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Mediterraneo a rischio: ma la Ue investe

L’idea è quella tipica della “green economy”: lo sviluppo economico che coesiste con la tutela ambientale. Ma i dubbi sono più che legittimi, specie se si pensa che tra gli obiettivi c’è lo sfruttamento dei giacimenti sottomarini di gas 

di Andrea Bertaglio

Il Wwf mette in allarme sulle condizioni del mar Mediterraneo, soprattutto all’indomani della scoperta di nuovi ed enormi giacimenti di gas sui suoi fondali. Come quella del “Leviatano”, il più grande giacimento del mondo, situato a 135 km al largo della costa israeliana. O dei giacimenti trovati nelle acque di fronte al Delta del Nilo, a 80 km a nord-ovest di Alessandria, situati in acque profonde e soprattutto su fondali unici per la biodiversità marina che ospitano: caratteristiche che li rendono aree protette da convenzioni internazionali. La scoperta di questi giacimenti, unita alla recente decisione del Parlamento europeo di destinare più fondi allo “sviluppo” dell’area mediterranea, ha scatenato una vera e propria caccia al tesoro, che rischia di danneggiare interi ecosistemi.
L'appello dell'Alto rappresentante dell'Ue, Catherine Ashton, di destinare fondi supplementari per la regione mediterranea, è stato accolto. Anche in seguito alle rivolte popolari di Tunisia, Egitto e Libia, nei giorni scorsi il Parlamento europeo si è detto favorevole ad aumentare fino ad un miliardo di euro l'ammontare delle garanzie accordate ai prestiti della Banca europea degli investimenti (Bei), destinati ad infrastrutture e a piccole e medie imprese operanti nel Mediterraneo. Un emendamento passato a larghissima maggioranza con 546 voti favorevoli, 48 contrari e 6 astensioni, proposto dall'inviato permanente per la Bei, il socialista belga Kalfin, che ha spiegato: «Se vogliamo dare un segnale chiaro alla popolazione del Mediterraneo in questo momento cruciale, dobbiamo permettere alla Bei di mantenere l'intensità delle sue attività nella regione».
Le garanzie che l’Unione Europea ha deciso di accordare alla Bei per i prestiti ai Paesi extracomunitari ammontano precisamente a 1,7 miliardi di euro. Denaro che, come si legge in una nota del Parlamento europeo: «comprende in particolare un sostegno supplementare di un miliardo per le piccole e medie imprese e le infrastrutture del Bacino del Mediterraneo». Sono invece 29,5 i miliardi delle garanzie Ue per gli investimenti che la Banca europea eseguirà da qui al 2013. E di questi, due miliardi saranno dedicati a progetti ambientali e climatici.
«L'ambiente gioca un ruolo importante nel nuovo mandato della Bei», hanno affermato dall’europarlamento. L’intenzione è quella di eliminare progressivamente i prestiti destinati a progetti relativi ai combustibili fossili, per investire maggiormente nella green economy. «Speriamo che questo nuovo strumento permetterà di creare degli incentivi per i Paesi potenziali beneficiari», ha affermato Kalfin dopo il voto: «Per fare in modo che si impegnino maggiormente negli obiettivi dell'Ue legati al clima».
Convinti della buona fede degli europarlamentari come Kalfin, resta ora da vedere se questi soldi europei saranno destinati davvero a tecnologie alternative ed a progetti mirati alla tutela dell’ambiente, o se serviranno a riempire ulteriormente le casse delle (solite note) compagnie energetiche, attratte dalla scoperta di giacimenti gasiferi come non se n’erano ancora visti. Riserve di gas che, lasciando per un attimo da parte le questioni geopolitiche ad esse legate, si trovano in aree che, come ricorda il Wwf, ospitano rarità naturali come «comunità di spugne di acque profonde, vermi, molluschi e coralli di acqua fredda». Zone in cui vigono limitazioni o divieti di pesca a strascico sotto i mille metri di profondità, proprio per proteggere le fragili specie delle acque profonde.  
Il Wwf, associandosi alle richieste della Strategia Marina promossa dalla Comunità Europea (MSFD), chiede quindi agli Stati del Mediterraneo orientale come Cipro, Egitto, Israele e Libano «di garantire i più alti standard ambientali negli sviluppi attuali e futuri nella perforazione dei fondali marini per gas e petrolio in Mediterraneo orientale», e che vengano effettuate con urgenza Valutazioni di impatto ambientale (Via), agendo coerentemente ai risultati delle medesime, «anche perché le comunità che proliferano sui fondali di acque profonde impiegherebbero alcuni millenni per ricostituirsi».
«I fondali marini in Mediterraneo brulicano di vita, specie uniche, endemiche del nostro mare. Non possiamo permettere che prospezioni “alla cieca” provochino danni irreversibili alla biodiversità delle acque profonde», dichiara Marco Costantini, responsabile Programma Mare del WWF Italia: «Questi ecosistemi marini esistono solo nel nostro mare, sono fragili e vulnerabili ad ogni interferenza con le attività umane, si sono evoluti in una condizione stabile dove la scarsa disponibilità energetica ha condotto alla nascita di ecosistemi particolarmente rari».
Anche i deputati Ue hanno sollecitato la Bei a migliorare il coordinamento con il nuovo External Action Service e la Commissione europea per una maggiore trasparenza, per controlli più efficaci e per una migliore valutazione dei risultati, tenendo particolarmente conto dell'impatto ambientale. Chissà se i miliardi comunitari destinati agli investimenti nel Mediterraneo sul clima e l’ambiente saranno veramente usati nel modo “giusto”. O se, ancora una volta e molto più probabilmente, l’ingordigia dell’economia per come la conosciamo avrà il sopravvento.
Andrea Bertaglio

 

Secondo i quotidiani del 25/02/2011

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