Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Polveriera Nord Africa. L’Algeria

Dopo Tunisia e Egitto le proteste popolari sembrano fatalmente destinate a estendersi altrove. Tra gli obiettivi quasi certi il regime clientelare e fintamente democratico di Bouteflika 

di Davide Stasi

Il Nord Africa è in tumulto. Tutto è cominciato in Tunisia, com’è noto, dove la situazione è tutt’altro che definita. Il contagio si è poi diffuso sorprendentemente all’Egitto. Sorprendentemente perché sembrava essere il paese più solido nella sua strutturazione istituzionale, intoccabile anche per il suo ruolo chiave nei delicati equilibri mediorientali e nelle relazioni con Israele. Libia e Marocco, per motivi diversi, reggono all’ondata di malcontenti e tumulti, mentre l’Algeria sembra essere la prossima candidata all’incendio sociale.

È da gennaio, infatti, che in tutto il paese si accendono manifestazioni di dissenso contro il regime del presidente Bouteflika. Eventi spesso violenti, che negli ultimi mesi hanno causato cinque morti e più di duecento feriti. Tutte iniziative però portate avanti in modo scollegato, estemporaneo e disorganizzato, che solo ultimamente sembrano trovare una strutturazione più definita e decisa. Il 6 febbraio è infatti prevista una manifestazione di disoccupati di fronte al Ministero del lavoro, ad Algeri, mentre il 12 febbraio avrà luogo un grande sciopero di due giorni promosso dal personale sanitario e dai dipendenti del settore scuola, decisi a chiedere aumenti salariali. Quello dei salari sembra però più un pretesto che altro, a giudicare dagli slogan, che auspicano apertamente un radicale «crollo del sistema». In risposta, come in Tunisia e in Egitto, l’establishment, che da 19 anni impone uno “stato d’emergenza” al paese, si stringe a propria difesa, annunciando che, per ragioni di sicurezza, nessuna delle manifestazioni pianificate sarà autorizzata.

E il sistema che gli algerini sembrano intenzionati ad abbattere ha caratteri ben definiti. Il presidente Bouteflika, al potere dal 1999, ha consolidato il proprio potere impostando un culto della personalità ben assecondato da media direttamente controllati dal regime. Da quel momento, dopo aver soppresso il limite di rieleggibilità, ha impostato una sorta di “monarchia repubblicana”, segnata da elezioni falsate e plebiscitarie. 

Il “sultanismo” che ne è derivato si fonda su un’oligarchia politico-affarista ramificata tramite le parentele, e su un sistema clientelare che fa da filtro nella selezione del personale politico-amministrativo, scelto soprattutto per la lealtà verso il regime. Ciò che leale potrebbe non essere, come la magistratura o i media, è sottoposto per legge al controllo politico. Il partito di riferimento di Bouteflika, il Fronte di Liberazione Nazionale, è diffusamente discreditato e odiato. Per tenere in piedi il governo si è reso necessario un allargamento della coalizione a un altro partito nazionalista “gemello” e a un partito islamista docile. Di contro, l’opposizione, composta da partiti di sinistra e dai radicalisti islamici, è disorientata, marginalizzata, irrilevante, privata com’è di spazi pubblici e mediatici. Solo in questo periodo sta trovando spazi di affermazione, pur tra divisioni interne, cavalcando il fermento sociale montante.

La matrice del potere di Bouteflika è l’esercito, che governa il cuore dello Stato. A partire dall’indipendenza (1962) le Forze armate rappresentano il centro decisionale reale che “benedice” ogni presidenza, anche quando vestita in abiti civili. In pratica il vero potere in Algeria si esercita all’interno non delle istituzioni formali, ma in seno a un “conclave” che raggruppa i maggiori capi militari e che decide della politica e dell’economia del paese, avendo di fatto un potere superiore allo stesso presidente. Quest’ultimo, dunque, è onnipotente rispetto alle istituzioni formali, ma impotente di fronte a un’istituzione informale e incostituzionale.

Il controllo della situazione, dove prosperano clientelismi e corruzione, è garantito da un apparato di polizia capillare, che vigila su un sistema economico impantanato in una palude dove prospera una burocrazia predatoria. Che è figlia delle vecchie caste militari e che monopolizza il commercio con la complicità dei ras della casta al potere, forte dei suoi privilegi parassitari (un politico algerino ha uno stipendio medio 25 volte maggiore al salario minimo di un cittadino ordinario). È in questo quadro di “democrazia svuotata”, o “democrazia autoritaria”, per molti aspetti così somigliante a quella italiana, mutatis mutandis – ossia mettendo mafia e poteri occulti al posto del “conclave” militare algerino – che sta maturando la probabile, prossima deflagrazione nordafricana. Sperando che sia contagiosa e non tema il mare.

Davide Stasi

Anche il Sudan si ribella

Processo breve, giustizia a termine