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Il presidenzialismo strisciante

La “bicameralina” non approva il decreto sul federalismo fiscale e l’Esecutivo se ne strainfischia. Piegando ancora una volta a proprio vantaggio le ambigue procedure del Parlamento

di Marco Lambertini

L’ennesimo pasticcio. Che si aggiunge a tutti gli altri e che conferma l’implosione del nostro sistema parlamentare, ormai in pieno disfacimento. La deriva, al di là delle forme ufficiali, è quelle di un presidenzialismo di fatto, con Berlusconi che può fare quello che vuole grazie all’acquiescenza congenita dei suoi eletti-miracolati del Pdl e alla connivenza tattica della Lega.

Come molti già sapranno, ieri la Commissione bicamerale sul Federalismo “non ha approvato” il decreto sul federalismo fiscale. L’espressione è per forza di cose ambigua: in realtà la votazione si è chiusa in perfetta parità, quindici a quindici, per cui si dovrebbe dire che il testo non è stato né promosso né bocciato. Ma il regolamento stabilisce che in questi casi il pareggio equivale a un rifiuto. Per cui, al di là delle valutazioni politiche, il dato di fatto rimane: la Commissione non ha concesso il suo placet. In altre parole, il giudizio di Camera e Senato va ritenuto negativo. Le norme, così come sono, non vanno bene e andrebbero modificate. 

Il governo ha preso atto del voto, ma lo ha fatto a modo suo. Con un’alzata di spalle. Visto che la battuta d’arresto era ampiamente prevista, il contrattacco era già pianificato. E reso possibile – è il caso di aggiungere – dal solito, fumoso, disastroso accavallarsi di norme contraddittorie che si prestano a qualsiasi interpretazione, in un senso o nell’altro. Lo stesso presidente della bicamerale, Enrico La Loggia, ha sostenuto che il parere andava considerato come «non espresso». E che pertanto, in base alla legge delega (ricordiamo che si tratta di decreti legislativi, vale a dire di atti che l’Esecutivo elabora sulla base di un mandato che si limita a fissare le coordinate generali) si poteva proseguire come se niente fosse, visto che «decorso il termine per l'espressione dei pareri i decreti possono essere comunque adottati». Conclusione: ieri sera il Consiglio dei ministri ha convocato una riunione straordinaria e ha approvato il provvedimento.

Il messaggio è lampante. La Commissione, e quindi il Parlamento, ha il potere di avallare ma non quello di respingere. Se dice di sì, bene. Se dice di no, chissenefrega. Ripetiamolo: al di là dell’aspetto prettamente giuridico, su cui si è subito scatenato un vespaio di opinioni contrapposte, il nodo è l’atteggiamento di Berlusconi. Che è quello di un autocrate il quale considera il Parlamento un accessorio della sua personale sovranità, ricevuta dal popolo all’atto delle elezioni e, da quel momento in poi, trasformata in un potere pressoché assoluto. Tutti quelli che adesso gridano allo scandalo e si stracciano le vesti – da Bersani che parla di «un inaudito schiaffo al Parlamento, una lesione senza precedenti delle prerogative delle commissioni parlamentari fissate per legge, un vero atto di arroganza» a Leoluca Orlando che definisce il blitz del governo «un vero e proprio esproprio eversivo contro il parere del Parlamento » e all’Udc che lo bolla come «volgare e violento, adottato nella più assoluta illegalità costituzionale, che apre un ulteriore conflitto istituzionale, questa volta tra governo e Parlamento» – farebbero meglio a chiedersi come mai siamo arrivati a questo punto. 

La risposta non è difficile: chi di impicci ferisce, di impicci perisce. Berlusconi non ha fatto altro che volgere a proprio favore certe ambiguità che sono iscritte da sempre nella politica nazionale. Chi ha scritto le regole, e avallato certe prassi, è stato bene attento a tenersi aperte mille scappatoie, illudendosi che sarebbe stato l’unico a trarne vantaggio. Poi è arrivato uno ancora più furbo, più cinico, più spregiudicato, e ha ribaltato l’esito della partita. Non è un baro in mezzo a una compagnia di educande: è un biscazziere in mezzo ad altri della sua stessa risma, che credevano, a torto, di avere il monopolio sui casinò della partitocrazia italiana

Marco Lambertini

 

 

La retorica, insidiosa, dell’Italia unita

Secondo i quotidiani del 04/02/2011