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Secondo i quotidiani del 07/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Sfida ai pm in Parlamento”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “Una tregua vera o meglio il voto”. Di spalla: “La democrazia può vincere (anche) nei Paesi arabi”. Al centro foto-notizia: “Rogo nel campo Rom: muoiono quattro bimbi” e “Goleada dell’Inter: sempre più in corsa”. In taglio basso: “La rabbia dei ‘senza futuro’: Così nascono i movimenti” e “Il ricatto dell’ex eroe Assange”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi attacca stampa e pm” e “L’anima romana della Lega”. Colonna a sinistra: “Fiat, il premier convoca Marchionne” e “Il governo rassegnato al Lingotto americano”. Di spalla: “Se anche le italiane diventano badanti”. Al centro foto-notizia: “I soliti violenti” e “Rogo nel campo Rom muoiono quattro bambini”. In un box: “Si tratta, ma i Fratelli musulmani dicono no”. In taglio basso: “Poker e casinò ondine, lo Stato spinge al gioco” e “L’Inter piega la Roma, calcio show a San Siro”. 

LA STAMPA – In apertura: “Scontri al corteo anti-Premier”. Editoriale di Mario Deaglio: “Alle imprese il disinteresse nazionale”. Di spalla: “Terziario in crisi, il ‘piccolo’ non fa sistema”. Al centro: “Inferno in una baracca. Morti quattro fratellini rom” e in un box: “Egitto, la piazza boccia l’accordo sulle riforme”. A fondo pagina: “Il Milano frena, Napoli a -3” e “Kubica, carriera in bilico”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Grandi opere, avanti piano”. Editoriale di Giorgio Santilli: “Politici distratti, il paese ha perso la virtù del fare”. Al centro la foto-notizia: “Caro greggio. come le pm possono difendersi dagli aumenti della bolletta energetica”. Di spalla: “Tutti i rischi di esportare in un solo mercato”. A fondo pagina: “Meno ostacoli sulla Scia” e “Il no profit sente la crisi: nel 2010 perdono slancio le donazioni degli italiani”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Rogo a Roma, muoiono quattro bimbi” e in un box: “Alemanno: via tutti i campi irregolari, chiederò poteri speciali al governo”. Editoriale: “Mai più”. Al centro foto-notizia: “Il grido della madre: ‘Non li abbandono, resto con i miei figli’ ” e “Protesta ad Arcore, scontri e feriti”. In un box: “E’ l’ora di fermarsi”. In taglio basso: “Addio Bollea, amico dei piccoli” e “Roma, spettacolo e rimpianti”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Dopo le ragazze, gli idioti”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “De Benedetti a Milano, comparsata da 800 milioni”. Al centro interventi di Emma Marcegaglia: “ ‘Caro Giuliano, la frustata di Berlusconi va bene, ma…’ ” e di Giuliano Ferrara: “ ‘Cara Emma, non faccia però la prima della classe’ ”. Di spalla: “La festa dell’Unità costa troppo? Abolite il 25 aprile”. A fondo pagina: “Se non paghi le tasse ti ammazzano il cane”. 

LIBERO – In apertura: “Di Pietro: un libro svela i suoi segreti”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Assedio ad Arcore, la carnevalata degli anti-Silvio”. Al centro la foto-notizia “Salviamolo dai moralisti immorali” e “Pannella stangherà i pm per conto del Cav.”. A fondo pagina: “Intesa Mubarak-ribelli, l’Egitto non finirà come l’Iran” e “I due cristi di Michelangelo: allo Stato il falso, ai boss quello vero”. 

IL TEMPO – In apertura: “La marcia su Arcore”. 

IL FOGLIO – In apertura: “Attenti a quel miliardo di affamati”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Solo una maschera”. A fondo pagina: “Morti carbonizzati quattro bimbi in un campo nomadi a Roma”. (red)

2. Tregua vera o meglio il voto

Roma - “Può una maggioranza – scrive Ernesto Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - reggersi sulla condiscendenza dell’on. Scilipoti? Può un Paese sapere che le sue sorti dipendono da un gruppetto di deputati transfughi da provenienze così eterogenee da non riuscire a trovare altra definizione per sé stessi che quella vagamente orwelliana de ‘i responsabili’? Il caso dell’Italia dimostra, ahimè, che è possibile. Ma se la cosa può funzionare sul piano dei numeri, non funziona sul piano politico. Cioè nella realtà. Su questo piano quel che si è visto e che si continua a vedere è il progressivo sfilacciamento della proposta politica con cui il Pdl si presentò a suo tempo davanti al corpo elettorale, una congenita difficoltà da parte del suo capo di fissare gli obiettivi e di tenere la rotta, infine (ma non in ordine d’importanza) un’irrefrenabile tendenza al conflitto e allo scontro più aspro con gli altri partiti nonché con gli altri organi e poteri dello Stato. Un conflitto e uno scontro che si rinnovano ogni giorno, si ramificano, si moltiplicano, investono i più diversi ambiti delle istituzioni e della società, rimbalzando con sempre rinnovato vigore da uno all’altro. Fino a che il Paese intero, come appare da mesi, si ritrova scosso da una fibrillazione senza tregua, incerto di tutto, lacerato da divisioni sempre più profonde. A questo punto è divenuto di ben scarso interesse accertare colpe e responsabilità (se ne occuperanno i tribunali), anche se è impossibile nascondere che da un lato l ’iniziativa sul filo dell’irritualità di una parte della magistratura (qual era la notitia criminis che prima della famosa notte della Questura di Milano ha indotto a mettere sotto controllo la villa di Arcore?), e dall’altro lo stile del presidente del Consiglio, dell’uomo come del leader politico, imprimono continui innalzamenti al livello della tensione. Ma ripeto, tutto ciò ha ormai poca importanza. Oggi –prosegue Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - quello che conta è il sentimento generale che si respira nel Paese, anche in vasti settori della maggioranza, soprattutto tra coloro che ritengono importante salvare il profilo storico dell’esperienza di governo del centrodestra per molti aspetti certamente positiva. Se non sarà possibile una tregua, più volte invocata su queste colonne e più volte chiesta dal capo dello Stato (e non raccolta da un’opposizione che preferisce purtroppo la piazza al dialogo), il ricorso al voto anticipato appare una soluzione preferibile pur con una legge elettorale disgraziata di cui abbiamo avuto prove inconfutabili. La politica però tende a non prestare alcun ascolto a questo malessere generale. Da mesi, infatti, nelle parole dei suoi attori, le elezioni anticipate sono solo un diversivo tattico da adoperare a seconda delle convenienze, una parola d’ordine destinata a durare un giorno, uno spauracchio agitato per intimorire l’avversario: niente di più. Quel Paese che non ne può più e vuole un nuovo inizio — e che oggi rappresenta quasi certamente la maggioranza, comprendendo elettori di tutti gli schieramenti — è dunque privo d’interlocutori politici, salvo il presidente della Repubblica. Ma nessuno può pensare che a un uomo equilibrato e imparziale come il presidente Napolitano possa mai venire in mente di intervenire per determinare un esito o un altro della crisi. È la politica che deve riprendere in mano il suo destino. O è possibile una vera tregua, magari in occasione dei prossimi provvedimenti sull’economia, quanto mai necessari, sui quali un’opposizione responsabile avrebbe il dovere di confrontarsi lealmente senza pregiudizi, oppure – conclude Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - è meglio restituire la parola agli elettori. Conviene a tutti”. (red)

3. La Camera si prepara a votare il conflitto d’attribuzione

Roma - “Il primo atto parlamentare in materia di giustizia, dopo il voto dell’Aula di Montecitorio giovedì scorso sul Rubygate, - riporta Maria Antonietta Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - riguarderà ancora l’inchiesta della Procura di Milano che vede indagato il premier. Non il processo breve (che in ogni caso non verrebbe riproposto con la norma transitoria che avrebbe mandato al macero migliaia di processi). Né la legge sulle intercettazioni. ‘La road map dei provvedimenti su cui si concentrerà il governo non è ancora stata messa a punto’ , spiegano al ministero di via Arenula. Mentre mercoledì prossimo il Consiglio dei ministri si concentrerà sul pacchetto-economia. Ecco invece la novità: la Camera potrebbe sollevare, su richiesta dei legali del premier, il conflitto d’attribuzioni contro la Procura davanti alla Corte Costituzionale. Con una Relazione messa a punto prima dalla Giunta per le autorizzazioni e poi dall’Aula, che in un caso del genere vota a maggioranza assoluta (cioè con almeno 316 voti a favore) ma, a differenza della settimana scorsa, a scrutinio segreto. Ufficiosamente e chiarendo che parla dal punto di vista procedurale, Niccolò Ghedini sostiene che per imboccare questa strada ‘bisognerà attendere fino a quando il gip del capoluogo lombardo si sarà pronunciato sulla richiesta della Procura di sottoporre a giudizio immediato Berlusconi’ . La Procura ha fatto slittare questa sua iniziativa, già annunciata per venerdì scorso in forza di una ‘prova evidente’ del reato, ai primi giorni di questa settimana poiché deve sciogliere i residui dubbi giuridici sulla possibilità di perseguire il giudizio immediato solo per la concussione o anche per la prostituzione minorile di Ruby. Ma soprattutto Ilda Boccassini e i suoi colleghi devono valutare come comportarsi dopo il verdetto della Camera. Dal momento che la valutazione dell’organo parlamentare non è sindacabile da parte della autorità giudiziaria né sotto il profilo formale, né sotto il profilo sostanziale, per esplicita previsione dell’articolo 9, comma 3, della legge costituzionale numero 1 del 1989. Potrebbe essere anche la Procura – prosegue Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - a sollevare conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera, non appena le verrà notificata la decisione di Montecitorio. Ma se la Procura dovesse continuare a tenere presso di sé il processo, senza passare la mano al Tribunale dei ministri, compiendo altre indagini e magari chiedendo il giudizio immediato al gip (che ha cinque giorni per decidere), così come è stato ribadito dai pm subito dopo il voto della Camera, allora, la maggioranza è pronta a prendere l’iniziativa del conflitto, per via parlamentare, su richiesta dei legali del premier. ‘Ciò potrebbe avvenire nel giro di un paio di settimane — afferma il vice capogruppo Pdl al Senato Gaetano Quagliariello— seguendo passo passo il precedente che ha riguardato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli’”. (red)

4. Offensiva in tre mosse. Scatta l’ora dei “falchi”

Roma - “E ora, le contromosse. E’ da giorni – scrive Francesco Grignetti su LA STAMPA - che nel Pdl si alza il tam-tam: da questa settimana si ricomincia alla grande con il lavoro parlamentare e la giustizia è in cima all’agenda del Cavaliere. Inutile dire che il premier ha il dente avvelenato con i magistrati, specie quelli di Milano che l’hanno messo sotto indagine. Ma è il tema in generale che lo interessa. Sono giorni che insiste, in pubblico e in privato: è arrivato il tempo - dice - di fare sul serio adesso che non ha più Fini tra i piedi. C’era traccia del tema anche nell’audiomessaggio di ieri, quando ha esclamato: ‘Mentre da noi alcuni magistrati perseverano nell’intromettersi illegittimamente nella vita dei cittadini e certi giornali sembrano concentrati a guardar nel buco della serratura...’. E allora via con le riforme che tanto gli premono (e gli servono). Il premier ha fatto commissionare i soliti sondaggi e sa che gli italiani sono molto sensibili alla questione delle intercettazioni. ‘La gente non ne può più’, confermava ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini. Prestissimo alla Camera tornerà in discussione il ddl di riforma che i finiani, ma anche il Quirinale, avevano portato su un binario morto. Sarà un ddl tornato alle origini, però, draconiano nelle prescrizioni per giornalisti e magistrati. Alla fine le intercettazioni verrebbero davvero ridotte al minimo. E ci potrebbe essere anche qualche codicillo (si ricordi il principio del ‘favor rei’) che inciderà sui procedimenti in corso. Altro ddl destinato a tornare in auge, il processo breve. Anche qui: i sondaggi lo hanno avvertito che gli italiani non ne possono più delle lungaggini della giustizia italiana. Il Cavaliere perciò salterà agilmente sul tema. Amici e nemici ritengono però che la formulazione sarà ben più drastica di quella oggi in discussione alla Camera. Ai piani alti del Pdl – prosegue Grignetti su LA STAMPA - hanno dato incarico al sottosegretario Francesco Nitto Palma, magistrato prestato alla politica e tecnico fine almeno quanto Ghedini, di rivedere il testo per studiare possibili emendamenti. Di Nitto Palma si sa come la pensa: una sua proposta di legge di qualche anno fa prevedeva un Processo Breve che annullava i processi anche retroattivamente e bastava sgarrare sui tempi di un solo grado di giudizio per far scattare una prescrizione. Va da sé che con questa formulazione sarebbero immediatamente cassati tutti i procedimenti pendenti del Cavaliere. Quanto a Ruby, sempre Frattini ieri avvisava: ‘In nessun altro paese europeo sarebbe consentita una violazione della privacy del genere. Se il caso arrivasse all'attenzione della Corte europea per i diritti umani, spazzerebbe via tali violazioni’. E’ più che una minaccia. E’ un programma. E infatti ha drizzato le orecchie uno che se intende come Luigi De Magistris: ‘Il possibile ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo - dice l’ex magistrato, oggi eurodeputato Idv - brandito come arma dal ministro Frattini francamente fa sorridere’. Anche questa del ricorso alla Corte di Strasburgo, organo del Consiglio d’Europa, sarà una delle munizioni nell’arsenale del Cavaliere. Nell’aula del tribunale di Milano, insomma, quando e se si arriverà ai processi per Berlusconi, non si ascolteranno solo le schermaglie degli avvocati Piero Longo & Niccolò Ghedini. Ci potrebbe essere anche un ricorso della Camera o della presidenza del Consiglio alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione. Forse anche quest’altro ricorso evocato da Frattini. Va da sé, comunque, - conclude Grignetti su LA STAMPA - che la Corte costituzionale sarà chiamata a dirimere i prevedibili conflitti sul Legittimo impedimento che il premier solleverà alla prima occasione”. (red)

