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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 21/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Gheddafi vacilla, guerra civile in Libia”. In taglio alto: “La rivincita dei venerati maestri”. Editoriale di Antonio Ferrari: “Eutanasia di un regime”. Di spalla: “Il museo della storia che ancora manca all’Italia”. Al centro: “ ‘Sarà un processo secondo giustizia’ ”, con il commento di Pierluigi Battista: “Una trincea sbagliata” e “Una luce sugli stupri”. In un box: “Pisapia e la casa della compagna: ‘Una leggerezza’ ”. In taglio basso: “Genio e arretratezza. I due volti di un Paese” e “La caduta delle (ex) grandi)”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “La rivolta travolge la Libia”. Editoriale di Renzo Guolo: “Un vento democratico minaccia il colonnello”. Al centro: “Napolitano: ‘Il processo Ruby sarà giusto’ ”, con il commento di Massimo Giannini: “Atti sediziosi”. Di spalla: “Una festa di Paese da celebrare sottovoce”. In taglio basso: “McEwan: ‘Perché Israele deve rinunciare alla forza’ ” e “Caos nella Roma, Ranieri se ne va, il Milan tiene, crolla la Juventus”. 

LA STAMPA – In apertura: “La rivolta arriva a Tripoli” e in taglio alto: “Disfatta elettorale per la Merkel” e “Juve ko a Lecce. Roma, via Ranieri”. Editoriale di Chris Patten: “Un messaggio a tutto l’Occidente”. Di spalla: “Ripartiamo dalla voglia di educare” e “Ai ragazzi parlate di bellezza”. Al centro: “ ‘Berlusconi ha tutti i mezzi nel difendersi al processo’ ” e “Vecchioni: ‘Adesso dovrò abituarmi alla popolarità’ ”. In un box: “Veltroni: la parola più bella è Paese”. A fondo pagina: “Cameron cambia l’ora di Londra”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “In Borsa tornano i dividendi”. Editoriale di Walter Riolfi: “Un buon risveglio per la fiducia dei risparmiatori”. Al centro la foto-notizia: “Dolce casa, quanto mi costi. Imposte e sanzioni pesanti per chi non regolarizza i fabbricati fantasma”. Di spalla: “Come spiare i redditi dell’ex senza violare la legge”. In taglio basso: “Pmi più forti all’estero” e “Per il credito ai consumatori informazioni trasparenti e niente spot ingannevoli”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Ruby, richiamo di Napolitano” e a sinistra: “Gheddafi assediato fa sparare sulla folla”. Editoriale: “La posta in gioco”. Al centro foto-notizia: “Roma, incredibile disfatta: Ranieri si dimette, Montella pronto a sostituirlo” e “La ragazza violentata: ‘Vado via dall’Italia’ ”. In un box: “Alemanno: più trasporti, meno sprechi. Così Roma cambia e torna a crescere”. In taglio basso: “Il voto di Amburgo punisce la Merkel: la Cdu crolla, trionfo socialdemocratico” e “Vecchioni: ‘Ho vinto Sanremo perché ho cantato per tutti’ ”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Il golpe è fallito”. Editoriale di Marcello Veneziani: “Toglieteci tutto ma non il bipolarismo”. Al centro la foto-notizia: “La sinistra snob si arrende al televoto” e “Ronaldo e l’autogol dei pm che seguono solo Silvio”. Di spalla: “Case pubbliche a cinesi e sindacalisti”. A fondo pagina: “Se per avere il tavolino al bar serve Reagan”. 

IL TEMPO – In apertura: “La canzonata”.  

IL FOGLIO – In apertura: “Il Medio Oriente e il destino del petrolio”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “ ‘Ah, perché non son io con Lele Mora?’ ”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Il Colle dice basta”. In taglio alto: “Libia, assedio a Gheddafi”. (red)

2. Napolitano: “Premier ha mezzi per difendersi nel processo” 

Roma - Intervista di Thomas Schmid al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul “Welt am Sonntag”, tradotta su LA STAMPA: “Signor Presidente della Repubblica, tra poche settimane l’Italia celebra il 150˚anniversario della fondazione del proprio Stato. Il Paese, invece di gioirne, deve prepararsi ad assistere ad un processo nei confronti del Presidente del Consiglio. Ed il Presidente della Provincia autonoma dell’Alto Adige si rifiuta persino di aderire ai festeggiamenti per l’Unità, dicendo che per lui non c’è nulla da festeggiare. Continua a piacere fare il Presidente della Repubblica viste tali circostanze? ‘Non è per divertirsi che si è Presidenti della Repubblica. Tra i miei doveri rientra anche quello di gestire situazioni difficili. Tra l’altro io sono molto impaziente di veder svilupparsi le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Per me e per tanti altri saranno una buona occasione per renderci conto di quello che abbiamo realizzato per questa nazione con questo Stato. L’Italia è uno Stato tardivo che però, - come la Germania - è riuscito ad assumere un buon ruolo nel concerto delle nazioni. A proposito della Germania: nel nostro Paese i monumenti in memoria all’Unità tedesca sono risultati di dimensioni grandissime, gigantesche – non tanto perché la nostra identità nazionale sia così forte, ma anzi perché è debole. Passando poco fa qui a Roma a Piazza Venezia davanti al Vostro monumento nazionale di Vittorio Emanuele II, ho visto che si tratta di una costruzione poderosa che sovrasta tutto il resto. È debole anche l’identità nazionale italiana? ‘Un tempo era debole. I nostri due Paesi hanno diverse cose in comune. Come ho già detto, siamo diventati uno Stato nazionale relativamente tardi – si è trattato di un processo laborioso e doloroso. Probabilmente ha a che fare con le insufficienze dei nostri Stati nazionali così come si sono formati, il fatto che successivamente Italia e Germania abbiano imboccato la via del totalitarismo, gli Italiani quella del Fascismo, i Tedeschi quella del Nazismo. Delle affinità tra i rispettivi percorsi storici, entrambe le nazioni se ne resero conto ben presto. Lo si può vedere se si prendono le due figure maggiori per la fondazione dello Stato nazionale, Cavour e Bismarck. Lo Stato nazionale italiano è stato fondato nel 1861, dieci anni prima di quello tedesco. Bismarck ha seguito molto attentamente l’operato del sapiente politico Cavour nel processo dell’unificazione – che all’opposto di lui era un liberale’. In questo periodo, tra il 1943 ed il 1945, fascisti ed antifascisti lottarono gli uni contro gli altri. Fu una guerra civile? ‘Diciamo che c’è stata una componente di guerra civile. C’è stata una guerra di liberazione, una guerra patriottica, perché l’obiettivo fondamentale della Resistenza, sia dei partigiani, sia dei militari che non vollero aderire alla Repubblica di Salò, era di riconquistare l’indipendenza nazionale, insieme con la libertà. Poi è stata anche guerra civile, senza dubbio. Su questo siamo andati oltre una rappresentazione retorica della Resistenza. Ne abbiamo vissuto tutte le facce. Italia e Germania continuano ad essere nazioni deboli? ‘Decisamente no. Le preoccupazioni che la Germania potesse prendere una strada diversa con la riunificazione, si sono rivelate inconsistenti. E anche l’Italia è divenuta, dopo essersi liberata dal fascismo, una nazione affidabile e sicura di sè. Ciò ha molto a che vedere con l’Europa. È una fortuna immensa che si sia riusciti a creare con l’Unione Europea un’entità responsabile di aver promosso il benessere e in grado di offrire sotto il proprio tetto un’esistenza sicura in una condizione di stabile pace. Il Risorgimento, il movimento di liberazione italiano, è stato animato dal senso di superiorità culturale basata sulla grande storia dell’Italia antica e medievale. E allo stesso tempo da un forte senso di reale arretratezza. Non è rimasto più nulla di questo modello romantico? ‘La fondazione dello Stato nazionale italiano segna per l’Italia l’ingresso nella modernità. Si è trattato della prima condizione per poter superare l’arretratezza in cui nel complesso eravamo rimasti. La frammentazione in tanti piccoli Stati, tra i quali il più solido Regno di Sardegna, il Regno delle due Sicilie e lo Stato della Chiesa, ci rendevano privi di forza, un’entità insignificante ai margini dell’Europa. Facendo della nazione uno Stato, siamo entrati sulla scena europea. Malgrado tutti i disastri che si sono succeduti, lo Stato nazionale è stata la forma grazie alla quale siamo riusciti a diventare un soggetto politico essenziale in Europa. Ciò è oggi indiscusso’. Circa 20 anni fa è crollato il vecchio sistema partitico italiano. Ci sarebbe da pensare che 20 anni sarebbero dovuti essere sufficienti per crearne uno nuovo e stabile. A mio avviso, però, non sembra proprio. ‘La Sua impressione è giustificata e ben motivata. Non siamo riusciti a trovare un nuovo assetto politico che fosse stabile. Speravamo di pervenire, attraverso riforme elettorali, ad un sistema partitico bipolare solido: da una parte il centro-destra, dall’altra il centro-sinistra, nella chiarezza dell’alternanza. Sembrava essere tanto semplice, ma non lo fu. Vi sono state invece nuove escrescenze, nuove frammentazioni. A ciò si aggiunge che ci sono anche molti personalismi dentro e attorno ai partiti, il ché, in effetti, non contribuisce neanche alla stabilità’. Aprendo i giornali italiani, ogni giorno mi imbatto con tenace regolarità già nelle prime pagine in scandali politici, intrighi – ogni giorno, come si usa dire in Germania, ‘si manda in giro per il paese una nuova scrofa’. Non è certo qualcosa di accattivante nei confronti della politica italiana. ‘In effetti, non è piacevole. Troppo spesso si scelgono toni troppo clamorosi, troppo eccessivi, nel giudizio si manca di misura, molte analisi sono contraddistinte da un certo estremismo. Tutto questo contribuisce a inasprire la tensione politica. I partiti si scontrano, si dividono – tutto questo in un certo modo è normale in una democrazia. In Italia, tuttavia, ciò degenera in una vera e propria guerriglia politica’. Fra i partiti? ‘Sì, fra i partiti, fra i partiti del Governo e quelli dell’opposizione. E poi anche all’interno dei due fronti’. Lei crede che l’attuale Governo guidato da Silvio Berlusconi reggerà? ‘Io credo che un Governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza’. È stato appena deciso che il 6 aprile inizierà il processo nei confronti del presidente del Consiglio Berlusconi. Lei che ne pensa? ‘Penso che abbia le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi contro le accuse. Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il Presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia. Confido nel nostro Stato di diritto’. Lei conosceva personalmente lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini ed ha più volte litigato pubblicamente con lui. Pasolini criticò aspramente la politica e la società italiana, Lei lo accusò di dipingere tutto di nero. Come vede le sue critiche oggi? ‘Conoscevo bene Pasolini, ci incontrammo spesso e ci stimavamo a vicenda. Fu un poeta, un visionario – e le sue visioni erano spesso cupe. Ma senza dubbio presagì alcuni sviluppi che poi si verificarono veramente. Il suo pessimismo non era del tutto infondato’”. (red)

