a dei buoni difensori italiani. Dico solo che quello che mi preoccupa di questa vicenda è il radicalizzarsi delle fazioni e l’atmosfera da preliminare di Champions League in cui viviamo da mesi: prima con il redde rationem del 22 settembre, poi con il voto sulla sfiducia del 14 dicembre e così via. Ma vorrei esser chiaro, sono ridicoli i paragoni con l’Egitto: non c’è un clima da guerra civile, direi piuttosto che da noi c’è un clima da pace incivile. E aggiungo che compito della sinistra è esser credibile perché non potrà essere una manifestazione o un processo a risolvere il problema: non si può continuare a pensare che tutti quelli che votano Berlusconi siano deficienti o criminali: se non si conquista almeno una parte di loro si perde ancora’. Nel suo libro appena uscito confessa che non riesce a odiare Berlusconi e lo definisce un uomo solo. Che consiglio gli darebbe in questa fase così critica, di farsi da parte? ‘Spero che si vada subito alle elezioni vista la gravità della situazione. Però bisogna chiederle non per quello che fa lui di notte, ma per quello che non fa di giorno. Il centrosinistra deve esser capace di giudicarlo per i risultati di governo non raggiunti e di avanzare una proposta concreta. Se per ipotesi lui domani mattina se ne va alle Bahamas, noi dobbiamo avere il coraggio di dire cose chiare su alcuni temi, dallo sviluppo, all’università, alla cultura, liberandoci dal complesso dell’antiberlusconismo’. Molti a sinistra ammettono, a bassa voce, che anche stavolta c’è stato un uso eccessivo delle intercettazioni. Concorda? ‘E’ innegabile che le procedure con cui finiscono sui giornali le intercettazioni in questo Paese siano inqualificabili. Bisognerebbe avere il coraggio di dire, anche a sinistra, che mentre si chiede al premier di farsi processare come è giusto che sia, è altrettanto evidente che questo utilizzo delle intercettazioni non è degno di una comunità civile e ciò non significa che vadano bloccate, ma gestite diversamente’. E come si sta muovendo Bersani in questa fase? Fa bene a tentare la Santa Alleanza e a flirtare anche con Bossi? ‘Rinuncio a capire la logica del suo percorso: per mesi abbiamo inseguito Fini, malgrado alcuni di noi dicessero che fosse una follia. Ora che ci ha detto di no, continuiamo a corteggiarlo, inseguendo pure Bossi. Sembra quasi il compagno di classe sfigato che cerca sempre di abbordare quella tipa pur sapendo che gli dice di no. Con questa gente noi non abbiamo niente a che vedere! Poi se si deve fare un accordo sul federalismo si può fare, ma sono contrario a stringere un patto con la Lega per fare con loro un governo se dovesse cadere Berlusconi. Con Bossi e con Fini non c’entriamo nulla, abbiamo bisogno di dire cosa pensiamo noi per il futuro del Paese’. Quindi Bersani dovrebbe chiedere che si voti, proponendosi come leader di una coalizione solo con Vendola e Di Pietro? ‘Deve chiedere le elezioni, chiarire su quali progetti fare le alleanze, perché non è immaginabile tenere tutto e il suo contrario senza sciogliere alcuni nodi sui contenuti. Nel mio libro propongo qualcosa per caratterizzarci: l’idea di dimezzare le università, di tassare di più le rendite finanziarie e meno il lavoro, di smettere di pensare che ogni imprenditore è un potenziale evasore. Infine Bersani deve fare le primarie e se ha voglia di candidarsi lo faccia, se vince lo appoggeremo tutti. Io non mi candiderò. Da questa partita ho già detto che sono fuori’”. (red)

16. La Bindi candidata premier piace anche a Prodi

Roma - “Non è solo Nichi Vendola – scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - a indicare Rosy Bindi come candidato premier dell’alleanza democratica. Ieri a Montecitorio, dopo l’intervista del governatore della Puglia a Repubblica, molti democratici commentavano anche lo scambio di battute tra Romano Prodi e la Bindi durante la festa dei 60 anni del presidente Pd celebrata sabato scorso. ‘Ti auguro di diventare presidente del Consiglio, sei la persona giusta’, ha detto il Professore alla festeggiata. L’omaggio di sabato scorso è diventato ieri, ‘non partecipo al totopotere’, risposta ufficiale di Prodi a una domanda precisa. Resta la sostanza. In pochi giorni è arrivata una doppia investitura. Da due personalità che nel mondo del centrosinistra godono di popolarità e peso indiscutibili. Con questi sponsor l’ipotesi finisce per agitare le acque del Partito democratico. Bindi fa i passi necessari a disinnescare la mina. Di buon’ora telefona a Pier Luigi Bersani e gli legge la dichiarazione per le agenzie. ‘Quello di Vendola è un passo positivo perché finalmente riconosce che c’è bisogno di una larga coalizione democratica’, dice Bindi. Eppoi: ‘Lo ringrazio per la stima ma dobbiamo ripartire dalla politica, senza farci condizionare con nomi e candidature’. Ma il gelo del Pd è evidente. Non si sa se indirizzato più verso la presidente o verso Vendola. Massimo D’Alema mette in guardia rispetto a iniziative estemporanee. ‘Voglio ringraziare Vendola per aver indicato una persona di grande valore - dice l’ex premier -. Naturalmente, visto che si parla di grande coalizione, il candidato deve essere concordato e non imposto’. La bocciatura netta di Giovanna Melandri racconta l’umore dei veltroniani. ‘Per una grande alleanza vedo bene Mario Monti. Bindi non può federare un’alleanza da Vendola al Terzo polo’. Lo stesso Walter Veltroni, nei suoi colloqui privati, esprime un giudizio negativo. Non ci sono solo le diffidenze. Il presidente della Provincia di Genova Alessandro Repetto scrive una lettera a Bersani per sostenere la Bindi: ‘Fai un gesto nobile, lancia lei’. Paola Concia applaude: ‘Sono d’accordo con Nichi, occorre una leadership femminile. Ma tutti devono essere d’accordo’. Alcuni – prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - vedono nelle parole di Vendola un’operazione, l’ennesima, studiata a tavolino per dividere il Partito democratico. Bersani cerca di tamponare ripetendo le parole della presidente. ‘Non mettiamo il carro davanti ai buoi - dice -. Prima costruiamo la coalizione, prima ancora arriviamo alle elezioni anticipate. Dopo sceglieremo chi saprà interpretare meglio il progetto’. Bindi o non Bindi, l’ipotesi del governatore pugliese s’insinua nella maggiore difficoltà del centrosinistra: individuare il leader. ‘Vendola bleffa. Non indichi la Bindi, offra soluzioni alla crisi. Il modo migliore per aiutare questa maggioranza allo sfascio è indicare nomi e metodi per scegliere i candidati’, dice Fioroni. Massimo Donadi dell’Idv considera ‘la Bindi una persona di qualità ma prima ci sia un incontro delle opposizioni’. Il segretario di Prc Paolo Ferrero precisa: ‘Sì alla Bindi, senza Fini però’”. (red)