5. Per il 30% degli italiani si deve andare a votare

Roma - “Qual è ora la strada migliore per uscire dal pantano istituzionale in cui il Paese, secondo tutti gli osservatori, si trova in questo momento? È meglio che il governo presieduto dal Cavaliere prosegua per la sua strada, sia pure tra mille difficoltà, o è più opportuno che l’attuale legislatura abbia un termine e ci si rechi risolutamente alle urne? Per comprendere l’orientamento al riguardo dell’opinione pubblica, - scrive Renato Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - occorre ricordare che buona parte della difficile situazione attuale trae origine dalle gravi accuse rivolte a Berlusconi da parte della Procura di Milano. Sono credibili queste imputazioni? E sono tali da essere incompatibili con il ruolo di presidente del Consiglio? Solo una minoranza — poco più del 10 per cento— ritiene le accuse senza fondamento. Lo pensano in misura relativamente maggiore, ma pur sempre molto minoritaria, le persone più anziane, in particolare i pensionati, con titolo di studio più basso. Naturalmente, questa posizione è più frequente tra gli elettori del Pdl, ma anche tra costoro non arriva a superare un terzo (31 per cento). Vi è poi chi, pur affermando che gli episodi di cui Berlusconi è accusato sono probabilmente accaduti, ritiene che essi riguardino solo la sua vita privata e non inficino il suo status di presidente del Consiglio. Si tratta, in questo caso, di più di un terzo (34 per cento) degli italiani, con una maggiore frequenza tra i più giovani. Tra i votanti per il Pdl, questa posizione è molto più frequente e raggiunge quasi due terzi (62 per cento). Contrariamente a quanto qualcuno si poteva aspettare, questo orientamento è anche relativamente più diffuso tra i cattolici praticanti. Questi ultimi, nella loro maggior parte, appaiono tendere verso l’assoluzione del Cavaliere, dividendosi tra quanti (15 per cento) ritengono le accuse senza fondamento e quanti (42 per cento) le giudicano irrilevanti politicamente. Ma la maggioranza relativa degli elettori nel loro insieme risulta assai più severa con il Cavaliere. Quasi metà (44 per cento) afferma infatti che non solo Berlusconi è probabilmente colpevole di quanto accusato, ma che questo comporta inevitabilmente le dimissioni. Troviamo qui in misura maggiore liberi professionisti e impiegati, oltre che, ovviamente, gran parte dei votanti dell’opposizione. Questo giudizio prevalente di condanna – prosegue Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - aiuta a comprendere perché solo una (seppure molto consistente) minoranza di italiani desideri che Berlusconi continui a governare il Paese. Si tratta di quasi un terzo (31 per cento) della popolazione, in buona misura coincidente con chi, alla domanda precedente, ha teso ad assolvere il premier o a minimizzare le accuse che gli sono state rivolte. Non a caso, qui si trova la maggioranza relativa (40 per cento) dei cattolici praticanti. La prosecuzione in carica del governo attuale è inoltre ovviamente auspicata da più dell’ 80 per centodei votanti per il Pdl, ma da una quota molto inferiore (45 per cento) di leghisti, i quali sono, come si sa, invece molto tentati dalle elezioni anticipate. La gran parte degli italiani si divide invece tra quanti (19 per cento) ritengono comunque opportuno evitare le elezioni, con la formazione di un esecutivo tecnico guidato da un’alta personalità istituzionale e quanti (30 per cento), viceversa, propendono direttamente per la chiamata alle urne. Anche gli elettori dell’opposizione (e quelli della Lega) appaiono separati al riguardo. La maggioranza di costoro (ad esempio, il 54 per centodei votanti per il Pd, il 36 per centodi quelli per Fli e il 20 per centodei leghisti) ritiene meglio tornare a votare. Ma una quota significativa (tra gli elettori del Pd più di un terzo) vorrebbe scongiurare questa prospettiva, provando da subito un nuovo, diverso esecutivo. Insomma, sia pure a fronte di una diffusa condanna per i comportamenti del Cavaliere, le opinioni sul da farsi risultano contraddittorie e, per certi versi, confuse. Come è, d’altra parte, - conclude Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - la situazione politica attuale”. (red)

6. Pannella: “Io e Silvio? Sostenere istituzioni un dovere”

Roma - Intervista di Iacopo Jacoboni a Marco Pannella su LA STAMPA: “Noi dialoghiamo, certo, è il comandamento lasciatoci da Pasolini quando ci spedì il suo testamento, ‘abbiamo dialogato anche con le meretrici, figurarsi...’ . Ci siamo già visti due volte, col Cavaliere, ci rivedremo in settimana, possiamo trovare un’intesa. Trattiamo, vediamo cosa ci offre. Berlusconi almeno quando dice di volerci vedere poi mi fissa subito un incontro, Rosy Bindi e Bersani mi hanno sempre detto ‘ci incontriamo, ci incontriamo’, e li hai mai visti?’. Marco Pannella è in taxi, espone una visione politica che è un misto di alti ideali e crudo, brutale pragmatismo. Prima: Pasolini; dopo: trattiamo, Cavaliere, dateci qualcosa. Ordina al tassista di fermarsi poco più avanti dell’edicola al Tritone, non molti metri oltre la sede del Messaggero. Sta per raggiungere Radio Radicale, dove alle cinque inizia la torrenziale conversazione domenicale con Massimo Bordin. Ma il tema del giorno è semplice, stavolta: appoggia o no il pericolante governo del Cavaliere? ‘Tra il puttaniere Berlusconi e il casto Formigoni non c’è nemmeno da discutere dove stia io...’, risponde di getto mentre, dice, ‘mi rifornisco di sigarette dal mio pusher’. ‘Per non parlare della bigotta opposizione di regime, che si fa sostituire dalle assise di Milano dirette dall’ingegner De Benedetti. Io stimo Saviano, è una faccia pulita, ma quali sono le proposte di questa opposizione supplente? Nessuna’. La formula che usa Pannella è da prima Repubblica, ma non è oscura: ‘Sorreggere le istituzioni - anche istituzioni disastrose - è un dovere repubblicano. Specie se non esiste un’alternativa. O pensiamo che lo sia il governo Tremonti, con in più Formigoni? Io dico col cavolo! al peggio non c’è mai fine...’. Naturalmente, Pannella ci tiene a ricordare che finora Berlusconi è stato puntellato da altri, i Razzi e gli Scilipoti, ossia l’Idv, e poi ‘da due del Pd e qualcun altro, non da noi, che votammo compatti la sfiducia, e abbiamo detto sì in giunta all’autorizzazione alla richiesta di perquisizione’. Ciò premesso, Marco è stufo, dei silenzi della sinistra, della solitudine politica, della vecchiaia, che lo limita; e sensibile alla sollecitudine manifestata dal premier, che ha promesso a brevissimo un terzo incontro. C’è chi parla addirittura della Giustizia in palio, ma sono favole. Pannella, dice, vorrebbe ‘una parola sui temi etici, o sulla grande questione sociale, amnistia o indulto, o un’accelerazione della legge Ichino-Cazzolaradicali sulle pensioni’. Il popolo radicale è in rivolta, però. ‘Ho letto seicento email, molti mi danno del traditore, mi coprono con una marea di insulti. Rispondo così: stiamo contrattando? Evvabbè, sì, vedremo cosa avremo ottenuto, o cosa avremo tentato di ottenere e non ottenuto, e al congresso tiriamo le somme’. Soprattutto - come ripeterà a Bordin a breve - ‘noi siamo tanto convinti che deve durare la legislatura, ma anche convinti che non esistono mai soluzioni univoche. Stiamo trattando per trovare elementi che siano utili agli uni e agli altri. Chiederemo delle cose, dei fatti, che parlino al popolo. In pochi giorni sarà difficile. Ma ho fiducia. Mi accusano di andare avanti a zig zag, una volta con la destra e una con la sinistra? Noi da trent’anni siamo per le stesse cose, divorzio, aborto, legalità. Ora si fissano sulle escort, ma è legalitario Bersani, che ha coperto la situazione lombarda, ha coperto Formigoni, al quale poteva subentrare Cappato, o il povero Penati? Qui c’è la totale incapacità politica del Pd; e allora che facciamo, nuove elezioni?’”. (red)