3. Napolitano: “Berlusconi ha mezzi giuridici per difendersi”

Roma - “Silvio Berlusconi ha ‘le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi contro le accuse. Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia. Confido nel nostro Stato di diritto’. Magari – riporta Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - è solo un’eco dei lontani studi di giurisprudenza, ma quando Giorgio Napolitano assicura che il processo Ruby ‘si svolgerà e concluderà secondo giustizia’, nelle sue parole risuona il celebre ‘secundum nostrae civitatis jura’ posto a chiusura della definizione giustinianea sulle obbligazioni e che significa: ‘Conformemente agli istituti positivi del nostro ordinamento giuridico’ . Quindi, nel momento in cui spiega di confidare ‘nello Stato di diritto’ , è come se dicesse al premier: affidati alla legge, anche sulla questione della competenza del tribunale milanese, che contesti. E comunque, se sei sicuro delle tue ragioni, abbi fiducia nelle regole e battiti ‘nel’ processo, che sarà giusto, non ‘contro’ o ‘fuori’ dal processo. Proprio ciò che gli aveva raccomandato nell’ultimo faccia a faccia al Quirinale, tentando di scongiurare forzature, strappi o colpi di mano contro quelle che il premier marchia come ‘insensate e imperdonabili iniziative di una certa magistratura’ . L’intervista del presidente della Repubblica pubblicata ieri dal giornale tedesco Welt am Sonntag, alla vigilia della visita in Germania, alza il velo sui suoi preoccupatissimi umori in questo passaggio critico della nostra transizione infinita. Una fase che vede il Cavaliere di nuovo al contrattacco con minacciosi annunci di voler diroccare il sistema giudiziario, senza escludere la Consulta (bollata alla stregua di un’assemblea politica), mentre molte toghe sarebbero per lui ‘un contropotere che esonda dai principi costituzionali’. Concetti coerenti – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - con la teoria del complotto rilanciata da Berlusconi e in acuto contrasto con quelli usati nelle stesse ore dal capo dello Stato. Il quale parla come parla perché non può permettere che passi l’idea che l’Italia sia un Paese imbarbarito, e persino nella gestione della giustizia. Per la prima volta, però, Napolitano si concede un’immagine forte e inconsueta nel suo linguaggio sorvegliato, ‘guerriglia politica’ , descrivendo l’aria che tira. Infatti, ammette, ‘troppo spesso si scelgono toni troppo clamorosi, eccessivi, nel giudizio si manca di misura e molte analisi sono contraddistinte da un certo estremismo. Tutto questo contribuisce a inasprire la tensione politica. I partiti si scontrano, si dividono e se tutto questo è in qualche modo normale in una democrazia’ , da noi, ‘ciò degenera in una vera e propria guerriglia politica’ . Ma se questo è lo scenario di oggi, gli viene domandato, il governo Berlusconi reggerà? ‘Io credo che un governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza’ , replica il presidente. Risposta in linea con l’avvertimento di una settimana fa, quando il Quirinale segnalò che se non ci si sforzerà di contenere le tensioni, allora ‘sarebbe a rischio la continuità della stessa legislatura’ . Insomma, a un esecutivo, per durare, non basta il puro e semplice calcolo dei numeri che ne sostengono la maggioranza (e che il premier oggi può rivendicare in crescita): serve un’azione efficace giorno per giorno, unita a un corretto rapporto con il Parlamento, che non deve risultare paralizzato nella sua attività legislativa. Altrimenti si avrebbe una stabilità tutt’altro che ‘operosa’ , come lui chiede. Sono i passaggi centrali di un colloquio molto giocato sui raffronti storici tra Roma e Berlino. Ciò che spinge Napolitano ad ammettere: ‘Potremmo certamente imparare qualcosa dalla disciplina democratica che regna da voi. La Germania è uno Stato stabile ed efficiente’ . Da noi, purtroppo, dopo il crollo del vecchio sistema partitico, con la riforma elettorale non si è riusciti a costruire ‘un assetto stabile, un sistema bipolare solido’ . Sì, ‘sembrava tanto semplice, ma non lo fu’ , si sfoga. ‘Vi sono state invece nuove escrescenze, nuove frammentazioni. A questo si aggiunge che ci sono stati anche molti personalismi dentro e attorno ai partiti, il che, in effetti, non contribuisce alla stabilità’ . È la diagnosi di un’ipertensione politica divenuta cronica e che vede nuovi motivi d’esasperazione nelle polemiche sui 150 anni dell’Unità. Il presidente – conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - non mostra di angosciarsene più di tanto. E minimizza: ‘Tra i miei doveri rientra anche quello di gestire situazioni difficili. Sono impaziente di veder svilupparsi le celebrazioni. Per me e per tanti altri saranno una buona occasione per renderci conto di quello che abbiamo realizzato per questa Nazione con questo Stato. L’Italia è uno Stato tardivo che però— come la Germania — è riuscito ad assumere un buon ruolo nel concerto delle Nazioni’”. (red)

4. L’attacco del premier alla Corte accende allarme sul Colle

Roma - “‘Anche Napolitano ne ha dovuto prendere atto: i numeri li ho, anzi aumentano, e il governo andrà avanti’. Per il Cavaliere – scrivono Francesco Bei e Umberto Rosso su LA REPUBBLICA - è un cambio di passo l’intervista di Napolitano alla ‘Welt am Sonntag’. Si aggrappa al passaggio in cui il capo dello Stato non evoca più il rischio di uno scioglimento delle Camere e tanto gli basta. I suoi consiglieri gli hanno sottolineato con l’evidenziatore quelle parole e osservano che ‘fino alla scorsa settimana circolava l’ipotesi che Napolitano potesse mandarci a casa pur in presenza di una maggioranza. Oggi questa cosa non esiste più’. Il premier è pronto a una nuova prova di forza sul decreto Milleproroghe, su cui verrà posta mercoledì la fiducia alla Camera, e conta di arrivare in settimana a 321 deputati. Oggi stesso Gianni Letta, a margine di un convegno al Quirinale, anticiperà inoltre al presidente della Repubblica l’intenzione di procedere tra pochi giorni al rimpasto ‘per rafforzare il governo’. E tuttavia, visti dal Colle, i numeri da soli non bastano, perché Napolitano avverte: la maggioranza deve essere operativa e non limitarsi a galleggiare. Insomma, tra i due presidenti il duello prosegue. Ed è la giustizia l’indicatore di quanto sia alta la tensione. Napolitano infatti non ha soltanto invitato il premier ad affidarsi ai magistrati sul caso Ruby: il senso delle sue parole è un avviso che riguarda l’intero pacchetto giustizia annunciato da Berlusconi in Consiglio dei ministri, ovvero la riforma Alfano, il processo breve, le intercettazioni. Un’indicazione di metodo, quella del capo dello Stato, perché la maggioranza non proceda oltre con gli strappi. A partire da quello che per Napolitano sarebbe il più grave di tutti, la modifica del sistema di voto della Corte Costituzionale. Ma è proprio la Consulta ad aver fatto infuriare il premier: ‘Dalla Corte hanno messo in giro la voce che potrebbero rimpallare alla Cassazione la decisione su chi stabilisce il mio giudice naturale. Sarebbe di una gravità assoluta, così stravolgerebbero quanto loro stessi hanno stabilito con la sentenza Matteoli’. Un’intervista in due parti, quella di Napolitano. La seconda – proseguono Bei e Rosso su LA REPUBBLICA - deve ancora arrivare. La prima apparsa ieri sul magazine domenicale ‘Welt am Sonntag’, l’altra sarà invece pubblicata sul quotidiano ‘Die Welt’ mercoledì prossimo, il giorno in cui il capo dello Stato comincerà la sua visita ufficiale a Berlino. La preoccupazione principale del Quirinale è tutta per le tensioni che scuotono la scena politica di casa nostra, la ‘guerriglia politica’ come per la prima volta arriva a chiamarla il presidente. L’intervista rilasciata da Napolitano temporalmente precede l’ultimo assalto di Berlusconi lanciato contro la Consulta. Dunque, non c’è una risposta diretta alla ‘provocazione’ del premier. Ma è un’idea, questa di rivedere i meccanismi della Corte a colpi di maggioranza (per poi andare a referendum), che sul Colle temono sia il passaggio più delicato e spericolato dell’intero pacchetto giustizia del premier. In aperto contrasto col ‘metodo’ Napolitano, la ricerca della condivisione, e nel ‘merito’ bocciata da quasi tutti i costituzionalisti. ‘Condivisione? Le nostre riforme, a partire dalla giustizia più giusta - obietta il premier - sono condivise dalla maggioranza degli italiani. Non possiamo accettare che l’opposizione ponga veti. Lo dicono tutti i sondaggi che la giustizia non soddisfa nessuno’. Berlusconi all’attacco. Una sfida dettata dalla ritrovata sicurezza dei numeri in Parlamento. Sul Colle si prende atto. La scena, quanto a rapporti di forza, appare modificata rispetto a qualche settimana fa. Ma per Napolitano, come lui stesso ha messo in guardia, il governo Berlusconi regge se dispone dei numeri ma anche se ‘opera di conseguenza’. Resta insomma il rischio che la paralisi amministrativa e le risse nel governo (vedi l’ultima clamorosa bagarre sulla festa nazionale del 17 marzo) inneschino comunque il vortice d’instabilità. Berlusconi intanto fa le prove di un possibile passaggio in tv per difendersi dalle accuse del Rubygate. L’ultima è che potrebbe andare nel salotto di Bruno Vespa. La linea di difesa – prosegue Bei e Rosso su LA REPUBBLICA - l’ha anticipata venerdì alla cena al circolo degli scacchi, ospite del conte Lupo Bracci: ‘Mi accusano di induzione alla prostituzione? Tutto il contrario: donavo quelle somme proprio per non farle prostituire e avviarle a un lavoro. A Ruby ho dato 7 mila euro per acquistare i macchinari di un centro estetico di cui speravo diventasse socia’”. (red)

5. Napolitano spegne il golpe. “No al voto” 

Roma - “‘Io credo che un governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza’. Giorgio Napoletano – scrive Fabrizio de Feo su IL GIORNALE - concede una lunga intervista al domenicale tedesco Weltam Sonntag, alla vigilia della sua visita ufficiale in Germania, e detta parole chiare sulla possibilità di chiudere anticipatamente la legislatura. Un verdetto che suona come uno schiaffo sonante per tutti coloro che da settimane sperano in un fischio malandrino e di parte dell’arbitro e si esercitano nel consueto sport del ‘tiro della giacchetta’, vagheggiando il ritorno alle urne oppure una sorta di governo del presidente. Il capo dello Stato, al contrario, osserva la realtà. E non ci sta a guardare la situazione politica soltanto con l’occhio sinistro o ad ascoltare gli ‘inviti’, più o meno espliciti, che gli vengono rivolti, soprattutto da alcuni giornali progressisti, quelli che chiedono al ‘migliorista’ Napolitano di forzare il cancello della democrazia e creare le condizioni migliori per creare un’alternativa a Berlusconi, derubricando tra le varie ed eventuali il rispetto della sovranità popolare. Quegli stessi giornali che negli ultimi diciassette anni, dal ribaltone del ‘94 a oggi, non hanno fatto altro che sostenere che il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere se c’è una maggioranza in Parlamento, qua- le che sia. E oggi, con folgorazione repentina, hanno cambiato idea. Nessuna scorciatoia e nessuna procedura inaudita, dunque, nei pensieri dell’inquilino del Colle. ‘Il mio dovere è gestire le situazioni difficili’, ripete. E nessuna volontà di fare da sponda a coloro che, in questi giorni, gli hanno ricordato con fare saputello che l’articolo 88 della Costituzione stabilisce che ‘il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse’. Piuttosto Napoletano rivendica una applicazione lineare e non acrobatica delle sue prerogative. E predica la ricerca della stabilità dei governi, lo stimolo e il controllo del corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Far saltare il banco del governo è dunque nient’altro che una inconsistente fantasia, un sogno impossibile, una forzatura neppure immaginabile di fronte a una maggioranza che - grazie ai nuovi arrivi e al controesodo da Futuro e libertà allarga il suo margine, ed è ormai attestata a quota 320 oltretutto con probabilinuovi ingressi nelle prossime ore. Il capo dello Stato, naturalmente, - prosegue de Feo su IL GIORNALE - guarda anche all’attualità nel suo complesso. E accetta di rispondere a una domanda diretta sul caso Ruby e sul coinvolgimento del presidente del Consiglio che, dice Napolitano, ha ‘le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi dalle accuse’. Perché ‘sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedi- mento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia. Confido nel nostro stato di diritto’. Napolitano esprime poi preoccupazione, una volta di più, per i toni ‘troppo clamorosi, eccessivi’ della nostra politica e per la ‘mancanza di misura’. ‘I partiti si scontrano, si dividono e tutto questo - sottolinea Napolitano - in un certo modo è normale in una democrazia. In Italia, tuttavia, ciò degenera in una vera e propria guerriglia politica’. Il presidente della Repubblica si concede poi uno sguardo retrospettivo, una sorta di bilancio redatto con l’inchiostro dell’amarezza, sulle speranze tradite della stagione bipolarista. In Italia ‘non siamo riusciti a trovare un nuovo assetto politico che fosse stabile. Speravamo di pervenire, attraverso riforme elettorali, a un sistema partitico bipolare solido: da una parte il centrodestra, dall’altra il centrosinistra, nella chiarezza dell’alternanza. Sembrava tanto semplice, ma non lo fu. Vi sono state invece nuove escrescenze, nuove frammentazioni. A ciò si aggiunge che ci sono anche molti personalismi dentro e attorno ai partiti’. Se si volesse tirarlo per la giacchetta si potrebbe pensare a un modo sobrio e austero per riflettere in negativo sulle grandi ammucchiate antiberlusconiane auspicate a sinistra. Ma l’abito del presidente – conclude de Feo su IL GIORNALE - è già troppo sollecitato dai tanti predicatori di moral suasion a senso unico per pensare anche soltanto di sfiorare un angolo del suo doppiopetto”. (red)

