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Secondo i quotidiani del 28/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Yara ha cercato di difendersi”. In taglio alto: “ ‘Ecco il mio Cile riconciliato’ ”. Editoriale di Piero Ostellino: “Idee diverse di democrazia”. Di spalla: “L’uomo con la balestra che nessuno ha fermato”. Al centro: “La rivolta accerchia Gheddafi: un governo nelle zone liberate”, “I troppi stereotipi non aiutano la scuola” e “Fassino argine del Pd alle primarie”. In taglio basso: “I giovani-cerniera tra l’Europa e i Paesi del Mediterraneo” e “L’Inter vince e aspetta il Milan”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “L’Onu: processate Gheddafi”. E a sinistra: “Scuola pubblica bufera sul premier. Il Pd: in piazza”. Editoriale di Nadia Urbinati: “Il Cavaliere pronto a tutto per l’appoggio della Chiesa”. Di spalla: “La giustizia del mondo” e “La carovana dei tiranni”. Al centro foto-notizia: “Yara cercò difendersi, 6 coltellate sul corpo” e “Il fattore coalizione che stana gli astenuti”. In taglio basso: “Torino, primarie record. Un trionfo per Fassino” e “L’età del social shopping, in gruppo si paga meno”. 

LA STAMPA – In apertura: “Libia, migliaia di profughi verso i confini” e in taglio alto: “A Torino le primarie premiano Fassino”, con il commento di Luigi La Spina: “L’esperienza vince se il futuro è incerto”. Editoriale di Bill Emmott: “Nella Ue le nuove democrazie”. Di spalla: “Scuola, bufera sul premier: ‘Travisate le mie parole’ ”. Al centro: “Yara uccisa con 6 coltellate”. A fondo pagina: “Le madri badanti in Italia, i figli ‘orfani’ in patria”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Crisi libica: caos o rinascita?”. Editoriale di Andrea Ichino: “Chi ha paura di dare un voto ai professori”. Al centro la foto-notizia: “Mansioni ricercate. Disoccupazione ancora ai massimi ma l’industria mostra una lieve inversione del trend”. Di spalla: “Un registro ci segnala le strade delle multe”. In taglio basso: “Per i sindaci Iva al buio” e “Struttura patrimoniale ancora inadeguata per il 40 per cento delle aziende”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “‘Yara uccisa a coltellate’ ”. Editoriale: “Garanzie in cambio di rigore fiscale”. Al centro foto-notizia: “Roma ancora rimontata. Lazio, un autogol la beffa” e “Libia, un governo anti-Gheddafi”. In un box: “”. In taglio basso: “Torino, Fassino vince le primarie” e “Stupro a Roma, rilasciato un somalo”. 

IL GIORNALE - In apertura: “La Boccassini è in bolletta”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “I furbetti Romiti e Della Valle”. Al centro: “Se la scuola pubblica è il paradiso dell’ideologia” e “Che beffa vedere la Cina fare la morale a Gheddafi”. Di spalla: “Comici e cantanti non salveranno la sinistra in rotta”. A fondo pagina: “Yara, giù le mani dai volontari bergamaschi”. 

IL TEMPO – In apertura: “Foglio di via per Gheddafi”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Cosa ci aspetta dopo Gheddafi?”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “Servono gli stati generali dell’economia. Datevi da fare”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “La scuola è per tutti”. A fondo pagina: “Boom primarie a Torino. Fassino ha vinto”. (red)

2. Yara uccisa subito dopo scomparsa. Cercò di difendersi

Roma - “Un ciuffo d’erba stretto in una mano – riporta Claudio Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - come disperato tentativo di difendersi e di aggrapparsi alla vita. Spezza il cuore il pensiero che l’ultimo gesto di Yara Gambirasio sia stato proprio quello e sono esattamente dei fili d’erba che gli investigatori hanno trovato nel piccolo pugno della ragazza scoperta senza vita dopo tre mesi di mistero nello spiazzo di Chignolo d’Isola. Ventiquattro ore dopo la svolta nel mistero della ginnasta di Brembate Sopra, si può disegnare l’estremo scampolo di vita della ragazzina in base ai pochi elementi certi racimolati in tre mesi d’indagini. Potendo già ipotizzare una trama sintetica: Yara è morta per aver resistito a un’aggressione, probabilmente di natura sessuale, uccisa a coltellate poche ore se non pochi minuti dopo la sua uscita dalla palestra di Brembate quasi certamente nelle vicinanze del campo di via dei Bedeschi dove sabato è stata rinvenuta. Mettiamoli assieme, dunque, i fragili elementi sul taccuino delle indagini. Yara esce dalla palestra di via Locatelli a Brembate poco dopo le 18.30 di venerdì 26 novembre: ha tempo di scambiarsi un sms con l’amica Martina, alla quale dà appuntamento per una gara di ginnastica la domenica. Poi il copione della breve vita di Yara deraglia: il suo telefonino aggancia l’antenna di Mapello, il paese accanto a Brembate ma fuori strada rispetto al percorso abituale verso casa Gambirasio. E verso Mapello si indirizzeranno i cani cercapersona incaricati di trovare Yara. Brembate, Mapello, Chignolo sono quasi allineati sulla carta geografica, racchiusi in 9 chilometri di strada. Alle 19 di quella sera Maura Gambirasio chiama la figlia sul telefonino ma l’apparecchio è muto; infatti accanto al cadavere della ragazzina c’erano la batteria e la sim card del telefonino, non il resto dell’apparecchio. Ed eccoci – prosegue Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - a un primo punto fermo del giallo: l’aggressione avviene poco lontano dalla palestra, l’assassino si dirige verso Mapello ma si preoccupa subito di non rendere rintracciabile il percorso della vittima, dividendo in pezzi il cellulare. Un particolare da brivido, perché significa che l’agguato era stato studiato. Il passo successivo ci porta già a Chignolo: sabato lo scheletro della tredicenne appariva integro ma i tessuti quasi completamente sfaldati; i vestiti però erano tutti al loro posto, persino l’elastico rosso tra i capelli. Per gli inquirenti quei resti non erano trasportabili, a meno di ridurli in pezzi. Viene perciò meno l’ipotesi che il cadavere sia stato portato a Chignolo in tempi recenti: vi è arrivato con ogni probabilità già la sera del 26 novembre. E dunque Yara ha resistito in un primo tempo a una violenza (lo dice la ferita sul polso) ma questo ha fatto scattare la furia dell’omicida che ha infierito con fendenti al torace, alla schiena e alla gola. A Yara sono rimaste solo le forze per strappare qualche filo d’erba, quelli che le hanno ritrovato nella manina. Dal momento dell’abbordaggio fuori dalla palestra di Brembate può essere trascorsa meno di un’ora. C’è da riflettere poi sulla scelta di arrivare nella radura di via Bedeschi: in quanti sapevano che quegli sterpi fitti e alti fino a un metro e mezzo sarebbero stati un riparo ideale sia per un’aggressione che per celare un cadavere? Solo qualcuno che conosce la zona, così come conosceva le abitudini di Yara: ecco perché si rafforza l’ipotesi del ‘mostro’ che si aggira a Brembate o nei paesi immediatamente confinanti. Tutta questa ricostruzione ha un solo punto debole: le testimonianze, emerse anche ieri, in base alle quali il campo di via Bedeschi era stato perlustrato dai volontari in cerca di Yara. ‘Ci siamo stati di sicuro il 12 dicembre, alla battuta parteciparono 50 persone’ , conferma Ennio Bonetti responsabile dei volontari di Filago; e forse dieci giorni fa ci è tornata una squadra di Madone. Pare incredibile che nessuno si sia accordo della presenza del cadavere, ma gli elementi medico legali non lasciano spazio a molti dubbi. Restano poi due domande cruciali, a cui potrà dare risposta (forse) solo l’autopsia: la ragazzina ha subito anche degli abusi sessuali? Sul corpo ci sono tracce del dna dell’assassino? Nella tragedia della famiglia Gambirasio, - conclude Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - toccherà dare risposta anche a queste orribili domande”. (red)

3. Bengasi, il “Consiglio nazionale” arruola volontari

Roma - “L’annuncio – riporta Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - arriva dopo infiniti tira e molla, nel caos del vento rivoluzionario: da ieri pomeriggio la ‘nuova Libia liberata’ ha un governo provvisorio. L’hanno formato i Comitati rivoluzionari creati a Bengasi durante la rivolta dal 15 al 21 febbraio. I media locali lo chiamano ‘Consiglio nazionale transitorio’ , composto da 15 tra i leader più importanti, almeno 5 donne, in grande maggioranza avvocati e giudici. ‘Siamo civili. Vogliamo finalmente un governo dove i militari obbediscono ai politici, come da voi in Occidente’ , spiegano con foga i portavoce. Per il momento lo guida Mustafa Abdel Jalil, ex ministro della Giustizia del governo di Tripoli che solo da poco ha lasciato il fronte pro Gheddafi. Ma il suo ruolo resta controverso. In serata erano in tanti a Bengasi a volerne le dimissioni e comunque a diminuirne il peso. Questi ha però già annunciato l’intenzione di lavorare per ‘organizzare le elezioni entro tre mesi’ . Un obiettivo certamente ambizioso, visto lo stato di estrema confusione in cui versa il Paese. La stessa catena di comando nell’esercito è farraginosa, fondata su di una stretta cerchia di alti ufficiali fedelissimi al raìs e comunque controllati a vista per scoraggiare golpe e attentati. Il sistema di rapporti personali con i vari capi tribali, creato dal dittatore in quattro decenni proprio al fine di impedire la crescita di forti centri di potere alternativi, rende difficile la creazione in poco tempo di un’organizzazione di governo fondata su basi diverse. Dopo l’euforia della liberazione, sono ora i nuovi dirigenti a rendersi conto dell’importanza dell’organizzazione militare. I soldati di Gheddafi sono ancora attestati a circa 400 chilometri a ovest di Bengasi. Non c’è un vero confine. Nel palazzone vicino al Tribunale dove è la sede del Consiglio – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - si sono insediati i responsabili delle nuove forze di sicurezza. Al piano terra è situato l’ufficio di reclutamento per i volontari che vogliono unirsi alla battaglia per Tripoli. Due giovani in uniforme raccolgono i nomi: su un quadernone a quadretti annotano carta d’identità e numero telefonico. ‘Ne abbiamo raccolti 10.000. I primi volontari sono già partiti’ , dice Ahmad, sottotenente. Le informazioni sono confuse. Ma sembra che due giorni fa 180 volontari avessero raggiunto la periferia della capitale per aggiungersi alla guerriglia. Assiepati su camioncini e gipponi civili percorrono i 400 chilometri sulla strada costiera, quindi, prima dell’aeroporto di Ras Lanuf in prossimità dei terminali petroliferi, svoltano verso il cuore del deserto per evitare le milizie di Gheddafi attestate attorno al Golfo della Sirte. Qui viaggiano su piste di sabbia e terra battuta. Devono dribblare le brigate delle tribù beduine ancora alleate al regime attorno alla città di Sabha, per poi tornare verso la costa tra Misurata e Tripoli. Sono più di 1.600 chilometri: di cui oltre la metà in zone pericolose. Ieri sembra che 85 volontari fossero spariti. Non è chiaro se feriti, catturati o uccisi, oppure ancora in viaggio. Pare che almeno cinque jeep cariche di armi e munizioni siano giunte indenni a destinazione. Le ultime notizie della liberazione di Misurata, se confermate, limitano l’enclave pericolosa della Sirte e facilitano il tragitto verso la capitale. A Bengasi uno dei compiti dell’autorità provvisoria è impedire le vendette. Unica via: fondare un sistema giudiziario autorevole in grado di processare gli aguzzini di ieri. È una missione delicata, si muove sul terreno ambiguo dei partigiani dell’ultima ora: difficile distinguere tra volontari e profittatori, eroi e traditori. È il caso per esempio del generale Abdel Fattah Yunis, comandante per la regione di Bengasi delle ‘Saiqa’ , le unità speciali. Sino al 20 febbraio il suo atteggiamento è stato per lo meno ambiguo, se non nettamente schierato con Gheddafi. Ha lasciato che le milizie di mercenari africani massacrassero i rivoltosi, poi, quando il numero di soldati che si univano alla sommossa è cresciuto, ha lasciato che Abdallah Saniussi (l’organizzatore della repressione) fuggisse a Tripoli. Allora e solo allora ha ordinato che i suoi uomini cacciassero gli ultimi mercenari. In un primo tempo è stato accolto da eroe. Ma rapidamente sono cresciute le critiche, i sospetti. La sua villa è stata data alle fiamme, assieme a quelle di un’altra decina di ex fedelissimi di Gheddafi. Tra loro anche quella di Huda Ben Amer, la governatrice di Bengasi, tristemente nota per aver tirato per le gambe gli studenti impiccati negli anni Ottanta perché contestavano il regime. Ora Fattah Yunis è nascosto a Bengasi sotto la protezione del governo transitorio. La Ben Amer con una decina di altri ricercati – conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - sembra invece sia riuscita a fuggire a Tripoli”. (red)

