Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Offensiva su giustizia e federalismo”. In taglio alto: “Il futuro del Lingotto. Fiat-Chrysler, sabato Marchionne dal premier”. Editoriale di Giovani Belardelli: “Una debole appartenenza”. Di spalla: “Gli invisibili che sfuggono all’aiuto degli altri”. Al centro foto-notizia: “La carezza di Napolitano per i rom” e “La soubrette, i politici, la tv. Un filo tra Napoli e Milano”. In taglio basso: “Prof e studenti amici (su Facebook)”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Bimbi rom, il dolore di Napolitano: ‘Diamo case dignitose ai nomadi’ ”. A sinistra: “Il Pdl accelera sul processo breve. I giudici: devastante”. Editoriale di Ezio Mauro: “Il fantasma azionista”. Al centro foto-notizia: “Autoritratto di un boss camorrista” e “La frusta di Obama: ‘Capitalisti investite’ ”. In taglio basso: “Il record di Arianna la Rossa. Un sito da 315 milioni di dollari” e “Dall’America a un frullato così tutto diventa storia”.  

LA STAMPA – In apertura: “Federalismo, la Lega rilancia: ‘Avanti con le riforme o si vota’ ”. Editoriale di Gian Enrico Rusconi: “La vera partita comincia soltanto ora”. Di spalla: “Noi italiani liceali per sempre”. Al centro foto-notizia: “Incendio a Rio, carnevale a rischio” e “Guantanamo illegale. Rilasciato un tunisino”. In un box: “Bimbi rom, denunciati i genitori”. A fondo pagina: “E’ qui la festa”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Al via la riforma incentivi”. Editoriale di Raghuram Rajan: “Per capire la crisi serve una laurea in buon senso”. Al centro la foto-notizia: “Tecnologie nello spazio. Con le sonde Nasa la prima immagine completa del Sole”, “Trichet: i debiti europei non vanno ristrutturati” e “Financial Stability Forum: a Bankitalia i poteri contro i vertici bancari ‘inadatti’ ”. Di spalla: “Infrastrutture e fondi privati le parole dimenticate”. A fondo pagina: “Fiom di lotta e di debito, alla fine Camusso paga il debito”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Rogo di Roma, dolore e rabbia” e in un box: “Alemanno, è vera emergenza, servono soldi e poteri speciali”. Editoriale: “Le due Italie alla sfida del federalismo”. Al centro foto-notizia: “Napolitano ai genitori: il Paese è vicino a voi, ora soluzioni concrete” e “Il Pdl: processo breve subito. E’ scontro”. In un box: “Iris, le notti di Arcore nel mirino dei pm”. In taglio basso: “E’ morto Paul Getty, fu rapito a Roma” e “Ecco il campionato da record”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Liberi di aggredire il premier”, con editoriale di Salvatore Tramontano. Al centro: “Ma chi l’ha detto che la società civile è solo di sinistra?”. Di spalla: “Non tutti possono piangere i bimbi rom”. A fondo pagina: “Pinuccio, Gianfranco e i colonnelli”. 

LIBERO – In apertura: “Ruby, processo inceppato”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia “ ‘Con Silvio tratto ma non mi vendo’ ” e “La Lega non ne può più di Fini. E dà l’ultimatum a Berlusconi”. Di spalla: “Sul giornale di Fiat spunta l’elogio dei violenti anti-Cav” e “Perfino napoletano manda a quel paese le squadracce viola”. A fondo pagina: “Molleggiato di gambe, flessibile nell’etica”. 

IL TEMPO – In apertura: “Arriva il Bomba Bomba”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Patto Merkel conforta i mercati ma tormenta molti stati europei”. In apertura a destra: “L’Egitto scopre com’è difficile portare la rivolta dalla piazza al Palazzo”. In taglio alto: “In mutande ma vivi. E’ ora di smascherare il pulpito indecente da cui predicano i puritani”. Al centro “Tutte le parti in commedia”.  

