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Secondo i quotidiani del 02/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Finisce il regno di Mubarak”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “La fabbrica delle anime”. Di spalla: “Una bella giornata d’orgoglio italiano”. Al centro: “Il Pdl rilancia sulla giustizia: processo breve e intercettazioni”. In taglio basso: “Il massacro degli ‘husky’ disoccupati” e “ ‘Milionaria con la tv. Ma io voglio un lavoro’ ”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Processo breve, è battaglia”. Editoriali di Piero Colaprico: “La matematica del potere” e Gad Lerner: “La ribellione degli uomini”. Di spalla foto-notizia: “Mubarak: non mi ricandido. La folla urla: vattene subito”. Al centro: “G8, i soldi a Lady Bertolaso. Spunta un’altra lista Anemone”. In taglio basso: “Masi assolve Minzolini: le sue spese sono un benefit” e “Il professore è online e ti aiuta a fare i compiti”. 

LA STAMPA – In apertura: “Mubarak cede: ‘Non mi ricandido’. La folla urla: via subito” e in taglio alto: “Un giovane su tre è senza lavoro”. Editoriale di Arrigo Levi: “Finite le illusioni di Israele”. Al centro: “Noemi, i bonifici di Berlusconi” e il commento di Luca Ricolfi: “Il malgoverno pagato sempre dai cittadini”. A fondo pagina: “Non servivano più”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Mubarak al passo d’addio” e in taglio alto: “Napolitano ricorda Padoa Schioppa: basta con le esitazioni in Europa”. Editoriale di Alberto Alesina: “I Fratelli d’Italia non si fidano tra di loro”. Al centro: “Fisco più leggero per il Sud” e “Federalismo: Calderoni tratta ancora”. Di spalla: “La merce rara dell’ottimismo sul mercato della crisi”. A fondo pagina: “Questo matrimonio, digitale, non s’ha da fare”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Mubarak si arrende” e a sinistra: “Allarme Napolitano, coro di sì bipartisan”. Editoriale: “Parole che restano”. Al centro foto-notizia: “Muro e coraggio, così la Lazio ferma la corsa del Milan” e “Le scuole boicottano i voti ai prof. Il Ministero: la valutazione fa paura”. In un box: “La morte di Elisa, è giallo su un appuntamento segreto”. In taglio basso: “Dossier sulla Boccassini, perquisito ‘Il Giornale’. Coro di proteste: libertà d’informazione a rischio” e “G8, spunta il tesoro della cricca”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Il braccio violento dei pm: spogliata la nostra cronista”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro: “Il Cav insiste: sulle tasse si cambia” e “Sono stata umiliata per il mio lavoro”. Di spalla: “E ora chi difende il corpo della donna?” e “Noi, il giornale più perquisito d’Italia”. A fondo pagina: “Povero Gianfranco, viaggia con un regime di ritardo”. 

LIBERO – In apertura: “Bastonato anche Frattini”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia “Il Pd sfila al guinzaglio di Santoro” e “Beffa radicale: sono donna e dico asta”. Di spalla: “Da Piero a Silvio, vittime dei bigotti postcomunisti”. A fondo pagina: “Patto D’Alema-De Gennaro per far fuori 550 agenti segreti” e “Dalla padella Mubarak alla brace Elbaradei e Fratelli islamici”. 

IL TEMPO – In apertura: “Agenzia patrimoniale”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Federalismo e crescita, l’uno due del Cav. per la settimana decisiva”. In apertura a destra: “La piazza colpisce ancora”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Senza Papi in paradiso”. A fondo pagina: “Due milioni invadono il Cairo: ‘Via Mubarak’ ”. (red)

2. Mubarak: “Non mi ricandido”

Roma - “Ironico: ‘E vattene su, il mio braccio è stanco di alzare questo cartello’ . Minaccioso: ‘Veniamo a prenderti noi’ . Ottimista: ‘Ti resta poco tempo’ . Creativo: ‘Ti abbiamo schiacciato’ , con la foto di Hosni Mubarak appiccicata sotto la suola di una scarpa. La strada verso la liberazione – riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - è coperta di cartelli. Il ragazzo con il cappuccio tirato sugli occhi ritma al microfono la danza della protesta, l’imam con lo zuccotto bianco scandisce le parole della preghiera. Il boato della folla non è per loro, insegue un fantasma, la voce che il presidente avrebbe già lasciato il Paese. Non è vero. Gli uomini scuotono la testa e tornano a inginocchiarsi sull’asfalto di piazza Tahrir, la fronte marchiata dalla cicatrice della devozione e dal nero del catrame. La porta d’accesso è autogestita. I cittadini sentinella sono gentili, portano al collo la tessera dell’Unione artisti arabi o la bandiera egiziana plastificata. I soldati stanno a guardare dalle torrette dei carri armati. Donne, bambini e anziani vengono accompagnati verso una coda meno intasata. Gli altri finiscono nella strettoia creata dai tank, il corteo rallenta, loro continuano a camminare sul posto, il passo di marcia non si ferma. Le indicazioni all’uscita della metropolitana sono coperte dai poster che invocano l’uscita di scena del raìs, al potere da quasi trent’anni. Un bambino ha disegnato un blindato che spara fiori colorati. I militari non distribuiscono ancora mazzi di rose, ma strette di mano sì, e acconsentono alla foto ricordo con la corazza color sabbia del deserto sullo sfondo. I dimostranti arrivano a piedi, il regime ha bloccato i treni e le strade di accesso al Cairo sono state chiuse dai posti di blocco dell’esercito. Il governo vuole isolare la capitale, la sfida è sui numeri, ‘saremo un milione’, hanno promesso i leader della rivolta. E ci sono andati vicino: con le manifestazioni in altre cinque città, qualcuno azzarda il doppio. La piazza è stracolma, di quelli che hanno impiegato ore per raggiungerla e di chi ci ha passato la notte. Un padre – prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - racconta di aver perso il figlio nelle proteste di venerdì scorso, le vittime degli scontri sarebbero centocinquanta in tutto il Paese. Mostra la foto del ragazzo e i risultati dell’autopsia: due proiettili nel petto. ‘Se Mubarak non lascia libero l’Egitto, vado a prenderlo io a casa’ . Quella era l’idea collettiva proclamata alla vigilia della manifestazione. Marciare verso il palazzo presidenziale nel quartiere di Heliopolis, conquistare l’ultimo simbolo del regime, calpestare le aiuole curate del Faraone. In molti sono incerti (‘è troppo lontano’ ), i quindici chilometri di camminata sono rinviati a venerdì. Che Mohamed ElBaradei, il Nobel per la pace diventato leader dell’opposizione, scandisce come giorno dell’ultimatum: ‘Lasci la carica, se vuole salvarsi. Solo dopo le sue dimissioni possono cominciare il dialogo e i negoziati’ . In Egitto è atteso il ritorno di un altro Nobel (nel 1999 per le ricerche sui laser applicati alla chimica): Ahmed Zewail potrebbe essere uno dei candidati più forti alla presidenza del dopo Mubarak. ‘Noi abbiamo svolto il lavoro più duro: siamo scesi in strada senza paura — commenta Walid, un meccanico —. Adesso tocca agli intellettuali e ai politici trovare una soluzione’ . Margaret Scobey, l’ambasciatore americano al Cairo, ha parlato al telefono con ElBaradei. Gli Stati Uniti stanno cercando di capire come trattare l’ex capo dell’Agenzia atomica delle Nazioni Unite, che si era opposto a George Bush sulle accuse all’Iraq di possedere armi nucleari. L’ex diplomatico Frank Wisner è invece stato inviato dal presidente Barack Obama a portare la brutta notizia al presidente: in un colloquio ha invitato Mubarak a non ripresentarsi alle prossime elezioni e a preparare ‘una transizione senza disordini’ . Il lenzuolo bianco è agganciato alle finestre del palazzo. Sul bianco che ondeggia, la folla segue il discorso alla nazione del leader sotto assedio, che arriva poco prima della mezzanotte. ‘Non è nella mia natura sottrarmi al mio dovere, che ora è quello di ripristinare la stabilità e la sicurezza’ . L’annuncio più importante arriva dopo: ‘Non mi candiderò alle prossime elezioni, perché ho passato troppo tempo al servizio di questo Paese. Voglio concludere il mio lavoro nei prossimi mesi e voglio favorire la transizione pacifica’ . Proclama alla fine: ‘La gente scompare, ma l’Egitto resta e la sua bandiera continuerà a sventolare per sempre. Morirò in questa terra’ . Non ha intenzione di fuggire su un aereo come Ben Ali. La promessa di lasciare a settembre non basta e non zittisce i cori ‘Vattene Mubarak’ , lo slogan più ripetuto è ‘resteremo qui fino a venerdì’ . L’ultimatum resta valido. E sembra rafforzato – conclude Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - dalla frase di Obama che nella notte dice: ‘La transizione deve cominciare ora’. I ragazzi saliti in cima al semaforo indicano il bandierone che scorre sopra le mani. Il rosso bianco-nero colora i volti e riunisce la piazza. Sono venuti da tutti i quartieri, le signore eleganti di Zamalek e i guidatori di Tok Tok che hanno lasciato le motorette scassate a Boulaq. I giudici innalzano il loro striscione: ‘Siamo con il popolo’ , gli attivisti dei Fratelli musulmani distribuiscono pane e acqua fuori della moschea. Gli islamici sono i più organizzati, portano a spalla le casse acustiche per diffondere i discorsi dei capi, vanno da un punto all’altro, formano un gruppo e arringano. Donne e uomini insieme girano con scatole di cartone e sacchi neri per raccogliere la spazzatura. I manifestanti vogliono dimostrare che i saccheggi e la distruzione sono stati causati dalla polizia. ‘È fantastico. La gente chiede scusa, se per caso è costretta a spingerti. Al Cairo non succede mai. Questo è un Paese maschilista, eppure nessuna delle mie amiche è stata infastidita o molestata durante i cortei. Per strada, prima, era normale’ , racconta Shaima. Quelli tra i più anziani guardano i ragazzi con ammirazione e qualche rimpianto: ‘La nostra generazione non è mai stata in grado di realizzare tutto questo’ . In sette giorni l’Egitto è ringiovanito. Ed è diventato maggiorenne”. (red)

3. Un uomo grigio, nato nell’apparato

Roma - “Se siamo onesti – scrive Antonio Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - dobbiamo ammettere che esistono le pulsioni del cuore e i tormenti della mente. Il cuore palpita per i coraggiosi ragazzi del Cairo, la mente non può dimenticare i capelli bianchi che impongono prudenza e assoluta onestà intellettuale. Non è giusto gettare l’ombra dell'infamia politica su Hosni Mubarak: un uomo, magari discutibile, che ha saputo per 30 anni essere la bandiera di un Islam moderato contro i brutali eccessi di un fanatismo insopportabile e pericoloso. Era al fianco di Anwar Sadat, ammazzato da terroristi islamici durante una parata militare. Terroristi, probabilmente inviati da quel campione di democrazia che è il colonnello Muammar Gheddafi, inviati a punire l’uomo che aveva osato fare la pace con Israele. Leggere, come ci è accaduto ieri su Haaretz, che l’ex ministro israeliano Moshe Arens descrive come dittatori sia Sadat sia re Hussein, il primo che firmò la pace per l’Egitto e il secondo per la Giordania, è francamente difficile da accettare. Mubarak non è di certo un eroe, è un uomo grigio che ha sicuramente pregi e difetti. Quando raccolse l’eredità del suo predecessore era un militare di buona fama, che però non era considerato un vero leader. Lo è diventato, con l’aiuto di quell’apparato militare dal quale proveniva, come esperto pilota dell’aviazione. Gli è toccato gestire l’immenso patrimonio etico e sostanziale del suo predecessore. Lo ha gestito con onore, confermando il trattato di pace con Israele; ammantando di realismo l’approccio ‘glaciale’ della sua opinione pubblica, che non ha mai digerito quella pace. Si è trasformato nell’alfiere di quel mondo arabo moderato che proprio gli estremisti di Al Qaeda contestano, ma che è vero, vivo, ed esiste davvero. Ha impedito che le forze del fanatismo prevalessero: per chi ha la memoria corta ricordiamo le spaventose stragi degli anni 90, compiute al Cairo, a Luxor e altrove; ha dato all’Egitto un ruolo internazionale e una credibilità invidiabili. Certo, ha utilizzato gli strumenti peggiori per mantenere il potere, ricorrendo all’oppressione più dura e non rispettando i diritti umani. Ma in questo era sostenuto da quell’Occidente che lo ha considerato, fino a una settimana fa, l’unico interlocutore possibile. Una garanzia. Forse troppi – prosegue Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - hanno dimenticato che quando fu firmata la pace di Camp David tra Israele e l’Egitto, quest’ultimo fu emarginato dalla Lega araba come un membro traditore. Con il tempo e con la costanza, Mubarak è riuscito a riconquistare la fiducia dei fratelli. E la sede della Lega è tornata nel suo alveo naturale, appunto il Cairo. Quando Yasser Arafat fu costretto a scappare dal Libano, Mubarak decise di riceverlo. Ma in questo caso il favore più grande non lo fece Mubarak ad Arafat ma Arafat a Mubarak, perché scegliendo di fermarsi in Egitto, sulla via dell’esilio tunisino, il leader palestinese offriva al fratello egiziano una patente di affidabilità araba. Che portò poi al rientro trionfale del Cairo nella Lega. Mubarak è un emotivo. Durante gli incontri e le interviste ufficiali si lascia spesso condizionare dalla propria naturale predisposizione nei confronti dell’ospite. Ricordo quando, da esperto pilota, mi fece la descrizione di quello che è acceduto alle Torri Gemelle di New York. Ma è anche brutalmente sincero. Quando gli chiesi che cosa si poteva fare con Hamas, mi rispose ricordando un incontro con il premier israeliano Yitzhak Rabin, pochi mesi prima dell’assassinio del premier di Israele. ‘Mi chiese Rabin: ‘Presidente, cosa facciamo con Hamas?’. Risposi: ‘Ma l’ascesa di Hamas l’avete favorita voi’. Rabin abbassò la testa: ‘Purtroppo è il più grave errore che abbiamo commesso’’ . Ora ha detto che intende dimettersi, e quindi lasciare il potere, alla fine del suo mandato, nel prossimo settembre, quando si svolgeranno le elezioni presidenziali. È difficile immaginare se questa volontà verrà rispettata. Di sicuro Mubarak ha visto svanire la possibilità di vedere sul ‘trono’ il figlio Gamal, ma ha comunque fatto la mossa — che non aveva voluto fare per 30 anni — di nominare un vice: quell’Omar Suleyman, che non è soltanto il garante delle Forze armate ma della continuità di un regime che deve garantire all’intera regione il bene della stabilità. La spinta a cercare la strada di un realistico sviluppo della situazione – conclude Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - è arrivata proprio ieri sera, mentre ancora regna grande confusione: non tanto e non soltanto sulla volontà di chi ha animato la rivolta, ma sulle forze che dovranno traghettare il Paese verso il futuro”. (red)