17. Se il voto si allontana il Pd pensa al piano B

Roma - “Davanti alle telecamere – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - i leader del Pd, da Pier Luigi Bersani a Massimo D’Alema, continuano a ripetere le solite parole d’ordine: sì al voto, sì alla Santa Alleanza antiberlusconiana. Ma in realtà i vertici del Partito democratico stanno preparando un aggiustamento di rotta. Le elezioni, infatti, appaiono assai improbabili (benché tuttora bramate dal centrosinistra) e, di conseguenza, sfuma anche il maxischieramento che dovrebbe andare da Gianfranco Fini a Nichi Vendola. È su questa nuova prospettiva che da qualche giorno stanno ragionando i dirigenti del Pd che non vogliono restare spiazzati di fronte a uno scenario mutato. Gli ammiccamenti di Bersani e D’Alema sul federalismo vanno proprio in questa direzione. Il Partito democratico non intende rimanere fuori dai giochi nel caso in cui la legislatura prosegua. Soprattutto se, strada facendo, Berlusconi si dovesse fare da parte per consentire la nascita di un governo del nuovo centrodestra, magari con Udc e Fli dentro. È un rischio che al Pd nessuno si sente di escludere. Lo paventava l’altro giorno Maurizio Migliavacca, capo della segreteria di Bersani: ‘Il premier potrebbe cadere, ma invece di andare alle elezioni il centrodestra potrebbe formare un nuovo governo’ . E ieri ne parlava con alcuni compagni di partito, in pieno Transatlantico, Beppe Fioroni: ‘Piuttosto che andare al voto, Berlusconi si sfila e mette un altro al posto suo. A quel punto nelle opposizioni ci sarà il tana liberi tutti, ognuno si sentirà svincolato e agirà di conseguenza. Si apriranno scenari imprevisti e imprevedibili’ . Anche Walter Veltroni è convinto che se l’appuntamento con le urne verrà rinviato molte cose muteranno: ‘Se non si va al voto la situazione, anche rispetto alla strategia dell’alleanza costituente, può cambiare’ . E un veltroniano di ferro come Stefano Ceccanti continua a scommettere sulla prosecuzione della legislatura. Lo spiega da giorni ai colleghi senatori: ‘Fino ad aprile— è la sua tesi — non succederà niente, scavallato quel mese, quando sarà chiaro che le elezioni sono impraticabili, allora potrebbero esserci dei sommovimenti, magari la Lega potrebbe puntare ad un altro governo di centrodestra’ . Persino Dario Franceschini, il primo a proporre il Cln contro Berlusconi, ieri appariva molto più cauto: ‘È chiaro che non è il nostro unico schema di gioco’. Anche nella Sel di Vendola – prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - si discute ormai di questa opzione, con il convincimento— e la speranza — che nel caso di un governo Maroni il Pd potrebbe dare la sua astensione: ‘Così avremmo una prateria a sinistra, perché tanto alle elezioni prima o poi bisognerà andarci’ . Quel che per Vendola è una speranza, per Matteo Renzi è invece un incubo. Il sindaco di Firenze non solo è un fiero oppositore della Santa Alleanza, ma è anche assai diffidente nei confronti della Lega: ‘Noi rottamatori siamo stati i primi a dire di non inseguire Fini e ricordo che un autorevole ex premier con i baffi ci definì dei mentecatti per questo. Oggi non vorrei che il Pd si mettesse a rincorrere Bossi’ . Accada quel che accada — governo Berlusconi, Maroni o Tremonti— al Pd hanno capito che non spira vento di elezioni: figuriamoci poi se tira aria di dimissioni di massa come proposto ieri dal direttore del Fatto Antonio Padellaro. I dirigenti del partito, comunque, continuano a compulsare i sondaggi. Le rilevazioni non sono entusiasmanti per nessuno. L’ultimo report mensile dell’Ipsos, quello che fornisce ai dirigenti del Pd il polso della situazione, è sconfortante per tutti i leader, attuali e futuribili del centrosinistra. Chiamparino cala di 3 punti, Vendola di 2, Bersani di 1, Veltroni di 2. L’unico stabile in quell’area è Nicola Zingaretti. Anche le possibili new entry sono mal messe: Rosy Bindi, per esempio, raccoglie su di sé il 60 per cento di giudizi negativi. Un panorama sconfortante che non lascia fuori il centrodestra e il terzo polo, dove scendono sia Berlusconi (che si posiziona sotto Bersani) che Fini. È il segno – conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - di un ulteriore allontanamento dei cittadini dalla politica. E un motivo in più per non andare a votare”. (red)

18. Prigionieri del degrado 

Roma - “Alcuni amici stranieri, - scrive Giuseppe De Rita sul CORRIERE DELLA SERA - attribuendomi una autorità morale che forse non ho, mi rimproverano da tempo di non esprimere adeguata indignazione, adeguato richiamo etico, almeno adeguata segnalazione del senso del ridicolo rispetto allo spettacolo che va da mesi in onda nella nostra arena pubblica. Qualche scusante più o meno giustificativa penso di averla. Anzitutto non mi indigno, perché avverto che l’indignazione serve molto per infiammare gli animi ma poco per stabilire una seria dialettica politica, al di là delle strumentalizzazioni spesso taroccate che essa subisce. In secondo luogo non faccio richiami etici, perché sono convinto che il moralismo non si traduce mai in cultura di governo e che ancor meno ci si può aspettare dall’immoralismo di potere, specialmente in una società dove tutto galleggia su una diffusa amoralità quotidiana. Ed in terzo luogo non segnalo i pericoli di cadere nel ridicolo, perché temo che sia una battaglia persa in un sistema dove una suora conciona le folle e dove centinaia di parlamentari sottoscrivono versioni inverosimili (tipo ‘la nipote di Mubarak’) su vicende su cui ridacchia anche il mio portiere romeno. Non me la sento quindi di esercitare la triplice nobiltà che mi è richiesta, anche perché, anzi specialmente perché, sono convinto di un’altra e seria verità: questo è un Paese che ha un drammatico bisogno di essere governato, ma dove è proprio nel vuoto di ogni cultura di governo (cioè di comprensione e gestione del sistema) che la dialettica sociopolitica ha subito una torsione verso il basso, verso pulsioni emotive spesso avventate, verso comportamenti di pura inerzia di potere. O ci diamo una mossa a elaborare una nuova cultura di governo o continueremo ad esser prigionieri del degrado, anche istituzionale. Da dove si parte per tale elaborazione? La risposta è difficile – prosegue De Rita sul CORRIERE DELLA SERA - e comporta l’umiltà di tempi lunghi, perché il primo passo, assolutamente indispensabile, è quello di mettere in ombra per qualche anno le due parole mito degli ultimi decenni: programmi e riforme. Non illudiamoci: chi propone programmi (magari straordinari, magari enfatizzati a ‘frustate’ ) rischia di scrivere inutili scenari o pacchetti di improbabili misure; mentre chi propone riforme rischia di ripetere ipotesi ormai strutturalmente incapaci di tradursi in incisive decisioni strategiche. Posso dichiarare il mio personale dispiacere, ma non posso fare a meno di dire che i due strumenti sono troppo usurati per far da base ad una cultura di governo buona per gli anni futuri. Avanzo quindi l’ipotesi che oggi occorre attrezzarsi a ‘governare la contingenza’ , cioè i fenomeni ed i processi che via via si presentano nell’evoluzione socioeconomica, senza farsi prendere dalla nostalgia per la magica parola ‘vision’ su cui si basa il cosiddetto primato della politica. È infatti evidente che nella società moderna ‘non ci sono che processi’ (dalla globalizzazione all’esplosione dei flussi migratori), che spiovono dal di fuori e creano incertezze e sfide per tutti i soggetti sociali, piccoli e grandi che siano; essi di conseguenza possono essere gestiti solo fenomeno per fenomeno, soggetto per soggetto, caso per caso, decisione per decisione, in un crescente primato della contingenza. È la indiscutibile realtà di fatto, con tutta la sua carica di relativismo nei giudizi e di empiria continuata nei comportamenti. Ne troviamo più che facile conferma nella attuale situazione italiana dove dobbiamo fronteggiare solo delle contingenze: la ripresa degli sbarchi di immigrati, la esplosione politica del Nord Africa, il rientro dal debito impostoci dalle nuove direttive europee, l’egoismo aziendale di molte imprese che vivono di globalizzazione, la risistemazione della finanza locale in vista del federalismo, l’incidenza del permanere della crisi occupazionale sulle decisioni economiche delle famiglie, la bolla dei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Bastano, credo, questi fenomeni per mostrare quanto sia fuori luogo una politica centrata su programmi e riforme; e quanto siamo obbligati a introiettare la contingenza come riferimento strutturale di una cultura di governo meno nobilmente ambiziosa e più faticosamente quotidiana di quella che ha ispirato la politica negli ultimi decenni. Ed è questa la prospettiva su cui un po’ tutti dobbiamo fare maturazione culturale: dalle imprese alle istituzioni, dalle famiglie alle rappresentanze d’interesse. Uniti tutti nel misurarci sul contingente, - conclude De Rita sul CORRIERE DELLA SERA - nell’incertezza e addirittura nella finitezza dei nostri poteri; e con una conseguente umiltà collettiva che ha meno riscontri mediatici ma maggiore qualità etica rispetto alle troppe indignazioni che oggi tengono banco”. (red)