6. Il timore del “complotto perfetto”

Roma - “È convinto – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - di subire una sorta di ‘complotto perfetto’ , nel senso che il copione è già scritto, gli attori sono tutti contro di lui, la vittima predestinata alla quale non è consentito di approdare ad un epilogo diverso da quello che sarebbe stato scritto a tavolino dai magistrati. Almeno con le regole vigenti. Vista la convinzione diametralmente opposta a quella di Napolitano— sicuro invece che debba e possa difendersi nel processo — Berlusconi dice in queste ore ai suoi avvocati e ai suoi uomini del Pdl che è del tutto inutile sbattersi tanto sul conflitto di attribuzioni, tanto su un eventuale voto della Camera sull’improcedibilità, ovvero solo sulla competenza. Come in altre occasioni non è detto che uno sfogo faccia una linea politica: già oggi i suoi legali gli chiederanno di approvare un percorso, che a Montecitorio probabilmente porterà il Pdl ad ingaggiare una battaglia legale con Fini sul diritto dell’Aula di esprimersi sulla competenza o meno della Procura di Milano, bypassando l’ufficio di presidenza di Montecitorio, dove Pdl e Lega non hanno la maggioranza. Nello staff del Cavaliere il clima che si respira è di questo tipo: i dubbi e lo scetticismo del premier sul conflitto di attribuzioni, comprovati dalle recenti parole sulla politicizzazione della Corte costituzionale, autorizzano alcuni a cambiare registro e far di conto con i tempi parlamentari necessari per reintrodurre l’immunità costituzionale, conti sostenuti e incoraggiati dall’interesse dell’Udc e di settori del Pd per il progetto. Ma anche questi sono conti precari, destinati a lasciare il tempo che trovano: per alcuni, anche se non per tutti, un nuovo articolo 68 della Costituzione bloccherebbe sì il processo contro Berlusconi ma non in tempo utile per evitare una sentenza di primo grado. Progetto giusto, dunque, da perseguire stralciandolo dalla riforma della giustizia, facendolo camminare in modo più spedito con legge costituzionale apposita, ma inutile per raggiungere l’obiettivo di sterilizzare la Procura di Milano. A meno di non voler ingaggiare una corsa contro il tempo che rischia di concludersi a tempo scaduto. Da qualsiasi punto di vista – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - la strategia che nelle riunioni di oggi il Cavaliere sarà chiamato o meno ad avallare è piena di incognite. ‘Esiste un conflitto fra potere esecutivo e giudiziario, è dunque impossibile che si possa pensare di negare al terzo potere, quello legislativo, di esprimersi’ , dicono i vertici del Pdl, forti di una sentenza della Corte costituzionale del 2009, che toccava proprio il diritto inalienabile del Parlamento ad esprimersi sulla competenza. Ma allora il caso, che riguardava Matteoli, era diverso nella genesi e nelle dinamiche, e dunque la rivendicazione del principio, ed il voto conseguente di Montecitorio (al netto delle resistenza di Fini), sembra più una bandiera politica da piantare che altro, perché anche se la Camera mettesse per iscritto una sorta di improcedibilità a carico del Cavaliere gli effetti giuridici rischierebbero di essere molto vicini allo zero. Insomma mentre dice ‘non credo al processo’ , mentre aggiunge che la Consulta è di sinistra e dunque a prescindere contro di lui, mentre ogni tanto parla di giudici a Berlino senza crederci più di tanto, la verità è che il capo del governo e il suo staff non hanno ancora deciso cosa fare del processo, per giudizio immediato, che si aprirà il 6 aprile prossimo. Una sfilza probabile di eccezioni e di appuntamenti tali da configurare il legittimo impedimento sarà opposta al collegio del tribunale milanese, ma nessuno è in grado di dire se basterà ad evitare una sentenza. Anzi. Bastano invece – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - le defezioni progressive da Fli per far gongolare il Cavaliere e fargli dire che ‘Fini paga la sua presunzione’ . In Senato il gruppo dei finiani è in via di sfaldamento, alla Camera i vertici del Pdl danno in arrivo altri tre o quattro esponenti di Futuro e libertà. Già questa settimana”. (red)

7. Silvio prepara il rimpasto

Roma - “È in apparenza un silenzio amichevole – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - quello dei berlusconiani sulle parole del presidente della Repubblica contenute nell’intervista al quotidiano tedesco ‘Welt am Sonntag’. Un silenzio imposto dal premier dopo gli scontri dei giorni scorsi, dopo il colloquio burrascoso al Quirinale quando il premier ha gridato di sentirsi perseguitato dai magistrati e Napolitano che insisteva sulla necessità di affrontare il processo nella sua sede di Milano. Un colloquio ‘franco e sincero’ è stato definito dalle fonti del Colle perchè ognuno ha detto la sua senza infingimenti, rimanendo fermi sulle proprie posizioni. La stessa cosa è accaduta ieri con il Cavaliere che ha continuato ad accusare la magistratura di essere diventata un contropotere politico che non può quindi giudicarlo e il capo dello Stato convinto che il processo Ruby si svolgerà e si concluderà secondo giustizia. Ecco, nonostante il fossato tra i due è ormai incolmabile, nel giro stretto del leader Pdl si tenta una lettura positiva delle dichiarazioni presidenziali. Napolitano riconoscerebbe che il governo gode di una maggioranza capace di andare avanti. In sostanza, spiegano a Palazzo Chigi, sarebbe venuta meno la tesi quirinalizia dello scioglimento delle Camere anche in presenza della maggioranza perchè il conflitto istituzionale non consentirebbe di proseguire la legislatura. Quindi l’opposizione la smetta di chiedere ogni giorno le dimissioni del presidente del Consiglio. Addirittura Napolitano avrebbe mandato un messaggio ai tre magistrati del collegio giudicante del tipo: non fate una sentenza politica, ma giudicate serenamente. Ovviamente queste interpretazioni non coincidono per niente con quelle del Colle, ma tant’è. In casa Berlusconi per il momento basta un pareggio con il Quirinale dove oggi salirà Gianni Letta. L’appuntamento riguarda il centocinquantenario dell’Unità d’Italia e servirà per parlare della ‘lingua italia come fattore portante dell’identità nazione’. Sono tanti gli ospiti, ci sono anche Giuliano Amato e Umberto Eco. Parlerà anche Letta a nome del governo. In un primo momento in questo ruolo doveva esserci Mariastella Gelmini, ma sembra che non sia stata gradita dallo stesso capo dello Stato per via dell’ostruzionismo della ministra all’istituzione alla festività del 17 marzo. Letta vorrebbe trovare il tempo per un colloquio a quattr’occhi con il presidente. Vuole spiegargli cosa intende fare Berlusconi: forse la prossima settimana ci sarà un giro di valzer di poltrone. Le voci del rimpasto che girano riferiscono che Paolo Bonaiuti andrebbe al posto Ronchi alle politiche europee; Saverio Romano diventerebbe ministro dell’Agricoltura mentre Galan lascerebbe questo discastero per andare alla Cultura che Bondi lascerebbe. La casella di viceministro alle Attività produttive – prosegue La Mattina su LA STAMPA - verrebbe occupata da Anna Maria Bernini ultimamente molto esposta e apprezzata mediaticamente da Berlusconi. Solo in un secondo momento verranno nominati i sottosegretari: il premier vuole allettare quanti più parlamemtari possibili a fare il salto nella maggioranza. Maggioranza che intanto, con l’uscita di Barbareschi dal Fli, è a quota 320 e punta ad arrivare a 325. Numeri utili per riconquistare la maggioranza nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. E per lanciarsi nelle riforme sulla giustizia. Che poi è il chiodo fisso di Berlusconi il quale ieri quando ha letto l’intervista del procuratore milanese Armando Spataro che chiede al Quirinale di fermare le leggi berlusconiane ha così commentanto: ‘I pm non solo si ergono a giudici ed emettono le sentenze, ma ora si permettono di dire a Napolitano cosa deve fare. Gli chiedono di non firmare delle leggi che non state nemmeno approvate e quando lo saranno è perchè un libero Parlamento, votato dal popolo, avrà fatto una sua libera scelta’. I rapporti con il Quirinale – conclude La Mattina su LA STAMPA - rimangono tesi anche su questo fronte. Riforme condivise chiede Napolitano, anche sulla giustizia, ma per Berlusconi ‘sono già condivise ma con gli italiani: sono i sondaggi a dire le vogliono’”. (red)

8. Pecorella: “Leggi buone, problema è chi le applica”

Roma - Intervista di M. Antonietta Calabrò a Gaetano Pecorella sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?’ . Cita Dante Alighieri l’avvocato Gaetano Pecorella, deputato, per molti anni difensore del premier, commentando le parole del capo dello Stato per dire ‘che un conto sono le leggi e un conto sono i giudici che le applicano’ . E che nel processo Ruby già ci sono state ‘troppe stranezze’ e una ‘violazione più grave di tutte: lo scippo del processo al Tribunale dei ministri’ . Napolitano afferma che Berlusconi può avere un processo giusto in cui difendersi dalle gravi accuse per cui è stato rinviato a giudizio e che respinge come infondate. Lei che ne pensa? ‘Il presidente della Repubblica ha ragione: in Italia ci sono buone leggi. La Costituzione garantisce la presunzione d’innocenza sino a sentenza definitiva, il diritto di difesa, il giusto processo. Ma una cosa è dire questo e altra cosa è ciò che accade a Berlusconi. Vuole una controprova?’ Quale? ‘Che Berlusconi è sotto processo dal 1994 e che non è mai stato condannato. Alcune volte il reato è stato prescritto perché erano fatti molto vecchi, riesumati ad hoc’ . Il presidente della Repubblica non si riferiva ai vecchi processi, ma all’ultimo, quello di Ruby. Parliamo anche noi di questo? ‘Certamente. In questo processo ci sono delle evidenti stranezze. Innanzitutto la Procura ha chiesto il giudizio immediato, dopo aver fatto indagini per mesi e mesi. L’iscrizione al registro indagati è stata ‘postuma’. È avvenuta cioè dopo che le indagini su Berlusconi erano già state eseguite, e solo ciò ha consentito il giudizio immediato. Con ciò è stata negata all’indagato la garanzia dell’udienza preliminare per poter evitare il rinvio a giudizio. Tenga conto che il fascicolo è costituito da migliaia e migliaia di pagine’ . E allora, lei cosa conclude: Berlusconi troverà un giudice a Milano come il mugnaio di Potsdam lo trovò a Berlino? ‘Ripeto, la Costituzione e le leggi ci sono, ma sono come le grida di memoria manzoniana. Già padre Dante sosteneva: ‘Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?’ E. E le altre stranezze del processo? ‘Gli atti a Milano non sono stati tutti depositati. Ad esempio gli interrogatori di Ruby non sono stati depositati tutti, ma solo alcuni. Ma la violazione più grave è che la Procura di Milano dopo 15 giorni dall’iscrizione al registro indagati doveva mandare il caso al Tribunale dei ministri perché valutasse la ministerialità del reato di concussione. E il Tribunale dei ministri — come ha stabilito già in altri casi la Corte Costituzionale — doveva chiedere la valutazione della Camera di appartenenza. Questa è la violazione più grave di tutte’ . Perché? ‘Perché è la Costituzione che afferma che nessuno può essere sottratto al giudice naturale, precostituito per legge. Invece c’è stato lo scippo del processo al Tribunale dei ministri. La Procura prima e il gip poi hanno deciso che la competenza era loro, visto che non credevano alle parole di Berlusconi’”. (red)

