Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 25/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Tripoli alla battaglia finale”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “I confini della volontà”. Di spalla: “La scuola facile un modello che non va”. Al centro foto-notizia: “Fini attacca Berlusconi. Il Pdl al Colle: va fermato” e “La sinistra dei tre Roberto”. In taglio basso: “Dieci milioni per insegnare federalismo” e “Scaglia libero un anno dopo. ‘Mi impegnerò per aiutare i detenuti’ ”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “I ribelli marciano su Tripoli”. Editoriale di Ezio Mauro: “Con la libertà”. Al centro: “Nella città assediata dove regnano i miliziani”. In taglio basso: “ ‘Passa col premier, ti diamo 250 mila euro’ ” e “Puglia, arresti nella sanità. Anche Vendola nelle intercettazioni”. 

LA STAMPA – In apertura: “I ribelli puntano su tripoli”. Editoriali di Mario Deaglio: “Lo specchio del nostro cinismo” e Lucia Annunziata: “Una rivolta contro le certezze”. Di spalla: “Napolitano lancia Draghi: ‘Nessun pregiudizio’ ” e “Ma la Merkel ha le mani legate”. Al centro: “Nella capitale con i nervi tesi aspettando la battaglia finale”, “Il massacro di Zawiyha” e “Il sapore della libertà”. A fondo pagina: “La regina è nuda”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Riad fornirà più petrolio”. Editoriali di Stefano Folli: “L’ultima guerra di Libia e noi” e Khaled Fouad Allam. “La prima guerra globale e l’Europa”. Al centro la foto-notizia: “”. Di spalla: “Il doping di Bernanke per Borsa e famiglie”. In taglio basso: “Consumi e crescita zero” e “Sul decreto milleproroghe oggi la fiducia”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Insorti verso Tripoli, il raìs nel bunker”. Editoriali: “Il rischio più grande per il mondo” e “Se l’unità del Paese ora vacilla”. Al centro foto-notizia: “Maroni: nessuna solidarietà da diversi Stati europei. Ora è allarme terrorismo” e “Tremonti: Olimpiadi 2020, Roma può vincere la sfida”. In un box: “Il piano per la capitale, un progetto per il Paese”. In taglio basso: “Fini attacca il premier: teme le elezioni” e “Puglia, chiesto l’arresto di Tedesco”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Sgominata la banda del Pd”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “Narraci questa, Nichi”. Al centro la foto-notizia “Il testamento del Duce gratis col ‘Giornale’ ” e “I rifugiati ci costeranno 500 milioni al mese”. Di spalla: “Ci fa la lezione e ha un suicidio sulla coscienza” e “Ultima fermata per Fassino, l’abbonato al flop”. A fondo pagina: “Quando la sinistra risciacqua i suoi razzisti”. 

LIBERO – In apertura: “La Fallaci aveva ragione”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Di spalla: “Inchiesta sulla sanità stende Vendola e tutto il sistema Pd”, con il commento di Filippo Facci: “Gli smemorati dell’immunità”. Al centro: “D’Antoni si prende l’attico dello scandalo”. A fondo pagina: “Anche il mercato boccia la cultura di destra”.  

IL TEMPO – In apertura: “Solo e accerchiato”.  

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Occupare Tripoli. Che può succedere se la Nato decide di sbarcare in Libia”. In apertura a destra: “Così l’emergenza libica rafforza il Cav. e obbliga Fini al contrattacco”. Al centro “A lezione da Mr. Big Society”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “ ‘Così hanno provato a comprarmi’ ”. A fondo pagina: “Obama chiama Sarkò e non l’Italia: ‘Massima allerta’ ”. (red)

2. Furiosi scontri a Tripoli. Gheddafi minaccia l’Occidente

Roma - “La voce – riporta Cecilia Zecchinelli sul CORRIERE DELLA SERA - arriva da chissà dove. Dice che ‘nessuno sano di mente protesterebbe per strada nella Jamahiriya’ . Che ‘il nemico è Bin Laden e Al Qaeda sta manipolando la gente’ . Che ‘i giovani sono stati drogati con allucinogeni nel latte e nel Nescafé’ . Si paragona alla Regina Elisabetta, come lui ‘un’autorità morale’ . Un discorso farneticante, surreale se non fosse che Gheddafi, nel terzo messaggio dall’inizio di tutto e per la prima volta solo via telefono, ha voluto avvertire il mondo: ‘Se la situazione peggiorerà si interromperà anche il flusso del petrolio’ . E al suo Paese ha intimato di arrendersi. Il Qa’id si è rivolto in particolare a Zawiya, la città più vicina a Tripoli (50 chilometri) tra quelle passate alla rivolta, che ieri mattina ha visto l’inferno: cinque ore di fuoco pesante sui dimostranti, sulla moschea del mercato dove la gente si accampava da giorni, perfino sul minareto. I testimoni dicono che ad attaccarli non erano mercenari ‘ma figli della Libia come noi’ . La sera prima un inviato del Qa’id era arrivato con un ultimatum: ‘O la resa o il massacro’ . Le stime dei morti di ieri vanno da 16 a più di 100 ma la gente non cede, in serata era ancora per strada a urlare ‘Vattene, vattene’ . Gheddafi, che ha parlato ad attacco avvenuto, ha presentato le sue ‘condoglianze’ alla città ma ha insistito che il lavoro va completato: ‘Togliete le armi ai drogati cercandoli casa per casa, rispettate la fama che avete di terra dei mille martiri nella lotta contro l’Italia, tornate a vedere la luce’ . Verso la Tunisia è stata poi attaccata Zuara, pure lei liberatasi due giorni fa. E anche Misurata, conquistata dall’Intifada mercoledì, ha pagato ieri il prezzo della libertà. Un migliaio di uomini della Brigata Hamza è arrivata dopo mezzogiorno, ha attaccato gli insorti all’aeroporto, è stata respinta. Poi i governativi hanno lanciato l’assalto al centro città, ma hanno perso, schiacciati da decine di migliaia di persone a cui si sono uniti gli aviatori di una scuola militare. L’allarme – prosegue Zecchinelli sul CORRIERE DELLA SERA - anche qui resta altissimo, dice la gente: ‘Siamo schiacciati tra Tripoli e Sirte, due roccaforti del dittatore’ . Nel decimo giorno dell’Intifada il regime conferma così di aver rinunciato all’Est ‘qaedista’ ma che per non cedere l’Ovest è pronto a combattere, come promesso dal figlio del Qa’id, ‘fino al suo ultimo colpo’ . Da Tripoli ancora circondata dalle forze pro-Colonnello arrivano poche notizie di scontri, c’è una calma spettrale. Il problema è ora l’evacuazione delle centinaia di migliaia di stranieri non riusciti a scappare dai valichi verso l’Egitto (20 mila in due giorni) e la Tunisia. Difficile capire poi dove si nasconda Gheddafi, fino a ieri presumibilmente nel bunker di Bab Al Aziziya da cui faceva vere dirette tv, ormai sostituite da telefonate. E difficile capire quali saranno le sue prossime mosse. Da Baida, nell’Est, l’ex ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil dichiara che ‘il dittatore ha ancora armi chimiche e biologiche che non esiterà a usare’ . Un ex viceministro dell’amministrazione Bush da Washington conferma l’esistenza di tali armamenti. Al Cairo Ahmed Gadhaf Al Dam denuncia ‘gravissime violazioni dei diritti umani’ : una frase ripetuta da tutti gli uomini che hanno lasciato Gheddafi negli ultimi giorni. Ma che a dirlo sia lui fa notizia: è cugino del Qa’id e un suo ex fedelissimo. Anche la famiglia – conclude Zecchinelli sul CORRIERE DELLA SERA - si sta spaccando”. (red)

3. Nella città assediata dove regnano i miliziani

Roma - “Una guerra. Tripoli aspetta una guerra. Non c’è altra sensazione nel vedere, - riporta Vincenzo Nigro su LA REPUBBLICA - nel percorrere questa città vuota, paralizzata e congelata dal maestrale impazzito che solleva polvere e sabbia. Come sempre, chi puo’ prova a fuggire: alle 5 del pomeriggio, quando nell’aeroporto di Tripoli ci affacciamo sulla hall delle partenze, rimaniamo senza parole. La gola si asciuga, le risate isteriche che ci scambiavamo sino a un attimo prima si spengono. Tremila persone dove ce ne starebbero settecento, un formicaio informe spalmato su un mare di coperte, teli, pannolini usati e abbandonati, bottiglie di plastica, borse della spesa, vomito e urina, cagnolini di peluche. E poi ovunque centinaia e centinaia di piccoli pacchettini di noccioline della Turkish Airways, svuotati fino all’ultimo frammento di cibo da un popolo in fuga, ostaggio qui dentro perché gli aerei non bastano. Uomini e donne in fuga, bloccati dalla polizia terrorizzata, che manganella per tenerli a bada. In mezzo a loro, all’improvviso tre angeli impauriti, vestiti con il solito giubbotto fosforescente verde: 2 addetti dell’ambasciata inglese e un australiano. Peter dice che oggi va molto meglio: ‘Oggi è un picnic. Ieri e l’altro ieri non sapete cosa è successo. La polizia ha picchiato anche noi, anche i vostri diplomatici italiani che cercavano come noi disperatamente i vostri connazionali da fare imbarcare’. Si avvicina un poliziotto, isterico, sequestra una telecamerina all’inviato del Tg1. Il tizio inglese ci paralizza, sibila sottovoce ‘non tirate fuori nulla, non vogliono foto, non vogliono immagini di questo caos, state attenti, hanno i nervi a fior di pelle’. Peter è un tecnico privato, ‘non sono un dipendente dell’ambasciata, sono qui a dare una mano’, si aggira scavalcando una massa dolente di carne egiziana, tunisina, africana, di donne ancora miracolosamente coperte dal chador, di bambini stremati, senza più forze, sgonfiati in terra dalle lacrime e dalla fame. Usciamo, scavalcando una fila di poliziotti e guardie in giubbotto di pelle con bastoni e Kalashnikov: a terra, seduti ordinatamente, tenuti a bada da agenti pronti alla carica al minimo movimento sbagliato, ci saranno altri 6 mila viaggiatori. Un popolo di lavoratori miserabili, che prova a rientrare nella povertà dei rispettivi paesi per salvare il salvabile. Il tassista e le due auto private che ci portano in città passano in stradine di una campagna dolorosa e struggente, così simile a quella nostra, tra ulivi piantati qui dagli italiani. Il tassista dice: ‘Questi che vogliono partire sono pazzi, qui non succede nulla’. All’inizio sembra proprio così, il traffico è lento, dalla campagna entriamo nell’autostrada verso la città e le corsie sono vuote. Superiamo un incrocio, poca polizia, uomini armati in giacca di pelle e mitra. All’improvviso, dal nulla, all’incrocio successivo quattro ragazzi ci bloccano: non capiamo, urlano in arabo, sembrano impazziti dalla paura. Ci fanno scendere da due delle auto, mentre la terza è già passata: hanno riconosciuto 6 bianchi e temono siano spie, mercenari o cos’altro. In un attimo sequestrano il satellitare a me e al collega del Corriere della Sera, Fabrizio Caccia. Chiedono il passaporto prima a lui, ‘chi sei?’, ‘italiano’ risponde Fabrizio, e parte uno schiaffone. Gli saltano gli occhiali, glieli raccolgo e mentre mi rialzo vedo che lo portano in un container: un calcione e dentro, gli sequestrano un pacco di banconote ancora incartate. Abbasso lo sguardo, - prosegue Nigro su LA REPUBBLICA - mi paralizzo per qualche secondo come per scomparire, poi cerco qualcuno che parli inglese. ‘Solo turco, solo turco’, dice un maresciallo della polizia in divisa. I poliziotti sono chiaramente al servizio dei miliziani. Apriamo i passaporti, facciamo vedere i visti: Guido Ruotolo, della Stampa, fa vedere che lui di visti libici ne ha sei o sette, che siamo ospiti del governo libico. Non si capisce cosa dicono fra loro i libici, i poliziotti hanno come terrore dei miliziani: all’improvviso finisce tutto, una stretta di mano a Fabrizio e via verso un albergo. Ecco spiegate le strade vuote di Tripoli, la capitale che geometri o periti industriali che rientrano in Italia descrivono come calma. ‘C’è calma a Tripoli, perché vi agitate?’. La tensione è quella di una città che sa che la guerra sta per arrivare. All’improvviso compare Bab Al-Aziziya, il lungo muro di cinta di cemento armato dietro cui vive Gheddafi. Alle torrette e agli ingressi c’è un esercito che in Libia non avevamo mai visto: elmetti in kevlar e mimetiche uguali a quelle americane di Desert Storm, il posto di blocco con un cannone a controllare le auto, barriere di cemento per impedire l’ingresso. Dicono che Gheddafi non sia dentro, che sia in un bunker da qualche parte in città, pronto a un nuovo discorso in tv: dal numero di soldati potrebbe essere benissimo nella sua casa-caserma bombardata dagli americani nel 1986. Da Bab Al-Aziziya o dal luogo in cui si ripara, Gheddafi comunque sta provando a dare gli ultimi ordini. Carri armati sono stati visti in marcia verso Misurata, a Zawia si è combattuto, dicono che bombe e missili dell’esercito avrebbero colpito i ribelli, 40 morti e anche una moschea distrutta. Da qui, dalla ‘calma’ di Tripoli è difficile, impossibile verificare, sapere, conoscere i dettagli: in albergo confermano che verso Zawia l’esercito, o i mercenari che siano, si preparano a difendere la strada verso Tripoli. Non c’è nessun modo per confermare i racconti di chi ha visto miliziani entrare negli ospedali a uccidere i rivoltosi feriti e ricoverati. Nessuna conferma nemmeno sulla nazionalità dei mercenari (italiani? Sembra impossibile). Un libico, arrivando con noi in aereo, guardava le foto delle fosse in cui sono state sepolte alcune delle vittime. ‘Non è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli, vicino al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie in secondo piano’. Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi ci sono tante notizie diffuse senza controllo, rilanciate e trasformate in fatti veri. Tante delle cose di cui accusano Gheddafi oggi sono clamorosamente false. Ma nei 40 anni del suo regno – conclude Nigro su LA REPUBBLICA - migliaia di ribelli nelle fosse comuni ci sono finiti per davvero: presto qualcuno potrebbe andare a scavare quelle vere. A rovistare nel passato di un regime che questa sera, a Tripoli, ormai sembra senza futuro”. (red)