19. Tremonti: conti in ordine, ora la crescita 

Roma - “I conti ‘sono sotto controllo’ e ‘non c’è il rischio di una manovra correttiva’ per le nuove regole del patto europeo. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, - scrive Stefania Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - a Palazzo Chigi rassicurano sull’economia mentre in Senato il governo ottiene la fiducia sul decreto Milleproroghe che interviene a tutto campo per rinviare scadenze e per introdurre nuove misure nei settori più diversi e anche piccole nuove tasse. In particolare il provvedimento introduce sgravi alle banche in vista di Basilea 3, una sanatoria per i manifesti politici, l’aumento dei biglietti per il cinema, la proroga delle multe sulle quote latte, l’introduzione del ‘foglio rosa’ per i motorini, il ritorno della social card, acconti per i Comuni in attesa dell’attuazione del federalismo municipale. Ma anche provvedimenti discussi, come l’aumento dei consiglieri e degli assessori nei grandi Comuni, l’introduzione di tasse regionali in caso di calamità naturale, la sospensione degli abbattimenti delle case abusive di Ischia sino a fine anno. Il testo passa alla Camera che avrà tempo fino al 27 febbraio per approvarlo. ‘Siamo entrati in una nuova fase’ , dice Tremonti, oltre alla tenuta dei conti pubblici ‘dobbiamo puntare a migliorare la crescita’ tenendo conto che l’Italia è l’unico Paese europeo ‘duale’ cioè con l’economia che marcia a due velocità. Più rapidamente al Nord ‘che in termini di ricchezza, patrimonio e reddito è uguale alla Francia’ , più lentamente al Sud. Che, afferma il ministro, ‘è il problema del Paese’ ed ‘è un dovere di tutti risolverlo. Berlusconi, accanto a lui, conferma e chiosa: ‘Nel Meridione abbiamo un grave problema di classe dirigente: degli 80 miliardi sono riusciti a spenderne solo 8’ . Il premier partecipa alla conferenza stampa assieme al ministro per condividere ‘il successo’ dell’accordo con banche e organizzazioni sindacali sulla proroga della moratoria dei debiti delle piccole e medie imprese. Le sue risposte sull’economia – prosegue Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - si alternano però alle riflessioni sulla politica, sul governo e sul caso Ruby. ‘Il profilo psicologico è considerato ormai il primo fattore di crisi. Ottimismo e fiducia sono quindi il compito primo di tutti i governi’ afferma Berlusconi. Il quale però riconosce il ritmo troppo basso della crescita italiana, per colpa del ‘debito più elevato d’Europa, il terzo del mondo, che ci costa cinque punti di Pil l’anno di interessi passivi’ ma che è ‘un’eredità del passato: lo hanno moltiplicato i passati governi’ . E poi, aggiunge, pesano il gap nelle infrastrutture, ‘i tempi inverosimili e inaccettabili della giustizia penale e civile’ e una Pubblica amministrazione ‘pletorica e inefficiente’ . Da qui la ‘sofferenza nel lavorare in un sistema che visto da dentro è molto peggiore di quello che appare da fuori’ . A ‘confortare’ Berlusconi è ‘il calo vertiginoso nel ricorso alla cassa integrazione’ che significa ‘il ritorno a tempo pieno nelle imprese’ . La disoccupazione, ripete Tremonti, è sotto il livello della media Ue e i dati ‘straordinariamente positivi’ delle nuove imprese sono un importante segno ‘di una vitalità che riprende’. Quanto alla crescita, - conclude Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - oggi ci sarà la prima riunione interministeriale per la messa a punto del piano da presentare in aprile all’Ecofin, e comunque ‘è vero che cresciamo meno degli altri Paesi ma molti di questi negli ultimi dieci anni sono stati drogati dalla finanza privata e ora ne cominceranno a risentire’ dice il ministro”. (red)

20. Riecco il ganzo Giulio

Roma - “Giulio Tremonti, in duetto con il presidente del Consiglio, - scrive Il FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ha superato le titubanze che aveva lasciato credere di nutrire sull’esigenza prioritaria di puntare sulla crescita con decisione. Lo ha fatto a modo suo, con un approccio fortemente pragmatico accompagnato a una peculiare analisi della crisi e delle sue cause strutturali. Dopo l’incontro con le rappresentanze del mondo economico, col quale ha concordato una dilazione per il pagamento dei debiti delle piccole imprese, che corrisponde a una forma specifica di rifinanziamento, e l’approvazione al Senato del decreto Milleproroghe, che contiene in realtà elementi che una volta stavano nella legge finanziaria, Tremonti si sente con le carte in regola per affrontare il capitolo della crescita. Quella italiana, ammette, è troppo debole, ma a differenza di quelle di altri paesi, come la Francia citata esplicitamente, non è drogata da una crescita abnorme del deficit o da artifici finanziari a difesa di sistemi bancari meno affidabili del nostro, tra i quali annovera persino quello tedesco. In questa considerazione sulla centralità dell’inaffidabilità del debito bancario, cioè privato, altrui, sta la “difesa” di Tremonti, nella sottolineatura del carattere duale dell’economia italiana, cioè nel peso della questione meridionale, sta il suo punto di attacco ai temi della crescita. Il nord, spiega, è la regione più ricca d’Europa e quindi del mondo e può fare da sé. In effetti il problema sociale più pesante consiste nel tasso colossale di disoccupazione giovanile nel mezzogiorno, che deve essere affrontato anche con deroghe fiscali che consentano di far partire un’economia sana, non basata sull’esasperazione della spesa, dalle prebende sanitarie alle pensioni di invalidità indebite. Per agire in questo campo – osserva Il FOGLIO - sono necessarie misure straordinarie che vengano accettate come tali anche in sede europea, e l’aggancio all’Europa è l’altra carta che Tremonti gioca con autorevolezza. Ha ricordato come l’inattesa esplosione della crescita tedesca sia legata a un sistema contrattuale aziendale e alla concessione di altre deroghe europee accordate alla Germania. Per seguirne l’esempio, come Tremonti ora intende fare con chiarezza, serve estendere il modello Pomigliano e realizzare la fiscalità di vantaggio. E’ un’indicazione concreta ma anche un sostegno aperto all’obiettivo della scossa per la crescita”. (red)