7. Pannella stangherà i pm per conto del Cav

Roma - “Se Silvio Berlusconi cerca l’elisir della giovinezza, - scrive Mauro Suttora su LIBERO - meglio Marco Pannella di Ruby. L’ottantunenne leader radicale esibisce l’energia di un ventenne, in questi giorni. Con la sua coda di cavallo bianca da capo indiano, è felice per essere tornato a fare notizia. E che notizia: sarà lui a nominare il prossimo ministro della Giustizia. Se Alfano diventerà coordinatore unico del PdL, di fatto delfino di Berlusconi, il candidato potrebbe essere un ‘tecnico d’area radicale’: Mario Patrono, consigliere Csm di area socialista negli anni ‘90. Il quale in via. Arenula si occuperà dei tre argomenti che stanno a cuore a Pannella: carceri, separazione delle carriere e responsabilità civile dei magistrati (referendum vinto nell’87 sull’onda del caso Tortora, ma depotenziato da legge poco applicata). In cambio, nelle votazioni topiche Berlusconi avrà nove voti in più: i sei radicali alla Camera, e i tre senatori. Difficile per Emma Bonino seguire Marco anche in questo suo ultimo giro di valzer: lei è vicepresidente del Senato, in quota centrosinistra. Con qualche obbligo in più verso chi l’ha eletta, quindi. Ma se Fini ha fatto il salto della quaglia, può farlo anche lei in direzione opposta. Magari astenendosi, oppure con qualche provvidenziale assenza. Già adesso Emma risulta fra i senatori meno presenti. Gli altri parlamentari radicali obbediranno, come sempre. Anche quelli col mal di pancia. Sbaglia chi carica il ‘tra dimento’ radicale di significati politici. Come sempre, Pannella agisce soprattutto in base a umori personali. Gli dà fastidio che Bersani lo snobbi. Mentre lo hanno galvanizzato i due incontri personali con Berlusconi, e poi quello con Alfano. Il premier è in difficoltà? In Pannella scatta immediatamente l’istinto della crocerossina: ‘Io ti salverò’, gli promette hitchcockianamente. Lo aveva fatto anche con Craxi nel ‘93: ‘Consegnati, fatti incarcerare, stai in prigione qualche settimana, e alla fine verrai liberato a furor di popolo’. Con tutti i parlamentari inquisiti di Tangentopoli, - prosegue Suttora su LIBERO - Marco si era dimostrato accogliente. Li aveva, combattuti per trent’anni, democristi e socialisti, ma di fronte alla procura di Milano li aveva difesi, respingendo il voto anticipato che li privava, dell’immunità: ‘Riuniamoci all’alba, resistiamo’. Anche adesso, gli piace apparire come il ‘salvatore’. P tornato a fare il consigliere di Berlusconi, come ai bei tempi del ‘94-96, quando i radicali si allearono a Forza Italia. Poi una rottura parziale, quando non raggiunsero il quorum e rimasero fuori dal Parlamento per dieci anni (19962006). E una rottura totale nel 2000, dopo che la lista Bonino conquistò il 14 per cento al nord alle europee, ma Berlusconi la liquidò come ‘protesi di Pannella’. I radicali sono sempre stati in bilico fra destra, e sinistra. Liberisti in economia, ma libertari sui diritti civili. Portafogli a destra, cuore a sinistra. Sessant’anni fa Pannella cominciò nella corrente di sinistra, del partito liberale con Eugenio Scalfari. Assieme fondarono il partito radicale nel ‘55, per separarsi sette anni dopo: Scalfari guardava al Psi, Pannella al Pci. Fino al ‘92 i radicali sono rimasti a sinistra. Poi hanno svoltato a destra organizzando referendum liberisti con la Lega Nord, cui aderì anche Berlusconi. Il ritorno a sinistra è del 2006, dopo il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita. Si allearono con i socialisti, riesumarono il simbolo della Rosa nel pugno, ma non andarono oltre il tre per cento. Nel 2008 Veltroni rifiutò ‘l’apparentamento’ con loro (come con Rifondazione), costringendoli a un’umiliante contrattazione di posti all’interno delle liste Pd. Ancor peggio l’anno dopo, quando Franceschini li cancellò anche dall’Europarlamento alzando la soglia-ghigliottina al 4 per cento. L’orgoglioso Pannella non ha dimenticato gli affronti degli ‘imbecilli del loft’, e ora gliela fa pagare. Con Bersani i rapporti sono rimasti agrodolci fino a poche settimane fa. Il capo Pd ha incontrato Pannella prima del 14 dicembre, quando già c’erano le avvisaglie del cambiamento con i primi abboccamenti dei radicali col centrodestra. Si è sorbito due ore di incontro, in cui ha parlato quasi sempre Pannella. Ma i radicali ce l’hanno con lui perché non li ha appoggiati nella loro battaglia contro le ‘firme false’ di Formigoni alle regionali della Lombardia la scorsa primavera. ‘E quando cerchiamo di parlare di giustizia con il Pd, come interlocutori troviamo solo magistrati’, si lamenta il deputato radicale Marco Beltrandi. Ora – conclude Suttora su LIBERO - una cosa è sicura: alle prossime elezioni sarà difficile che il Pd offra nove seggi ai radicali. Fa niente: Pannella li otterrà dal Pdl. Si ritroverà con Daniele Capezzone, suo delfino fino al 2007. E a chi lo accusa di trasformismo, risponde sorridendo: ‘Omnia immunda immundis. Io lotto per il bene del Paese’”. (red)

8. L’anima romana della Lega

Roma - “Ha sorpreso l’atteggiamento della Lega di fronte al pareggio ‘subìto’ dal provvedimento sul federalismo municipale in commissione Bicamerale. Invece di aprire la crisi, - scrive Ilvio Diamanti su LA REPUBBLICA - come aveva minacciato in precedenza, ha mantenuto l’appoggio al governo e al Premier. Rinviando ancora l’ipotesi di elezioni anticipate. Tanto da indurre Massimo Giannini, su questo giornale, a parlare di una ‘Lega democristiana’. Cioè: tattica e ‘politicante’. Come i deprecati partiti della Prima Repubblica. DC in testa. È, peraltro, vero che la Lega riproduce fedelmente la geografia elettorale della DC delle origini. Forte nelle province periferiche del Nord. Soprattutto in Lombardia e Veneto. D’altronde, nel 1982, Antonio Bisaglia, allora leader influente della DC, in una intervista affermò che: ‘il Veneto sarebbe maturo per uno Stato federalista, ma questo Stato, centralista e burocratico, alla mia regione l’autonomia non la concederà mai’. Un linguaggio leghista, prima che la Lega calcasse la scena politica. Bisaglia guidava i ‘dorotei’, la corrente che aveva posto al centro della rappresentanza gli interessi locali. Il mestiere interpretato, in seguito, dalle Leghe regionaliste e, a partire dagli anni Novanta, dalla Lega Nord. Con altro linguaggio e altri mezzi. Ma con una ‘missione’ molto simile: la rivendicazione nei confronti di Roma, il centro dello Stato centrale e del centralismo statale. E, parallelamente, la protesta contro il Sud assistito. In rappresentanza non più del Veneto o di singole regioni, ma del Nord tutto intero. Trasformato in Patria padana. Il Federalismo è la bandiera che riassume tutte queste rivendicazioni. Più che un progetto definito, un mito. Una parola d’ordine. Potrebbe funzionare alla grande come slogan in caso di elezioni anticipate. Principale tema dell’agenda in campagna elettorale. Impugnato contro i nemici del Federalismo e quindi del Nord. In questo strano Paese, dove tutti - o quasi - sono federalisti. A parole. Assai meno nei fatti. (A conferma delle radici democristiane che affondano nel nostro retroterra.) Contro l’opposizione che si è opposta. E contro gli alleati del PdL, troppo meridionali per promuovere il federalismo in modo veramente convinto. Contro Berlusconi, incapace di ‘mantenere le promesse’. Tuttavia, le preoccupazioni della Lega, in caso di elezioni anticipate, non derivano dal risultato, ma dal ‘dopo’. Come suggeriscono le precedenti ‘ondate’ della storia elettorale leghista, ricostruite da Roberto Biorcio nel suo bel saggio dedicato alla ‘Rivincita del Nord’ (pubblicato da Laterza, pochi mesi fa). Ai successi elettorali del 1992 e del 1996, infatti, è puntualmente seguita una fase di declino rapido e profondo. Nel 1994: la sua base di voti venne ridimensionata sensibilmente dall’ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi - alleato e al tempo stesso concorrente. Per cui nel 1996 la Lega affrontò le elezioni da sola contro tutti - e in primo luogo contro Berlusconi - innalzando il vessillo della secessione. Anche per distinguersi, visto che, come oggi, tutti, o quasi, si definivano ‘federalisti’. Ottenne un risultato clamoroso, oltre il 10 per cento e 4 milioni di voti al maggioritario. In termini assoluti: il massimo della sua storia. Salvo ritrovarsi, tre anni dopo, marginale e debole. Dal punto di vista politico ed elettorale. (Alle Europee del 1999 scese al 4,5 per cento, alle politiche del 2001 non raggiunse il 4 per cento). Per la precisione: debole dal punto di vista elettorale perché marginale dal punto di vista politico. Gran parte dei suoi elettori, infatti, non erano interessati alla secessione. Ma votavano Lega per altre ragioni, molto più concrete. Come minaccia per contrastare il ‘centralismo’ dello Stato e per ottenere risorse. Per pesare di più, non per andarsene. Una Lega ‘esclusa’ dai centri del potere, ininfluente, dal punto di vista politico, diventava ‘inutile’. Ebbene, - prosegue Diamanti su LA REPUBBLICA - lo stesso rischio si presenta oggi. Dopo la ‘terza ondata’ elettorale, avvenuta nel 2008 (oltre l’8 per cento dei voti validi) e proseguita nel 2009 (10,2 per cento). Quando è tornata al governo, insieme a Berlusconi e al Pdl. Dopo le elezioni regionali del 2010, in cui ha conquistato due regioni: il Veneto e il Piemonte. È una Lega di governo che deve la sua forza elettorale, (cresciuta ancora, secondo i sondaggi, fino all’11-12 per cento) proprio a questo ruolo. È il partito che governa nel Nord e in Italia. Il sindacalista della ‘questione settentrionale’. Buona parte dei suoi successi dipendono da ciò. Il mito padano, la minaccia secessionista non vanno sottovalutati. Perché alimentano, a loro volta, divisione sociale, antagonismo verso lo Stato nazionale e le istituzioni. Ma la Lega li usa, anzitutto e soprattutto, a fini simbolici, per generare identità e appartenenza presso i militanti e la base del partito. Come il ‘federalismo’, considerato una panacea nel Nord, ma un rischio nelle altre zone del Paese. Tuttavia, se la Lega perseguisse davvero la secessione e l’indipendenza padana rischierebbe la risacca elettorale seguita alle ondate del 1992 e del 1996. Perché, come ha sottolineato ieri Eugenio Scalfari, larghissima parte degli elettori del Nord è totalmente indisponibile a questa prospettiva. Secondo il recente Rapporto su Gli italiani e lo Stato’, curato da Demos per ‘la Repubblica’ (dicembre 2010), la quota di elettori delle regioni ‘padane’ che considera utile dividere il Nord dal Sud non supera il 20 per cento, ma sale al 37 per cento fra i leghisti. Due terzi dei quali, dunque, rifiutano questa idea. Non solo: 8 elettori leghisti su 10 considerano l’Unità d’Italia un fatto (molto o abbastanza) positivo. La Lega deve la sua crescita elettorale soprattutto ad altri motivi. Perché interpreta le rivendicazioni locali. Perché si è radicata nel territorio, è al governo in numerose amministrazioni (fra l’altro, ha eletto circa 400 sindaci), occupa posizioni di potere nelle fondazioni bancarie e in altri enti (come ha rilevato Tito Boeri). Perché interpreta - e talora moltiplica - le paure. Più della Secessione, è il partito della Sicurezza (come difesa dalla criminalità e dall’immigrazione). Ciò che le ha permesso, fra l’altro, di sconfinare oltre i confini tradizionali, espandendosi nelle regioni rosse. La Lega: riesce a presentarsi come opposizione ‘nel’ governo. Restando al governo. A gridare contro Roma. Con i piedi ben piantati a Roma. È una Lega nazionale, a cui la Padania va stretta, - conclude Diamanti su LA REPUBBLICA - anche se la invoca. E difende Berlusconi, nonostante tutto, perché, al di là dei proclami, teme la secessione”. (red)

9. Pd sente fascino di Saviano: “Società civile va sostenuta”

Roma - “C’era un tempo in cui D’Alema amava dire, - scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - parafrasando una frase attribuita erroneamente a Goebbels, ma in realtà di un altro leader nazista: ‘Quando sento parlare di società civile metto mano alla pistola’ . Scherzava, naturalmente... fino a un certo punto. Ora D’Alema, invece, dice: ‘Dobbiamo sostenere la mobilitazione della società civile’ . E sabato, alla Fiera di Roma, ha dichiarato: ‘C’è un ponte che lega questa assemblea a Milano’ . C’era un tempo in cui quando il partito faceva una manifestazione, una direzione o un congresso, l’Unità ci apriva la prima pagina. Ora invece l’Unità spara in prima pagina, con tanto di mega foto: ‘Il futuro comincia qui’ . Ovvero al Palasharp di Milano e non alla Fiera di Roma. — che cosa sta accadendo al Partito democratico? I suoi dirigenti sembrano subire il fascino di Roberto Saviano, superstar del grande raduno anti Berlusconi. È successo con le primarie di Napoli, per esempio. Lo scrittore ha chiesto al Pd di annullarle per i brogli e il Pd gli ha dato retta. E ancora: alla manifestazione del partito dell’ 11 dicembre Pier Luigi Bersani ha citato dal palco la fortunata trasmissione del duo Fazio Saviano. ‘Sogno un Pd — ha detto il segretario — che possa dire all’Italia: vieni via con me’ . Più indietro nel tempo: aprile 2010, Rosy Bindi ha aperto la Direzione ricordando il valore dello scrittore, che aveva appena subìto un attacco da parte di Berlusconi. Secondo un’altra scrittrice, Agatha Christie, tre indizi fanno una prova, ma a voler essere garantisti, questo non basta. Non sarà quindi Saviano il ‘Papa straniero’ , ma una certa propensione del Pds e Ds prima e del Pd dopo ad affidarsi a un esterno c’è senz’altro. Il primo fu Ciampi. E c’era addirittura ancora il Pds. Occhetto disse che non gli sarebbe dispiaciuto come candidato premier, ma D’Alema lo bocciò. Anche Mario Segni per il Pds ha rappresentato un altro ‘Papa straniero’ , Occhetto però alla fine si convinse a non candidarlo. Quindi è stata la volta di Prodi. E poi negli anni ve ne sono stati diversi: Antonio Fazio, Alessandro Profumo, Luca Cordero di Montezemolo e tanti altri ancora. Quindi una battuta d’arresto, per poi riprendere la ricerca, lo scorso anno: ‘Ci vuole un candidato premier che venga dall’esterno, come fu Prodi’ , ha detto Veltroni nel settembre del 2010. E adesso, nel 2011, il Pd oscilla tra il corteggiamento di Saviano e quello di Casini. Tenerli insieme – prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - è impresa improba, se non impossibile. Lo ha fatto chiaramente intendere il leader dell’Udc ieri mattina: ‘Attenti alle metodologie di contestazione a Berlusconi perché sono funzionali a lui, se si parte con la contrapposizione lui ci sguazza’ . Il riferimento al metodo Palasharp è più che evidente. Metodo che, invece, incanta Dario Franceschini, che l’altro ieri era a Milano in rappresentanza del partito, ad applaudire Saviano, accanto a Carlo De Benedetti. ‘Questa manifestazione, questo fiume di persone— è stato poi il suo commento all’Unità — ci dicono che c’è ancora voglia di reagire. Sono i primi segnali di un risveglio, bisogna andare avanti su questa strada’ . Ovviamente nel partito c’è chi la pensa in modo opposto. L’onorevole Giorgio Merlo, per esempio, che dice: ‘Antiberlusconismo, giustizialismo e moralismo non fanno parte della nostra identità politica’ . Distante da Franceschini anche Fioroni, che non ne può più ‘dell’attesa del "Papa straniero"‘ . Ma tra un Saviano e un Casini potrebbe spuntare un terzo pontefice estero: l’uomo che dovrebbe mettere insieme lo scrittore e il leader dell’Udc, un tecnico di vaglia, sul cui nome si stanno esercitando in questi giorni le meningi dei dirigenti del Pd. C’è un solo ‘Papa straniero’ che il Partito democratico proprio non vuole. Si tratta di Vendola, che proprio ieri ha ribadito in un’intervista al Manifesto la sua intenzione di scendere in pista”. (red)

