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Il colosso AOL si compra il superblog

Nato nel maggio 2005, l’Huffington Post ha avuto una crescita straordinaria che ne ha fatto uno dei punti di riferimento della sinistra liberal. America On Line lo ha appena comprato per 315 milioni di dollari

di Massimo Frattin 

Grandi manovre nell’informazione giornalistica d’oltreoceano. Protagonisti, a sottrarre la scena ai vecchi tabloid tradizionali, sono i siti di web news, e in particolare quelli nati come blog informativi e che hanno saputo ritagliarsi in pochi anni l’attenzione e la fiducia di milioni di utenti. Appena pochi mesi fa infatti, è avvenuta la fusione fra la testata Newsweek e The Daily Beast,  noto e seguito quotidiano online, non senza dissensi tra gli stessi  lettori. Ed è notizia fresca l’acquisizione da parte del colosso internet AOL dell’Huffington  Post, un blog di notizie fondato nel 2005 da Arianna Huffington  e che raggiunge i 25 milioni di contatti al mese,  piazzandosi  per questo ai primi posti nel mondo.  

Se questo  numero fa impressione, ancor più d’impatto è l’importo con cui si è concluso l’affare. Si tratta di 315 milioni di dollari, 300 dei quali, pare, versati in contanti, che rappresentano ben cinque volte l’ammontare delle entrate previste per l’anno in corso dal sito web. Già la cifra, quindi, ha fatto discutere i commentatori americani, che vi hanno visto un segno di sfiducia da parte della stessa Huffington, più propensa ad incamerare subito la somma piuttosto che ricorrere a modalità dilatorie fatte di stock options o di altre formule analoghe.

Il matrimonio informativo e mediatico darà comunque luogo ad una forza imponente. Da un lato AOL mette in campo potenza informatica e piattaforme per la diffusione, come i suoi siti Mapquest, Engadget, TechCrunch; dall’altro Huffington Post  porta in dote non solo un seguito di milioni di utenti, ma tutto l’appeal di un giornalismo filo sinistra che incontra molta condivisione. Basti pensare che una stessa notizia, riportata sul NY Times e sull’Huff Post, riceve dai lettori del blog fino a venti volte i commenti ottenuti dal celeberrimo quotidiano.

Da queste sinergie il gruppo AOL si aspetta di toccare negli Stati Uniti i 117 milioni di visitatori e i 270 milioni nel mondo. Quel che rimane da verificare è la qualità del lavoro che verrà prodotto, dal momento che, sulla carta, si è in presenza di due, per così dire, diverse forme di indipendenza. Da sempre AOL professa la sua imparzialità e apoliticità nel campo dell’ informazione, mentre l’Huff ha una linea editoriale ben precisa che lo ha portato a sostenere Obama nelle ultime elezioni. Con la fusione, e con l’assegnazione ad Arianna Huffington del ruolo di responsabile per l’informazione di tutto AOL, è difficile immaginare che non ci siano modifiche, per quanto la tenace giornalista professi tutta la sua convinzione nel mantenimento della propria autonomia: «Lungi dal cambiare il nostro approccio editoriale, la nostra cultura, o la nostra missione, questo momento sarà per HuffPost come fare un passo fuori da un treno in rapido movimento per salire su un jet supersonico. Siamo ancora in viaggio verso la stessa destinazione, con le stesse persone al volante, e con gli stessi obiettivi, ma adesso andremo molto, molto più veloce».

Per molti osservatori, anche alla luce di simili dichiarazioni, la fusione non sarebbe che l’ennesimo tentativo da parte di AOL di risollevarsi dal baratro in cui è sprofondata dopo la disgraziata avventura con Time Warner, un accorpamento che era stato celebrato come la fusione del secolo e che si è rivelato invece il via allo scoppio della cosiddetta bolla tecnologica. Un baratro che ancora nel 2010 ha fatto sì che la società chiudesse con un rosso di 782 milioni di dollari.

Quello che dà da pensare, anche se fino a un certo punto, è la dichiarata commercializzazione dell’informazione, appetita in questo caso per il suo valore di entratura verso masse di utenti, quasi una sorta di grimaldello commerciale per l’acquisizione di utili. Tant’è che uno degli aspetti più interessanti del dibattito apertosi su questa vicenda riguarda proprio questo:  il fatto che si  attribuisce un valore molto concreto – ed elevato per i parametri attuali - a un sito che si dedica quasi esclusivamente a  notizie. 

Siamo cioè in presenza di un paradosso: non è l’organo di stampa a cercare inserzionisti per la propria sopravvivenza, ma il finanziatore a cercare l’organo di stampa come veicolo per potenziare – o rimettere in sesto – i propri affari.

Massimo Frattin

 

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