4. Malmenato da milizie. Rabbia e bandiere verdi a Tripoli 

Roma - “Vedi macchine con le bandiere verdi ai finestrini, che sfrecciano e suonano i clacson lungo l’autostrada, - scrive Fabrizio Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - perché si sappia che questa è ancora Tripoli, la città del Raìs, ben stretta e fedele al fianco di Gheddafi, nonostante tutto. Tripoli, finalmente. Ma c’è aria grave da resa dei conti. Città divisa, di umori contrapposti, la bolgia di chi scappa all’aeroporto e la frenesia di chi resta. Però negli occhi di tutti, indistintamente, intuisci la ferocia degli ultimi giorni. Poi a un certo punto il traffico si blocca, un camion si ferma, ma non c’è semaforo, tutte le auto come obbedissero a un unico comando. Spuntano in mezzo alla strada, armati di mitra, dei giovani miliziani del governo. Sono i fanatici del Colonnello, furiosi con i suoi nemici e pronti a morire per lui. Ci sono anche dei poliziotti in uniforme in mezzo a loro, ma sembrano intimoriti dalla baldanza superiore dei governativi e li lasciano fare. Ed ecco che questi puntano dritti verso di noi, sette giornalisti italiani stipati in due macchine affittate con fatica all’aeroporto e guidate da autisti che non hanno, giustamente, alcuna voglia di sottrarsi al controllo. È un posto di blocco. E bisogna fermarsi. I miliziani in borghese, sei o sette, devono aver fatto caso alle nostre facce, facce nuove, di occidentali che arrivano oggi, invece di andarsene alla svelta, facce mai viste in giro, che in questa guerra fatta anche di spie e di propaganda attirano ora i loro sospetti e fanno crescere di molto la tensione. Così, ci aprono a brutto muso le portiere e ci fanno uscire spintonando. Imbracciano i fucili e sembrano animati da pessime intenzioni. ‘Sono italiano’ , dico allora io semplicemente, mostrando il passaporto col visto e accennando un sorriso di amicizia. Alla parola ‘italiano’ , però, uno di loro ha un’esplosione terribile di rabbia, grida qualcosa in arabo e mi colpisce al volto, facendo volare via gli occhiali (intatti) e lasciandomi sordo per un po’ all’orecchio destro. Poi mi frugano nelle tasche, mi prendono il telefono satellitare e mi invitano ad entrare in un gabbiotto al lato della strada, dove davvero temo che possa concludersi il pestaggio. Per fortuna, però, grazie anche all’intervento dei miei colleghi che riescono con pazienza a spiegare al gruppo la nostra completa inoffensività, lentamente la matassa si sbroglia, ci vengono restituiti soldi e satellitari e il ragazzo che mi ha colpito mi tende la mano in segno di scuse. Le accetto, naturalmente. E stringo la sua. Ma è il segno - prosegue Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - di una città ormai rabbiosa, con i nervi scoperti, che si sente accerchiata e difende il suo Raìs da tutto e tutti. Vicino al luogo dove i miliziani ci hanno fermato, non a caso, c’è la caserma di Bab Al Azizya, il bunker da dove Muammar Gheddafi in queste ore sta lanciando la sua controffensiva, la sua dura risposta ai ‘traditori’ di Zawiya e Misurata, ai ribelli che invocano ora la liberazione anche della Tripolitania e che lui invece considera solo come dei ‘giovani drogati da Bin Laden’ che hanno ingoiato senza saperlo lo yogurt avvelenato da Al Qaeda. Vicino a Bab Al Azizya anche un bambino che cammina dando la mano a sua madre è fasciato da una bandiera verde, quasi più alta di lui. Dimostrazione di totale appartenenza, orgoglio devoto, di generazione in generazione. Eppure in tanti ora stanno scappando. L’aeroporto internazionale da giorni si è trasformato in un bivacco apocalittico, un caravanserraglio di egiziani, eritrei, tunisini. Il volto del Raìs troneggia dall’alto su decine di manifesti, eppure in basso nell’area dei check-in c’è l’Africa che preme per andarsene e lasciare la sua Guida al suo destino. La calca è indescrivibile, le guardie portano mascherine sul viso come quelle anti-Sars, quasi diecimila persone dormono all’aperto su coperte e tappeti ormai laceri e si difendono a malapena dal vento freddo che sbrana i palmizi. C’è chi paga mazzette ai poliziotti per guadagnare qualche passo nella fila. Le banche intanto hanno finito i soldi e i dinari si comprano al mercato nero. Sono i due volti di Tripoli, oggi. La disperazione e l’orgoglio. Se chiedi come finirà a Salam Amar Ibzae, che è appena atterrato dalla Germania per stare vicino ai suoi, lui ti risponde che ‘ci vorrà coraggio nei prossimi giorni, perché Lui può cadere da un momento all’altro…’ . E si capisce il riferimento. Ma se ti sposti di un metro e interroghi appena il suo vicino di trolley, - conclude Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - il signor Amari che dice di lavorare in Italia nel business del petrolio, ecco che riceverai questa risposta: ‘Guerra? Ma quale guerra, dove la vedete? Tripoli oggi è una città sicura. Come Roma’”. (red)

5. A Tripoli con i nervi tesi, aspettando la battaglia finale

Roma - “Che impressione – riporta Guido Ruotolo su LA STAMPA - quella folla. Silenziosa, muta, dall’altra parte della vetrata. Centinaia e centinaia di uomini e donne, vecchi e bambini, che aspettano di imbarcarsi. Volti scavati dal sonno arretrato, dalla stanchezza. Scappano, come le formiche impazzite quando sentono l’accidenti che si sta per abbattere. Come se sapessero che a Tripoli si prepara la battaglia finale. Con morti e feriti. E macerie. E dopo il check-in, all’ingresso dell’aeroporto, altre migliaia di persone. E il faccione del leader Gheddafi appeso alla parete a mezz’aria, sul manifesto che ricorda il 40mo anniversario della rivoluzione. Non il 41mo, che troveremo in città. Chissà perché quel manifesto non sostituito. Come se il Leader fosse stato consegnato alla storia. C’è già il mercato nero che ricorda i teatri di guerra. Il ragazzo che s’avvicina e ti propone 80 dinari per 50 euro. E i taxi che per portarti in centro si stanno facendo milionari. Siamo in nove, giornalisti italiani, e alla fine della trattativa riusciamo a pagare solo 20 euro a testa (sembra che due di Al Jazeera abbiano pagato 500 dollari inquinando il mercato). Insomma, un buon stipendio mensile in Libia. Eccoli gli immigrati che tanta paura fanno all’Europa, ai nostri di Lampedusa. Stanno tornando a casa. Sono egiziani, tunisini, e sono migliaia. Dicono che al porto di Tripoli, invece, ci sono quasi trecento americani che le autorità della città non fanno imbarcare. Si apre finalmente la porta dell’aeroporto. Poliziotti con manganelli e bastoni. Una moltitudine impressionante di gente seduta. Che aspetta. A terra uno strato di coperte, borsoni, indumenti. Che impressione. Ricorda Brindisi al contrario. Allora, 1991, decine di migliaia di albanesi arrivarono e stazionarono al porto, prima di essere trasferiti nei centri di accoglienza, oggi gente in fuga che vuole tornare a casa. Che strana sensazione. Manca solo l’elicottero che si alza in volo all’interno del perimetro dell’ambasciata americana con grappoli di persone che tentano di aggrapparsi disperatamente. Sì, - prosegue Ruotolo su LA STAMPA - ricorda Saigon prima dell’entrata in città dei vietcong, l’aeroporto di Tripoli. Il taxista prende una stradina laterale, di campagna. Alla fine del perimetro dell’aeroporto un primo blocco di miliziani filogheddafiani armati. Arrivano notizie di truppe e carriarmati di Gheddafi che marciano per la riconquista di Misurata e Zawiyah. Intanto, però, l’autostrada che porta in città è deserta. È vero oggi è venerdì, la nostra domenica, giorno di festa dunque. Ma questa vigilia comunque è diversa. Poche macchine per strada. Ne passa una, civile, con le frecce che lampeggiano e una bandiera verde fuori dal finestrino. Il clima è molto teso. A un semaforo rosso, prima di entrare in città, sbucano ragazzi armati di Kalashnikov insieme a dei poliziotti. Sono nervosi, molto nervosi. Ci bloccano. Siamo in due taxi, il terzo ce lo siamo perso. Ci fanno scendere, sequestrano i satellitari, fanno gettare a terra gli zaini, i computer e le valigie. Fabrizio Caccia del ‘Corriere della Sera’ viene preso di mira da uno, il più esagitato. Guarda il passaporto. Commenta tra la collera e il disprezzo: ‘Italiani?!!!’. Parte uno sganascione verso il povero Fabrizio. Lo schiaffone è forte, gli saltano gli occhiali. Ci mettono in un gabbiotto. Pensiamo al peggio. Parte anche un calcio. Poi Fabrizio prova a calmare l’aggressore, mostra il passaporto con il visto, dicendogli che eravamo stati invitati dall’ambasciata libica a Roma. Gli faccio vedere il mio passaporto con una decina di visti. La situazione si calma. L’aggressore stringe la mano a Fabrizio. Scappiamo di corsa, prima che ci ripensino. E forse abbiamo sbagliato anche noi a non aspettare all’aeroporto che le autorità libiche ci venissero a prendere, così come era concordato. Le mura di cinta di Bab al Azizya sono pittate a nuovo. Nugoli di militari blindano la caserma che è anche una delle residenze del Leader, dove ci sono i resti dell’edificio bombardato da Reagan nel 1986, da dove ha parlato in tv Gheddafi, due sere fa. Una selva di gru spuntano all’improvviso. Decine di scheletri di edifici in costruzione. Stanno nascendo interi quartieri nuovi. Forse sono i primi dei 400.000 appartamenti da costruire decisi dal regime. Pensando al domani, a quel progetto ambizioso di Gheddafi di trasformare la città nella Dubai del Mediterraneo, con centri commerciali, edifici immensi, alberghi sfavillanti. E invece oggi Tripoli è un fantasma. Quelle immagini dell’aeroporto, la fuga dei cinesi, italiani. E agli americani che stanno al porto. E quel cimitero sulla spiaggia. No, non è una fossa comune, sono tante singole fosse. È vero è come se si stesse preparando il processo al Tribunale internazionale dei crimini di guerra. Gheddafi come Saddam Hussein. C’è il massacro nel carcere di Abu Salim, 1996, con mille e duecento detenuti uccisi, pronto ad alimentare il fascicolo delle accuse. Tripoli. Strana. Voci incontrollate, non verificabili. Come quella sugli squadroni della morte mandati da Gheddafi a eliminare i rivoltosi feriti, che stanno negli ospedali. L’appuntamento con gli altri colleghi italiani, era al Marriott, hotel di lusso. Ma lì il personale sta smobilitando, evacuando. Puntiamo verso il Corinthia, dove troviamo ospitalità. L’albergo è deserto. Era sempre pieno di delegazioni, di gruppi di turisti, di ministri. Piscina interna, sauna, vasca Iacuzzi. Oggi – conclude Ruotolo su LA STAMPA - è un fantasma anche il Corinthia. Ospita un gruppo di giornalisti italiani. Internet funziona. Ed è già molto. Ma fino a quando? È strana Tripoli. Che si riposa prima dell’ultima battaglia”. (red)

6. Ma il fantasma di Al Qaeda non si aggira nel deserto

Roma - “Puntuale – scrive Renzo Guolo su LA REPUBBLICA - compare il fantasma di Al Qaeda. Se ne serve Gheddafi asserragliato nel bunker. Lo materializza la stessa organizzazione jihadista, con un comunicato di appoggio ai rivoltosi. Lo evocano gli orfani irriducibili dello scontro di civiltà. Gheddafi usa la carta della jihad globale nell’intento di mostrare all’Occidente, che a lui come agli altri autocrati caduti aveva affidato il compito del contenimento islamista, che dietro alla rivolta vi è Al Qaeda. Teorema che ha come corollario la denuncia di un possibile intervento americano nella Sirte giustificato da tale presenza. Attanagliato dalla sindrome del complotto, il Qa’id (condottiero) giunge a dire che la rivolta è opera di giovani manipolati da droghe distribuite dall’organizzazione di Bin Laden. Secondo il satrapo della Sirte Al Qaeda vorrebbe creare un emirato islamico nell’area di Derna e Baida. Possibile: sin dai tempi della vittoria della linea Zarkawi su quella di Zawahiri in Iraq, il gruppo persegue questa tattica. Ma sono forse i radicali islamisti all’origine della protesta? E i libici che militano in Al Qaeda sono forse in grado di dare questo sbocco al sommovimento tellurico che sta scuotendo il Nordafrica? Se proprio si vuole tirare in ballo l’islam è della Senussia, la confraternita religiosa diffusa nell’area cirenaica cui faceva riferimento il deposto re Idris, e che gli italiani conoscono bene per aver combattuto durante il fascismo, che si dovrebbe parlare. L’equazione Senussia-Al Qaeda è, però, ardita anche per i più irriducibili dei complottisti. Protagonisti della rivolta sono stati, invece, giovani che non sanno che farsene del Libretto verde, connessi alla società mondiale attraverso la Rete. Certo, nessuna rivolta sarebbe stata possibile se accanto alle richieste di libertà non vi fossero state altre questioni, come la diseguale distribuzione del reddito nelle province e le storiche tensioni centro-periferia che Gheddafi aveva cercato di sopire autoritariamente. Così la rivolta dei giovani ha innescato anche quella degli anziani capi tribù, degli Zentan e degli Orfella che scendono dalla montagna per liberare Tripoli. Cosa hanno a che fare essi con Al Qaeda? Per gli islamisti radicali queste rivolte sono, invece, una cocente sconfitta. Il ‘leninismo religioso’ jihadista ha sempre perseguito una logica azione-repressione-insurrezione destinata, nelle intenzioni, a sfociare nell’instaurazione dello Stato islamico. Un progetto fallito: le masse degli ‘autentici credenti’ non hanno seguito le avanguardie. La derisa piazza araba è stata invece attivata da bloggers e studenti che sognano quella modernità negata che gli islamisti vedono come il diavolo. Così agli jihadisti non resta che seguire, come ha fatto Al Qaeda nel Maghreb (Aqmi). Certo, la caduta dei regimi autocratici produce un vuoto politico sul quale anche l’Aqmi può innestare la sua strategia; ma questo vale per tutte le organizzazioni politiche, in Libia come in Tunisia o in Egitto, costrette in questi lunghi anni alla clandestinità. Una duplice sconfitta, quella degli islamisti radicali, - prosegue Guolo su LA REPUBBLICA - perché essi soccombono anche agli odiati rivali neotradizionalisti, come i gruppi di filiera Fratelli Musulmani, che nei nuovi regimi potranno perseguire la via dell’islamizzazione ‘dal basso’ proponendosi come alternativa politica e contraendo ulteriormente lo spazio delle schegge impazzite che ciclicamente rimpinguano il radicalismo jihadista. A evocare il fantasma qaedista sono anche i neocon elettivi di ogni latitudine, privati di un formidabile argomento mobilitante. Accade anche in Italia: non a caso Berlusconi ha messo più l’enfasi sul pericolo del fondamentalismo islamico che sul massacro in corso. E il ministro Maroni, dopo il comunicato dell’Aqmi, invoca un ‘diverso approccio dell’Europa’, ormai sintonizzata su una linea diversa da quella dell’attonita Roma. Un riflesso condizionato nel tempo in cui a invocare la jihad, come quella lanciata un tempo contro gli italiani, è proprio ‘l’amico Gheddafi’”. (red)