4. Ora l’esercito studia la transizione

Roma - “L’ottavo giorno di proteste contro il presidente egiziano, Hosni Mubarak, - scrive IL FOGLIO - ha visto in strada almeno un milione di persone. Duecentomila cittadini si sono radunati al Cairo, in piazza Tahrir (significa ‘liberazione’), urlando ‘lui se ne va, noi non ce ne andiamo’. Il popolo ha occupato anche le piazze di Suez, Alessandria, Ismailia e delle altre città del Delta del Nilo. La polizia ha isolato con barriere di filo spinato il palazzo di Mubarak, nel quartiere di Heliopolis, che è già fra gli obiettivi dei manifestanti, nel caso il presidente esiti troppo a dimettersi. Mentre il Foglio va in stampa, si attende un discorso televisivo di Mubarak che, secondo l’emittente al Arabiya, annuncerà la sua rinuncia a ricandidarsi alle elezioni di settembre – una mossa raccomandata dal presidente Obama, dice il New York Times. Il nuovo vicepresidente, Omar Suleiman, e il ministro della Difesa, Hussein Tantawi, hanno portato avanti un lavorio diplomatico febbrile ma sommerso per cercare di garantire una transizione morbida al paese. Lo confermano le parole di Stephen Cohen, presidente dell’Institute for Middle East Peace and Development, regolarmente in contatto con i vertici militari del Cairo. Cohen lunedì ha parlato al vicepresidente Suleiman, e quella conversazione gli ha permesso di anticipare ciò che il generale avrebbe detto alla nazione, poche ore dopo, con un messaggio televisivo. ‘Tantawi e Suleiman hanno un parere differente su come può attuarsi una transizione, ma ora vogliono essere sicuri che Mubarak collabori’, dice Cohen, secondo il quale i due leader starebbero valutando più soluzioni per un eventuale, ma sempre più probabile, dopo Mubarak. Lo scenario più realistico – prosegue IL FOGLIO - si può attuare in due tempi. Per prima cosa, occorre modificare la composizione del Parlamento – sostituendo cento deputati con candidati che sono stati esclusi dalle ultime elezioni e con alcuni membri dell’opposizione – per assicurare una dialettica politica destinata a traghettare l’Egitto verso la seconda fase, le elezioni. A quel punto, sostiene Cohen, ‘la gente capirebbe che i nuovi partiti e i nuovi politici non sono semplicemente benvenuti, ma assolutamente necessari’. Sarebbe un processo di transizione interamente egiziano, che richiede una condizione irrinunciabile per essere avviato: l’abdicazione di Mubarak. Quando gli si chiede se ritiene che il presidente egiziano stia davvero per lasciare, Cohen risponde che ‘si sta preparando a farlo’. Non è chiaro con chi stiano dialogando Tantawi e Suleiman, che lunedì ha detto di essere in trattative con l’opposizione su ordine esplicito di Mubarak. Secondo Cohen non stanno negoziando con l’ex capo dell’Aiea, Mohammed ElBaradei, che ha raccolto con sé buona parte dell’opposizione: ‘Non hanno bisogno di ElBaradei – dice l’analista – non gli serve nessuno per avere un contatto diretto con i giovani che manifestano: la maggior parte di loro ha prestato servizio nell’esercito’. Ieri, ElBaradei ha aperto la sua abitazione all’ambasciatore americano in Egitto, Margaret Scobey, e ad altri diplomatici europei. ‘Ci siamo visti su loro richiesta’, ha detto il premio Nobel per la Pace precisando, in sintonia con i Fratelli musulmani, che ‘non ci sarà dialogo finché Mubarak non se ne sarà andato’”. (red)

5. Sull’Egitto pesa l’ipoteca dei Fratelli musulmani

Roma - “Ci sono certamente alcuni punti in comune – scrive Bernard-Henri Levi ripreso dal CORRIERE DELLA SERA - fra la rivoluzione del Gelsomino in Tunisia e la rivolta, oggi, dell’Egitto. Il dispotismo di Mubarak è abietto almeno quanto quello di Ben Ali: lo stesso muro della paura che cade, i cento fiori di una libertà di parola ugualmente inedita e che si schiudono un po’ovunque. Non si diceva forse, in Egitto, che l’unico luogo dove si aveva il diritto di aprire la bocca era nello studio di un dentista? La bellezza dell’insurrezione; la sua dignità; la catena umana, per esempio, che si è spontaneamente organizzata per proteggere il museo del Cairo dall’intrusione dei vandali. La domanda di democrazia: da tempo ci veniva con insistenza ripetuto che esistono popoli ontologicamente estranei alla rivendicazione democratica e che non ne hanno diritto! Ebbene, è stato dimostrato che non è vero, al Cairo come a Tunisi. Non parlo del disagio delle grandi potenze, che è uguale nei confronti di Egitto e Tunisia, e della Cina (bisognerà pure abituarsi a situarla in prima fila delle più potenti fra le grandi potenze) che ha bloccato la parola ‘Egitto’ sulla sua rete dimicro-blogging Sinai! Resta il fatto, tuttavia, che le situazioni non sono le stesse e le differenze, piaccia o meno al pensiero preconfezionato, prevalgono sui punti comuni. Mubarak, in primo luogo, non è del tutto paragonabile a Ben Ali e, despota per despota, offrirà una resistenza più coriacea: come testimonia l’abilità politica con cui, fin dalle prime ore del movimento, ha ritirato la propria polizia, aperto le porte delle prigioni e lasciato che i delinquenti irrompessero nella capitale e terrorizzassero le classi medie. Il regime di Ben Ali, in secondo luogo, era un regime poliziesco, mentre quello di Mubarak è una dittatura militare: i regimi polizieschi, con le proprie reti di agenti che fanno il doppio gioco e poliziotti infiltrati, resistono finché i popoli hanno paura e cadono quando questi si rivoltano; le dittature militari, che ci sia una rivolta o meno, resistono finché resiste l’esercito e crollano quando l’esercito li molla. L’esercito egiziano non è, appunto, l’esercito tunisino: esso diede vita al regime di Nasser; fu il pilastro di Sadat; oggi, al termine di trent’anni di Stato d’eccezione, è l’ossatura, non soltanto dello Stato, ma di una parte della società: possiamo immaginare che questo esercito spinga Mubarak su un aereo con la stessa velocità con cui vi fu spinto Ben Ali — e non mantenga, in un modo o nell’altro, il controllo del Paese? La democrazia si impara rapidamente; nulla e nessuno, lo ripeto, può far sì che una società sia condannata alla non-democrazia; salvo il fatto — sarebbe assurdo negarlo— che la maturità del popolo tunisino, la sua cultura politica, il suo livello di alfabetizzazione non si trovano, per ora, né nelle zone rurali dell’Alto Egitto, né nella megalopoli del Cairo, con quartieri all’abbandono dove, come a Shoubra, al nord, milioni di abitanti hanno come unico orizzonte i due dollari al giorno che permetteranno loro di sopravvivere fino all’indomani. Infine, - prosegue Levi sul CORRIERE DELLA SERA - sull’Egitto pesa un’ipoteca che, in Tunisia, poteva essere considerata trascurabile, quella dell’islamismo radicale: che i Fratelli musulmani del Cairo siano stati, fino a questo momento, di un’estrema prudenza, è cosa certa; ma non meno certo resta il loro peso politico (nel 1987, la confraternita fu il motore dell’Alleanza islamica che, malgrado la frode di massa, ottenne 60 seggi in Parlamento!); non meno certa è la loro penetrazione nelle organizzazioni sociali del Paese (nel marzo del 2005, per esempio, non conquistarono la maggioranza dei seggi nel sindacato degli avvocati?); certa è la loro presenza, dalla sera del 27 gennaio, in tutte le manifestazioni (provate a confrontare, nelle rare immagini che ci pervengono attraverso le reti sociali, il numero di veli e di abiti neri con quelli, quasi del tutto assenti, a Tunisi). Non è trascurabile, dunque, il rischio di vederli raccogliere i frutti della caduta di Mubarak, con la prospettiva di un Egitto che tenda al fondamentalismo di Stato e diventi per i sunniti quello che per l’Iran sono gli sciiti. Tutto questo per dire che i rivoltosi del Cairo non hanno un nemico ma due: Mubarak e i Fratelli musulmani. Tutto questo per dire che sotto ai nostri occhi non si sta producendo un evento, ma due: una rivoluzione riuscita a Tunisi e un’altra, al Cairo, dall’esito incerto. Tutto questo per sottolineare che, per pensare questi eventi, per concepirli nella loro singolarità e aiutarli, soprattutto, a partorire la miglior parte di se stessi, occorre sbarazzarsi delle idee preconcette: a cominciare da quella di una ‘rivoluzione araba’ unica, che emette su una lunghezza d’onda unica e alla quale bisognerebbe, da Tunisi a Sana’a passando per Alessandria, rendere omaggio con termini identici. La Rivoluzione francese, dopotutto, ha conosciuto la propria fase democratica, poi terroristica, poi termidoriana — senza contare, con il culto dell’Essere supremo, il momento teocratico. E se fosse questo ad accadere, ma su scala mondiale, non di un Paese? Se il mondo potesse essere teatro, nello stesso momento o quasi, di rivoluzioni spontaneamente democratiche (Tunisi), immediatamente terroristiche (Teheran) o possibilmente teocratiche (un Egitto dove non si taglierebbe la strada, subito, ai Fratelli musulmani)? E se osassimo sognare, in questo mondo come negli altri, rivoluzioni che saltassero le loro funeste tappe per andare dritte a un Termidoro felice (aspirazione, nel momento in cui scrivo, delle forze vive della rivoluzione in atto in Egitto)? E’un’ipotesi. Che però – conclude Levi sul CORRIERE DELLA SERA - ha il merito di dire perché ci si batte e contro chi”. (red)

6. “Non come in Iran. Generazione in piazza per democrazia”

Roma - Intervista di Stefano Montefiori a Olivier Roy sul CORRIERE DELLA SERA: “‘L’Islam politico ha fallito, e i tunisini e gli egiziani lo sanno. Nelle strade del Cairo, dove pure i Fratelli musulmani sono più forti, non si sentono le invocazioni alla guerra santa, le grida contro l’imperialismo americano o gli slogan integralisti che accompagnarono la rivoluzione iraniana del 1978 sin dal primo giorno. E il modello degli islamisti egiziani è comunque la Turchia di Erdogan, non l’Iran di Khomeini’ . L’orientalista francese Olivier Roy, 61 anni, professore all’Istituto universitario europeo di Firenze e autore di ‘La Santa ignoranza. Religioni senza cultura’ (Feltrinelli), è uno dei maggiori esperti mondiali di Islam. Roy è moderatamente ottimista: non teme un colpo di Stato islamico. Il rischio in Egitto, semmai, è l’anarchia. L’Occidente e Israele sono preoccupati per la caduta di Mubarak, da vent’anni considerato un baluardo contro l’avanzata dell’integralismo islamico. Roy taglia corto: ‘L’analisi di europei, americani e israeliani sul Medio Oriente è indietro di almeno vent’anni, non hanno minimamente preso in conto l’arrivo sulla scena di una nuova generazione. Ed è questa nuova generazione a manifestare sulla piazza Tahrir del Cairo, oggi. È la stessa gente che ha vinto in Tunisia. Gli occidentali non vogliono capire che gli estremisti sono più numerosi nelle periferie europee che nel mondo arabo. Ci sono dei punti in comune nelle rivolte in Tunisia e in Egitto: i protagonisti sono giovani istruiti, moderni, abituati a tenersi informati su Internet, che vogliono la democrazia, il lavoro e sono privi di un’ideologia. Musulmani forse, sì, ma non ideologizzati. Aspirano alla fine della corruzione: questo è un aspetto molto importante, la lotta alla corruzione è fondamentale perché è legata al lavoro, alla possibilità di avere un futuro. L’economia in Tunisia, e in Egitto, era in mano a una cricca di personaggi corrotti. Sono questi i nemici della nuova generazione, non certo l’Occidente. I terroristi poi sono un’infima minoranza, ridotta a prendere ostaggi nel deserto del Sahel, senza alcun sostegno popolare’ . Esistono differenze tra Tunisia ed Egitto? ‘La Tunisia è uno Stato debole, con un esercito debole. L’Egitto è uno Stato forte, con un esercito forte. Il regime tunisino era isolato, identificato con la famiglia Ben Ali-Trabelsi, mentre in Egitto il potere è molto più ramificato, ha dei sostegni e delle reti diffuse nel notabilato locale. La terza differenza molto importante è legata agli islamisti: in Tunisia sono stati schiacciati e non costituiscono una grande forza politica mentre in Egitto i Fratelli musulmani restano una presenza consistente’ . Proprio per questo l’Iran si augura apertamente la nascita di un nuovo Medio Oriente islamico a partire dall’Egitto. ‘L’Iran può sperare quel che vuole ma non ci sono le condizioni, Tunisi e anche il Cairo del 2011 sono enormemente diverse dalla Teheran del 1978. Gli islamisti tunisini ed egiziani sanno benissimo che lo Stato islamico non funziona. Capiscono che non possono sfuggire alla democrazia. E accettano il pluralismo politico: è una novità fondamentale rispetto alla rivoluzione iraniana di Khomeini. Nel Nordafrica oggi gli islamisti sono prudenti, non parlano affatto dell’introduzione della sharia. Per due ragioni: prima di tutto non vogliono instaurare uno Stato islamico destinato alla catastrofe; e poi, nel fondo, si sono evoluti nel corso degli ultimi vent’anni. Si sono trasformati secondo un modello turco, il loro punto di riferimento è Erdogan. Cioè accettano le regole del parlamentarismo. Non direi che sono dei sinceri democratici, non bisogna esagerare, ma comunque sono favorevoli alle elezioni. In ogni caso, non sono loro i protagonisti di questi giorni: al centro degli eventi ci sono giovani poco influenzati dagli islamisti’ . L’Occidente ha ragioni per felicitarsi del movimento in atto in Medio Oriente? ‘A mio parere sì. Sono molto ottimista per la Tunisia, dove c’è maturità politica. L’attuale governo di transizione tunisino indirà delle elezioni e verrà eletto un parlamento democratico. In Egitto la situazione è più complicata, il Paese è più grande e complesso, con una struttura sociale meno moderna, un’economia meno avanzata e un esercito molto più forte. In ogni caso, il pericolo di un colpo di Stato islamico a mio parere è lontano. Il Cairo di ieri non assomiglia alla Teheran khomeinista del 1978. Semmai, ricorda la Teheran della rivoluzione verde di due anni fa’”. (red)