21. Moratoria prorogata sui debiti delle Pmi

Roma - “Quella della moratoria – riporta Stefania Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - ‘è un’idea del governo che ha funzionato’ , ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti annunciando la proroga di sei mesi dell’iniziativa a favore delle piccole e medie imprese, scaduta il 31 gennaio. E il governo deve tenerci davvero visto che il nuovo accordo tra le associazioni imprenditoriali, banche e governo ieri è stato firmato in pompa magna a Palazzo Chigi con la partecipazione anche del premier, Silvio Berlusconi. Il quale ha voluto partecipare anche lui all’evento al fianco di Tremonti, del presidente del’Abi, Giuseppe Mussari, della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e dei presidenti delle altre sigle della piccola industria e dell’artigianato. ‘È una misura che aiuta tante, tante piccole e medie imprese’ ha detto il premier (in un anno e mezzo 190 mila) mentre Mussari ha osservato come tale accordo costituisca ‘un unicum nel panorama europeo e dimostra la volontà delle banche italiane di lavorare per la crescita del Paese come parte sociale insieme alle altre parti sociali’ . Marcegaglia ha definito la proroga come un intervento di ‘importanza fondamentale’ mentre per Giorgio Guerrini, presidente di Rete Imprese Italia, ‘è la prova che il lavoro di squadra tra governo e parti sociali può produrre buoni risultati’ . La proroga, ha spiegato l’Abi, si fonda su quattro pilastri: la riapertura dei termini al 31 luglio 2011 per la presentazione delle domande di sospensione per un anno della quota capitale delle rate del finanziamento che non abbia già usufruito del beneficio. In caso contrario – prosegue Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - è possibile chiedere l’allungamento delle scadenze per un periodo, in ogni caso non superiore ai 2-3 anni. In terzo luogo l’accordo prevede anche che le banche possano mettere a disposizione delle imprese che lo richiedono specifici strumenti di gestione del rischio di tasso relativamente ai finanziamenti per i quali si propone l’allungamento, finalizzati a convertire il tasso da variabile a fisso o a prevedere un tetto per il variabile. Infine saranno previsti appositi finanziamenti per le imprese che avviano processi di rafforzamento patrimoniale. In tutte le operazioni sarà importante per le aziende fruire della copertura del Fondo di Garanzia o del sostegno della cassa Depositi e Prestiti che comunque partecipa al Fondo. Attraverso la Cassa, ha detto ieri Tremonti, ‘le imprese hanno ormai lo Stato come socio, come finanziatore, garante e presto anche come partner per l’export’”. (red)

22. Libera domenica in libero Stato 

Roma - “‘Nessuna amministrazione dello stato può imporre gli orari di apertura e di chiusura di un’attività commerciale al pubblico’. Il governo – scrive IL FOGLIO - potrebbe varare un disegno di legge sulla libertà di impresa commerciale, di un solo articolo, con questo contenuto o altro di simile tenore. Questo breve disegno di legge avrebbe tra l’altro un significato politico molto più immediato della pur importante modifica dell’articolo 41 della Costituzione, avviata in occasione dell’ultimo Consiglio dei ministri e accompagnata da progetti di modifica dell’articolo 118 della Carta, quello sui poteri regionali e locali di limitazione dell’iniziativa economica. Questa legge sarebbe approvata, probabilmente, con meno difficoltà di una riforma costituzionale: basterebbe la maggioranza semplice, una sola volta, alla Camera e al Senato. La prima conseguenza della stessa legge, o di una riforma che andasse comunque nello stesso senso, consisterebbe nella possibilità, per gli esercizi commerciali già esistenti, di vendere ogni prodotto o servizio e di fissare liberamente il proprio orario di apertura: la sera, la domenica o negli altri giorni festivi, durante le ore di pranzo. Gli enti locali non potrebbero che assecondare questa norma. Poiché infatti le aziende commerciali non comportano gravosi problemi ambientali e di sicurezza, come invece quelle di produzione, non sarebbe per loro facile avanzare obiezioni da questo punto di vista. E di fronte alle resistenze ad applicare la nuova norma, la modifica delle regole costituzionali del 41 e del 118 acquisterebbe un ulteriore e importante significato concreto. La flessibilità negli orari di apertura dei negozi accrescerebbe la concorrenza, perché darebbe al consumatore più alternative e più tempo per fare le sue scelte, anche durante le ore in cui non lavora. Si accrescerebbe pure l’occupazione, in particolare quella di giovani e persone della terza età, ovvero tutti quelli con orari più flessibili e quindi tendenzialmente più disponibili a contratti a tempo parziale. D’altronde non si comprende perché con un mercato del lavoro flessibile e sostanzialmente liberalizzato, il commercio non possa sfruttare al meglio questa opportunità. L’obiettivo di ridurre la disoccupazione è, dal punto di vista etico e politico, altrettanto importante di quello di sostenere la creazione di ricchezza. Inoltre, - conclude IL FOGLIO - poiché questa libertà di apertura di esercizi commerciali riguarderebbe anche quelli cui si rivolgono i turisti, essa potrebbe incrementare la spesa in Italia anche da parte dei cittadini stranieri, dando un contributo alla crescita della domanda estera di consumi e quindi, anche così, un apporto aggiuntivo al pil e alla bilancia dei pagamenti”. (red)

23. Falsi invalidi ogni anno dieci miliardi

Roma - “In mezzo a tante brutte notizie, - scrive Luca Ricolfi su LA STAMPA - ce n’è anche una buona. Una notizia piccola, ma significativa: i controlli dell’Inps sulle pensioni di invalidità, iniziati un paio di anni fa, continuano a ritmo serrato e cominciano a dare risultati importanti. Il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, intervistato dal Corriere della Sera , ci informa che, dopo i 200 mila controlli del 2009, nel 2010 ve ne sono stati altri 250 mila, e altrettanti sono previsti sia quest’anno sia l’anno prossimo. Fatti i conti, questo significa che la probabilità di subire un accertamento, fino a ieri trascurabile, si porterà intorno al 30 per cento su 4 anni di verifiche. Quali sono, fin qui, i risultati ? Numeri impressionanti I risultati delle verifiche sono impressionanti. Secondo questo primo ciclo di controlli, circa il 30 per cento dei beneficiari di pensione di invalidità ne usufruiscono senza averne diritto, ma questa percentuale nazionale varia enormemente da luogo a luogo. In provincia di Sassari le pensioni da cancellare sono il 76 per cento, a Roma il 26 per cento, a Milano appena il 3 per cento. In Sardegna sono il 53 per cento, ma anche l'Umbria non scherza con il suo 47 per cento; mentre in Lombardia e in Emilia Romagna la percentuale di cancellazioni resta inferiore al 10 per cento. I dati dell’Inps confermano, sia pure a grandi linee, i risultati di alcuni studi, che già negli anni scorsi - elaborando altri dati forniti dall’Inps stessa e dall’Istat - avevano tentato di stimare il numero di ‘falsi invalidi’ regione per regione e provincia per provincia. Aggiornate a oggi, quelle stime ci mostrano una realtà inquietante. Le sole prestazioni per beneficiari ‘puri’ (che hanno solo una pensione di invalidità) ammontano a circa 15 miliardi di euro all’anno, che diventano più o meno 30 se consideriamo anche i beneficiari ‘multipli’, ossia coloro che cumulano la pensione di invalidità con altri tipi di pensione. Si tratta, in tutto, di 5-6 milioni di persone, a un terzo delle quali dovrebbe essere revocata la prestazione, con un risparmio complessivo di 8-10 miliardi di euro all’anno. Il piano dell’Inps Purtroppo il piano Inps, per quanto assolutamente meritorio (nulla di paragonabile è mai stato fatto in passato), prevede solo - si fa per dire - 250 mila controlli l'anno, da cui è lecito aspettarsi solo un flusso di 1 miliardo di euro ogni anno, anziché gli 8-10 recuperabili in teoria, nel caso cioè le verifiche fossero svolte su tutti (beneficiari puri e multipli) e fossero complete, anziché a campione. E tuttavia anche un miliardo di euro non è affatto poco. Ci sono un sacco di cose che, ogni anno, si potrebbero fare con quella cifra. Alcune non sono di competenza dell’Inps, altre lo sono o potrebbero diventarlo. Un tesoro da sfruttare Ossigeno all’università, alla ricerca, alla cultura, ad esempio. Nuovi asili nido, di cui l’Italia ha un estremo bisogno. Ma anche altre cose più legate ai compiti di un ente come l’Inps. Si potrebbe, ad esempio, - prosegue Ricolfi su LA STAMPA - assumere nuovo personale per intensificare i controlli nei cantieri edili, dove si concentra il grosso dell’evasione contributiva e, purtroppo, anche una frazione considerevole degli infortuni e dei morti sul lavoro. Oppure si potrebbero usare i risparmi ottenuti dalle cancellazioni della false pensioni di invalidità per rifinanziare la social card di Tremonti, ossia per continuare a fare assistenza, come di fatto già si faceva con le pensioni di invalidità, ma in un modo più equo: erogando le prestazioni a chi ha veramente bisogno, anziché a chi trova il modo di ottenere false certificazioni. Sacrifici, purché utili Perché uno dei problemi di fondo dell'Italia, a mio parere, è il seguente. Ci vengono chiesti dei sacrifici, sentiamo più o meno oscuramente che la richiesta non è irragionevole, ma tutti quanti, anche i più disponibili a fare rinunce, che siano inutili, se non controproducenti. La paura è che chi ha dissipato il denaro pubblico continui a farlo, e che la lotta agli sprechi si risolva in nuovi sprechi. O anche semplicemente che nessunosappia che fine fanno i quattrini che lo Stato recupera. Per questo sarebbe bello che, in tutti i settori in cui si fanno dei risparmi, fosse sempre chiara, anzi automatica, la loro destinazione. Ci piacerebbe che alla fine dell’anno il cittadino potesse apprendere - invento, a puro titolo di esempio - che l’Inps ha risparmiato 400 milioni di euro e li ha usati per raddoppiare l'importo della social card, portandola da 40 a 80 euro al mese. Che la Gelmini ha risparmiato 1 miliardo di euro sugli stipendi degli insegnanti e ha aperto 1000 nuovi asili nido. Che Tremonti ha recuperato 20 miliardi di evasione fiscale e ha dimezzato l’Irap. Cose così. Piccoli passi, - conclude Ricolfi su LA STAMPA - ma che dessero a tutti l’impressione che si va da qualche parte. E che la direzione è quella giusta”. (red)