4. Tra i ribelli alle porte di Tripoli

Roma - “Ti vengono incontro – riporta Fabrizio Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - con le foto dei loro morti in battaglia, ne scandiscono i nomi con solennità: ‘Si chiamavano Alrazaq Nusser, Asslam Kashood, Haytem Kader — piange un ragazzo —. Erano amici miei, prendete appunti. Non erano terroristi. Voglio che i loro nomi siano ricordati per sempre’ . Spoon River Zawiya, nel cuore della sommossa. I giovani ribelli al nono giorno di occupazione hanno appena sepolto quei poveri resti nel grande giardino della piazza principale, all’ombra di un bandierone nero rosso e verde della monarchia. Ma hanno già scavato le fosse anche per sé. ‘Siamo pronti a morire — spiega il ragazzo con le foto in mano —. Questo e altro per la libertà’ . Zawiya ad arrivarci fa paura, 45 chilometri a ovest di Tripoli, sull’autostrada ci sono i check-point del governo, carrarmati e autoblindo con i cannoncini della contraerea installati, filo spinato, soldati nervosi, solo qualche negozio aperto ai lati della strada e uomini seduti ai tavolini dei bar che guardano la scena con aria interrogativa. L’ultimo avamposto dell’esercito regolare si trova a circa cinque chilometri dal centro cittadino. Da laggiù arriva un taxi, è vuoto, a bordo c’è solo l’autista, che vede le telecamere, ma soprattutto vede le divise dei militari, si ferma e dice: ‘No, è tutto calmo, la città è sicura’ . Proprio ciò che il raìs dice in un’intervista alla tv serba: ‘La Libia è completamente calma, non ci sono disordini. Prometto che rimarrò nel mio Paese’ . C’è ‘un piccolo gruppo’ di oppositori, ma ‘è accerchiato’ sostiene il Colonnello, che definisce ‘senza valore’ le sanzioni decise dall’Onu. Calma? Basta arrivare all’inizio di corso Nasser per cominciare ad avere paura. Ti accoglie un tuono di mitragliatrice pesante, poi raffiche di kalashnikov in aria. È il benvenuto dei ribelli di Zawiya. Imbracciano i fucili come fossero figli loro, li accarezzano quasi con amore. La strada è chiusa, bisogna superare prima delle barricate, c’è un’escavatrice gigante che blocca da sola metà della carreggiata, eppoi tronchi di palma, lampioni divelti, grosse ruote di carro. Il monumento di pietra dedicato alle tavole del Libro Verde è stato fatto a pezzi da qualcuno. Ci sono anche libri in arabo stracciati per terra, probabilmente altri brandelli dell’opera omnia del Colonnello. Eppoi – prosegue Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - edifici bruciati, muri sforacchiati dalle pallottole, vetri infranti e cecchini sui tetti, ‘perché Gheddafi ci può colpire da un momento all’altro, bisogna vigilare, la notte i suoi miliziani tentano di infilarsi dalla strada di Gordabiy ma noi là li aspettiamo’ , avverte un uomo che dice di chiamarsi Abdallah. ‘We need only justice — dice Abdallah parlando un po’ d’inglese— noi vogliamo solo giustizia. E vogliamo perciò che Gheddafi se ne vada, anche se adesso abbiamo paura, perché lui is crazy, lui può buttarci addosso anche una nuclear bomb...’ . C’è un carrarmato al centro della piazza conquistata dai ribelli. Piazza ribattezzata ora ‘Free Garden’ , del Libero Giardino. Loro dicono di aver ricevuto il carrarmato in dono da ufficiali dell’esercito che si sono ammutinati, insieme a tutte le altre armi di cui sono dotati: fucili, mitragliatrici, Rpg e intere casse di proiettili sovietici. I carrarmati a loro disposizione sarebbero addirittura una quindicina. Da Tripoli, però, la versione governativa è diversa: i tank e le altre armi sarebbero bottini di guerra, beni sottratti all’esercito al termine degli scontri di giovedì da quelli che il regime ritiene solo fanatici integralisti sobillati da Al Qaeda. Per questo i ribelli hanno accettato di ricevere la colonna dei giornalisti. Per spiegare le loro ragioni: ‘Non siamo terroristi— dice Emad, 37 anni, ingegnere, che appare come uno dei capi della rivolta —. Siamo gente semplice, che studia o lavora. E guardate le nostre facce, vi sembriamo forse drogati? Oppure ubriachi, come dice Gheddafi? Noi non prendiamo tablets (droga, ndr), noi lavoriamo e studiamo. E siamo libici, non talebani. Perciò non vogliamo nemmeno ammazzare la nostra gente. Chiediamo semplicemente libertà’ . Si alzano cori e colpi di fucile. Saranno cinquemila in piazza, forse di più, niente donne (‘Le abbiamo mandate al sicuro, fuori città’ , spiegano). Dicono di essere circondati, stretti nella morsa tra Tripoli e il vicino sobborgo di Srman dove sarebbero acquattate le brigate al soldo del Colonnello. Dicono che non hanno avuto pietà, quei miscredenti, nemmeno per la moschea, l’altra notte. E indicano i buchi di mitra sulla volta. Ma loro intanto hanno fatto anche due prigionieri, due soldatini pesti e terrorizzati rinchiusi in uno stanzino, che però giurano saranno liberati presto. Due ragazzi con i kalashnikov sono studenti: Ahmad Hasin, 24 anni, e Mohad Alaman di 25. Sono convinti che la rivolta dilagherà. ‘Anche a Tripoli c’è tanta gente scontenta e prima o poi si deciderà a uscire allo scoperto’ . È così – conclude Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - che si vive o si muore oggi in Libia, sospesi in un limbo, aspettando la pace o la rivoluzione”. (red)

5. Il muro crolla anche a Ovest: “Qui sogniamo l’America”

Roma - “Anche i doganieri più fedeli, - riporta Giuseppe Sarcina sul CORRIERE DELL SERA - cresciuti all’ingrasso con le mazzette dei contrabbandieri, hanno abbandonato il padrone di Tripoli. Ieri, a mezzogiorno, la polizia libica della frontiera occidentale aveva già mollato timbri e tampone, lasciando incustodito il confine con la Tunisia. A Ras Jedir, però, gruppi armati gheddafiani controllavano ancora qualche spezzone sulla direttrice per Tripoli. A Dehiba, invece, 120 chilometri più a sud, ormai alle porte del Sahara, i tunisini sono rimasti guardiani imbarazzati e un po’ impacciati della doppia barriera. Qui c’è un varco e da qui, dopo un lungo negoziato, si può entrare nel territorio ormai libero, rimediando un passaggio su un pick-up Toyota, carico di pomodori, pasta, cipolline verdi e quattro sacchi di baguette consegnati dai generosi volontari tunisini a due giovani ‘rivoluzionari’ , Essa Moussa, 25 anni, studi da contabile e professione trafficante di benzina, accompagnato dal taciturno cugino Mohammed Essa, 29 anni. Sessanta chilometri fino a Nalut, cittadina di 25 mila abitanti, attraversando un paesaggio di montagne sabbiose e qualche palma, dove ancora sopravvivono i ruderi delle case costruite settanta-ottanta anni fa dai coloni italiani. Ieri Gheddafi ha perso, irrimediabilmente, anche il fianco sud-occidentale del suo fortino sempre più pericolante. Lo si capisce dai modi rilassati e scherzosi con cui i ribelli si avvicinano al convoglio di aiuti. In piedi sui pianali dei van sorridono e salutano mostrando vecchie carabine Steyr o Kalashnikov un po' malandati. Nella ridotta della dogana è andato in scena l’ultimo velleitario tentativo di riconquistare un territorio caduto nelle mani della popolazione già il 19 febbraio scorso, subito dopo l’insurrezione di Bengasi. Niente scontri violenti. Tutti i libici incontrati lungo la strada, a cominciare dagli uomini armati, riferiscono che non ci sono stati morti. Da queste parti, - prosegue Sarcina sul CORRIERE DELL SERA - nella terra della tribù Amazir, il Colonnello non ha mai riscosso simpatie. E il raìs, originario della nordica Sirte, ha ricambiato con gli interessi, dirottando solo una minima quota della rendita petrolifera e concedendo qualche attenzione soltanto ai poliziotti e ai doganieri. L’esercito lealista si è squagliato in poche ore, praticamente senza sparare un colpo e lasciando incustoditi pezzi di artiglieria come la mitragliatrice a nastro che vigila sulla deviazione che porta a Tripoli. Quello che conta, ora, è il domani. Certo i 265 chilometri che risalgono lentamente verso la capitale sono ancora infestati da bande di militari sbandati e da predoni ‘professionisti’ . Nalut ha già archiviato Gheddafi. I tre monumenti di pietra al Libro Verde, collocati nei rondò lungo la via principale d’accesso, sono andati in frantumi. Le facciate degli edifici, che fino a 10 giorni fa ospitavano il comando di polizia e la direzione politica della Jamahiriya, sono state bruciate. Quasi tutti i negozi sono chiusi, a parte qualche bar. Però proprio di fronte ai ruderi della magnifica città antica, nello spiazzo marrone che qui chiamano stadio, i ragazzi giocano a pallone. Lungo i marciapiedi le giovani donne, tutte velate, passeggiano a gruppi, tenendosi a braccetto. Una normale giornata quotidiana. Ma questo angolo di deserto, di ‘Libia profonda’ come direbbero i sociologi, che cosa può raccontare sul futuro del Paese? Nel quartier generale del comitato rivoluzionario, insediato negli uffici dei famigerati servizi segreti militari, sette otto uomini avvolti nel ‘farmala’ , il tradizionale mantello bianco, sorseggiano tè verde. È il governo provvisorio di una città musulmana senza discussioni, per costumi, mentalità e paesaggio urbano (23 moschee, più o meno una per mille abitanti). E le donne a casa, anche se c’è la rivoluzione. Eppure uno dei ‘saggi’ della giunta provvisoria, l’avvocato Shaban Abustta, 47 anni, parla come un politico occidentale (dei migliori): ‘Noi tutti qui condividiamo l’obiettivo dei rivoluzionari del Paese. Vogliamo costruire una Libia libera e democratica, con i partiti, i sindacati, la stampa indipendente e la possibilità per ognuno di praticare senza problemi la propria religione’ . E, a differenza del leader del partito islamico della vicina Tunisia, Rachid Gannouchi, il modello non è la Turchia. L’avvocato Abustta, i professori, gli ufficiali in pensione che guidano la Nanut liberata, rilanciano al massimo livello: ‘Il nostro riferimento è l’America. Perché non possiamo costruire anche noi una democrazia come quella degli Stati Uniti?’ . Le ragioni sarebbero centomila. Però lo spettacolare entusiasmo dei giovani può riservare ancora tante sorprese, in tutto il mondo arabo. D’accordo, Issa fa il contrabbandiere per sopravvivere. Ma rispetto a suo padre, morto per una delle follie del Colonnello, ‘la guerra delle Toyota’ del 1987 con il Chad, è un libico antropologicamente diverso. Litiga con l’inglese, ma smanetta su computer e telefonino come un qualsiasi coetaneo europeo (anche se qui il collegamento alla Rete è arrivato solo nel 2004). L’amico Said Nalut ha viaggiato. Canticchia per scherzo Toto Cutugno e, nello stesso tempo, polemizza con l’Italia perché Berlusconi ‘non doveva baciare la mano al criminale Gheddafi’ . Tutto sempre con il sorriso. L’ultima sosta – conclude Sarcina sul CORRIERE DELL SERA - è su una piazzuola su cui sta tramontando il sole enorme del deserto. Said solleva un masso e torna con un manifesto piegato. ‘Un regalo: è la foto di Gheddafi in visita a Nanut. Nei giorni della rivoluzione lo abbiamo usato come zerbino, ma ora non ci serve più neanche per quello’”. (red)

6. Proposta di Frattini: missione Onu con truppe africane

Roma - “Dopo che le rivolte in Libia lo hanno portato più tardi degli alleati a giudicare inaccettabile la repressione ordinata da Muammar el Gheddafi, - scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - il governo italiano attraverso un altro ministro ha continuato a definire non operativo il Trattato di amicizia italo libica, firmato da Silvio Berlusconi e dal Colonnello nel 2008 e ratificato con legge dal Parlamento nel 2009. La tesi era stata sostenuta sabato in televisione dal titolare della Difesa Ignazio La Russa. Ieri è stato quello degli Esteri Franco Frattini a parlare in tv di una sospensione ‘de facto’ dell’accordo, un testo in base al quale l’Italia ha stabilito di finanziare la Jamahiriya con cinque miliardi di dollari in vent’anni, ciascun Paese si è impegnato alla non ‘ingerenza’ negli affari interni dell’altro e l’Italia a non permettere ‘l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia’ . Frattini ha ribadito la tesi dell’inoperatività perché oggi a Ginevra partecipa al Consiglio dei diritti umani dell’Onu e ha in programma di incontrare l’americana Hillary Clinton, segretario di Stato del principale Paese alleato favorevole a un ritiro di Gheddafi. Agli Usa l’Italia ha dato l’autorizzazione a usare per suoi aerei la base di Sigonella. A scopi ‘esclusivamente umanitari’ , aveva puntualizzato La Russa. Ma mentre si ipotizzano per la Libia forze o azioni multinazionali il Trattato può risultare un ingombro per tipi di concessioni diversi delle basi, benché superabile con nuove risoluzioni dell’Onu oltre a quella che ieri ha stabilito il congelamento dei beni del ‘Leader’ e di 15 del suo clan, il divieto di ingresso dei 16 negli Stati membri e il deferimento di Gheddafi alla Corte penale internazionale. Frattini ha affermato che dopo aver ordinato di ‘uccidere i suoi stessi fratelli’ il Colonnello deve lasciare. Nel prendere tempo su eventuali divieti degli spazi aerei libici imposti dall’Onu, sui limiti per l’Italia a intervenire per la Libia il ministro ha sostenuto: ‘Assolutamente no, noi abbiamo sottoscritto il trattato di amicizia con uno Stato. Quando viene meno l’interlocutore, in questo caso lo Stato, viene meno l’applicabilità di quel trattato, lo dice in modo chiaro il diritto internazionale’. Resta però tutto da capire – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - come possa essere considerata priva di effetti una legge di ratifica. Frattini è stato il primo firmatario del disegno di legge. Il vicesegretario del Pd Enrico Letta chiede che il governo lo spieghi in Parlamento, così radicali e Italia dei valori convergenti nel domandare un atto formale. Con sarcasmo, Ferdinando Adornato, Udc, ha ricordato ‘l’Italietta, che considerava i trattati carta straccia’. Oggi Frattini intende proporre per la Libia una missione di pace dell’Onu. Con uomini dell’Organizzazione per l’unità africana”. (red)