7. Niente liberal in piazza, limiti di Obama e del suo credo

Roma - “I contorni e le conseguenze della rivolta egiziana appaiono ancora incerti. Sulle ragioni della rabbia dei manifestanti – scrive Leon Wieseltier su The New Republic, tradotto da IL FOGLIO - non ci sono discussioni, ma le politiche della rivolta sono piuttosto dubbie. Le sue prime fasi non sono state guidate dai Fratelli musulmani, ma è ben difficile pensare che questa organizzazione islamista non si lascerà prendere dalla tentazione di recitare in questa rivoluzione la parte giocata dai bolscevichi in quella russa. Possiede l’ideologia e la struttura organizzativa necessaria per assumere il controllo della situazione, e rappresenta il più formidabile nemico politico del regime. Quanto all’esercito, di fronte a un governo gravemente menomato e privato di qualsiasi legittimità, potrebbe decidere di non limitarsi a riportare l’ordine nelle strade. Il presidente Hosni Mubarak, con un provvedimento tipico dei dittatori in bilico, ha licenziato il suo gabinetto di governo, come se la rabbia del popolo egiziano fosse diretta esclusivamente contro i suoi ministri. E’ una mossa davvero patetica, che ricorda l’inutile rimpasto di governo tentato dallo scià di Persia nel 1979. Conosciamo perfettamente questo copione. Infine, anche la popolarità e l’autorità politica di Mohammed ElBaradei sono difficilmente valutabili. Ciò che invece appare molto chiaro è che l’Amministrazione Obama – e più in generale la galassia liberal americana – si è fatta cogliere del tutto impreparata da questa crisi. La posizione della Casa Bianca è complicata dal punto di vista strategico: non può permettersi di alienarsi le simpatie dei manifestanti. Ma non può nemmeno permettersi di abbandonare Mubarak. I nostri funzionari hanno cercato di improvvisare, senza grande successo. Joe Biden ha dichiarato con estrema leggerezza che non si sentirebbe di ‘definire Mubarak un dittatore’; Robert Gibbs ha detto che ‘qui non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra’; Hillary Clinton, che fino a qualche tempo fa parlava spesso di Mubarak come un ‘vero amico’, ha chiesto ‘moderazione’, ‘riforme’ e ‘dialogo’, come se da Mubarak ci si potesse aspettare altro che una repressione. Anche Barack Obama sta cercando di superare l’impasse con sottili stratagemmi, esortando Mubarak a trasformare un ‘momento di instabilità’ in un ‘momento di promessa’ – un’eloquenza davvero irritante: ci sono situazioni in cui è necessario mettere in campo ben altro che la forza del linguaggio – e proclamando che ‘gli Stati Uniti continueranno a sostenere i diritti del popolo egiziano’. ‘Continueranno’? Il vero problema che si trova davanti l’Amministrazione Obama è proprio il fatto che, sinora, il sostegno ai diritti del popolo egiziano non è stato certo un cardine della politica estera americana, che ha preferito mantenere una stretta amicizia con il regime, punteggiata da qualche osservazione. Le paure dell’Amministrazione riflettono la svalutazione della ‘democratizzazione’ come uno dei principi fondamentali della politica estera americana, specialmente nei confronti del mondo musulmano. Senza dubbio, c’erano due concrete ragioni per la diffidenza dei liberal nei confronti della rivendicazione dei diritti umani. La prima era la dottrina Bush e la seconda la dottrina Obama. Il rifiuto totale della politica estera di Bush implicava l’abbandono di qualsiasi cosa che potesse assomigliare alla sua ‘Freedom agenda’, che appariva come un pretesto per la guerra. Ma qualsiasi cosa si pensi della guerra in Iraq, non sarebbe esagerato chiedere ai liberal di considerare con meno severità la politica della democratizzazione – non solo per il suo significato etico, ma anche per la sua importanza strategica. Una delle prime lezioni che si possono trarre dalla rivolta contro Mubarak è che il sostegno americano ai dissidenti democratici è una questione strategica. La mancanza di tale sostegno può determinare un disastro. E’ questo il prezzo del realismo. E’ un errore comune – prosegue Wieseltier - pensare che la prudenza riguardi soluzioni a breve termine; il suo vero orizzonte è ben più esteso. Il realismo non consente di giungere a un’adeguata comprensione delle forze storiche che promuovono la democratizzazione. Da questo punto di vista, il realismo è sorprendentemente irrealistico. Sembra un’opzione intelligente soltanto finché i dittatori rimangono al potere senza essere disturbati dai propri popoli; ma non appena questo accade, risulta incredibilmente stolta. Obama ha sostituito la ‘Freedom agenda’ con ‘l’agenda della accettazione’. La sua politica estera è stata caratterizzata da uno spirito vigorosamente multiculturalista. Ha giustamente compreso che porre l’accento sulla democratizzazione significava esprimere una severa condanna dei sistemi di governo in paesi retti da regimi autocratici o dittatoriali; ma Obama non era diventato presidente per condannare e rimproverare, bensì per ‘restaurare la posizione e il prestigio dell’America’. E ha cercato di farlo esaltando la diversità e la legittimità di tutte le religioni e le civiltà. Cosa, in linea di principio, giustissima. Ma lo è anche quando questo tono positivo, pur sapendo riconoscere la dignità di ogni popolo, non riesce a cogliere assolutamente la tragicità della sua attuale condizione? A che servono le belle parole per un popolo disperato? Queste società che hanno un estremo bisogno di secolarizzazione hanno forse bisogno che il presidente americano citi le loro stesse Scritture? In conformità alle sue nuove priorità, la democratizzazione è stata relegata al quarto posto nei cinque punti enunciati da Obama nel discorso pronunciato al Cairo nel 2009. E l’ha definita con queste parole: ‘So che negli ultimi anni ci sono state parecchie controversie sulla promozione della democrazia, in gran parte connesse alla guerra in Iraq. Perciò voglio essere molto chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un’altra’. Detto in altri termini: gli Stati Uniti non si preoccuperanno più del modo in cui ciascuno vive. Poi ha recitato un breve ed elegante sermone sulle virtù di un governo ‘fondato sul consenso e non sulla coercizione’, ma non ha detto una sola parola sulle condizioni politiche dell’Egitto. Il discorso del Cairo non ha turbato in alcun modo il regime di Mubarak. Immagino che molti di coloro che quel giorno hanno ascoltato il discorso di Obama oggi siano per le strade del Cairo e che alcuni di essi abbiano anche partecipato all’attacco contro l’ambasciata americana. Facendo sembrare la democratizzazione una sorta di ‘imposizione’, con tutte le sue connotazioni imperialiste, e facendola coincidere con l’invasione militare, Obama ha commesso un terribile errore. Promuovere la democrazia significa sostenere i democratici egiziani, arabi o musulmani che sono certamente ben più degni del rispetto americano in confronto a tutti gli autocrati o teocrati egiziani, arabi o musulmani. Si tratta di una politica, per riprendere le parole di Gibbs, fondata su una precisa presa di posizione a favore dei popoli e contro i regimi che li opprimono. Non è questa politica a creare i dissidenti, in una sorta di malvagia cospirazione americana; semplicemente, li accoglie e li assiste perché ne hanno bisogno e perché aiutarli corrisponde ai nostri valori e ai nostri interessi. Senza dubbio, ci sono casi in cui i nostri interessi e i nostri valori possono non coincidere, perché forze antidemocratiche e antiamericane possono giungere al potere per mezzo di un processo democratico; ma non esiste sistema più sicuro per portarli al potere che trascurare l’illegittimità dei governi tirannici e ignorare le proteste delle popolazioni oppresse. La bizzarra ironia del multiculturalismo globale di Obama – conclude Wieseltier - sta proprio nel fatto che ha avuto l’effetto di allineare l’America al fianco dei regimi autocratici e contro le popolazioni. E’ esattamente quel che è avvenuto con la risposta data dall’Amministrazione Obama alla ribellione iraniana del 2009 e, sino ad ora, con la sua reazione alla rivolta egiziana. La cosa che più colpisce della ‘mano tesa’ di Obama è la sua assoluta irrilevanza rispetto agli eventi epocali che si stanno svolgendo”. (red)

8. La Freedom agenda della Farnesina

Roma - “Da quaranta giorni, - scrive IL FOGLIO - decine di rivolte disegnano il profilo del Mediterraneo. Prima è toccato alla Tunisia di Ben Ali, il dittatore che ha garantito al paese una lunga epoca di pace e di stabilità ma ha anche bloccato lo sviluppo e le ambizioni della borghesia locale. E’ stata quindi la volta dell’Egitto, dove un rais amico dell’occidente, Mubarak, fronteggia la protesta che potrebbe costringerlo alle dimissioni – o a una fine ancor meno gloriosa. La decisione del re giordano Abdullah II, che ha nominato un generale alla guida del governo pur di calmare la piazza, è l’ultima in ordine di tempo. Ma non è quella definitiva. In Algeria, in Marocco e in Siria si agita lo stesso germe: una rivoluzione lunga che ha a che fare con il prezzo del latte, con le richieste dei giovani arabi, con le rivendicazioni dei gruppi islamici e con i rapporti fra il medio oriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Per gli analisti più informati, questo è l’inizio di un’epoca nuova. Le cancellerie dell’occidente hanno rilevato con grande ritardo il messaggio che arriva dalle piazze del Maghreb. Il problema riguarda soprattutto le potenze europee. A partire dall’Italia, che ha costruito intorno al Mediterraneo buona parte della propria identità e della propria ricchezza. Per l’Egitto, per la Tunisia e per la Giordania, l’Italia è ai primi posti nell’elenco dei partner commerciali. Non è un dato economico, è un fatto culturale. I diplomatici italiani hanno portato avanti una vigorosa, ma sfortunata, battaglia europea per approvare un documento che protegga i cristiani del medio oriente (ne diamo conto in un editoriale). La Farnesina – prosegue IL FOGLIO - potrebbe ora mostrare altrettanta prontezza con la crisi dei paesi arabi, che dovrebbe impegnare Roma come nessun’altra capitale d’Europa. Il ministro degli Esteri Frattini ha rassicurato gli italiani che si trovano nei villaggi di Sharm el Sheikh. Bene. Ci attendiamo però che la Farnesina si pronunci sul momento storico che segna la vita delle piazze arabe: la diplomazia italiana ha l’occasione e il dovere di mostrarsi attiva sulla scena mediterranea, con strategie convincenti, ispirate a un sano realismo e senza complessi d’inferiorità generati dal disordine politico che grava nei rapporti tra maggioranza e opposizione”. (red)

9. Il Re riformista di Giordania cambia il governo

Roma - “Re Abdullah di Giordania, con il re del Marocco Mohammed VI, è uno dei pochi leader arabi che hanno intrapreso la strada delle riforme economiche e politiche. Questo – scrive IL FOGLIO - lo pone in una posizione unica di fronte al movimento di protesta che ha contagiato anche la Giordania. Pochi giorni fa, dopo avere ordinato al primo ministro Samir Rifai di annullare le liberalizzazioni economiche appena introdotte, re Abdullah II ha ammesso con onestà i problemi del processo. ‘La Giordania si autodefinisce più liberale e aperta dei paesi vicini, ma non è immune dai timori di disordini provocati dalla situazione economica’. Ieri ha dato alla piazza quello che la piazza chiedeva: ha sostituito Rifai – responsabile di una manovra che aboliva il regime di prezzi controllati per i beni di largo consumo – con l’ex generale Marouf Bakhit. Il compito del nuovo premier è ‘costruire riforme politiche chiare e rapide per sostenere la nostra azione democratica’. Non è un caso che Bakhit sia un ex generale. Sin dalla rivolta del 1917 di Lawrence d’Arabia, le Forze armate sono fonte di orgoglio nazionale. L’esercito giordano è l’unico che si è sempre battuto con determinazione ed eroismo contro Israele, ma si è anche schierato contro l’Olp di Yasser Arafat. Come nel settembre nero del 1970, quando il leader palestinese si voleva impadronire del governo di Amman. L’ex generale Bakhit è anche stato ambasciatore in Israele e in Turchia, due paesi chiave per la strategia di sviluppo che Abdullah II indicò nell’Economic World Forum di Amman del 2003. Allora, il re chiese ai grandi gruppi finanziari israeliani di investire in Giordania e Iraq per facilitare la nascita di una zona di scambio che comprendesse anche Turchia, Israele e paesi arabi. Anche in Giordania, come in Egitto, i Fratelli musulmani non hanno promosso le manifestazioni che sono costate il posto al premier Rifai. Uno dei loro leader, Zaki Ben Rshed, dirigente del Fai (Fronte d’azione islamico), ha invitato il governo al dialogo con la piazza. La Giordania ha 6 milioni di abitanti e il 40 per cento dei cittadini è palestinese, dato che il governo di Amman è l’unico che concede loro la cittadinanza. In Giordania – prosegue IL FOGLIO - la Fratellanza è un movimento legale, partecipa alle elezioni – nel 1991 entrò a far parte dell’esecutivo – e non ha mai raccolto più del 20 per cento dei suffragi. E’ un dato indicativo per chi teme che, nel caso di libere elezioni, i Fratelli musulmani prenderebbero di sicuro il controllo dell’Egitto. In Giordania, grazie alla politica lungimirante cominciata da re Hussein, il padre di re Abdullah, i Fratelli musulmani sono profondamente divisi. L’ala dura fa riferimento ad Hamas (la sezione palestinese della Fratellanza) ed è capeggiata da Abil Abul Sukkar, che nel congresso del Fai della primavera scorsa ha conquistato la maggioranza. Ma è molto forte, anche se minoritaria, anche una componente moderata che non riconosce la leadership di Abil Sukkar e che si potrebbe definire, per dare un’idea, di marca ‘democristiana’. E’ infatti composta da notabili radicati sul territorio (anche molti palestinesi profughi da decenni dai Territori), che la monarchia hashemita ha coinvolto sia nella gestione delle amministrazioni locali, sia nei progetti economici (a iniziare dagli appalti pubblici)”. (red)

10. Confusione nel Pdl, difficoltà di trovare via d’uscita

Roma - “L’avvicinamento al voto di giovedì sul federalismo e sugli atti del processo di Milano contro il premier – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è accompagnato da una tensione crescente. L’ipotesi di una manifestazione di piazza ‘in difesa del premier’ , annunciata e poi smentita da Palazzo Chigi e dal Pdl, non è una gaffe. Somiglia piuttosto alla conferma della confusione strategica esistente nel centrodestra; e delle pulsioni contrastanti fra i berlusconiani più accesi e quelli che suggeriscono prudenza. L’impressione finale è di un Pdl che non riesce a ritrovare il baricentro. Si stringe intorno a Berlusconi, e mostra di volerlo difendere contro la Procura milanese; ma si divide sul modo di farlo. La ‘piazza’ invocata dal ministro Brambilla e dal sottosegretario Santanchè è stata bocciata immediatamente. ‘Per un banale equivoco è stata attribuita al presidente Berlusconi la decisione di incaricare alcuni dirigenti del Pdl per un piano di iniziative di mobilitazione’ , ha fatto sapere Paolo Bonaiuti, primo collaboratore del premier. Invece ‘non c’è stata alcuna decisione in merito’ . A ruota sono intervenuti alcuni ministri ed un comunicato del Pdl, di netta presa di distanze dalla manifestazione. Motivo ufficioso: l’esigenza di non mostrare un capo del governo imputato, assediato e deciso a combattere contro la Procura appellandosi ai militanti. Ma esiste anche un’altra ragione, più politica. La frenata berlusconiana avrebbe avuto come suggeritrice la Lega Nord, scettica fin dall’inizio: tanto che Umberto Bossi aveva lasciato capire di escludere una partecipazione leghista. Ieri ha fatto di più inducendo il premier a ripensarci. E il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha fatto propri i richiami del Quirinale al ‘senso del limite’ da parte di tutti. È la controprova del ruolo crescente del Carroccio; e dell’esigenza che Berlusconi ha di tenerne conto. I lumbard continuano a muoversi con coerenza e spregiudicatezza. Giurano lealtà e intanto si guardano intorno, per capire cosa si sta muovendo oltre l’orizzonte immediato. Il punto di riferimento di ogni loro mossa è la riforma federalista. L’incontro di ieri fra il ministro leghista Roberto Calderoli e Antonio Di Pietro, non ha portato al ‘sì’ di questo pezzo d’opposizione: il leader dell’Idv e il resto del centrosinistra non vogliono offrire sponde che salverebbero Berlusconi dalla crisi di governo. Ma Di Pietro, che pure non smette di dialogare con la Lega, si è reso conto che il ‘no’ potrebbe rivelarsi inutile. Parla infatti – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - di un possibile ‘blitz’ governativo per andare avanti comunque: anche se domani il centrodestra non raggiungesse la maggioranza nella commissione parlamentare chiamata a dare il parere. Un pareggio, tuttavia, non sarebbe un buon viatico. Significherebbe un’ostilità crescente del Parlamento contro il progetto-simbolo di Bossi; e dunque un elemento di nervosismo e di precarietà che si aggiunge al tema della giustizia. I nuovi accenni del Pdl al cosiddetto ‘processo breve’ peggiorano uno sfondo già deteriorato. E lo scontro a distanza con la Procura di Milano, insieme con l’attesa della richiesta di processare Berlusconi in tempi brevissimi, drammatizza qualunque previsione. Ieri il Consiglio dei ministri ha insistito su nuovi provvedimenti economici che saranno decisi, ha precisato il premier, d’intesa col ministro Giulio Tremonti. In realtà, anche su quel versante le acque non sembrano così tranquille”. (red)