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Sgomberiamolo”. A fondo pagina: “Processo breve Pdl accelera. Sul federalismo Lega rialza la voce”. (red)

2. Il Quirinale condanna gli scontri ad Arcore

Roma - “Giorgio Napolitano – scrive Lorenzo Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - denuncia gli scontri di domenica pomeriggio ad Arcore, davanti a Villa San Martino, residenza milanese di Silvio Berlusconi. Parla di ‘gravi episodi’ e di ‘inammissibili disordini’ . E rileva, dopo avere ottenuto informazioni dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ‘i promotori della manifestazione rispettando le modalità concordate con le autorità di polizia sono rimasti estranei a ogni deviazione del percorso stabilito e a ogni violenza’ . Chiarito questo, Napolitano ricorda però che ‘manifestare la propria opinione in un momento di tensione politica e istituzionale come l’odierno non deve degenerare in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi di estremisti’ . Lo stesso Maroni si augura ‘una condanna esemplare’ nei confronti dei responsabili e sottolinea anche lui che ‘la protesta è sempre legittima ma quando diventa atto di violenza e si lanciano sassi e bottiglie contro i poliziotti non c’è nessunissima giustificazione’ . Ebbene nonostante questa duplice esortazione, il Tribunale di Monza, presso il quale sono stati giudicati per direttissima, scarcera i due dimostranti fermati domenica con l’accusa di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Pur convalidandone l’arresto, il giudice Natalino Giuseppe Airò ritiene che non sussistano le esigenze di disporre le misure cautelari nei confronti di Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti. La decisione fa scattare il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ricorre a un registro sarcastico per commentarla: ‘Eh, certo era un atto nobile...’ . Nel campo dell’opposizione – prosegue Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - tutti prendono le distanze da questi metodi per contestare il premier. Anche Antonio Di Pietro condanna ogni forma di violenza, ma non rinuncia alle manifestazioni contro il governo. Una puntualizzazione molto diversa da quanto sostenuto il giorno precedente dallo stesso Di Pietro che inneggiava alla piazza, invitando i cittadini a ‘una nuova presa della Bastiglia per riappropriarci della democrazia’ . Una netta presa di distanza da questo genere di cortei giunge da Pier Ferdinando Casini. ‘Non siamo né in Tunisia né in Egitto e non vogliamo finirci’ , dice il leader dell’Udc. A suo giudizio ‘protestare davanti alla casa di Berlusconi non è la risposta giusta al governo e al presidente del Consiglio. L’opposizione deve dare un’altra idea dell’Italia, non la stessa, uguale e contraria’ . Analogo il commento del vicesegretario del Pd, Enrico Letta: ‘La nostra opposizione a Berlusconi e al suo governo è dura e inflessibile, ma la violenza mai’ . Ancora più esplicito il commento del sindaco di Firenze, Matteo Renzi (Pd): ‘I tafferugli davanti ad Arcore sono un clamoroso regalo a Berlusconi. Per mandarlo a casa serve la politica, non gli scontri di piazza’ . In questo contesto gli esponenti della maggioranza plaudono all’intervento di Napolitano. ‘È apprezzabile — fa notare Fabrizio Cicchitto, capo dei deputati del Pdl — che le supreme istituzioni della Repubblica, che invitano sempre e giustamente al confronto, abbiano detto cose chiare e giuste contro questa violenza’ . ‘La semina dell’odio— aggiunge Maurizio Gasparri — produce sempre frutti avvelenati ed è su questo che dovrebbero riflettere gli avversari in buona fede di Berlusconi’ . Sintetizza il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, criticando le prese di distanza del ‘popolo viola’: ‘Giuridicamente comprensibili ma politicamente ipocrite. Non c’è da stupirsi se qualcuno, al di là delle intenzioni o volontà degli organizzatori, immagina di ‘passare ai fatti’’”. (red)