10. Lettera alle belle anime azioniste (sulla loro miseria)

Roma - “Al Palasharp di Milano, contro il populismo rozzo e grintoso dei berluscones, - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - è sceso in campo per Libertà & Giustizia il moralismo dei ricchi veri, cioè l’azionismo, ma quello di oggi, quello senza alcuna gloria e solo con molto pennacchio, quello dei finti perseguitati, quello degli scrittori billionaires che dicono di andare a letto tardi, sì, ‘ma solo perché leggo Kant’ (così ha specificato Umberto Eco ammiccando con una battuta miserabile a una platea di devoti preoccupati dell’onore dell’Italia e della brutta figura che si fa all’estero). E che orrore la fosca antropologia di Zagrebelsky, una caricatura lagnosa, saccente, falsamente mite e professorale, la voce chioccia e la perfidia negli occhi, della giovinezza squinternata, un po’ folle, ma viva di un Gobetti. ‘Niente per noi, tutto per tutti’: uno slogan riferito al trionfo liberale dello stato di diritto e della cittadinanza costituzionale, ma nella bocca di questi bardi delle intercettazioni e della magistratura militante, e in associazione con il cattolicesimo reazionario e sessuofobico di uno Scalfaro, un passaparola ideologicamente totalitario. No, miei cari: vogliamo qualcosa per noi e per gli altri, non abbiamo orrore dello scambio e del denaro, ci fa senso il vostro disgusto per la bigiotteria galante di Arcore, e ciò che è ‘tutto per tutti’ sa di stato totalitario, sa di regime della virtù, sa di marcio. Torino è una città che ho molto amato, ma il succo del suo famoso giansenismo è così tremendamente condito di ipocrisia, e questa ipocrisia è così perfettamente rappresentata dal timbro vocale, dalla tonalità e dall’inflessione piccolo dialettale di Zagrebelsky che in fondo in fondo preferisco la banda Cavallero. Per fortuna – e so di dirla grossa per molti lettori – quel mondo ha prodotto anche i Violante, persone di razza che ne hanno fatte più di Carlo in Francia ma non si abbasserebbero mai a scrutare condiscendenti e morbosi i giorni, le notti e le vite degli altri. Non ho parole per descrivere il timore e il tremore che mi hanno provocato le altre esibizioni dal palco del Palasharp, la telefonata mediocre di Ginsborg, le banalità di Saviano, e che delusione la Camusso a rapporto dai suoi nemici di classe. Per un momento – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - ho pensato che vorrei leggere nelle vite di questa brava gente impeccabile, vorrei intercettare questi censori moralmente al di sopra della comune umanità italiana, saggiare le anime e i peccati di questi ottimati che vogliono sradicare Berlusconi fornicatore per ‘andare oltre’, come dicono, e organizzare il lavacro del paese profano e sporcaccione che siamo. Ma subito mi sono vergognato anche solo di aver pensato di comportarmi come loro. E mi ha raggiunto, per il mio e per il vostro benessere spirituale, il messaggio mail di un amico da Milano, una citazione di Ralph Waldo Emerson che riguarda anche Berlusconi e le sue nottate: ‘E ho tutto sommato l’impressione che dove ci sia una grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, lì troveremo anche l’argine e la purificazione, e alla fine si scoverà un’armonia con le leggi morali’ (1). La pazzia di Berlusconi – conclude Ferrara su IL FOGLIO - sarà in qualche modo riscattata, belle anime azioniste, la vostra mancanza di vita è inescusabile”. (red)

11. Assedio ad Arcore, la carnevalata degli anti-Silvio

Roma - “Le varie e variopinte opposizioni sono in debito di fantasia, - scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - ma hanno energie da vendere. Non paghe dell’abbuffata antiberlusconiana, sabato al PalaSharp di Milano, e di aver acclamato Roberto Saviano leader del Movimento nazionale di liberazione, ieri ne hanno combinata un’altra: alcune centinaia di persone inesauste sono andate in trasferta ad Arcore inscenando una manifestazione con la quale hanno dimostrato al premier che può tranquillamente governare fino alla scadenza naturale della legislatura. La piccola folla si è accalcata davanti ai cancelli di Villa San Martino e ha regalato al Cavaliere uno spettacolo godibile; una carnevalata in piena regola anche se in anticipo rispetto ai tempi della tradizionale baldoria. E vero che si è registrato qualche scontro con la polizia perché non sono mancati eccessi di bullismo, ma ciò che ha più colpito non sono stati i manganelli sulle teste calde (dei centri sociali e affini), bensì le figure allegoriche, ovvero autentici deficienti in maschera che spiccavano nell’assembramento protestatario. Le fotografie scattate durante la cosiddetta manifestazione certificano con crudele efficacia a che livello è arrivata la sinistra: non pochi baldanzosi ‘nemici’ del presidente si sono presentati al raduno carnascialesco con le mutande in luogo del cappello per significare che tra il cranio e il deretano, a questo punto, non c’è differenza. Una nota di fine umorismo tipico della nouvelle vague progressista. La compagnia dei ribelli, a giudicare dalle immagini, si è molto divertita e probabilmente si è pure convinta di aver dato un decisivo contributo alla lotta antiregime. Mi domando se certa gente non si renda conto che, se questa è la linea antiberlusconiana, il premier anziché perdere consensi è destinato ad aumentarli. Difatti chi vede in tivù simili pagliacciate rafforza la propria convinzione che sia preferibile essere governati da un donnaiolo che da personaggi scriteriati e incapaci di organizzare un’alternativa di spessore. Ormai l’opposizione si è ridotta al peggior folclore e, se non fosse per alcuni conduttori di talk show, comici, saltimbanchi e corsivisti di qualche talento, nessuno si accorgerebbe della sua esistenza. Anche la proposta di Massimo D’Alema – prosegue Belpietro su LIBERO - è da catalogarsi alla voce ‘roba vecchia’. Come si fa a rilanciare un ‘fronte unico’ (altrimenti detto ammucchiata) che va dal Pd a Di Pietro, dal Fli all’Udc, dai comunisti agli ambientalisti per sconfiggere alle elezioni (anticipate) la coalizione Berlusconi-Bossi? Come si può pensare che un’alleanza in nome dell’antiberlusconismo possa reggere il confronto con gli avversari? Ammesso e non concesso che fosse in grado di strappare una vittoria numerica, un papocchio del genere quante probabilità avrebbe di riuscire poi a governare? Non è sufficiente l’esperienza di Romano Prodi a sconsigliare soluzioni così? E incredibile quanto sia povera di inventiva la sinistra: dal 1994 ad oggi ha solo fatto il solletico al Cavaliere. Il quale Cavaliere è sopravvissuto alle inchieste (anche balorde) della magistratura politicizzata, a presunti scandali, ad ogni attacco sopra e sotto la cintola. Figuriamoci se è affondabile mediante manifestazioni in cui le bandiere dell’Udc e le bandiere rosse sventolano insieme con le mutande spiritose di chi si illude di trasformare il moralismo in arma letale per stendere il premier e la metà d’Italia che lo vota. D’accordo che sono morte le ideologie, d’accordo che c’è la crisi, d’accordo che c’è il debito pubblico: ma per buttare via un governo, e sostituirlo con un altro, occorre qualcosa in più di un caravanserraglio per quanto pittoresco. Infine, - conclude Belpietro su LIBERO - se il Cavaliere dovesse imbarcare i radicali e portare a termine anche solo il dieci per cento del programma annunciato, gli elettori - anche in caso di consultazioni in questo periodo burrascoso - sarebbero dalla sua parte”. (red)

12. De Benedetti a Milano, comparsata da 800 milioni

Roma - “Più che fare paura, - scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - l’assalto di ieri ad Arcore suscita compassione. Un pugno di ragazzotti e signori patetici mai cresciuti che giocano per un paio d’ore all’intifada. Quale diritto avrebbe violato Silvio Berlusconi, quale sopruso avrebbe compiuto nei confronti del popolo sovrano? Nessuno, e in effetti tra le tante parole d’odio riversate nei suoi confronti non una denuncia, un abuso, un solo centesimo di euro sottratto alla comunità. Questi frustrati in cerca di emozioni forti non hanno nulla a che fare con i rivoluzionari ai quali si ispirano. Sono molto più simili agli ultrà del calcio, quelli che intonano i cori razzisti contro Balotelli per vedere l’effetto che fa, che sfasciano tutto e menano tutti a fine partita soltanto perché la squadra del cuore le ha buscate. Gli scontri di ieri hanno mandanti precisi che si guardano bene dallo sporcarsi le mani o rischiare in piazza una manganellata. Sono i signori che sabato hanno aizzatola piazza contro Berlusconi al caldo del Palasharp di Milano e che hanno assistito alle cariche nelle loro case lussuose, sorseggiando champagne servito da filippini sottopagati e in molti casi in nero. Tra questi c’è sicuramente Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica, che sabato ha tenuto a battesimo il nuovo movimento-partito di Saviano e soci. In molti si sono chiesti come mai De Benedetti, uno che ha ammesso di aver pagato tangenti e commesso falso in bilancio, fosse in prima fila ad applaudire i giustizialisti. Le risposte possibili – prosegue Sallusti su IL GIORNALE - sono due. La prima: era gratis, cosa non ininfluente per chi lo conosce. La seconda: tra pochi giorni il Tribunale di Milano dovrà decidere se confermare o no il risarcimento di 800 milioni di euro che un giudice, quello con i calzini azzurri per intenderci, gli ha concesso nella causa da lui intentata contro la famiglia Berlusconi sulla vicenda del passaggio di proprietà della Mondadori. Va da sé che farsi vedere pubblicamente come sponsor del duo Boccassini Saviano può agevolare la benevolenza della corte. Cosa non si fa per ottenere ingiustamente e con l’aiuto dei giudici 800 milioni. Come non capirlo. Che se poi, seguendo il suo esempio, fuori da Arcore ci fosse scappato il morto durante gli scontri, pazienza. Sicuramente i parenti non avrebbero visto neppure un euro di solidarietà. Ma Repubblica avrebbe dato dei fascisti a Berlusconi e alla Polizia”. (red)