7. Ue e Usa preparano un’operazione umanitaria

Roma - “L’Ue scende in campo per il recupero dei cittadini europei e di alcuni Paesi alleati, bloccati in Libia, - scrive Ivo Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - mobilitando unità della marina militare italiana, francese, tedesca e di altri Stati membri, truppe speciali britanniche per azioni nel deserto e l’aviazione spagnola. Ma sta emergendo la possibilità di un vero intervento militare di stabilizzazione, in concerto con il presidente americano Barack Obama, che ha reso noti suoi colloqui telefonici con il presidente francese Nicolas Sarkozy, con il premier britannico David Cameron e con Silvio Berlusconi. In particolare Berlusconi e Obama hanno affermato in venti minuti di conversazione ‘il loro forte sostegno ai diritti universali del popolo libico, compresi quelli di libertà di assemblea e di opinione’ , mentre Sarkozy ha concordato con il presidente Usa di ‘bloccare immediatamente l’uso della forza’ contro il popolo libico e ha sollecitato una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’unità di intervento rapido dell’Ue può dispiegare 1.500 militari per operazioni umanitarie. A Washington non escludono nessuna opzione e vedrebbero bene anche un intervento solo di Francia e Italia per imporre una no-fly zone (area con divieto di volo) per impedire a Gheddafi di bombardare i connazionali insorti e salvare gli impianti petroliferi. Da Parigi e Roma è trapelata prudenza. La Nato si è chiamata fuori lasciando per ora la gestione dell’emergenza all’Europa. L’Italia ha già mobilitato una nave, una portaerei e unità anfibie verso la Libia. Germania, Francia e Gran Bretagna hanno varie navi militari in rotta per Tripoli. Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha spiegato che l’azione di recupero italiano non è limitata ai 5-6 mila cittadini europei presenti in Libia e sarà esteso agli extracomunitari di Paesi alleati. Cameron intende inviare un’unità speciale, appoggiata da paracadutisti, per recuperare suoi connazionali nel deserto. A Bruxelles non ha invece trovato consenso la richiesta di Maroni di affrontare in comune il rischio di un esodo in massa di immigrati dalla Libia (soprattutto smistando tra i Paesi membri i clandestini sbarcati in Italia). Nel Consiglio dei ministri degli Interni il presidente ungherese di turno, Sandor Pinter, gli ha replicato con un ‘non bisogna dipingere il diavolo prima di vederlo’ . I ministri di Belgio, Germania, Svezia e Austria – prosegue Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - hanno considerato allarmistiche o ‘pazzesche’ le stime di Maroni sugli arrivi di immigrati illegali. L’agenzia Ue Frontex ha però indicato tra 500 mila e 1,5 milioni gli stranieri in Libia (in prevalenza provenienti dalle aree sub-sahariane), che potrebbero riversarsi in parte verso l’Europa. Il commissario Ue per gli Affari interni, la svedese Cecilia Mälmstrom, ha detto che l’appoggio di Frontex all’Italia per i controlli sul Mediterraneo ‘potrebbe essere ampliato’, ma ha definito un ‘malinteso’ l’annuncio di Maroni di un primo finanziamento Ue di 25 milioni di euro per contribuire all’accoglienza italiana dei rifugiati. A Washington temono un’avanzata sul territorio libico degli integralisti islamici di Al Qaeda, denunciata dallo stesso Gheddafi per accusare gli insorti. Maroni ha considerato seria la possibilità che la Libia possa trasformarsi ‘in un Afghanistan a due passi da noi’ . Da Cuba e da altri Paesi in passato vicini al colonnello è stato ventilato l’interesse degli Stati Uniti a mettere sotto controllo le enormi risorse di petrolio e gas della Libia. Alcuni governi africani hanno definito ‘prematura’ una eventuale richiesta di sospensione di Tripoli dall’Onu basata sulle voci di migliaia di manifestanti libici morti non ancora confermate. Procede la proposta di sanzioni e di congelamento dei beni all’estero per Gheddafi e i suoi familiari. Nella sede del Consiglio dei ministri di Bruxelles – conclude Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - è stata già tolta la foto di un incontro del colonnello con l’ex responsabile Ue degli Esteri, lo spagnolo Javier Solana”. (red)

8. La liberazione della Libia, 10 giorni per organizzarla

Roma - “Nelle strade di Tripoli, - scrive Luigi De Biase su IL FOGLIO - a poche miglia di mare dalle coste italiane, l’esercito della Libia combatte contro i ribelli che vogliono rovesciare il loro rais, Muammar Gheddafi. Per le fonti locali ci sono migliaia di morti, e l’Europa teme l’esodo di un milione e mezzo di migranti. E’ possibile che una coalizione militare intervenga in Libia per fermare gli scontri tra gli uomini rimasti con Gheddafi e i ribelli? Che cosa accadrebbe se l’esercito americano, insieme ad alcuni alleati europei, sbarcasse a Tripoli e prendesse il controllo del paese? Per rispondere a queste domande, e per ipotizzare uno scenario, il Foglio ha discusso con quattro esperti che hanno affrontato situazioni simili in diverse parti del mondo: Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi e Difesa ed esperto militare di questo quotidiano; Roberto Martinelli e Luciano Piacentini, due generali dell’esercito italiano; e Nino Sergi, segretario dell’organizzazione umanitaria InterSos. Primo: per chi si combatte Piacentini dice che l’ipotesi di una guerra civile dovrebbe essere affrontata da una forza di interposizione capace di dividere le parti in lotta. La missione agirebbe su mandato delle Nazioni Unite, con regole di ingaggio molto precise. Meglio, ma non sarebbe facile, se fosse composta da eserciti di paesi arabi, o comunque musulmani. La presenza di occidentali potrebbe essere usata per alimentare uno scontro di civiltà , dice il generale. Martinelli esclude la possibilità di un intervento della Nato: nessun paese dell’Alleanza atlantica è direttamente coinvolto in questa guerra. Ma pensa che l’Onu potrebbe girare l’incarico a una coalizione internazionale, guidata magari dall’esercito americano. Potrebbe essere un modo valido per rispondere all’emergenza in tempi rapidi, per arginare il pericolo terrorismo e per fermare il traffico di profughi diretti in Europa. Secondo: come si costruisce un esercito La forza potrebbe essere composta da diciotto o ventimila uomini, un numero sufficiente per coprire in modo adeguato l’intera costa della Libia, che è lunga quasi duemila chilometri. Il contingente comprenderebbe soldati americani, britannici, francesi, greci, e turchi. E naturalmente italiani. Il comando della missione dovrebbe essere affidato a un generale a tre stelle americano, ma la base logistica migliore è la Sicilia (…)”. Prosegue su IL FOGLIO. (red)

9. Profughi, Italia avanti da sola

Roma - “Strutture senza vigilanza – scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - con la possibilità per gli stranieri di allontanarsi dai centri di accoglienza. Al termine della riunione europea che marca la solitudine dell’Italia di fronte a un prevedibile arrivo di migliaia di profughi dalla Libia, la linea appare tracciata. Il ministro Roberto Maroni sapeva che l’Unione Europea avrebbe preso tempo, ma forse non si aspettava una presa di distanza così forte. Invece, al termine di una giornata spesa a tessere relazioni per cercare alleati, il titolare del Viminale deve prendere atto che non ci sarà un fronte comune. Anzi. E dunque è prevedibile che non sarà fermato chi, dopo essere approdato a Lampedusa o in altri porti del nostro Paese, manifesterà l’intenzione di andare altrove. Per coloro che hanno precedenti penali o comunque sono ritenuti pericolosi, scatterà la procedura di permanenza coatta nei Centri di identificazione e di espulsione in vista di un eventuale rimpatrio. Gli altri avranno invece libera circolazione, così come prevede la procedura per chi presenta richiesta di asilo. La relazione che il titolare del Viminale illustra ai suoi colleghi di Interni e Giustizia riuniti a Bruxelles tocca i punti più critici dell’emergenza umanitaria legata alla guerra civile in Libia e alle altre rivolte nelle aree del Maghreb. Ma non basta a convincerli. Maroni l’aveva anticipata durante un colloquio con il presidente Giorgio Napolitano, a sua volta in procinto di partire per Berlino. ‘Un intervento autorevole nei confronti della Ue— aveva sostenuto il ministro — potrebbe aiutare’ . Ieri mattina in un’intervista pubblicata sul quotidiano tedesco Die Welt il capo dello Stato aveva effettivamente evidenziato come ‘negli anni passati, l’Europa sia stata un po’ disattenta nei confronti degli sviluppi nel Nordafrica’, chiedendo poi ‘una politica mediterranea comune’ perché ‘solo se noi europei parliamo con una sola voce peseremo nella politica globale, altrimenti rischiamo di scivolare ai margini’. Sullo stesso tasto – prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - ha battuto Maroni prima di fornire il ‘punto della situazione’ aggiornato. È stato l'ambasciatore italiano a Tripoli a comunicare la minaccia esplicita del ministro degli Esteri del regime di Gheddafi Khaled Kaaim all'Italia e agli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo su ‘misure ritorsive in materia di immigrazione che metteremo in atto se i vostri governi sposeranno la linea dura già anticipata in sede di Unione Europea’ . Una posizione estrema che preoccupa gli apparati di sicurezza, soprattutto tenendo conto che— secondo i dati delle organizzazioni umanitarie aggiornati allo scorso luglio — nei centri di smistamento libici ci sono almeno 15.000 cittadini extracomunitari e che appena una settimana fa sono stati scarcerati ‘500 detenuti dal carcere di Tajura, mentre il 16 febbraio erano stati rilasciate 110 persone appartenenti al Gruppo Islamico Combattente Libico’ . Di fronte ai colleghi europei Maroni ha sottolineato come ‘ai tradizionali flussi di immigrati potrebbe aggiungersi una consistente quota di cittadini libici determinati a lasciare il proprio Paese per motivi politici e umanitari, non solo per esigenze economiche’ . Da giorni sono stati sospesi i controlli congiunti della Guardia di Finanza con la polizia locale che erano previsti dal contestato Trattato di Amicizia firmato tra Italia e Libia nel 2008. Ieri mattina i ‘comitati popolari’ libici hanno annunciato di aver preso il controllo di Zwara, la cittadina sulla costa che è sempre stato il punto di partenza degli scafisti diretti a Lampedusa. Il timore forte è che siano pronti a ricominciare appena le condizioni del mare — che in queste ore continua ad essere in burrasca — torneranno serene. E adesso l’Italia – conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - è costretta ad attrezzarsi come può per accoglierli, cercando di reperire il maggior numero di posti disponibili visto che le strutture governative hanno una capienza di poco superiore alle 6.000 unità e sono quasi piene dopo l’arrivo dei tunisini scappati dopo la caduta del presidente Ben Alì”. (red)

10. Napolitano: “Sfida per tutti, problema non solo italiano”

Roma - “Non è solo italiana – scrive Antonella Rampino su LA STAMPA - la preoccupazione per l’ondata migratoria conseguente alla drammatica carneficina. Anche la Germania ha gli stessi timori, e il tema è stato al centro del lungo incontro che Giorgio Napolitano ha avuto ieri con Angela Merkel, in una visita di Stato che cade in un momento di massima tensione: nel faccia a faccia di un’ora con la Cancelliera tedesca, che nonostante gli smaglianti risultati raggiunti nella politica economica vede la propria popolarità fortemente insidiata, il Presidente della Repubblica italiana ha avuto modo di raccogliere le preoccupazioni tedesche per la crisi in Nord Africa. Anzitutto il boom del prezzo del petrolio, che rischia di abbattere il tasso di sviluppo di un Paese, la Germania, che è traino dell’intera crescita europea. E poi i flussi migratori: quando iniziano, non si sa dove possano approdare, è stata la sostanza del ragionamento di Angela Merkel, e questo perché in Europa vige il Trattato di Schengen, e al di là del fatto che alcuni Stati membri della Ue ieri abbiano opposto un netto rifiuto allo smistamento dei richiedenti asilo dalla Libia, è soprattutto in Germania che - magari dopo esser transitati proprio dall’Italia - rischia di approdare il grosso dell’esodo di massa che l’invasione libica rischia di innescare. ‘Si parla di 200mila profughi, sono solo stime, ma intanto in Italia in pochissimi giorni siamo a quota 6 mila’, ha affermato poi Napolitano. Per questo, ‘occorre un impegno della Ue più ampio, più rapido, più coeso: bisogna fronteggiare l’emergenza profughi e avviare azioni di cooperazione allo sviluppo del Nord Africa, e concentrare l’azione anche per il conflitto in Medio Oriente, che è alla base di tutto quello che è avvenuto in queste settimane’. L’analisi di Giorgio Napolitano è che ‘la situazione libica è particolarmente grave, molto più di quanto è avvenuto in Tunisia ed Egitto, perché lì i leader hanno ceduto il potere, mentre in Libia c’è stata una reazione violenta, cieca, una spietata repressione’. E certo la Germania come l’Italia condanna le inaudite violenze in atto a Tripoli. Il presidente tedesco, il cristianodemocratico Christian Wulff, definisce Gheddafi ‘un terrorista di Stato psicopatico’, Merkel lo bolla, ‘Gheddafi fa la guerra al suo popolo’, e Napolitano a domanda diretta nella conferenza stampa finale, con accanto Wulff e in prima fila Franco Frattini, dice chiaro e tondo che ‘da parte dell’Italia non c’è nessun no alle sanzioni, se ne potrà ben discutere in sede europea’. E questo perché, - prosegue Rampino su LA STAMPA - data la notoria e speciale relazione che ha sempre personalmente legato Silvio Berlusconi a Gheddafi, si è sparsa in Europa la voce e il timore che l’Italia potrebbe opporsi. E sembra così che Napolitano si spinga molto oltre le posizioni del governo. Ma è un doppio effetto ottico: perché il governo sa benissimo almeno sino da martedì scorso che Ue e Usa stanno valutando di proporre, tramite Onu, sanzioni al regime, alle quali l’Italia mai potrebbe opporsi. Ma soprattutto perché, come si è detto nel chiuso degli incontri a Berlino, nessun organismo internazionale le disporrà mentre sono in corso le evacuazioni degli occidentali: italiani, tedeschi, belgi e anche inglesi (ieri si è mossa la marina britannica). I passi che verranno compiuti, fa sapere il ministro degli Esteri italiano, è inviare una missione Onu: se ne parlerà con Hillary Clinton lunedì mattina al Consiglio per i diritti umani di Ginevra. Napolitano ha poi perorato la posizione italiana. ‘Occorre un impegno della Ue per lo sviluppo dell’area del Mediterraneo, unico modo per colmare le esigenze di popolazioni rimaste ai margini dei benefici della globalizzazione’, certo. Ma ‘di fronte a questa emergenza energetica e migratoria occorre coinvolgere l’Europa nel suo insieme, non solo i Paesi maggiormente esposti’. Occorre ‘agire presto’. L’Unione europea ‘deve prendere una posizione chiara e omogenea’, incalza il capo dello Stato. E farlo al più presto. Aiutare l’Italia, per aiutare se stessa”. (red)

11. La Russa: “Esodo biblico, ma la Ue non vuole aiutarci”

Roma - Intervista di Alberto Mattone al ministro Ignazio La Russa su LA REPUBBLICA: “Ministro della Difesa Ignazio La Russa, in Libia è ormai guerra civile e nel Mediterraneo la tensione è altissima. Berlusconi teme il lancio di razzi da Tripoli. L’Italia è pronta a fronteggiare qualsiasi minaccia? ‘Abbiamo un sistema difensivo pronto a fronteggiare ogni attacco, i nostri caccia possono neutralizzare la presenza di aerei ostili in 15 minuti’. In Libia si spara, la situazione è drammatica: avete preso in considerazione un intervento militare per portare in salvo gli italiani? ‘I rimpatri dei nostri connazionali stanno procedendo senza problemi. Esiste però un piano militare per portarli in salvo in caso di pericolo. Siamo pronti a ogni evenienza’. Il capo del Pentagono, Robert Gates, ha suggerito a Italia e Francia di predisporre una no-fly zone per impedire ai caccia di Gheddafi di bombardare i manifestanti. ‘Per allestire una no-fly zone ci vuole un mandato dell’Onu e della Nato, non può essere a farlo l’Italia da sola ‘. C’è il rischio di una "somalizzazione" della Libia? ‘Il rischio c’è, anche per la composizione tribale del Paese. La situazione è molto grave in Cirenaica, e i nostri Servizi ci dicono che il regime sta preparando un assalto delle sue truppe in quella regione. Nella zona sono molto attivi i Fratelli musulmani, che potrebbero essere manovrati da Al Qaeda. È il pericolo che Gheddafi ha segnalato a Berlusconi nella telefonata di lunedì. Dopo avergli detto che rimarrà in Libia fino alla fine’. L’Europa accusa Berlusconi di aver dato una sponda a Gheddafi. Come mai siamo stati gli ultimi a condannare le violenze? ‘Oltre a stigmatizzare le violenze, il governo ha il dovere di difendere gli interessi italiani, e quindi di essere prudente. Dobbiamo evitare guai o attacchi. Prima di parlare, abbiamo aspettato di avere delle conferme su quello che stava accadendo. Non dimentichiamo che abbiamo ancora centinaia di italiani che lavorano in Libia, e che questo Paese si trova di fronte all’Italia’. Le Ong dicono che l’Italia ha venduto armi al Colonnello. Non sarebbe il caso di annullare il Trattato di amicizia con la Libia? ‘In quell’accordo si parla di un partenariato industriale nel settore della Difesa, ma anche di una collaborazione contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Non mi risulta che ci siano state consegne di armi al regime, tantomeno nelle ultime settimane’. Da Bruxelles arrivano voci di una imminente missione militare umanitaria. E anche di sanzioni. ‘Se la situazione si evolve, la valuteremo. Quanto alle sanzioni, siamo disponibili a prenderle in considerazione. Ma la Ue non può limitarsi a questo: deve affrontare le conseguenze della crisi’. In che modo? ‘Stanziando fondi per l’emergenza, accogliendo una parte dei clandestini che sbarcano da noi: per il momento, la Ue ci ha lasciati soli. Possiamo fronteggiare la situazione, ma non per molto. L’esodo che partirà dall’Africa sarà biblico: 2 milioni e mezzo di profughi potrebbero raggiungere il continente. L’Europa del Nord non può chiudersi nel suo egoismo’”. (red)

