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Pasquino all’epoca di internet

Una tradizione antichissima e nobile, che ci ricorda quanto sia importante comunicare con la gente in carne e ossa. Evitando di illudersi che il mondo cominci e finisca nelle rappresentazioni virtuali di Internet 

di Ferdinando Menconi

Roma si è svegliata ieri con le statue che “parlavano” come ai tempi del Papa Re: un gruppo di cittadini ha passato la notte ad appendere cartelli alle statue proprio come quando l’unica possibilità di criticare il regime, aggirando la censura, era far parlare le statue mettendo loro al collo, nottetempo, le parole vietate.

Un sistema apparentemente arcaico all’epoca di internet, eppure ha funzionato, ha avuto una visibilità mediatica superiore a quella di molti blogger o ideologi da faccialibro: la tradizione l’ha spuntata sulla tecnologia. Messaggi antigovernativi semplici, non certo all’altezza dei Pasquino del bel tempo andato, ma per nulla inferiori a certi deliri (dis)articolati che si leggono sul web, anzi. Il buono è anche che per appendere cartelli alle statue di Roma bisogna metterci impegno, scendere in strada e andare in giro tutta la notte, attività aliena a tanti profeti del web, che sono convinti di poter far rivoluzioni senza muovere il culo dalla sedia, neppure per scambiare due opinioni al bar: quasi che il contatto con la gente reale possa contaminare la purezza delle loro convinzioni virtuali.

Alla fine della notte, però, le statue di poche vie e piazze di Roma sono state lette, anche su internet, da molta più gente di quanto non accada a blogger che operano sul web e quindi credono di essere dei maître à penser letti world wide, mentre spesso hanno meno audience di un comiziante da bancone, che ha di solito anche un maggior polso del sentire comune. L’unico rischio è che le statue facciano la fine delle voci di internet: troppe e senza più qualità.

Le statue parlanti storiche di Roma erano poche e le voci che le animavano erano sempre di buon livello. Chi non era all’altezza si asteneva dallo scrivere, limitandosi a leggere e a diffondere le sarcastiche invettive di Pasquino e dei sui amici di pietra. Ora c’è invece un rischio imitazione. Quello che ridiventi moda far parlare le statue e che ci provino anche i “letterati” del “T9” e del “TVTB”, facendo fare anche a loro la stessa fine del web, inquinato da troppe presuntose voci che hanno finito per oscurare anche il molto di buono che pure sopravvive: sul web c’è più assai qualità che nella strapagata informazione di regime, ma trovarla è sempre più arduo.

Il rischio, comunque, è relativo: andare per le strade è faticoso e meno rassicurante che restarsene nelle comode domestiche postazioni internet, ma potrebbe comunque diventare una moda, per quanto breve, che finirebbe per svilire la ritrovata e nobile tradizione delle statue parlanti, facendole parlare di Ruby o di calcio. Magari riprendesse, però, l’antica tradizione. Vorrebbe dire che c’è ancora gente disposta a scendere in piazza per un’idea senza volere in contropartita neppure una fama world wide: chi parla è sempre e solo Pasquino, non l’individuo che gli ha dato voce e che è rimasto anonimo. Anche se poi vi sono dei sospettati eccellenti, ma sempre famosi a prescindere dalla statua, tutti a caccia di giustizia e non di notorietà; e tutti, noi per primi, abbiamo da imparare da loro riflettendo sul vero perché delle nostre azioni o dei nostri scritti.

Riprendersi la piazza, anzi rivitalizzarla e renderle la sua sanguigna dignità, uscire dal virtuale e dai salotti mulinocachemire: solo così si può dar corpo al virtuale di un’opposizione. Opposizione che deve essere al sistema, non al regime di turno: il sistema non conosce alternanza, indipendentemente da chi venga fatto eleggere. Il potere deve tornare alla gente e questa si incontra in piazza, perché l’Agorà in Italia è la Piazza, luogo dove si realizzava la democraticità dei liberi Comuni prima che diventassero Signorie e la piazza cominciasse a venire demonizzata come ancora le democratiche istituzioni continuano a fare. 

Caro Napolitano, i “disordini” non sono “inammissibili”. Inammissibile è che in questo paese, dove soluzioni egiziane sarebbero più che giustificabili, di disordini non ve ne siano abbastanza. Se le statue possono parlare in vece nostra, non possono, per loro stessa natura, anche agire al nostro posto.

Ferdinando Menconi

 

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