13. Libertà d'impresa, incentivi, Sud e casa per economia

Roma - “Si arricchisce il menu del piano scossa per l’economia che il premier, Silvio Berlusconi, porterà mercoledì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Accanto alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione (e del 118), e al rispolvero del Piano casa, - riporta Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, potrebbe portare un decreto per la riforma degli incentivi alle attività economiche e il riassetto degli enti deputati all’internazionalizzazione delle imprese. Mentre, per dare un segno concreto di rilancio del Piano per il Sud, già varato, il governo potrebbe dare già mercoledì il via libera alla realizzazione di alcune grandi opere, come l’Alta velocità ferroviaria (Bari-Napoli, Palermo-Messina), nuovi lotti della Salerno Reggio e il completamento della Olbia-Sassari. Grandi opere Sono infrastrutture immediatamente cantierabili e il lavoro di preparazione è già stato fatto. In questi mesi il ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto, ha lavorato insieme al titolare dell’economia, Giulio Tremonti, per fare l’inventario delle risorse a disposizione. Tra i fondi europei e il Fondo per le aree sottosviluppate, il Piano Sud può contare su 80 miliardi di euro. Ma sono sulla carta, e soprattutto, nelle mani delle Regioni, con le quali Fitto ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro, puntando alla riprogrammazione degli interventi e soprattutto sulla loro concentrazione. I settori di intervento sono stati individuati. Scuola e formazione, legalità, sicurezza, ricerca, innovazione, cui si aggiunge tutto il capitolo degli incentivi alle imprese, che il ministro Romani sta riorganizzando. Nuovi stimoli L’obiettivo è quello di eliminare le oltre 30 leggi che regolano gli aiuti pubblici alle imprese (ce ne sono 100 nazionali e 1.400 regionali!) e riordinarli in tre filoni: quelli automatici (crediti d’imposta e voucher), quelli legati al finanziamento di programmi specifici e quelli destinati agli accordi negoziali per i grandi progetti di ristrutturazione. Alle imprese – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - verrebbe garantito un accesso assai più semplice ai fondi, con domande semplificate e procedure di erogazione più rapide, e circa metà di tutte le risorse a disposizione sarebbero riservate per legge alle piccole e medie imprese. Non si esclude che il ministero dello Sviluppo possa presentare mercoledì anche il nuovo assetto degli enti pubblici che curano l’internazionalizzazione delle imprese, con la riforma dell’Ice e l’alleggerimento della sua struttura estera, che verrebbe collegata alle ambasciate. Sul tavolo di Romani, poi, c’è sempre la legge annuale per le liberalizzazioni, con la quale dovrebbero almeno essere recepite le sollecitazioni d’intervento dell’Antitrust su alcuni settori economici. Sgravi fiscali Del Piano Sud immaginato da Silvio Berlusconi fanno parte anche gli sgravi fiscali per la creazione di nuove imprese. Si tratterà di dare attuazione al decreto del luglio scorso, che permette alle Regioni di ridurre, fino ad azzerarla, l’Irap per le nuove iniziative economiche. Per concedere gli incentivi, che potranno avere anche la forma di detrazioni e deduzioni di imposta, tuttavia, le Regioni dovranno ricorrere ai fondi del proprio bilancio. Sempre mercoledì, poi, il governo potrebbe approvare un disegno di legge delega per ridefinire i meccanismi di deducibilità dell’Irap dalle imposte sui redditi. Per ridare impulso all’attività economica (l’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a una crescita economica del 3-4 per centonei prossimi cinque anni), Silvio Berlusconi punta soprattutto sul Piano casa. Molte Regioni hanno messo paletti agli ampliamenti delle abitazioni, ma anche per la crisi economica, che fa scarseggiare le risorse, le domande per l’avvio dei cantieri sono pochissime, salvo in Veneto e in Sardegna. Impegni sulla casa Il governo lavora su un nuovo modello di legge regionale da presentare al vaglio dei governatori, ma per tirare fuori il Piano dalle secche, Berlusconi punta anche a una forte campagna di comunicazione e di convincimento degli amministratori locali. Come del resto fece già a Sesto San Giovanni, facendo giurare a tutti i candidati governatori del centro destra ‘l’immediata attuazione del piano casa finora ostacolata dalla sinistra’ . Il cardine del piano ‘scossa ‘ resta, tuttavia, il nuovo articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa. Secondo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, rovesciare l’impostazione attuale, arrivando al principio che ‘è tutto permesso salvo ciò che non è esplicitamente vietato’ , significherebbe ‘una vera e propria rivoluzione’ . Costituzione liberale Il nuovo articolo 41 avrebbe tutt’altro che valenza virtuale o psicologica. Consentirebbe di reinterpretare secondo i nuovi principi la normativa esistente, e dunque di disapplicare tutte le leggi vigenti che ne risultano in conflitto. Il testo del disegno di legge di riforma costituzionale è ancora all’esame dei giuristi di Palazzo Chigi. Nelle ultime riunioni ci si è orientati sul ‘restauro’ dell’attuale articolo 41, più che sulla sua riscrittura. La garanzia di libertà prevista dal primo comma non riguarderebbe più ‘l’iniziativa economica privata’ , ma ‘l’attività economica privata’ . E salterebbe il terzo comma, secondo il quale ‘la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali’ , considerato troppo dirigistico. Possibile che il ddl punti anche – conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - alla modifica dell’articolo 118, specificando che Regioni ed Enti locali ‘garantiscono’ , e non più ‘favoriscono’ l'autonoma iniziativa per lo svolgimento di attività di interesse generale”. (red)

14. Marcegaglia: “La frustata di Berlusconi va bene, ma…”

Roma - “Signor direttore, - scrive Emma Marcegaglia a IL GIORNALE - la lettura dell’editoriale dedicatomi ieri in prima pagina mi ha molto divertita. A cominciare da quel titolo sapido, ‘Se anche gli imprenditori sono in balìa di una donna’, che esprime meglio di tante altre parole quanto scivoloso ed equivoco resti per tanti maschi considerare le donne. Figuriamoci poi quando è una donna ad aver conquistato la leadership, invece di limitarsi ad offrire il caffè o altri servigi. Voglio lodarvi: il vostro titolo parla chiaro, non gira intorno al pregiudizio ma lo dichiara. L la cosa migliore, se vogliamo che anche in Italia, un giorno, appaia quel che è: un’anticaglia. Ma veniamo al merito. Giuliano Ferrara è fantastico. La sua natura è quella di Falstaff, generosa, volitiva, appassionata. Quando scorge una soluzione, ne affabula il mondo con una forza straordinaria. Azzerando gli altri e il resto. Gli capita così per la vicenda Marchionne-Confindustria. E perla crescita del Paese. Sul primo punto, dice che Marchionne è fuori da Confindustria, e naturalmente non è vero. Dimentica che i nuovi assetti contrattuali li ha firmati ormai due anni fa la mia Confindustria con Cisl e Uil, senza Cgil che si è tirata indietro. Ma fin qui poco male, non sindaco le sue opinioni. Come presidente di Confindustria, mi tocca però ricordare a voi e a Ferrara chela Fiat è la Fiat, ma in Confindustria ci sono decine di migliaia di altre aziende meccaniche con esigenze, storie e rapporti sindacali diversi. La svolta verso le deroghe contrattuali e le intese aziendali con il sindacato che tratta e ci sta è fatta apposta per distinguere e aprire alle molteplici esigenze delle diverse aziende e delle diverse produzioni. Capisco la fascinazione intellettuale che spinge a invocare gli ‘uomini del destino’, ma Confindustria e Federmeccanica lavorano per la competitività di migliaia di imprese. Perché gli uomini passano, le buone pratiche restano: diminuiscono i conflitti e alzano insieme produttività e salari. Infine, la crescita. Berlusconi l’avrebbe messa al centro della sua agenda, la Marcegaglia no, scrive Ferrara. Il presidente di Confindustria si è limitato a una ‘polemica periferica sulla festa con pasticcini’ per l’Unità d’Italia. Vediamo i fatti. Alla Festa per l’Unità d’Italia del 17 marzo dedico una sola cifra: come è congegnata, costa 4 miliardi di euro di aggravi aggiuntivi per le imprese. Ribadisco: dobbiamo tutti lavorare al meglio per stare agganciati alla ripresa mondiale, e quei 4 miliardi sono un onere pesante. L’ha riconosciuto ieri anche Giuliano Amato, che nessuno può accusare di insensibilità all’anniversario nazionale e al suo profondo significato. Se togliamo le somme giustamente e meritoriamente stanziate dal governo per l’estensione degli ammortizzatori sociali nella crisi, 4 miliardi sono più di quanto negli ultimi due anni è stato destinato alle aziende per ricerca e investimenti. Per la crescita, fa bene e anzi benissimo Ferrara a tenere premier e governo solidamente incardinati sulla nuova agenda governativa che - essa sì - è nata solo da una settimana, con un annuncio al Corriere della Sera e un’offerta di cooperazione all’opposizione che Confindustria ha salutato come positiva. C’è solo un piccolo ma innegabile particolare da ricordare. Confindustria è da fine 2009 che chiede instancabilmente che questo e solo questo - il sostegno alla crescita troppo bassa da 15 anni prima della crisi e troppo bassa ora che ne stiamo faticosamente uscendo - sia la priorità politica per governo come per opposizione. Anche qui un solo numero: se digitate su Google Marcegaglia e crescita, vi usciranno 64.900 rimandi, a dichiarazioni, relazioni e proposte. All’assemblea annuale dello scorso maggio, abbiamo presentato al governo l’agenda Italia 2015fittadiproposte concrete. Nello scorso autunno, preso atto amaramente che la politica italiana a fianco di buone riforme come quella della Gelmini continuava a battere tute altri temi, e che la maggioranza si dedicava ad aspre polemiche interne invece di concentrarsi sull’agenda economica, abbiamo concordato in poche settimane con tutti i sindacati, le altre associazioni d’impresa e l’intero mondo del credito una agenda per la crescita in pochi ed essenziali punti. Quell’agenda è sul tavolo della politica, se solo avrà voglia di mettere a frutto la coesione sociale tanto ampia che la sua convergenza esprime. Ferrara sa bene che la nostra insistenza è stata tanto forte che spesso è finita per spiacere al governo. Dunque, posso capire che mi abbia originato in passato e oggi anche attacchi e polemiche. Ma fanno parte del conto. Me li metto alle spalle. Perché il mio primo dovere è di evitare ogni collateralismo verso ogni parte politica. Ora come ora, non posso che guardare con grande favore alla svolta preannunciata per il Consiglio dei ministridi questa settimana. Ma è la politica ad aver perso tempo, a essersi dedicata ad altro, ad aver perso credibilità. Il nostro auspicio è che vengano varate misure chiare e vere. La riforma dell’articolo 41 della Costituzione è un manifesto utile, ma per tornare a una crescita superiore al 2 per cento serve di più l’immediato sblocco dei fondi già stanziati per gli investimenti in infrastrutture e per la ricerca; serve una vera riforma fiscale che abbatta le tasse a lavoratori e imprese; serve infine un forte piano di liberalizzazioni: a proposito, dov’era Ferrara quando Confindustria, da sola, denunciava il ritorno alle tariffe minime per gli avvocati o peri trasportatori? L’intera Europa riserva in questi giorni l’attenzione delle sue classi dirigenti e dei media alle energiche richieste di AngelaMerkel, perché tutti i Paesi dell’euro area adotti no tetti vincolanti in Costituzione per l’azzeramento del deficit e limiti alla pressione fiscale. Noi lo chiediamo dal 2009. Quel che le imprese chiedono al governo è di mostrare coi fatti di essere in grado di darla davvero, la più grande frustata all’economia italiana che ci viene oggi annunciata. Quell’1 per cento risicato di crescita dimostra purtroppo che di frustate sin qui ne abbiamo più prese, che date”. (red)