12. Europa distratta aumenta rischio di una Libia “fallita”

Roma - “Le parole pronunciate ieri da Giorgio Napolitano sulla crisi libica – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - suonano come una richiesta allarmata d’aiuto all’Europa: un appello rilanciato dalla Cei del cardinale Angelo Bagnasco. Fanno capire quanto sia difficile per l’Italia uscire dall’angolo nel quale è stata messa dai rapporti con Gheddafi. Da Berlino il capo dello Stato ha voluto ricordare che si tratta di sfide continentali, non limitate ai ‘singoli Paesi maggiormente esposti’; e che ‘l’Ue è stata un po’ disattenta, negli anni passati’ , nei confronti degli sviluppi nel Nordafrica. I segnali che arrivano da Bruxelles, però, sono scoraggianti. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, continua a chiedere solidarietà dall’Europa. Ma ‘non mi faccio illusioni sullo smistamento’ dei clandestini, aggiunge; e l’ultimo ‘no’ , dall’Austria, gli dà ragione. Ancora: gli sbarchi dalla Libia si preannunciano ‘catastrofici’ , e l’Italia non può essere ‘lasciata sola’ , ammonisce. Maroni sostiene di sentirsi più europeista di tanti europeisti, perché vede vacillare la solidarietà dovuta ad un Paese alleato nei guai. E non si può non pensare ad una sorta di nemesi, per una Lega accusata di egoismo verso l’Europa e il Mezzogiorno. È come se le istituzioni dell’Ue osservassero il Mediterraneo con un distacco ai limiti del cinismo; e fossero tentate di scaricare strumentalmente sull’Italia un problema che toccherà tutti. Il risultato è quello di esporre il governo di Roma e degli altri Paesi del fronte sud, ad un’emergenza dai contorni destabilizzanti. L’idea che la Libia possa diventare uno ‘Stato fallito’ come Somalia o Afghanistan, alla mercé di criminali e terroristi, non è affatto arbitraria: ne fanno cenno il vicesegretario del Pd, Enrico Letta ed esponenti del governo. Il ricatto agitato nelle ultime ore da Gheddafi, che minaccia di sospendere le forniture di petrolio, rischia di accelerare la deriva verso il collasso maghrebino. Il governo italiano fa sapere che non esistono più controlli sulle coste libiche per arginare la partenza dei barconi di disperati. E si agitano cifre da incubo: centinaia di migliaia di potenziali profughi. Per questo – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - si insiste sulla novità di una minaccia che riguarda l’Europa: tanto più che un rapporto riservato della Commissione Ue del 2010 prevedeva che in futuro le migrazioni punteranno a nord, usando la penisola come punto di passaggio. Il crollo del regime in Egitto e Tunisia lascia aperte le possibilità di una transizione guidata. In Libia, invece, la ‘reazione violenta, cieca, con una spietata repressione’ , nelle parole di Napolitano, non lascia presagire nulla di positivo. Per questo il presidente della Repubblica ha ufficializzato che non ci saranno nostri veti ‘a possibili sanzioni’ contro Tripoli. È l’unico modo per impedire che l’Italia diventi il capro espiatorio dell’Ue per i suoi rapporti con Gheddafi. Ma siamo solo all’inizio di una ricollocazione geopolitica che avrà bisogno di tempi lunghi”. (red)

13. Con la libertà

Roma - “Tutto l’Occidente – scrive Ezio Mauro su LA REPUBBLICA - si interroga sull’esito della rivoluzione che scuote la Libia, con gli insorti che guardano a Tripoli dalle città liberate, il regime che spara sulla folla e promette ora le riforme che non ha voluto concedere per 42 anni. In Europa, l’Italia è con Malta il Paese più esposto davanti all’esplosione libica. Proprio per questo, se si comprendono le preoccupazioni del governo è giusto anche pretendere chiarezza nei comportamenti, e prima ancora nei giudizi politici. L’Italia, con il suo Presidente del Consiglio e il suo ministro degli Esteri, è arrivata per ultima a condannare le violenze, e non ha ancora chiamato per nome il regime dittatoriale contro cui il popolo è sceso nelle piazze, sfidando le armi e i mercenari del Colonnello. Da questa incapacità di giudicare (che nasce dall’imbarazzo per i ripetuti baciamano a Gheddafi di Berlusconi) discende una posizione a-occidentale: perché riduce la questione libica ad un’emergenza domestica per l’ondata immigratoria, mentre è invece una grande questione di libertà che investe l’Occidente. Incredibilmente, il nostro governo continua a pensare che Gheddafi possa ancora negoziare un piano di riforme con il suo popolo, come se ne avesse la credibilità e la legittimità. Altrettanto incredibilmente, si pensa che il dittatore possa essere protagonista di un piano di riconciliazione nazionale, dopo che Obama ha parlato di una violenza di regime ‘che viola la dignità umana’. È umiliante – prosegue Mauro su LA REPUBBLICA - che con le navi da guerra nel Mediterraneo il premier tenga governo e Parlamento in scacco per studiare cinque misure di salvacondotto dai suoi processi: prescrizione breve, conflitto di attribuzione, improcedibilità, processo breve, più riforma della Consulta. Qualcuno gli spieghi che quando i popoli possono riconquistare la loro libertà, l’Occidente ha un dovere preciso che viene prima di tutto: stare dalla loro parte. Questa e solo questa è la risposta alla minaccia di una deriva nell’integralismo islamico. Non la mediazione con i dittatori”. (red)

14. Lo specchio del nostro cinismo 

Roma - “Asserragliato nel ‘bunker’ del suo feroce crepuscolo, - scrive Mario Deaglio su LA STAMPA - il colonnello Gheddafi, ‘guida della rivoluzione’ come ama definirsi, può avere almeno una magra e maligna soddisfazione: con i suoi 6 milioni e mezzo di abitanti, meno di un millesimo della popolazione del pianeta, la Libia è riuscita a mettere in difficoltà tutto il ricco Occidente, a innescare una nuova, difficile fase della crisi mondiale. Nelle centrali diplomatiche e nelle capitali finanziarie ogni brandello di notizie che arriva da Tripoli è esaminato con attenzione e con costernazione. Nel giro di pochissimi giorni la crisi libica ha dato il via a un incremento incontrollato dei prezzi del petrolio, anche se dalla Libia proviene appena il 2 per cento della produzione mondiale. L’aumento delle quotazioni del petrolio fa balenare il pericolo di un’ondata inflazionistica derivante dall’aumento di prezzo delle materie prime importate, ossia del tipo più difficile da combattere. Se quest’inflazione diventasse davvero realtà, le politiche economiche sarebbero tutte da rivedere, ma senza che esista una ricetta. E questa prospettiva, unita a dati non confortanti sulla ripresa economica americana ha imposto una brusca battuta d’arresto alla cauta ripresa delle quotazioni che si protraeva ormai da vari mesi. Della crisi libica hanno paura tutti. Dagli Stati Uniti, dove le ripercussioni alle pompe di benzina potrebbero essere molto rapide e costringere a una revisione radicale della politica economica, alla Cina, costretta a evacuare in fretta e furia migliaia di operai che lavoravano alla costruzione di infrastrutture libiche. Pechino vede compromessa la sua politica di penetrazione in Africa, basata sulla non ingerenza nelle vicende interne di Paesi con i quali ha talvolta un rapporto che può sembrare coloniale. Da Roma, dove l’aver assecondato le plateali stranezze del leader libico nelle sue recenti visite ufficiali pone il governo in una pessima posizione internazionale, mentre tutta la classe politica è chiamata a spiegare perché nei confronti della Libia, per oltre quarant’anni, ha costantemente collocato gli affari al di sopra dei principi; a Bruxelles, rivelatasi priva di qualsiasi linea guida politica e passata in pochi giorni dai meschini dibattiti sugli aiuti da dare all’Italia per fronteggiare l’arrivo dei profughi alla vaga progettazione di un’azione militare per riportare a casa decine di migliaia di europei. Perché mai, può chiedersi il normale cittadino, siamo arrivati a questo punto di confusione e di debolezza che fa della Libia lo specchio del nostro cinismo miope? La risposta – prosegue Deaglio su LA STAMPA - si muove naturalmente su diversi piani, così come su diversi piani si muovono gli impulsi di crisi provenienti da Tripoli. Per quanto riguarda i prezzi del greggio, è bene ricordare che, anche se facciamo il possibile per dimenticarlo, non galleggiamo più su un mare di petrolio: da anni l’aumento della domanda asiatica ha posto una crescente pressione sull’offerta e ha fatto gradatamente salire le quotazioni. L’improvvisa sottrazione dal mercato del 2 per cento della produzione complessiva, rappresentato dalla Libia, può costituire, per usare un’espressione orientale, la pagliuzza in più che, caricata su un cammello, ne spezza la schiena. Tutti gli impianti di estrazione lavorano già a pieno ritmo e la sola Arabia Saudita, Paese non certo privo di problemi interni come mostrano le notizie di questi giorni, ha qualche possibilità di aumentare la produzione. E dipendere dalla benevolenza del Re d’Arabia per evitare una nuova, pericolosa crisi non è certo la più entusiasmante delle prospettive. Per quanto riguarda l’inadeguatezza dell’analisi politica ed economica, totalmente impreparata all’improvvisa ondata di cambiamento del mondo arabo, occorrerà probabilmente ripartire da zero. Come abbiamo imparato dalle rivelazioni di Wikileaks, i diplomatici occidentali, a cominciare da quelli americani, hanno dedicato le loro energie a comprendere i tortuosi percorsi delle politiche nazionali, le lotte di potere dei vari Palazzi senza mai veramente guardare alla popolazione al di fuori dei Palazzi. Meno cocktails e più giri nei mercati rionali del Cairo, di Tunisi e di Tripoli, avrebbero potuto portare alla conclusione che una fascia importante delle popolazioni arabe proprio non ce la faceva più con l’aumento dei prezzi del pane, del riso, dell’olio. Ma questo vale solo per l’Africa Settentrionale e il Medio Oriente? Quale valore possono avere le nostre implicite sicurezze che questo mal d’Africa non valicherà il Mediterraneo e non si abbatterà - in forme sperabilmente meno violente - su un’Europa ingiustificatamente compiaciuta? Non è una domanda inappropriata in un giorno in cui Atene è nel caos per uno sciopero generale, punteggiato di disordini, indetto per protestare contro la brutale politica di stabilizzazione imposta da Bruxelles che sta letteralmente ammazzando un’economia di per sé certo non florida. Insieme ai diplomatici, gli economisti e gli statistici si accorgono che gran parte dei loro strumenti di conoscenza della realtà economico-sociale è del tutto inadeguata. Una delle tante lezioni di Tripoli, di Tunisi e del Cairo è che non si dispone di indicatori del disagio che siano veramente credibili in società sempre più in grado di dare a tutti un telefonino e sempre meno in grado di dare un lavoro per lo meno ai capifamiglia. Anche qui – conclude Deaglio su LA STAMPA - una revisione radicale appare necessaria, così come è necessario per l’Europa, in particolare, domandarsi se i principi di libertà e dignità umana che tanto fermamente proclama debbano poi sempre cedere di fronte a interessi spiccioli”. (red)

15. Oriana Fallaci aveva ragione

Roma - “Negli ultimi anni della sua vita Oriana Fallaci – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - fu trattata come una vecchia rancorosa cui la senilità aveva giocato un brutto scherzo, facendole odiare senza ragione il mondo islamico. Quando poi si azzardò a scrivere che grazie all’immigrazione e al fondamentalismo i musulmani avrebbero compiuto l’opera che non riuscirono a portare a termine nel’500, conquistando il vecchio continente e dando vita all’Eurabia, un regno dove le libertà civili e religiose tanto care a noi occidentali sarebbero state spazzate via, poco ci mancò che chiedessero il trattamento sanitario obbligatorio e la facessero internare in manicomio. Per gli intelligenti commentatori dei principali quotidiani la Fallaci era da compatire, perché l’età l’aveva fatta diventare islamofobica, costringendola a vedere complotti ovunque, soprattutto all’ombra delle moschee, contro la cui costruzione in terra toscana si oppose con passione. In realtà Oriana aveva ragione da vendere e pur resa cieca dalla malattia e costretta a dettare i suoi articoli ci vedeva benissimo e molto più lontano di certe aquile che scrivono sui giornali italiani, impartendo lezioni su argomenti di cui sanno poco o nulla. Gheddafi, Khomeini e gli altri dittatori del Medioriente li conosceva bene, per averli intervistati e colpiti allo stomaco con le sue domande, e avendoli visti da vicino sapeva quale fosse il mondo che si agitava alle loro spalle, quale fosse il rischio per l’Occidente se questo mondo si fosse rovesciato dentro i confini della fragile Europa. Adesso quelle masse premono alle nostre frontiere pronte a entrare. Sono milioni e il Vecchio Continente non sa cosa fare, al massimo balbetta frasi senza senso, ipotizzando addirittura missioni di pace in Paesi in guerra, le quali, per un’Unione priva di un proprio esercito e che non ha saputo trovare una soluzione per l’Afghanistan, sono la dimostrazione massima di ipocrisia e incapacità. Fino a pochi giorni fa molte cancellerie europee esultavano di fronte alla caduta dei dittatori del Maghreb, quasi che le rivolte fossero l’avvio di una stagione di democrazia e libertà per il Nord Africa. Nessuno si è chiesto perché cadessero i regimi più morbidi e non quelli feroci tipo l’Iran. Nessuno ha riflettuto sul fatto che non sempre c’era relazione tra le condizioni di vita delle fasce popolari di quei Paesi e la voglia di buttar giù il tiranno. In Sudan il reddito pro capite lordo è di appena 2.377 dollari eppure non ci sono state rivolte, mentre la ribellione è scoppiata in Libia, uno degli Stati in cui il reddito è superiore a quello di Romania, Serbia e perfino del Brasile. Non sono la molla economica, la pancia, vuota o la disoccupazione che hanno scatenato la voglia di abbattere il despota. La motivazione – prosegue Belpietro su LIBERO - è quella che Oriana aveva capito prima, di altri e non a caso i regimi che stanno cadendo sono quelli più vicini all’Europa, anzi, quelli che si erano aperti al vecchio continente, importandone anche alcune abitudini. Egitto, Tunisia e Libia. Tutti affacciati sul Mediterraneo, tutti a due passi dalle coste di Italia, Spagna e Grecia. Ci vuole poco a capire che esiste un disegno, che ci sono centinaia di migliaia di persone, forse alcuni milioni, che alle spalle del Maghreb premono per lasciare l’Africa e sbarcare da noi. Un’invasione pacifica, quasi umanitaria, agevolata dalla commozione di chi, in Occidente, vede le carrette del mare cariche di disperati e spalanca le porte dell’accoglienza. Purtroppo di fronte a quello che rischia di trasformarsi in un esodo biblico, in un’occupazione senza armi, almeno per ora, la Ue non sa che fare. Essendo una mera espressione geografica, un’immensa burocrazia senza lingua, leggi, cultura comune e pure senza esercito, sta a guardare e ci condanna ad arrangiarci. Anzi, ci condanna e basta, perché appena alziamo un dito per rimandarli da dove sono venuti l’Europa ci sanziona. Arrivano a centinaia di migliaia e non possiamo neanche difenderci, così agevoliamo chi vuole invaderci, col rischio di trovarci presto a combattere in casa nostra contro il fondamentalismo islamico. E anziché alzare la voce, invece di invocare un piano condiviso per far fronte all’emergenza e tutelare l’interesse nazionale, in Italia l’unica immigrata di cui le forze politiche e i giornali si occupano con maniacale passione è Ruby. Altro che libici, tunisini, egiziani, sudanesi o algerini. Qui la sola clandestina che fa discutere è la presunta escort di Arcore. Le tragedie del Nord Africa o quella che rischiamo noi nel futuro prossimo possono attendere. Adesso c’è Berlusconi da abbattere, poi si vedrà. Anche su questo, - conclude Belpietro su LIBERO - sull’inettitudine della nostra classe politica, aveva ragione Oriana”. (red)