3. Renzi: “L'antiberlusconismo danneggia l’opposizione”

Roma - Intervista di Carlo Bertini al sindaco di Firenze Matteo Renzi su LA STAMPA: “Comincia con una premessa, ‘ho fatto un fioretto e per sei mesi non parlo del Pd e del suo vertice’. Continua giustificando lo scontento di quelli che protestano pacificamente perché non ce la fanno più. Ma poi, a differenza di quanto declamato all’assemblea nazionale da D’Alema e Franceschini, spiega che a suo avviso ‘non si può parlare di emergenza democratica per il caso Ruby, ma al massimo di emergenza sessuale’. Per lei gli scontri di Arcore sono un clamoroso regalo a Berlusconi. Condanna solo i tafferugli o anche la scelta di manifestare sotto casa del premier? ‘Mi verrebbe da dire, “meno male che Giorgio c’è”, perché il Capo dello Stato, in questo momento di palude della vita politica, è un grande punto di riferimento. Separerei dunque il giudizio sugli esagitati che sono andati lì a cercare lo scontro, da quello su chi è andato lì a manifestare pacificamente con un po’ d’ironia. Politicamente però credo che non basti la protesta, un problema che va avanti da 17 anni. Rispetto la passione civile di molte persone andate lì ed ho fatto una bella discussione su facebook con diversi ragazzi...’ Che sul suo blog gliele hanno cantate. Ne hanno subito approfittato per rinfacciarle il famoso pranzo ad Arcore. O no? ‘Non direi, la maggioranza invece è d’accordo con me, 614 persone mi hanno detto ok, una cosa che non mi succedeva da diverso tempo. Dei 340 commenti, la gran parte sono a favore, poi naturalmente c’è chi mi dice basta con queste polemiche, oppure “spiegaci tu se la politica diversa vuol dire andare a cena ad Arcore! Meglio andare in piazza”. Detto questo, credo che il punto sia uscire da questo clima di derby e rissa permanente. Non voglio fare tutte le volte il grillo parlante del Pd che dice “ci vorrebbe ben altro”, ma sono convinto che non sarà la piazza a mandar via Berlusconi. Fermo restando che in un paese civile il premier si difende in tribunale e non in tv’. Dunque lei non ritiene che il caso Ruby segni un degrado morale e che si debba reagire a questa emergenza democratica? ‘Io credo che tutto si può dire, tranne che questa vicenda sia un’emergenza democratica. Fatico a capire cosa c’entri Ruby con la democrazia, anche se questo mododi fare è lontano anni luce dal mio modo di vivere che sono per definizione un “anti bunga-bunga”, accusato spesso di essere un bacchettone cattolico’. Quindi il Pd non deve sostenere in questa fase la mobilitazione e l’indignazione della società civile? ‘Sono molto colpito, perché ho tanti amici e mia moglie che esprimono il disgusto in generale per la politica e in particolar modo per il governo, un sentimento aumentato in questo momento dal caso Ruby e dall’altro lato ho la convinzione che per sconfiggere Berlusconi de-fi-ni-ti-vamente non si deve cavalcare l’antiberlusconismo. Non ho i sondaggi, ma sono convinto che dopo gli scontri di Arcore, la popolarità del premier sia risalita di colpo. Rispetto profondamente chi ci invita a cavalcare l’antiberlusconismo, ma penso che può vincere solo una sinistra che esca dal muro contro muro. E credo che, distinguendo bene i violenti andati lì apposta, quindi senza fare d’ogni erba un fascio, se vuoi mandare a casa Berlusconi non ti aiutano gli scontri di piazza e non ti serve il ricorso alla magistratura’. Cosa dovrebbe fare quindi l’opposizione? ‘Ora nel paese c’è rassegnazione, la sensazione di essersi impantanati sulle cose da fare. E quindi penso che il Pd e in generale la sinistra debbano ridare speranza e entusiasmo, non proporre Sante Alleanze che restituiscono una verginità a Berlusconi consentendogli di fare di nuovo la vittima. Tanto più considerando invece che in questo momento chi rischia di perdere le elezioni è proprio il centrodestra e dunque farei una campagna elettorale vera, dimostrando di essere alternativa sulle cose concrete. Quindi casomai vanno chieste le elezioni, senza però proporre Sante Alleanze che non funzionavano nemmeno nel Medioevo’”. (red)