11. Il dèjà vu che spaventa il Cavaliere

Roma - “È lo spettro del ‘94 – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - quello che sta tormentando il Cavaliere. Il trauma vissuto a Napoli, alla conferenza internazionale sulla legalità, con i carabinieri a pietrificarlo con l’invito a comparire per le tangenti Fininvest. E fu l’inizio della fine. Una congiunzione astrale che potrebbe ripetersi fra poche ore, quando Berlusconi venerdì sarà a Bruxelles per il consiglio europeo sull’Energia. Lì, nella grande sala con gli altri 26 leader, il premier potrebbe essere travolto dalla richiesta di rito immediato per reati agghiaccianti come la prostituzione minorile. Tanto che il Cavaliere starebbe meditando di non presentarsi proprio al summit, accampando come scusa lo spostamento del Consiglio dei ministri a venerdì. Un Consiglio ovviamente ‘epocale’, che dovrebbe dare il via alla ‘rivoluzione liberale nell’economia’ con la riforma Tremonti dell’articolo 41 della Costituzione. Anche ieri il Rubygate ha monopolizzato il lungo vertice a palazzo Grazioli. Ed è stato proprio Berlusconi, mentre si discuteva di allargamento della maggioranza e di sottosegretari da nominare, a dar voce alla paura che lo sta tenendo sveglio in queste notti: ‘Mi accusano di cose infami nonostante le ragazze coinvolte abbiano tutte smentito con dichiarazioni incontestabili. In un paese normale questo sarebbe bastato per archiviare tutto e chiedere scusa al sottoscritto. Invece no, puntano a dare la spallata finale, vogliono rovinarmi’. Il sospetto del premier è che, contestualmente alla richiesta di processarlo, i pubblici ministeri milanesi rovescino sulla scrivania del Gip qualche carta pesante, tenuta finora coperta. Nel Pdl sono terrorizzati per le eventuali ‘foto’ dei festini, è quasi un’ossessione. E non è forse un caso che Luca Barbareschi, reduce da un lungo incontro ad Arcore con Berlusconi, ieri abbia parlato con certezza di ‘foto fatte con strumenti professionali usati per lo spionaggio’. Non scatti catturati dalla ragazze con i telefonini dunque, ma immagini realizzate ‘grazie ad apparecchi che costano più di 25 mila euro’. E chi può averlo rivelato a Barbareschi se non il diretto interessato? Con questo timore sullo sfondo – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - si comprende quindi meglio il contesto in cui è maturato ‘l’equivoco’ (come è stato definito da Paolo Bonaiuti) del comunicato sulla nomina della Brambilla e della Santanché a responsabili per le ‘mobilitazioni a difesa del premier dalle aggressioni mediatico-giudiziarie’. A finirci in mezzo sono stati i vasi di coccio di via dell’Umiltà, da cui materialmente è partito il comunicato, ma la verità è che lo stesso Berlusconi aveva dato via libera a una pressante richiesta della Brambilla per una iniziativa di gazebo anti-pm. Una mossa che ha fatto infuriare, nell’ordine, Gianni Letta, Niccolò Ghedini, Paolo Bonaiuti e Giuliano Ferrara. Da qui la precipitosa marcia indietro. Senza contare l’irritazione del Quirinale per il possibile riattizzarsi dello scontro istituzionale tra palazzo Chigi e la magistratura inquirente. E tuttavia, al di là delle responsabilità personali, il giallo del comunicato rivela la confusione che regna alla corte di Silvio, dove si vivono ore nevrotiche in attesa che si abbatta il diluvio. Anche il contropiede sul terreno dell’economia, iniziato con la lettera al Corriere della sera, appare come il frutto dell’improvvisazione. Raccontano infatti che Tremonti non ne fosse a conoscenza e che abbia vissuto come una forzatura questa accelerazione su provvedimenti che ancora non hanno raggiunto una sufficiente maturazione. Per questo ieri il premier ha sentito il bisogno di chiamare il ministro dell’Economia e oggi è già in agenda un chiarimento faccia a faccia tra i due. Per cercare di spostare l’attenzione sul piano del ‘fare’, Berlusconi ha già prenotato un’intervista al Tg1 di questa sera, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - dedicata appunto a illustrare come intende dare la ‘frustata al cavallo’. E il caso Ruby? In attesa delle mosse della procura, il premier prova a scherzarci su: ‘Venite, il ‘bunga bunga’ è di qua’, ha detto ieri a una festa indicando la sala del ricevimento”. (red)

12. Federalismo e crescita per la settimana decisiva

Roma - “‘E’ venerdì il giorno decisivo, non giovedì’ data del voto in bicamerale sul federalismo. Il doppio colpo, - scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO - riforma federale e rilancio economico in una sola settimana, forse non ci sarà perché il provvedimento caro a Umberto Bossi vede contraria una parte dell’opposizione. Ma ieri Silvio Berlusconi, nel corso di una riunione lunga sei ore con i vertici del Pdl, ha rassicurato sulla tenuta del rapporto con la Lega (il federalismo andrà avanti comunque) e ha concordato nel dettaglio il piano di rilancio economico che sarà presentato venerdì in Cdm. Il premier, che oggi incontrerà Giulio Tremonti, lo illustrerà con maggiore precisione stasera in un’intervista al Tg1. Gli uffici tecnici dei ministeri delle Finanze, delle regioni, delle Infrastrutture e dello Sviluppo, hanno ricevuto 48 ore di tempo per produrre gli articolati che saranno discussi dal governo. L’unico testo pronto (ne esistono in realtà due, uno scritto di pugno da Tremonti, l’altro da Raffaello Vignali per il ministro Paolo Romani) è quello della riforma costituzionale dell’art. 41 sulla libertà d’impresa. Ma nei prossimi due giorni dovranno essere definiti anche un piano per la defiscalizzazione nel mezzogiorno, il piano casa (suddiviso in tre punti) la riforma dei servizi pubblici locali. Si tratta di iniziative già da tempo allo studio, ma delle quali è necessario verificare, in tempi rapidi, costi e sostenibilità. Per il mezzogiorno, gli uffici del ministro Raffaele Fitto lavorano a sgravi fiscali mirati per categorie e redditi: ‘Non saranno incentivi orizzontali, che non sortirebbero alcun effetto e sarebbero soltanto un’iniziativa di propaganda’. La strategia inaugurata dal premier domenica, con la lettera al Corriere, prevede di attribuire priorità assoluta al piano crescita, lasciando sullo sfondo il resto, comprese le polemiche con la magistratura. ‘Questa è la settimana dell’economia’. Con questa frase il premier ha catechizzato il proprio entourage. Ragione per la quale ieri pomeriggio il Cavaliere è rimasto ‘sorpreso’ da un comunicato del Pdl – da lui fatto immediatamente smentire – nel quale si annunciava una mobilitazione generale contro le toghe. Il comunicato con il quale il Pdl annunciava ieri una mobilitazione di piazza, apparentemente smentendo la nuova linea impressa dal Cavaliere (‘si parla solo di economia’), è stato un cortocircuito comunicativo originato da un indicazione precedente dello stesso Berlusconi (quando era ancora in fase bellicosa) trasmessa a Daniela Santanchè e Michela Vittoria Brambilla. Il ministro del Turismo, e anima dei Club della libertà, aveva infatti già prenotato i famosi gazebo. Tutto bloccato, adesso, dal Cavaliere. Una pericolosa mancanza di coordinamento nel meccanismo dell’entourage, dunque, - prosegue Merlo su IL FOGLIO - perché la linea è ‘deve andare tutto in secondo piano’. Anche le dichiarazioni parzialmente travisate dalla stampa e attribuite al Guardasigilli Angelino Alfano sul processo breve non corrispondono alle indicazioni di Berlusconi. Il Cdm non si occuperà di giustizia, né l’iter legislativo del processo breve è stato rimesso in marcia. Come ha spiegato il Guardasigilli in una telefonata al premier: ‘Ai giornalisti ho semplicemente detto che è la commissione giustizia a occuparsi eventualmente di una ricalendarizzazione’. Ieri Giulio Tremonti non ha partecipato al vertice del Pdl sull’economia. Assente giustificato: era a Milano, alla Bocconi, a commemorare Tommaso Padoa-Schioppa. Impegno che non ha impedito al superministro di tornare oggetto dei retropensieri sulla sua fedeltà al premier. Eppure ieri Berlusconi ha avuto con lui una cordiale telefonata. Ha detto Tremonti al Cavaliere: ‘Sono contento che finalmente si parli di cose serie come l’economia e non di altro’, alludendo al fango del caso Ruby. Il ministro, in realtà, non è entusiasta di alcuni provvedimenti che saranno all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Si dice che addirittura ne sorrida. Ma ‘non intendo mettermi in mezzo’, ha spiegato ai propri interlocutori: ‘Berlusconi va avanti come un treno. Non posso certo fermarlo’. Anche perché forse, stavolta, alla minaccia di dimissioni potrebbe non corrispondere un rifiuto. Così i due si incontreranno oggi per discutere del ‘pacchetto sulla crescita’ ed è giocoforza che debbano collaborare. Anche se al Foglio viene riferita una confessione di Marco Milanese, deputato del Pdl, uomo più che tremontiano: ‘I saldi di bilancio non si toccano’. Chissà. Il massimo dell’effetto mediatico, che Berlusconi – assieme a Umberto Bossi – spera ancora di ottenere, è agganciare il sì al federalismo (giovedì) con il piano economico (venerdì). Ma la mediazione di Roberto Calderoli con le opposizioni, per il voto definitivo in bicamerale, non sembra ancora aver sortito gli effetti sperati; nonostante il testo sia stato di nuovo oggetto di modifiche che vengono in contro alle perplessità degli enti locali. Il risultato del voto – conclude Merlo su IL FOGLIO - rimane infatti in bilico. Non passasse in bicamerale, il Cdm lo approverebbe comunque e sarebbe poi l’Aula del Parlamento – tra qualche settimana – a occuparsene”. (red)

13. Brunetta: “E’ ora di fare la riforma fiscale”

Roma - Intervista di Aldo Cazzullo al ministro Renato Brunetta sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Governare, governare, governare. Questa è la chiave del momento politico. Se il governo continua con le riforme, compresa quella fiscale, non cade. Governare è come andare in bici: finché pedali, vai; se smetti di pedalare, o sei un Maspes che resiste ore fermo in souplesse, o caschi’ . Ministro Brunetta, il governo è fermo da sei mesi. Lo dice pure Confindustria. ‘Non è così. Non ci siamo limitati a gestire bene la crisi. Abbiamo fatto anche riforme importanti: Pubblica amministrazione, Scuola, Università, bilanci pubblici, public utilities, pensioni, ammortizzatori sociali, digitalizzazione, scelta nucleare, federalismo’ . Tutte cose sulla carta. Dove sono le centrali nucleari, o almeno i progetti? Dov’è il federalismo? ‘Tutte riforme approvate, che richiedono tempo per essere attuate. Il nostro è un governo ad alto tasso di riformismo, tanto da essere uscito più coeso di prima da una scissione dentro la maggioranza. Il vero problema oggi è la crescita. Dobbiamo favorirla con le riforme che non costano, le uniche che si possono fare. Riforme ad alto dividendo politico, che io chiamo quick win: vittorie veloci. Solo con tassi di crescita superiori al 2%puoi risanare deficit e debito’ . Basta la crescita? Non c’è bisogno di misure straordinarie per abbattere il debito? ‘Il debito si abbatte in due modi. Primo: vendendo asset pubblici improduttivi. Abbiamo un patrimonio pubblico da Paese sovietico. Solo il patrimonio ex Iacp vale 15-20 miliardi, che sono delle Regioni ma liberano risorse per il piano casa. Secondo: facendo avanzi primari; più entrate che uscite, al netto degli interessi. Per questo serve la crescita. Da gennaio è cominciato una sorta di semestre costituente europeo, da cui uscirà finalmente una politica economica comune. Anche per noi dev’essere un semestre costituente. Nella lettera al Corriere, Berlusconi parla di stati generali: un grande dibattito pubblico, un grande patto per lo sviluppo da fare con tutti gli stakeholders, i portatori di interesse. Ci sarà un passaggio parlamentare, bisognerà prendere decisioni importanti. Meglio se con il contributo dell’opposizione’ . Bersani ha già detto no. ‘Pazienza. Abbiamo i numeri per andare avanti da soli. Faremo due Consigli dei ministri alla settimana, con argomenti tematici. Nel prossimo, riforma dell’articolo 41: guerra di liberazione dalla cultura sovietica che ancora alberga nella nostra Costituzione’ . Non è che parlate d’altro per distogliere l’attenzione dai guai di Berlusconi? ‘Ma è un anno che parliamo di riforme come il piano per il Sud, il piano casa con 100 mila alloggi per i giovani, le public utilities per aprire al mercato i soviet locali di luce, gas, trasporti, rifiuti. Tutti provvedimenti che abbiamo approvato e sono stati un po’ dimenticati’ . Il federalismo passerà? ‘Sì. Calderoli ha fatto un lavoro serio, onesto, ormai entrato nella cultura del Paese. E in parallelo si dovrà fare l’altra grande riforma che ha in testa Tremonti: quella fiscale’ . Ne parlate da 17 anni. ‘Ora non è più rinviabile. Ne ho parlato con Berlusconi proprio oggi pomeriggio (ieri, nda). I tempi sono maturi per approvare la legge delega, per poi dedicare il 2011 all’approvazione della delega e a predisporre i decreti legislativi. Semplificazione: dalle persone alle cose. Riduzione a due del numero delle aliquote: 23 e 33%. Come il federalismo, anche la riforma fiscale entrerà in vigore dal 2013 in poi. Questo risolve le obiezioni sul federalismo che farebbe aumentare le tasse. Così si tiene il sistema sotto controllo’ . Allora secondo lei non si va a votare? ‘Su questo sono molto neutrale. Le riforme che non costano saranno il lavoro che ci resta da fare nella seconda parte della legislatura; oppure saranno il programma elettorale. L’opposizione ricominci a criticare questo governo per le cose che fa, non per la metafisica’ . Altro che metafisica. Berlusconi è nei guai. Lei che idea si è fatto della vicenda? ‘Io amo le regole: che le rispettino tutti. Il giudice naturale, la riservatezza delle notizie, le cui violazioni non vanno perseguite solo se riguardano qualche membro della magistratura. Non penso che tutta la vita politica del Paese debba girare attorno alla Procura di Milano’ . La campagna elettorale sembra già cominciata: accusate la sinistra di volere una patrimoniale che Bersani esclude. ‘La patrimoniale è nel dna della sinistra. Bersani scrive: ‘Chi ha di più deve pagare di più’. Ma questi atteggiamenti punitivi sono un autogol. La patrimoniale non va a cadere sulle società finanziarie che posseggono immobili, ma sulle case di proprietà delle famiglie italiane. Una follia’ . Le opposizioni lavorano a un’alleanza vasta. ‘Facciano pure l’armata Brancaleone. Si sa come finisce nel film: tutti impalati. Io sarei felice di avere questi avversari. Si vince a man bassa. Se avevo qualche dubbio, l’inaugurazione della Fenice di venerdì scorso me l’ha tolto’ . Che c’entra la Fenice? ‘Davano Intolleranza 1960 di Luigi Nono. Un’ora e mezza di dissonanze dodecafoniche. La sinistra conservatrice odia il popolo e per questo ha perso, perde, e perderà ancora’”. (red)