9. Conflitto d’attribuzione, i dubbi del premier

Roma - “Esitanti. Dubbiosi. Incerti. Con il fantasma di un no di Fini e dell’ufficio di presidenza della Camera al conflitto di attribuzione. Stanno messi così – scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - quelli del Pdl. Con gli avvocati del premier, intenti alla lettura delle carte del processo, che spingono per liquidare subito il dibattimento del Rubygate, farlo e chiuderlo in più in fretta possibile, per evitare che possa essere ricongiunto a quello Minetti-Fede-Mora, in cui Berlusconi finirebbe nel tritacarne mediatico delle decine di ragazze che raccontano le notti di Arcore. Ma con i consiglieri politici di Berlusconi che calcano la mano sulla necessità, all’opposto, di un segnale di netta contrapposizione ai magistrati, che passa necessariamente per il conflitto di attribuzione alla Consulta. Sul quale però incombe il rischio di un altolà di Fini e dell’ufficio di presidenza della Camera, dove i numeri non arridono alla maggioranza. È questa la fotografia del week end di dubbi e incertezze in casa berlusconiana che potrebbe preludere oggi alla decisione di rinviare ancora l’avvio del conflitto di attribuzione alla Camera. ‘Potrebbe’, un condizionale d’obbligo, perché nella strategia per difendere il ‘capo’ mai come questa volta ci sono stati stop and go, corse in avanti e precipitosi passi indietro. Il caso del conflitto alla Corte è emblematico. Uno o due? Uno alla Camera e uno di palazzo Chigi? Non è ancora deciso. Pareva certo che oggi, al presidente della giunta per le autorizzazioni Pierluigi Castagnetti, il capogruppo del Pdl Maurizio Paniz avrebbe recapitato una lettera per annunciargli l’avvio del conflitto. Poi ecco la frenata. Perché a Montecitorio la procedura è chiara, la richiesta di conflitto va rivolta al presidente, il quale la gira alla giunta per un parere. Lì si vota, le carte ripassano all’ufficio di presidenza che vota sulla trasmissione all’aula. Qui i berlusconiani non hanno i numeri, temono che Fini stoppi tutto, e il leader di Fli finora ha rifiutato qualsiasi messaggero che potesse convincerlo a trasferire il conflitto in aula. Paniz lo dà per scontato: ‘Solo l’aula si esprime sul conflitto’. Enrico Costa, anche lui componente Pdl della giunta, aggiunge: ‘Su una questione che attiene alle prerogative il presidente non può bloccare alcunché’. Ma il precedente Sardelli versus Faggiano, dove l’ufficio di presidenza nell’ottobre 2003 non dette seguito al conflitto pur votato dalla giunta delle elezioni, mette in agitazione il Pdl. Di una cosa è convinto l’avvocato del premier Niccolò Ghedini, bisogna evitare brutte figure, come un no al conflitto d’attribuzione. Mentre legge i 22 faldoni del Rubygate, - prosegue Milella su LA REPUBBLICA - Ghedini si va confermando nell’idea che questo è un processo vinto in partenza e soprattutto che può chiudersi in due mesi, con non più di 15 o 20 testi tra accusa e difesa. Un primo grado da chiudere per evitare che un eventuale rinvio possa farlo riunire a quello Fede-Mora-Minetti dove sfileranno le ragazze dell’Olgettina. Poi, qualunque sia la sentenza, lo spazio per il ricorso alla Corte rimane. Come resta la via, seguita dallo stesso Ghedini nel ruolo di avvocato dell’ex Guardasigilli Roberto Castelli, di un’istanza del parlamentare alla Camera di appartenenza la quale delibera se autorizzare o meno il prosieguo dell’azione penale. Lo fece l’ex ministro Altero Matteoli nel 2009, ma la conseguenza è stata un ulteriore ricorso dei giudici di Livorno alla Corte rispetto a un atto politico dal valore inesistente. La Consulta deve ancora decidere. Ma i tre giudici del collegio Rubygate, nella stessa situazione, potrebbe ben andare avanti. A quel punto la Camera dovrebbe comunque sollevare il conflitto. Oggi, come ogni lunedì, Ghedini sarà ad Arcore. E non è escluso che chieda conto alla procura di Milano del perché, mentre Ruby parla di una trentina di interrogatori, nei faldoni ce ne sono solo cinque. Poiché i tempi stringono per tutti i processi del premier, ben quattro in un mese (28 febbraio Mediaset; 5 marzo Mediatrade; 11 marzo Mills; 6 aprile Rubygate), oggi gli avvocati, negli uffici Fininvest, terranno un briefing per limare le strategie. Sollevare o no il legittimo impedimento? Sempre, o solo per i processi, come Mills, che rischiano di chiudersi presto e con una condanna per corruzione? L’11 marzo, giusto quando cade Mills, a Bruxelles c’è un consiglio straordinario sull’economia e l’udienza potrebbe saltare. Ma l’impressione complessiva – conclude Milella su LA REPUBBLICA - è che la ‘macchina da guerra’ anti-processi del Cavaliere, al di là dei proclami, non giri ancora a pieno regime”. (red)

10. La trincea sbagliata 

Roma - “Grazie allo smottamento di Futuro e libertà, - scrive Pierluigi Battista sul CORRIERE DELLA SERA - il governo consolida la sua maggioranza in Parlamento. Ma la temperatura politica, malgrado i ripetuti appelli di Giorgio Napolitano, non accenna a decrescere. Il capo dello Stato torna a deplorare la lotta politica ridotta a chiassosa e devastante ‘guerriglia’ , ma nelle stesse ore il premier agita la riforma della giustizia come arma definitiva per piegare i magistrati milanesi. Inoltre il presidente della Repubblica invita a non considerare il Tribunale di Milano come una terra di nessuno, sottratta ai vincoli virtuosi dello Stato di diritto. Ma Berlusconi, rinfrancato dai nuovi numeri parlamentari che ne incrementano la forza, agisce invece come se nei prossimi mesi non si dovesse celebrare un processo scandito dalle regole dello Stato di diritto, bensì il duello finale con gli odiati ‘nemici’ di Milano. È l’annuncio di un ennesimo braccio di ferro con il Quirinale. È lo stesso Berlusconi a sottolineare platealmente l’intento bellicoso che anima la nuova riproposizione di una riforma della giustizia non varata nei diciassette anni della Seconda Repubblica e che oggi viene riproposta per così dire con rito ‘abbreviato’ , come risposta al giudizio ‘immediato’ di Milano. Il ministro della Giustizia Alfano ne aveva descritto i pilastri garantisti, a cominciare da una più netta separazione delle carriere che accentuasse la ‘terzietà’ del giudice, professionalmente lontano in egual modo dall’accusa e dalla difesa. Obiettivo destinato ovviamente a suscitare polemiche ma comunque ispirato a un’idea generale del funzionamento della giustizia che può trovare il consenso anche di chi non è pregiudizialmente schierato con il partito del premier. Ma è stato proprio il premier – prosegue Battista sul CORRIERE DELLA SERA - a spostare l’attenzione su altri pilastri, quelli che gli stanno più a cuore: il divieto delle intercettazioni e la reintroduzione dell’immunità parlamentare. Persino i criteri di nomina dei giudici della Corte costituzionale sono apparsi prioritari rispetto a riforme che rendano più equa, veloce e umana la giustizia italiana. Un atto di ‘guerriglia’ , appunto, reso possibile da una forza parlamentare impensabile fino a pochi giorni fa. Se il governo ha i numeri, è lo stesso Napolitano a sottolinearlo, dimostri di poter andare avanti facendo le riforme di cui è capace e non incendiando il dibattito politico fino alla sua degenerazione in una guerra totale senza esclusione di colpi. Faccia le riforme e non perda tempo a consumare vendette. Consentendo al premier di difendersi, avvalendosi, nel processo, di tutti gli strumenti legali tutelati dallo Stato di diritto. Ma non architettando avventurosi sbarramenti dell’ultimo minuto per impedire a quel processo di essere addirittura celebrato. Per governare e non per scatenare la guerriglia. Per riformare la giustizia – conclude Battista sul CORRIERE DELLA SERA - e non per vendicarsi con giudici e giornalisti”. (red)

11. Atti sediziosi

Roma - “L’Italia – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - precipita in una rovinosa ‘democrazia del conflitto’. Come è evidente, si fronteggiano due forze. Da una parte c’è lo Stato, con le sue ragioni e le sue istituzioni. Il simbolo dello Stato, oggi più che mai, è Giorgio Napolitano. Dall’altra parte c’è l’Anti-Stato, con le sue distorsioni e le sue convulsioni. Il paradigma dell’Anti-Stato, ormai, è Silvio Berlusconi. Dall’esito di questa contesa dipenderà l’assetto futuro del nostro sistema politico e costituzionale. La giornata di ieri fotografa con drammatica evidenza questa contrapposizione irriducibile tra due modi diversi di vivere la cosa pubblica e di interpretare il proprio ruolo nella ‘polis’. Il capo dello Stato, in un’intervista al settimanale tedesco Welt am Sonntag, tenta di ricucire il tessuto lacerato delle istituzioni. Si fa interprete dell’esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese. Si fa ancora una volta custode della Costituzione. Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri. Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno ‘secondo giustizia’: il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali. Si tratta solo di riconoscere la legittimità dell’ordinamento giuridico e la validità dei suoi codici. Si tratta solo di accettare l’irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione. Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare. Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà, fa l’esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare Napolitano. Allarga lo strappo istituzionale, esaspera lo scontro tra i poteri, rilancia le ‘riforme della giustizia’ a una sola dimensione: non quella dei cittadini, che chiedono un sistema giurisdizionale più equo, più rapido e più efficiente, ma quella del premier, che esige una magistratura umiliata, delegittimata e subordinata alla politica. Spaccare il Csm, separare le carriere, stravolgere i criteri delle selezioni dei giudici della Consulta, reintrodurre l’immunità parlamentare come mezzo per assicurarsi l’impunità politica, rilanciare la legge – bavaglio per negare ai pm l’uso di un prezioso strumento investigativo come le intercettazioni e per negare all’opinione pubblica il diritto di essere informata su ciò che accade negli scantinati del potere. Tutto questo non è nobile ‘garantismo liberale’, ma truce avventurismo politico. Non è alto ‘riformismo costituzionale’, ma bassa macelleria ordinamentale. ‘Atti insensati’, quelli della Procura milanese? Piuttosto – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - sono ‘atti sediziosi’ quelli del premier. Ed è penoso, per non dire scandaloso, che su alcuni di questi atti trovi una sponda anche nel centrosinistra, che non sa più distinguere tra le leggi varate nell’interesse di una persona e quelle varate nell’interesse della collettività. Con queste premesse, lo Stato di diritto non si difende né si migliora: va invece abbattuto e destrutturato. Questa è oggi la posta in gioco. Questa è la portata della guerra tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Una guerra asimmetrica tra un capo del governo che l’ha dichiarata e la combatte ogni giorno, e un capo dello Stato che non l’ha mai voluta e ora tenta di disinnescarla. Ma in questa guerra, di qui al 6 aprile, il Cavaliere trascinerà ogni cosa. Trascinerà il governo, trasfigurato in una trincea dove l’unico motto di generali e luogotenenti è ‘credere, obbedire, combattere’. Trascinerà il Parlamento, trasformato nel ‘tribunale del popolo’ che dovrà opporsi a qualunque costo al tribunale di Milano. Trascinerà il Paese, che non ha bisogno di ‘rivoluzioni’ populiste né di pulsioni autoritarie, ma urgente necessità di una strategia per tornare a crescere, produrre ricchezza e occupazione, a offrire opportunità alle donne e futuro ai giovani. Questa è e sarà la guerra delle prossime settimane. Proprio per questo, in un momento così difficile, dobbiamo essere grati a Napolitano. Senza il suo Presidente, - conclude Giannini su LA REPUBBLICA - l’Italia sarebbe un’altra Repubblica. ‘Monocratica’, non più democratica”. (red)

