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Frattini si sveglia. Per un attimo

Sorprendente dichiarazione del ministro degli Esteri, che afferma il diritto dei popoli in rivolta a scegliersi da soli il proprio modello di società e di Stato. Peccato che se ne accorga solo ora, e che continui a sorvolare sui casi di Iraq e Afganistan 

di Marco Milioni

«L’Europa non deve esportare la democrazia... non dobbiamo dire: questo è il nostro modello europeo, prendetelo. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo». Chi sta parlando? L'ottimo professor Franco Cardini? L'esperto di relazioni internazionali Giulietto Chiesa? Si tratta magari di una analisi a caldo del professor Marco Tarchi o del professor Luciano Canfora? Magari sta comiziando qualche “no global” della prima ora? No. Chi parla è il ministro degli esteri italiano Franco Frattini. La sua posizione è riportata papale papale sui principali quotidiani del Paese. Il tema non può che essere quello degli scontri durissimi tuttora in corso in Libia e più genericamente quello delle recenti vicende nordafricane.

Chapeau, verrebbe da dire. Il principio di non ingerenza viene raramente preso in considerazione dai politici, solitamente proni ad interessi economici assai pervasivi. Ma basta puntare il dito pochi decimetri più ad est del planisfero per ricordare a noi stessi, nonché al ministro, che la condotta che lui depreca, la stiamo portando avanti in Afghanistan con una durezza inversamente proporzionale ai risultati militari raggiunti. Che c'è quindi sotto le parole vellutate del numero uno della Farnesina? Qualche accordo miliardario con Tripoli? O una profonda e improvvisa capacità di rileggere la storia contemporanea?

Ma tornando un pochino più a ovest, sempre sul planisfero, il ministro troverà un altro grande Paese, l'Iraq, nel quale l'Italia ha fatto, o forse sta facendo, le stesse cose dell'Afghanistan. Il tutto vale ovviamente sia per i governi di centrodestra che per quelli di centrosinistra. I politici di quest'ultimo schieramento, pur non toppando mediaticamente come Frattini, hanno comunque concesso le basi italiane per i bombardamenti sui Balcani senza l'ok dell'Onu (premier Massimo D'Alema). E l'ok alla Ederle bis di Vicenza col famoso editto rumeno (premier Romano Prodi).

Ironia della sorte il 26 ottobre 2006, data in cui il Consiglio comunale di Vicenza approvava un documento d'indirizzo nel quale si diceva sostanzialmente sì alla nuova base Usa, si veniva a sapere che la Nato, «a causa di un errore», aveva fatto fuori una sessantina di civili durante un raid aereo, sempre nella campagna d'Afghanistan. Tant'è che la storia non smette mai d'essere beffarda. Quel 26 ottobre a Vicenza si condizionò il sì al Dal Molin (favorevoli Udc, An, Fi e Lega; contrario il centrosinistra il cui governo amico aveva invece detto sì alla base) al fatto che gli Usa o il governo italiano si accollassero alcune opere accessorie: tra queste il completamento della tangenziale della città del Palladio.

Qualche giorno fa il leghista “Titti” Schneck, presidente della provincia berica, ha ammesso che la tangenziale non sarà pagata dallo «Zio Sam», né tantomeno dal governo di Silvio Berlusconi, ma sarà pagata aumentando il ticket sull'autostrada Brescia-Padova. Una spa a maggioranza pubblica nella quale proprio Schneck è il presidente del consiglio d'amministrazione.

Certo che vista dall'Italia l'ipocrisia ha anche un suo volto comico-grottesco. Chissà quindi se non sia il caso di dar fede alle parole del saggista Edward Luttwak, il quale reputa che «un leader... ha il dovere dell’ipocrisia» poiché questa «è il tributo che il peccato deve dare alla virtù». Effettivamente ammantare l'ipocrisia di serietà la rende appunto, più seria. E forse ancor più credibile. Quindi se l'ipocrisia vista da destra è doverosa, vista da sinistra sarà per caso decorosa? 

Marco Milioni

 

 

 

 

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