24. Tasse locali, corsa dei rincari

Roma - “In Italia capita anche questo. Succede – scrivono Mario Sensini e Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - che due Comuni praticamente falliti finiscano nell’elenco delle amministrazioni più virtuose, quelle premiate dallo Stato con la possibilità di spendere più soldi rispetto ai limiti ferocemente imposti dal Patto di Stabilità. Possibile che nella lista ci sia anche Catania? La città dove il neosindaco Raffaele Stancanelli, appena eletto a metà 2008, denunciò con le mani tra i capelli un miliardo di debiti nascosti nelle pieghe del bilancio? Dove il suo predecessore era inseguito da torme di creditori di tutte le specie, dai librai cittadini alle ballerine brasiliane? Dove le strade erano al buio perché non erano state pagate le bollette dell’Enel? E dove, per assurdo, il bilancio di quel 2008 appariva talmente in ordine da far guadagnare a Catania un premio da 983.411 euro? Premio, per inciso, negato a città mai censurate per cattiva amministrazione, come Sondrio, Belluno, Asti... Catania come Taranto. Comune dichiarato ufficialmente in dissesto finanziario e sommerso da un debito pazzesco di 616 milioni di euro, dove succedeva davvero di tutto. Perfino che 23 dipendenti, dopo essersi aumentati lo stipendio da soli rubando alle casse municipali 5 milioni, restassero miracolosamente al loro posto. Una città talmente sprofondata nel buco nero dei debiti, che i liquidatori ci hanno messo tre anni per ricostruire la contabilità e pagare i creditori. Con i denari dei contribuenti, naturalmente. Gli stessi quattrini che due anni dopo hanno permesso alla città di incassare un bel ‘premio’ da 1.378.069 euro. Difficile spiegare tutto questo. Una sola cosa è certa: l’elezione diretta di sindaci e governatori e la riforma del Titolo V della Costituzione, voluta nel 2001 dal centrosinistra, hanno dato agli amministratori locali maggiori poteri, ma non maggiori doveri. Da allora ad oggi metà della spesa pubblica è passata dal centro alla periferia, ma il compito di tassare i contribuenti è rimasto allo Stato, perché Regioni, Comuni e Province sono responsabili solo del 18 per centodelle entrate. La finanza locale, già caotica, è diventata ancora più disordinata. E indebitata, perché mentre montava il caos normativo e istituzionale, da Roma, inseguendo il risanamento dei conti pubblici, hanno cominciato a tagliare i trasferimenti di bilancio. Fatto sta che oggi gli italiani si trovano appesantiti, solo a livello locale, da 45 fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni, con la pressione fiscale complessiva che è schizzata nel 2009 al 43,5 per cento, al terzo posto fra i Paesi dell’Ocse. Nonostante le promesse di riduzione e semplificazione che ci sentiamo ripetere da almeno dieci anni. Per raggranellare denaro i sindaci hanno dato sfogo alla fantasia. Alcuni hanno anche rispolverato la ‘tassa sull’ombra’ del 1972, che colpisce ‘la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline’ . Con le casse sempre più vuote, ma nessuna voglia di incidere sulle spese improduttive, gli enti locali hanno di fatto scaricato sui cittadini i sacrifici imposti dal governo centrale. Aggirando ad esempio il blocco delle addizionali comunali sull’Irpef, in vigore dal 2008, pompando le tariffe. Anche i governi, poi, ci hanno messo del loro. Per esempio con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’unica tassa ‘federalista’ vigente in Italia, sacrificata sull’altare dell’ultima campagna elettorale. E pazienza se, come rivelava uno studio dell’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, tra il 2004 e il 2009 le tariffe comunali sono cresciute a una media del 3,5 per centoannuo. Il doppio dell’inflazione, con punte stratosferiche per i rifiuti (+29 per centotra il 2004 e il 2009, e continuano ad aumentare) e i servizi idrici, le cui tariffe crescono in media del 5 per centol’anno. Dopo l’immondizia e l’acqua, - proseguono Sensini e Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - l’ondata dei rincari nel 2010 e in questo primo scorcio del 2011 si è abbattuta su asili nido, mense scolastiche, piscine e impianti sportivi, musei, servizi cimiteriali, trasporto locale. E nel Milleproroghe, appena approvato dal Senato, c’è una nuova sorpresa: tutti i Comuni, anche quelli che non si trovano in emergenza rifiuti, potranno aumentare le tariffe fino a coprire l’intero costo del servizio. Incrociamo le dita. Il caso dell’Ama, che oltre ad essere l’azienda municipalizzata per l’ambiente del Comune di Roma è anche uno straordinario collettore di voti, forse vale per tutti come cattivo esempio di amministrazione. Il bilancio del 2008 si è chiuso con una perdita monstre di 257 milioni di euro. E il 2009 sarebbe stato archiviato con un altro buco di 70 milioni, senza il contributo di 30 milioni erogato dal Comune e l’aumento delle tariffe per ben 40,8 milioni di euro. E tutto questo mentre i crediti verso gli utenti morosi aumentavano, in dodici mesi, di 108 milioni, raggiungendo la cifra astronomica di 623 milioni di euro. La circostanza non ha comunque impedito all’azienda di assumere nuove legioni di dipendenti: 91 nel 2008, 489 nel 2009, 766 nel 2010. Impiegati, netturbini, perfino 164 spalatori di foglie ingaggiati in un colpo solo. Poi, naturalmente, anche parenti e amici dei politici. Per rendersi conto del disordine che regna negli enti locali del nostro Paese, del resto, è sufficiente dare uno sguardo a una tabella elaborata dal senatore del Pd, Marco Stradiotto, componente della Bicamerale sul federalismo, sui dati del ministero dell’Interno. Si scopre, per esempio, che su ogni cittadino di Cosenza grava un costo del personale comunale di 506 euro l’anno: quasi il doppio rispetto a una città poco più grande come Cesena (271 euro), e addirittura il 117 per centoin più nei confronti di Catanzaro (233). Per non parlare delle differenze macroscopiche che ci sono fra Regione e Regione. La Sicilia, con metà dei residenti della Lombardia, sopporta una spesa per il personale regionale nove volte superiore ((un miliardo 782 milioni contro 202 milioni). E investe nelle infrastrutture ferroviarie 13,9 milioni l’anno, 57 volte meno della Lombardia ((786 milioni). Differenze eclatanti, che danno anche la dimensione dell’assistenzialismo in salsa locale. Il bello è che cominciano a saltare fuori solo adesso. Dopo che i tecnici della Commissione mista tra governo ed enti locali per l’attuazione del federalismo, guidata da Luca Antonini, sono quasi impazziti per riportare su base omogenea i bilanci dei Comuni, dove molte spese sono nascoste dall’esternalizzazione dei servizi, e delle Regioni, scritti in quindici modi diversi. In attesa di quello fiscale, in Italia regna da sempre il federalismo contabile, nel senso che ognuno si fa il bilancio a modo suo. E a nulla sono valsi, finora, i tentativi di mettere un po’ d’ordine. Vi siete mai chiesti perché da qualche tempo in qua se un’amministrazione di destra sostituisce una di sinistra, o viceversa, la prima cosa che fa è mettere i libri contabili in mano a un ispettore del Tesoro? Certamente per scaricarsi delle responsabilità dei predecessori. Ma anche perché i bilanci sono così complicati e poco trasparenti che dentro ci si può nascondere di tutto. Dalla due diligence eseguita dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania, richiesta dall’attuale governatore Stefano Caldoro, sono saltati fuori ‘bilanci di previsione fortemente sovradimensionati rispetto al reale andamento degli impegni, e pagamenti ancora più incoerenti’ . Per dire poi come sia possibile piegare i bilanci a ogni esigenza, la Regione, allora guidata da Antonio Bassolino, ha pagato spese che non potevano essere coperte facendosi prestare i soldi dalle banche. Come la manutenzione dei boschi (210 milioni), oppure il servizio di ‘monitoraggio’ (21 milioni) del patrimonio forestale alla Sma Campania, società partecipata dalla Regione che aveva assunto 568 lavoratori socialmente utili. Le cose non vanno meglio con i bilanci dei Comuni. Nell’estate del 2010 la Corte dei conti ha trovato in quello di Foggia cose turche. Non esisteva un inventario dei beni comunali, ma in compenso c’era un contenzioso civile devastante, con decreti ingiuntivi per 30 milioni. Nel bilancio erano contabilizzate come residui ‘attivi’ somme impossibili da incassare. Insomma, una baraonda totale. I decreti attuativi sul federalismo fiscale ora promettono di metterci una pezza, imponendo l’omogeneità dei bilanci. Ma non a tutti, perché per le Regioni a statuto speciale le regole sono dettate dagli Statuti, che hanno rilevanza costituzionale. Dietro l’angolo si profilano altre insidie, ma non si può che partire da qua. Facendo ordine nel caos dei numeri, mettendo al bando con la trasparenza i giochi di prestigio degli amministratori furbacchioni. Poi toccherà ai cosiddetti ‘fabbisogni standard’ , che dovrebbero far superare il principio della ‘spesa storica’ , grazie al quale vengono premiate le amministrazioni più spendaccione. Di che cosa si tratta? Si stabilisce sulla base di parametri economici e territoriali qual è il costo efficiente di un servizio: la polizia locale, l’asilo nido, l’impianto sportivo... Chi vuole spendere di più si arrangi. Dallo Stato – concludono Sensini e Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - non arriverà un euro in più: o si risparmia altrove, o bisognerà aumentare le tasse, e poi rendere conto, ai propri elettori. Ma questo, come vedremo nelle prossime puntate, non è affatto ‘federalismo’. Anche Luca Antonini parla di ‘razionalizzazione della spesa pubblica’ . La devolution è un’altra cosa. Anche se ci ostiniamo a chiamarla così”. (red)