7. L’Onu: “Processate Gheddafi per crimini di guerra”

Roma - “La comunità internazionale – scrive Francesco Semprini su LA STAMPA - si muove compatta per isolare Muammar Gheddafi. L’offensiva nei confronti del rais di Tripoli parte dal Palazzo di Vetro con l’approvazione all’unanimità, nella serata di sabato, di una risoluzione che prevede il blocco dei beni di Gheddafi e di alcuni suoi familiari, l’embargo alle vendite di armi, oltre al deferimento dinanzi alla Corte penale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Libia. La risoluzione 1970 fa riferimento all’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che non esclude un intervento internazionale se necessario, ma non prevede tuttavia un intervento di carattere militare, almeno per il momento. Mentre l’onda della rivolta fa rotta verso Tripoli, la Casa Bianca e le Nazioni Unite rompono gli indugi, e di concerto con l’Unione Europea, sanciscono nei fatti l’isolamento internazionale del dittatore libico. La condanna alla repressione è unanime: in una telefonata al collega libico Musa Kusa, il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov condanna l’uso ‘inaccettabile’ della forza da parte delle forze filo-governative. La presa di posizione della Russia è la più dura formulata fino ad oggi dall’inizio della rivolta in Libia. Di ‘pesanti conseguenze’ per la repressione parla l’Alto rappresentante per la Politica estera della Ue, Catherine Ashton, chiedendo di nuovo la fine ‘immediata’ delle violenze. La Ashton assicura che i responsabili degli attacchi contro i civili saranno assicurati alla giustizia: ‘L’impunità contro i crimini commessi non sarà tollerata’. Non usa mezzi termini il segretario di Stato, Hillary Clinton, la quale annuncia che gli Stati Uniti sono ‘pronti ad aiutare’ gli oppositori del colonnello Muammar Gheddafi. Il capo di Foggy Bottom ribadisce che Gheddafi deve andarsene: ‘Il suo regime deve concludersi evitando un nuovo bagno di sangue’. Ma un intervento straniero – prosegue Semprini su LA STAMPA - non piace neanche alle forze di opposizione: i rivoltosi di Bengasi si sono detti contrari a qualsiasi ingerenza esterna e ribadiscono di non avere contatti con governi di altri Paesi. Il governo britannico da parte sua ha congelato i beni del colonnello e dei suoi familiari. Si parla di 20 miliardi di sterline. Per il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini la situazione in Libia è a un ‘punto di non ritorno’, ed è ‘inevitabile’ che Gheddafi se ne vada. ‘Non avevamo mai visto situazioni in cui il capo di un regime dava ordine di uccidere i suoi stessi fratelli e le sue stesse sorelle, assoldando addirittura dei mercenari’, spiega il titolare della Farnesina. Il voto delle sanzioni Onu ‘è decisamente una svolta molto importante, anche perché è stato approvato all’unanimità e quindi permette di dire che tutta la comunità internazionale è convinta dell’idea che il regime non possa più in alcun modo continuare questi comportamenti che hanno portato alla morte migliaia e migliaia di persone innocenti’. E per quanto riguarda le relazioni bilaterali tra Italia e Libia, Frattini spiega che non c’è nessun vincolo che impedirebbe di intraprendere ‘azioni’ nei confronti della Libia derivante dal Trattato di amicizia tra Roma e Tripoli perché ‘la sospensione di fatto è già una realtà’. ‘Quando viene meno l’interlocutore - ha spiegato Frattini - viene meno l’applicabilità dei trattati. Già ora noi non abbiamo più interlocutori e la sospensione di fatto del Trattato è già realtà’. È raro vedere che il Consiglio di Sicurezza Onu approvi una risoluzione che prevede il deferimento alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja di uno o più soggetti che abbiano potenzialmente commesso crimini contro l’umanità. È la seconda volta che questo avviene. Il precedente riguarda il Sudan nel marzo 2005, quando venne deciso di dare il via libera all’incriminazione (poi formalizzata nel luglio 2010 con un mandato di arresto) del presidente sudanese Omar Al-Bashir. In base alla risoluzione, - conclude Semprini su LA STAMPA - l’esecutivo Onu delega alla Cpi la competenza giurisdizionale sui crimini commessi in Libia dopo il 15 febbraio 2011, di guerra, contro l’umanità e genocidio”. (red)

8. Effetto sanzioni sui big italiani con il socio libico

Roma - “La prima è stata la Svizzera. Poi, ieri, - si legge sul CORRIERE DELLA SERA - è arrivata la Gran Bretagna. Londra ha deciso di congelare i beni di Gheddafi e della sua famiglia. Una misura che la risoluzione 1970 approvata adesso dall’Onu estende a tutti i Paesi. Anche all’Italia, dove Tripoli ha molteplici interessi. Eni, Finmeccanica e Unicredit, tutte partecipate da fondi libici, hanno già pagato caro in Borsa l’abbraccio di Tripoli. E ora che è scesa in campo l’Onu per loro la situazione rischia di complicarsi. E di diventare più incerta. Non è ancora chiaro, per esempio, se le partecipazioni azionarie saranno colpite dalle sanzioni o se queste riguardano solo i beni personali del Raìs. L’allerta comunque è massima. ‘Stiamo seguendo con attenzione la situazione — ha detto ieri un portavoce di Unicredit —, anche alla luce della recente risoluzione delle Nazioni Unite’ . Martedì scorso il consiglio della banca di Piazza Cordusio ha valutato se limitare al 5 per centola partecipazione dei libici nel capitale della banca. La quota rilevata l’anno scorso è divisa tra la Lybian Investment Authority e la Central Bank of Libya. Il governatore della banca centrale è anche nel board dell’istituto di credito, ma da quando è scoppiata la crisi se ne sono perse le tracce. Il presidente di Unicredit, Dietr Rampl, nei giorni scorsi ha raccontato di aver cercato Farhad Omar Bengdara più volte senza riuscire a trovarlo e di essere ‘preoccupato’ . Il banchiere ha provato anche nei giorni successivi, ma la situazione non è cambiata: il rappresentate libico nel consiglio di Unicredit è a tutt’oggi irreperibile. Ora c’è anche la risoluzione Onu con cui fare i conti. Che effetto avrà sull’assetto di comando e sulla governance dell’istituto di credito. Ma anche sulle altre società partecipate da Tripoli? Secondo alcune voci i soci della banca milanese starebbero lavorando per creare una rete di protezione per le quote in mano alla Banca centrale libica e alla Lia. Rampl non ha voluto commentare: ‘Come posso sapere quello che fanno?’ . Di certo a Piazza Cordusio c’è grande attenzione. E’ probabile che da oggi si aprirà un canale permanente di comunicazione con le istituzioni, che potrebbe coinvolgere anche Eni e Finmeccanica, che con Tripoli hanno anche accordi commerciali e di fornitura. Accordi su cui andrà a incidere l’embargo. Mentre il destino delle partecipazioni è ancora tutto da capire”. (red)

9. La giustizia del mondo 

Roma - “Tre cose – scrive Antonio Cassese su LA REPUBBLICA - sorprendono piacevolmente nella decisione adottata sabato notte dal Consiglio di sicurezza dell’Onu: la rapidità inconsueta con cui è stata elaborata; la sua approvazione all’unanimità; l’ampio ventaglio di sanzioni previste contro Gheddafi ed i suoi accoliti. Certo, di fronte ad un tiranno che massacra i propri cittadini perché osano ribellarsi alla sua dittatura, l’uomo della strada si sarebbe aspettata una reazione più radicale: si sarebbe aspettato che, essendo i combattimenti e le stragi ancora in corso, l’Onu inviasse subito in Libia una forza militare multinazionale di pronto intervento a fermare con le armi i massacri e ad arrestare Gheddafi e i suoi seguaci. Purtroppo la creazione di una forza multinazionale siffatta era nei piani dei Padri fondatori della Carta dell’Onu, e venne prevista nel 1945 in quella Carta, ma non ha potuto mai vedere la luce per i dissidi tra le Grandi Potenze. L’uomo della strada si chiede allora se il Consiglio di sicurezza non avrebbe potuto almeno autorizzare un gruppo di Stati, ad esempio quelli della Nato, a porre termine agli eccidi con la forza. Anche qui la risposta è facile: la Nato si esporrebbe a gravi critiche operando militarmente in un paese arabo, e comunque la Russia e la Cina non consentirebbero mai quell’intervento. Contentiamoci dunque di quel che si è potuto fare l’altra notte. Il che non è poco. Tra le varie sanzioni previste emerge la decisione di deferire alla Corte penale internazionale Gheddafi e tutti coloro che con lui abbiano commesso o commettano crimini. Questa decisione ha molto sorpreso, perché era nota la forte opposizione di Usa, Cina e Russia alla Corte penale. In questo caso però hanno giocato la vigorosa e risoluta pressione a favore della Corte di Inghilterra, Francia e Germania, l’atteggiamento dell’ambasciatore libico a New York, che, dopo essersi dissociato dal dittatore, ha esplicitamente auspicato il ricorso alla Corte dell’Aja, nonché la recisa condanna di Gheddafi da parte di Obama, che lo ha indotto ad accettare il ‘rimedio penale’ ed anche a sostenerlo con forza presso le altre due Potenze avverse alla Corte. Ne è risultata una decisione che ha diversi e significativi pregi. Anzitutto, fa scattare il meccanismo della repressione penale: come scriveva nel 1893 un grande sociologo, Émile Durkheim, la punizione serve non a vendicarsi, ma a proteggere la società, anche perché la punizione riafferma e rafforza valori e ideali collettivi; in questo caso l’intervento dei giudici può anche ottenere un effetto aggiuntivo di dissuasione, scoraggiando almeno taluni dei seguaci del dittatore dal commettere ulteriori crimini. Il secondo merito della decisione – prosegue Cassese su LA REPUBBLICA - è che delimita assai bene l’oggetto delle indagini del procuratore dell’Aja: egli deve investigare solo i fatti avvenuti dopo il 15 febbraio 2011 (quando è cominciata la repressione), per accertare se costituiscono crimini contro l’umanità. Dunque, non è il regime dittatoriale di Gheddafi che costituisce oggetto di giudizio penale, ma solo i massacri avvenuti negli ultimi giorni. In terzo luogo, le indagini del Procuratore dell’Aja non devono essere limitate agli atti compiuti dal dittatore e dai suoi accoliti, compresi i mercenari, ma possono estendersi ad eventuali atrocità commesse dai ribelli. Infine, si mette fretta al procuratore: deve riferire al Consiglio di sicurezza entro due mesi e successivamente ogni sei mesi. Viste le lungaggini in cui spesso si perdono i procedimenti penali internazionali, questa sollecitazione alla rapidità mi sembra benvenuta. Tutto bene dunque? In realtà qualche ombra c’è. Come è noto, gli Stati Uniti ancora oggi, sotto Obama, credono molto alla giustizia penale internazionale, ma solo finché non siano coinvolti cittadini statunitensi; e perciò si tengono lontani dalla Corte penale internazionale. Per gli Usa vale dunque la regola dei ‘due pesi e due misure’: il principio della supremazia del diritto (rule of law) vale all’interno degli Usa e, al livello internazionale, soprattutto per gli altri Stati. Coerentemente con questo atteggiamento, su richiesta statunitense (ed ovviamente con l’appoggio di Cina e Russia) la decisione del Consiglio di sicurezza precisa che eventuali cittadini non libici che risultassero coinvolti nei massacri (in chiaro: i mercenari) non possono essere giudicati dalla Corte, ma solo dai loro Stati nazionali, se questi Stati (come gli Usa, la Cina, la Russia ed altri) non hanno ratificato lo Statuto della Corte penale. Quindi un mercenario statunitense, russo, cinese, indiano o pakistano potrà essere giudicato solo da un suo tribunale nazionale, mentre un mercenario francese, italiano, tedesco, inglese ecc. dovrà essere processato dalla Corte penale, perché questi ultimi Stati hanno aderito alla Corte dell’Aja. A parte la singolare deviazione dal principio di eguaglianza, - conclude Cassese su LA REPUBBLICA - il problema principale è che non esistono meccanismi per verificare se poi uno di quegli Stati processa davvero i propri mercenari. Rimane dunque un’ombra, di cui non ci si può certo sbarazzare con la nota massima filistea secondo cui ‘il meglio è nemico del bene”. (red)

10. Ma il processo all’Aja può trasformarlo in nuovo martire 

Roma - “Quando Gheddafi, letteralmente, leverà le tende, - scrive Pierluigi Battista sul CORRIERE DELLA SERA - il mondo dovrà trovargli un pensionato, non l’occasione del martirio. Un pensionato, o un rifugio, un’isola lontana dove non potrà più nuocere ai cittadini libici angariati per decenni. Ma non la cella di una prigione predisposta da una Corte internazionale di dubbia legittimità, dove la giustizia diventa una parola retorica e il ‘guai ai vinti’ crea inevitabilmente attorno al tiranno detronizzato un’aura di simpatia e persino di fascino. Tra le ipotesi che stanno prendendo piede nelle Nazioni Unite c’è infatti anche quella di un rinvio di Gheddafi, all’indomani della sua auspicata e prevedibile caduta, alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Il mito della nuova Norimberga è potente e suggestivo. Una Corte che parli e deliberi a nome dell’umanità e non dei singoli Stato sovrani appare inoltre come una prospettiva ecumenica e seducente che dovrebbe sgomberare il terreno che porta alla vera e autentica Giustizia dai particolarismi delle spezzettate sovranità nazionali. Ma questa rosea e visionaria prospettiva non riesce a liberare l’immagine della Corte Internazionale da un sospetto di parzialità, se non di iniquità. Perché colpire i tiranni nella polvere se poi quelli che quotidianamente violano i diritti umani e si rendono responsabili di crimini contro l’umanità siedono imperturbabilmente ai loro posti di comando? Perché Milosevic deve essere consegnato all’Aia quando ha già perduto, mentre i despoti che sono in piena attività con la loro politica costellata di crimini contro l’umanità godono di una speciale immunità o addirittura riescono a contare nella composizione dei tribunali che, nel nome di un’umanità astratta, devono giudicare concretissimi dittatori, purché sconfitti dalla storia? C’è stato finora un solo caso di tiranno raggiunto da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale. Quello del presidente Omar al-Bashir. Ma il dittatore – prosegue Battista sul CORRIERE DELLA SERA - si fa beffe di quella decisione, rivendica pubblicamente la sua politica bollata dalla Corte come un concentrato di ‘crimini di guerra’ , riceve a Khartoum delegazioni da tutto il mondo. Al-Bashir getta nel ridicolo una decisione sofferta e che avrebbe dovuto conferire al caso sudanese la dimensione di una terribile tragedia. Non c’è niente di peggio di una Corte internazionale che dimostra così platealmente la sua impotenza. Niente di più sconfortante nella battaglia per i diritti umani che una decisione ridotta a carta straccia: dove non si comprende nemmeno chi dovrebbe procedere all’arresto del dittatore ancora al potere, con quali mezzi, nel nome di quale autorità. Tutti sanno che Omar al-Bashir resterà impunito. Con grave danno per l’idea stessa di ‘giustizia internazionale’. Resta il problema di cosa fare dei dittatori deposti, una volta sottratti all’eventuale furia vendicativa di chi ne è stato vittima. L’idea di un tribunale internazionale avrebbe dovuto essere anche una valida alternativa al modello di ‘macelleria messicana’ già sperimentato nella scena tragica di Piazzale Loreto. Ma il modo altalenante con cui sono state rivendicate le sue prerogative dimostra ancora una volta la problematicità della sua istituzione. Saddam Hussein è stato mandato al patibolo dopo un processo a Bagdad in cui la tutela dei diritti della difesa è stato pressoché inesistente. Il serbo Milosevic, deceduto prima che venisse emanato un verdetto, ha accumulato capitali di simpatia nelle frange più estreme dell’ideologia anti-occidentale come esempio di dignità calpestata dalla giustizia dei ‘vincitori’ . E oggi chi materialmente dovrebbe catturare Gheddafi, trascinarlo nel carcere olandese, giudicarlo secondo leggi che non tutto il mondo riconosce, anche se sono state scritte nel nome dell’Umanità? E i governi che hanno trattato con lui, che sono stati complici silenziosi e accomodanti quando il tiranno sembrava onnipotente dovranno comparire come testimoni in un processo internazionale che metta alla sbarra il dittatore libico spodestato da una grande rivoluzione? La decapitazione del Re, da Carlo I in Inghilterra a Luigi XVI in Francia, non appare più, fortunatamente, come una tappa necessaria dell’epopea rivoluzionaria. Molti dittatori moderni sono morti nel loro letti, da Stalin e Francisco Franco. Il processo contro il leader tedesco-orientale Honecker è stato seguito con indifferenza dalla stessa Germania libera dall’ingiustizia del muro di Berlino. Sapere cosa fare del dittatore Gheddafi all’indomani della sua rovinosa caduta è un compito che la comunità internazionale, insieme agli stessi responsabili della nuova Libia liberata, dovrà porsi. La scorciatoia per l’Aia, però, - conclude Battista sul CORRIERE DELLA SERA - forse non la più agevole. E nemmeno la più giusta”. (red)

