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Fannulloni: l’Italia che non lavora

Un libro intero, a firma di David Perluigi, dedicato ai dipendenti pubblici che sfuggono ai loro doveri con ogni sorta di trucchi. E che lo fanno, ovviamente, «a spese dei contribuenti»

di Andrea Bertaglio 

Per chi ha apprezzato inchieste sulla “Casta” come quella di Stella e Rizzo, David Perluigi, giornalista dell’Espresso e del Fatto Quotidiano, ne ha eseguita una su quella della Pubblica Amministrazione: “Fannulloni- Il Paese dei furbi: tutti i privilegi dei dipendenti pubblici a spese dei contribuenti” (Newton Compton Editori). Una denuncia, la prima nel suo genere, degli innumerevoli benefici dei dipendenti del settore pubblico. Un’indagine tragicamente vera e rigorosamente documentata che mostra, a chi ancora ha lo stomaco per venire sapere ciò che rende il Bel Paese perennemente indebitato e in crisi, come doppi stipendi, generose indennità e magnanimi scatti pensionistici portino l’Italia a spendere, se paragonata ad esempio alla Germania, oltre 60 miliardi di euro in più all’anno. Soldi che, senza fondi unici di amministrazione o permessi retribuiti, assenteismo cronico o privilegi dorati, in questo martoriato Paese potrebbero essere destinati a cose di ben maggiore importanza.

Lo diceva già Nietzsche nel 1883: lo Stato è stato inventato per i superflui. E anche oggi, in Italia, nonostante Brunetta (un sasso, il suo, “lanciato nella palude”), e nonostante il singhiozzante e discriminatorio “efficientismo padano” attualmente al governo, la lotta agli indolenti di stato sembrerebbe decisamente un’impresa in salita. Se non altro per la mole inverosimile di privilegi e benefici che molti impiegati degli enti pubblici continuano ad avere a spese dei tartassati contribuenti italiani. Nell’inchiesta di Perluigi viene documentato come inefficienze, abusi, deregolamentazioni ed una quasi totale assenza di controlli o sanzioni disciplinari siano e rimangano all’ordine del giorno nel settore del pubblico impiego. Una serie inquietante di esempi ed episodi che smascherano situazioni spesso ignote ai più, nelle quali possono sguazzare fannulloni di ogni risma. Nullafacenti e furbi di Stato che possono divedersi in svariate categorie. 

Già nelle prime pagine del libro-inchiesta viene spiegato come ci sono fannulloni che risultano in ufficio, mentre «in realtà svolgono un’altra attività e si avvalgono, magari, della complicità dei colleghi per truffare l’azienda». Un comportamento che, almeno in teoria, configura il reato di truffa (e falso ideologico) nel caso della falsa timbratura. Chi lo commette dovrebbe essere subito licenziato, infatti, rispondendo penalmente e obbligato/a a restituire il maltolto. Ci sono poi i falsi malati (in molti uffici fino al 50% del personale, soprattutto «quando ci sono le epidemie influenzali di stagione»): impiegati statali in malattia che, quando non impegnati a lavorare nei propri studi privati, se ne stanno impunemente «in barca o sugli scii, anche quando avevano presentato certificati per problemi alla schiena», se non addirittura ospiti in tv. Un altro comportamento perseguibile penalmente (dovrebbe scattare la denuncia per truffa) e punito con il licenziamento. Ci sono poi quelli che hanno un secondo lavoro: che, stimandoli al ribasso, rappresentano una percentuale che si avvicina al 12 % (dato frutto di un’indagine a campione). E  non si tratta solo di “doppio” lavoro, perché ci sono pubblici dipendenti, parlamentari in primis, che di lavori ne fanno «anche tre o quattro, e senza bisogno di chiedere nessuna autorizzazione».