12. Barbareschi: “Silvio voleva ringraziarmi per la coerenza” 

Roma - Intervista di Fabrizio Caccia a Luca Barbareschi sul CORRIERE DELLA SERA: “Domenica pomeriggio, Luca Barbareschi è a casa e ha in braccio Maddalena, la figlia più piccola, di appena 9 mesi. L’ex deputato finiano ha lasciato da poche ore il gruppo di Futuro e libertà e da pochissimo l’ha chiamato Silvio Berlusconi: ‘Sì, è vero— conferma— ho appena parlato con lui per telefono...’. Cosa le ha detto il Cavaliere? ‘Mi ha ringraziato per la coerenza e per aver scelto di non far parte dei forcaioli...’ . Scusi, Barbareschi, ha detto coerenza? Non c’era anche lei il 6 novembre a Bastia Umbra? ‘Eccome se c’ero, le musiche di Morricone, la mia lettura del Manifesto per l’Italia, un grande impatto emotivo. Se è per questo, fui io a dare il nome a Futuro e libertà’ . E in pochi mesi ha cambiato radicalmente idea? ‘Sono andato via perché noi di Fli dovevamo rappresentare uno stimolo per il centrodestra e invece ormai si respirava solo la diatriba personale. Così ho detto no alla morale giacobina sul caso Ruby, alla voglia di golpe contro Berlusconi, a un clima ormai da piazzale Loreto’ . Con Berlusconi come siete rimasti? ‘Il mio impegno sarà quello di dare una mano al governo, portare a termine la legislatura, offrire il mio contributo creativo. Dopo tutto, sono ancora un deputato eletto nel centrodestra: prima parlavamo di coerenza, no? E invece c’è chi per 15 anni è stato alleato di Berlusconi e una mattina poi si è svegliato e ha scoperto che gli piace Vendola. Ecco perché l’avventura è fallita, anzi è stato un suicidio e la colpa non è certo mia. Altri ancora, scommetto, verranno via da Fli...’ . E Fini, invece, lo ha sentito? ‘No, l’ultima volta è stata quando mi ha dato del pagliaccio’ . Pagliaccio, clown, trasformista, contro di lei ora piovono gli insulti. ‘Ma non sono io il trasformista. Fini ha detto pure: non ho i soldi per trattenere Barbareschi. Ma io per fortuna non ho bisogno di soldi, perché non sono un politico di professione e ho accumulato negli anni un discreto curriculum, tra Broadway e Londra, insomma faccio da sempre anche un altro lavoro e per questo non sono ricattabile’ . Ma le sue fiction alla Rai? Non ci sarà dietro proprio un interesse professionale? ‘Vuole sapere come sto passando la domenica? Leggo la sceneggiatura del mio prossimo film, ‘L’Olimpiade nascosta’. Ma lo produco con la Bbc, non lo dica troppo in giro...’ . E perché è entrato nel gruppo misto e non è tornato nel Pdl? Forse per evitare la fuoriuscita immediata di 50 deputati, come ha detto il ministro La Russa? ‘E dove andrebbero quei deputati? A fondare, per caso, un altro Fli? No, davvero, quello che pensa il ministro La Russa per me è del tutto irrilevante’ . Ma è vero che gli dato del fascista? ‘Non l’ho mai definito così. E nutro sincera simpatia verso di lui’ . Lei ha detto che vuol dare una mano al governo: cioè farebbe il ministro, magari al posto di Bondi? ‘Guardi, io non ho pregiudizi. Se posso essere utile, con l’esperienza che ho nel mondo dello spettacolo. Ma non vorrei adesso che si pensasse male. Perché anzi il mio dissenso all’interno di Fli cominciò a montare proprio in occasione del tirassegno organizzato contro il ministro. Ricordate? Bondi è un cretino, Bondi è un incapace eccetera... E invece se in Italia è partita una riforma dello spettacolo lo si deve a lui. Non certo a Melandri, Rutelli e via dicendo. Sia chiaro, però, che senza fondi, senza portafoglio, né Bondi né Mandrake potranno mai fare molto per la Cultura’ . Domenica sofferta, Barbareschi. È la domenica dello strappo: si sente la coscienza a posto? ‘L’importante è che mia moglie Elena, figlia di Andrea Monorchio, un grande servitore dello Stato, sia contenta di me. Stamane anzi mi ha battuto le mani. E poi ascolto in sottofondo Ray Charles...’ . Non Apicella. ‘Ma che sciocchezza. E se a Berlusconi piace Apicella che male c’è? Sa cosa penso? È il pregiudizio a rendere l’uomo infelice. Shakespeare diceva che gli uomini che amano la musica hanno comunque un’anima. Bisogna invece diffidare molto di chi non ama la musica’ . E chi sarebbe, scusi? ‘Indovina indovinello’ . Ma adesso al ritorno a Montecitorio non teme pure qualche faccia a faccia un po’ rude? ‘Sono alto uno e 90, peso 105 chili, anche da questo punto di vista mi sento abbastanza tranquillo’”. (red)

13. Pd in cerca di una nuova strategia

Roma - “Adesso che Pier Ferdinando Casini – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - sembra preferire il viaggio in solitaria alla Santa Alleanza propostagli da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, i vertici del Partito democratico sono costretti a rivedere la loro strategia. Tanto più che il rottamatore Matteo Renzi incalza. Il sindaco di Firenze in questi giorni girerà per tutta la Penisola. Per presentare il libro che ha scritto, certo, ma anche per un anticipo della sua campagna elettorale. Non quella per le amministrative del capoluogo toscano. Non è al rinnovo del mandato che punta Renzi, bensì al debutto nella politica nazionale. Le elezioni anticipate sembrano archiviate, e questo gli consente di avere il tempo e il modo per prepararsi al grande salto. Nel frattempo, al Pd, si cerca una nuova strategia. Non si possono chiedere ogni giorno le elezioni e le dimissioni di Berlusconi senza ottenere nessuna delle due cose. Alla fine il rischio è che la prosecuzione della legislatura e del governo vengano viste come una sconfitta del Partito democratico, anche se, ovviamente, così non è. Spiega un autorevole senatore: ‘Tutti noi parlamentari del Pd abbiamo la posta elettronica intasata di email di elettori che ci chiedono quando si va al voto. Ed è imbarazzante rispondere a tutta questa gente’ . L’otto marzo, con tutta probabilità, il Partito democratico raggiungerà quota dieci milioni di firme per mandare a casa il premier, e sarà senz’altro un bel colpo di immagine. Ma non basta. Né sarà sufficiente la campagna che prenderà il via il 28 con affissioni in tutta Italia, video e spot. Il tema è ‘andare oltre’ . Oltre il berlusconismo, naturalmente. Per il momento, però, - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - il Partito democratico non riesce ad andare oltre la strategia fin qui seguita e fatica a trovarne una nuova. Anche perché il fallimento dell’ipotesi del Cln anti-Berlusconi pone nuovamente i dirigenti del Pd dinnanzi al solito problema: confrontarsi con quello che al momento sembra l’unico alleato certo, Nichi Vendola. Nella sinistra è tornato a giocare il ruolo di grande saggio, oltre che di suggeritore, Fausto Bertinotti. È a lui che si deve l’idea, quando si parlava ancora di Santa Alleanza, di lanciare la candidatura di Rosy Bindi alla premiership di uno schieramento siffatto. Non è di Romano Prodi, come pure si è detto, il copyright, bensì dell’ex presidente della Camera. E negli ambienti della sinistra si vocifera che Bertinotti abbia addirittura prospettato questa soluzione a Gianfranco Fini. È stata una mossa tattica, che ha spiazzato i dirigenti del Pd e li ha fatti litigare tra di loro. Quando poi Pier Ferdinando Casini ha bocciato questa grande ammucchiata, al quartier generale della Sel il commento di Vendola è stato: ‘Ottimo’ . Ma l’ipotesi della Bindi serviva ancora, e infatti gli esponenti vicini al presidente della Regione Puglia hanno continuato a perorarla. Era il modo per far passare l’idea che i candidati alla premiership sono necessariamente molteplici e che solo le primarie possono decidere chi sarà la persona che guiderà lo schieramento alternativo a Berlusconi. ‘Io alle primarie non rinuncio: sono uno strumento di democrazia’ , torna a dire Vendola. Già, le primarie sono uno strumento indispensabile per portare avanti il progetto che Bertinotti ha in mente. Un progetto che qualche tempo fa l’ex presidente della Camera spiegava con queste parole a Ritanna Armeni, giornalista, sua addetta stampa ai tempi in cui era il leader di Rifondazione comunista: ‘La sinistra, a cominciare dal Partito democratico, ha bisogno di un big bang, ha bisogno di distruggersi per potersi ricostruire. Vendola può favorire il big bang. Può scompaginare e sparigliare’ . Dunque la posta in gioco per il Pd è alta e ritrovarsi senza Casini come alleato complica le cose perché rende inevitabile, e non rinviabile per troppo tempo, il confronto con gli alleati della Sel. Bersani – conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - lo ha capito ed è per questo che ultimamente non risparmia frecciate all’indirizzo di Vendola”. (red)

14. Veltroni: “Parola più bella è Paese e la sinistra la ama”

Roma - Intervista di Mario Baudino a Walter Veltroni su LA STAMPA: “C’è un’idea che era ‘sostanzialmente sparita dal dibattito pubblico’, dice Walter Veltroni, ed era proprio quella di Patria. O meglio di ‘Paese, espressione bellissima che in italiano come in altre lingue definisce sia la più piccola sia la più grande comunità’. Ora se ne riparla, e con una certa passione. Vogliamo dire finalmente? ‘A me fa molto piacere. Perché questo tema svela un bisogno vero. Ci stiamo accorgendo che una vita dove ciò che conta è solo il nostro giardino ha in prospettiva una devastazione morale insopportabile, finisce nella violenza. Al festival di Sanremo, Roberto Benigni se ne è fatto interprete grandissimo’. Lei ha scritto un romanzo, Noi (Rizzoli) dedicato alla nostra storia recente, dove il senso della comunità e della continuità è molto forte. E’ questa la sua idea di Paese? ‘Ho raccontato la grandezza di questo Paese che è sempre caduto e si è sempre rialzato. Le devastazioni della guerra e il boom economico, la strategia della tensione, il terrorismo e la voglia di ricominciare. Questo è l’Italia dove non c’è mai nulla di banale - il che è un pregio e nello stesso tempo un difetto. Oggi siamo di nuovo nel collo dell’imbuto, ma è possibile che una volta superato ci sia una nuova primavera, un momento in cui si riparte mettendo da parte quell’odio cui pure gli italiani sono così inclini. Non dimentichiamo che ci sono stati momenti storici in cui è stato possibile farlo, basta ricordarci della Resistenza e di quei testi splendidi che sono le Lettere dei condannati a morte’ Il Paese vuol dire ‘noi’? ‘Penso proprio di sì. Ci stiamo accorgendo tutti che a forza di dire solo “io” si sta molto peggio. Il particolarismo distrugge il tessuto di una nazione. Ne avevo parlato proprio al Lingotto quando immaginavo la ricostruzione di una comunità di destino. E sono convinto che ci sia una sorta di pendolo: oggi la storia italiana può andare verso il solidarismo’. Questa comunità tricolore non piace a tutta la sinistra. Ieri sul Manifesto lo storico Alberto Maria Banti sosteneva che il linguaggio di Benigni non è diverso da quello della Lega; la differenza starebbe solo nel perimetro geografico in cui si colloca: l’Italia anziché la Padania. ‘Vorrei che la sinistra, invece di prendersela con Benigni, pensasse a organizzare manifestazioni di solidarietà con i libici. Io sono cresciuto con il Vietnam, mi sono commosso per Jan Palach, ho sofferto per l’11 settembre, ho sempre sentito fratelli nel mondo coloro che si battevano per la propria libertà. Mi trovi una persona che abbia combattuto per la libertà e non abbia anche un senso di nazione, di comunità nazionale, molto forte’. Potremmo chiederci se la sinistra nasce con le note della Marsigliese, aux armes citoyens, o con il manifesto di Marx, proletari di tutto il mondo unitevi. Fa una certa differenza. ‘Ho appena letto il bellissimo libro di Aldo Schiavone dedicato a Spartaco e alla rivolta degli schiavi. Perché non con Spartaco? La verità è che si è fatta strada anche a sinistra l’idea secondo cui esiste solo il proprio giardino, con la conseguenza di difendere la propria dimensione trascurando il fatto che ciascuno è figlio di una identità, multipla certamente, e di una comunità’ E cioè di un Paese, nella doppia accezione del termine. Che cosa risponde a chi osserva che è un po’ tardi, dopo aver snobbato a lungo l’idea di Patria lasciandola in esclusiva alla destra? ‘Che non è vero, che questa è una caricatura. C’è stato sì un lungo dibattito ideologico, viziato nella prima Repubblica dal tema della doppia appartenenza, dal riferimento all’Urss e agli Usa, e poi un confronto altrettanto ideologico con la Lega. Ma non possiamo dimenticare i momenti alti, uno per tutti la Resistenza’ Qual è il suo rapporto con l’idea di Patria? ‘Credo, fra i politici, di essere quello più “patriottico”, anche se il termine non mi convince. Quando ero sindaco di Roma ricordo che chiesi non senza timore ai cittadini di esporre la bandiera italiana per i caduti di Nassirya. Non ero sicuro della risposta, che invece fu corale ed entusiastica. Durante la campagna elettorale del 2008 chiudevo sempre con l’Inno di Mameli. Non certo per via della Lega. Benigni lo ha detto in modo perfetto: quando si gira per l’Italia, i suoi monumenti, le sue bellezze, sentirsi figli di questa storia dovrebbe essere qualcosa che riempie d’orgoglio. Anzi, per quel che mi riguarda, vorrei che tutti facessero proprio il detto inglese Right or wrong my Country’ Il mio Paese, lo ha evocato anche il presidente Napolitano, un anno fa. Può davvero valere per l’Italia? ‘Deve. Altrimenti andiamo alla rovina’”. (red)