14. Quella telefonata tra il Cavaliere e Tremonti

Roma - “Una telefonata allunga la vita del governo – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - e tiene formalmente in piedi i rapporti tra Berlusconi e Tremonti. Perché già era stato singolare che il premier avesse proposto all’opposizione un piano bipartisan per rilanciare l’economia all’insaputa del ministro dell’Economia. Ma è ancor più clamoroso che ieri il Cavaliere abbia convocato un vertice di partito sui temi economici, al quale il titolare di via XX settembre non ha partecipato. Un comunicato ha reso noto che i due si sono sentiti, in vista di un rendez vous programmato per oggi. Un estremo tentativo di celare divergenze e dissapori che all’interista La Russa ricordano la storia tormentata (e appena terminata) tra il presidente nerazzurro Moratti e il tecnico Benitez: ‘... Solo che Silvio non può cacciare Giulio’ . È questo il clima, alimentato dai soliti sospetti: con Berlusconi che sostiene di essersi accorto ‘e da tempo’ che Tremonti ‘lavora per sé’ e non attende altro che ‘prendere il mio posto’ ; e con Tremonti che smentisce questa tesi a suo avviso ‘fomentata dalla corte’ di Berlusconi. È chiaro che le ultime mosse del premier avevano e hanno come obiettivo quello di intestarsi anche la guida della politica economica finora appaltata in esclusiva al superministro, a cui le iniziative del Cavaliere non sono piaciute, nel metodo e nel merito: nel metodo perché la mano tesa verso il Pd — che nel frattempo sta raccogliendo le firme nel Paese per mandarlo a casa— è parsa un segno di debolezza politica; nel merito perché intestandosi la sfida di abbattere al più presto il debito pubblico, si è fatto dettare l’agenda dalla sinistra, dimenticando che per l’Europa questa non è un’emergenza, e puntando a una crescita del 5%che nemmeno la Germania può centrare. Dovendo fronteggiare un Berlusconi che carica a testa bassa, Tremonti — pur senza capire — si è adeguato: ‘Mi rallegro che si sia parlato di economia e non di altro’ , ha commentato al telefono con Berlusconi dopo il vertice, con la malizia di chi in due settimane non ha speso una parola sul ‘caso Ruby’ . Concorda con il ‘pacchetto’ che il premier vorrà portare in Consiglio dei ministri, dal ‘piano casa’ al ‘piano per il Mezzogiorno’, passando per le liberalizzazioni sostenute dalla riformulazione dell’articolo 41 della Costituzione: ‘Ne scrissi qualche decennio fa, in un mio libro...’ . E dunque tutto bello, tutto giusto, - prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - ‘ma a patto che i saldi di bilancio non si tocchino’ . Tremonti l’aveva preannunciato per telefono a Gianni Letta prima del vertice, così che al premier venisse presentato come promemoria. E il sottosegretario alla presidenza ha riferito del colloquio, ‘sappiate che non c’è disponibilità di risorse aggiuntive, che la tenuta dei conti pubblici resta la priorità’ . D’altronde, come ripete spesso il superministro parlando di riforme, ‘anche David Cameron sostiene che le grandi manovre si fanno riducendo le regole. A costo zero’ . Se così stanno le cose, il ‘pacchetto’ di Berlusconi rischia di perdere appeal e di apparire come un’ennesima partita di giro. Di qui la reazione del Cavaliere, che per contrappasso ieri si è irritato quanto nei giorni scorsi si era irritato Tremonti, che aveva vissuto l’operazione del premier come un tentativo di delegittimarlo. E del suo malumore aveva reso partecipi colleghi di governo e grand commis di Stato. Sebbene la convivenza sia difficile, i due sono comunque condannati a stare insieme. Se è vero infatti che non è concesso a ‘Moratti-Berlusconi’ di esonerare ‘Benitez-Tremonti’ , non è nemmeno consentito al superministro di giocarsi le proprie carte per arrivare a palazzo Chigi in questa legislatura. Tremonti potrà puntare al ‘dopo’ Berlusconi, il ‘durante’ gli è vietato. A spiegarlo pubblicamente ieri è stato uno dei rappresentanti dei ‘Responsabili’ , Romano, in predicato di diventare ministro. Con rara perfidia democristiana, il leader del Pid ha detto che ‘l’opposizione non può osteggiare la proposta del premier per il rilancio dell’economia, dato che a redigerla è stato proprio chi l’opposizione voleva promuovere a premier, cioè Tremonti’ . Passa dall’economia – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - l’estremo tentativo del Cavaliere di risollevarsi. È il ministro dell’Economia la sua unica risorsa, ma anche il suo più temibile avversario”. (red)

15. La fabbrica delle anime

Roma - “L’Italia – scrive Ernesto Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - è il Paese in cui alla vigilia di ormai più che probabili elezioni politiche l’opposizione è ancora priva di un leader da contrapporre al leader dello schieramento avversario, cioè a Silvio Berlusconi. Ciò riguarda tanto l’opposizione di sinistra che quella di centro: ma per ragioni solo in parte eguali. Il problema comune è che entrambe le opposizioni hanno una composizione eterogenea, ognuna essendo formata di tre, quattro, o anche più formazioni diverse, le quali devono trovare un accordo su chi le rappresenti nella competizione elettorale: una decisione, come si capisce, tutt’altro che facile. Ma se questo è il problema comune sia al centro che alla sinistra, la sinistra ne ha uno in più. E cioè che qui è lo stesso partito di gran lunga più importante dello schieramento, il Partito democratico, che non ha un vero leader, non ha un capo. Per capo intendo una persona in grado di prendere decisioni vincolanti per tutti perché titolare di un consenso non da contrattare ogni volta con una continua ricerca di compromessi. Intendo insomma esattamente ciò che il povero Bersani non è. Ma Bersani non ha colpa. Il Pd manca di una simile figura da sempre: ed è questa una tra le non ultime ragioni per cui è un partito zoppo, sempre incerto nelle sue mosse, insicuro e poco affidabile all’esterno in quanto incapace di parlare con una voce sola. Sono tre i principali motivi di questa specie di destino maligno. Il primo è che innanzitutto nella cultura, nel modo di sentire del popolo del Pd si avverte una diffidenza profonda per l’idea stessa che un capo sia necessario. L’evoluzione ideologica dell’elettorato di sinistra successiva alla fine del comunismo ha voluto perlopiù dire, infatti, l’approdo a un democraticismo antigerarchico che è portato a vedere in ogni esercizio d’autorità un più o meno larvato sopruso. Dalla reverenza verso il capo indiscusso designato dal Partito con la P maiuscola a decidere di tutto (Togliatti, Berlinguer) si è passati all’idea opposta che di tutto possano e debbano decidere tutti (e chi non è d’accordo ha diritto di fare per conto suo come se nulla fosse). Alla speranza nella storia essendo subentrata con pari forza, dopo ‘Mani pulite’ , l’idolatria per i codici, tutto il senso comune della sinistra si è impregnato di regolamentarismo, di astrattezza, di sospetto per qualsiasi contenuto o potere legato alla persona. L’odio per Berlusconi ha fatto il resto, colorando di una luce d’arbitrio ogni realtà di leadership. Il risultato – prosegue Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - è stato una vera e propria automutilazione che la sinistra si è masochisticamente inferta, disconoscendo la funzione essenziale che nella politica ha sempre avuto l’esistenza di un capo. Il quale capo, peraltro, non emerge nelle file del Pd anche per un secondo motivo: perché esso manca da tempo di un vero programma, di punti concreti sui quali definire la propria identità, di proposte con cui presentarsi all’elettorato. Sicché di fatto l’unica cosa su cui nel Pd c’è una parvenza di dibattito (per modo di dire: in realtà, infatti, non vi sono sedi effettive di discussione interna; tutto, anche in questo caso, si riduce a interviste e dichiarazioni ai giornali) è solo la tattica da adottare per far fuori Berlusconi e sugli eventuali alleati ai quali ricorrere. I l rilancio dell’economia italiana interessa tutti ma per evitare improvvisazioni e soluzioni sghembe, come la patrimoniale o la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, bisogna trattare del ‘sistema Paese’ che riguarda anche le Istituzioni e la Società. Ciò è necessario se vogliamo riferirci a quel modello di ‘economia sociale di mercato’ richiamato dai Trattati europei alla luce dei quali va anche interpretata (ed eventualmente modificata) la nostra Costituzione. L’Italia è strutturalmente dualistica: Nord e Sud, ricchezza privata e debito pubblico, efficienza del manifatturiero e inefficienza burocratica, evasione ed eccesso di fiscalità, occupati superprotetti e giovani scoraggiati. Un bilancio delle luci e delle ombre è pressoché impossibile ma è certo che dobbiamo fare di più per superare i dualismi senza svalutare quanto fatto. Nella crisi abbiamo retto bene, specie per merito del ministro Tremonti (ma anche per la solidità del nostro risparmio e delle nostre banche), sia contenendo il peggioramento nel deficit di bilancio pubblico e nel debito pubblico rispetto al Pil sia attenuando gli effetti occupazionali negativi con molte risorse destinate agli ammortizzatori sociali (anche per merito del ministro Sacconi). In questo siamo stati tra i migliori in Eurolandia. Ma la nostra crescita rimane da almeno tre lustri bassa, con un tasso medio annuo inferiore di un terzo abbondante rispetto a quello dell’Unione economica e monetaria (Uem). È troppo. Tuttavia non possiamo accelerarla con più spesa pubblica o con sgravi fiscali generalizzati perché gli sprechi perduranti e il bilancio pubblico non lo consentono. Sono perciò necessarie riforme sistemiche che richiedono continuità, coerenza e tempo. Alcune riforme parziali sarebbero però utili subito. Due ci paiono prioritarie. E cioè: una forte fiscalità di vantaggio, finanziata da tagli ulteriori e selettivi nella spesa pubblica, per far crescere con aggregazioni la dimensione delle imprese e gli investimenti in tecnoscienza; una riforma del mercato del lavoro che valorizzi, anche fiscalmente, le retribuzioni da produttività attraverso la contrattazione di secondo (territoriale) e di terzo livello (aziendale) dentro una cornice contrattuale nazionale. Ma i dualismi italiani si superano solo nel sistema Paese operando anche sulle altre due filiere che molto condizionano l’economia: la società e le istituzioni. La società italiana – continua Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - rimane molto solidaristica e coesa malgrado tante difficoltà. La sua forza consiste nella rete degli oltre 8.000 comuni (per il vero troppi!) che sono anche un collante comunitario, nelle decine di migliaia di associazioni, nei sindacati, nelle parrocchie. Questa rete solidaristica, che taluno critica, è preziosa e va valorizzata ma non pietrificata. Sono perciò necessari incentivi affinché essa esprima sempre più una solidarietà dinamica dove l’erogazione di beni comunitari fatta da soggetti sociali, che mai devono puntare al profitto o alla preservazioni di rendite (comprese quelle sindacali), avvenga in modo sempre più efficiente e professionale, valorizzando la prossimità alle persone per una società attiva. Un ruolo sussidiario della società rispetto allo Stato è già in atto e va potenziato, anche nella logica del 5 per mille ovvero della fiscalità elettiva. Le istituzioni sono infine il contenitore dove tutto si modella o si deforma. Partiremo con una provocazione: il distacco in termini di quote di Pil su quello di Eurolandia tra Francia e Italia è di 4,3 punti a nostro svantaggio, mentre la Francia è di 5,5 punti dietro la Germania. Ma il distacco in termini di istituzioni è molto più grande tra l’Italia da un lato e il sistema franco-tedesco dall’altro. Perciò questi due Paesi operano nella Uem su un piano di parità mentre l’Italia è nettamente staccata. Da quando è iniziata in Italia l’epoca della Seconda Repubblica, cioè dal 1992, tre sono stati i più importanti eventi istituzionali. L’ingresso nell’euro, voluto dal governo Prodi, che ci ha imposto una disciplina di bilancio e una ristrutturazione competitiva (purtroppo) parziale perché solo manifatturiera e non sistemica. Il ruolo, dal 1999 ad oggi, dei presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, che hanno espresso l’unità nazionale sia attenuando i movimenti tellurici dei partiti sia interpretando i veri bisogni di innovazione, anche economica, dell’Italia in Europa. Purtroppo i ceti politico-partitici non hanno tratto dal loro insegnamento quella forza di coesione nazionale ed europea che ci avrebbe consentito di affrontare risolutivamente i dualismi economici. Infine la riforma federalista del titolo V della Costituzione fatta, in modo un po’ affrettato, dal governo Amato nel 2001 ed ora in fase di necessario completamento con il federalismo fiscale che porta l’impronta istituzionale del ministro Tremonti. Questo è un passaggio cruciale (anche per una successiva ed urgente riforma fiscale) dal quale può derivare all’Italia unita più rigore nei bilanci pubblici degli enti substatali. È una transizione – conclude Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - che richiede però una Responsabilità Repubblicana condivisa tra maggioranza e opposizione all’insegna di un rinnovato incivilimento dell’Italia”. (red)

16. Compagni di tassa

Roma - “‘Il presidente del Consiglio non dovrebbe inventarsi nemici su cose inesistenti come la patrimoniale. Questa tassa non la vuole nessuno ed è inutile che Berlusconi dica di volersi fare garante contro questo genere di tassazione’. Le parole tra virgolette – riporta IL FOGLIO - sono state ripetute anche ieri da diversi volti illustri dell’opposizione – in primis Pier Ferdinando Casini – e rappresentano uno dei tanti rilievi ricevuti dal Cav. per il piano sulla crescita suggerito due giorni fa sulle colonne del Corriere della Sera. Un rilievo che però, a differenza di molti altri formulati in queste ore, stavolta sono gli stessi parlamentari del maggior partito d’opposizione a contestare con una certa forza. La battaglia sulla patrimoniale non esiste? A guardare come stanno le cose all’interno del Pd l’impressione sembra essere davvero diversa. In molti forse non se ne sono accorti, ma da qualche settimana è in corso tra i democratici un dibattito notevole proprio attorno alla proposta di tassazione sul patrimonio suggerita la scorsa settimana da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo sempre sul Corriere della Sera. In particolare, lo scorso 22 gennaio, durante la due giorni del Lingotto di Torino, è stato Veltroni ad ammettere quanto – per tentare di ridurre entro il 2020 il debito pubblico del paese di 40 punti di pil – fosse necessario ‘un contributo straordinario a carico del 10 per cento delle famiglie che detiene il 46 per cento del patrimonio privato del paese’. Il concetto – ribadito ieri sul Riformista dal senatore pd Pietro Ichino – in questi giorni è stato criticato da tutto il gruppo degli economisti che ruota attorno a Bersani, scatenando persino una vivace polemica all’interno del partito. ‘Chi parla di patrimoniale – ammette Stefano Fassina, responsabile economico pd – non si rende conto che si tratta di una proposta iniqua e sbagliata. Oggi il premier non ha la credibilità per proporre un tema del genere ma sarebbe un errore non ammettere che almeno su questo Berlusconi non ha torto: perché basta guardare nel Pd per capire che gli amici della patrimoniale non sono un’invenzione del presidente del Consiglio’”. (red)