25. La saga Rcs tra Diego e Cesare

Roma - “Enzo Bettiza nel suo libro di memorie, ‘Via Solferino’, ricordando la svolta del 1972 al Corriere della Sera, - scrive Stefano Cingolani su IL FOGLIO - parla di ‘trahison des clercs che si stagliava su uno sfondo di grave dissesto economico’. Nulla del genere è oggi all’orizzonte anche se l’intero mondo della stampa sta vivendo la fase più acuta della crisi, quella tecnologica e strutturale. Rcs MediaGroup ha chiuso il 2010 con ricavi per 2,26 miliardi, in aumento di due punti, un utile di 197,8 milioni, mentre i debiti sono scesi sotto il miliardo, ha spiegato ieri l’ad Antonello Perricone ai soci del patto di sindacato. E il quotidiano è tornato primo. Zuccherini che non bastano ad addolcire le aspre divergenze tra Diego Della Valle e Cesare Geronzi. Tre ore di discussione accesa, ‘scontro duro e aspro’ lo chiama l’agenzia confindustriale Radiocor. E nessuno dei due ha fatto un passo indietro. Alla fine è toccato a Giovanni Bazoli trovare la formula per uscirne, confermando in modo non usuale il sostegno esplicito al direttore, Ferruccio de Bortoli, per il quale garantisce il presidente Piergaetano Marchetti. Il comunicato impegna tutti ‘a concentrare le discussioni negli organi sociali e all’occorrenza nella direzione del patto’, fino alla sua scadenza. Guai a chi turba l’equilibrio neoclassico sul quale si regge il giornale della grande borghesia. Tregua armata. Durerà? Luca di Montezemolo auspica che ‘si guardi sempre avanti come ha detto Della Valle’, e in un articolo sul sito della sua fondazione ItaliaFutura si chiede se ‘siamo all’inizio di una fase di modernizzazione’. John Elkann, secondo azionista di Rcs, ha mostrato irritazione per certe critiche al ciclone Marchionne, tuttavia non farà da destabilizzatore. Tanto meno Pesenti, Lucchini, Merloni. Bazoli lavora per lo status quo insieme a Cesare Geronzi. Giuseppe Rotelli, con il suo undici e rotti per cento di azioni, sta in consiglio, ma resta fuori dal patto. Stabilizzatori e movimentisti, insomma, hanno lanciato dei ballon d’essai, non si sono ancora contati. Troppe le variabili fuori controllo, a cominciare da quelle politiche. Eppure, in Borsa sono pronti a scommettere che qualcosa si muove. Il primo segnale arriva il 18 dicembre scorso quando Mr. Tod’s si astiene sul piano industriale Rcs, insieme a Rotelli. L’accelerazione parte il 2 febbraio, quando sempre lui, azionista delle Assicurazioni Generali, chiede che la compagnia venda la partecipazione in Rizzoli-Corriere della Sera perché non strategica e fonte di eterni malintesi. La proposta viene respinta ieri dal presidente Geronzi, definendola sul Financial Times come ‘un’idea caduta dal cielo’. Con una coda prima accennata, poi lasciata sullo sfondo: meglio cedere tutto, partendo da Telecom per finire con Ntv (i treni ad alta velocità) dove si trovano insieme Della Valle e Luca Cordero di Montezemolo. Tuttavia, l’industriale marchigiano sostiene di riscuotere consensi. Vincent Bolloré, vicepresidente di Generali, non dice né no né sì. Sia lui sia Della Valle stanno in ogni lato del triangolo magico di via Solferino: Mediobanca, Generali e Rizzoli-Corriere della Sera. Rcs è una società quotata, però chi volesse comperare azioni ne troverebbe poche: due terzi sono bloccate nel patto, le altre in mani forti (Benetton e Toti oltre a Rotelli). I tamburi di guerra hanno fatto salire il titolo del 4 per cento e molti sognano i fasti del 2005 quando la scalata di Stefano Ricucci lo portò oltre sei euro. In quel ferale 2005, - prosegue Cingolani su IL FOGLIO - Della Valle conduce la sua prima grande battaglia finanziaria nell’arena del capitale, contro i furbetti scalatori. Entrato in Mediobanca e Rcs due anni prima, aveva già in portafogli Comit dal 1996, Bnl dal 1998 e Generali dall’anno successivo. Nella banca romana, sostiene fino all’ultimo Luigi Abete contro Unipol, vendendo poi le azioni ai francesi di Bnp con un plusvalore di 250 milioni. Al Corriere si mostra un campione della stabilità, insieme agli azionisti storici e a Giulio Tremonti. Della Valle stima di aver perso un bel po’ di quattrini perché la quotazione odierna (1,2 euro) è inferiore persino a quella d’ingresso (attorno a due euro). Il suo pacchetto del 5,4 per cento resta strategico, purché Mr. Tod’s riesca a contare. Fino a che punto? Fino alla presidenza, scommettono in Borsa. Prima se la prende con i due ‘arzilli vecchietti’, cioè Bazoli e Geronzi, poi il 14 febbraio all’’Infedele’ di Gad Lerner, precisa: ‘Ce l’ho con Geronzi’. Il banchiere romano e l’industriale marchigiano non possono essere più diversi. L’orizzonte del primo è sempre stato pubblico e istituzionale. A Casette d’Ete, un tiro di schioppo dall’Adriatico, le cose stanno in modo diverso. Anche i marchigiani sono cattolici e conservatori, ma nello stesso tempo individualisti e un po’ anarchici. L’epopea di Mr. Tod’s, nata con il nonno ciabattino, è nota e celebrata. L’autunno 2010 segna un salto ulteriore nelle ambizioni di Della Valle. Uscito dalla crisi senza perdite, anzi con qualche significativo guadagno, scala Saks, il tempio dello shopping di classe sulla Fifth Avenue, e diventa primo azionista. Poi ottiene il plauso nazionale pagando il restauro del Colosseo. Nell’ultima campagna pubblicitaria mette in scena gli eredi delle grandi famiglie del capitalismo mondiale: Hugo, ultimo dei Guinness, James Johnson della Johnson & Johnson. Ormai, - conclude Cingolani su IL FOGLIO - è nel Gotha internazionale, ma nemo propheta in patria non s’addice a Della Valle”. (red)