16. La sfida di Putin: la vostra energia costerà di più

Roma - “‘I rifornimenti energetici russi sono alla base della prosperità europea’: giunto a Bruxelles con 13 ministri e 67 giornalisti al seguito, mentre il Nord Africa brucia, il petrolio Brent sfiora i 120 dollari al barile, e il colonnello Muammar Gheddafi minaccia di sospendere le sue forniture, Vladimir Putin – scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - ricorda ai leader dell’Unione Europea che cosa significhi per loro la Russia. Cioè il megarubinetto che garantisce ai 27 Stati il 23 per centodel petrolio e del gas naturale (dei 40 miliardi di gas che la Ue importa ogni anno, un buon quarto viene infatti fornito da Mosca). Il primo ministro russo è venuto qui a discutere qualcosa cui tiene molto — l’appoggio della Ue all’ingresso della Russia nella Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio — e qualcos’altro che molto lo preoccupa: i progetti Ue di ‘unbundling’ , cioè di scorporo fra la produzione del gas e la proprietà delle reti di trasporto e distribuzione, con l’obiettivo di liberalizzare e diversificare i mercati. Sarebbe una ‘confisca di proprietà’ , che ‘può portare a un’impennata dei prezzi energetici sul mercato europeo’ , avverte a muso duro il leader del Cremlino, ‘la Ue consideri la stabilità delle forniture…’ . ‘Ma no, è una misura non discriminatoria che vale per tutte le compagnie del mondo— gli risponde il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso — e che comunque sta già nelle nostre normative’ . Poi aggiunge: ‘Sì, l’energia della Russia riscalda le nostre case e le nostre industrie. Ma la paghiamo anche, e la paghiamo cara!’ . Le parole dell’uno e dell’altro delineano una trattativa che viene definita ‘franca e aperta’ , termine che in diplomazia equivale a ‘burrascosa’ . Così è stato, infatti. I punti di dissenso sono ancora molti, a cominciare dalla richiesta russa di un appoggio per l’ingresso nella Wto, condizione giudicata ‘indispensabile’ da Mosca per la chiusura dell’accordo di partenariato Ue-Russia. È da 18 anni – prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - che questa richiesta viene fatta (la Russia è la più grande potenza mondiale tuttora esclusa dalla Wto), ma le distanze da colmare sono più o meno quelle iniziali: per esempio la Ue, primo partner commerciale del Cremlino, chiede fra l’altro che Mosca abolisca la foresta di dazi che copre diversi prodotti di importazione, dalle automobili al legname, ma Mosca sembra fare ancora orecchie da mercante. Più ancora di tutto questo, però, oggi il vero tema sul tavolo era quello dettato dall’emergenza, e cioè la crisi libica. Della quale Putin dice di temere ‘l’impatto sul nostro Caucaso del Nord’ , e delinea le prime, immediate conseguenze: ‘Avevamo in progetto una partnership con l’italiana Eni per entrare nel mercato energetico libico, ma ora non ci sono più le condizioni necessarie. Chi andrebbe lì?’ . Quanto al prezzo del petrolio (ieri mattina, sulla piazza di Londra, il Brent era arrivato a 119,79 dollari al barile, per poi riassestarsi su 114,64), il leader russo attacca ogni prospettiva di rialzo e anzi la definisce ‘una grave minaccia per la crisi economica’ . Certo che, aggiunge subito dopo sornione, ‘se i gasdotti Southstream e Northstream fossero già stati in funzione, ora l’Europa avrebbe corso meno rischi’ . Che è poi il discorso iniziale, più o meno infiocchettato: la Ue ha puntato molto sul petrolio libico per diversificare le sue fonti, ma Libia o no, ‘la prosperità europea dipende dall’energia russa’”. (red)

17. Emergenza libica rafforza Cav. Fini al contrattacco 

Roma - “La fortuna dell’uno è la sfortuna dell’altro. Silvio Berlusconi – scrive IL FOGLIO - si è reinserito in un meccanismo di fisiologia politica e parlamentare, recupera deputati, avanza sul dossier giustizia e per effetto della crisi libica riacquista anche una misura internazionale non collegata alle gaffe o al proprio allegro stile di vita. Umberto Bossi ha brutalmente illuminato uno spicchio di verità, quando ha detto che ‘il rischio immigrazione aiuta Berlusconi e aiuta noi’. D’altra parte è storicamente vero che nell’affrontare le emergenze il premier ha sempre dimostrato capacità organizzative e comunicative: dal terremoto in Abruzzo sino alla crisi della monnezza in Campania. Al Cavaliere che (quasi) rimonta in sella, corrisponde invece un Gianfranco Fini in sofferenza per l’emorragia che colpisce le file di Fli. Ragione per la quale il presidente della Camera ha già predisposto una rapida controffensiva mediatica, con un’intervista oggi all’Espresso e una dura reprimenda antiberlusconiana ieri sera da ‘Annozero’. Le fuoriuscite di parlamentari, undici dall’inizio della crisi interna, spingono il leader a rompere la consegna prudente del silenzio che un po’ gli era stata anche chiesta dal Quirinale. Lo stato di emergenza ha imposto ieri anche agli alleati terzopolisti (Api e Udc) una corsa in aiuto di Fini. Riunitisi nello studio del presidente della Camera – ‘uso improprio e irrispettoso delle istituzioni’, dice il Pdl – Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Fini hanno analizzato la situazione. Fli chiede un coordinamento e un gruppo unico al Senato, proposta che forse piace a Rutelli ma in realtà non sembra convincere il cauto Casini. Le dichiarazioni del leader udc sono sembrate confermare l’idea che Fini sia precipitato in uno stato di minorità politica nei confronti dell’alleato centrista. Nella propria intervista all’Espresso, il presidente della Camera dice: ‘La mia è una traversata nel deserto a piedi’. Parole che Casini ha commentato così: ‘Da un po’ di tempo trova molte oasi, vuol dire che c’è qualcosa che sta cambiando’. Ironizzano nella maggioranza: ‘La principale di queste oasi è proprio l’Udc e Casini sembra volerlo rimarcare’. Chissà. Eppure – prosegue IL FOGLIO - il capo dell’Udc non aderisce – non condivide? – alla linea duramente antiberlusconiana sulla quale il presidente della Camera ha schierato con toni ultimativi il proprio partito con l’intervista all’Espresso e alla trasmissione di Michele Santoro. ‘Non c’è nulla di politicamente strano o sconveniente nel fatto che Fini abbia in mente un centrodestra deberlusconizzato se non addirittura antiberlusconiano’, dice l’ex ministro Mario Landolfi. Che spiega: ‘Quel che invece non torna è che egli lo voglia fare senza passare per una personalissima Bad Godesberg che lo renda credibile e accettabile agli occhi dei suoi nuovi potenziali alleati. Fini non può arruolarsi volontariamente sotto le insegne dei sostenitori della tesi dell’emergenza democratica senza una netta assunzione di responsabilita. E’ stato berlusconiano per oltre quindici anni’. Berlusconi osserva la scomposizione di Fli e le manovre del Terzo polo senza commentare. Ha invece impresso un’accelerazione al dossier giustizia, non solo intercettazioni e processo breve. Il Guardasigilli Alfano è prudente, ma al suo ministero hanno quasi messo a punto la ‘grande grande’ riforma costituzionale”. (red)

18. Offensiva contro Fini, appello Pdl a Colle per dimissioni

Roma - “Berlusconi tace e i suoi sparano. Berlusconi quella parola, ‘dimissioni’ , non l’ha mai pronunciata, non ancora, almeno in pubblico. I suoi invece – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - da ieri si appellano direttamente a Napolitano: ci ha chiesto di essere sobri, ora sanzioni Fini, che sobrio non è, che ha perso la testa, che parla dei suoi deputati come Gheddafi parla del suo popolo, senza alcun rispetto. È ancora scontro fra Pdl e il Presidente della Camera. Per Fabrizio Cicchitto ‘con questo crescendo di dichiarazioni Fini sta davvero creando una situazione istituzionalmente insostenibile’ . Gaetano Quagliariello aggiunge che ‘alla luce del vasto repertorio esibito, istituzionalmente indigeribile, non osiamo immaginare cosa sarebbe accaduto se Fini non si fosse autosospeso da presidente di Futuro e Libertà’ . Ma soprattutto si appella al presidente della Repubblica: ‘Siamo certi che, come già accaduto in altre occasioni, vi sarà chi si premurerà di salvaguardare le istituzioni e sanzionerà una sovrapposizione di ruoli ormai non più tollerabile’ . Insomma manca soltanto una parola ufficiale di Berlusconi. Che per il momento fa il bravo e quella parola continua a non pronunciarla. A Palazzo Chigi ragionano sul silenzio in questo modo: se la dirà, il Cavaliere, quella parola, sarà quando Fini avrà perso anche i suoi ultimi deputati e senatori, quando sarà talmente debole e privo di autorevolezza residua da crollare da solo, quando la caratura politica della carica avrà completato lo svuotamento in atto del suo partito. È un’analisi che rimarca una presunta comodità: se i vertici del Pdl parlano di ‘delirio’ istituzionale e politico di Fini, da Sandro Bondi a Cicchitto, al Cavaliere quel delirio farebbe ancora comodo. Non si sa per quanto ancora, ma certamente sino a quando la situazione non si sarà stabilizzata sia alla Camera che al Senato: ‘In fondo Fini si sta distruggendo da solo, non c’è alcun motivo di attaccarlo’ , aggiungono in modo freddo a Palazzo Grazioli, dove ieri Berlusconi si è chiuso all’ora di pranzo per un serie di incontri privati. E anche per questo motivo gli attacchi sono ancora di fioretto, come la provocazione del Foglio di Giuliano Ferrara, che sulle ultime esternazioni del presidente della Camera trasforma un auspicio in conclusione, ovvero che è ‘di rotonda evidenza che Fini sta per dimettersi dalla presidenza della Camera.’ . Del resto, prosegue Il Foglio, ‘la vetta di Montecitorio è un posto troppo asettico per potersi concedere intemerate come quelle contro il solito Berlusconi autocrate impunito e provocatore di conflitti istituzionali; nè da quella vetta è possibile sparare a costo zero sui propri parlamentari colpevoli di abbandonare Fli per sopraggiunta allucinazione o malafede, medesima tesi impugnata da Gheddafi per spiegare l’ammutinamento della Cirenaica’ . Alle prese con la crisi libica – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - il capo del governo rinviene peraltro motivi di preoccupazione ma anche di parziale soddisfazione: il rischio di esodo di clandestini, sempre più concreto, indebolirà il consenso della sinistra; la vastità della crisi finirà con lo stabilizzare ulteriormente il governo e la maggioranza; per non dire delle critiche dei mesi scorsi ad una politica energetica vista da alcuni come troppo succube di Mosca. Oggi su questo punto il capo del governo ha buon gioco nel pensare e dire in privato che le accuse dei mesi scorsi erano infondate e che aveva ragione lui quando affermava che ‘l’unica strada è quella diversificazione’ delle fonti di approvvigionamento. Impressioni scambiate anche ieri mattina, all’inaugurazione dell’anno accademico della scuola ufficiali carabinieri a Roma, dove Berlusconi ha sostenuto gli ‘sarebbe piaciuto fare il carabiniere’ : ‘Quando facevo l’imprenditore— ha concluso— mi capitava di dover dare il benestare all’assunzione di qualche collaboratore. Io ero arrivato ad averne sino a 56mila: credo almeno tremila siano passati direttamente dalle mie decisioni. Quando in un curriculum vedevo papà o nonno carabiniere non leggevo più niente, davo il mio benestare. Non sono mai stato deluso’”. (red)

19. Fini verso le dimissioni

Roma - “Se ne parla da giorni, i segnali non mancavano, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - adesso è di rotonda evidenza che Gianfranco Fini sta per dimettersi dalla presidenza della Camera. I contenuti del suo ultimo attacco incendiario contro il presidente del Consiglio pubblicato oggi dall’Espresso, a poche ore dalla comparsata televisiva dell’ex capo di An nella fossa dei leoni antiberlusconiani ammaestrati da Michele Santoro (‘Annozero’), non lasciano dubbi e anzi danno sostanza alle voci di un ripensamento finiano: orgogliosamente fuori dal giardino di una neutralità ipocrita, e a testa bassa per incornare Berlusconi prima che si svuoti il recinto di Futuro e libertà. La vetta di Montecitorio è un posto troppo asettico per potersi concedere intemerate come quelle contro il solito Berlusconi autocrate impunito e provocatore di conflitti istituzionali; né da quella vetta è possibile sparare a costo zero sui propri parlamentari (quelli di Futuro e libertà, i quali però sono gli stessi che siedono nell’assemblea da Fini presieduta) colpevoli di abbandonare Fli per sopraggiunta allucinazione o malafede. Essendo poi, quest’ultima, la medesima tesi impugnata da Gheddafi per spiegare l’ammutinamento della Cirenaica, è chiaro che non sta bene sulle labbra della terza carica dello Stato, figura di equilibrio, garanzia ed equanimità. Insomma – conclude IL FOGLIO - Fini ha passato il proprio Rubicone, ma lo ha attraversato in senso contrario: immusonito e catafratto, ha scongelato la propria carica di capo partito per gettarsi sino in fondo nel corpo a corpo con il premier, sapendo che non si può assaltare la presidenza del Consiglio utilizzando come catapulta la presidenza della Camera, perché questo mette in grave imbarazzo il buon senso, le istituzioni e il Quirinale. Bene. Era ora”. (red)