11. Berlusconi: “La sinistra travisa le mie parole”

Roma - “Secondo quel meccanismo che va avanti ormai da alcuni anni e secondo il quale Berlusconi crea un caso con le sue parole, - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - viene attaccato, sente il dover di precisare il giorno dopo, spiegando meglio il suo pensiero e attaccando a sua volta chi in malafede avrebbe distorto il senso delle sue dichiarazioni, anche ieri il capo del governo ha sentito il dovere di dire qualcosa in merito all’ultimo caso della sua comunicazione, ovvero che non ha mai criticato la scuola pubblica. Riconosce lui stesso che accade troppo spesso, dice ‘come al solito’ all’inizio di una nota ufficiale, poi però precisa che le parole che ha pronunciato sulla scuola pubblica ‘sono state travisate e rovesciate da una sinistra alla ricerca, pressoché ogni giorno e su ogni questione possibile, di polemiche infondate, strumentali e pretestuose’. Ecco allora il pensiero originale e a scanso di fraintendimenti del presidente del Consiglio sull’argomento: ‘Il mio governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell’Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli in cambio di stipendi ancora oggi assolutamente inadeguati’ . ‘Questo non significa -si legge ancora nel comunicato -non poter ricordare e denunciare l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità e al tempo stesso espropriano la famiglia dalla funzione naturale di partecipare all’educazione dei figli’ . ‘Le mie parole, perciò - conclude Berlusconi - non possono essere in alcun modo interpretate come un attacco alla scuola pubblica, ma al contrario come un richiamo al valore fondamentale della scuola pubblica, che presuppone libertà d’insegnamento ma anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico’. Ieri Berlusconi, - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - che ha trascorso la giornata ad Arcore, ha anche inviato un messaggio scritto al congresso del movimento di Magdi Cristiano Allam, ‘Io amo l’Italia’ . Nel messaggio il capo del governo ha assicurato che l’esecutivo ‘andrà avanti fino al termine naturale della legislatura con una maggioranza sicura e finalmente coesa’ . ‘Una maggioranza — prosegue la lettera siglata dal premier — che ci consentirà di completare il programma di riforme approvato dagli italiani, a cominciare dal federalismo fiscale e dalla riforma costituzionale della giustizia perché l’Italia abbia finalmente una giustizia giusta ed efficiente, compresa una nuova legge sulle intercettazioni che una volta per tutte ponga fine alle continue violazioni della privacy, anche di chi non è affatto indagato: una barbarie che deve finire’ . Non solo: al movimento con il quale sarà possibile un’alleanza politica nazionale a fine legislatura, il Cavaliere dice anche che ‘tutti insieme dovremo sconfiggere il relativismo etico che ispira i nostri avversari, in particolare quella sinistra che non difende la sacralità della vita, inneggia alle coppie di fatto e cerca di imporre la cultura della morte e dell’eutanasia’ . Ancora accenni dunque ad una sorta di manifesto di difesa dei valori tradizionali della società, manifesto che per molti analisti strizza in modo voluto l’occhio al Vaticano. E fra i principi che accomunano il movimento al Pdl, - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - il Cavaliere inserisce ‘le radici giudaico-cristiane della nostra civiltà laica e liberale, l’orgoglio dell’identità cristiana, la sacralità della vita, l’amore dell’Italia come casa comune, dove tutti insieme dobbiamo impegnarci, compresi gli immigrati venuti per darci una mano, rispettando le regole fondamentali della nostra civiltà’”. (red)

12. Franceschini: “Dovremo ricostruire dalle macerie”

Roma - Intervista di Giovanna Casadio a Dario Franceschini su LA REPUBBLICA: “‘Berlusconi peggiora sempre di più’. E il Pd chiama alla piazza gli insegnanti: siete diventati movimentisti, onorevole Franceschini? ‘Una parte determinante e centrale del nostro lavoro è in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ci sono momenti in cui la coscienza civile di un paese si sveglia ed è una prova di vitalità e di democrazia mostrare indignazione’. Dopo le donne il 13 febbraio, ora l’onda della scuola? ‘Le belle piazze italiane del 13 febbraio erano stracolme di donne e di uomini senza bandiere o simboli di partito. E ora potrebbero riempirsi di italiane e di italiani che difendono la scuola pubblica e il ruolo degli insegnanti’. In piazza quindi il 12 marzo, dal momento che gli organizzatori della manifestazione per la Costituzione hanno accolto e rilanciato la sua proposta? ‘Grande cosa, sarà un’occasione di protesta pacifica e di indignazione civile’. Berlusconi ha poi rettificato. ‘Patetico che dica di essere stato travisato. Le parole del premier scoprono il deserto culturale e la devastazione dei valori di cui è interprete e protagonista. Di fronte alle scuole che cadono a pezzi, alle classi sovraffollate, agli insegnanti con stipendi da fame, anziché impegnare la politica in un grande investimento sulla scuola, l’università, la ricerca, la cultura cioè sull’unica vera risorsa che abbiamo per rendere l’Italia competitiva nel mondo globale, valorizzando i talenti dei ragazzi italiani, il capo del governo, dopo i tagli, demolisce il ruolo degli educatori dei nostri figli’. Ma i mali della scuola italiana non sono di oggi. ‘C’è molto da fare. Il berlusconismo però ha dato il colpo di grazia; ha rovesciato la gerarchia dei valori che ha fatto forte l’Italia e l’ha sostituita con il mito che vale solo chi raggiunge la ricchezza e la notorietà con ogni mezzo. Un modello televisivo che spiega tante cose. Va ricordato che nelle nostre università negli ultimi quattro anni le immatricolazioni sono calate del 14 per cento; che il numero di laureati figli di non-laureati è sceso al 10 per cento mentre in Francia e in Inghilterra è tra il 35-40 per cento. I giovani sono le vittime di un messaggio del tipo ‘cosa conta studiare, quando ci sono mezzi più facili e semplici per fare strada’. Nella scuola bisogna investire sul futuro: io penso a scuole aperte il pomeriggio, a borse di studio ai più bravi, a un Erasmus interno, cioè a uno scambio per mandare giovani del sud a studiare al nord e giovani del nord a studiare al sud’. Secondo lei per gli insegnanti è tempo di riscossa? ‘La figura dell’insegnante è la metafora della devastazione dei valori compiuta dal berlusconismo: per decenni il maestro era rispettato nella sua comunità, ci si toglieva il cappello per strada. In questo mondo rovesciato, l’insegnante non lo è perché guadagna poco. E solo se sei ricco conti qualcosa. Dopo la fine di Berlusconi, che sia tra un giorno o tra un anno, troveremo macerie non solo legislative ed economiche ma di valori. Il nostro compito più difficile - prendo in prestito Guccini - sarà proprio costruire su macerie’. Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, che ha difeso il premier, dovrebbe dimettersi? ‘Dovrebbero dimettersi tutti, da Berlusconi in giù’. Anche la Chiesa potrebbe non prestarsi ai tentativi di Berlusconi di offrire un assist alle scuole cattoliche in cambio di una "assoluzione" per i suoi scandali sessuali? ‘Cosa c’entra? Berlusconi non ha affatto parlato della libertà d’insegnamento. Ha attaccato semplicemente la scuola pubblica’. Com’è che l’opposizione non riesce a mandare a casa Berlusconi? ‘In democrazia ci vogliono i numeri in Parlamento o alle elezioni. Però è chiaro che il premier non ha più consenso sociale, è isolato nel paese. Proprio per questo arriverà la fase più pericolosa dei colpi di coda e il livello di vigilanza democratica deve essere massimo. Così come l’unità tra le opposizioni’”. (red)

13. I troppi stereotipi non aiutano la scuola

Roma - “A quali fatti – si chiede Maurizio Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA - si sarà riferito Silvio Berlusconi nelle sue dichiarazioni sulla scuola? Sui valori trasmessi dagli insegnanti nelle loro lezioni non abbiamo dati né ricerche sistematiche. Conosciamo i programmi ministeriali, che valgono per tutte le scuole. Possiamo leggere i libri di testo dei nostri figli e discuterne con loro a casa. Abbiamo il diritto di esaminare i piani di offerta formativa, di interagire con i docenti. Se preferiamo che i nostri figli ricevano un’educazione cattolica o ‘internazionale’ , possiamo iscriverli in scuole private. In Italia la libertà di scelta è sempre esistita: la percentuale di giovani che frequentano scuole private è circa il doppio della media OCSE. I sussidi per studente che ciascuna scuola privata riceve dallo stato sono più o meno uguali alla media. Qual è, esattamente, il problema sollevato dal Presidente del Consiglio? Francamente, non lo capiamo, neppure dopo le precisazioni. Ed è assai probabile che non lo capisca la maggioranza dei genitori italiani, per i quali conta soprattutto (come segnalano i sondaggi) che i loro figli abbiano insegnanti preparati e capaci di infondere spirito critico, di far comprendere e rispettare culture e idee diverse, di preparare all’università o al lavoro. La scuola italiana ha bisogno di discussioni serie e pacate, che affrontino i problemi reali partendo dai dati di fatto. Da anni le indagini OCSE-PISA dicono, ad esempio, che i quindicenni italiani hanno meno competenze logiche, matematiche e scientifiche dei loro coetanei europei. Come possiamo mobilitare i docenti e sensibilizzare le famiglie già nella scuola dell’obbligo, dove si formano le prime lacune di preparazione, le più difficili da colmare? Il discorso vale, attenzione, sia per la scuola pubblica che per quella privata, anzi soprattutto per la seconda. I dati – prosegue Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA - indicano che gli studenti delle private hanno in media punteggi inferiori (ai test PISA) rispetto a quelli delle pubbliche. L'Italia è uno dei pochi casi in cui questo succede: di solito è vero il contrario. Secondo alcune analisi, la minor performance delle scuole private è dovuta al fatto che esse tendono a reclutare gli studenti meno motivati, quelli che fanno fatica ad avanzare nella scuola pubblica. Il settore privato sarebbe in altre parole un canale formativo di serie B, peraltro caratterizzato da molti insegnanti mal pagati e reclutati senza concorsi. Alcune scuole private (soprattutto quelle serie: e ce ne sono) contestano questa interpretazione. Non c'è che una strada per sapere chi ha ragione: la valutazione. Le scuole private potrebbero usare parte dei cospicui finanziamenti appena ottenuti dal governo per analizzare seriamente le proprie ‘qualità’ rispetto a quelle pubbliche, dimostrando di non essere (tutte) di serie B. La vera sfida per la scuola italiana non è però il divario pubblico/privato, ma quello territoriale. Nel Sud quasi un quarto dei quindicenni non sono capaci di svolgere semplici calcoli aritmetici, calcolare il cambio fra due valute, leggere un grafico o una tabella; il 15 per centonon è in grado di interpretare le informazioni di un elementare testo scritto. Molti quindicenni non vengono neppure testati, perché hanno già abbandonato la scuola e sono entrati nel mercato del lavoro con deficit formativi da Terzo Mondo. Per cambiare le cose sarebbe necessario un piano di investimenti straordinari per il sistema educativo (quello pubblico) del Sud. La scuola è uno dei settori cruciali per il nostro futuro di nazione, per le nostre prospettive di sviluppo. Cerchiamo di evitare discussioni superficiali, polemiche di parte. Soprattutto per i nostri figli, - conclude Ferrera sul CORRIERE DELLA SERA - a cui dobbiamo garantire eque opportunità di formazione, possibilmente in linea con gli standard europei”. (red)

14. Il Cavaliere pronto a tutto per l’appoggio della Chiesa

Roma - “Quanto ci costerà in termini di beni pubblici - come la legge, la scuola, i diritti individuali - la sopravvivenza di questo governo? La domanda – scrive Nadia Urbinati su LA REPUBBLICA - non è per nulla retorica visto lo stile da riscossa ideologica con il quale un presidente del Consiglio sempre più debole, in picchiata nei sondaggi, cerca di riprendere in mano le sorti della sua carriera politica. Alla disperata ricerca di sostegno nei settori dell’opinione pubblica a lui più tradizionalmente vicini, il premier ha messo in cantiere un sostanzioso paniere di beni pubblici da offrire alle gerarchie vaticane in cambio di un appoggio. La cronologia non inganna. Il 18 febbraio la delegazione del governo italiano, guidata da Berlusconi incontra la delegazione vaticana con Bertone e Bagnasco. Al centro del colloquio i temi di politica interna e di cosiddetta etica: l’assistenza spirituale negli ospedali e nelle carceri, la legge sul fine vita, la scuola paritaria e il ‘quoziente familiare’. Il vertice è cortese ma si svolge con qualche imbarazzo: non c’è, ad esempio, il faccia a faccia con il premier. ‘Non era previsto’, fa sapere il Vaticano. Berlusconi deve cercare di recuperare punti nei confronti della gerarchia cattolica. Ed ecco il discorso di due giorni fa: dopo solo una settimana egli rende al Vaticano ciò che aveva promesso e nel nome della libertà dell’individuo di cercare la propria felicità e ‘farsela’ con le ‘proprie mani’, assesta una serie di colpi durissimi ai diritti di libertà e poi al bene pubblico della scuola, un diritto di cittadinanza prioritario. Lo scambio con le gerarchie vaticane è nel solco dell’oliatissimo e secolare guicciardinismo gesuitico: si metta una pietra tombale sul vergognoso comportamento del premier in cambio di sostanziose concessioni sui diritti e la scuola confessionale (sofisticamente detta ‘privata’). All’autorità che ha il dovere legittimo di sottoporre la vita e la realtà mondana al giudizio morale nel nome di principi non compromissibili, come sono quelli del Vangelo, viene proposto di patteggiare su quei principi in cambio del ridimensionamento della scuola pubblica a favore della propria scuola di indirizzo religioso e dell’opposizione del Parlamento a ogni legge che cerchi di riconoscere le coppie omosessuali e che consenta l’adozione di bimbi da parte di adulti non sposati. Alla ricerca di una benedizione curiale il più immorale degli italiani si erge a educatore e modello di moralità, di sacralità e vocazione educatrice della famiglia. E tutto questo nel nome della libertà! La libertà dei genitori ‘di inculcare ai loro figli quello che essi vogliono’ – come se i figli fossero proprietà dei genitori alla pari di un’automobile o di un’abitazione con la quale fare ‘quello che si vuole’. Quel che a noi cittadini preme e deve premere non è come la Chiesa si comporterà di fronte alla tentazione di un ‘patto diabolico’. Ciò che a noi preme soprattutto – prosegue Urbinati su LA REPUBBLICA - è l’uso di un bene pubblico – quindi non disponibile - per ragioni private, privatissime anzi. Il premier in bilico sa quanto sia determinante l’appoggio della Chiesa. E’ allora disposto a dileggiare gli insegnanti (da molti dei quali ha tra l’altro ricevuto il voto tre anni fa) in una strategia retorica che serve a gettare discredito sulla scuola pubblica per poi preparare il terreno ideologico che giustifichi ulteriori decurtazioni di mezzi e risorse all’istruzione. Non a caso il Giornale di famiglia, ieri puntava tutto sulla strategia seduttiva del Cavaliere nei confronti dei cattolici: intervista al cardinal Bagnasco e ampio risalto al discorso di Berlusconi in prima pagina e nelle pagine due e tre. Sulla scuola, spiega Il Giornale, ‘Berlusconi gioca di sponda con la Santa Sede sostenendo di fatto la scuola privata. Perché, spiega, ‘gli insegnanti inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie’’. In nome della libertà del premier – libertà dalla legge prima di tutto - tutti gli italiani dovrebbero vivere secondo le idee e le leggi che convengono al premier e a chi lo sostiene: questo – conclude Urbinati su LA REPUBBLICA - è il senso della libera ricerca della felicità nell’Italia contemporanea”. (red)