26. Le versioni di Ruby: verità opposte in due interrogatori

Roma - “Fare il processo a Berlusconi sul ‘caso Ruby’ ma senza più Ruby. O almeno – scrive Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - senza la Ruby da 1-x-2 della schedina: senza cioè la testimone capace sulla stessa circostanza, in due interrogatori dello stesso 3 agosto 2010, di dire una cosa nel primo e il suo contrario nel secondo. Già solo dal modo di gestire il fascicolo in queste settimane, per esempio dalla scelta di non utilizzare nell’invito a comparire del 14 gennaio e nella richiesta di giudizio immediato del 9 febbraio contro il premier neppure una frase dei pur obbligatoriamente depositati interrogatori della giovane, è ormai palese l’intenzione della Procura: prendere con le molle i quattro fantasmagorici verbali estivi dell’allora minorenne marocchina, segmentarli ed estrarre dal magma di descrizioni solo i dati di fatto confermabili da almeno un riscontro esterno, quindi buttare tutto il resto fuori dal perimetro probatorio. Per non avventurarsi nella scivolosa separazione del vero dal falso, del minimizzato dall’ingigantito, del detto dal taciuto. Non che la ragazza non sia stata determinante per l’inchiesta, con parole riscontrate ad esempio sulla dinamica sessuale dei dopocena di Arcore, descritta negli stessi termini da testimoni del tutto diverse come l’ex compagna di scuola di Nicole Minetti; sulla squadra delle ospiti più assidue, confermata dall’esame delle celle telefoniche; sulla correlazione tra i pagamenti del premier alle ragazze e il loro permanere notturno a casa Berlusconi; sulle erogazioni di contanti, provata nel caso di Ruby dal sequestro, in un controllo fintamente casuale a Genova, di 5.000 euro che aveva incassato a Segrate dal tesoriere di Berlusconi. Ma a chi per indagine ha dovuto studiare questa ‘difficile’minorenne dentro e fuori le comunità, con conflitti di famiglia, di identità nazionale e di religione, Karima appare ‘un micidiale concentrato di dolore, intelligenza e malizia’ : un cocktail esploso in mano al presidente del Consiglio che forse nei 15 giorni di frequentazioni ad Arcore (non 3 come dice lei), e nei 67 contatti telefonici attestati dai tabulati della ragazza, non si è reso conto di quale precario equilibrio psicologico andasse a incrociare. Anche nel modo di esprimersi: Ruby, che nega di aver fatto sesso con il premier, ai pm – prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – non afferma mai che lui glielo chiedeva, ma dice che ‘non mi era difficile capire’ che lo volesse. All’epoca dei primi interrogatori zeppi di nomi eccellenti (che i pm hanno ora scelto di depositare con larghi omissis quando non riscontrabili), in Procura c’era persino chi si chiedeva se non si dovesse indagarla per false dichiarazioni: specie quando si era avuta la sensazione che una certa starlette, da Ruby inizialmente indicata, le fosse venuta in mente solo perché l’aveva vista il giorno prima su una rivista. Così come è già stato sottolineato il granchio preso sulla presenza di Clooney a una delle feste ‘incriminate’. Ma ancor più indicativa è la giornata del 3 agosto, quando in un interrogatorio la ragazza afferma di aver informato Berlusconi addirittura già nel marzo 2010 (cioè tre mesi prima della notte in Questura del 27 maggio) di essere minorenne. Sarebbe decisivo per l’imputazione di prostituzione minorile. Ma già il fatto che questa circostanza non fosse valorizzata il 14 gennaio nell’invito a comparire a Berlusconi, dove piuttosto i pm sottolineavano altri elementi ben più indiretti, lasciava intuire che quel verbale non fosse esattamente il colpo del k. o. E difatti la spiegazione c’è: sempre il 3 agosto fu fatto un secondo interrogatorio nel quale, alla medesima domanda dei pm, Ruby rispose in un modo diverso, poco compatibile con la precedente versione, e cioè dicendo che al telefono Berlusconi la notte del 27 maggio in Questura si era lamentato con lei (usando anche un appellativo tra l’affettuoso e l’arrabbiato) del fatto che non gli avesse parlato prima della sua età. Addirittura una tripla versione, invece, Ruby ha sinora offerto sulla questione di chi avesse detto a chi che lei era egiziana e ‘nipote di Mubarak. In estate, ai pm (che di nuovo non devono aver granché creduto a questa tesi, visto che non l’hanno evidenziata nell’invito a comparire) Ruby dice che fu Berlusconi stesso a suggerirle di spacciarsi per tale, allo scopo di giustificare il denaro che lui man mano le dava, indicato la prima notte in circa 40.000 euro e complessivamente in circa 150.000 euro. Agli avvocati, nel verbale di indagini difensive del 3 novembre, dice il contrario, e cioè di essere stata lei a dire a Berlusconi che era egiziana e parente di Mubarak. Nell’intervista del 19 gennaio su Canale 5 ad Alfonso Signorini cambia ancora, e cioè ride dicendo che per la prima volta aveva appreso della storiella di Mubarak solo quando l’aveva letta sui giornali. Non è solo all’accusa che Ruby ha somministrato, ogni tot cose vere, anche una falsa o reticente. Ne è prova documentale l’intercettazione nella quale Ruby, descrivendo il colloquio avuto con imprecisati avvocati/emissari del premier, spiega di aver riferito loro che alcune verità compromettenti aveva dovuto ammetterle ai magistrati perché i pm le avevano messo sotto il naso alcune foto schiaccianti. Il piccolo particolare è, come risulta dai verbali, - conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – che nessuna foto le è mai stata mostrata negli interrogatori: segno che Ruby, nei confronti dei suoi misteriosi interlocutori, stava in realtà precostituendosi una finta giustificazione per le dichiarazioni che aveva ormai già reso in estate alla Procura”. (red)