15. Pisapia: “Una leggerezza, ma tutelo i miei affetti”

Roma - Intervista di Elisabetta Soglio a Giuliano Pisapia sul CORRIERE DELLA SERA: “È amareggiato ‘perché se leggerezza c’è stata è stata di non aver chiarito velocemente alcune questioni’ . È arrabbiato ‘perché non tollero che colpiscano il mio affetto più grande per colpire me’ . È preoccupato ‘perché stiamo perdendo di vista il fatto che abbiamo davvero possibilità di vincere: se qualcuno ha qualcosa da contestarmi, abbia il coraggio e la lealtà di farlo apertamente’ . Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra alle elezioni comunali, vuole spiegare una volta per tutte la vicenda che lo ha messo sulla graticola negli ultimi giorni: la presenza della sua compagna Cinzia Sasso negli elenchi dei beneficiari delle case del Pat. Avvocato Pisapia, ma dove ha visto la macchina del fango? ‘Quando ho usato questa espressione non intendevo negare che ci fosse un fatto oggettivo. Ma non accetto si getti fango sul mio affetto più caro per colpire me: se qualcuno vuole delegittimarmi, in un momento in cui emerge in città la voglia di cambiamento, lo faccia senza strumentalizzare situazioni che non mi riguardano direttamente e mettendo in giro voci infondate’ . Ad esempio? ‘Beh, avevano cominciato a dire che in quella casa si tenevano le riunioni del mio comitato elettorale, poi che era stato messo in casa uno straniero e altre sciocchezze ancora. A che scopo? Colpirmi. Perché se Cinzia non fosse stata la mia compagna, nessuno ne avrebbe parlato’ . Però lo è. Quindi le è stato chiesto di chiarire: è trasparenza, no? ‘Verissimo. E infatti ci eravamo mossi da tempo: teniamo presente che si tratta di vicende molto lontane e che non mi riguardano direttamente perché, ricordo, io abito in un’altra casa’ . Ma non si è mai posto, con la sua compagna, il problema? ‘Certo. Perché se voglio amministrare la città non posso avere la compagna che vive, per quanto in modo legittimo, nella casa di un ente che controllo’ . E quindi? ‘Avevamo fatto da tempo una scelta precisa. Avevamo deciso di andare a vivere insieme e la nostra casa avrebbe dovuto essere pronta per novembre, cioè per quando si sarebbero fatte le primarie. Poi, come immagino sia accaduto a molti, ci sono stati ritardi nei lavori e abbiamo cercato una soluzione alternativa: c’è già una casa in cui Cinzia si trasferirà con suo figlio e il trasloco sarà concluso entro due settimane’ . Come ha avuto la casa del Pat, la sua compagna? ‘Nell’ 88 Cinzia, che allora neppure conoscevo, e il suo ex marito avevano casualmente incontrato l’allora sindaco Pillitteri e gli avevano spiegato che non riuscivano a trovare un appartamento. Pillitteri aveva consigliato di fare domanda in alcuni enti e così avevano fatto nell’ 88 rivolgendosi anche al Trivulzio. La loro pratica era stata esaminata e, oltre un anno dopo, si era stabilito che avevano i requisiti richiesti: nel ’ 90 sono entrati nella nuova abitazione spendendo, tra l’altro, 42 milioni per ristrutturarla’ . Ma il contratto è ancora intestato alla Sasso. ‘— dopo la separazione, Cinzia era subentrata nell’affitto stipulando un regolare contratto con l’assistenza della Confedilizia e del sindacato inquilini. Il contratto è stato rinnovato nel 2003, sempre attraverso il sindacato ed è scaduto nel 2008: a quel punto si è aperto un contenzioso fra il Pat e il sindacato che si è concluso pochi giorni fa e che riguarda molti immobili. Ma Cinzia aveva già dichiarato di non essere interessata al rinnovo: come ho spiegato avevamo preso casa altrove’ . Perché la Sasso ha avuto la casa e altri più bisognosi no? ‘Da un lato ha ragione, dall’altro dico che bisogna ricostruire i fatti dall’origine. E comunque non si può addebitare a me il fatto che non ci sia stato un controllo nell’assegnazione delle case e nella gestione dei contratti. Io voglio cambiare l’attuale amministrazione anche per questo: perché la Moratti non ha vigilato sui vertici del Pat, sulla gestione delle case popolari e di tutto il patrimonio immobiliare della città?’ . Si è sentito isolato in questi giorni? ‘Ho avuto molti incontri con la base e i vertici e mi è stata manifestata una grande solidarietà: abbiamo tutti insieme molta voglia di vincere le elezioni’ . Tra i vertici del Pd i malumori ci sono... ‘Se c’è qualcuno che vuole porre dei problemi sono disposto ad affrontarli apertamente, ma l’importante è che queste persone abbiano il coraggio e la lealtà di uscire allo scoperto. Vediamo di non farci del male da soli’”. (red)

16. Vacilla Gheddafi, esercito inizia a passare coi rivoltosi

Roma - “Il popolo libico – riporta Giampaolo Cadalanu su LA REPUBBLICA - non torna indietro: non basta la repressione violenta, non basta l’arrivo di truppe mercenarie che sparano sulla folla, non basta il pugno di ferro di Muammar el Gheddafi. Dopo 41 anni, la dittatura è alla svolta: il contagio democratico dal resto del Maghreb divampa, dalla cortina di censura e di filo spinato che isola la Jamahiriya arrivano racconti di orgoglio e di orrore. Bengasi è caduta nelle mani degli insorti, che hanno respinto l’attacco dei mercenari africani. Nella città ribelle le truppe libiche hanno usato persino i lanciagranate Rpg per disperdere la contestazione, ma non è servito a nulla. Alla fine anche molti soldati hanno abbracciato i compatrioti e si sono uniti alla richiesta di cambiamento, accettando l’appello di cinquanta esponenti religiosi che chiedevano: ‘Non sparate sui fratelli, fermate il massacro’. Persino il capo dei servizi di sicurezza, il potente Abdullah Senussi, sarebbe ormai prigioniero degli insorti. Si diffonde pure la notizia di un battaglione, guidato dal generale Abdelfatteh Younis, in arrivo nella città per guidare la difesa contro i mercenari. Ma non è un golpe militare: la conversione dei militari e i rinforzi arrivano quando la città si è già liberata da sola, con la forza della gente comune, disposta a pagare un prezzo altissimo. Fonti dell’ospedale Al Jala raccontano ad Al Jazeera di una carneficina, 285 morti, compreso un bimbo di otto anni. Ma è un bilancio destinato a peggiorare. I sanitari parlano di proiettili sparati per uccidere: alla testa, al petto, al cuore. Testimoni riferiscono di aver visto i mercenari sparare sui bambini, impedendo persino la sepoltura delle vittime, aprendo il fuoco senza esitare persino sui cortei funebri che passavano vicino al campo militare di Alfadeel abu Omar. La cittadinanza non molla e reagisce, dice la Cnn, caricando di esplosivo un’auto e lanciandola contro i militari. Il colonnello si gioca il tutto per tutto usando la brutalità. Ma è solo. È pronto a pagare a peso d’oro militari in affitto, ma incapace di motivare persino le proprie forze armate. Ha fatto portar via i farmaci dagli ospedali, così che i feriti non abbiano assistenza. Ha mobilitato le squadracce dei Comitati rivoluzionari guidati dal cugino, per dare una mano alla polizia, quanto meno alla parte ancora fedele al regime. Non ha paura di ricattare apertamente l’Europa: fermerà i controlli sulle coste e darà il via a un’invasione di diseredati, se l’Unione europea continua a sostenere i suoi oppositori. Non basterà nemmeno questo. In serata a Tunisi si diffonde la voce della sua fuga in un paese vicino: ma non è vero. Per ora. Attorno al centro della rivolta, l’intera regione è in crisi. I rifornimenti per la Cirenaica sono fermi, il cibo non arriva. In più, - prosegue Cadalanu su LA REPUBBLICA - Derna proclama lo Stato islamico, a dimostrare che una fetta del Paese rimprovera a Gheddafi il progressivo allontanamento dai valori dell’Islam. Un migliaio di chilometri più a ovest, Tripoli era rimasta la roccaforte dei fedelissimi: forse anch’essi pagati a peso d’oro, pronti a sfilare per rassicurare il regime e contrastare le immagini in arrivo dalla riottosa Cirenaica. Non è più così: se il giorno è di Gheddafi, la notte appartiene al popolo. Le comunicazioni che riescono a superare il blocco ed escono dal paese parlano apertamente di caos. Nel racconto trapelato in mezzo ai controlli si parla di una pioggia di gas lacrimogeni e di spari ad altezza d’uomo sui tripolini scesi in strada nel quartiere di Gourghi, mentre i dimostranti si concentrano nel vicino Gergaresh. Tremila manifestanti si avviano verso la piazza Verde, cuore della città, mentre fuoristrada carichi di miliziani armati corrono nelle strade sparando sui passanti. Ma la gente continua ad arrivare copiosa dagli altri centri, a dar man forte. E canta, nonostante le minacce e la paura, canta: ‘Stanotte il regime cadrà, stanotte cadrà. Se Dio vuole, Insh’Allah, stanotte il regime cadrà’. In tutta la Libia la repressione è feroce. Gli uomini del Colonnello usano gli elicotteri da guerra, sparano con le mitragliatrici, mietono le file dei dimostranti. Un testimone italiano racconta all’Ansa che è stata strage dal cielo ad Aguria e Beda. Altri parlano di Shahat, dove le vittime dei razzi piovuti dall’alto sarebbero almeno una cinquantina. Ma molti segni confermano: il regime comincia a sfaldarsi. Sul social network Twitter rimbalza la notizia che una tribù importante, quella dei Warfala, ha deciso di unirsi alla rivolta. Anche un altissimo funzionario, il delegato libico alla Lega araba Abdel Moneim al Honi, annuncia che ha deciso di stare con la rivoluzione. A tarda sera arriva l’annuncio che Seif al Islam farà un discorso in tv: è il figlio di Gheddafi più aperto all’Occidente, ha studiato a Londra. Qualche speranza è legittima. Le comunicazioni globali sono ridotte ormai a un rivolo di notizie, dopo la decisione di bloccare internet in tutto il paese e di blindare le frontiere. Ma quel poco che filtra sui network è indicativo. La rivolta non si ferma. Le donne incitano gli uomini: portateci la libertà, o andate pure nel Paradiso di Allah. Qualcuno incita a distruggere le installazioni petrolifere, pozzi e oleodotti, ‘perché all’Occidente solo questi importano, e non la lotta del popolo libico’. A Zawia i rivoltosi avrebbero bruciato la locale residenza di Gheddafi. In alcuni centri la gente strappa via la bandiera del regime e sventola l’antico tricolore libico. Lo spazio maggiore è per l’incitamento a non mollare: un blogger riferisce la voce secondo cui Gheddafi avrebbe fatto avvelenare l’acqua degli acquedotti. È una bugia, ma il commento è uno solo: ‘Non abbiamo più il coraggio di bere. Se potesse toglierci l’aria che respiriamo, lo farebbe’. Naturalmente – conclude Cadalanu su LA REPUBBLICA - ritorna il richiamo al simbolo più grande della lotta anticolonialista libica, Omar al Mukhtar: il figlio dell’eroe, ormai novantenne, ha aderito alla lotta. E le parole eterne di Al Mukhtar rimbalzano sui network, rilanciate di continuo, più attuali che mai: ‘Credo nel mio diritto alla libertà e alla vita, e questa fede è più forte di tutte le armi’”. (red)