15. Fine vita, “meglio non votare questa legge”

Roma - “Il confronto sul Testamento biologico e sul disegno di legge Calabrò che introduce ‘Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento’ – scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - si fa sempre più serrato. Il testo, approvato a palazzo Madama nel marzo 2009, arriverà in aula a Montecitorio il 7 marzo. dopo essere stato sottoposto all’esame delle commissioni parlamentari: ma sta già sta producendo i suoi effetti politici. Nel Pd, per esempio, c’è spaccatura tra laici e cattolici. Per i primi occorrerà votare comunque in funzione anti-governativa contro il disegno di legge anche se di fatto il testo introduce il principio della difesa della vita fino all’ultimo, invece per Giuseppe Fioroni e altri cattolici esistono ‘valori non negoziabili’ e ci si dichiara pronti a presentare altri testi sui quali proporre la convergenza dei cattolici Pdl. Nel Pdl il portavoce Daniele Capezzone si chiede: ‘Ma davvero serve una legge?’ Allineandosi così a una posizione già espressa da Giuliano Ferrara e Sandro Bondi per il Pdl e da Umberto Veronesi per il centrosinistra Oggi, su questo tema, intervengono due interlocutori di diversa radice culturale che da anni si occupano di bioetica e quindi anche di questioni legate proprio ai trattamenti del fine vita. Da una parte Angelo Fiori, emerito di Medicina legale all’università del Sacro Cuore per anni direttore con monsignor Elio Sgreccia della rivista di bioetica ‘Medicina e morale’, membro del Comitato etico dell’Istituto Superiore di Sanità. Dall’altra Pietro Rescigno, emerito di Diritto civile a ‘La Sapienza’ fondatore e direttore della rivista ‘Quaderni del pluralismo’ , presidente della Commissione Bioetica dell’Accademia dei Lincei Il dibattito è apertissimo, siamo vicini alla discussione a Montecitorio. Però visto il testo, e analizzati i risultati di un lungo confronto, c’è chi sostiene che sarebbe meglio non legiferare in una materia così complessa, delicata, soprattutto piena di possibili eccezioni. Che ne pensate? Angelo Fiori: ‘Personalmente ritengo che a questo punto sarebbe molto meglio non votare alcuna legge. Sono convinto che la strada ottimale sia affidarsi ai medici che in certi frangenti così delicati si mostrano in gran parte ragionevoli e coscienti. Tanto più che, a mio avviso, al Testamento biologico ricorrerebbero pochi cittadini, così com’è accaduto con la donazione degli organi. Peraltro l’approvazione di una legge non farebbe che rendere più profonda la spaccatura tra medici favorevoli all’eutanasia e quelli che non lo sono’ Pietro Rescigno: ‘Ho già scritto tempo fa che, soprattutto su temi tanto laceranti, se si teme l’approvazione di una legge sbagliata nella sua impostazione, com’è quella di cui stiamo parlando, allora è molto meglio non varare alcunché. Poi c’è un altro dato giuridico. Il Testamento biologico non contrasta con i principi del nostro sistema e quindi penso sarebbe comunque lecito e anche vincolante. Una volta polemizzai col mio amico Sabino Cassese il quale sostenne che, su materie di forte impatto, è meglio intervenire, magari male, che non farlo. Io penso il contrario...’ In questa vicenda – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA - emergono diverse problematiche. Il diritto all’autodeterminazione e soprattutto la questione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata nel caso di non coscienza del soggetto, vero elemento di divisione. Di fatto per il disegno di legge Calabrò alimentare e idratare non rientrano nel concetto di terapia ma di nutrimento e quindi non possono essere sottoposte a una dichiarazione anticipata di trattamento. Qual è la vostra opinione? Angelo Fiori: ‘Qui non c’è da essere cattolici o non cattolici, credenti o non credenti. Togliere il nutrimento o l’idratazione significa sopprimere vite umane per fame e per sete. Come ho scritto tempo fa sulla rivista "Medicina e morale", nei casi di Terry Schiavo e di Eluana Englaro la morte è stata deliberatamente procurata con la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione. La morte non si sarebbe verificata in assenza di questa condotta volontariamente omissiva perché non si trattava di malattie terminali. In più aggiungo che molti portatori di gravissimi handicap ricoverati per esempio al Cottolengo sono alimentati e idratati artificialmente. Portando alle estreme conseguenze questo ragionamento, potremmo immaginare che un domani si potrebbe decidere la sospensione delle ‘cure’ perché rappresentano, mettiamo, un peso per la società. Infine vorrei porre una questione giuridica. Nel Testamento si introduce la figura del fiduciario che dovrebbe far rispettare le volontà del paziente in caso di suo stato di incoscienza. Ma come potrebbe un non medico, per esempio, imporre scelte terapeutiche a un medico?’ Pietro Rescigno: ‘Questo disegno di legge non rispetta il principio di autodeterminazione e, come sostiene l’appello che abbiamo sottoscritto con Stefano Rodotà e altri, si viola chiaramente l’articolo 32 della Costituzione che vieta di fatto ogni trattamento contrario al rispetto della persona umana. E poi, secondo il disegno di legge, il medico viene legittimato a sovrapporre le proprie decisioni a quelle del paziente non cosciente. In quanto al merito della domanda. Nei Paesi in cui il Testamento biologico è stato adottato, e penso alla California tra i primi, nel concetto di ‘terapia’ vengono intesi tutti i mezzi che possono sostenere artificialmente una vita umana. E lì trovano spazio sia l’idratazione che il nutrimento artificiale. In piena onestà posso anche aggiungere che la distinzione terapia-nutrimento è artificiosa perché, nei tanti confronti avuti con i medici su questo tema, mi sembra prevalente il concetto che nell’idea di ‘terapia’ davvero sia comprensivo tutto ciò che sia adottato per ‘curare’. Non vedo dunque perché idratazione e nutrimento non possano trovare spazio in un ordinamento italiano che regoli il Testamento biologico’”. (red)

16. Primarie boom a Torino, Fassino trionfa

Roma - “Questa volta – scrive Paolo Ghisleri su LA REPUBBLICA - il Pd vince le primarie. A Piero Fassino va la prima battaglia per diventare sindaco di Torino. Ottiene il doppio dei voti del suo avversario, il giovane Davide Gariglio, che aveva fatto del rinnovamento generazionale il principale atout nella lotta tra candidati del partito di Pierluigi Bersani. I rappresentanti delle altre forze di centrosinistra si dividono meno del trenta per cento dei voti. Ma il vero vincitore della domenica torinese è il popolo delle file, quasi 53 mila elettori che si sono messi in coda fin dal mattino, spesso attendendo in mezzo alla strada di fronte ai camper trasformati in seggi, polverizzando ogni precedente record di affluenza in città. Il risultato finale non cambia con l’avanzare dello scrutinio. Fassino è oltre il 55 per cento, Gariglio intorno al 27, il candidato dell’area di sinistra Gianguido Passoni al 12, l’esponente dei movimenti di base Michele Curto al 4 e il radicale Silvio Viale un po’ sotto l’1 per cento. Gariglio, candidato di area cattolica, ottiene poco più del doppio dell’esponente della sinistra e poco meno della metà di Fassino. Questi sono i rapporti di forza con i quali il centrosinistra si misurerà nei prossimi mesi in vista delle elezioni. I due candidati del Pd hanno raccolto insieme oltre l’80 per cento dei voti, anche grazie al duro scontro che li ha opposti in campagna elettorale polarizzando il voto. All’esponente della sinistra Gianguido Passoni va un lusinghiero 12 per cento conquistato nonostante il fatto che Nichi Vendola, diversamente da quanto era accaduto a Milano, non abbia scelto un suo rappresentante tra i cinque candidati in lizza a Torino. Questo è il responso di una domenica in cui protagonista assoluta è stata la partecipazione al voto. Del tutto inattesa in queste dimensioni, al termine di una campagna elettorale non sempre serena, giocata spesso sulla contrapposizione personale. Eppure, - prosegue Ghisleri su LA REPUBBLICA - alle quattro del pomeriggio Giuseppe governa la fila che si snoda in silenzio di fronte al camper di piazza Guala, periferia sud di Torino, alle spalle di Mirafiori. Sono trenta, quaranta persone: ‘Alle 10 del mattino erano anche un centinaio’. Ordinate e soprattutto silenziose: ‘Signora per chi vota?’. ‘Ho deciso di venire qui, ma il voto è segreto. Non lo dico’. Proprio come se quel camper parcheggiato di fianco a un’aiuola, in una piazza che conoscono tutti solo per essere una delle sedi dell’Aci della città, fosse un seggio vero, di elezioni vere, quelle in cui non si dichiara il voto a nessuno e, per favore, non dimenticate di riconsegnare la matita copiativa. L’età media della fila in questo pezzo di periferia supera chiaramente i 50 anni. Ma non dappertutto è così. Al seggio di via Chiesa della Salute, alle spalle di quella che un tempo era la federazione torinese del Pci quando Fassino era segretario, in fila ci sono giovani e anziani. Giovanni, uno dei volontari al seggio, approfitta dell’occasione per prendere due piccioni con una fava: ‘Mentre aspettate di votare perché non firmate l’appello per le dimissioni di Berlusconi?’. Al circolo Garibaldi, zona Molinette, si presenta alle 19 il rettore del Politecnico, Francesco Profumo. Una ragazza con lo stemma di Michele Curto sulla giacca lo invita a trasferirsi cinquecento metri più in là: ‘Lei non è in questo seggio, professore. Non possiamo accettarla’. Alle 20 molti dei 73 seggi rimarranno aperti per smaltire la fila dei votanti. Alla fine i votanti saranno 52.922: un record. Basti il confronto con città molto più grandi: 42 mila votanti a Napoli, 67 mila a Milano. La partita di maggio si presenta meno difficile. Anche se il centrodestra annuncia battaglia candidando un giovane esponente del Pdl. Il nome sarà reso noto nelle prossime ore ma è chiaro che si giocherà tutto, anche qui, sul rinnovamento generazionale e Fassino – conclude Ghisleri su LA REPUBBLICA - sarà costretto a una nuova campagna elettorale in cui far valere il peso dell’esperienza”. (red)

17. Fassino: “Questa gente ha salvato primarie, e anche Pd”

Roma - Intervista di Maurizio Tropeano a Piero Fassino su LA STAMPA: “La prima telefonata l’ha fatta alle nove di ieri mattina per sapere se c’erano dati sull’affluenza. Poi ha passato il pomeriggio in giro per i seggi. Il programma prevedeva una visita in dieci sezioni. Sono diventate una ventina. ‘Dappertutto tanta gente. Gente vera. Torino e i torinesi hanno salvato lo strumento delle primarie. E dopo Milano e Napoli possiamo dire che hanno salvato anche il Pd’. Quando Piero Fassino si ferma nella sede del suo comitato elettorale ha appena finito di parlare al telefono con Romano Prodi: ‘Era entusiasta’. A quell’ora - erano le sette di sera - ancora non si conosceva il risultato della consultazione che un paio d’ore dopo avrebbe consegnato la vittoria all’ex segretario dei Ds. Onorevole Fassino perché il popolo del centrosinistra torinese ha salvato il Pd? ‘Perché dopo il risultato di Milano e i pasticci di Napoli la tentazione di abolire questo straordinario strumento di partecipazione era forte. E invece le primarie funzionano. Forse c’è qualcosa da cambiare, ma è certo che permettono di ricostruire un rapporto tra la politica e i cittadini. E questa è una risposta a chi nel mio partito, in queste settimane, le ha messe in discussione’. Il Pd è salvo perché ha vinto lei e non Davide Gariglio? ‘No. E’ salvo perché hanno votato quasi 53 mila torinesi. Un numero impressionante in rapporto alla popolazione, un numero unico in Italia. E’ salvo perché tutti i candidati hanno saputo mobilitare gli elettori del centrosinistra. E devo dire che c’è un ideale legame tra queste primarie e la manifestazione delle donne del 13 febbraio. Si tratta di due scosse positive in una situazione di crisi della politica italiana che non riesce a sbloccarsi’. Dunque il Pd non deve avere paura delle primarie? ‘Il risultato di Torino è la dimostrazione che quando i cittadini vengono chiamati a decidere davvero, ci sono. La partecipazione popolare di ieri rafforza Bersani come leader del Pd’. A parte i torinesi che ruolo ha giocato Fassino in questo successo? ‘Un ruolo identico a quello degli altri candidati. Io ho fatto una scelta: mettere in gioco la mia esperienza nella convinzione che in un’Italia che va verso un assetto sempre più federale si possa far politica non solo da Roma ma anche da punti nevralgici del paese come Torino. Non ho fatto una scelta di fine carriera ma una scelta politica nata anche per battere il centrodestra’”. (red)

