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Turchia: tra identità e occidente

Uno sguardo dall’interno alla società turca, che continua a fare i conti con le sue spinte contraddittorie: il laicismo della politica e l’islamismo diffuso, le tradizioni locali e la globalizzazione economica e culturale

di Davide Stasi

Ogni nazione ha i suoi padri. E spesso è possibile inquadrare una società partendo dai caratteri di chi l’ha plasmata nelle sue linee guida. Esistono stati che hanno costruito un culto sul proprio padre fondatore, con diverse gradazioni: si va dalla reverenza ormai un po’ rituale per Abramo Licoln negli USA, a un ben più fondato, e talvolta anche critico ossequio, come quello per De Gaulle in Francia. In Italia non c’è traccia di tutto questo, eccezion fatta forse per Totò e Alberto Sordi. In Turchia, la figura di riferimento, oggetto di una vera religione civile, è Mustafà Kemal, ribattezzato per decreto, nel 1934, “Atatürk”, ossia “Padre dei Turchi”.

Atatürk incomincia il suo cammino rivoluzionario da generale dell’esercito, durante la Prima guerra mondiale. All’epoca il paese era un sultanato, una realtà istituzionalmente, economicamente e socialmente “arretrata”, se messa a confronto con le potenze occidentali di allora, prossime a raggiungere il proprio apice colonizzatore e modernizzatore, e considerate universalmente superiori. Atatürk dunque non ha alternative nel momento in cui progetta una rivoluzione modernizzatrice cercando di innestarla in una realtà già consolidata da secoli, e deve guardare ad ovest per trovare e proporre un modello.

La sua dottrina conquista il popolo, e gli permette di deporre l’ultimo sultano, Maometto VI, nel 1926, anno in cui la Turchia diventa una repubblica. Da quel momento si devono a lui tutte le riforme occidentalizzanti: abolizione delle magistrature coraniche, laicizzazione dello Stato, parità dei sessi, introduzione del suffragio universale, del calendario gregoriano, del sistema metrico decimale, e così via. Il suo tentativo, conseguente alle richieste del popolo, di trovare un compromesso tra antica tradizione islamica e modernizzazione di stampo occidentale è un’alchimia audace e difficile. Eppure oggi la Turchia vive di kemalismo laicista nella politica, con la vigile garanzia dell’esercito, e però di un islamismo piuttosto rigido nei costumi. Anche questa dualità ha permesso al paese di essere da sempre proteso verso l’Europa, pur restando ancorato al Medio Oriente.

Oggi la Turchia, però, comincia a pagare per questa modernizzazione occidentalista che si impronta inevitabilmente allo sviluppo senza freni. Impressionano i nuovi quartieri di Ankara o di Izmir, palazzoni immensi che occupano intere colline. Tutti completamente disabitati. Segno che la bolla immobiliare fluttua allegramente anche qui. Donne di ogni età, tassativamente in hijab, perdono il cervello in centri commerciali anonimi, comprando qualunque cosa pur di bilanciare il loro genetico sentirsi arretrate e desiderare quindi di vivere all’occidentale. I meeting internazionali sono tassativamente gestiti all’americana, ma prima di iniziare si rispetta un minuto di silenzio per i caduti della rivoluzione kemalista, e si suona l’inno nazionale. Una schizofrenia governata da un sistema politico ambiguo, costretto a tener duro sulla laicità dello Stato di fronte a movimenti islamici agguerritissimi.

In questo sistema, il dualismo emerge in tutto. Kemàl, nei suoi richiami a rifarsi all’occidente per progredire, spinse fortemente verso la conoscenza della musica lirica occidentale, specie italiana, invitando i compositori locali a produrre opere di uguale dignità. Alla première di “Yusuf e Züleyha” di Okan Demiriş, ieri sera all’ Ankara State Opera and Ballet, c’era il pienone. L’opera tratta il soggetto biblico di Giuseppe, patriarca venerato e riconosciuto anche nell’Islam. La musica richiama, non senza ingenuità, Puccini e Verdi, più qualche arditezza contemporanea sparsa qua e là, che i turchi mostrano di apprezzare e capire. Modalità musicali propriamente turche vengono evocate solo per qualche istante, quasi con timidezza.

Ma ciò che colpisce davvero è l’organico del teatro: una sessantina di persone solo per il palco, tra ballerine, comparse, cantanti, coristi, a cui vanno aggiunte l’orchestra e le maestranze. Tutti stabili e ben pagati, a carico dello Stato e, se si chiede a un turco se sia giusto, la replica è che deve essere così, caschi il mondo. Per i turchi è quasi un dovere civico frequentare l’opera. Come per l’italiano medio andare in vacanza a Sharm el Sheik o tifare per una squadra di calcio, insomma. E se nell’arduo e contraddittorio mix voluto dal padre dei turchi per creare un’identità nazionale, avendo come riferimento l’anti-identitario modello occidentale, qualcosa di positivo si vuole trovare, il primo posto in cui guardare è proprio la cultura. Che è musica di alto livello, il dovere per tutti di conoscerla, seguirla e capirla, e strutture culturali a carico dello Stato. Quello stesso Stato che in Italia considera la cultura qualcosa di improduttivo, da tagliare, come ogni cosa capace di farci sentire italiani, invece che puri e semplici consumatori. 

Davide Stasi 

Mentire sempre, mentire tutti

Secondo i quotidiani del 17/02/2011