20. Urso: “Deciderò presto. In ballo amicizie” 

Roma - Intervista di Fabrizio Roncone ad Adolfo Urso sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Quello che dovevo dire, l’ho già detto alle agenzie di stampa’ . Ma, forse, non ha detto tutto. ‘Ho detto ciò che non farò... Non farò il capogruppo di Futuro e libertà alla Camera. Penso che quell’incarico possa essere ricoperto in modo eccellente da Benedetto Della Vedova, che è una persona perbene’ . Il passo indietro di Della Vedova poteva essere... ‘Guardi: credo solo nella coerenza, nella passione e nelle idee. Ad Adolfo Urso, lo scriva, le poltrone non interessano’ . Può dirmi ora cosa farà? ‘No, non posso’ . Non può, perché? ‘Perché sto decidendo’ . Sta decidendo di lasciare Futuro e libertà? ‘Le ripeto: sto decidendo. E non si tratta, come immaginerà, di una decisione facile. In fondo, devo anche tener conto di una comunità di amici...’ . Biondo e malinconico, ma anche pragmatico e pacato: Adolfo Urso— 54 anni, e tanti ne sono ormai trascorsi da quando Giorgio Almirante, con sguardo complice, lo definiva ‘il giovane Urso’ — avrebbe preferito continuare a restare nel ruolo che si era ritagliato fin dai tempi del Secolo d’Italia, giornalista di analisi politica, mai un eccesso, nemmeno il ricordo di un tafferuglio giovanile (anche lui aveva cominciato nel Fronte della Gioventù). E invece sono giorni che è inseguito dai cronisti — ai quali a volte risponde: ‘Cosa faccio? Mi sono comprato un cane, lo porto a spasso’ — e dalle voci: e le voci raccontano che Urso è assai deluso da Gianfranco Fini, che pure seguì senza esitazione nelle settimane in cui l’uscita dal Pdl cessò di essere solo minacciata ma fu necessario, letteralmente, organizzarla. Urso divenne il coordinatore del comitato promotore di Fli. Per lui, un incarico perfetto, in quegli incerti giorni di inizio autunno. Urso non sbagliava aggettivi, non forzava i toni, prudente tesseva la rete dei deputati e dei senatori: arrivava con le giacche tagliate dal suo sarto napoletano, le cravatte color pastello, il sorriso rassicurante, l’aria rassegnata e mai insofferente di uno che aveva studiato da ministro per l’Economia e che invece— vai a capire certi intrecci— Fini aveva messo a fare il viceministro dello Sviluppo economico con delega al Commercio estero (numerosi osservatori sono concordi nel sostenere che la sua attività è stata piuttosto proficua). Così Urso arrivò all’Assemblea costituente del partito, a Milano, nutrendo la comprensibile speranza di poter ottenere un incarico prestigioso nel nuovo organigramma. E anche per lui — come del resto per Andrea Ronchi, che in segno di fedeltà a Fini s’era addirittura dimesso da ministro — occorre ripetere ciò che accadde in quella domenica pomeriggio (era il 13 febbraio scorso). La storiella comincia a Linate e finisce a Fiumicino: quando, scendendo dall’aereo, Urso e Ronchi apprendono che gli incarichi non sono più quelli promessi un’ora prima. Fini ha improvvisamente concesso i ruoli più importanti ai ‘falchi’ del partito. I falchi: guidati da Italo Bocchino. E Urso, da capogruppo di Fli alla Camera, era stato addirittura retrocesso a semplice portavoce (al suo posto, Benedetto Della Vedova: il quale, per questo, poche ore fa, ha prospettato la possibilità di fare un passo indietro). Troppo tardi. Urso — padovano da parte di madre, ma siciliano da parte di padre— ha un senso dell’orgoglio piuttosto spiccato e, come tutte le persone miti, è capace di rare ma inesorabili arrabbiature. E adesso è molto arrabbiato. Lui, naturalmente, nega. E ripete: ‘Noi dobbiamo costruire una destra riformista ed europea, liberale e moderna, libera dai rancori e dalle recriminazioni, che non divida ma unisca...’ . Non smette, neppure in questa fase, di essere misurato. Molto ‘colomba’ , per capirci. Molto distante, per capirci anche meglio, dal Bocchino che entra nelle arene dei talk-show e sfida tutti. Urso è diverso. Quando, nell’agosto scorso, nei giorni in cui divampava la storia finiana della casa di Montecarlo, fu messo nel mirino un suo appartamento, pur di chiarire tutto fu pronto a fornire una spiegazione— ‘l’ho acquistato regolarmente, ho un mutuo da ottomila euro al mese’ — che a molti parve troppo dettagliata. Oggi, infatti, qualcuno la rispolvera. E, con perfidia, la usa. ‘Un motivo, se torna con il Pdl, c’è: le rate arrivano puntuali ogni mese...’ . Vedremo. Intanto, però, è interessante ricordare come il Foglio di Giuliano Ferrara, già undici anni fa, scriveva: ‘Urso, ex boy-scout, faccia telegenica, è più ben visto da Berlusconi che da Fini’”. (red)

21. “Passa col premier, ti diamo 250 mila euro”

Roma - “Un bonifico di tutto rispetto: 150mila euro. E la rielezione garantita. È l’offerta – secondo quanto riporta Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - che il deputato Pd Gino Bucchino – 62 anni, medico residente in Canada eletto nella circoscrizione Nord America – sostiene di aver ricevuto da un mediatore, un ‘giovane esponente di Rifondazione socialista’ che ha indicato Denis Verdini quale garante dell’operazione. La contropartita richiesta? Il passaggio alla maggioranza, tra le file dei ‘Responsabili’. Fatti, circostanze e contropartita vengono rivelati nel corso di una conferenza stampa che il parlamentare tiene a Montecitorio. Solo ora, spiega, perché colpito nel frattempo da un lutto familiare (la morte del padre). Denuncia che apre un altro squarcio sinistro sul ‘calciomercato’ che da settembre sta puntellando governo e maggioranza. L’incontro avviene a fine gennaio, in un bar di Piazza San Silvestro, poco distante da Montecitorio, giusto nei giorni in cui prende corpo il gruppo di Moffa, Romano e Scilipoti. Il primo contatto - racconta Bucchino - è telefonico: ‘Ciao Gino, ho un progetto importante di cui parlarti. E il fatto che mi desse del tu mi ha spiazzato. Ho pensato: magari lo conoscerò. E così ho accettato di incontrarlo il giorno dopo. Il tizio - continua - mi dice di essere di ‘Rifondazione socialista’ e di aver parlato con Denis Verdini, si sarebbe fatto il mio nome in una riunione andata avanti fino alle due della notte precedente’. Fioccano dunque le proposte: ‘Per il mio passaggio in maggioranza mi hanno offerto di ricandidarmi per la prossima legislatura e mi hanno promesso 150mila euro a titolo di rimborso delle spese elettorali che avrei dovuto sostenere’. L’interlocutore mostra di conoscere il deputato: ‘Nel Pd non hai incarichi particolari. Con noi puoi far sentire la tua voce. Poi ci sarà una distribuzione di incarichi’. Ma Bucchino, per i compagni ‘Gino’, ha una militanza che affonda le radici nel Pci, passando per il Pds, Ds e infine Pd. Sul momento, non dà una risposta. Qualche ora dopo invia un sms con cui chiude: ‘Ti ringrazio, ma non sono interessato’. Spiega di aver deciso di denunciare l’affaire ‘perché penso che non sia giusto questo mercato di parlamentari. La sorte di milioni di persone non può dipendere da questo mercanteggiamento di deputati’. Dunque, aggiunge, ‘se poi un magistrato vorrà chiamarmi per chiarire io sono a disposizione’. Anche perché – prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - un’inchiesta sull’ipotesi di corruzione è stata già aperta nelle scorse settimane dalla Procura di Roma. Bucchino non fa il nome del ‘mediatore’ incontrato. E smentisce sia quello dell’attuale segretario di Rifondazione socialista, Filippo Fiandrotti. Il quale per altro perde le staffe: ‘Bucchino? Ma chi è sto pazzo? Quel che dice è impossibile. Rifondazione socialista l’ho fondata io e, a onor del vero, non esiste neppure più. Siamo confluiti nel Pd’. Pier Ferdinando Casini, invece, non si stupisce affatto del racconto e coi giornalisti in Transatlantico la butta lì: ‘Se volete ve ne porto altri venti di questi esempio’. La replica di Denis Verdini non si fa attendere. ‘Non so chi sia l’onorevole Bucchino, non so chi possa averlo contattato a mio nome - attacca in una nota - La notizia è totalmente destituita di fondamento. E avverto fin d’ora che denuncerò chiunque propaghi certe menzogne. Quanto a Casini, faccia i 20 nomi che dice. Aspetto di leggerli’. Poi coi suoi il coordinatore Pdl commenta: ‘Fanno uscire queste bischerate solo per farmi terra bruciata intorno. Pensano così di intimidire i deputati disposti a passare con noi’. Per il segretario Pd Bersani la misura è colma: ‘Siamo ormai oltre ogni soglia di decenza e di svilimento delle istituzioni. È ora di accertare fino in fondo se in questo periodo siamo di fronte a vere e proprie compravendite, dunque a reati’”. (red)

22. Appalti e nomine sanità: “In Puglia sistema criminale”

Roma - “Il giudice delle indagini preliminari Giuseppe De Benedictis – riporta Giusi Fasano sul CORRIERE DELLA SERA - scrive di ‘un collaudato sistema criminale, stabilmente radicato nei vertici politico-amministrativi della sanità regionale’ . Parliamo della Regione Puglia e di una nuova inchiesta sulla gestione del sistema sanitario regionale (fra il 2005 e il 2009) che ha convinto il gip a chiedere l’arresto del senatore pd ed ex assessore alla Sanità pugliese Alberto Tedesco (la giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato deciderà martedì). I pubblici ministeri Di Geronimo, Bretone e Quercia avevano passato le carte all’ufficio del gip l’ 11 di febbraio: 24 richieste di carcerazione per funzionari pubblici, imprenditori, manager, politici e per un poliziotto della scorta del presidente Nichi Vendola, Paolo Albanese. In tredici giorni De Benedictis ha studiato migliaia di pagine e ne ha stese 632 di ordinanza per descrivere un ‘sistema incentrato sulla rigorosa applicazione di logiche affaristiche e clientelari, sorrette dall’equazione nomina di dirigente amico/ricambio di favori da parte del dirigente stesso’ . Reati contestati: corruzione, falso, turbativa d’asta e abuso d’ufficio, ‘ma anche concussioni— scrive il gip — per i funzionari meno ‘docili’. Tutto per ‘la spartizione illecita degli appalti in favore di imprenditori che garantivano futuro sostegno elettorale ai politici e l’acquisizione del maggior numero possibile di consensi, anche delle nomine dei primari, che poi si sdebitavano in vario modo (visto il potere di spesa a ciascuno di essi garantito dalla legge)’ . Insomma, per De Benedictis siamo all’applicazione del ‘manuale Cencelli’ . Ma pur partendo da queste considerazioni, il giudice ha di fatto bocciato l’impianto dell’accusa (che ha già annunciato ricorso). Perché sui 24 nomi da arrestare alla fine (salvo la prossima decisione sul caso di Alberto Tedesco) è in carcere una sola persona, Mario Malcangi, 52 anni, segretario e braccio destro di Tedesco negli anni in cui era assessore alla sanità. Arresti domiciliari per altri quattro: il poliziotto della scorta di Vendola (avrebbe chiesto favori per il trasferimento di sede di un’infermiera) e poi Guido Scodizzi, direttore generale della Asl salentina e gli imprenditori Digo Rana e Giovanni Garofoli. Fra gli indagati c’è anche Antonio Decaro, capogruppo del Pd in Consiglio regionale e, infine, due le misure di interdizione professionale: per Alessandro Calasso direttore sanitario della Asl barese e Antonio Acquaviva, medico oculista. Per tutti gli altri nessun provvedimento e, soprattutto, il gip non ha concesso alla Procura l’accusa più grave: l’associazione per delinquere. Cosa che ha fatto dire a Vendola ‘la bufera è sempre la stessa, significativamente ridimensionata poiché cade il reato associativo che lasciava intendere il lavoro di una vera e propria cupola criminale sul sistema sanitario’. Del governatore pugliese (che non è indagato) si parla molto, nell’ordinanza. Uno dei passaggi che il giudice mette in neretto – prosegue Fasano sul CORRIERE DELLA SERA - riporta un colloquio intercettato tra Vendola e Tedesco e viene anticipato dalla seguente considerazione: ‘La prassi politica dello spoil system era talmente imperante nella sanità regionale da indurre il governatore Vendola, pur di sostenere la nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge ad ‘usum delphini’, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta’ . Dice Tedesco: ‘Quello non ha i requisiti sta come direttore generale, quello che vuoi nominare!’ . E Vendola: ‘O Madonna santa, porca miseria la legge non la possiamo modificare?’ . Tedesco: ‘Eh?’ . Vendola: ‘Non possiamo modificare la legge in una delle prossime...’ . Tedesco: ‘Eh, mica eh...’ . Nell’ordinanza si racconta di nomine messe a punto in poche ore. Per esempio quella voluta da Tedesco nell’agosto del 2008 per una direzione amministrativa a favore di Tommaso Stallone all’Irccs di Castellana Grotte. Tedesco chiamò il direttore generale per spingere su Stallone. ‘E chi è?’ fu la risposta. ‘È un commercialista che ha avuto esperienze nelle strutture private. Ma bisognerebbe farlo oggi perché da domani entra in vigore il decreto Berlusconi che riduce il compenso del 20 per centosalvo che per i contratti in essere’ . La nomina fu fatta in giornata. In poche ore fu nominato anche il direttore sanitario della Asl di Lecce, Vincenzo Valente, che altrimenti avrebbe compiuto 64 anni e perduto il diritto al ruolo dirigenziale. Emerge dalle carte anche il nome di Michele Emiliano, sindaco di Bari ed ex segretario del Pd Puglia. Lea Cosentino, ex direttrice dell’Asl di bari, racconta ai magistrati che nel 2008 Vendola la voleva al posto di Tedesco. ‘Emiliano e Tedesco dissero a Vendola che se mi avesse nominato assessore avrebbero fatto cadere la giunta’ , dice la Cosentino. E aggiunge: ‘Non ti conviene perché si scateneranno i sistemi... diciamo leciti e non’ . In una lunga nota – conclude Fasano sul CORRIERE DELLA SERA - il gip critica la Procura che tempo fa, in un altro filone d’inchiesta sulla sanità, chiese l’archiviazione di alcune persone per ‘la stessa condotta criminosa’ che invece oggi è oggetto di questa indagine. Tedesco, da Roma, lamenta di non essere stato mai interrogato pur avendolo chiesto più volte e commenta: ‘Quest’inchiesta mi sembra un grande polpettone. Una ribollita. Sempre le stesse cose cucinate in salsa diversa’”. (red)