C’è poi «chi è a tutti gli effetti in ufficio, non finge di ammalarsi, non fa il doppio lavoro, ma è improduttivo». Perché? Non tanto o non solo per pigrizia e scarso attaccamento al lavoro, ma semplicemente perché «i dipendenti pubblici sono sempre in sovrannumero», e «spesso sono stati assunti per motivi “politici”. Per creare consenso». In questi casi «il dirigente non lo incalza, anzi lo ignora, perché in realtà non ha bisogno di lui o perché non vuole avere a che fare con i rappresentanti sindacali. Al dirigente responsabile non vengono chiesti o misurati i risultati conseguiti e la conservazione del suo incarico non dipende dai risultati raggiunti o meno. Eppure lo scarso rendimento reiterato nel tempo, costituisce sempre causa di licenziamento in tutte le aziende private. Questo principio, nel pubblico, non vale quasi mai».

I capitoli di questo libro scorrono veloci, nonostante i bruciori di stomaco che possono causare e nonostante l’abbondanza di dati, cifre e percentuali che rendono più credibile ciò che in molti casi non lo sembra affatto. Non in un Paese “civile”, almeno, in cui il debito pubblico è già fuori da ogni controllo. Un viaggio attraverso i benefici riservati ai membri di esercito e forze armate e famiglie, enti completamente inutili, pensioni stellari dei burocrati di Stato (gente a casa già all’età di 50-55 anni, in un Paese che, come l’Italia, già vanta oltre 17 milioni di pensionati), a partire dai parlamentari che, dopo soli due anni e mezzo di legislatura, si trovano pensioni che possono superare i 10.000 euro al mese. Ma questo è solo un assaggio. Ci sono descrizioni sulla questione dei buoni pasto e dei bonus orari, «La grande infornata dei dirigenti senza concorso», «La fabbrica dei primari», i vantaggi di ferrovieri e forestali, quelli riservati agli agenti dei servizi segreti, ai sindacalisti, ai camici bianchi, agli impiegati di Comuni, Regioni, Protezione civile, Rai… 

Una serie apparentemente infinita di situazioni che tracciano un quadro ben preciso del livello di civiltà del nostro Paese, ostaggio sì di un livello di corruzione politica raro o del tutto impensabile nel mondo occidentale, ma ancor più schiavo di se stesso, di una mentalità terribilmente sciatta e arraffona che, a quanto pare, ha caratterizzato l’Italia fin dalla sua nascita. Un documento che si legge facilmente, ma che porterebbe anche la più onesta delle persone a provare una irrefrenabile voglia di evasione fiscale. Anche perché, come giustamente si ricorda in conclusione del libro, «La pazienza non è infinita», e l’esercito di giovani precari e dipendenti non pubblici che con il loro lavoro e le loro scarse garanzie mantengono questi parassiti e tengono in piedi i “carrozzoni” di Stato, potrebbe presto finire, visti i tempi, e portare anche «all’estinzione, per genocidio, dei dipendenti pubblici».

In molti concordano con il ministro Brunetta sulla necessità di rendere più efficiente e moderna la pubblica amministrazione e i suoi dipendenti, ma «la sua battaglia è ben lungi dall’essere vinta», afferma Perluigi. Un segnale è stato il sit-in di protesta davanti a Palazzo Madama, sede del Senato, dello scorso luglio, ribattezzato il "Fannulloni pride", l’orgoglio fannullone, una manifestazione contro il decreto legge 112/2008 il (temutissimo "Decreto Brunetta"), che dovrebbe prevedere taglio dell’organico e decurtazione degli stipendi, controlli più severi sulle assenze per malattia e soppressione per gli Enti pubblici con personale al di sotto delle cinquanta unità. «Vedremo se il piano che si è prefissato il ministro della Pubblica amministrazione si concretizzerà e in quali tempi», si chiede il giornalista del Fatto Quotidiano. Anche se, vedendo come procedono le cose a ormai diversi anni dalla proclamazione di questo tipo di intenti, la situazione nel settore pubblico non sembra sia molto cambiata. Anzi. 

Andrea Bertaglio

 

“Fannulloni. Il paese dei furbi: tutti i privilegi dei dipendenti pubblici a spese dei contribuenti - L’Italia che non lavora”, di David Perluigi; Newton Compton Editori; pp. 192; 9,90 euro

 

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