17. E’ lotta per successione, Seif scalza l’implacabile Saadi

Roma - “Sono da poco trascorse le 22 – riporta Alberto Simoni su LA STAMPA - quando la tv di stato libica annuncia un intervento in diretta del secondogenito del Colonnello Muammar Gheddafi, Seif al Islam. Poi le lancette corrono, il volto che rappresenta l’ala riformista del Paese, l’architetto che ha aperto la stagione del disgelo con Stati Uniti e la mediazione con l’Italia, non appare che a notte fonda. Nessun appunto, discorso a braccio. Ma è nelle ore che trascorrono tra l’annuncio e il discorso che la situazione libica diventa ancora più incandescente, non solo nelle strade - pure Tripoli ormai brucia - ma anche nelle stanze del potere. A incendiare le polveri è una dichiarazione tanto scarna quanto perentoria dell’ambasciatore libico in Cina, Hussein Sadiq al Musrati. Parla ad Al Jazeera, rassegna le dimissioni in diretta tv, invoca l’intervento dell’esercito e supplica quasi tutto il corpo diplomatico a lasciare gli incarichi. Sembra il preludio del precipizio. Poi con lo stesso tono racconta di una sparatoria fra i figli del Colonnello e di quest’ultimo già in fuga. Fuori dal Paese, alcune fonti parlano di un approdo a Caracas. La notizia non trova conferma nè fra lo staff del presidente Hugo Chavez, men che meno a Tripoli. Difficile verificare le frasi dell’ambasciatore. Ma il mistero s’infittisce. È ormai buio a Tripoli e l’ipotesi di uno smottamento del regime, pur se ancora strana da comprendere appare meno incredibile quando sono alcuni capi tribù - i clan costituiscono l’ossatura civile del Paese - a chiedere a Gheddafi di fare un passo indietro. ‘Non è più un fratello, lasci’ è l’appello. Non è un mistero che fra i figli di Gheddafi i rapporti siano non semplici. Saadi è il terzogenito, un duro, la passione per il calcio, ha militato anche nel nostro campionato in Serie A. Sarebbe ora asserragliato a Bengasi. Era andato per sedare la rivolta, sarebbe rimasto prigioniero della furia dei ribelli, - prosegue Simoni su LA STAMPA - anche se la Tv di Stato ha diffuso per smentire il guaio immagini che lo ritraggono a passeggio per Tripoli. Seif Al Islam è invece il volto presentabile, il delfino designato alla successione. Ma era il 1995, lui appena 23enne. Poi gli studi a Londra, una vicinanza alle cause umanitarie e qualche aspra (e imprevista) critica al regime del padre lo portano ad allontanarsi da Tripoli. È il 2006, se ne va, dopo un po’ torna. Mentre 50 mila persone sono ormai riversate nelle strade della capitale e prendere a mazzate le immagini del Colonnello, Seif sbuca sulla tv del Paese. Affonda il colpo e le sue parole suonano come una smentita alla ‘teoria del precipizio’ che stava prendendo corpo. Dice che tutta la famiglia è riunita, che il padre combatte e guida la difesa di Tripoli, che mai lascerà con la famiglia il Paese. ‘C’è un complotto contro la Libia. La gente vuole creare un governo a Bengasi e gli altri vogliono un emirato a Baida. Vogliono smembrare il Paese. Ma la Libia non è l’Egitto, non è la Tunisia. Abbiamo il petrolio che unisce l’intero Paese’. Seif parla di un ‘movimento separatista’, ma non precisa. L’attacco è frontale e investe sindacati e movimenti islamici ‘che sono dietro la rivolta’, il mondo del business che ha ‘chiamato mercenari arabi e africani dall’esterno per fomentare le violenze’. C’è stata violenza, Seif la riconosce, si dispiace, ma ridimensiona i numeri: nella sua contabilità i morti sono appena 14. Perché Seif in tv? È tornato il prediletto, il delfino del padre? Il messaggio che consegna ai libici è duro e inquietante per le sorti del Paese. Che rischia, parole di Seif, di precipitare nella ‘guerra civile’. Colpa anche - e questa è l’unica ammissione di colpa se vogliamo - delle forze di sicurezza che hanno gestito male la situazione. Ma è proprio il caos che Seif vuole combattere. E vuole comunicare con concetti chiari e ben noti alla retorica del regime ai connazionali: una Libia in preda al caos significa una fiumana di immigrati in Europa e l’addio alle risorse energetiche. Potrebbero - dice - invaderci e rilanciare una ‘politica neocoloniale’. Lo spauracchio dell’invasore europeo usato per spaventare nella speranza di far fare un passo indietro ai rivoltosi. Al bastone però Seif sa unire la carota. Quella delle riforme - dalla libertà di stampa a maggiori poteri alle comunità locali sino a un aumento dei salari - che si potrebbero aprire però solo una volta cessata la violenza. Già oggi comunque il Congresso Generale del Popolo si riunirà per varare alcune riforme. La famiglia Gheddafi è compatta dice Seif. E se Gheddafi voleva giocare su due tavoli - la repressione violenta da una parte e le aperture dall’altra - l’unica faccia presentabile era proprio quella di Seif. Un delfino di ritorno. Riformista sì, - conclude Simoni su LA STAMPA - ma imbevuto anch’egli della retorica tipica del Colonnello”. (red)

18. Eutanasia di un regime

Roma - “Nessuno poteva immaginare, neppure lontanamente, - scrive Antonio Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - quanto sta accadendo in queste ore in Libia. Al confronto le rivolte della Tunisia e dell’Egitto sembrano pallidi sussulti popolari. A Bengasi prima, e ora in tutto il Paese, si assiste alla feroce eutanasia di un regime, pronto ad utilizzare tutti gli strumenti di morte per piegare le legittime domande di un popolo che, dopo oltre 40 anni di dittatura, ha deciso di alzare la testa e di far sentire per la prima volta la sua voce. È talmente grave quel che le testimonianze, capaci di violare la censura del regime, ci fanno arrivare dalla Libia che vien persino da dubitare sulla loro veridicità. Purtroppo, invece, è tutto vero, come anche le fonti ufficiali cominciano ad ammettere: i cecchini assoldati fra i mercenari africani, che hanno l’ordine di sparare persino ad un corteo funebre pur di annientare i rivoltosi; i fedelissimi del colonnello Gheddafi che lanciano contro la folla i micidiali razzi Rpg, che in guerra possono distruggere un carro armato. Nel pomeriggio si era creduto che la minaccia all’Unione europea di non frenare più l’ondata migratoria, come era stato pattuito soprattutto con l’Italia, fosse la dimostrazione che il regime, pur ricattando, fosse ancora in grado di controllare la situazione. Pare non sia così. Nonostante l’oscuramento di Internet, il taglio delle comunicazioni, il divieto ai giornalisti stranieri di entrare nel Paese, la verità è riuscita a filtrare. La Libia è in fiamme. Tutta la Libia. Centinaia di morti. Si era detto che il focolaio della ribellione era circoscritto alle regioni orientali, - prosegue Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - dove da sempre è più forte l’influenza degli islamici, ma ora la rivolta ha raggiunto la capitale, e la notizia più clamorosa è che una parte dell’esercito ha abbandonato il leader per schierarsi con la gente. Il regime si sta sfaldando. I comitati popolari che Gheddafi definiva l’unica ‘espressione del potere’ stanno per essere giubilati, e ieri notte l’ambasciatore libico a Pechino ha persino annunciato la fuga di Gheddafi in Venezuela. Notizia difficile da verificare, anzi improbabile almeno giudicando le dichiarazioni del figlio erede del dittatore, quel Saif al Islam che si è rivolto al Paese riconoscendo gli errori compiuti, sostenendo che la rivolta è stata manipolata dall’estero, che c’è un complotto contro la Libia, ripetendo in fondo quella litania di accuse che ricalca le autodifese della prima ora di tutti i regimi che in queste settimane sono crollati. Insomma, il figlio di Gheddafi conferma in sostanza che il timone non cambia, e quindi indirettamente sostiene che il padre è ancora al suo posto. Non solo. Dice che il mondo dovrà necessariamente schierarsi a sostegno dell’attuale leadership. Pena un catastrofico annientamento. Visione decisamente apocalittica – conclude Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - che dimostra l’estrema fragilità di un regime ormai screditato”. (red)

19. Un vento democratico minaccia il colonnello

Roma - “La piazza libica – scrive Renzo Guolo su LA REPUBBLICA - travolge il regime che voleva affondare la protesta in un bagno di sangue. Il ‘regime delle masse’, questo significa Jamahirya, spara su quelle che reclamano la sua fine ma, nonostante i razzi sui manifestanti, Gheddafi potrebbe seguire la sorte di Ben Alì e Mubarak. Per Al Jazeera sarebbegià fuggito in Venezuela. Voci da confermare. Ma il discorso in televisione del figlio Saif el Islam, che fa appello al popolo libico perché non si divida, parla di un complotto, di rischio guerra civile, la dice lunga sulla situazione. Il leader libico voleva evitare con ogni mezzo il contagio e ha ordinato una durissima repressione in Cirenaica. Misura destinata nelle intenzioni a evitare che ‘l’epidemia’ si estendesse. Così a Bengasi e Baida, la licenza è stata quella di uccidere. Missione affidata a mercenari africani in ‘casco giallo’, forse ciadiani e ugandesi, per evitare ogni condizionamento, clanico e tribale, su chi doveva sparare sui manifestanti. Un tentativo, vano, di evitare che le contraddizioni del sangue si riverberassero sull’ esercito: Bengasi, infatti, come le altre città dell’Est, paiono ormai in mano agli insorti. Gli oppositori non si accontentano delle misure annunciate nel 2008, prezzo per la riammissione libica nella comunità internazionale. La riforma del codice penale e di procedura penale in un paese in cui opporsi agli obiettivi della Rivoluzione è reato, la restituzione dei beni espropriati dopo il 1969, l’abolizione della pena di morte, sono restate solo una promessa. I rivoltosi vogliono la caduta del regime. Pochi ritenevano che l’incendio della Sirte potesse travolgere anche Ghedafi, il cui potere dura da oltre quarant’anni e, nelle intenzioni, del Colonnello doveva sfociare in una successione da ‘repubblica dinastica’. Sebbene l’assenza di ricambio nella leadership accomunasse il caso libico a quello di Egitto e Tunisia e la decisiva spirale libertà/povertà, quest’ultima non paragonabile a quella egiziana ma concentrata in larga parte nelle aree dell’Est dove più forte è statala protesta, fosse la medesima che ha incendiato gli altri paesi nordafricani, il conflitto libico sembrava seguire differenti linee di frattura. Innanzitutto quello del classico conflitto centro-periferia, che si svolge lungo l’asse est-ovest. Non a caso – prosegue Guolo su LA REPUBBLICA - è scoppiato a Bengasi, città storicamente avversa al dominino tripolino; ma esso è esploso, significativamente, in occasione della commemorazione del massacro nel carcere di Abu Salico nel 1996, nel quale furono uccisi più dì mille prigionieri politici. Saif Ghedafi ha ribadito che la situazione libica è molto diversa da quella di Egitto e Tunisia e invitato gli oppositori a trovare un agenda comune su cui trattare. Si è spinto sino a ipotizzare il varo di una nuova costituzione, destinata a mettere fine allo ‘Stato di tutto il popolo’ che la Jamahirya pretende di essere. Allo stesso tempo egli ha evocato il fantasma della separazione del paese e il profilarsi di una grave crisi petrolifera dovuta alla guerra civile. Un tentativo di ricostituire un minimo di consenso passivo, interno e internazionale, di fronte al timore del caos. Petrolio e gas da una parte, sorte dei capitali libici in importanti aziende occidentali, italiane in particolare, migrazioni bibliche senza più barriere, sono però fantasmi che spaventano, più gli europei che i libici scesi nelle strade sapendo di esporsi a una reazione che hai tratti della cronaca di un massacro annunciato. Non a caso, prima delle voci sulla caduta e del discorso televisivo dì Ghedafi junior, Tripoli mandava a dire, davanti alle prime timide proteste europee, che se non si smetteva di sostenere gli oppositori, la rappresaglia sarebbe stata la fine alla cooperazione sul fronte dell’immigrazione. Prospettiva destinata a colpire in particolar modo l’Italia, naturale punto d’arrivo dei flussi che provengono da quella che fu la Quarta Sponda. Una minaccia che Roma, guarda con ovvio terrore, ma che rischia di essere solo una delle tante questioni che, a effetto domino, Stati Uniti, Europa, Nordafrica e Medioriente – conclude Guolo su LA REPUBBLICA - dovranno comunque affrontare se anche il regime più longevo della Mezzaluna cadrà clamorosamente”. (red)

