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L’ultima dei finiani: “il fascista libertario”

Il libro ha per autore Luciano Lanna, condirettore del quotidiano ex An “Il Secolo”. E la domanda diventa inevitabile: che cosa c’entra il Fli di Gianfranco Fini con due parole tanto diverse?

di Alessio Mannino

Ci ha lasciato leggermente basiti sapere che il libro-manifesto dei finiani di Futuro e Libertà, scritto da quell’intellettuale solitamente sofisticato che è il direttore del Secolo d’Italia, Luciano Lanna, avrà il seguente titolo: “Il fascista libertario”. Non per l’aggettivo, ma per il sostantivo. E soprattutto per il loro accostamento, che secondo noi non è solo peregrino, ma del tutto strampalato. Forse troppa sofisticheria questa volta, caro Lanna. 

“Fascismo”, ormai ampiamente sdoganato a materia scientifica nella storiografia grazie al pionieristico lavoro di De Felice, è una parola tabù nel lessico politico italiano. Evoca il regime che sappiamo: una ventennale dittatura repressiva che sfociò nel razzismo anti-ebraico e nel criminale azzardo di una guerra diventata civile con un ultimo, cimiteriale Mussolini ostaggio a Salò e complice dei nazisti occupanti. Oggi l’accusa di essere un “fascista”, col fascismo morto e sepolto, viene scagliata contro ogni senso del ridicolo dalla sinistra più becera e anacronistica non solo per squalificare umanamente i ragazzi delle varie frange dell’estrema destra di strada (che pur apprezzabili in alcune idee e soprattutto nelle attività sociali, si sdilinquiscono ancora davanti ai busti del Duce), ma anche per comprendere nella categoria di “male assoluto” (una stupidaggine che Gianfranco Fini ha mutuato dall’antifascismo “religioso” di marca resistenziale) tutto ciò che non rientra nella concezione che in quel momento la sinistra ha della democrazia. Così oggi fascisti sono i leghisti e i berlusconiani, mentre prima erano fascisti persino i democristiani alla Cossiga. 

Un’etichetta non più politica ma antropologica, metafisica, a-storica e, dopo settant’anni, decisamente anti-storica. Lanna invece la brandisce rovesciandone il senso in positivo, con orgoglio. E ricorre ad essa per dare la definizione ideologica della nuova destra finiana. Una mossa incauta? Dovremmo leggere il libro per rispondere, e lo faremo. Certamente la mente culturale e giornalistica del finismo in gestazione l’avrà calcolata anche in funzione politica, di utilità nel breve e medio periodo. Rivendicare come biglietto da visita il termine “fascista” non era mai stato osato, tanto che Fini dovette trasformare il vecchio Msi in Alleanza Nazionale e, con una serie di strappi, nel volgere di quindici anni stravolgerne l’identità fino a sposare il pensiero unico più oscenamente liberale, occidentalista, atlantista, individualista e multiculturalista. 

Ma tant’è. Ciò che invece ci sentiamo sicuri di smentire è la veridicità dell’accoppiamento semantico tra “fascista” e “libertario”. Nella cronaca che il Corriere della Sera ha dedicato ieri all’opera di Lanna, questi per spiegarne il concetto-chiave cita un’affermazione di Montanelli, ex fascista poi liberal-conservatore di stampo prezzoliniano, sulla destra “ideale”: «La destra in cui militavo io. Con Romano Bilenchi, Ottone Rosai e parecchi altri, faceva capo a un quindicinale, L’Universale, e a un giovane professore di matematica, Berto Ricci. Quando il gerarca del Minculpop, dal quale dipendeva il permesso di pubblicazione, ci chiese quali tematiche ci promettevamo di sviluppare, rispondemmo come la cosa più semplice e naturale di questo mondo: la formazione in Italia di una coscienza civile». 

Berto Ricci fu una figura di grande spessore umano, morale e politico. Non fu mai un notabile del regime (il massimo degli onori fu essere chiamato a insegnare alla Scuola di Mistica Fascista). Povero, toscano fino alle midolla, poeta, era fondamentalmente un uomo di cultura, anche se morì da soldato, volontario, nel deserto libico. Aderì giovanissimo al regime fascista già avviato dopo un’iniziale esperienza da anarchico, e nel fascismo cercò sempre di infondere caratteri che non furono mai fatti propri dal regime. Sognava un imperialismo universalistico, cioè non nazionalista e razzista, ma di tipo dantesco, fondato sulla supremazia spirituale dell’Italia; ma sempre di imperialismo si trattava. Credeva nella carica eversiva, anti-borghese e socializzatrice delle camicie nere più arrabbiate, il che lo fa ascrivere a buon diritto alla cosiddetta “sinistra fascista” che conobbe il suo violento crepuscolo nei seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana. Era allergico alle buffonerie da parata e alla plumbea cappa totalitaria in cui il Mussolini “staraciano” e filo-nazi fece sprofondare il paese, scavando da solo la fossa del dissenso e della fronda che covavano fra i giovani più inquieti (molti dei quali passarono al comunismo). Ma al dunque, da uomo coerente anche se ormai disilluso, come sempre aveva fatto obbedì con slancio persino alla più disastrosa delle scelte fatte dal fascismo, l’entrata in guerra, e si arruolò nelle legioni della Milizia per andare a crepare nella sabbia. 

Una guerra che, come le sue idee, di libertario avevano ben poco. Il suo carattere ribelle, il suo stile di vita semplice e rigoroso, il suo individualismo anarchicheggiante lo erano. Ma il suo fascismo era pur sempre fascismo: ossequiente all’autorità suprema del Capo, militarista e in divisa, spietato con gli a-fascisti (i borghesi) più che con gli antifascisti, idolatra dello Stato seppur di popolo e fanaticamente anti-liberale. Onorare la sua memoria non significa travisarne la storia (pur ammirandola, e noi l’ammiriamo). Non se lo merita, di essere disseppellita per un’operazione di verniciatura culturale tentata sulla cruda sconcezza di un’operazione tutta di potere, ovvero quella di Fini folgorato sulla via di Damasco dopo quindici anni di lecchinaggio politico al Berlusca. 

Leggeremo il libro di Lanna, ma già così, a orecchio, ci sembra che far passare l’idea di un “fascismo libertario” quando il fascismo fu solo liberticida, faccia un grave torto sia ai fascisti che ai libertari. Che non sono la stessa cosa dei liberali come i finiani, e neppure dei liberisti, temperati o meno, come lo sono tutti, purtroppo, oggi. 

 

Alessio Mannino

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