15. Ferrara: “Cara Emma, non faccia la prima della classe”

Roma - “Sono contento – risponde Giuliano Ferrara su IL GIORNALE - che Emma Marcegaglia si sia divertita, anche di quel titolo un po’ macho che ha divertito perfino un femministo come me. Sono contento che faccia la prima della classe sulla crescita, e rivendichi migliaia di strisciate su Google. Ma se vuole evitare collateralismi, Marcegaglia deve andarci piano con Giuliano Amato, persona ultrarispettabile che vuole fare risparmiare giustamente alcuni miliardi festaioli all’economia italiana per imporre però al terzo più ricco degli italiani, nel quale spero per lei siano compresi quasi tutti gli associati di Confindustria, una imposta patrimoniale bella tosta, non proprio un viatico per politiche di crescita. E, a proposito di collateralismo, vuole imporla, così ha scritto sul Corriere il 22 dicembre scorso, per dare una piattaforma di governo al Pd e al Terzo polo. Spero che Berlusconi non si distragga, non si stufi e non si metta paura di se stesso, e che raccolga le sfide di Mario Monti (Corriere di ieri) e di Emma Marcegaglia a fare sul serio: crescita al 3-4 per cento in cinque anni, piano per il Sud, liberalizzazioni (sì, anche il minimo tariffario degli avvocati) e deregolamentazioni e riforma fiscale (il 2013 è lontano e nel lungo termine saremo tutti morti). Ci vediamo agli stati generali dell’economia e contiamo tutti su una operosa, fattiva, capace Emma. Tra l’altro, cari padroni, avete dei giornali, cosa rara nel mondo occidentale dove si usano editori non dico puri ma non proprio industriali e bancari, e la libertà di stampa in una democrazia liberale non è la Casagit o la corporazione ma il pluralismo degli editori e delle loro diverse visioni della società e della vita: perché non li usate?”. (red)

16. Governo chiama Marchionne, vertice con Premier e ministri

Roma - “Sul caso Fiat – riporta Stefania Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - scenderà in campo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il premier incontrerà infatti l’amministratore delegato della casa automobilistica, Sergio Marchionne, per chiarire l’ipotesi arrivata dagli Usa di un trasferimento a Detroit del quartier generale del gruppo diventato italoamericano con l’acquisizione della Chrysler. La data non è stata fissata ma, considerati gli impegni della squadra del governo— oltre a Berlusconi parteciperanno al confronto i ministri dell’Economia, Giulio Tremonti, dello Sviluppo, Paolo Romani, e del Lavoro, Maurizio Sacconi e il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta — dovrebbe essere tra venerdì sera e domenica prossimi. A chiedere una convocazione del manager a Palazzo Chigi ieri era stato anche il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, secondo il quale il governo dovrebbe rivolgere ‘tre semplici domande’ a Marchionne. E cioè ‘qual è nel dettaglio il piano industriale per tutti gli stabilimenti italiani. Dove prenderà la Fiat i soldi per arrivare al 51 per centoin Chrysler e cosa ne farà degli ulteriori 4 miliardi chiesti al sistema bancario italiano’ . Ieri intanto il ministro Sacconi è tornato a tranquillizzare sulle reali intenzioni della Fiat negando che ci sia l’intento di fare trasferimenti americani. Ma i sindacati, Cgil in testa, sono preoccupati e non si fidano delle rassicurazioni del presidente del gruppo, John Elkann, il quale sabato aveva spiegato al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che ci saranno più centri direzionali nelle aree dove c’è una forte presenza di mercato. ‘Dire che l’azienda avrà più teste può essere al contrario un modo per ammettere i progetti di esodo dall’Italia’ ha affermato Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, per il quale le parole di Marchionne e di Elkann ‘preoccupano anche di più di altre. Nessuno – prosegue Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - conosce ancora il piano industriale della Fiat e ora spetta solo al governo italiano chiederne conto all’amministratore delegato del Lingotto’ . Più disteso il commento del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che non condivide i timori della Cgil. ‘La Fiat sei anni fa era morta, oggi si è ripresa, è diventata una multinazionale ed è chiaro che avrà la testa un po’in Europa e un po’in Usa’ , ha affermato pur rilevando che Marchionne deve comunque chiarire che ‘le funzioni vitali’ della Fiat resteranno a Torino. Dove il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota ha sostenuto che il Lingotto crede ‘in Torino e nella possibilità di avere lì le produzioni, non soltanto gli uffici di rappresentanza, ma gli stabilimenti con gente che lavora’ . Sempre sul fronte sindacale il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella, ha invece chiesto che ‘dopo il presidente del Consiglio, Marchionne incontri anche i sindacati, insieme a tutto il governo per chiarire definitivamente il futuro del Gruppo Fiat nel nostro Paese e i dettagli del progetto Fabbrica Italia’”. (red)

17. Il governo rassegnato al Lingotto americano

Roma - “Fiat-Chrysler sarà una società americana. Avrà negli States la sua sede legale, applicherà le leggi di quel paese. Per molti analisti – scrive Roberto Maina su LA REPUBBLICA - era scontato che sarebbe finita così fin dai primi passi del matrimonio tra i due gruppi automobilistici. Ma adesso se n’è praticamente convinto anche il governo italiano. Quasi rassegnato. La mossa di Palazzo Chigi di convocare Marchionne alla fine della settimana significa questo. E dà il senso di un cambio di rotta e pure di nuovi scenari, industriali, sindacali e politici. Perché l’iniziativa di chiamare a Roma il manager italo-candese non si inserisce solo in quella specie di nuovo corso, suggerito al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, che vedrebbe l’economia al centro dell’azione di governo (mercoledì è previsto il varo del cosiddetto piano per la crescita), ma nasconde la preoccupazione vera che Torino, la città della Fiat e dell’auto italiana, diventi periferia di Detroit. Marginale, insomma. Uno smacco anche per un governo che ha fatto dell’assenza della ‘vecchia’ politica industriale dal sapore dirigista quasi un vanto. ‘Non siamo preoccupati più di tanto’, ridimensionava ieri sera il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che in questa partita ha deciso di giocare un ruolo chiave. È lui - e non il titolare dello Sviluppo, Paolo Romani, cui spetterebbe istituzionalmente - che si è precipitato a chiamare Marchionne dopo le dichiarazioni rilasciate dal manager a San Francisco dalle quali si capiva chiaramente che la centralità di Torino nel futuro Fiat-Chrysler non ci sarà. Nella telefonata dell’altro ieri con Sacconi, Marchionne ha esposto il progetto dei quattro head-quarter o centri direzionali e progettuali mondiali (Detroit per l’America settentrionale, il Brasile per l’America meridionale, l’Italia per l’Europa, e uno asiatico per l’estremo oriente), ma non ha affatto garantito che il nuovo gruppo multinazionale proseguirà ad avere la sua sede legale a Torino. Ha confermato, piuttosto, quello che aveva detto in California: ‘La base della nuova società (frutto della fusione Fiat-Chrysler) potrebbe essere qui’. Ecco. D’altra parte – prosegue Maina su LA REPUBBLICA - il salvataggio della Chrysler potrebbe avere una serie di conseguenze sul piano finanziario e su quello legale da imporre la sede negli Stati Uniti. Oltreché il fatto che gli americani mal vedrebbero un’acquisizione da parte di un gruppo straniero. E, dunque, chi - dopo quella telefonata partita dall’Italia verso gli States - ha avuto modo di parlare in privato con Sacconi sa anche che il ministro trevigiano si è convinto che l’ipotesi americana sia molto concreta, quasi scontata. Se, al contrario, avesse avuto rassicurazioni sul futuro ‘italiano’ della Fiat, non avrebbe certo organizzato con il sottosegretario Gianni Letta la convocazione di Marchionne. Ora il problema per il governo è ottenere certezze sulla missioni non solo produttive ma anche direzionali e progettuali di Torino. Perché, insomma, stia in Italia l’head-quarter per l’area e il mercato dell’Europa e anche dei paesi emergenti del nord Africa. ‘È molto probabile che sia così - dice Giuseppe Berta, storico dell’industria alla Bocconi - ma non è scontato’. Ed è proprio questo che teme il governo: che il futuro di Torino non sia scontato. C’è il timore che gli scontri durissimi che ci sono stati prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, possa portare Marchionne (seccato e infastidito anche per la ridda di polemiche seguite dalle sue dichiarazioni californiane) a spostare addirittura tutto in Polonia, in quella Tichy che oggi con un solo stabilimento produce quanto le quattro fabbriche della Penisola. Una multinazionale - come la Fiat - non può escluderlo. Sono solo ipotesi. Tuttavia è certo che una volta stabilizzata la sede legale negli Stati Uniti, in Italia si importerebbe il ‘modello brasiliano’ con un centro direzionale molto leggero per definire le strategie produttive e di marketing per quel mercato. Un vero ridimensionamento per Torino. Ma per vincolare Marchionne, il governo Berlusconi sa di avere poche armi a disposizione. ‘Non ci sono soldi’, ripete come un mantra il ministro Tremonti. E senza soldi è difficile mettere in campo politiche a sostegno dell’industria. Sacconi parla di ‘politiche di contesto’, di regole per favorire le attività industriali, anche per ‘consolidare’ le scelte di Marchionne per Fabbrica Italia. Che il governo in extremis ha deciso di abbracciare. Questo rivendicherà l’esecutivo davanti a Marchionne nella prossima riunione di Palazzo Chigi. Troppo poco – conclude Maina su LA REPUBBLICA - per impedire che la nascente multinazionale Fiat-Chrysler abbia sede a Auburn Hills, contea di Oakland, Stato del Michigan, Stati Uniti d’America”. (red)

18. Romani: Fiat deve restare multinazionale italiana

Roma - “Paolo Romani, ministro per lo Sviluppo economico, - scrive Stefania Tamburello sul CORRIERE DELLA SERA - si dice ottimista sul futuro italiano della Fiat. Anche perché parte da un punto fermo: ‘La testa della casa automobilistica deve restare a Torino’ dice. E poi spiega che per lui e per il governo ‘testa’ significa non solo la direzione generale ‘ma anche il centro delle decisioni sui programmi e sulle strategie’ . La Fiat insomma dovrà continuare a essere ‘una multinazionale italiana’ . Cosa dire allora delle notizie che arrivano dagli Usa? Lo scenario di una fusione tra l’industria torinese e l’americana Chrysler con conseguente spostamento della stanza dei bottoni a Detroit è una cosa da fantarealtà? Il ministro ha pochi dubbi a proposito anche se, afferma, occorre fare tutte le verifiche del caso e ottenere tutti i chiarimenti necessari. ‘Ho sentito Sergio Marchionne al telefono, e mi ha detto che sono solo battute’ , rivela Romani aggiungendo che comunque la questione sarà al centro di colloqui non solo telefonici non appena il manager farà rientro in Italia. In agenda ci sono già due appuntamenti: quello già previsto la prossima settimana per firmare l’accordo di programma per lo stabilimento di Termini Imerese e quello di Palazzo Chigi, appena annunciato e deciso per chiarire appunto l’intera situazione. ‘Ne ho parlato con Letta e Berlusconi e abbiamo concordato che sulla questione deve intervenire il governo al massimo livello’ riferisce. È troppo importante, afferma, per non occuparsene con tutte le forze in campo. Già perché, spiega ancora il ministro, il governo ha scelto la sua politica industriale, ‘ha deciso di fare come la Germania e di conservare, potenziandola, la produzione manifatturiera’ . In quest’ottica ‘l’industria dell’auto per l’Italia è strategica’ e la Fiat ‘dovrà coniugare’ il suo sviluppo di multinazionale alla conquista dei mercati mondiali con tale impostazione. Sergio Marchionne, prosegue Romani, ha ottenuto quello che aveva chiesto, nuove relazioni industriali e la soluzione del problema dello stabilimento di Termini Imerese che ‘il governo e la Regione Sicilia hanno risolto senza provocare contrasti sociali’ . L’esecutivo cioè per l’insediamento siciliano ‘ha fatto fino in fondo la sua parte come doveva’ , spiega ancora Romani. È ovvio quindi aspettarsi che la Fiat faccia la sua di parte. E cioè gli investimenti programmati, l’aumento di vetture prodotte, le nuove piattaforme i restyling. In pratica, continua il ministro, dall’amministratore delegato del gruppo il governo vorrà sapere ‘come saranno spalmati’ gli investimenti italiani perché in base al progetto di Fabbrica Italia ‘la Fiat avrà nel nostro Paese più dipendenti di prima, produrrà più di prima, movimenterà un indotto del 10 per centoe sarà quindi un fattore fondamentale dell’economia’ . Preoccupato che qualcosa vada storto? ‘Non vedo perché, io comunque sono ottimista di natura’ dice il ministro. ‘E poi prima Marchionne si lamentava perché in Italia secondo lui si dava più peso alla demagogia che agli investimenti. O perché i media amplificavano i contrasti sindacali. Ma ora mi pare che il clima sia cambiato’ . Per prima cosa, comunque, aggiunge Romani, bisogna chiudere il dossier di Termini Imerese, che è stato il problema più grosso da risolvere. ‘Abbiamo fissato per il 16 febbraio la firma dell’accordo di programma ed è ovvio e scontato che la Fiat sia presente e partecipi a tutti i passaggi. In fondo lo stabilimento sarà suo fino alla fine dell’anno’ , dice il ministro. Che poi si sofferma sulla scelta dell’Italia di concentrarsi sull’industria manifatturiera, sulla scia della Germania. ‘Non c’è solo l’auto, ma anche il tessile, l’alimentare, il meccanico e il chimico sui cui stiamo lavorando’ , afferma ponendo l’accento proprio sulla chimica e sulla soluzione raggiunta per Porto Marghera, dove è previsto un investimento di 220 milioni da parte di un fondo svizzero nell’ambito dell’acquisizione dei tre stabilimenti ex Vynils e per quelli di Porto Torres, dove l’Eni investirà per produrre energia verde 450 milioni”. (red)