4. Processo breve, Pdl accelera: “Aula a marzo, voto aprile”

Roma - “La maggioranza è di nuovo ai blocchi di partenza – scrive Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - per tentare di approvare in tempi strettissimi il disegno di legge sul processo breve: esce dunque da un sonno lungo più di sei mesi il testo che, in principio, fu concepito al Senato dagli avvocati parlamentari del Pdl anche per mandare in archivio, tra le migliaia di dibattimenti lenti in corso, pure i giudizi in cui è imputato il presidente del Consiglio (Mills, Mediatrade, Fininvest diritti tv). Ora, dunque, alla luce della sentenza della Consulta che ha depotenziato lo ‘scudo’ a tempo per il premier, quel ddl di iniziativa parlamentare (Gasparri, Quagliariello e altri) torna a correre in commissione Giustizia della Camera con l’obiettivo di andare in aula a marzo e poi di essere votato ad aprile. La richiesta del Pdl è arrivata al presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno (Fli), sotto forma di una lettera firmata dal capogruppo Enrico Costa. Si chiede all’ufficio di presidenza (che si riunisce oggi) non una nuova calendarizzazione ma più semplicemente di far ripartire l’iter là dove si era fermato a giugno: ed era pacifico che dopo 6 mesi di audizioni si dovesse passare al termine per la presentazione degli emendamenti. Ovviamente i nodi del ddl sono sempre gli stessi. A cominciare dall’impatto sui processi in corso determinato da una norma transitoria che il Csm definì ‘devastante’ nel 2009 e sulla quale il presidente della Repubblica si rifiutò fornire ‘valutazioni preventive’ . Oggi il clima politico – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - è ancora più infuocato e il premier — coinvolto nel caso Ruby e oggetto di una prossima richiesta di giudizio immediato per concussione — arriverebbe a ipotizzare che l’Italia è sull’orlo della catastrofe come l’Egitto. Tutto questo — secondo il Tg di La7 — il presidente Berlusconi lo avrebbe riferito, sotto forma di sfogo, a tavola davanti ai capi di governo della Ue dicendo che ci si occupa dell’Egitto mentre c’è un altro Paese nel Mediterraneo che ha grossi problemi, che è sull’orlo della catastrofe, cioè quell’Italia dove i giudici vogliono processarlo. Il Pdl si deve preparare a far fronte al fuoco di sbarramento dell’opposizione: ‘Questo rilancio è una vergogna’ , ha tuonato il capogruppo Dario Franceschini lasciando intendere che il Pd farà di tutto pur di rallentarne la corsa in Parlamento. L’Anm parla di ‘effetti devastanti’ di un provvedimento che va ‘nel senso contrario a ciò di cui la giustizia ha bisogno’ . Il vice presidente del Csm, Michele Vietti, a margine della presentazione del libro di Livio Pepino Giustizia, la parola ai magistrati, ha parlato di ‘provvedimento devastante’ riferendosi alla prima versione del ddl ma ha aggiunto: ‘Se ci saranno versioni nuove saremo pronti a una valutazione nello spirito della leale collaborazione istituzionale’ . Enrico Costa (Pdl) ha pure cercato di tendere la mano all’opposizione: ‘Il Pd faccia le sue proposte per discutere nel merito del provvedimento, poi decidiamo sulla portata della norma transitoria’ . I pericoli per il Pdl, tuttavia, vengono anche dal ‘fuoco amico’ (Gaetano Pecorella ha detto che il ‘processo breve rischia di comprimere i diritti di difesa’ ) e da chi come Luigi Vitali preferirebbe dare la priorità al suo testo sulle punizioni previste per i pm che chiedono intercettazioni inutili. A tutto questo vanno aggiunte le pressioni per far correre il ddl Alfano sulle intercettazioni e il pacchetto di 7 proposte sulla responsabilità civile dei magistrati di cui una firmata dall’ex deputato della Lega Matteo Brigandì. Proprio Brigandì, nella sua veste di consigliere del Csm, ora rischia la sospensione perché accusato di aver divulgato il dossier riservato su una vecchia pratica disciplinare intestata a Ilda Boccassini: ieri però – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - Brigandì ha scritto a Vietti per comunicare che si asterrà dai lavori del consiglio togliendo così dall’imbarazzo il comitato di presidenza del Csm che si riunisce oggi”. (red)