27. Venti di rivolta anche in Libia: “Via Gheddafi”

Roma - “Filo spinato a rasoio e guardie armate sul confine – scrive Giampaolo Cadalanu su LA REPUBBLICA - non sono riusciti a isolare la Libia: stretta fra la Tunisia ormai libera dal regime di Ben Ali e l’Egitto gioiosamente orfano di Hosni Mubarak, anche la Jamahiriya di Muhammar el Gheddafi ha accusato le scosse del terremoto che stravolge l’intero Maghreb. Non poteva restare immune, perché la rivolta passa attraverso i mezzi di comunicazione globali e il contagio è immediato sulla colta gioventù libica. Ma è presto per pensare a un rivolgimento del sistema a Tripoli, anche perché l’economia del Paese, grazie al petrolio, va molto meglio di quella dei vicini. La contestazione è partita a Bengasi, a nord-est, seconda città della Libia, da sempre poco amichevole con il colonnello: centinaia di dimostranti sono scesi in piazza per scontrarsi con i sostenitori del governo e con la polizia. Le testimonianze raccolte da Al Jazeera parlano di lacrimogeni, pallottole di gomma e idranti: a fine giornata i feriti sarebbero una quarantina e i morti due, anche se il tam tam sui siti dei social network come Twitter fa rimbalzare la notizia di ‘sette martiri’. ‘Siamo i figli di Omar Mukhtar’ (l’eroe della resistenza anti-italiana) è lo slogan più diffuso in Rete. La ribellione era partita nella sera di martedì, quando diverse centinaia di manifestanti (fino a duemila, secondo testimoni sentiti dalla Bbc) si erano riuniti davanti alla stazione di polizia per chiedere la liberazione dell’avvocato Fehti Tarbel. Il legale è un attivista per i diritti umani e difende le famiglie dei detenuti uccisi nel 1996 durante la rivolta nell’inferno di Abu Salim, il carcere di Tripoli. Tarbel, arrestato senza spiegazioni, è stato poi scarcerato in giornata. Contrastata dagli agenti, la protesta è diventata aperta contestazione dei regime, con sassi e bottiglie molotov, al suono di slogan come: ‘Non c’è altro Dio all’infuori di Allah, e Muhammar è nemico diAllah’ oppure ‘il popolo fermerà la corruzione’. La repressione poliziesca è continuata con gli arresti di critici del regime come il blogger Asheim Muhammad e lo scrittore Idris al Mesmari, quest’ultimo finito in manette poco dopo aver raccontato dei disordini al microfono della tv dei Qatar. Il colonnello – prosegue Cadalanu su LA REPUBBLICA - ha reagito alle contestazioni anche mobilitando i fedelissimi in manifestazioni pro-regime a Tripoli, Sirte, oltre che nella stessaBengasi, ma allo stesso tempo aprendo le porte della prigione a 110 militanti islamici. La contestazione però non si tira indietro: su Internet rimbalza l’appello a scendere in piazza anche oggi, per trasformare il 17 febbraio nel ‘giorno della rabbia’ contro Gheddafi, al potere da oltre quarant’anni. Non è solo la stanchezza per il colonnello a muovere i critici: c’è anche un evidente richiamo islamico. Lo segnala l’invocazione divina contrapposta al regime negli slogan e nei canti durante i cortei, ma anche i video distribuiti su YouTube. In pieno corto-circuito culturale, le sequenze girate con i telefoni cellulari mostrano ragazzi con fazzoletti e bandiere verdi, come quelle esibite in Iran durante le contestazioni alla conferma elettorale di Ahmadinejad nel 2009”. (red)

28. Le mosse del Colonnello. Per Farnesina regime stabile

Roma - “Intento a prevenire espansioni in Libia dei moti che hanno spodestato il presidente tunisino Ben Ali e l’egiziano Hosni Mubarak, - scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - martedì scorso Muammar el Gheddafi ha salutato in pubblico alcuni familiari degli undici sudditi uccisi dalla polizia il 17 febbraio 2006 a Bengasi mentre assaltavano il consolato d’Italia. Stando alla versione ufficiale, a quelle famiglie di contestatori cinque anni fa indignati perché il leghista italiano Roberto Calderoli aveva ostentato in tv una maglietta con vignetta su Maometto erano già arrivati risarcimenti della Giamahiria. Ma l’ufficiale che prese il potere a Tripoli con un colpo di Stato nel 1969 non ha interesse a far sì che l’amicizia con il governo di Silvio Berlusconi lo renda, agli occhi della piazza, il nemico principale dei libici scontenti e più legati ai dettami dell’Islam. Oggi si vedrà quanti oppositori manifesteranno in Libia per l’anniversario dell’assalto al consolato. Circa trentamila, stando ai conteggi del governo, erano i cittadini che martedì hanno ascoltato il leader a Tripoli nel giorno della commemorazione della nascita di Maometto, il profeta ritenuto nel 2006 oltraggiato dai vignettisti. E il regime avrebbe intenzione di proseguire sulla stessa strada: ai cortei o ai sit ribelli convocati via Internet contrapporre manifestazioni, certo non amichevoli, di sostenitori del governo. In Italia, la Farnesina non crede che Gheddafi sia prossimo a un crollo. L’Algeria viene tenuta d’occhio come una terra a rischio di rivolte. Si prende nota di voci che in Arabia Saudita danno re Abdullah per morente. In via riservata la diplomazia italiana constata che le nuove ondate di richieste di democrazia hanno avuto l’effetto paradosso di indebolire tutte le potenze politico-militari arabe in grado di bilanciare la forza dell’Iran. Su Tripoli tuttavia la linea non è cambiata da quando, nel commentare la fuga di Ben Ali, il ministro degli Esteri Franco Frattini in un’intervista al Corriere il 17 gennaio indicò Gheddafi come un esempio di dialogo con le popolazioni arabe, una posizione che spinse l’eurodeputata del Pd Debora Serracchiani a rivolgersi alla Commissione di Bruxelles con un’interrogazione per chiedere se era anche la linea dell’Unione Europea. Le analisi italiane non hanno dato mostra di saper anticipare lo scollamento degli assetti consolidati in Tunisia e in Egitto. È bene non accomodarsi su troppe certezze. Gheddafi, comunque, sta adottando contromisure per cercare di far sbollire umori capaci di esplodere in piazza. C’è anche – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - chi sostiene che alcuni appelli alla mobilitazione di oggi potrebbero essere partiti dal regime per spingere gli sprovveduti a esporsi e poi far scattare la repressione. Bengasi e la Cirenaica, per il radicamento dei fondamentalisti islamici, sono le zone meno facili per il Colonnello. Non è un caso che tre giorni fa Gheddafi abbia rispolverato così una retorica adatta a tanti di loro: ‘Tutti gli Stati arabi che hanno rapporti con Israele sono dei regimi codardi’ . Ma è con i soldi, non soltanto con gli agenti segreti, che Gheddafi punta a rimanere leader. È verosimile, come sostiene un sito Internet pubblicando un documento difficile da verificare, che la sicurezza nazionale abbia ordinato di contrastare le proteste scegliendo tra i giovani ‘50 elementi esterni alle forze di polizia per ogni commissariato’. Ma sarebbe fragile l’analisi di chi pensasse che Gheddafi per 41 anni è rimasto al potere soltanto perseguitando gli oppositori. Dal 2009 il regime si vanta di aver avviato un piano di prestiti senza interessi per la costruzione di 400 mila abitazioni: una ventina di giorni fa sono stati stanziati altri 13 miliardi di euro. E una somma complessiva che con le case arriva a 89 miliardi è destinata a costruire tre aeroporti, dieci porti, 18 nuove zone industriali, scuole e ospedali. Questi progetti rivendicati il 3 febbraio dal segretario generale dell’Ufficio libico per i progetti, Khaled Al Gaouil, riguardano 41 città. Almeno nelle intenzioni, - conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - dovrebbero spegnere in anticipo più molotov degli idranti della polizia”. (red)

Turchia: tra identità e occidente

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