23. Inchiesta su sanità stende Vendola e sistema Pd

Roma - “Il punto – scrive Fausto Carioti su LIBERO - non è se il dalemiano Alberto Tedesco, ex assessore nella giunta Vendola e attuale senatore del Pd, merita l’arresto chiesto dal pubblico ministero barese Desiree Digeronimo. Né se è giusto che stia ai domiciliari Paolo Albanese, poliziotto della scorta del governatore pugliese. Per loro e per gli altri indagati e arrestati di ieri vale la presunzione d’innocenza. Il punto è quanto siano credibili certi atteggiamenti virginali della sinistra. Come quello di Vendola, il quale si spaccia per grande moralizzatore e finge di non vedere le accuse politiche che gli muove il giudice per le indagini preliminari: ‘La prassi politica dello spoil system era, di fatto, talmente imperante nella sanità regionale da indurre il governatore Nichi Vendola, pur di sostenere la nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge’. Roba indigesta per uno che pretende di essere il volto nuovo dell’opposizione. Non paiono messi meglio i vertici del Pd, che sull’azione delle procure poggiano tutte le speranze di cacciare Silvio Berlusconi. Adesso sono al bivio: con chi stare? Con il PdL, che tra pochi giorni in giunta per le Autorizzazioni voterà contro l’arresto di Tedesco, o con i pm e i loro metodi spicci? Ed è giusto che i magistrati, potere politicamente irresponsabile, condizionino il Parlamento? Un partito forte nei numeri e nelle idee avrebbe le risposte. Non è il caso del Pd. Dove ieri l’imbarazzo si tagliava a fette. Lo specchio dell’insipienza del partito di Pier Luigi Bersani – prosegue Carioti su LIBERO - è Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato. Giorni fa, spiegando le ragioni per cui si oppone al ritorno all’immunità parlamentare prevista nel testo originario della Costituzione, costei aveva argomentato che la giunta per le autorizzazioni non è strumento giusto per simili scelte: ‘Meglio un organo esterno e indipendente’. Insomma, secondo lei non spetta ai parlamentari decidere se i loro colleghi debbono essere arrestati o processati. ‘Sicuramente’, chiosava, sottrarre i parlamentari ai giudici sarebbe visto dalla gente come una sorta di impunità per la Casta. Adesso che tocca a uno dei loro sarà interessante vedere come declineranno il concetto di impunità. Le premesse non depongono a favore della coerenza. Tedesco è indagato per il periodo in cui era assessore. E entrato al Senato nel luglio 2009, al posto del prodiano Paolo De Castro, dirottato all’europarlamento proprio perché era nell’aria una richiesta d’arresto per Tedesco. Lo stesso Pd, in Sicilia, non si è fatto problemi ad appoggiare la giunta di Raffaele Lombardo nemmeno quando costui è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. In compenso, quando era toccato al senatore pidiellino Vincenzo Nespoli, il Pd aveva votato in favore dell’arresto. La morale è limpida: quando sulla graticola ci sono le chiappe di qualcuno dei loro, comanda la voglia di sottrarlo ai magistrati, mentre quando a rischiare sono i loro avversari il Pd ne approfitta per farsi bello sottobraccio alle toghe. Il PdL non ha ancora preso una decisione ufficiale. Ma il vicecapogruppo Gaetano Quagliariello avverte che ‘per noi, a differenza che per altri, il garantismo vale a 360 gradi e in queste situazioni non saremo mai mossi da spirito di vendetta’. Chiaro che voteranno contro l’arresto. Nel Pd invece balbettano. Il senatore Felice Casson, magistrato in aspettativa, dice che la decisione del suo partito ‘sarà istituzionale, inbase ai regolamenti della giunta’. Cioè non dice niente. Anche perché è ovvio che il voto dei parlamentari non può che essere politico. Come è giusto che sia, visto che riguarda anche l’equilibrio tra poteri. L’unico modo che il Pd ha di essere coerente con i propri strali antiberlusconiani e con le sparate contro l’immunità parlamentare è dare il via libera ai magistrati e chiedere, a iniziare da Tedesco, che il PdL conceda gli arresti. Certo, questo ufficializzerebbe la sottomissione definitiva alla linea delle procure. Ma è il prezzo da pagare per salvare la faccia. Ovviamente non è così che andrà. Quelli del Pd ammanteranno la loro decisione con qualche pretesto nobile e, grazie ai loro peggiori nemici, sfileranno il compagno Tedesco dalle grinfie della procura barese. E il giorno dopo – conclude Carioti su LIBERO – li rivedremo sfilare tutti quanti in piazza, insieme a Vendola, per chiedere a Berlusconi di dimettersi e farsi processare”. (red)

24. Narraci questa, Nichi

Roma - “‘Narrazione’ – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - è un termine molto caro a Nichi Vendola, governatore della Puglia, leader della sinistra radicale, moralista tuttologo a tempo pieno. Lui non parla, narra. C’è la narrazione della politica, dell’economia, della giustizia, del mondo intero. Vediamo se saprà narrare anche la retata che ha portato all’arresto di un suo ex assessore, ora senatore, del suo caposcorta e di funzionari nominati dal suo governo. L’inchiesta, nella quale anche lui è stato indagato, riguarda una maxi truffa nel giro della sanità pubblica pugliese. Per la sinistra è un brutto colpo. Qui non si parla di questioni e di soldi privati, ma di malandrini e denari pubblici. Se Berlusconi deve essere processato per non aver selezionato eticamente gli ospiti delle sue serate, che si dovrebbe fare a Vendola che è stato, nella migliore delle ipotesi per lui, incapace di scegliersi gli uomini a cui affidare i soldi e la salute di una intera regione? Non lo vogliamo vedere alla sbarra ma - se proprio non si può mandarlo a casa - almeno che la pianti di fare il maestrino narratore che dà voti a tutti. Ovviamente, per lui varrà a prescindere la tesi che poteva non sapere (cosa non applicata a politici di centrodestra) che cosa stavano combinando i suoi uomini. Probabilmente era distratto dalle comparsate in tve da qualche ‘narrazione’ antiberlusconiana. Del resto, a sinistra, - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - cadono sempre dalle nuvole. Anche se poi, come dimostra il caso Unipol, che il Pd si stesse per fare una banca, Fassino e D’Alema l’avevano intuito al punto che già si preparavano a festeggiare (salvo poi negare tutto). Ora sarà interessante vedere se il Pd concederà l’autorizzazione all’arresto per il suo malcapitato senatore Tedesco. Se fosse coerente dovrebbe farlo, e anche con un certo entusiasmo. Ma siccome, dicono le malelingue, l’ex assessore è stato messo al Senato proprio per garantirgli l’immunità almeno dalle manette, prevedo che il voto sarà sfavorevole. Perché da quelle parti sono tutti bravi a stare con i magistrati, ma solo se nel mirino non ci sono loro. D’Alema insegna”. (red)

25. Riforma shock, “via l’azione penale obbligatoria”

Roma - “Temono Napolitano su intercettazioni e processo breve, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - ma dopo il Rubygate e le scoperte sulla ‘cella’ di Arcore che ha rivelato le 23 volte della ragazza marocchina dal Cavaliere, pensano a imporre un’autorizzazione anche solo per rilevare proprio una cella telefonica. Vogliono incassare soprattutto la mini prescrizione, una Cirielli bis, per chiudere i processi Mills e Mediaset, ma sfidano il Colle sulla riforma della giustizia. Da via Arenula trapela, per mano dell’agenzia Ansa, una bozza shock in cui scompare l’azione penale obbligatoria, il Guardasigilli diventa il capo del Csm dei pubblici ministeri, i procuratori generali e i dirigenti delle procure vengono eletti dal popolo (è la condizione posta da Bossi per licenziare il ddl costituzionale), i togati del Csm, ridotti a un terzo, vengono sorteggiati, i laici si allargano ai due terzi, il Consiglio non può né dare pareri sulle leggi, né fare documenti di indirizzo politico. Peggio di qualsiasi possibile previsione. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano smentisce ‘in via assoluta’ solo l’ipotesi di diventare capo di un Csm (in quello dei giudici resterebbe il presidente della Repubblica). Ma tace su tutto il resto. Il Quirinale, in tante occasioni, ha sempre raccomandato una riforma condivisa. Ma se realmente la via scelta dal governo fosse questa, non solo l’opposizione farà le barricate e i giudici faranno dure proteste, ma l’atteggiamento del Colle non potrà essere benevolo. Quali siano le reali intenzioni del governo si chiarirà martedì quando lo stesso Alfano presenterà i testi alla Consulta del Pdl per la giustizia in vista di un consiglio dei ministri che dovrebbe tenersi la prossima, o al più tardi la settimana seguente. Certo è che, in questi giorni, nel Pdl si stanno dando battaglia falchi e colombe, non solo sulla riforma costituzionale, ma anche su intercettazioni, processo breve, mini prescrizione. Proprio com’è successo ieri. Nella riunione, sugli ascolti, s’è scontrato chi, come Luigi Vitali, Manlio Contento, Domenico Benedetti Valentini, vuole tornare al primo, durissimo, testo Alfano, e chi, come l’avvocato del premier Niccolò Ghedini, raccomanda ‘realismo’. Ripartire da zero significherebbe non approdare a nulla. Meglio sfruttare l’ultimo ddl bloccato alla Camera. Ora toccherà al senatore Roberto Centaro, il relatore al Senato, fare il quadro di quello che si può e non si può più toccare. Anche se per certo saranno introdotte novità, come quella assai rilevante dell’obbligo per i pm di chiedere l’autorizzazione per rilevare una cella telefonica. Ma è il Quirinale – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - l’incubo del Pdl. E alla Consulta parlano diffusamente di appunti degli uffici tecnici del Colle che sarebbero nei soli cassetti di Alfano in cui si rileva l’anomalia del ddl intercettazioni per la stretta inaccettabile sulla libertà di stampa che confligge con l’articolo 21 della Costituzione che invece la tutela. Secondo gli uomini di Berlusconi ci sarebbero anche pesanti rilievi sul processo breve sui termini temporali del tutto irragionevoli e ristretti col rischio di far saltare i processi e provocare risarcimenti pesantissimi per via della legge Pinto. Un’osservazione fatta in commissione Giustizia anche nell’ultima sfilata dei procuratori generali. Il timore di una bocciatura del Quirinale spinge il Pdl a non inserire la mini prescrizione (un quarto in meno rispetto all’attuale) nello stesso processo breve. Sul quale comunque il Pdl sposa la linea ‘buonista’, toglie la norma transitoria e lo applica solo ai dibattimenti futuri. È in questo equilibrio precario dei rapporti con il Colle che si giocherà il futuro delle leggi sulla giustizia. Anche se i falchi – conclude Milella su LA REPUBBLICA - premono per una radicale e violenta resa dei conti con i giudici, di cui c’è evidente traccia nella riforma costituzionale ipotizzata negli uffici di via Arenula”. (red)

26. Napolitano: su Draghi no pregiudizi di nazionalità

Roma - “Giorgio Napolitano – riporta Antonella Rampino su LA STAMPA - assicura che no, con Angela Merkel ‘di Mario Draghi alla Banca centrale europea non se ne è parlato, non abbiamo discusso della questione che non solo non ci compete, ma soprattutto è prematura’. Il Presidente in visita ufficiale a Berlino auspica ‘che quando sarà il momento, verranno prese in considerazioni le qualificazioni dei candidati’. E quelle di Mario Draghi sono, ovviamente, di primissima qualità. C’è ovviamente l’appoggio del Capo dello Stato al governatore della Banca d’Italia, del quale non a caso in terra tedesca ricorda che ‘si tratta anche del presidente del Financial Stability Board’, incarico internazionalmente considerato un asset di primissimo piano proprio per accedere alla successione a Trichet ai vertici della Bce. Ma Napolitano aggiunge molto di più: ‘Il governatore Draghi è un uomo di grande competenza e rigore, e vogliamo che la discussione sia libera da pregiudizi favorevoli o sfavorevoli sulla base della nazionalità di provenienza del candidato’. Il presidente tedesco Wulff, che gli è accanto, annuisce, ‘la nazionalità non deve avere alcun ruolo’. E questo perché per stare solo a ieri, e per capire il clima che si respira in Germania, quando il deputato socialdemocratico Sigmar Gabriel al Bundestag ha dovuto accusare il liberale ministro della Difesa protagonista di uno scandalo con richiesta di dimissioni per aver copiato la propria tesi di laurea, ha urlato ‘Lei, signor ministro, è come Berlusconi’. Naturalmente, non è a questo che Napolitano si riferiva: la sua visita ufficiale in Germania è stata preceduta da un lungo articolo del Wall Street Journal , ampiamente ripreso dai media tedeschi, ‘La candidatura di Draghi non passa il test tedesco perché è italiano’. Secondo la bibbia americana della finanza mondiale – prosegue Rampino su LA STAMPA - Angela Merkel, sotto pressione in Germania per aver acconsentito al salvataggio di un Paese sull'orlo della bancarotta come la Grecia, mentre incombono le elezioni in molti Laender non può permettersi di affidare la gestione dell'euro alle mani di un italiano. Dopo la rinuncia del tedesco Axel Weber, il tabloid Bild aveva titolato ‘Chi si occuperà ora dell'Euro? Per favore non quest'italiano’, e questo perché ‘per gli italiani l'inflazione è come pomodoro sulla pasta’. Soprattutto, secondo il Wsj l'immagine dell'Italia ‘è precipitata a causa della sequenza di scandali sessuali e legali’ legati al presidente del Consiglio. Politicismi e razzismi a parte, nei circoli finanziari e tra i decision maker europei il nome di Draghi gode di alta considerazione: e questo lo riconosce anche il Wsj . La visita di Napolitano, poi, sembrava perfetta per dare sostegno alla candidatura di Draghi anche presso quei settori della politica tedesca, come il capogruppo socialdemocratico al Bundestag Frank-Walter Steinmeier, o il cristianodemocratico presidente della Baviera Horst Seehofer, con il quale l’incontro è poi saltato poiché la visita è stata accorciata di un giorno. E invece con la Merkel e con Wulff il tema è stato affrontato solo in modo informale. Al centro dei colloqui, dice Napolitano, ‘c’è stato il consolidamento dell'eurozona, il nuovo patto di stabilità per prevenire la crisi dell’euro, il patto per la competitività proposto da Francia e Germania’. Il rischio, a fonti presenti agli incontri è parso che la Germania, consapevole del valore di Draghi, possa chiedere all’Italia qualche sacrificio in più in quel patto per la stabilità del quale si discuterà a Bruxelles a fine marzo”. (red)

27. Ma la Merkel ha le mani legate

Roma - “Proprio pregiudizio, sì, non solo contro gli italiani, - scrive Stefano Lepri su LA STAMPA - anche contro altri europei, è quello che sta venendo a galla in modo potente in Germania in questi tempi, a proposito della gara per la banca centrale europea e non soltanto. Nell’ormai noto servizio del quotidiano popolare Bild di alcuni giorni fa, oltre a denigrare Mario Draghi perché italiano, si sfottevano con stereotipi vari i governatori delle banche centrali spagnola, portoghese e greca. Tutto questo nonostante il fatto che nessuno abbia mai pensato di candidarli alla poltrona di numero uno della Bce. Inoltre, si addossavano all’irlandese Patrick Honohan, fino al settembre 2009 professore universitario, le responsabilità del suo predecessore, per poi autolesionisticamente stroncare perfino il lussemburghese Yves Mersch, vicinissimo alle posizioni tedesche. Non si tratta solo degli eccessi di un giornale sempre pronto ad abbassarsi al livello dei peggiori dei suoi lettori. Anche in altri casi un problema di pregiudizio etnico cova. Uno dei più bravi dirigenti della Deutsche Bank, multinazionale del credito, è l’indiano Anshu Jain: molti in Germania pensano che la sua nazionalità ne precluda l’ascesa ad amministratore delegato (l’attuale, Josef Ackermann, è pure straniero, ma essendo svizzero di lingua tedesca va bene). A favore di Draghi, conta poco che personaggi autorevoli e informati della Germania, come Norbert Walter, uno degli economisti più noti, e il presidente della Banca europea per la ricostruzione Thomas Mirow, lo riconoscano come il candidato migliore. Angela Merkel continua a temere che gli elettori non capiscano. Alla volgarità nazionalista che erompe dal basso, d’altra parte, non fa freno che la classe dirigente tedesca si esenti da ogni colpa della crisi. Si attribuiscono la difficoltà dell’euro ai governi spendaccioni, cosa del tutto vera solo nel caso della Grecia, giustificata in parte per il Portogallo, mentre ciò che ha affondato l’Irlanda e messo in difficoltà la Spagna è il debito privato, e tra i prestatori incauti le banche tedesche erano in prima fila. Casomai vittimisticamente ci si lamenta, - prosegue Lepri su LA STAMPA - come fa il noto economista Hans-Werner Sinn, presidente dell’istituto Ifo di Monaco, che la perfida tentazione del boom immobiliare in Spagna o in Irlanda abbia sviato denaro tedesco utile a investimenti produttivi in patria. Il rifiuto della solidarietà europea si è purtroppo rafforzato negli ultimi giorni. Tutti e tre i gruppi parlamentari della maggioranza di centro destra, cristiano-democratici, cristiano-sociali e liberali, hanno presentato al Bundestag una mozione che, con il pretesto di ‘rafforzare’ la posizione negoziale del governo nei prossimi vertici europei, in realtà gli legherà le mani: tra l’altro, niente riacquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà da parte dell’ente europeo di soccorso. Si tratta forse anche qui di un autogol, dato che per ottenere regole più dure la Germania farebbe bene ad allearsi alla Bce, che pure le chiede, invece di contraddirla su quel punto essenziale e su altri. Ma tant’è, ‘sono gli elettori che ce lo chiedono’ dicono i deputati al lavoro sul testo. Secondo gli ottimisti, proprio un successo di Berlino sulle nuove regole per l’euro renderebbe possibile accettare un compromesso sulla presidenza della Bce. Una volta che si possa spiegare ai tedeschi che tutti i Paesi dovranno seguire regole alla tedesca, passerebbe anche un presidente italiano per la Bce. Ma che la Francia voglia davvero regole stringenti, è tutto da dimostrare. Questo è il motivo per cui a Parigi, dove il pregiudizio nazionale non è elegante e non attecchisce, - conclude Lepri su LA STAMPA - si continua a insistere invece sull’handicap che per Draghi costituirebbe i tre anni nella banca di investimento americana Goldman Sachs. Sarà una partita lunga”. (red)