17. Il malgoverno pagato sempre dai cittadini

Roma - “Si torna a parlare di una patrimoniale, ma le proposte sul tappeto sono almeno quattro. In principio fu Giuliano Amato. La sua idea – scrive Luca Ricolfi su LA STAMPA - era semplice: abbattiamo il debito pubblico di un terzo (600 miliardi di euro, su 1800), colpendo solo il ceto medio-superiore, ovvero il terzo più ricco degli italiani, con un’imposta media di 75 mila euro a famiglia. Poi venne il banchiere Pellegrino Capaldo, anche lui - riferiscono i giornali - vicino al centro-sinistra, con la proposta-monstre di prelevare qualcosa come 900 miliardi di euro (metà del debito, più di metà del Pil), questa volta però molto democraticamente spalmati su tutti i possessori di immobili: il che fa ‘solo’ 50 mila euro a famiglia. Poi venne Walter Veltroni, che nel discorso del Lingotto riprese la proposta Amato, immaginando un governo di illuminati che - forte di altre misure di contenimento del deficit - chiedesse ‘al decimo più fortunato degli italiani’ di aiutare il governo stesso a ‘far scendere il debito in modo rapido verso dimensioni più rassicuranti’. L’idea era di abbattere il debito di 600 miliardi (proposta Amato), ma con due importanti varianti: colpendo solo i ricchi (il 10 per cento di ‘fortunati’), e ricorrendo anche ad altre misure. Immaginando una patrimoniale che incidesse ‘solo’ per 200 miliardi (anziché per 900 o 600, come nelle proposte Amato-Capaldi), farebbe 80 mila euro a famiglia. E infine (nei giorni scorsi) venne Pietro Ichino, che ci assicurò che la patrimoniale di Veltroni è solo una delle misure per abbattere il debito (le altre sono: dismissioni del patrimonio pubblico e tagli draconiani di spesa), e che quanto all’importo ci si poteva accontentare di 30-40 miliardi in 2 anni, concentrati su 2,5 milioni di famiglie ricche. Come dire una patrimoniale che ‘fa il solletico’ al debito, visto che 30-40 miliardi lo limerebbero del 2 per cento. In breve: Capaldo vuole colpire tutti i possessori di case (80 per cento degli italiani), Amato solo il ceto medio-superiore (33 per cento degli italiani), Veltroni solo i ‘ricchi’ (10 per cento degli italiani). Non voglio qui entrare nel merito della giustezza o praticabilità di questo genere di proposte, su cui sono già intervenuti criticamente molti autorevoli osservatori, fra cui Franco Debenedetti, Dario Di Vico, Francesco Forte, Gilberto Muraro, Alessandro Penati, Michele Salvati. Il tema che vorrei sollevare è, per così dire, anteriore a ogni discussione di merito. E consiste in una semplice domanda: che cosa pensa realmente il Pd, visto che Veltroni e Ichino ne fanno parte, e Amato è una delle principali personalità del centro-sinistra? Pierluigi Bersani, Enrico Letta e Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, si sono già precipitati a dissociarsi dalla proposta di imposta patrimoniale. Probabilmente si rendono conto che il solo usare la parola ‘patrimoniale’ è il più straordinario assist che si possa fare a un Berlusconi in difficoltà sul caso Ruby. Una campagna elettorale contro ‘i comunisti che ci vogliono espropriare’ è il più bel regalo che il Cavaliere potesse sperare dall’opposizione. Che, puntualmente, appena si sono delineate le elezioni anticipate, glielo ha offerto su un piatto d’argento. E tuttavia ormai il problema di Bersani non è smentire, ma convincere. Non è chiarire, ma farlo in modo credibile. Perché – prosegue Ricolfi su LA STAMPA - ci sono due piccoli problemi di logica. Problema numero uno: come fa il Pd a dire che non vuole la patrimoniale, quando la sostengono con tanta convinzione esponenti così importanti del partito? Si dirà che sono voci individuali, e su un problema così delicato conta solo la voce del segretario Pierluigi Bersani. Ma proprio qui interviene il secondo problema. Bersani si è già espresso a favore della patrimoniale almeno in due occasioni. Una prima volta un anno e mezzo fa, in un convegno dei Giovani di Confindustria, quando correva per diventare segretario del Pd; e una seconda volta un paio di settimane fa, in occasione del Lingotto 2, il grande raduno dei veltroniani a Torino. E’ lì che Veltroni fece sua l’idea di una patrimoniale sugli ‘italiani più fortunati’, ed è lì che Bersani pronunciò la storica frase: ‘Nemmeno un Nobel riuscirebbe a trovare la differenza fra di noi’. Adesso quella differenza negata rischia di essere fin troppo visibile, o di sparire senza convincere. Perché il problema della sinistra è sempre quello. Con la nobile giustificazione che ‘fra noi si discute e si dibatte’ non si capisce mai su che cosa i suoi leader siano davvero d’accordo, e su che cosa siano irrimediabilmente in disaccordo. Un male che ora, proprio sulla patrimoniale, si sta estendendo anche alle forze del nascente Terzo polo, con dichiarazioni che si suddividono equamente in favorevoli, contrarie, imbarazzate. E’ una situazione avvilente, soprattutto per chi vorrebbe voltare pagina. Nel momento in cui la stella di Berlusconi declina, e in molti sentono l’esigenza di un cambiamento, il principale partito della sinistra si infila nella serie peggiore possibile di mosse autolesioniste. Prima salta sul caso Ruby con una veemenza che non aveva mostrato su temi ben più cruciali per la vita dei cittadini. Poi, quando finalmente qualcuno prova a toccare temi concreti, ripropone la più scivolosa, discutibile, controversa fra le misure di risanamento possibili. Una misura che, se anche fosse equa, sacrosanta, efficace (cosa di cui è più che lecito dubitare), inevitabilmente suscita nell’elettore la domanda: ma come, è da trenta anni che tutti, destra, sinistra e centro, dilapidate le risorse del Paese per conquistare voti e clientele, e ora chiedete a noi di riparare il disastro che avete provocato? Su questo – conclude Ricolfi su LA STAMPA - ha ragione Pietro Ichino. Sensata o insensata che sia, un’imposta patrimoniale straordinaria - che scarica sulle famiglie i debiti dello Stato - può permettersi di chiederla solo un governo che, prima, abbia fatto fino in fondo la sua parte, interrompendo risolutamente quel cammino di dissipazione del denaro pubblico che ci ha portati all’attuale disastro”. (red)

18. Processo breve e intercettazioni, si riparte

Roma - “E ora avanti con un assaggio di riforma della Giustizia. Alla Camera – riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - il Pdl annuncia che ripartirà con due provvedimenti di segno garantista: il processo breve già approvato dal Senato a gennaio — ma poi lasciato in sonno perché superato dal legittimo impedimento, lo ‘scudo’ per il premier ormai svuotato dalla Consulta— e il testo Vitali nuovo di zecca che punisce i pm troppo inclini a disporre intercettazioni. Intanto, però, la Lega, stavolta appoggiata dall’Idv e da Fli, impone la sua agenda giustizialista e ottiene che già stasera, in commissione Giustizia, si voti il ddl Lussana: si tratta di cancellare il rito abbreviato per i reati da ergastolo che così verrebbero comunque trattati da un processo lungo. Al Senato, invece, è sempre pronto a ripartire il ddl Alfano 1440 che porta con sé l’indipendenza della polizia giudiziaria dal pm e regole più severe per le dichiarazioni dei pentiti. Di carne al fuoco ce ne è molta ma il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, si concentra sul cavallo di battaglia del Pdl, il processo breve. Interpellato a Bruxelles, il Guardasigilli ha detto che ‘il tema non è mai stato cancellato dall’agenda politica della coalizione ed anche pronunciamenti recenti della Corte di Strasburgo richiamano l’Italia ad una accelerazione dei processi’ . Sulla norma transitoria — quella che favorirebbe molti imputati nei processi in corso, compreso Berlusconi nel processo Mills — Alfano spiega: ‘La decisione che è stata assunta a livello di Commissione è quella di ricalendarizzare il ddl perché quella è la sede in cui si parlerà di questo’ . In realtà il Pdl — pressato dalla Lega per negare l’abbreviato, e quindi lo sconto di un terzo della pena, per i reati da ergastolo — non ha ancora chiesto di ripescare il ddl sul processo breve: ‘Lo faremo ma non a rotta di collo’ , annuncia il capogruppo in Commissione Enrico Costa che intende aspettare la calendarizzazione in Aula (l’ordine del giorno di febbraio è già completato; se ne riparlerà per marzo, dunque) prima di partire lancia in resta. L’opposizione, però, - prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - si è già messa di traverso: ‘Il lupo perde il pelo ma non il vizio’ , tuona Antonio Di Pietro. Mentre Andrea Orlando (Pd) attacca Alfano. ‘L’Europa ha chiesto all’Italia di fare processi più veloci nell’interesse dei cittadini e il ministro ha risposto che ne cancellerà migliaia perché tra questi c’è anche quello in cui è imputato il premier’ . Luigi Vitali (Pdl), autore della proposta di punire i pm che dipongono ‘ingiuste intercettazioni, è certo che nell’ufficio di presidenza di domani il Pdl avanzerà una doppia richiesta: ripescare il processo breve e mettere all’ordine del giorno il testo Vitali presentato il 28 ottobre 2010, a due giorni dalle prime rivelazioni sul caso Ruby Berlusconi. Giancarlo Lehner (Pdl) ha fatto capire che la proposta di legge anti-pm (‘Anti Woodcock’ , ha detto Vitali riferendosi al pm di Napoli) può anche essere cambiata fino ad alzare il tetto della riparazione per le ‘ingiuste intercettazioni’ oltre i 100 mila euro attualmente previsti. Anche in questo caso, però, c’è la norma transitoria: 5 anni di retroattività per le sentenze passate in giudicato. Sulla quale, tuttavia, Vitali dice di non voler fare le barricate”. (red)

19. Bindi: “Vuole bloccare giudici, pronti alle barricate”

Roma - Intervista di Fabio Tonacci a Rosy Bindi: “‘Ripropongono il processo breve? E noi faremo le barricate, in Parlamento e fuori. L’annuncio del ministro Alfano è la dimostrazione più evidente che a Berlusconi non interessano le riforme, ma la riforma. Quella della giustizia, che gli serve per bloccare i processi’. Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico, parla a RepubblicaTv, il giorno dopo la proposta bipartisan del premier per il rilancio dell’economia. ‘Una bella arma di distrazione di massa - dice - ma non ci siamo cascati. E’ arrivata fuori tempo massimo. Berlusconi si dimetta e noi siamo disposti a discutere su un possibile successore’. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, si è detto disponibile a ragionare su un eventuale governo Maroni. ‘Per me sarebbe più corretto fare un’opposizione responsabile, senza appoggio diretto. Ben diverso sarebbe il nostro atteggiamento nell’ipotesi di un governo di responsabilità nazionale, guidato da uomini come Draghi o Monti. Altrimenti ci presenteremo alle elezioni cercando la maggioranza più ampia possibile, non solo per cacciare Berlusconi ma con l’obiettivo di riscrivere le fondamenta di questo Paese’. Intanto però il presidente del Consiglio non si vuol dimettere. La spallata giudiziaria è l’unica possibilità? ‘A questo punto quello che succederà nelle aule dei tribunali sul caso Ruby per me è assolutamente irrilevante. Cosa importa se c’è o no il reato? Ormai le istituzioni sono state ferite. E intanto il Parlamento è bloccato. Se escludiamo i provvedimenti che si devono votare per Berlusconi, dal governo non arriva alcuna iniziativa perché Tremonti non ha più fondi’. Crede possibile lo scioglimento delle Camere da parte del presidente della Repubblica per superare lo stallo? ‘E’ un potere che la Costituzione gli assegna. Ma noi dobbiamo creare le condizioni perché ci sia un tracollo politico del governo senza lasciare questa decisione solo nelle mani di Napolitano. Sarebbe troppo esposto agli attacchi della maggioranza’. Cosa prevede per il voto sul federalismo municipale? ‘Noi non lo voteremo. La Lega non pensi di portarsi a casa una bandierina da sventolare in Padania. E’ un federalismo che divide l’Italia, i comuni del Nord da quelli del Sud, e di fatto reintroduce la patrimoniale, consentendo ai comuni di tassare maggiormente i cittadini’. Vede in questo nuovo appello delle donne per la dignità femminile una presa di coscienza maggiore rispetto al passato? ‘Io me lo auguro, stavolta non ci possiamo fermare all’appello, non ce lo possiamo permettere. Ma perché il Paese concede tutto questo all’Imperatore? Nel mondo ci sono ribellioni ovunque. Nessuno di noi pensa che di debba ricorrere alla violenza, ma l’indignazione deve essere dura e duratura. Lo dobbiamo alle giovani generazioni’. Il 13 febbraio sarà in piazza a manifestare per la dignità delle donne oppure andrà in chiesa a pregare per l’Italia, come ha annunciato Fioroni? ‘Il Pd deve esserci. Io sarò in piazza, ma si possono fare entrambe le cose’”. (red)

20. Il braccio violento dei pm, spogliata la nostra cronista

Roma - “Il braccio violento della magistratura – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - ieri ha colpito noi del Giornale. Una bravissima collega, Anna Maria Greco, è stata svegliata da poliziotti inviati da una pm di Roma. Gli uomini della Procura sono entrati nella sua camera da letto, l’hanno fatta spogliare e hanno eseguito una perquisizione corporale. Sotto la sua biancheria cercavano le fonti di una noti zia, quella che la cronista ha portato e pubblicato sul Giornale nei giorni scorsi. Come mai tanta ferocia? Semplice, la notizia non riguardava Berlusconi, non svelava segreti personali di qualche politico di centrodestra, ma interessava Ilda Boccassini, la pm di Milano impegnata nella caccia al premier sul caso Ruby. Parliamo non di gossip, ma di atti giudiziari, quelli dei processo cui fu sottoposta la Boccassini anni fa perché sorpresa in atteggiamenti imbarazzanti in luogo pubblico con un giornalista di sinistra. In un Paese dove i pm foraggiano regolarmente giornalisti amici, alla faccia del segreto istruttorio, non è possibile pubblicare notizie che la casta delle toghe non voglia. Anche se vere dalla prima all’ultima parola. Quello di ieri non è stato soltanto un attentato alla libertà di stampa. L stato un atto di violenza privata ordinato da una donna, la pm di Roma, contro un’altra donna in nome di un’altra donna (la Boccassini). Cioè la giustizia trasformata in un fatto personale, una squallida e vigliacca vendetta, perpetuata con l’uso della forza dello Stato. Questa pm non è un magistrato, si comporta da mascalzona che abusa del suo potere: fa toccare una donna giornalista, fa sequestrare i computer di suo figlio, curiosa nella vita degli altri senza motivo. Che cosa pensava di trovare la maestrina del diritto? Un indizio sulle fonti delle nostre notizie? Povera illusa, lei e quegli arroganti di Repubblica che due giorni fa hanno aizzato, per nome e per conto della Procura di Milano, i magistrati a darci la caccia indicandola possibile talpa all’interno del Csm. Roba da radiazione dall’Ordine dei giornalisti, che ovviamente non ci sarà perché fra prepotenti ci si protegge. Ormai siamo alla dittatura delle Procure. Che decidono che cosa si deve pubblicare sui giornali. Via libera a tutto quello che può infangare Berlusconi e il suo governo, nulla che possa gettare un’ombra su lor signori. La Boccassini amoreggiava con un giornalista in luogo pubblico e per questo è finita sotto processo? Che cosa pretendevano, di tenerlo segreto? Mi spiace per loro, non è stato così e non sarà così in futuro. I magistrati – Sallusti su IL GIORNALE - prosegue hanno già tante immunità, non saremo noi a rendere il loro scudo tombale. Scriveremo tutto ciò che riusciremo ad accertare, e penso anche molto presto. Ci arrestino, se credono, questi pm senza senso dello Stato che continuano a chiudere gli occhi davanti allo scempio perpetuato ogni giorno dai giornalisti amici. Non mi meraviglierei visto che ieri sono arrivati a indagare un ministro, Frattini, per un discorso pronunciato davanti al Senato, pur di tentare di salvare la faccia all’amico Fini. Se così siam messi, della magistratura non possiamo avere più né rispetto né fiducia”. (red)