19. Inferno nella baracca rom, muoiono quattro bimbi

Roma - “Per i romani – riporta LA STAMPA - che corrono veloci su quella strada, l’Appia nuova all’altezza del circolo di golf Acquasanta è sinonimo del lusso più esclusivo. Un luogo che evoca ricchezza. Nessuno sa che poco distante, oltre i cancelli di uno stabilimento della Volkswagen, nascosto in un boschetto di frasche e cespugli, c’è un insediamento miserabile di nomadi. Quattro baracche di fortuna abitate da zingari di nazionalità romena. Ma sarebbe meglio dire: c’era un insediamento. Alle 20,30 di ieri il fuoco è divampato in una delle quattro baracche. E quando sono arrivati sul posto, i vigili del fuoco hanno fatto una scoperta raccapricciante. Tra le fiamme hanno scoperto i corpi di quattro bambini. Tre maschietti e una femminuccia. Di loro restano soltanto quattro nomi: Raul Mircea, 4 anni; Fernando, di cinque anni; Patrizia, di otto; e Sabatino, di undici. E una mamma disperata. ‘Non li voglio lasciare, resto qui...’, il suo lamento. Non ha neppure un nome, quel microaccampamento. La questura, che sta dietro questi insediamenti abusivi da diversi anni e cerca di smantellarne il più possibile, li aveva scoperti e censiti nel dicembre scorso. Erano appena arrivati sull’Appia nuova, all’ombra delle venerabili rovine romane, da chissà dove, in tredici, tra cui diversi bambini. Qualche anno fa gli agenti erano arrivati lì perché in zona era emerso un sospetto episodio di pedofilia. E all’epoca l’area era stata bonificata. Ma per poco tempo. A dicembre li avevano scoperti per caso e gli avevano intimato di sgomberare. Quelli, mansueti, avevano obbedito. Ma si sa come vanno queste cose. Nessun nomade va via sul serio. Campi regolari, praticamente non ce ne sono. Le baracche insomma si erano spostate di qualche metro per tornare indietro non appena si sono calmate le acque. Ed erano lì, dietro il ricco circolo di golf, nascoste alla vista dal boschetto, anche ieri sera a combattere contro il freddo e i topi. Come sia andata, polizia e vigili del fuoco lo capiranno meglio nei prossimi giorni. Non s’è trovato nulla di particolare che possa spiegare l’incendio. Si immaginato solo che nelle baracche cercassero di proteggersi dalla notte invernale con stufe arrangiate e una di queste ha dato il via all’incendio nella casupola dove vivevano i bambini. E’ stato trovato un braciere con un tizzone dentro: forse il riscaldamento della baracca era tutto lì. Non s’è nemmeno capito se i genitori fossero lontani oppure all’interno. Qualcuno – prosegue LA STAMPA - dice che la mamma fosse andata in un fast food per comprare qualcosa da mangiare e che la zia a cui li avevano affidati si fosse allontanata per riempire una tanica d’acqua. Fatto sta che quando i vigili del fuoco e le volanti della questura sono arrivati, ormai c’era poco da fare. Un quadro desolante. Le grida degli adulti che non avevano potuto fare nulla contro il fuoco. La baracca ridotta in fumo. Poveri abiti ormai trasformatosi in cenere. Oggetti vari in terra. E tra le pareti carbonizzate i poveri corpi, orrendamente devastati. Tàle era lo stato dei corpi che subito non si capiva neppure se i bambini morti erano quattro o cinque. Già, perché c’è stato a lungo anche il terribile sospetto che tra i resti della baracca ci fosse il cadavere di un quinto bimbo. Gli unici che avrebbero potuto raccontare la tragedia erano sotto choc. I genitori, affranti, sulle prime non riuscivano nemmeno a parlare. Due ore dopo, il padre e la madre erano ancora lì a fissare il vuoto. ‘Ora potrei morire anch’io, non ho più parole’ diceva il papà dei fratellini. Poi, l’uomo, protetto dalle altre persone del campo, si è poi allontanato in un angolo insieme alla moglie. Piangeva, il poveretto. Non è la prima volta che a Roma accadono tragedie simili. Gli incendi, anzi, sono sempre in agguato per chi vive in ac- cpmpamenti del genere. Ad agosto morì un bambino di tre anni all’Eur e il fratellino rimase seriamente intossicato. Il 1 luglio era andata a fuoco una baraccopoli in via Campiglio”. (red)

20. La rabbia di Alemanno: “Uccisi dalla burocrazia”

Roma - “‘Via da Roma maledetti campi abusivi!’ Quasi impreca – riporta Paolo Baroni su LA STAMPA - il sindaco di Roma Gianni Alemanno quando arriva alla baraccopoli di Tor Fiscale, dove sono morti carbonizzati quattro fratellini rom. ‘Domani chiederò, urlando, al governo poteri speciali per gli insediamenti’. L’allarme è scattato da poco, i soccorsi sono in azione, ed il primo cittadino della capitale si precipita sul luogo della tragedia. Scopre che le cinque baracche, appena pochi mesi fa, a dicembre, erano state censite dalla Questura. I suoi occupanti, insomma, si sarebbero dovuti trasferire in uno dei nuovi campi regolari allestiti dal comune, ma l’amministrazione non è riuscita a realizzarlo. Per questo Alemanno punta il dito contro le burocrazie, contro chi ha messo messo i bastoni tra le ruote del piano nomadi. Il sindaco è ‘avvilito’, avvilito e infuriato. Impotente. ‘Queste burocrazie maledette che hanno bloccato il nostro piano hanno prodotto questo effetto’ dichiara davanti alle telecamere. Ce l’ha in particolare con la Sovrintendenza ‘che bloccò i lavori alla Barbuta, perché trovò non so che tomba’. In quella zona, a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Ciampino, esisteva già da tempo un campo regolare occupato da 250 stranieri. Il Comune di Roma aveva previsto di effettuare dei lavori di ampliamento che però vennero subito fermati: prima ci fu un ricorso al Tar del Comune di Ciampino e poi arrivò la Soprintendenza avanzando riserve per la presenza di reperti archeologici. Comprensibile lo sfogo di Alemanno: ‘Questa è una tragedia veramente orribile per questa città, è la tragedia di questi maledetti accampamenti abusivi. Ho lanciato molte volte l’allarme perché questi insediamenti venissero smantellati perché sono pericolosissimi’. Alla famiglia rom che ha perso i suoi quattro figli il Comune ha subito deciso di assicurare un aiuto per effettuare il rimpatrio delle salme in Romania, ma questo non ha evitato ad Alemanno di essere investito dalle polemiche. Il sindaco, appena arrivato sull’Appia, ha avuto un diverbio con la presidente del IX Municipio Susi Fantino, di Sinistra e Libertà. Alla donna che lo attaccava sulla sua gestione dell’emergenza-baracche, Alemanno ha replicato irritato: ‘Non si specula sui morti’. Fantino, a sua volta, ha spiegato che il piccolo insediamento bruciato ieri sera sorgeva su un terreno di proprietà del Cotral, la società pubblica che si occupa del trasporto nel Lazio. ‘Nonostante abbiamo fatto più volte segnalazioni per chiedere nuovamente la bonifica del posto, l’ultima 15-20 giorni fa - ha spiegato Fantino - il Comune non si è mobilitato, al contrario di quanto è successo per altre situazioni meno pericolose’. Quattro bimbi morti – prosegue Baroni su LA STAMPA - pesano come un macigno sulle responsabilità degli amministratori. ‘Siamo tutti responsabili di indifferenza’ commenta il capogruppo Pd in Campidoglio Umberto Marroni. ‘La morte di quattro bambini rappresenta qualcosa di orribile per la nostra città. Perdere la vita per un incendio in un luogo dimenticato ci rende tutti responsabili di assenza di integrazione e a volte di indifferenza. Siamo vicini ai familiari’. Ma poi, l’esponente del Pd, non lesina critiche al sindaco. ‘Quella dei campi abusivi, aumentati di cento unità in due anni per colpa di una gestione scriteriata dell’emergenza rom da parte della Giunta Alemanno - sostiene Marroni - è una grave realtà peggiorata nettamente da una politica di propaganda da parte della destra che governa Roma. Chiediamo subito l’attuazione di un piano nomadi concertato, sono indispensabili oggi fatti concreti per mettere sotto controllo il fenomeno degli insediamenti abusivi’. Molto duro anche il verde Angelo Bonelli: ‘È difficile sostenere che quanto accaduto sia frutto di una disgrazia. Troppi bimbi rom sono morti a causa dell’irresponsabilità degli adulti e la latitanza delle istituzioni’. ‘Queste tragedie non devono succedere più - sostiene invece il delegato del sindaco per le questioni rom, Najo Adzovic -. Le istituzioni, le associazioni devono adoperarsi per trovare un alloggio alternativo a chi in queste situazioni per mettere in sicurezza queste persone, specialmente i bambini’. Concorda il presidente della Regione, Renata Polverini: ‘Servono più sforzi’”. (red)

21. Egitto, tavolo delle riforme aperto ai Fratelli musulmani

Roma - “I manifestanti – riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - applaudono la giovane coppia che sceglie di celebrare il matrimonio in piazza Tahrir. Finita la cerimonia, ripartono gli slogan che sanciscono il divorzio da Hosni Mubarak. Anche dopo l’incontro con il vicepresidente Omar Suleiman, l’opposizione continua a chiedere che il raìs se ne vada. Il capo dei servizi segreti diventato volto del regime riceve a palazzo una cinquantina tra politici, intellettuali, imprenditori. Per la prima volta sono stati ammessi al dialogo i Fratelli Musulmani, banditi come partito dal 1954. Il movimento islamico e i gruppi riuniti attorno a Mohamed ElBaradei considerano le concessioni del governo insufficienti. ‘La gente vuole che il presidente si dimetta — dichiara un portavoce del Nobel per la Pace —. Le proteste continuano perché non ci sono garanzie e non tutte le richieste sono state accolte. Non abbiamo firmato un accordo. Questo è solo l’inizio dei negoziati’ . L’offerta di Suleiman— impensabile prima della rivolta — prevede la nascita di un comitato che studi la riforma costituzionale per permettere a un numero maggiore di candidati di partecipare alle elezioni presidenziali e per stabilire un limite al numero di mandati (Mubarak è al potere dal 1981). Il regime promette di non perseguitare chi ha partecipato alle manifestazioni e di rilasciare gli arrestati ancora detenuti. Le limitazioni alla libertà di stampa verrebbero ridotte e lo Stato non potrebbe più interferire con Internet e i servizi di telecomunicazioni, come in questi giorni quando il web e i cellulari sono stati bloccati. L’abrogazione delle leggi di emergenza — però solo se la sicurezza lo permette — risponderebbe a una delle rivendicazioni più importanti dell’opposizione. Che ha trovato un altro alleato in Ahmed Zewail, Nobel per la chimica nel 1999, tornato al Cairo dagli Stati Uniti. ‘Invito Mubarak a lasciare i poteri e a scrivere così una pagina nella Storia del Medio Oriente. L’Egitto è in un momento di passaggio fondamentale e c’è bisogno di una visione lucida’ . I ragazzi pro-democrazia hanno formato una coalizione e ribadiscono di non voler lasciare la piazza fino alle dimissioni del presidente. Il movimento ha scelto dieci capi (‘la direzione unificata dei giovani rivoluzionari in collera’ ) che rappresentano gruppi come il 6 aprile, i Fratelli Musulmani, il fronte nazionale democratico. Il Cairo – prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - prova a tornare alla normalità. Nel quartiere residenziale di Zamalek, dall’altra parte del Nilo, le auto sono in fila per entrare all’esclusivo Gezira Sporting Club. La gente si mette in fila anche per entrare in piazza Tahrir. La protesta non finisce, si prepara a resistere. I venditori ambulanti organizzano bancarelle con cibo, sigarette e tè caldo. Gli artisti di strada storpiano i ritratti di Mubarak. Al centro del quadrato, i cristiani pregano e i musulmani si uniscono a loro. Piangono insieme i morti della rivolta e recitano insieme il Padre Nostro. Il coro viene interrotto solo una volta da grida più alte. Quando arriva il passaggio ‘rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori’ , la folla prorompe: ‘Non a Mubarak’”. (red)