28. La sinistra dei tre Roberto 

Roma - “Un acceso dibattito – scrive Antonio Polito sul CORRIERE DELLA SERA - sta divampando sul rapporto tra il berlusconismo e i tre Roberto. Intesi come Roberto Saviano, Roberto Benigni e Roberto Vecchioni. Il contenuto della discussione — in corso su numerosi giornali— è pressappoco il seguente: il successo dei monologhi televisivi di Roberto S, delle performance patriottiche di Roberto B, e della canzone sanremese di Roberto V, come tre indizi fanno una prova che il berlusconismo è agli sgoccioli, e che da qualche parte c’è del nuovo che avanza? Poiché l’ha innescata Barbara Spinelli, una delle coscienze più pensose dell’antiberlusconismo, una domanda così nazionalpopolare ha fatto sensazione. E provocato più di un sarcasmo da parte dei paladini del berlusconismo, i quali maliziosi ricordano che è meglio non scolpire nel marmo i nuovi versi di Roberto V, che della donna aveva già in passato più prosaicamente cantato ‘la gioia del suo culo e del suo cuore’ , e respinto infastidito più femministe ambizioni (‘prendila tu quella col cervello e col pisello, che si innamori di te quella che fa carriera’ ). Sul rapporto tra rima baciata e politica, parole definitive erano del resto già state pronunciate proprio da un altro cantautore: ‘Non mettetemi alle strette, sono solo canzonette’ (Edoardo Bennato). E a quelle consiglio di attenersi. Non ci trovo però niente di male nel fatto che ambienti colti, austeri e progressisti, i quali hanno spesso attribuito il disastro etico ed estetico dell’Italia al Grande fratello o alla Pupa e al secchione, riscoprano una lettura gramsciana dei fenomeni della cultura di massa, e li sdoganino come sintomi di movimenti profondi dell’opinione pubblica. Che insomma qualcuno dei suoi intellettuali qualche sera guardi Sanremo invece di leggere Kant non può che far bene alla sinistra. Ciò che merita una più attenta e prudente riflessione è invece la conseguenza ‘antropologica’ che se ne fa derivare, contrapponendo il televoto al voto, e costruendo così il mito di quel ‘Paese migliore’ così ricorrente negli slogan della sinistra, nell’intimo virtuoso e onesto come il ‘buon selvaggio’ di Rousseau, che solo per ragioni oscure, accidentali, o di imbonimento mediatico, si tiene Berlusconi rifiutandosi di votare per l’opposizione. Questa autoconsolatoria giustificazione della sconfitta culturale – prosegue Polito sul CORRIERE DELLA SERA - sicuramente subita in questo ventennio dalla sinistra italiana (e dai suoi intellettuali) sta ritornando in auge grazie alla pessima antropologia rivelata dalle notti di Arcore, e sicuramente non si può che solidarizzare con chi in quella antropologia non si riconosce. Ma di recente Romano Prodi, proprio sul Corriere, l’ha estesa anche alla politica estera, quando parlando dei suoi rapporti con Gheddafi ha vantato ‘una differenza antropologica tra me e Berlusconi’ . Senza contare l'abbondante materiale antropologico che negli anni ha avvolto la questione morale, e cioè l’accusa rivolta agli elettori berlusconiani di essere geneticamente insofferenti a regole e leggi: quelli che parcheggiano in seconda fila ed evadono le tasse. Ho l’impressione che così come negli anni l’intelligenza di sinistra ha sottovalutato gli elettori di Berlusconi, non comprendendo quanto di genuinamente politico ci fosse nella loro scelta di campo, non certo frutto di antropologico immoralismo, oggi il revival dei tre Roberto stia pericolosamente sopravvalutando i segni di rivolta morale, quasi evocando quella che sta travolgendo in Libia il presunto padre del bunga bunga e ha appena abbattuto in Egitto il presunto zio di Ruby. Voglio dire che chi ha votato Vecchioni sul telefonino può tranquillamente rivotare Berlusconi nell’urna. Che tra l’enorme successo di pubblico di Saviano e Benigni e il più modesto successo elettorale di Bersani e Vendola non c’è tutta quella contraddizione che sembrerebbe. La fine del berlusconismo potrà essere sancita solo dagli elettori, e gli elettori la sanciranno solo se avranno un’alternativa accettabile a disposizione. Nel valutarla, i tre Roberto non conteranno nulla. Per questo temo che la riscoperta da sinistra dell’audience finisca per portare solo altra acqua al mulino dell’antipolitica. In fin dei conti, - conclude Polito sul CORRIERE DELLA SERA - l’ultimo politico che è venuto dal successo televisivo è proprio il Cavaliere. Non sarà di Vecchioni che perirà Berlusconi”. (red)

29. I confini della volontà

Roma - “La Costituzione italiana – scrive Ernesto Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - garantisce, all’articolo 32, che ‘nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario’ . Chiunque insomma, nell’ambito della gestione della sua salute, è padrone di disporre come vuole del proprio corpo: di andare o no da un medico, di curarsi o non curarsi, di sottoporsi o no ad un’operazione, al limite anche di cessare di alimentarsi. Ciò vale se egli è in stato di coscienza, se è in grado d’intendere e di volere. Ma che accade se non lo è più? Se il grado avanzato di una malattia che lo ha colpito, o un incidente improvviso, lo rendono per l’appunto incapace d’intendere e di volere? La legge sotto esame in questi giorni alla Camera stabilisce che allora egli perda in sostanza il diritto surricordato e che alla sua volontà, prima così solennemente garantita, si sostituisca invece quella del medico. Il progetto di legge di cui stiamo parlando decreta questa perdita di diritto nel momento in cui stabilisce che sì, io posso affidare le mie volontà in materia di ‘attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari’ a una cosiddetta ‘dichiarazione anticipata di trattamento’ contenente perfino ‘la rinuncia ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamento sanitario in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale’ (dunque solo in questo caso?), e posso, sì, egualmente, nominare un ‘fiduciario’ che mi rappresenti quando non dovessi essere più cosciente. Stabilisce anche, però, che nel primo caso la mia dichiarazione non ha alcun valore vincolante ma solo un valore di ‘orientamento’ ; e stabilisce altresì, in un emendamento al testo iniziale, che anche nel secondo caso se sorge un contrasto tra il parere del mio ‘fiduciario’ e quello del medico è il parere di quest’ultimo che ha la meglio. La mia volontà, insomma, è solo un ‘orientamento’ , ma di fatto io sono nelle mani di ciò che decide il medico. Si aggiunga infine, per colmare la misura, che la validità già molto aleatoria della mia ‘dichiarazione’ è sospesa se mi trovo in condizioni di urgenza o d’imminente pericolo di vita. Cioè proprio nella circostanza — come ha fatto giustamente osservare il professor Possenti nel suo ottimo articolo di mercoledì sul Corriere — in cui la suddetta ‘dichiarazione’ dovrebbe valere di più. In verità a ogni persona di buon senso sfugge per quale ragione la legge, da che tutela in modo assoluto la mia volontà finché sono cosciente, non debba poi riconoscerle più alcun valore quando manifesto tale volontà ora per domani, cioè per quando non sarò più in grado di farlo a causa di un sopravvenuto stato d’incoscienza. Perché nel frattempo posso aver cambiato idea, è la risposta. Già, - prosegue Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - ma ci si rende conto che se questo modo di ragionare fosse fondato, allora non dovrebbe essere riconosciuta valida, per esempio, nessuna disposizione testamentaria che non fosse redatta e sottoscritta un istante prima di morire? Capisco che l’importanza dei beni materiali è ben diversa da quella della vita umana, ma la manifestazione di volontà è sempre la stessa. Se è valida in una materia non può che essere valida sempre. Non solo: ma proprio per una simile eventualità — perché può sempre sopraggiungere un imprevisto qualunque che quando ero cosciente non ero in grado di prevedere nelle mie disposizioni — proprio per questo, dicevo, io posso nominare un ‘tutore’ , una persona di mia fiducia che in caso di mia impossibilità decida per me. E invece, come ho già ricordato, anche questo la legge non permette. Ma anche qui: perché mai ciò che pensa e decide del mio destino un medico sconosciuto deve avere la meglio su ciò che invece pensa e decide una persona alla quale presumibilmente mi legavano rapporti intensi di conoscenza e di affetto (un congiunto, un coniuge, un amico, un compagno), e della quale mi sono comunque fidato al punto di consegnare la mia vita nelle sue mani? Stupisce davvero che proprio una visione del mondo che si vuole cristiana — qual è senz’altro quella di chi ha ispirato e redatto questa legge— abbia deciso di sottrarre la morte alla sua tragica e misteriosa umanità, alla sua natura di drammatica prova e compendio di una vita e dei suoi affetti, per consegnarla invece alla gelida presunta imparzialità dell’apparato sanitario, alla tecnicalità del sapere medico-scientifico. È in questo modo che si spera di contrastare l’arroganza culturale della tecno-scienza? Si dice che simili disposizioni di legge sarebbero state predisposte per evitare il ripetersi di un caso come quello di Eluana Englaro. Ma ciò che in quel caso apparve a molti (compreso il sottoscritto) ripugnante e inammissibile fu la pretesa da parte di un Tribunale, servendosi di indizi fragilissimi e di deduzioni capziose, di ricostruire la supposta volontà di quella povera ragazza e di autorizzarne, in base a ciò, la virtuale soppressione. Proprio perché in una tale materia la volontà personale deve essere considerata sacra, essa non può essere affidata alle illazioni di qualche magistrato. Si dice ancora che la legge in questione servirebbe a evitare il ricorso più o meno sotterraneo a pratiche eutanasiche. È un obiettivo che personalmente condivido in pieno. Ripeto, in pieno; ma non capisco che cosa c’entri: sarebbe come vietare la fabbricazione delle armi per impedire che qualcuno le usi per uccidersi. Comunque, - conclude Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - se questo è il problema mi pare che ci sia un mezzo facilissimo per risolverlo: si stabilisca per legge che nelle dichiarazioni della propria volontà in previsione di un sopravvenuto stato d’incoscienza sia permesso di indicare non già i trattamenti che si vorrebbero avere, bensì esclusivamente le pratiche e le cure mediche che non si vogliono avere. Fino a prova contraria è difficile considerare come eutanasia il semplice lasciarsi morire: o deve essere vietato anche questo?”. (red)

30. Scaglia libero dopo un anno

Roma - “La prima mossa che ha fatto Silvio Scaglia appena ricevuta la notizia della fine degli arresti domiciliari dopo 363 giorni – riporta il CORRIERE DELLA SERA - è stata quella di riappropriarsi della libertà di usare il cellulare per parlare con il suo staff (tra cui molti amici). Un lungo giro di telefonate apparso così strano a chi lo sentiva dopo un anno di silenzio forzato che qualcuno di loro ha pure esclamato: ‘Ma è sicuro che possiamo parlare al telefono?’ . Contattato, sereno ma provato, l’ex amministratore delegato di Fastweb ha solo sintetizzato così l’uscita dalla situazione ‘kafkiana’ (il copyright è della moglie Monica Aschei): ‘Ho un anno da recuperare sia dal punto di vista professionale che nei confronti della mia famiglia. Per questo penso al più presto di far rientro nella mia casa a Londra’ . Il manager è imputato ne l processo del Tribunale di Roma su un maxi riciclaggio di due miliardi e ieri la I sezione penale lo ha rimesso in libertà su istanza presentata dai propri legali: sono finiti così gli arresti domiciliari in Val d’Aosta cominciati dal 17 maggio scorso. Scaglia in realtà era già a Roma dall’altro ieri. In questo anno aveva seguito infatti da vicino il processo beneficiando dei permessi per Roma concessi a questo fine. E nella Capitale è rimasto riprendendo le fila del lavoro lasciato un anno prima nella sua ultima creatura, Babelgum una ipTv con sede a Londra. Agli amici ha parlato soprattutto della ‘dura esperienza in carcere’ e della voglia, di ‘fare qualcosa per chi è dentro’ . Insomma, sta rielaborando il lutto. Anche perché in questo anno la moglie si è divisa tra lui e i tre figli che studiano a Londra e questo lo ha costretto spesso alla solitudine nei week end. Persone che lo hanno sentito hanno fatto sapere che, in ogni caso, non si è pentito di essere rientrato in Italia per affrontare le accuse. Motivando la loro decisione i giudici scrivono che è da ‘escludere la sussistenza di un pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di recidiva specifica’ . Nelle due pagine del documento, - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - i giudici affermano che ‘il tempo decorso dall’applicazione dell’attuale misura cautelare, l’assenza di qualsivoglia violazione da parte del prevenuto delle prescrizioni impostegli, le avvenute dimissioni in data 16 marzo 2010 da ogni carica nella società Fastweb, sono tutti elementi che valutati nella loro coralità inducono a ritenere scemate le esigenze cautelari poste alla base dell’applicata misura, anche con riferimento al ruolo rivestito dal prevenuto nella vicenda processuale, sulla scorta della prospettazione accusatoria’ . Ma intanto c’è sempre da seguire il processo che lo vede imputato. ‘Vivo da anni all’estero — ha commentato a caldo ieri — e appena saputo del mandato di cattura sono rientrato immediatamente in Italia a disposizione dell’autorità giudiziaria consapevole di dover passare in carcere il tempo necessario per chiarire la mia estraneità a ogni illecito. Non mi sarei mai aspettato un percorso così drammatico’ . Il manager ha anche ringraziato la famiglia e ‘tutti coloro che hanno continuato a credere’ in lui e ‘mi hanno sostenuto in questo tremendo periodo della mia vita’ . Un riferimento a chi, da Vittorio Colao a Pierluigi Celli, era intervenuto nel blog nato lo scorso maggio sul web in difesa del manager. Il procedimento, con rito immediato, è cominciato il 2 novembre scorso e vede imputate 26 persone tra cui l’imprenditore Gennaro Mokbel e l’ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli. La procura – conclude il CORRIERE DELLA SERA - contesta agli imputati, a seconda delle posizioni, i reati di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio, l’intestazione fittizia di beni, l’evasione fiscale, il reinvestimento di proventi illeciti e delitti contro la pubblica amministrazione”. (red)

Chi corrompe, chi “denuncia”, chi chiacchiera

Mediterraneo a rischio: ma la Ue investe