21. “Umiliata per il mio lavoro”

Roma - “‘Mia moglie dorme’. ‘Mi faccia entrare in camera da letto’. Sono state queste frasi dietro la porta, - scrive Anna Maria Greco su IL GIORNALE - a svegliarmi poco prima delle nove. Non riuscivo proprio a capire. Davanti ai miei occhi, nella penombra, c’era una donna con la divisa dei carabinieri. E dietro di lei, altri quattro colleghi dell’Arma. ‘Che succede?’, ho chiesto proiettandomi fuori dalle lenzuola. ‘Abbiamo un ordine di perquisizione della Procura di Roma’, mi hanno risposto. ‘Mi posso lavare la faccia?’. È cominciata così una giornata da ‘non’ dimenticare. Dunque, con tutta la mia famiglia mezzo stravolta intorno, mi sono vista presentare il decreto di perquisizione, firmato dalla pm romana Silvia Sereni. Disponeva di cercare sia a casa mia che nella redazione del Giornale atti di procedimenti disciplinari del Csm ‘oggetto del reato’. E cioè abuso d’ufficio. Dal documento risultava che non ero io a essere indagata, ma la mia presunta fonte (sul nome c’era un omissis). Naturalmente, ho subito pensato all’articolo scritto sulla questione di Ilda Boccassini, ma non c’erano riferimenti. Prima di iniziare, i carabinieri mi hanno concesso di chiamare il mio legale. L’ho fatto, ma c’è voluta un’ora e mezzo prima che l’avvocato arrivasse. Intanto, hanno incominciato a rovistare nei cassetti della biancheria di mia figlia Ludovica. Fa la praticante avvocato e doveva andare allo studio. ‘Vuoi che resti io, per darti appoggio legale?’, mi ha chiesto un po’ sconvolta un po’ scherzosa. Ma una volta che i carabinieri hanno controllati i suoi libri, gioielli e vestiti le ho detto di andare, che me la sarei cavata. Le ore passavano. ‘Ci dia i documenti. così la finiamo qui: dove li ha nascosti?’. Ho risposto: ‘Non ce li ho. Quello che fate è inutile’. A un certo punto, mi hanno detto che dovevano fare anche la perquisizione ‘personale’. Non volevo capire, ma mi sono preoccupata seriamente quando ho visto la donna carabiniere indossare i guanti di lattice. Mi ha fatto entrare in un bagno e mi ha detto di spogliarmi. Mi sono tolta i vestiti. ‘Anche la biancheria intima’. Non volevo crederci. ‘Non penserete che nascondo documenti segreti nelle mutande? Manco fossi una delinquente...’, è stata la mia flebile e inutile protesta. Rivedevo – prosegue Greco su IL GIORNALE - certe sgradevoli scene di film sui trafficanti di droga. Forse potevo oppormi, ma in quel momento ero troppo confusa. Comunque, mi è sembrato davvero troppo. Intanto, i colleghi dell’Arma sequestravano il mio computer portatile, una serie di agende e fogli sparsi che, chissà perché, a loro sembravano sospetti. Il fatto è che dove trovavano scritto ‘Csm’, si allarmavano. Hai voglia a spiegare che da 15 anni mi occupo di giustizia al Giornale e sono accreditata al Csm, quindi gran parte di quello che faccio per lavoro riguarda il Consiglio. L’avvocato si è opposto ai sequestri e allora il tenente colonnello ha chiamato col cellulare la pm per chiedere conferma. Lei ha detto di portare via tutto. Loro, sempre gentili ma fermi, sono andati avanti. ‘Eseguiamo gli ordini’. Mio figlio Matteo, studente universitario, si è disperato quando si è visto togliere il suo adorato computer. Ha protestato che era personale e io non lo usavo mai, nemmeno conoscevo la password per accedervi, figurarsi. Ma alla fine ha dovuto staccare lui stesso i fili e consegnarlo. Per cercare di riaverlo appena possibile, più tardi è venuto al comando dei carabinieri per far mettere a verbale tutto questo. Però, ci hanno anticipa- to che se va bene lo rivedrà tra almeno una settimana. In mezzo alle mazze da golf di mio marito non hanno trovato nulla, neppure negli album di fotografie in libreria e tra i prodotti da trucco in bagno. Ma non bastava. La perquisizione è proseguita in cantina e poi in ognuna delle nostre tre macchine. Naturalmente, neppure l’ombra del corpo del reato. Finito a casa, mi hanno detto di seguirli al Giornale, dove un sesto carabiniere aveva già notificato il decreto del pm al capo della redazione. Poco prima di mezzogiorno, seconda perquisizione e nuovo sequestro, questavolta del mio computer al Giornale, insieme a un’altra agenda e ad altre carte (assolutamente ininfluenti, cercavo di spiegare). Ancora non era finita, malgrado a questo punto cominciassi a essere esausta. Laterza tappa è stata al comando dell’Arma di via in Selci, per stendere un dettagliato verbale e catalogare tutti gli oggetti sequestrati. Altre ore, altro stress. Tra l’altro eravamo in una stanza della sezione omicidi, piena di faldoni sul ritrovamento di corpi carbonizzati e vari casi di assassinii. E mi sentivo sempre più fuori posto. Possibile che tutto questo succedesse proprio a me? E per che cosa poi? L’avvocato continuava a opporsi e a cercare di limitare i danni, ma si scontrava contro un muro inflessibile. Gli ordini del pm, prima di tutto. ‘Noi eseguiamo’, dicevano, quasi scusandosi, i carabinieri. Sono uscita alle 16, finalmente libera. E appena fuori, - conclude Greco su IL GIORNALE - mi sono accesa una sigaretta. Peccato, da tre mesi ero riuscita a smettere”. (red)

22. Bastonato anche Frattini 

Roma - “E poi dicono che la giustizia non è rapida: è bastato che il ministro Frattini si azzardasse a parlare della casa di Montecarlo – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - e subito la Procura gli ha presentato il conto, sotto forma di un bell’avviso di garanzia. Atto dovuto dicono, ma non si capisce perché le notifiche giudiziarie siano obbligatorie solo se c’è di mezzo un esponente del centrodestra. Al presidente della Camera, essendo da tempo traslocato all’opposizione, nessuno ha sentito il bisogno di inviare ‘atti dovuti’ nonostante vi fosse una denuncia per truffa aggravata. Evidentemente la svendita dell’appartamento monegasco per i tribunali è un reato minore anche se è prevista una detenzione da uno a sei anni, mentre l’abuso d’ufficio - questa l’accusa ipotizzata a carico del ministro degli esteri - è da pronto intervento, al fine di evitare pericoli di fuga del sospettato. Visto l’andazzo immagino il dispiegamento di mezzi allo scopo di accertare le violazioni commesse da Frattini e suppongo che presto vi sarà la richiesta di rito immediato, come è accaduto al premier. Nel frattempo spero qualcuno si ricordi che è ancora sospesa la domanda di archiviazione a carico di Gianfranco Fini. Nonostante il totale riserbo con cui si sono mossi i pm, il boss di Futuro e Libertà resta un indagato in attesa di giudizio. Che poi probabilmente sarà di archiviazione, dato che per i pubblici ministeri neppure le carte attestanti nero su bianco la proprietà dell’appartamento da parte del cognato del cofondatore sono sufficienti a provare l’inguacchio. A dimostrazione insomma che la fortuna sarà cieca, ma la giustizia ci vede benissimo e non sbaglia un colpo, soprattutto se nel mirino c’è un esponente del PdL. E a proposito di bersagli, la caccia al Cavaliere è l’unica specialità che non conosce il fermo ve- natorio. ‘Ecco i bonifici delle notti Arcore’ titolava ieri a tutta pagina la Repubblica. Vista l’enfasi, ne ho dedotto che i colleghi del quotidiano diretto da Ezio Mauro dovevano aver creduto di avere in mano la pistola fumante per far secco il Cavaliere. In realtà – prosegue Belpietro su LIBERO - stringevano solo un pistolino: i mandati di pagamento infatti dimostrano il contrario di ciò che si vorrebbe provassero. Ossia che nelle notti di Villa San Martino ci sarà anche qualche momento peccaminoso, ma di sicuro nulla di illegale. Avesse qualcosa da nascondere Berlusconi non avrebbe lasciato le sue impronte digitali in banca, con un ordine cui si può risalire anche a distanza di anni. Di Silvio si può dire tutto, che corra dietro a ogni sottana soprattutto se questa serve più a lasciar vedere che a coprire, ma di certo non che sia fesso. E poi, capisco che il Cavaliere abbia il problema di come spendere i soldi accumulati nel corso della sua lunga carriera, ma 160 mila euro sono tanti anche per un riccone del suo stampo. Se poi li si giustifica con tre o quattro acrobazie erotiche, si tratta di fortuna che non ha corrispettivo con i prezzi di mercato. Ma poi, scusate, quale escort (ammesso e non concesso che le habitué di Arcore fossero escort) si fa pagare con un prestito infruttifero e con tanto di contratto? La verità banale è che la storia della prostituzione, minorile o no, è semplicemente un pretesto. Ai pm non importa nulla di quel che facevano le ragazze nella villa di Berlusco- ni, gli preme solo di incastrare il suddetto. Ilda Boccassini sa benissimo che con la mignottocrazia non va da nessuna parte e neppure con la concussione, perché non s’è mai visto un concussore senza che vi sia il concusso. Ma se riesce a dimostrare che Silvio ha dato soldi a Ruby in cambio del suo silenzio, il gioco è fatto. In questo modo si potrà accusare il premier di essersi comportato con la ragazza come si comportò con Mills: ossia di aver pagato per farla franca. Certo, non s’è mai visto neppure uno che versa migliaia o milioni di giuro per nascondere un reato indimostrato e indimostrabile, ma questo è un ragionamento troppo raffinato. Così come raffinati sono i sospetti dei pm su Niccolò Ghedini. L’avvocato di Berlusconi, svolgendo le indagini difensive, in questa faccenda ha ricoperto il ruolo di pubblico ufficiale, così come prevede la legge. Ma se risultasse che ha raccolto consapevolmente testimonianze addomesticate sarebbe passibile non solo di procedimento disciplinare dell’Ordine, ma anche di condanna. Tanto per non lasciar nulla di intentato, i pubblici ministeri sono al lavoro pure per dimostrare che quanto avveniva ad Arcore succedeva anche a Palazzo Grazioli. E per provarlo – conclude Belpietro su LIBERO - avrebbero già pronte nuove intercettazioni, testimonianze e insinuazioni. Insomma, nella guerra della gnocca la Procura di Milano non risparmia colpi. Tutti rigorosamente sotto la cintura del Cavaliere”. (red)

23. Frattini: “Ho solo chiesto se l’atto è autentico”

Roma - “Il commento ufficiale – scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - è stato scritto ieri sera da Franco Frattini poco prima di andare in televisione a parlare di Egitto, quando la sua iscrizione nel registro degli indagati per l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio era già notizia da ore. ‘Attendo con assoluta serenità che i magistrati svolgano nei tempi più brevi gli accertamenti necessari; confido in una rapida e definitiva conclusione della vicenda, iniziata con argomentazioni del tutto prive di fondamento’ , ha sostenuto il ministro degli Esteri, mettendo in evidenza che la Procura di Roma ha agito ‘a seguito della denuncia presentata da un militante di Futuro e libertà’ e che l’atto dei magistrati è stato ‘doveroso’ . Più che un contenzioso da vincere con una sentenza, la partita in corso sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad Alleanza nazionale, e secondo i sostenitori di Silvio Berlusconi acquistata a un prezzo vantaggioso dal cognato di Gianfranco Fini, ha l’aria di una contesa nella quale ognuna delle parti vuole portare sotto i riflettori mosse compiute dalla parte avversa. Cinque deputati finiani hanno presentato un’interrogazione per chiedere al ministro ‘la documentazione completa’ della sua corrispondenza con il capo del governo di Santa Lucia, Stato caraibico nel quale si sarebbero trovate società offshore proprietarie della casa. Italo Bocchino, uno dei cinque del partito del presidente della Camera, Fli, ha affermato di dubitare che tutta la documentazione esista e ha definito ‘interessante se Frattini ci dicesse se a New York, in settembre, ha avuto un incontro che può avere influito sulla vicenda’ . La temperatura del contenzioso – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - è salita di nuovo dopo che il ministro il 27 gennaio scorso, ha risposto al Senato a un’interrogazione urgente sulla casa di Montecarlo presentata dal suo stesso partito, il Pdl. Il centrista Francesco Rutelli era uscito per protesta, la democratica Anna Finocchiaro aveva fatto notare che le interrogazioni urgenti senza risposta del governo risultavano a quella data 280. Frattini ha esposto una versione che è orientato a impiegare anche adesso per difendersi. Il titolare della Farnesina ha informato l’Aula di aver inviato alla Procura di Roma, ‘per le valutazioni di competenza, e quindi non nell’indicazione di eventuali fattispecie di illecito, o di illecito penale’ , due documenti. Uno era a firma del ministro della Giustizia di Santa Lucia e attribuiva a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, la proprietà di società offshore intestatarie della casa. ‘Vi fu una polemica che investì anche una presunta manipolazione del documento e quindi la sua autenticità; da alcuni organi di stampa si era indicato anche un presunto ruolo di organi di Stato in tali attività’ , ha detto Frattini. ‘Ecco la ragione per cui, a suo tempo, ritenni di chiedere, non ovviamente una rogatoria, ma un chiarimento puro e semplice alle autorità di Santa Lucia circa la genesi e l’autenticità del predetto documento, pubblicato da organi di informazione in Italia, e non soltanto, onde fugare dubbi, indiscrezioni’ , è stata la tesi del ministro. Poi – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - l’annuncio sull’invio in Procura: ‘Alcune settimane fa ho ricevuto una risposta dal primo ministro di Santa Lucia, il quale, allegando il documento a suo tempo prodotto a lui stesso dal ministro della Giustizia, me ne ha confermato l’autenticità e la veridicità dei dati in esso contenuti. Sia la lettera sia il documento inviato sono stati da me inviati...’”. (red)