18. L’esperienza vince se il futuro è incert

Roma - “La legge delle primarie nel centrosinistra – osserva Luigi La Spina su LA STAMPA - non ha fatto eccezioni neanche a Torino, ma la sorpresa, questa volta, non è venuta dalla scelta per la candidatura a sindaco, ma dalla grandissima partecipazione al voto, un vero record di affluenza. Il favorito, Piero Fassino, ha ottenuto così un grande successo, con circa il doppio dei consensi raggiunti dal più giovane compagno di partito, Davide Gariglio. La vittoria dell’ex ministro ed ex segretario Ds premia il coraggio di aver accettato, dopo una lunga e prestigiosa carriera di leader nazionale, di tornare nella sua città per rimettersi in gioco nella lotteria delle primarie, una gara fratricida e insidiosa. Dal punto di vista nazionale, invece, conforta le speranze del partito di Bersani che vede non solo il candidato prescelto per la successione a Chiamparino trionfare nettamente, ma soprattutto essere eletto con un amplissimo consenso popolare. Un segnale positivo che, dopo le delusioni di Bari, Firenze e Milano pare confermare, per il Pd, i sintomi di ripresa che i sondaggi indicano nelle ultime settimane. La straordinaria partecipazione alle primarie torinesi sembra possa spiegarsi attraverso due motivazioni fondamentali. La febbre di mobilitazione che percorre le file dei simpatizzanti per il centrosinistra, rivelata pure dall’imprevisto successo della recente manifestazione delle donne in difesa della loro dignità. Ma anche il riconoscimento di una competizione vera, nella quale non si chiedeva solo l’ubbidienza a una scelta fatta dal vertice Pd, ma si affidava agli elettori il diritto di decidere tra due alternative, se non di programmi, almeno di personalità e di prospettive. Merito anche del principale sfidante di Fassino, Davide Gariglio, che ha saputo giocare la sua partita, con notevole vivacità polemica e senza timori reverenziali per il competitore più titolato. La risposta degli oltre cinquantamila elettori che sono andati alle urne – prosegue La Spina su LA STAMPA - è stata chiara e significativa: in un momento di incertezza per la città, alle prese con molti problemi, soprattutto di natura economico-sociale, la preferenza è andata a chi ha offerto le maggiori garanzie, per esperienza politica e affidabilità personale, di saper affrontare un futuro che si annuncia difficile. Forte della sua profonda conoscenza della città e dei solidi legami sia con il mondo operaio, che conosce molto bene, sia con quello imprenditoriale, con cui vanta un rapporto di rispetto e di stima, Fassino può sperare, se riuscirà a vincere anche il confronto con l’avversario del centrodestra, di restituire la fiducia ai torinesi. Quello slancio che Torino, dopo le Olimpiadi, sembra aver un po’ perso e che, forse, le celebrazioni per i 150 anni dell’unità nazionale potrebbero contribuire a recuperare. Il vincitore delle primarie del centrosinistra, se sarà anche il nuovo sindaco, avrà anche un altro compito arduo. Quello di esprimere la continuità dell’esperienza di Chiamparino, giudicata positivamente dalla larga maggioranza dei torinesi, ma con la consapevolezza che il ‘cambio di stagione’ è inevitabile. Anzi, che proprio lui, per la lunga e importante carriera politica alle sue spalle, è l’uomo più adatto e disponibile a imboccare la via dell’inevitabile rinnovamento La vittoria di Fassino, è inutile nasconderlo, aggrava, infine, le difficoltà del centrodestra torinese, peraltro già sfavorito in partenza, per il divario di voti che in città lo divide tradizionalmente dagli avversari. Contro di lui, l’attuale opposizione ha due strade: quella di ricercare, magari anche nella società civile, un nome di altrettanto prestigio, notorietà e competenza politico-amministrativa. Oppure, giocare, con spregiudicatezza, la carta del passaggio generazionale, puntando su uomini o donne giovani, che rappresentino una alternativa radicale, non solo di programmi, ma anche di immagine, per le scelte dei torinesi. In ogni caso, - conclude La Spina su LA STAMPA - una strada, da oggi, ancor più impervia”. (red)

19. La Boccassini è in bolletta

Roma - “Ilda Boccassini – scrive Paolo Del Debbio su IL GIORNALE - ha deciso che non farà più intercettazioni per fatti di droga. Dice di non avere più soldi. Anche perché i soldi - a quanto risulta da alcune voci - li avrebbero spesi per il caso Ruby: ben più dei 28mila euro che avevano sostenuto all`inizio. Le intercettazioni legate ai reati di droga sono molto importanti per l`attività investigativa anti mafia. La droga è il fondo sovrano della droga. Se tu non intercetti più gli operai di quel campo perdi certamente un po` della presa nel mondo delle mafie varie. Quella della droga è una delle autostrade per arrivare alle organizzazioni malavitose. Lo sanno tutti. Ora è noto che la buona gestione è anche la capacità di programmare, di prevedere entrate, spese e - quindi - capacità di fare una scala di priorità e non mettere tutte le spese possibili sullo stesso piano. Non tutti gli impieghi alternativi che tu puoi fare del denaro hanno una stessa importanza perché si occuperanno di cose diverse e non tutte così fondamentali. Se tu sbagli le priorità poi ti trovi a mal partito. E così va per Ilda (la rossa) che si trova in rosso con i quattrini. Erano proprio così necessarie tutte quelle intercettazioni a carico dell`esuberante marocchina? Non si potevano fare prima due conti preventivi calcolando che poi non ce ne sarebbe statala possibilità (per mancanza di mezzi) nei confronti di trafficanti di droga legati alla mafia? Ruby potè più della mafia? È stato giusto fare così? Che di soldi ce ne sono pochi lo sanno tutti. Per questo occorre usarli bene, bisogna che tutti nella Pubblica amministrazione facciano buon uso del denaro. Secondo noi – conclude Del Debbio su IL GIORNALE - sarebbe stato meglio metterli da parte per mafiosi, trafficanti e spacciatori che fanno meno notizia e hanno meno rilevanza politica ma fanno più morti. O siamo rimasti indietro e non è più così?”. (red)

20. Idee diverse di democrazia 

Roma - “Dovrebbero essere a confronto – osserva Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - ‘una certa idea dell’Italia’ del centrodestra e una, diversa, del centrosinistra. Ma non l’ha nessuno dei due schieramenti. Il Partito democratico va a rimorchio dei media che camminano di concerto con la magistratura del ‘caso Ruby’ ; Pier Luigi Bersani dice che non vorrebbe vivere in un Paese dove il capo del governo regala 187mila euro a una minorenne: più una battuta del genere ‘signora mia, non ci sono più le mezze stagioni’ che una dichiarazione programmatica per un’alternativa di governo. Silvio Berlusconi ha ridotto ‘una certa idea dell’Italia’ all’idea che ha di se stesso; è l’epitaffio dello ‘spirito del 1994’ , di tanto in tanto riesumato come una sorta di respirazione bocca a bocca al governo per rianimarne l’immagine appannata. A esercitare una funzione di supplenza della politica — che latita — sono i media più radicali. Non è uno spettacolo incoraggiante. Ciò che è in gioco è, così, ‘una certa idea della democrazia’ che hanno non i due schieramenti politici, bensì due minoranze culturali inconciliabili. L’una, più attiva e rumorosa — come, per esempio, quella che si è radunata recentemente al Palasharp di Milano —, manifesta la propria ‘indignazione’ nei confronti del Paese del quale crede di essere l’avanguardia; detta la linea alle opposizioni che, non avendone alcuna, vi si adeguano, e ‘si siedono dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono già occupati’ (Bertolt Brecht). La seconda minoranza, meno rumorosa, è dispersa, i media la ignorano o quasi; non si raduna da alcuna parte; si sa della sua esistenza grazie a quattro gatti che insegnano in qualche università e scrivono su qualche giornale sopportati come un cane in chiesa. È realista, scettica, relativista, tollerante quanto basta – prosegue Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - per non pretendere di dettare la linea a nessuno. È guardata con sospetto perché parla di Individui — dieci, mille, un milione (Max Weber) — non di quell’astrazione ideologica chiamata collettività che è la rassicurante cuccia dei conformisti e ha riempito i lager dei totalitarismi del Novecento; difende i diritti e le libertà individuali, compresi la proprietà privata e il mercato, osteggiata da tecnocrati e programmatori delle vite altrui e da chi ha fatto dell’invidia sociale una bandiera egualitaria. Entrambe le minoranze credono che ogni comunità sia fondata su principi morali condivisi; ma quella rumorosa ‘eticizza’ la politica, dividendo il mondo in buoni e cattivi — con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra — e assegna a se stessa, una élite sacralizzata, depositaria delle pubbliche virtù, il compito di redimere i cattivi. È una rappresentazione falsata della realtà — fatta di zone grigie — ad uso di una missione che è quella di una nuova Inquisizione piuttosto che quella affidata al senso comune di una comunità laica. È una sindrome totalitaria. L’élite auto-sacralizzatasi aborre la parola ‘qualunquista’ , con la quale designa l’ ‘uomo qualunque’ che ritiene un cretino o un fascista; la minoranza che i più ignorano, o dileggiano, la ama. Qualunquista è ‘l’uomo della strada’ , che cammina al nostro fianco, portandosi sulle spalle, come noi, la democrazia; l’uomo che vota, decretando un vincitore fra valori e interessi diversi, e persino opposti, in una ‘società aperta’ (Karl Popper) e di ‘pluralismo di valori e di interessi’ (Isaiah Berlin). Se certi valori e certi interessi fossero, in sé, più nobili che senso avrebbe ancora contare le teste, votare? La partecipazione alla vita pubblica — secondo un altro mantra della minoranza integralista — sarebbe la più alta espressione della dignità del cittadino. Era la ‘libertà degli antichi’ nella Polis dove contavano i pochi. Per l’altra minoranza, quella liberale, il cittadino ha il diritto di farsi gli affari suoi — non votare è una manifestazione di libertà — senza per questo essere un nemico dello ‘Spirito del Progresso’ . È la ‘libertà dei moderni’ (Benjamin Constant). A tutt’oggi, è la minoranza più rumorosa che pare prevalere e aver ridotto alla subalternità culture, gruppi sociali, media meno aggressivi. Ma è una vittoria dimezzata perché fondamentalmente contraria alla Modernità (vedi Jean-Jacques Rousseau) nella quale, ancorché faticosamente, sta entrando il Paese. Saranno i giovani — alcuni dei quali, ora, sposandone le suggestioni razionaliste, credono di procedere sulla strada di un ‘luminoso avvenire’ collettivo— a riscattare, con l’ ‘uomo qualunque’ , il senso comune. Essi già rivendicano le proprie libertà individuali. Non sarà, forse, - conclude Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - la vittoria della minoranza colta e liberale — figlia dell’Illuminismo empirico e scettico anglosassone — ma, certamente, l’affrancamento dell’Italia dalle illusioni dell’Illuminismo razionalista francese. Più normale”. (red)

21. Summit segreto Fini-Di Pietro: insieme al referendum

Roma - “Alla fine – scrive Fabio Martini su LA STAMPA - erano contenti tutti e due. Antonio Di Pietro e Gianfranco Fini si conoscono da 15 anni ma il 22 febbraio a Montecitorio si sono rivisti in modo riservato, hanno parlato a lungo e hanno anche trovato un punto di incontro: l’ex pm ha chiesto se in primavera ‘Futuro e libertà’ appoggerà i tre referendum promossi dall’Italia dei Valori e Fini è stato incoraggiante sul quesito politicamente più importante. Quello che chiede l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento, mentre sugli altri due - nucleare e acqua - ‘aderire è molto più problematico’, confida un esponente di punta del Fli. Certo, l’intesa tra Di Pietro e Fini sul no al legittimo impedimento è importante, anche perché - con le elezioni anticipate che sembrano per davvero sfumate - i referendum diventeranno uno dei tormentoni della primavera e l’ex pm pregusta già la stagione in arrivo che lo vedrà di protagonista. Ma l’incontro tra i due è significativo perché Di Pietro e Fini, pur avendo militato sempre in schieramenti opposti, sono due ‘duri’ che in questo momento rappresentano la quintessenza dell’anti-berlusconismo. E i due, per la prima volta da 15 anni a questa parte, si ritrovano per la prima volta nella medesima collocazione parlamentare: all’opposizione del governo Berlusconi. Semmai è curioso il filo di continuità che lega i due personaggi: anni fa Di Pietro e Fini si ‘annusarono’, cercarono un’intesa ma allora fu proprio Berlusconi a far saltare tutto. Era la primavera del 1996, mancavano pochi giorni prima delle elezioni politiche e Mirko Tremaglia organizzò nella sua casa di Bergamo un incontro tra l’ex pm (in quel momento libero cittadino) e Fini, leader di An, alleata con Forza Italia. L’ex ministro democristiano Filippo Maria Pandolfi stava passeggiando nelle vicinanze di casa Tremaglia, proprio quando Di Pietro stava sopraggiungendo. Non si seppe subito – prosegue Martini su LA STAMPA - cosa si fossero detti Di Pietro, Fini e Tremaglia, ma pochi giorni dopo l’Ulivo di Prodi vinse le elezioni, Tonino diventò ministro e qualche mese più tardi trapelerà l’oggetto dell’incontro: Di Pietro aveva detto a Fini che lui sarebbe stato disponibile a fare una dichiarazione di voto a favore del centrodestra a patto che Berlusconi avesse ritirato la propria candidatura a Palazzo Chigi. Il Cavaliere, informato, aveva risposto che non se ne parlava. Un precedente che segnala un filo di coerenza nelle traettorie di Fini e Di Pietro: il primo, alleato di Berlusconi ma già nel 1996 guardava ‘oltre’; il secondo che sembra aver avuto sempre una sola pregiudiziale, quella anti-Silvio. Difficile capire se per i due possa aprirsi una stagione di vicinanza. Nelle prossime settimane il leader del Fli sarà chiamato a ripensare tattiche e strategie, soprattutto per effetto della novità più grossa degli ultimi giorni: nel passaparola del Palazzo tutti hanno capito che le elezioni anticipate sono oramai sfumate e il Pd sta iniziando a ripensare le proprie mosse. Dietro le quinte il Fli aveva puntato quasi tutto sulla ‘Santa Alleanza’ assieme al Pd, ma il cambio di scenario ha indotto Massimo D’Alema a dire: ‘Sono persuaso che vinceremmo le elezioni anche con un’alleanza di sinistra’ e in quel caso ‘proporremmo un governo costituente al Terzo Polo’. Per Di Pietro si profila una primavera intensa. Dopo aver raccolto le firme per i tre referendum, il leader dell’Idv sta preparando tre distinti Comitati promotori, con una base politica e culturale la più larga possibile, nel tentativo di ‘parlare’ ad un elettorato più vasto di quello della sinistra. Entro il 12 marzo il ministro dell’Interno dovrà indicare la data nella quale si terrà la consultazione. Di Pietro fa una richiesta ragionevole: ‘Accorpiamo referendum e ballottaggi delle amministrative’. Ma il governo, - conclude Martini su LA STAMPA - pur di scongiurare il superamento del quorum di affluenza al 50 per cento, sembra orientato a far slittare i referendum a giugno. Anche a costo di ‘buttare’ 350 milioni di euro”. (red)