20. Il raìs costretto ad aggrapparsi ai suoi mercenari

Roma - “I mastini della guerra – scrive Guido Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - in difesa del colonnello Gheddafi. Miliziani nigeriani, tunisini, algerini coinvolti nella repressione. Gli oppositori hanno mostrato i corpi senza vita di due mercenari dai tratti africani. Nella zona di Al Bayda ne avrebbero catturati a dozzine mentre 170 sono assediati a Misurata. Di un altro è diffusa la confessione su YouTube. Non parla bene l’arabo, lo hanno pestato. E’ circondato dai dimostranti che gli chiedono: ‘Di chi sono gli ordini?’ . Risponde: ‘Degli ufficiali’ . Per l’africano finisce male malgrado qualcuno cerchi di evitare il linciaggio. I ‘volontari’ sarebbero quasi 30 mila, molti riconoscibili per un casco giallo. Una cifra, probabilmente, esagerata. E sarebbero ben pagati: voci raccontano di 12 mila dollari per ogni dimostrante ucciso. Testimonianze riferiscono di donne libiche stuprate, di cecchini che tirano sui funerali. La tv Al Arabiya ha aggiunto che 4 giorni fa è stato organizzato un ponte aereo dal Benin per trasferire combattenti arruolati su ordine del figlio di Gheddafi, Khamis. Tra gli ultimi arrivati anche gli ex poliziotti scappati dalla Tunisia dopo la cacciata di Ben Ali. A Tripoli hanno trovato un nuovo padrone in nome di una vecchia amicizia. Il ruolo dei mercenari può essere enfatizzato dagli avversari del leader libico ma è nella tradizione del regime che sin dalla sua nascita, nel 1969, se ne è servito. Senza dimenticare che la storia del Nord Africa è stata testimone delle azioni delle ‘spade in vendita’ . Il faraone Ramesses II ne aveva a migliaia, Annibale li lanciò— senza fortuna— contro i romani. In epoca coloniale sono stati gli italiani a schierare la loro legione straniera. Miliziani reclutati nella regione o in Corno d’Africa (etiopi, eritrei) finiti poi a battersi al fianco dei famosi ‘meharisti’ contro i ribelli libici. Quando il colonnello prende il potere con un colpo di Stato si tutela contro un eventuale golpe. Compra molti armamenti ma mette sotto tutela i soldati. Arrivano i famosi consiglieri della Stasi — la polizia segreta della Germania Est — e militari, sempre ben ricompensati, da altri Paesi. In particolare i piloti per l’aviazione: pachistani e bengalesi. Ci sono anche palestinesi ingaggiati e addestrati. Un modo – prosegue Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - per evitare di essere bombardato. I mercenari fanno da guardiani e, quando serve, partecipano alle operazioni esterne. Diventano importanti nella campagna d’Africa, a sud della Libia. Il comando libico si serve degli ‘uomini blu’ , i formidabili Tuareg, e i Tabu, altra tribù che vive a cavallo tra le frontiere di molti Paesi della regione. Proprio le spedizioni in Ciad permettono ai servizi libici di crearsi una riserva dove pescare uomini in casi di emergenza. Sempre gli 007 del colonnello coinvolgono, nascondendosi dietro la causa palestinese, estremisti per compiere attentati. Un nome su tutti: Abu Nidal, un sicario per tutte le stagioni. Il problema, quando ‘affitti’ i guardiani, è che qualcuno possa pagarli meglio. E dunque la fedeltà è a tempo. Poi c’è il rischio che li usino contro di te. Ed è quello che aveva pensato di fare l’intelligence britannica organizzando il ‘Piano Hilton’ . Un’operazione per abbattere Gheddafi con la collaborazione di mercenari europei. Il Colonnello venne salvato dai servizi Usa e italiani. Il dittatore – conclude Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - ha tanti nemici ma anche buoni amici. Dipende da cosa ha da offrire”. (red)

21. L’ultima minaccia: “A rischio i patti sugli immigrati”

Roma - “Per evitare che le proteste contro il suo regime lo privino del potere tenuto in pugno da 41 anni, - scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - Muammar el Gheddafi non ricorre soltanto alle armi da fuoco. Astuto conoscitore dei punti deboli degli Stati che lo tennero ai margini della comunità internazionale e lo hanno riabilitato, il Colonnello ha scelto di far leva su due argomenti capaci di avere presa sulle opinioni pubbliche europee disgustate dal sangue nelle piazze. Prima ha avvisato di poter togliere i freni all’immigrazione clandestina dalla Libia, poi ha fatto sostenere dalla sua agenzia di stampa che per destabilizzare il suo Paese starebbero agendo sabotatori e incursori stranieri di Medio Oriente e Africa. In pratica, il terrorismo fondamentalista islamico. Il dipartimento di Stato americano ha sollecitato la ‘fine di ogni violenza contro i manifestanti pacifici’ . La stessa richiesta è stata avanzata dai ministri degli Esteri dell’Unione europea riuniti ieri sera a Bruxelles per cercare di mettere a punto una strategia comune davanti all’arroventarsi della Giamahiria dopo le rivolte che hanno spodestato le presidenze pluridecennali di Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto. L’Ue ha aggiunto che il Colonnello deve rispondere alle attese legittime del popolo. In precedenza era diventato pubblico l’avvertimento rivolto giovedì dal regime di Gheddafi attraverso una comunicazione delle autorità di Tripoli all’ambasciatore dell’Ungheria, titolare della presidenza di turno dell’Unione. ‘Gli è stato detto che se l’Ue non smetterà di sostenere i manifestanti, la Libia interromperà gli accordi di cooperazione sull’immigrazione’ , ha riferito un portavoce della presidenza. L’altro passo riconducibile al Colonnello è di venerdì sera. L’agenzia Jana ha scritto che nel contrastare ‘sabotaggi e incendi di ospedali, banche, tribunali e prigioni’ , così ha presentato le proteste, le forze dell’ordine ‘hanno arrestato dozzine di elementi di una rete straniera addestrati a fomentare il caos e destabilizzare sicurezza e unità nazionale’ . In carcere sono finiti ‘tunisini, egiziani, sudanesi, turchi, palestinesi e siriani’ . Messaggio sottinteso: Europa, preferisci la Libia in mano a loro o a me? Le dimensioni della protesta, e la crudezza della repressione, sono però tali da spingere il grosso dei principali Paesi europei ad altre valutazioni. Il ministro degli Esteri britannico William Hague ha telefonato a Seif al Islam Gheddafi, tra i figli del Colonnello quello ritenuto riformatore, per definire ‘inaccettabile’ il piombo sui cortei. Il ministro tedesco degli Affari europei Werner Hoyer – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - ha espresso ‘indignazione’ per ‘la violenza delle autorità’ , giudicata ‘del tutto sproporzionata’ dal collega francese Laurent Wauquiez. Il governo dell’Italia, primo partner economico della Libia, almeno fino a sera non è ricorso a condanne della repressione. Silvio Berlusconi sabato aveva dichiarato di non avere telefonato a Gheddafi per non ‘disturbare’ . Ieri il ministro della Difesa Ignazio La Russa, cresciuto nel Msi, partito abituato a guardar male il ‘Leader’ dell’ex colonia italiana, ha detto che non avrebbe ‘scelto la parola disturbare’ . ‘Bisogna operare perché, al di là di non fare ingerenze, vi sia il rispetto dei diritti umani nel modo più totale’ , ha aggiunto. Nell’informare di avere ‘stretti contatti con gli interlocutori libici’ , il titolare degli Esteri Franco Frattini ha fatto scrivere in una nota di aver messo al corrente per telefono il segretario di Stato americano Hillary Clinton ‘sui tentativi di mediazione tra istituzioni e oppositori in Cirenaica condotto dal ministro degli Interni della Libia per favorire una soluzione pacifica ai problemi attuali preservando la stabilità del Paese la cui importanza l’Italia ritiene cruciale’ . A Tripoli, secondo Frattini, si pensa a una riforma della Costituzione. Il ministro degli Interni è Abd al Fatah Yunis al Ubaydi, ieri a Bengasi. Secondo il sito Libya al Youm si sarebbe unito ai manifestanti. Ma ieri – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - non era facile distinguere verità, voci e disinformazione”. (red)

22. Disastro Merkel, la Cdu perde Amburgo

Roma - “Ieri, - riporta Danilo Taino sul CORRIERE DELLA SERA - Amburgo ha rimescolato le carte della politica tedesca. La seconda città della Germania è tornata socialdemocratica dopo un decennio di governo dei cristiano-democratici. Soprattutto, nelle elezioni per la municipalità del grande porto anseatico la Cdu di Angela Merkel ha dimezzato i voti, un crollo storico peggiore delle peggiori previsioni, segno che il partito della cancelliera è in una situazione elettorale più preoccupante di quanto già non dicessero i sondaggi nazionali. Si teneva ieri la prima delle sette tornate elettorali locali del 2011 e per Frau Merkel si è trattato di una giornata pessima. Perdere Amburgo era dato per scontato nella Cdu: la tendenza nazionale è cattiva e, a livello locale, il governo formato nel 2008 con i Verdi era caduto l’anno scorso dopo una serie di scontri interni e di cattive figure. Perderlo con numeri così disastrosi, una vera rotta, è però un fatto che racconta qualcosa di più grave per il partito della cancelliera. Ieri, secondo gli exit poll, la Cdu ha preso circa il 21 per centodei voti: nel 2008 era arrivata al 42,6 per cento. La Spd è invece balzata dal 34,1 per centodei consensi a sfiorare la maggioranza assoluta. I Verdi, per tre anni alleati dei cristiano-democratici nel primo esperimento di coalizione con i conservatori ambientalisti della signora Merkel, hanno guadagnato ma non molto: sono passati dal 9,6 ad oltre l’ 11 per cento. I Liberali, che alle scorse elezioni non avevano raggiunto la soglia del 5 per centosotto la quale non si eleggono rappresentanti, sono invece sopra al 6 per cento, segno che gli elettori hanno proprio voluto punire la Cdu, non tutta la galassia dei conservatori. La Linke (estrema sinistra) si mantiene intorno al 6 per cento. Le elezioni – prosegue Taino sul CORRIERE DELLA SERA - sono state in gran parte decise da valutazioni locali. La città libera anseatica di Amburgo ha votato su una serie di questioni che riguardano il porto e l’alleanza tra conservatori e Verdi che doveva essere la coalizione dei sogni, del futuro, in tutta la Germania, e invece è stata più simile a un incubo, per litigi e incomprensioni. La rotta del partito di Frau Merkel racconta che gli elettori di una delle città più aperte e moderne della Germania si sono disaffezionati: all’inizio del decennio scorso, avevano portato la Cdu al governo, dopo decenni di dominio socialdemocratico (è la città dell’ex cancelliere Helmut Schmidt). Ora l’hanno abbandonata a frotte e la dimensione della sconfitta dice che sul risultato non può non avere pesato anche un giudizio negativo sul governo nazionale, tra Cdu e Liberali. Per la signora Merkel il dopo Amburgo non si presenta bene. Il mese prossimo ci saranno le elezioni nel Baden Württemberg, Land importantissimo da sempre feudo dei cristiano-democratici: probabilmente perderà anche lì. L’anno elettorale continuerà in altri Länder e si concluderà in autunno con Berlino, dove la Cdu ha poche speranze di vincere. Le insoddisfazioni e le tensioni nel partito della cancelliera cresceranno. E si aggiungeranno – conclude Taino sul CORRIERE DELLA SERA - ai guai che già ha con lo scandalo di plagio del suo ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg e con la rivolta di molti Paesi europei contro il suo piano di riforma delle regole dell’Eurozona”. (red)

Giustizia. Berlusconi all’offensiva

USA. Via il deficit, via i diritti