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Delocalizzare senza passare dal via

Benetton va a produrre anche in Serbia: un po’ per tagliare i costi del personale e un po’ per ottenere i finanziamenti di Stato, fissati in novemila euro per ogni posto di lavoro

di Ferdinando Menconi

Delocalizzare “senza passare dal via”: cioè aprire una fabbrica all’estero senza chiudere quella in Italia si può fare, e certo è meglio che farlo chiudendo in Italia, ma non dimentichiamo che, se il settore è redditizio, sono sempre posti di lavoro in meno. E se poi il prodotto è serbo, perché è la Serbia l’ultima moda della delocalizzazione, e però si lascia intendere che sia “made in Italy”, la cosa dovrebbe essere considerata una truffa ai danni del consumatore.

Benetton è forse il meno “italiano” dei marchi della moda, segnato com’è dalle progressiste e preglobalizzatorie campagne di Oliviero Toscani, quelle che non recedevano neppure davanti alla morte pur di far fatturare l’azienda, ma con artistico stile sia chiaro. Nonostante l’antirazzista, e strumentale, United colors, Benetton viene, comunque, fatto percepire come un marchio dell’Italian style (l’inglese è d’obbligo anche per l’Italian style). Uno di quelli, insomma, che se vengono contraffatti in Cina o a Napoli fanno scattare costose operazioni giudiziarie di tutela dell’italianità, magari ad opera della Guardia di Finanza che così viene anche distolta da persecutorie azioni antievasione. Se invece l’Italian style è prodotto in Serbia, ma nella fabbrica del titolare del marchio, la truffa è esclusa: perché nella targhetta del golfino ci sarà scritto piccolo piccolo “made in Serbia”, e i giornalisti che hanno sostenuto che Benetton mantenesse la dicitura “made in Italy” anche per i prodotti “made in Delocalandia” hanno dovuto pagare risarcimenti che anche la nostra redazione si potrebbe permettere, il che ci dà da pensare.

Sono insinuazioni che, comunque, noi ci risparmiamo. Non è nella microtarghetta il punto: noi i prodotti a marchio italiano prodotti all’estero li percepiamo sempre e comunque come ingannevoli. Per noi ciò che sarà prodotto dalla ex Nitex in Serbia dovrebbe essere venduto a marchio “Benettonich” per essere moralmente, ma quindi fuori moda, lecito. Anche perché non vediamo come la “Guardia di Finanza serba” potrebbe mai intervenire a tutela dell’italianità di un prodotto serbo.

Questa è, attenzione, solo la parte populista del problema, perché, anche se il marchio da tutelare fosse Benettonich, c’è un’altra, e almeno altrettanto profonda, questione: Benetton investirà là perché sovvenzionato dal governo serbo. L’imprenditore, questo benefattore disinteressato dell’umanità, non può essere remunerato solo dal profitto, ma deve anche essere incentivato coi soldi pubblici: con tutta la concorrenza al ribasso sul costo della mano d’opera, anche una parte delle tasse dei cittadini deve essere destinata a lui. Vuoi finanziandolo, vuoi esentandolo dal pagamento delle imposte.

Tutto ciò, però, è una stortura persino per il sistema liberista, tanto propagandato quanto poco praticato. Mentre l’abbattimento del costo del lavoro rientra nel becero meccanismo capitalista – e la solidità delle infrastrutture avrebbe senso anche per altri sistemi economici, che magari le metterebbero anche illiberalmente a carico delle imprese che se avvantaggiano in modo specifico – gli aiuti di Stato dovrebbero essere l’antitesi del liberalismo. O almeno, così ci raccontavano un tempo. Ma forse, in realtà, intendevano dire liberismo, due cose profondamente diverse. Forse però, ignoranti noi, i finanziamenti pubblici non vanno bene solo quando sono diretti alle aziende di Stato. Che non è detto che siano condannate a non funzionare: alcune di essi lo facevano, e bene, anche in Italia; poi è arrivato Prodi e ha dato loro il colpo di grazia.

Per avere il grazioso interessamento di Benetton, che effettuerà un cortese investimento di 43,2 milioni di euro, lo stato Serbo contribuirà con 9.000 euro per ognuno dei posti di lavoro creati, che nelle previsioni dovrebbero essere 2.700. Messa in questi termini, sembrerebbe un equo prezzo da pagare, da parte dei contribuenti, per far lavorare i propri concittadini: il “rischio” dell’imprenditore va sostenuto a fondo perduto e senza pretendere di partecipare agli utili. Che basti il lavoro concesso dal padrone.

Non per nulla la questione viene posta così. Se uno moltiplicasse 9.000 per 2.700 scoprirebbe che fa 24.3 milioni. E quindi, se si seguisse una mentalità puramente liberista/imprenditoriale, la stato Serbo dovrebbe essere l’azionista di maggioranza cui spetta più del 50 per cento degli utili, visto che l’investimento del benefattore Benetton è in realtà di soli 18.9 milioni di euro. Così stanno le cose. E sempre ammesso, e non concesso, che  i posti di lavoro promessi siano realizzati, che il finanziamento a tassi “non di mercato” del governo serbo non finisca investito altrove e che Benetton, una volta incassati i fondi, non chiuda anzitempo, in ossequio all'abitudine imprenditoriale nazionale che nel Mezzogiorno seguiva la remunerativa politica del “prendi i soldi e scappa”.

La prossima volta, però, che vi vorrete gratificare con un prodotto di puro Italian style garantito dal marchio Benetton, non domandatevi se è prodotto in Serbia,  ma ricordatevi che uno dei prodotti di maggior successo usciti dalla maison Benetton è Flavio Briatore, fulgido esempio di cos’è diventato lo “stile” italiano.

Ferdinando Menconi

 

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