22. Superclub ministri guidato da Tremonti prepara “frustata”

Roma - “Gli sherpa si riuniranno domani – riporta Roberto Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - per preparare le schede che giovedì serviranno ai ministri per avanzare le loro proposte. Dalla ‘frustata’ all’economia per far ripartire la crescita del Paese, annunciata il 31 gennaio dal premier Silvio Berlusconi con una lettera sul Corriere della Sera, ci sono già state due riunioni intergovernative. Una sulla metodologia generale e una sulle infrastrutture. La terza si terrà giovedì prossimo e così, ogni giovedì, fino alla fine di marzo. Questa la road map per arrivare ad allestire un menù che sia commestibile per i palati difficili di Bruxelles, che non sfori di un euro i conti pubblici e che rappresenti mediaticamente la ‘scossa’ in grado di soddisfare i delusi della rivoluzione berlusconiana. Nel club del giovedì sono arruolati tutti i ministri che hanno status ‘economico’ , da Maurizio Sacconi (Lavoro), a Paolo Romani (Sviluppo economico), a Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) per allargarsi ad altri a seconda del tema. Su tutti vigila il ministro del Tesoro Giulio Tremonti che più volte ha precisato il mantra cui i ministri devono attenersi: ‘L’agenda italiana è dettata e definita dall’Europa per l’Europa’ . Tradotto significa che non c’è un euro da scialare e il nuovo corso ‘sviluppista’ chiesto dal premier si può fare solo varando provvedimenti che non comportano nuove spese per lo Stato. Una filosofia resa ancora più rigida dallo choc petrolifero innescato dalla Libia e dalle dichiarazioni fatte sabato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che non esclude a breve un rialzo dei tassi. Nell’entourage di Tremonti tengono a precisare che il ministro si è buttato con entusiasmo in questo nuovo lavoro ‘corale’ e si limiterà al ruolo di tutor per spiegare quello che bolle in pentola e quello che si può fare o meno La sintesi finale toccherà al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Se la metodologia è chiara, non così i contenuti della frustata che entro aprile dovrà passare il vaglio di Bruxelles sotto il meno fascinoso nome di ‘Piano nazionale per le riforme’. Per poi prendere le sembianze – prosegue Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - di un decreto da approvare entro giugno. I punti chiave sono più o meno noti: rilancio del piano casa impantanato da due anni, riforma degli incentivi con la creazione di una riserva ad hoc di almeno il 50 per centodei fondi dedicati alle piccole e medie aziende, nuovo progetto per il Sud con al centro la Banca del Mezzogiorno, sblocco delle grandi opere e via libera alla banda larga. E poi il sempreverde articolo 41 della Costituzione da rimodellare per facilitare la libertà di impresa. Chi si aspetta un colpo di teatro, riconoscono alcuni ministri, rimarrà deluso. Il piano per la crescita si baserà soprattutto su cose concrete ma mediaticamente poco incisive come un maggior impulso al Cipe (per lunghi mesi rimasto inoperoso) o la ricontrattazione dei fondi Fas per accelerare gli investimenti. Insomma una ‘manutenzione continua nel solco della stabilità’. Gli imprenditori attendono al varco gli esiti della scossa con un certo scetticismo ancora scottati dal decreto sulla concorrenza pronto dall’agosto scorso e poi naufragato da veti incrociati. Ora – conclude Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - dovrebbe riconfluire in un decreto sulle semplificazioni annunciato da Calderoli”. (red)

23. Servono gli stati generali dell’economia, datevi da fare

Roma - “Il ‘teorema Summers’, di cui abbiamo informato i lettori alcune settimane fa, - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - dice questo: i soldi non sono cari, costano quasi niente, è questo il momento di investire per il privato e per il pubblico, in particolare nelle infrastrutture. La faccenda riguarda gli americani, che sono messi piuttosto male in molti settori (dalle reti energetiche alle autostrade alle ferrovie) ma anche noi europei, e in particolare noi italiani a bassa crescita e ad alta pressione fiscale (tre punti superiore alla media dell’area dell’euro, secondo le stime di Mario Draghi). E’ vero che noi non stampiamo moneta e non siamo euroflessibili, almeno finché non emetteremo gli impopolari e al momento difficili eurobond, ma i tassi di mercato sono globali, e se il denaro costa poco, non disporne a credito e non investirlo è peggio che un crimine, è un errore. Ho l’impressione che governo e industriali potrebbero fare di più, molto di più di quanto non facciano, per addentare il momento, mordere l’economia reale, produrre sviluppo e generare occasioni di business e di lavoro. Che ne è della proposta di Berlusconi, riunirsi negli stati generali dell’economia? Forse la parola è pomposa, ma dopo tante riunioni di concertazione tra tutte le forze sociali, per una sempre migliore calibratura nella distribuzione dei poteri corporativi, non sarebbe venuto il momento di un incontro tra esecutivo e businessmen per stabilire dove e come investire? Magari con la partecipazione delle banche? Capisco che il metodo Geronzi sia considerato un po’ irrituale nelle stanze delle Generali, ma l’appello a investire per il ponte di Messina dovrebbe valergli una medaglia, non irrisione e beffe. Tremonti non ha torto quando dice che sono gli imprenditori a dover fare sviluppo, sebbene sia evidente che è nell’interesse del governo, e specificamente dell’erario, un tasso di avanzamento del Prodotto interno lordo capace di produrre entrate e di riequilibrare il peso del servizio sul debito pubblico. Nemmeno ha torto, il superministro, quando dice che il nostro problema è il sud, visto che il nord è produttivo e opulento come la Baviera, e che il fattore decisivo è quello del credito: ma come ci si vuole muovere, agenda alla mano, tutti i soggetti interessati presenti, è questo che vorremmo sapere con una certa dovizia di dettagli. Riforme – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - è parola generica per indicare un orizzonte e una nuova strumentazione legislativa fondata su liberalizzazioni e deregolamentazioni. Il circolo del giovedì, con i ministri di spesa coordinati dall’Economia che si ritrovano e mangiano austeri biscottini da supermercato, bevendo tè, è un’idea ganza: ma non si può suggerire alla presidente di Confindustria, che qualche industriale e banchiere dovrebbe conoscerlo, di muovere le sue pedine per favorire un incontro tra business, banche, governo e regioni? Non è più utile degli amabili cocktail con la Camusso, tanto per lanciare l’ennesimo bidone di uno sciopero generale? Se Bersani amasse il suo mestiere, che non è quello di Travaglio, di Eco, della Spinelli, di Vendola e altri suonatori di organetto o di trombone, si muoverebbe in modo semplice, chiaro, popolare: chiederebbe al governo di fare quel che ha detto di voler fare. Pretenderebbe gli stati generali dell’economia italiana, indicherebbe, dopo un rapido consulto con il bravo e informato Enrico Letta, un’agenda di impegni da onorare in modo realistico, senza propagandismi, in particolare nel sud, e si dichiarerebbe disposto a votare quanto necessario in Parlamento. Questo pragmatismo gli italiani lo capirebbero, più di quanto non capiscano messaggi pubblicitari un po’ così, con le maniche rimboccate del segretario generale e quell’eterna idea punitiva della ‘serietà al governo’, che poi s’è visto quanto sia seria la serietà. Insomma, - conclude Ferrara su IL FOGLIO - datevi da fare”. (red)

24. Vendola al Pd: “Nessun tecnico a Palazzo Chigi”

Roma - “La campagna elettorale di Nichi Vendola – scrive Riccardo Barenghi su LA STAMPA - è cominciata ieri mattina sotto un tendone di Roma davanti a quattromila persone che lo hanno acclamato. Anche se le elezioni politiche non ci saranno a breve e le primarie del centrosinistra vacillano, Nichi si avvantaggia e prende il passo del maratoneta, visto che - come spiega Franco Giordano che fu il segretario di Rifondazione comunista dopo Bertinotti - ‘per noi è una bella fregatura che non ci siano le elezioni’. Perché Vendola era pronto al blitz, e l’idea che debba stare in panchina per un anno o due non gli fa piacere. Il rischio del logoramento gli è ben presente. Dunque, bisogna tenere ben caldo il ferro, il ferro è lui stesso. Ed è esattamente questa l’operazione che Vendola ha cominciato ieri, con un discorso partito dalla Libia, e finito alla politica italiana, grandi o piccole alleanze comprese. La prima notizia riguarda proprio le alleanze. Vendola spiega il senso della sua proposta di candidare Rosi Bindi: ‘Se si tratta di salvare la democrazia, allora ok a una coalizione con tutti dentro, da Fini a Vendola e con Rosi Bindi leader. Che si limiti però a fare tre cose - legge elettorale, conflitto di interessi, nuova normativa sulla libertà di informazione - e poi ognuno per la sua strada perché politicamente sarebbe autolesionistica’. Ma se invece si tratta di un’alleanza politica, allora bisogna ricostruire il centrosinistra: ‘E qualcuno mi spieghi cosa c’entrano Mario Monti o Luca di Montezemolo. L’emergenza è democratica, non tecnocratica, dunque caro Pd sappi che sul terreno del liberismo non ci avrete mai’. Una doccia fredda per Bersani e tutti quelli che stanno lavorando da tempo per convincere Monti a scendere in campo. O lui o noi, dice il governatore pugliese. Così come – prosegue Barenghi su LA STAMPA - non intende fare un passo indietro sulle primarie, che ‘sono il valore aggiunto del centrosinistra, la forma e la sostanza di una stagione nuova’. Centrosinistra che Vendola vuole tentare di mettere in piedi parlando soprattutto di contenuti e pochissimo di formule. Eccolo allora spiegare che la crisi della vecchia Europa è anche la crisi della sinistra: si può affrontare e risolvere solo pensando a ‘un Euromediterraneo con dentro tutti i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, compresi Israele e la Palestina. Perché oggi è dall’altra sponda del mare che arrivano le novità, il vento della libertà senza se e senza ma’. La libertà, appunto: è proprio su questo concetto che il leader di Sel si sofferma a lungo, per dire che ‘non esiste sinistra senza libertà, dal crollo del Muro fino all’Iran, la Cina, la Corea del nord. Non ci sono alibi per nessuno, nemmeno per Cuba’. E qui l’unica frecciata polemica: ‘Compagno Bersani, possibile che alzare lo sguardo significhi dedicarsi alla poesia?’. Malgrado si tratti una situazione più favorevole a un comizio che a un ragionamento, Vendola si sforza di delineare i suoi punti programmatici che sono alla base della sua idea del futuro centrosinistra: il totem del Pil che va messo in discussione, i nuovi poveri, il ceto medio e i precari. Fino a una articolata arringa in favore dell’intervento pubblico su beni quali la salute, l’acqua e la scuola, il salario sociale, la responsabilità sociale dell’impresa (‘l’art. 41 della Costituzione non si tocca’). Non poteva mancare l’attacco diretto a Berlusconi. Sui diritti civili: ‘Un bigotto che va in giro per sepolcri imbiancati a chiedere l’assoluzione per i suoi bunga bunga: se tu avessi un figlio gay, quali sofferenze gli infliggeresti?’. E sulla scuola pubblica: ‘La sua crisi è direttamente proporzionale al successo delle sue tv, il segreto della sua egemonia culturale’. Per chiudere con una battuta sulla macchina del fango: ‘C’è una cosa impudica e volgare in quella foto di 32 anni fa pubblicata dal Giornale di famiglia, e sono i tre segni neri che cancellano il sesso. Mi hanno ricordato i bacchettoni del ‘600 che coprivano le pitture di Michelangelo. Io ero in costume adamitico, corretto dunque dal punto di vista vetero-testamentario’”. (red)

25. Generali, l’affondo di Della Valle

Roma - “Generali, lo scontro continua. Ieri sera, - scrive Sergio Bocconi sul CORRIERE DELLA SERA - con una nota, il consigliere del Leone Diego Della Valle ha replicato alle dichiarazioni rilasciate sabato mattina al Forex da Cesare Geronzi, presidente della compagnia. L’imprenditore marchigiano le definisce ‘fatte in modo inopportuno, senza nessun senso logico e che rimettono sotto i riflettori mediatici ancora una volta le Generali’ . Tutto avviene pochi giorni dopo il consiglio del Leone di Trieste svoltosi mercoledì a Roma che ha deciso di affidare la gestione anche delle partecipazioni sindacate (come Rcs, Mediobanca, Pirelli e Telecom) al group ceo Giovanni Perissinotto. Il board era iniziato con un nuovo scontro fra Della Valle e Geronzi e si è concluso con una stretta di mano fra i due che sembrava segnare più che una pace almeno una tregua. Sabato mattina il presidente delle Generali al Forex ha voluto fornire un quadro di ‘grandissima armonia’ fra i soci e fra il presidente e il management, si è detto soddisfatto dell’ultimo board, ha negato litigi ed espresso stima per ‘l’imprenditore Della Valle’ . Ha quindi definito ‘cruciale’ la dialettica purché ‘senza personalismi’ . Infine ha ‘promosso’ la governance del Leone facendo però appunti sul settore immobiliare dove, ha detto, il lavoro è ancora da concludere. Un appunto sul quale è intervenuto Perissinotto affermando la propria soddisfazione per il governo societario e per i risultati del real estate. La versione di Geronzi – prosegue Bocconi sul CORRIERE DELLA SERA - evidentemente non trova d’accordo Della Valle: ‘Nonostante ‘ il presidente ‘continui a dare alla questione una visione personalistica, per quanto mi riguarda i rapporti tra me e lui non sono la ‘questione centrale’, è centrale invece il rispetto che si deve avere della governance delle Generali, del suo consiglio e dei suoi amministratori, nell’ambito delle deleghe che ognuno di loro ha, cosa che invece anche oggi Geronzi ha disatteso clamorosamente prendendo posizione su argomenti che non gli competono’ . Inoltre è ‘offensivo prima di tutto nei confronti dei consiglieri che vi hanno partecipato il voler far pensare a tutti i costi che nell’ultimo consiglio di Generali ci sia stato un clima disteso e sereno: non è affatto vero’ . Come ‘non è vero il suo voler far pensare che lui ricopre un ruolo centrale nella governance delle Generali’. Della Valle sottolinea che Geronzi (‘come deciso a suo tempo all’unanimità’ ) non ha invece ‘deleghe operative’. Secondo l’imprenditore le dichiarazioni di Geronzi al Forex e l’intervista al ‘Financial Times’ ‘con tutte le implicazioni che ha portato, non permettono di procrastinare oltre le decisioni che vanno prese in termini di comunicazione e non solo, decisioni che mettano fine a questo operato’”. (red)