22. Si tratta, ma i Fratelli musulmani dicono no

Roma - “E’ solo una piccola enclave. Una piazza – riporta Renato Caprile su LA REPUBBLICA - e le poche strade che le fanno corona. Meno di un chilometro quadrato, insomma. Già un nulla rispetto a una città come il Cairo, figurarsi rispetto a un paese come l’Egitto. Ma è qui, in questa piccola zona liberata col sangue, che si sta scrivendo la storia. E oggi nella’domenica dei martiri’ a piazza Tahrir sono attese altre centinaia di migliaia di persone. La protesta continua e continuerà ‘fino a quando Mubarak non se ne sarà andato’. Arrivare nel luogo simbolo della rivolta è ormai diventata un’impresa. Bisogna superare posti di blocco, dribblare barricate, carcasse d’auto, blindo, carrarmati per poi finire in una specie di imbuto dove si è perquisiti. Il rischio che si infiltri qualcuno per seminare il terrore continua infatti a essere altissimo. All’inizio di questo tredicesimo giorno di lotta, centinaia di ragazzi ancora dormono in tende scosse dal vento dopo l’ennesima notte di veglia. C’è allegria comunque. Sembra che qualcosa si stia muovendo e di qui a qualche ora i loro rappresentanti incontreranno per la prima volta Omar Suleiman, il vice del raìs, l’uomo che ha il compito di preparare la difficile transizione. Lo stesso - come ha rivelato WikiLeaks - che da capo dei servizi segreti raccontava all’America quanto fossero pericolosi i Fratelli musulmani, che oggi è stato costretto a invitare insieme agli altri per iniziare il dialogo. ‘Come possiamo fidarci di lui?’, arringa gli amici Omar, che lo si potrebbe scambiare per un democristiano tanto è moderato. Domanda retorica, non si fidano, infatti. Ma vogliono, prima di dire no, vedere le carte. Col passar delle ore la piazza si riempie, ma più lentamente che negli ultimi giorni. C’è molto traffico, alcuni negozi hanno riaperto e soprattutto hanno finalmente riaperto le banche per pagare stipendi e pensioni. File chilometriche, quindi, e ingorghi. Sembra il Cairo di sempre. Nell’ora della preghiera poi avviene quel che non t’aspetti. Musulmani e cristiani - cattolici e copti - a pregare insieme in ricordo delle loro vittime, quei trecento sui quali la polizia di regime non ha esitato ad aprire il fuoco. ‘L’Egitto è di tutti quelli che ci vivono, indipendentemente dal loro credo’, dice tra gli applausi qualcuno. Questo sì che è un buon inizio. Nel Palazzo, invece, nel primo faccia a faccia tra Suleiman e il cartello delle opposizioni - manca solo El Baradei, che nessuno ha invitato - si capisce subito che non sarà facile uscire dallo stallo. Suleiman rigetta infatti la prima richiesta, che è poi quella di assumere i poteri del presidente Mubarak. ‘Non se ne parla nemmeno’, la risposta. L’Egitto, insomma, - prosegue Caprile su LA REPUBBLICA - rifiutai diktat dell’estero. I ripetuti appelli a una transizione ordinata e rapida continuano a cadere nel vuoto. Hillary Clinton non si sbilancia. Preferisce ‘attendere per giudicare’. Cauto anche Obama, che ricorda che la Fratellanza ‘non ha il sostegno della maggioranza della popolazione’, ma in Egitto non si può tornare in- dietro, serve ‘un governo rappresentativo’. A incontro finito i Fratelli musulmani denunciano l’insufficienza delle riforme proposte. Mohamed Mursi, alto responsabile dell’organizzazione, spiega in una conferenza stampa ‘che il governo non ha accolto la maggioranza delle loro richieste, ma solo alcune e in maniera superficiale’. Come quella di formare un Comitato per le riforme istituzionali. Troppo poco per smobilitare da quella piazza, come chiede Suleiman. E in tutto questo a rincarare la dose, i giovani che 1125 gennaio scorso accesero la miccia della rivolta annunciano la nascita di una Coalizione formata dal Movimento 6 aprile, da Giustizia e libertà, Fratelli Musulmani, Campagna in sostegno di El Baradei e Fronte democratico. Come premessa a qualsiasi altro passo – conclude Caprile su LA REPUBBLICA - chiedono le dimissioni di Mubarak, poi un governo di unità nazionale e una commissione d’inchiesta sul crollo dei sistemi di sicurezza e sull’assassinio e il ferimento di migliaia di persone, oltre al rilascio di tutti i detenuti politici”. (red)

23. La democrazia può vincere (anche) nei Paesi arabi

Roma - “Una rivoluzione sorprende il mondo: i vertici – scrive André Glucksmann sul CORRIERE DELLA SERA - sono assaliti dal panico, la base non riesce a capacitarsi di vincere minuto dopo minuto la propria paura, gli stranieri— esperti, governi, telespettatori, io stesso — si sentono colpevoli di non aver previsto l’imprevedibile. Di qui, la lite che agita la Francia profonda: la destra ha fallito, strombazza la sinistra, dimenticando di spiegare perché Ben Ali (e il suo partito unico) continuava a essere membro dell’Internazionale socialista, così come Mubarak (e il suo partito monocratico). Il primo è stato radiato il 18 gennaio 2011, tre giorni dopo la fuga. Il secondo, a gran velocità, il 31. Nessuno aveva sollevato il problema: né la stampa negligente, né la destra gemellata con l’onnipotente Russia Unita di Putin; una destra che corteggia il Partito comunista cinese. Ma piuttosto che interrogarsi su questa inclinazione assai condivisa per gli autocrati, è più facile denunciare insistentemente il ‘silenzio degli intellettuali’ . Riflettere non significa scattare per raggiungere e superare un evento che mozza il fiato. Oltre ad ammirare le folle che sormontano l’angoscia, chiediamoci perché la sorpresa prende alla sprovvista le prevenzioni. Il primo pregiudizio è che alla vecchia polarizzazione tra due blocchi succeda lo scontro tra ‘civiltà’ . Il secondo pregiudizio, alternativo, è che alla guerra fredda succeda la pace dell’economia razionale e la fine della storia sanguinosa. Questo è un duplice abbaglio, come illustrano le implosioni dell’ ‘eccezione araba’ , che lacerano brutalmente la pseudocoerenza dei blocchi etnici e religiosi: ‘mondo arabo’ , ‘civiltà dell’Islam’ . Quante volte è stato ripetuto fino alla noia che libertà e democrazia non interessano la ‘piazza araba’ finché dura il conflitto israelo-palestinese? Il rifiuto di rimandare alle calende greche o a Gerusalemme la questione della sottomissione alle dittature passava, nei salotti o nelle università, per il colmo dell’indecenza eurocentrica: o si è per i diritti dell’uomo o si è sionisti. Dal gennaio 2011 non esiste più fatalità nel Maghreb e nel Medio Oriente. Qualunque cosa avvenga, salutiamo gli sconvolgimenti in atto con ‘una partecipazione e aspirazione che rasentano l’entusiasmo’ : così parlava Kant della Rivoluzione francese, di cui però disapprovava molte peripezie. La mondializzazione, che da trent’anni sommerge il pianeta, non si limita alla finanza e all’economia. Veicola un virus senza frontiere di libertà, che talvolta ha la meglio (rivoluzioni di velluto) e talvolta inciampa nella brutalità di apparati politico-militari, profani a Tien an Men (1989) o ‘celesti’ in Iran (2009). Nonostante questo, una gioventù mondializzata continua a reclamare col corpo (talora sacrificato) e con la voce (spesso digitalizzata): ‘Vattene!’ . La passione tunisina – prosegue Glucksmann sul CORRIERE DELLA SERA - scuote con grande rapidità la fortezza egiziana. Una sorta di bomba atomica spirituale fa vacillare schiavitù ancestrali che si rivelano volontarie, dunque volontariamente distruttibili. Non si tratta di deplorare la caduta di un tiranno. Provai grande sollievo per la fine dei satrapi comunisti dell’Est, ma anche per quella di Salazar e di Franco, e per quella di Saddam Hussein: perché ora dovrei affliggermi per la caduta di Ben Ali e presto, spero, di Mubarak? Dicono che il seguito non è scritto, che dopo lo Shah venne Khomeini. E allora? Dovrei rimproverare al Re dei re di non aver versato più sangue al momento dello shock finale, o piuttosto di averne versato troppo negli anni che lo precedettero? Un’insurrezione popolare che abolisce un regime dispotico si chiama rivoluzione. Ogni grande democrazia occidentale vi riconosce le proprie origini violente, e la Francia di Saint-Just in particolare: ‘Le circostanze sono difficili solo per chi indietreggia davanti alla tomba’ . L’assassinio di Khaled Said, giovane aficionado di Internet colpito a morte dalla polizia di Alessandria, invece di intimidire, ha galvanizzato gli animi; Facebook come il samizdat, e l’esigua frangia degli internauti è diventata la fiaccola di una dissidenza. Accesa da chi non esita a sacrificarsi, come Mohamed Bouazizi nella città di Sidi Bouzid. La Atene del V secolo prima di Cristo, quella dei filosofi, onorava i propri tirannicidi leggendari: Armodio e Aristogitone. Secondo la legge dei contrari, la libertà ospita ‘l’abisso più profondo e il cielo più sublime’ (Schelling). L’itinerario dell’Europa ci insegna che una rivoluzione porta a tutto: al bene comune di una repubblica, come al terrore, alle conquiste e alle guerre. Mentre il potere vacilla al Cairo, Teheran celebra il 32 ° anniversario della propria rivoluzione in un festival di impiccagioni. L’Egitto — Dio non voglia— non è l’Iran di Khomeini, né la Russia di Lenin, né la Germania della rivoluzione nazional-socialista. Sarà quello che vorranno che sia i suoi giovani, avidi di respirare e di comunicare, i suoi Fratelli Musulmani, il suo esercito ambiguo e dissimulato, i suoi poveri e i suoi ricchi che anni luce separano. In Egitto, gli indigenti sono il 40 per cento e gli analfabeti il 30. Il che rende la democrazia difficile e fragile, ma per nulla impossibile, altrimenti i parigini non avrebbero mai preso la Bastiglia. A ciò si aggiunga che l’ 82 per cento degli egiziani musulmani (sondaggi giugno del 2010, centro di ricerca Pew) auspica l’applicazione della Sharia e la lapidazione degli adulteri; il 77 per centotrova normale che si tagli la mano ai ladri e l’ 84 per cento la pena di morte per chi cambia religione. Questo vieta di abbandonarsi a ingenuità futurologiche troppo rosee. Dalla rivoluzione più volte ripetuta fino alla repubblica democratica e laica, in Francia passarono due secoli. In Russia e in Cina, i tempi non si annunciano più brevi... se il periplo si compirà. Anche gli Stati Uniti, che credono di aver raggiunto l’empireo in dieci anni, si illudono: dovettero subire la terribile guerra di secessione, la lotta di classe e la battaglia per i diritti civili. Fu una ‘lunga durata’ bicentenaria in cui fiorirono le ragioni e i frutti della collera. Chi dice Rivoluzione e Libertà non dice subito democrazia, rispetto delle minoranze, uguaglianza dei sessi, rapporti di buon vicinato con i popoli. Tutto questo resta da conquistare. Rendiamo omaggio alle rivoluzioni ‘arabe’, perché infrangono la pseudofatalità. Ma, di grazia, - conclude Glucksmann sul CORRIERE DELLA SERA - non le incoraggiamo: i rischi, tutti, anche i pericoli peggiori, sono davanti a loro. Basta rivisitare la nostra storia: l’avvenire è senza garanzie”. (red)

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