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Via dall’Italia. E amen

Il fenomeno è noto ed è grave: i giovani di valore se ne vanno all’estero in cerca di quello che qui da noi non hanno più modo di trovare. Ciò che è meno risaputo è che una volta emigrati non hanno più nessuna intenzione di tornare

di Sara Santolini

Nessuno dei ricercatori italiani espatriati all’estero per motivi lavorativi ha intenzione di tornare in Italia. Di questi, solo il 27 per cento sarebbe eventualmente disposto a valutare il rimpatrio ma solo in caso di riconoscimento della carriera acquisita all’estero, un maggior reddito, e maggiori risorse per la ricerca. Tornerebbero indietro, cioè, solo nel caso in cui questo Paese si trasformasse improvvisamente in un altro, sensibilmente migliore.

Il risultato della ricerca, presentata al convegno “Academic brain drain: due facce della stessa medaglia” organizzato dall’università di Catania, evidenzia molto bene il problema della “fuga dei cervelli”. L’unica ragione che tiene legati al Paese i giovani talenti sembra essere l’attaccamento alla famiglia, che chiaramente non potrebbe seguirli. Ma si tratta davvero dell’unica remora. Le prospettive di carriera, il finanziamenti alla ricerca e anche semplicemente la possibilità di guadagnare o di guadagnare meglio, rendono sempre più flebile la voglia di restare in Italia, e sempre più forte la spinta a trasferirsi all’estero. 

Basta approfondire l’argomento per scoprire che i numeri sono più allarmanti del previsto. Il problema non è solo, né tanto, quello dei mancati rimpatri. Il problema è nelle cifre dell’espatrio in sé. Ogni anno questo fenomeno interessa ben 50mila italiani. Oltre la metà di questi sono giovani e si tratta per la quasi totalità di “cervelli” in fuga: laureati, professionisti di vari settori, ricercatori, tecnici, artisti che cercano, e spesso trovano, fortuna fuori dai confini nazionali. 

L’Italia, conseguentemente, diventa sempre più povera. Viene privata dei suoi talenti migliori, mentre al suo interno subisce una gerontocrazia e una mancanza di meritocrazia senza pari in Europa. E non si tratta di luoghi comuni o sensazioni: in media il 49,7 per cento delle imprese italiane assume i lavoratori scegliendoli tra le segnalazioni di amici, conoscenti e fornitori, e non sulla base del loro curriculum, degli studi compiuti o attraverso una selezione accurata dei candidati. L’altissimo debito pubblico, la disoccupazione giovanile al 29 per cento, l’estrema diffusione dei contratti temporanei e la perdita di posti di lavoro legati alla crisi economica fanno il resto e rendono il Bel Paese poco appetibile a livello lavorativo.

Il problema, comunque, non è solo di chi un lavoro lo sta ancora cercando. I fortunati che riescono a trovarne uno non è detto che si accontentino e che rinuncino ad andarsene. Tra le cause dell’espatrio c’è anche la voce “salari”. Come viene sottolineato sul sito Fuga dei talenti, in Italia «un giovane architetto guadagna all’anno 22.315 euro, contro i quasi 36mila o i 47mila di chi ha 10 o 20 anni più di lui. Il giovane ingegnere porta a casa 30mila euro l’anno: qui il divario è di 20mila o 30mila euro in meno, rispetto a chi è più anziano». A livello più generale il pil pro-capite in Italia è al dodicesimo posto nella classifica dei Paesi dell’Unione Europea mentre la pressione fiscale è tra le più alte, al 43,2 per cento. Inoltre, la spesa sociale destinata ai giovani in Italia è tra le più basse di tutto il mondo Occidentale.

Aggiungiamo pure che, oggi, espatriare è diventato in realtà molto più facile di quando lo facevano i nostri nonni. I giovani italiani sono molto più simili ai loro coetanei europei o americani. Le loro abitudini di vita, da quelle alimentari a quelle di lavoro e svago, sono, a causa della globalizzazione, sovrapponibili a quelle di chi vive oltre confine. E in queste condizioni non sarà certo con il bel clima e la presenza della famiglia d’origine che l’Italia riuscirà a tenersi i propri talenti in Patria.

 

Sara Santolini

 

 

Secondo i quotidiani del 28/02/2011

Che idiozia, le scuse “storiche”