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Tutti in guerra contro la bolla immobiliare

Dalla Cina alla Spagna, dagli Stati Uniti al Canada. Sia pure in modi estremamente diversi si diffonde la consapevolezza che la speculazione edilizia ha stravolto il mercato e che quindi va fermata, prima che la situazione peggiori ancora 

di Davide Stasi 

La Cina sta tentando il miracolo: tenere fisso il tasso di cambio dello yuan, con tassi d’interesse bassi e inflazione sotto controllo. Un gioco di prestigio pressoché impossibile anche per un governo sostanzialmente autoritario. Infatti il colosso comincia ad temere di avere i piedi d’argilla, come testimoniano alcuni recenti provvedimenti riguardanti il settore immobiliare. L’incantesimo forzato grazie al quale la Cina ha messo il turbo, infatti, sta generando le premesse per una sua polverizzazione. Il paese è così compresso nei suoi parametri economici imposti dall’alto, che riesce a trovare sfogo per il proprio potenziale produttivo essenzialmente nel mattone, con le conseguenti ricadute sui prezzi. Il governo ha fissato al 3% il limite per l’inflazione. Oggi però la Cina viaggia al 5%, e il gioco spregiudicato di caricare l’inflazione sui paesi occidentali importatori non può durare in eterno.

E così Pechino prova a correre ai ripari, imponendo disposizioni super restrittive nel settore che più di ogni altro minaccia di trascinare l’economia nel baratro, quello immobiliare. I prezzi nel settore crescono inesorabilmente anno dopo anno, e oggi il costo di un bilocale nella prima periferia della capitale è arrivato a 3 milioni di yuan (450mila dollari), con uno stipendio annuale medio che per un dipendente pubblico ruota intorno ai 100mila. E nonostante questo, si continua a costruire a spron battuto.

Per questo il governo cinese ha imposto una nuova tassa annuale sulla proprietà di seconde case pari all’1,2% del valore dell’immobile, praticamente un’ICI, al momento limitata ad alcune città, ma destinata ad estendersi a livello nazionale. L’introduzione della tassa si affianca ad altri provvedimenti particolarmente restrittivi: dalla sospensione dei mutui per l’acquisto di terze case ai programmi di edilizia convenzionata e a basso costo, dalla diminuzione dei mutui erogabili dagli istituti di credito all’aumento dell’acconto minimo sull’acquisto delle seconde case al 60% (e noi ci lamentiamo perché le banche ci chiedono il 20%). Lo scopo principale è tentare di drenare liquidità da un settore che ha finito per convogliare gran parte degli investimenti derivati dalla crescita economica travolgente degli ultimi anni.

Ma non è solo la Cina a correre ai ripari. Con maggiore o minore timidezza, anche altrove gli stati si dispongono a difesa. Gli USA restano ovviamente quelli in condizioni più disastrose: la Financial crisis inquiry commission, incaricata appunto di investigare le cause della crisi, oltre a dividersi al suo interno, producendo tre diverse relazioni finali, attribuisce le responsabilità di tutto alle carenze nei controlli pubblici, alla cattiva gestione di alcuni gruppi finanziari e all´eccessiva propensione al rischio da parte di Wall Street. Alla questione immobiliare, che invece è cruciale, viene dedicato solo qualche accenno. Tutto ciò mentre poco più a nord, in Canada, dopo l’esplosione immobiliare del 2009, il numero di cantieri aperti si è abbassato in pochi mesi da 198 mila a 171 mila. Un taglio drastico e responsabile, fatto dichiaratamente per raggiungere un livello sostenibile per l’industria del settore. Tradotto: si cerchi di costruire case in base alla domanda reale, non per sfogare potenzialità produttive o, peggio, per speculare.

La Spagna, uno dei paesi più piagati dalla bolla immobiliare, oscilla sull’orlo del baratro, e i suoi governanti, come già in Irlanda, cercano di tenere botta, e di mostrarsi compiacenti con mamma-Germania in vista di possibili aiuti. Le uniche iniziative, apparentemente blande, ma significative in questo periodo, vengono dalla magistratura. Qualche giorno fa un giudice di Navarra ha dichiarato estinta un’ipoteca su una casa dopo che il debitore l’aveva consegnata alla banca, la Bbva. Che esigeva dal debitore il pagamento della differenza tra il valore dell’immobile, enormemente sceso nel frattempo (43 mila euro), e il mutuo erogato (70 mila euro). Il giudice però ha detto no, attribuendo il deprezzamento non all’incolpevole cliente, ma alla “crisi economica”, ossia implicitamente al sistema bancario. La Bbva si è vista respingere il ricorso e ha cercato così di derubricare questo importante precedente come una «sentenza anedottica». 

In effetti è una goccia nel mare, ma anche un segnale importante: benché ormai si sia convinti del contrario, e quasi rassegnati, non è così impossibile che la società civile, tramite i suoi rappresentanti, riacquisti il proprio primato nei confronti dell’economia e dei suoi squali.

Davide Stasi

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Secondo i quotidiani del 07/02/2011