26. I furbetti Romiti e Della Valle

Roma - “Cesare Romiti – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - è un anziano signore molto rispettato, famoso per aver salvato la Fiat dai disastri provocati prima dal ‘68 poi dalla crisi economica degli anni Settanta e infine da alcune scelte della famiglia Agnelli. Fu lui a riportare in mare la corazzata industriale e a pilotarla per oltre vent’anni. Tra i suoi meriti, il principale fu forse quello di essere riuscito a tenere l’Avvocato fuori dalla plancia. In quel tempo Romiti aveva due passioni: l’impresa e i giornali. Attraverso Fiat prima e Gemina poi aveva le mani sul Corriere della Sera (La Stampa faceva parte del patrimonio di casa, la Repubblica era di un parente stretto). E fu una presa forte, perché oltre alla passione l’uomo sapeva bene che potere e informazione vanno a braccetto. Dopo un lungo periodo di assenza, Romiti ieri è tornato in tv, ospite di Maria Latella (sua ex giornalista) nel pomeridiano di Sky. Tra l’ altro ha detto: spero che Mediaset non si interessi alla carta stampata perché sarebbe un duro colpo alla libertà di informazione. Ha poi dubitato con sarcasmo delle parole di Fedele Confalonieri, che nei giorni scorsi aveva definito stupidaggini le voci su possibili ingressi di Mediaset nella proprietà di importanti quotidiani. Sono convinto che Confalonieri non mente, ma resta comunque triste vedere un ex grande dell’impresa italiana allinearsi all’antiberlusconismo militante pur di strappare un ultimo titolo di prima pagina, farsi strumento del Santoro di turno. Ma chi vuole prendere in giro, dottor Romiti? Nei suoi giornali (io ci sono stato) non si poteva scrivere non dico una notizia ma neppure una riga che Fiat (cioè lei) non volesse, ligi al motto: ciò che serve a Fiat serviva al Paese. E questo accadeva non solo nei fogli di proprietà diretta o indiretta. Attraverso la ragnatela del potere e i soldoni della pubblicità, il condizionamento della carta stampata e della magistratura era generale. Scontato che Fiat (le sue aziende, le sue banche, le sue assicurazioni) era intoccabile, lei crede, dottor Romiti, che qualche pm, direttore o cronista, durante il suo regno fosse libero di indagare sui conti esteri della famiglia Agnelli? Di curiosare tra i giovani amorazzi dell’Avvocato, che in quanto a bunga bunga la sapeva più lunga di Berlusconi? Di infangare la real casa pubblicando, per esempio, i veri motivi che portarono al suicidio del povero Edoardo? Se questo Paese ha perso molti treni non è soltanto perché quelli costruiti dalla Fiat erano inadeguati (ricordate i primi pendolini, sempre fermi in mezzo alla campagna?) ma anche per il tappo che l’era tanto cara a Romiti provocò sulla libertà di informazione. Il più colossale conflitto di interesse mai visto in questo Paese – osserva Sallusti su IL GIORNALE - non è quello che oggi Romiti paventa ma quello di cui lui fu, impunemente, artefice e protagonista. L’ex numero uno di Fiat non è in queste ore l’unico furbetto della comunicazione. Sempre ieri Diego Della Valle, imprenditore di successo (Tod’s e non solo), ha sferrato un violento attacco a Cesare Geronzi, presidente delle Generali. Le Generali sono una delle più grandi casseforti private del Paese, tanto grande da poterincidere sul futuro della stabilità del sistema Italia forse anche più del governo stesso. Questo concetto, direi questa responsabilità, è ben presente a Cesare Geronzi che di conseguenza dirige i lavori a modo suo, che è poi quello dell’interesse degli azionisti prima di tutto ma con un occhio a interessi generali. Ciò non è una cosa disdicevole. Dal punto di vista strettamente di mercato e di redditività, probabilmente sarebbe stato più conveniente vendere l’Alitalia ai francesi, o Telecom agli spagnoli, tanto per fare due esempi concreti. Se così fosse stato oggi saremmo l’unico Paese occidentale a dipendere dall’estero per la telefonia e il trasporto aereo. Ma questo rischio non è considerato tale da imprenditori che evidentemente e legittimamente, pur arrivando per meriti nel cuore del sistema finanziario del Paese (Della Valle è nel consiglio di amministrazione di Generali), pensano sempre, comunque ed esclusivamente agli affari loro. Che se poi di questi affari (investimenti in grattacieli francesi, banche russe o nuovi treni italiani via consociate estere) non se ne sa nulla, neppure in consiglio di amministrazione, tanto meglio. Geronzi è accusato di voler capire che cosa succede nella più grande impresa italiana che gli è stata liberamente affidata. Non mi sembra un reato, anche se capisco che la cosa possa innervosire chi pensava che fosse giunto il momento di poter fare gli affari propri senza troppi intralci. In questo – conclude Sallusti su IL GIORNALE - la parabola di Della Valle assomiglia molto a quella di Gianfranco Fini: rompere con il grande capo per ottenere qualche vantaggio personale. Fini sbagliò parole, modi e tempi. Della Valle vedremo”. (red)

27. Il presidente-imprenditore: “Ecco mio Cile riconciliato”

Roma - Intervista di Paolo Valentino al presidente del Cile Sebastián Piñera sul CORRIERE DELLA SERA: “Ha dato al Cile una grande energia. A 62 anni Sebastián Piñera è un uomo d’azione, a volte disordinato e facile alle gaffe, come quel Deutschland Deutschland über Alles che scrisse a Berlino nel registro degli ospiti, altre volte provvidenziale, come nell’emergenza di un devastante terremoto. Eletto nel marzo 2010, il presidente arriva domani in Italia e prima di partire ha accordato al Corriere un’intervista esclusiva. Ci ha ricevuti alla Moneda, lo storico palazzo costruito dall’italiano Gioacchino Toesca a cavallo tra il ‘700 e l’ 800 e reso celebre dal colpo di Stato del settembre 1973, quando venne bombardato dall’aviazione golpista del generale Pinochet e nelle sue stanze trovò la morte Salvador Allende. Signor presidente, si può dire che con la sua elezione, la democrazia cilena diventa matura: lei è il primo leader conservatore, o se preferisce il primo non espresso da quel centro-sinistra che ha governato il Paese dalla fine della dittatura nel 1989. Oggi il Cile è un Paese riconciliato? ‘Ho fatto parte dello schieramento che lottò per il ritorno alla democrazia. Ho votato no al plebiscito su Pinochet, perché pensavo fosse la via più breve per il ristabilimento della normalità democratica di cui il Cile aveva assolutamente bisogno. Naturalmente ci sono ancora divisioni, ma tutto è relativo: se pensiamo a cosa accade oggi nei Paesi arabi, il Cile è una società riconciliata. Aggiungo che siamo tornati alla democrazia in modo unitario, saggio e pacifico, il che non è poco poiché le transizioni sono quasi sempre segnate da violenze, morti, caos. Da noi tutto avvenne nella stabilità: un successo, come in Spagna dopo Franco’ . Sono stato ieri alla Casa di Pablo Neruda. C’era con me un americano, professore a Yale, il quale ha chiesto alla giovane guida cilena cosa pensasse di Pinochet. La sua risposta mi ha colpito: ‘Il Cile di oggi mi piace ed è il risultato del lavoro di Pinochet. Ma se anche una sola persona è stata uccisa, e purtroppo ne sono state uccise migliaia, questo non è giustificabile’ . È un punto di vista condiviso in Cile? ‘Non c’è scusa possibile per gli abusi contro i diritti umani. Quali che fossero le circostanze e le passioni, nulla potrà mai giustificare le massicce e gravi violazioni che si verificarono sotto il regime militare. Ma se vogliamo fare un’analisi obiettiva, in Cile siamo passati attraverso tre fasi: la prima fu la ‘rivoluzione nella libertà’ di Eduardo Frei Montalva, che tra il 1964 e il 1970 provò a modernizzare il Paese. Poi venne l’esperimento marxista di Salvador Allende che, mi creda, in ultima analisi si rivelò un caos: inflazione alle stelle, tasso di crescita negativo, penuria alimentare, un disastro. Allende fu eletto democraticamente, ma dopo due anni la maggioranza dei cileni era convinta che andavamo verso il baratro’ . Quanto contò il sabotaggio esterno, dimostrato da numerose ricerche storiche, in quella deriva? ‘Probabilmente alcuni Paesi stranieri esercitarono la loro influenza contro il governo Allende, ma non fu il fattore principale. La verità è che la stragrande maggioranza dei cileni non voleva un Paese comunista e decise di protestare in piazza ma anche votando contro il governo nelle elezioni del 1973. Ci furono scioperi, il Cile rimase paralizzato. I cristiano-democratici provarono una mediazione, ma alla fine l’intervento dei militari non ebbe alternative. Allende aveva buone intenzioni, ma il suo governo fu una catastrofe. Così si arrivò all’ 11 settembre. Mi fu subito chiaro che il Cile si preparava a vivere tempi durissimi, ecco perché non sono mai stato fra i sostenitori del regime. Ombre pesanti gravano sulla giunta. Ma devo anche riconoscere che sotto il regime di Pinochet, il Cile cominciò una trasformazione radicale, con l’apertura dell’economia nel senso della liberalizzazione e modernizzazione, che fu la premessa di ciò che accadde dopo. Nel guardare alla dittatura, c’è quindi questa contraddizione tra violazione dei diritti umani e privazione della libertà da un lato, e crescita, modernità, libera iniziativa e sviluppo dall’altro. Ripeto, nulla può giustificare il primo aspetto e per questo sin dall’inizio mi sono battuto per il ristabilimento, accanto alla libertà economica, della democrazia’ . Cosa fate per correggere le grandi disparità di un Paese dove il 20 per cento della popolazione possiede l’ 80 per cento della ricchezza? ‘Vogliamo ridurle e ci siamo dati degli obiettivi. Primo, tornare al 6 per cento di crescita entro 4 anni. Secondo, creare nuovi posti di lavoro. Terzo, riformare i sistemi educativo e sanitario. Quarto, intensificare e vincere la lotta alla criminalità e al traffico di droga. La battaglia contro la povertà è prioritaria, in Cile il 15 per cento della popolazione vive sotto la linea dell’indigenza: lavoriamo simultaneamente con due strumenti, sia aggredendo le cause, come appunto la qualità dell’istruzione, sia alleviando gli effetti con il ‘salario etico di garanzia’, un sistema di sussidi che permette un livello di vita più dignitoso. In 10 anni il Cile, primo Paese in America Latina, sconfiggerà la povertà’ . Perché allora i suoi livelli di popolarità sono così bassi rispetto a quelli del suo predecessore, Michelle Bachelet? ‘Beh, sono al 45 per cento. È lo stesso livello di Bachelet alla fine del suo primo anno. È vero che il mio predecessore ha avuto un’impennata nel suo ultimo anno. Eppure già in 12 mesi abbiamo avuto più crescita, più posti di lavoro, più investimenti, più esportazioni. Abbiamo varato riforme importanti. Ma soprattutto abbiamo affrontato il quinto terremoto più forte della Storia: 30 miliardi di dollari di danni. La gente tende a dimenticare. Risposte immediate sono impossibili. Abbiamo già ricostruito il 50 per cento di ciò che è stato distrutto in quei 30 secondi, e abbiamo aumentato i salari. Metà del lavoro è ancora da fare. Stiamo seminando. Al momento giusto raccoglieremo’ . Lei arriva in Italia. I suoi compatrioti l’hanno paragonata a Silvio Berlusconi. Siete entrambi imprenditori entrati in politica, con interessi nei media e nel calcio. Trova il confronto calzante? ‘Non faccio paragoni. Posso dirle chi sono io. Nella mia vita ho avuto tre vocazioni. La prima è stata quella accademica: ho preso un dottorato ad Harvard, ho insegnato per 15 anni all’Università e non mi pare sia il caso del presidente Berlusconi. La mia seconda vocazione è stata quella imprenditoriale: sono partito da zero, la mia famiglia aveva mezzi modesti, ma sono stato fortunato, ho avuto successo in molti campi, dai trasporti aerei al calcio. Poi, alla metà degli anni Ottanta ho realizzato la mia vera vocazione, l’impegno nella vita pubblica, la lotta per restaurare la democrazia in Cile. Sono stato eletto due volte senatore, poi sono diventato capo del mio partito, ho corso due volte per la presidenza, la prima volta ho perso di misura contro Michelle Bachelet, la seconda ho vinto. Ci sono coincidenze con il presidente Berlusconi, abbiamo entrambi un’esperienza da imprenditori: anch’io ho posseduto un canale televisivo e sono stato proprietario di una squadra di calcio. Ma ci sono molte differenze: sono più giovane, mi considero un uomo di famiglia, sono sposato da 37 anni, il parallelo non regge. Credo che siamo molto differenti per stile di vita, comportamenti e valori’ . Lei come ha risolto il suo conflitto d’interessi? ‘La legge cilena non mi obbligava a vendere nulla. L’ho fatto di mia iniziativa. Un anno prima di essere eletto avevo trasferito tutto a un blind trust. Avevo detto che se fossi stato eletto avrei venduto la linea aerea Lan e trasferito la Tv a una fondazione non-profit, ma avrei tenuto la squadra di calcio, il Colo Colo, la mia passione. Erano le tre partecipazioni che più mi stavano a cuore. Ma poi ho deciso di vendere tutto, il che è avvenuto qualche mese fa. Il governo di centro-sinistra in vent’anni non ha mai regolato il conflitto d’interessi. Stiamo preparando una legge che si applicherà, in modi diversi, a presidente, ministri e deputati’ . Come vede il rapporto con l’Italia? ‘L’Italia è il nostro maggior Paese d’esportazione in Europa dopo la Germania. In questo viaggio porterò gli imprenditori cileni e firmeremo accordi anche per una rete universitaria, energia, ambiente e disegno industriale. Oltre a Berlusconi incontrerò il presidente Napolitano e i presidenti delle Camere. Non saremo a Roma il 17 marzo per i 150 anni dell’unità d’Italia, ma Garibaldi è un eroe anche sudamericano. Ci saremo col cuore’”. (red)

Tutta questione... di culo

Via dall’Italia. E amen