5. “Vogliono la guerra civile, ma io tiro dritto”

Roma - “‘Vogliono la guerra civile, ma io vado avanti’. Chiuso a Villa San Martino, - scrive Adalberto Signore su IL GIORNALE - dove passa buona parte della giornata a studiare la strategia difensiva con Ghedini e Longo in vista della richiesta di rito immediato che riverserà sui media altre duemila pagine di nuove intercettazioni, Silvio Berlusconi continua a tirare dritto. Tanto che già prima delvertice serale con lo stato maggiore della Lega - la consueta cena del lunedì con Bossi, Calderoli, Maroni, Cota, Reguzzoni, Bricolo, Mauro e con il ministro dell’Economia Tremonti - il Cavaliere invita il Carroccio ad abbassare i toni. Perché, spiega al Senatùr, ‘questo non è il momento delle fughe in avanti ‘ e ‘dobbiamo fare il possibile per evitare strappi’. Non è un caso che verso le sette di sera Calderoli si affretti a ricalibrare il tiro, dopo che qualche ora prima in un’intervista a Sky aveva detto chiaramente che se non si riescono a risolvere ‘alcune difficoltà nelle commissioni parlamentari tanto meglio staccare la spina’. Precisazioni a parte, la questione sollevata dal ministro della Semplificazione non può che essere oggetto di dibattito durante il vertice di Arcore. D’altra parte il problema esiste visto che oltre al federalismo municipale ci sono sul tavolo altri due decreti, uno sul fisco regionale e l’altro sulla sanità. E il primo, trasmesso alla bicamerale i primi di gennaio, ha tempi piuttosto stretti visto che l’esame in commissione dovrebbe concludersi entro il 7 marzo. Data perla quale o si è risolto il problema dell’empasse numerica oppure ci si ritroverà nuovamente davanti a un pareggio. Lo sa Calderoli malo sa anche Berlusconi che ieri non ha esitato a dire che ‘serve una soluzione’. Due le strade che la maggioranza potrebbe percorrere. La prima, più morbida, è quella di porre la questione all’attenzione di Napolitano affinché possa far valere la sua moral suasion con i presidenti delle Camere. La maggioranza - è il senso del ragionamento - ha numeri saldissimi in Senato e saldi alla Camera e non è ammissibile che la bicamerale sul federalismo (dove peraltro il nuovo gruppo dei Responsabili non è rappresentato) non rispetti questi equilibri. La seconda strada, invece, - prosegue Signore su IL GIORNALE - potrebbe essere quella di inserire nel Milleproroghe - che inizierà il suo iter al Senato a metà mese - una modifica della legge delega istitutiva del federalismo che permetta di rivedere i numeri della commissione. Berlusconi, dunque, va avanti. Con i provvedimenti economici che saranno varati dal Consiglio dei ministri straordinario in programma domani e con l’operazione di allargamento della maggioranza. Sempre domani, infatti, dovrebbero vedersi aprano Berlusconi, Pannella e Alfano ed è probabile che si torni a ragionare sull’ipotesi di ‘cedere’ il ministero della Giustizia ai Radicali. Un’idea che il Cavaliere ha certamente accarezzato tanto dall’averla buttata lì allo stesso Alfano per sondarne la reazione - ma che pare di difficile realizzazione. Non solo perché la Bonino oppone un categorico ‘no’ (‘Berlusconi dice - non mi pare più in grado di gestire alcunché politicamente parlando’) ma anche perché la distanza tra radicali e centrodestra resta siderale su molti temi. Un esempio è quello dell’amnistia e dell’indulto, storiche battaglie radicali. Se davvero Pannella - o un uomo da lui indicato - dovesse arrivare a via Arenula quello sarebbe un punto irrinunciabile. E cosa ne pensi la Lega non è certo un mistero per nessuno. Insomma, pur essendoci molti punti di contatto (come la separazione delle carriere) rimangono anche divergenze difficilmente conciliabili. Certo, non è escluso che sulla trattativa possa pesare la proroga di un anno della convenzione per Radio Radicale in scadenza a novembre. Oltre dieci milioni di euro che per le casse dell’emittente che da 35 anni racconta e documenta sedute e dibattiti parlamentari sarebbero una decisa boccata d’ossigeno. Il rinnovo era stato inizialmente previsto nel Milleproroghe per poi sparire durante un preconsiglio dei ministri a fine anno. Ora, - conclude Signore su IL GIORNALE - raccontano fonti d’opposizione al Senato, sarebbe in stesura un emendamento (i tempi di presentazione scadono giovedì) per reinserire nuovamente la convenzione da 10,2 milioni nel Milleproroghe. Dovesse passare senza incidenti i Radicali lo considererebbero ‘un segnale di buona volontà”. (red)