24. Pd, fughe in periferia e liti al vertice

Roma - “Sarà difficile, per i vertici del Pd – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - fare finta di niente, il 4 e il 5 febbraio, e attenersi rigorosamente ai temi all’ordine del giorno della conferenza programmatica. Sono troppi i problemi, troppe le difficoltà. Il partito ha ricominciato a perdere pezzi. Il senatore Nicola Rossi considera chiusa la sua esperienza. Agazio Loiero, ex presidente della Regione Calabria, uno dei 45 cofondatori del Pd, ha annunciato che non rinnoverà la tessera. E in una lettera indirizzata al segretario, inviata ieri sera, spiega i motivi di questa sua decisione. Ve ne sono alcuni contingenti, legati al fatto che Bersani ha commissariato la Regione, e altri che invece riguardano la linea politica del Pd. Tra questi, la tentazione di vanificare lo strumento delle primarie: ‘Come si fa — si chiede Loiero — dopo averle tanto esaltate e fatte veicolare come unico simbolo identitario del partito ad eliminarle con una motivazione surreale: il segretario del Pd rischia di perdere con Vendola’ . Ma il ‘motivo di fondo’ dell’addio al partito è ‘la tendenza ormai prevalente’ a ‘occhieggiare a Bossi’ . ‘Concludendo— è l’amara chiusa di Loiero — vado via perché vedo, nell’inconsapevolezza della maggioranza del Pd, molte fratture, che sembravano rimarginate, riaprirsi’ . Ma la lista dei problemi non si esaurisce qui. In tutta Italia il Pd sta dando segni di difficoltà evidenti. In Sicilia è partita la raccolta di firme dei ribelli per indire in tutta l’isola il referendum contro la giunta Lombardo. A Cagliari si è verificato il bis di Milano: alle primarie per scegliere il candidato sindaco l’esponente del movimento di Vendola, Massimo Zedda, ha battuto il candidato del Pd, Antonello Cabras. Risultato assolutamente non previsto, - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - tant’è vero che il rappresentante del Partito democratico, convinto di vincere alla grande, era volato per gli Stati Uniti. A Torino, dove tra un po’ si andrà a votare per le primarie del centrosinistra, l’outsider Davide Gariglio sta dando del filo da torcere al candidato ufficiale Piero Fassino. A Napoli né Cozzolino né Ranieri intendono dare retta a Bersani e ai dirigenti del partito nazionale. Il povero Andrea Orlando, neocommissario del Pd locale, fatica a trovare la quadra e spiega: ‘Bisogna ripensare le primarie. E lo dico non solo per Napoli, ma in generale. Infatti dobbiamo evitare che diventino lo strumento per lanciare un’Opa sul nostro partito’. L’unica maniera per evitarlo è archiviare le primarie di coalizione e ripristinare quelle di partito. Peccato però che nella piattaforma programmatica con cui Bersani si è candidato alla segreteria fossero previste proprio quelle di coalizione. E questo è un altro problema che i vertici del Pd dovranno necessariamente affrontare. Anche perché la minoranza interna non è affatto disposta a cedere su questo punto. ‘Non possiamo tornare alle logiche delle oligarchie di partito’ , è la parola d’ordine di Walter Veltroni. Poco confortanti anche i sondaggi: ce n’è uno che inchioda il Pd sotto quota 24 per cento. In compenso, la guerra interna prosegue alla grande. Bersani e i suoi hanno messo sotto tiro Veltroni per la proposta sulla patrimoniale lanciata al Lingotto. Accusano l’ex segretario di aver fornito a Berlusconi un pretesto per attaccare il partito. E vogliono chiedergliene conto. È chiaro che è un modo per metterlo in difficoltà dopo il successo del Lingotto, che tanto aveva impensierito i bersaniani, preoccupati che Veltroni si volesse candidare anche lui alle primarie. Divisioni anche sulla strategia politica. D’Alema lavora alacremente per convincere il terzo polo di Fini e Casini a partecipare alla santa alleanza antiberlusconiana; sei senatori ex ppi che fanno capo a Fioroni hanno invece chiesto le dimissioni di Fini. È questo il quadro in cui dovrà muoversi Bersani il 4 e il 5 febbraio. Non sarà facile, - conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - ma il segretario intende assolutamente mettere dei punti fermi nel dibattito interno al Pd e dimostrare nel contempo che non è vero quello che ha dichiarato ieri il sindaco di Firenze Matteo Renzi, ossia che ‘il Pd guarda solo al proprio ombelico e non ai problemi del Paese’ . Una sfida ambiziosa, ma Bersani sa che è anche l’unica strada che può imboccare per cercare di risollevare il suo partito”. (red)

25. Gli affari Bertolaso e la nuova lista Anemone

Roma - “Un’informativa del Ros dei carabinieri di Firenze del 13 novembre 2010 – scrive Carlo Bonini su LA REPUBBLICA - svela nuovi, cruciali dettagli sui rapporti tra l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e il Sistema Anemone-Balducci. Le 15 pagine del rapporto - contenute nei sessanta faldoni di atti istruttori depositati dalla Procura di Perugia a conclusione delle indagini preliminari sui Grandi Appalti (G8 della Maddalena, Grandi Eventi, Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia) - documentano attraverso l’analisi degli estratti conto bancari di Gloria Piermarini, moglie di Bertolaso, e di suo fratello Francesco Piermarini, il ‘ritorno’ economico di cui entrambi, nel tempo, hanno goduto nei loro rapporti ora con società riconducibili al cartello di Anemone, ora con la grande committenza pubblica. (...) Sono poche righe – scrive sempre Bonini su LA REPUBBLICA - e portano la data del 22 dicembre 2010. Sono le conclusioni del rapporto con cui il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza comunica ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi di aver ultimato l’analisi dei bilanci in chiaro e delle poste in nero delle società del Gruppo Anemone. Scrivono i militari: ‘Si ritiene, salvo diverso avviso, che sussistano nei confronti di Diego e Daniele Anemone, per le condotte tra il 2007 e il 2010, i presupposti per l’applicazione della misura del sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, per un importo equivalente che si assume essere il profitto dei reati a loro ascritti: 53.505.172,38’. Cinquantatrè milioni di euro. Si tratterà di un sequestro che riguarda buona parte del patrimonio del gruppo, a cominciare dal Salaria Sport Village. Quei 53 milioni sono il denaro che i due fratelli hanno sottratto al fisco. E che hanno impiegato ora per aumentare i loro profitti, ora per acquistare benemerenze con la classe dirigente del Paese. E’ il denaro che è servito a comprare e ristrutturare gli immobili del Potere e dei suoi beneficiari: ‘la lista Anemone’. (...)”. (red)

26. Patto D’Alema-De Gennaro per far fuori 550 agenti segreti

Roma - “La data non è ancora stata fissata. Ma probabilmente – scrive Fosca Bincher su LIBERO - entro il prossimo mese di marzo la prima sezione del Tar del Lazio dovrà decidere nel merito della più incredibile causa sindacale che sia mai stata avviata. Da una parte 250 dirigenti e agenti dei servizi segreti italiani, difesi dal professore Francesco Castiello. Dall’altra parte il direttore del Dis, Gianni De Gennaro rappresentato dalla presidenza del Consiglio dei ministri. In mezzo a loro un dpcm segreto, pubblicato solo per incomprensibile sintesi in Gazzetta ufficiale. Non è noto chi l’abbia firmato, ma è ben noto dentro i Dis, l’Aisi e l’Aise (i tre servizi segreti nati dalla riforma del 2007) quale ne sia il contenuto e chi i reali proponenti. Il decreto è stato concepito dallo stesso De Gennaro, che ne ha portato la prima bozza al presidente del Copasir, Massimo D’Alema per averne l’imprimatur. Contiene quello che per quasi tutti i dipendenti dei servizi è stato letto come uno ‘spoil system’ e che formalmente è un atto di prepensionamento che riguarda da luglio prossimo in poche finestre ben 550 dipendenti dei servizi, alcuni anche con funzioni apicali. E conosciuto all’interno con la formula 57-20-40. Perché manda obbligatoriamente in pensione tutti gli007 che abbiano compiuto 57 anni, o abbiano 40 annidi contributi versati o almeno 20 anni di rapporto di lavoro con i servizi. A che serve questo maxi-prepensionamento? Formalmente a ridurre la spesa dei servizi segreti italiani in tempo di crisi. Ma secondo i dipendenti ad effettuare un sostanziale spoil system. E evidente che chi ha 20 anni di lavoro dietro le spalle non è legato agli attuali direttori di Dis, Aisi e Aise. Che avrebbero voglia di mettere al loro posto uomini di propria fiducia. Per questo De Gennaro ha chiesto per primo l’assenso di D’Alema. Poi ha incontrato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti che ha dato il suo benepla cito un po’ distratto: ‘se tagliate spese, amevasemprebene’. Infine – prosegue Bincher su LIBERO - con i due imprimatur è approdato a palazzo Chigi a farsi controfirmare il decreto da Gianni Letta. Qui non è stata una passeggiata, perché non pochi sono stati i timori avanzati dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, compresi quelli sulla legittimità stessa dell’atto. Ma dopo un po’ di incontri il via libera è arrivato anche da lì. A quel punto chi rischia di essere mandato a casa non è rimasto con le mani in mano. Uno dopo l’altro sono andati a bussare alla porta del professor Castiello, uno dei massimi esperti di diritto amministrativo militare. Alle fine sono diventati 250 e per loro è stato presentato al Tar del Lazio, prima sezione, il ricorso contro il dpcm. Qualche giorno fa il loro avvocato ha presentato istanza di acquizione del contenuto integrale del dpcm, che al momento risulta segretato. I nomi dei ricorrenti- per decisione del Tar non sono indicati visto il mestiere che fanno. Ma secondo alcune indiscrezioni fra loro ci sa rebbero alcuni dei dirigenti più importanti dei servizi. Nel ricorso fanno presente che la formazione di un vero 007 può durare anche tre lustri e che in questo modo si allontanano dal servizio gli uomini più esperti. A palazzo Chigi è perfino arrivata una protesta formale della Cia, che ha rapporti consolidati di lavoro con alcuni di loro. Nel merito gli 007 in attesa di epurazione contestano il riferimento alla riforma Brunetta per il loro allontanamento e soprattutto la decisione successiva al dpcm di inserire in finanziaria un aumento di 78 milioni di euro per i servizi segreti con possibilità di procedere a 200 nuove assunzioni. Se il prepensionamento serviva a risparmiare, i conti finali dunque non tornano perché il budget aumenta. Ma è chiaro a tutti- anche al Tar che dovrebbe prendere la decisione prima dell’apertura della finestra pensionistica di luglio- che qui il tema non sia di finanza pubblica: a giudizio è uno spoil system per la prima volta applicato al settore più delicato dello Stato: quello della sicurezza nazionale e internazionale”. (red)

27. Un giovane su tre senza lavoro

Roma - “Due notizie dai dati Istat sul lavoro in Italia - riporta LA STAMPA - una abbastanza buona e una cattiva: la prima, è che l’emorragia dell’occupazione si è arrestata; la seconda, è che la disoccupazione giovanile è salita ai massimi dal 2004, anno di inizio delle serie storiche. Cominciamo da quest’ultima, la situazione più drammatica. Un record negativo: a dicembre 2010 il tasso di disoccupazione dei giovani dai 15 ai 24 anni è del 29 per cento, con un aumento dello 0,1 per cento rispetto al mese precedente e del 2,4 per cento rispetto a dicembre 2009. In pratica, un ‘under 25’ su tre non ha un posto. Questo è il valore peggiore del 2010, che si era aperto a gennaio con un 26,7 e uno dei tassi più alti dell’Unione Europea. La media Ue, infatti, secondo Eurostat, per dicembre era del 21 per cento, mentre era del 20,4 per cento quella dell’Eurozona. Peggio dell’Italia stanno solo la Spagna (42,8), la Slovacchia (37,3), l’Irlanda (29,1). E poi i Paesi baltici e la Grecia, dei quali si conoscono però soltanto i dati del terzo trimestre, comunque superiori a quello italiano. È migliore, invece, il dato più generale, allargato a tutta la popolazione. L’Istat dice infatti che il tasso totale di disoccupazione in Italia, pari all’8,6 per cento, registra a dicembre una stabilizzazione rispetto al mese precedente. E ancora, che, sempre su base mensile, sono in diminuzione le persone alla ricerca di un posto (-11 mila unità). Un passo in avanti, dunque, che l’istituto di statistica attribuisce esclusivamente al calo delle donne senza lavoro (-27 mila). Resta comunque drammatico il numero dei disoccupati: supera quota due milioni. Allargando lo sguardo all’Europa, la Germania sembra scacciare il rischio di una crescita dei senza lavoro, con un tasso di disoccupazione (destagionalizzato) che a gennaio scende al 7,4 per cento, ai minimi dal novembre 1992. Tornando, invece, al vecchio Continente e al mese di dicembre, secondo Eurostat, la quota di chi è alla ricerca di un posto nell’Ue dei Sedici è rimasta al 10 per cento (così dal maggio 2010), il livello più alto dall’agosto del 1998, con un picco del 20,2 per cento per la Spagna, seguito dal 14,5 per cento della Slovacchia e il 13,8 per cento dell’Irlanda. L’Italia, con l’8,6 per cento, è sotto anche al tasso medio dei Ventisette (9,6). ‘A chiusura del 2010 le condizioni del mercato del lavoro, se si esclude la crescita di chi tra i 15 e i 24 anni non ha un posto, appaiono un po’ più serene: dall’autunno l’occupazione ha smesso di scendere e la disoccupazione nell’ultimo bimestre, novembre e dicembre, ha preso a calare’ è il commento dei tecnici dell’Istat. Scendendo ancora nel dettaglio, - prosegue LA STAMPA - al confronto tra donne e uomini, si vede che il numero di disoccupate a dicembre in Italia scende del 2,7 per cento (-27 mila unità) rispetto a novembre e dell’1,7 per cento (-18 mila unità) su dicembre 2009. Il tasso di disoccupazione femminile risulta così pari al 9,6 per cento, in diminuzione di 0,3 punti percentuali sia rispetto al mese precedente e sia su base annua. Quanto agli uomini, la disoccupazione maschile cresce dell’1,5 per cento su novembre e del 6,5 per cento su dicembre, con un tasso di disoccupazione al 7,8 per cento, in aumento di 0,1 punti percentuali a confronto con il mese precedente di 0,5 punti percentuali su base annua. Guardando all’occupazione, il tasso di occupazione femminile a dicembre è del 46,5 per cento, in rialzo di 0,1 punti a livello congiunturale e di 0,5 sul piano tendenziale. Per gli uomini, il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,5 per cento, in calo di 0,1 punti rispetto al mese precedente e di 0,7 punti negli ultimi dodici mesi. Più dura la contrapposizione politica. I sindacati esprimono preoccupazione, per la Cgil, con il segretario Susanna Camusso, si tratta di una situazione ‘drammatica’ e ‘serve subito un piano per il lavoro’. La Cisl chiede al governo di convocare le parti sociali. Sulla stessa linea Uil, che invoca una ‘terapia d’urto’, e Ugl. Ma il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi osserva che a dicembre ‘il mercato del lavoro si conferma stabile’, mentre sui giovani ricorda che il piano del governo, anche con misure specifiche di incentivazione, ‘si rivolge soprattutto all'investimento nelle competenze e, in particolare, ai contratti di apprendistato che integrano apprendimento e esperienza lavorativa’. ‘Si cominciano a vedere i primi frutti delle politiche di sostegno e inclusione delle lavoratrici messe in campo dal governo’ dice il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. La bacchetta però il presidente del gruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, che trova ‘incomprensibile la soddisfazione del ministro’ e accusa l’esecutivo di ‘non avere fato niente per ridurre la disoccupazione’. Replica – conclude LA STAMPA - il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, che trova ‘vergognosa la speculazione politica della sinistra sui giovani italiani’”. (red)

Processo breve, giustizia a termine

Occhio: deregulation in arrivo