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Scontri ad Arcore. Inutili e sacrosanti

Tafferugli di nessun conto, ma immediatamente strumentalizzati dall’establishment. Da Napolitano in poi, tutti a stigmatizzare i pericoli della violenza. Illudendosi che questo genere di esorcismi possa salvarli all’infinito 

di Federico Zamboni 

Drammatizzare i fatti, in modo da demonizzare i motivi che li hanno ispirati. L’operazione è tutta qui. La mistificazione è tutta qui. E, come al solito, i custodi dello statu quo si lanciano a capofitto nell’impresa e si danno manforte l’un l’altro. Alcuni sono semplicemente ottusi, e non possiedono le capacità minime per analizzare ciò che accade senza ripetere all’infinito gli stessi luoghi comuni. Altri quelle capacità le avrebbero anche, ma trovano più conveniente rifugiarsi nell’interpretazione di routine: la rabbia popolare è cattiva, è pericolosa, è antidemocratica; l’ordine pubblico è un valore supremo e inviolabile, e chi osa turbarlo è per definizione un facinoroso, un delinquente, un potenziale (potenziale?) terrorista. Le manifestazioni di piazza sono consentite – ci mancherebbe, in un Paese così libero e civile come il nostro... – ma solo a patto che si svolgano pacificamente. Così pacificamente da poter essere ignorate. Da risultare innocue.

Dice Napolitano, con la gravità pensosa che gli compete: «l’esercizio del diritto costituzionale a manifestare pacificamente non deve degenerare in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi estremisti». Dice Maroni, col piglio ruspantello del leghista (che se fa casino lui è una sana reazione agli abusi di “Roma ladrona”, mentre se lo fanno gli altri è la violenza patologica di frange di disadattati, che-g’han-minga-voglia-de-lavurà): « Sono fatti che vanno colpiti e continueremo a farlo: oggi (ieri – Ndr) c'è il processo per direttissima e spero che chi si è reso responsabile dell'aggressione ai poliziotti subisca una condanna esemplare». Dice Casini, col suo piglio da monsignore-manager, tutto buonsenso di facciata e opportunismo di sostanza, perfetto esempio di democristiano orfano del monopolio Dc e costretto, suo malgrado, a starsene in seconda fila in attesa di tempi migliori: bisogna «lasciar perdere i violenti, che è meglio che stiano nelle patrie galere e non agli eventi politici. L’idea stessa di protestare con quelle modalità ed in quel luogo, rischia di essere l'altra faccia della medaglia del degrado che stiamo vivendo. L'opposizione deve dare un'altra idea dell'Italia non la stessa, eguale e contraria. Con tutto il rispetto per gli altri non siamo né in Tunisia né in Egitto e non vogliamo finirci».

Non capiscono. Oppure fanno finta. Non capiscono che la rabbia popolare ha dinamiche sue proprie, con lunghi tempi di incubazione ed esplosioni improvvise. Dinamiche che non si possono disciplinare per legge, come i limiti di velocità sulle autostrade e la quantità di alcol nel sangue dei guidatori, e che ubbidiscono a bisogni talmente profondi che, superate certe soglie di sopportazione, non si lasciano imbrigliare da nessun ragionamento. La loro unità di misura non è il calcolo, ma la passione. Il loro orizzonte non è la pianificazione delle proteste, come prologo alla gestione del potere, ma la riaffermazione di una dignità troppo a lungo ignorata, calpestata, persino irrisa. Dinamiche irrazionali, ma tutt’altro che immotivate, che si possono ignorare per anni o per decenni, vedi appunto il Ben Ali della Tunisia o il Mubarak dell’Egitto, ma che non per questo si dissolvono.

Avvenimenti come quelli dell’altro giorno ad Arcore, dunque, sono allo stesso tempo inutili e sacrosanti. Inutili nell’immediato, perché non hanno alcuna strategia sulla quale incardinarsi. Sacrosanti in assoluto, perché testimoniano la sopravvivenza di un’attitudine a ribellarsi. Non solo al governo di turno, ma alla logica stessa su cui il sistema si regge: l’utilitarismo a 360 gradi, la ponderazione incessante dei pro e dei contro, le domande occhiute sul tornaconto che si trarrà, come individui e come membri di una fazione, dalle iniziative che si assumono. 

Sono scintille che si spegneranno mille volte, prima di accendere il fuoco di cui abbiamo bisogno. Sono lampi di apparente follia. In cui però balena la saggezza della vita autentica, contrapposta alle innumerevoli, ragionevoli, ingannevoli, finzioni del Potere. 

Federico Zamboni

 

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