6. Federalismo, paletti della Lega: nuove commissioni o voto 

Roma - “La Lega – scrive Roberto Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - torna ad alzare la tensione dentro il governo. E ancora sul federalismo. ‘O la maggioranza è in grado di ribaltare lo stallo nelle commissioni parlamentari, altrimenti è meglio staccare la spina’. Il ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli, in una intervista a Sky Tg 24, mette nuovamente la maggioranza di fronte ad un aut aut e lo motiva col fatto ‘che la Lega sta al governo non tanto per starci quanto per fare le riforme, e se non è possibile tanto vale mollare’ . Dichiarazioni ammorbidite in serata: ‘Staccare la spina? Dici fischi e poi trovi scritto fiaschi. Ho spiegato che per poter procedere con le riforme occorre la maggioranza nelle commissioni, al di là della bicameralina. Così l’obiettivo è il 2013, diversamente viene meno’ . Il tema della parità in alcune commissioni, in particolare nella Bicamerale dove nei giorni scorsi il decreto sul federalismo municipale è stato bocciato, ma anche nella Bilancio della Camera dove si rischia il pareggio 24 a 24, era stato sollevato direttamente dal premier Silvio Berlusconi che, all’indomani dello stop deciso dal Quirinale, aveva annunciato battaglia per ripristinare l’equilibrio parlamentare dentro le commissioni finora non toccare per una questione di ‘fair play’ . Ma la questione non è semplice. Il presidente della Bicamerale Enrico La Loggia ha precisato di aver già posto per iscritto il problema ai presidenti di Camera e Senato che domani dovrebbero per la prima volta discuterne. Gianfranco Fini e Renato Schifani dovranno dunque, secondo il regolamento parlamentare, mettere a punto una soluzione rispettosa dei nuovi equilibri politici dopo la creazione del gruppo dei responsabili. Una prospettiva che probabilmente non sarà semplice, o quantomeno non avrà tempi rapidi. Anche per questo l’incontro previsto per oggi tra il leader della Lega Umberto Bossi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato spostato, forse, a domani. Ma il condizionale è d’obbligo. Tutto dipende – prosegue Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - dalla strategia decisa dalla consueta cena del lunedì sera tra Bossi e Berlusconi alla quale ieri sera hanno partecipato anche i ministri Giulio Tremonti (Economia), Roberto Maroni (Interni) e Calderoli. Per l’opposizione le cose stanno diversamente. ‘Non ci sono problemi di equilibrio nella commissione Bicamerale per l'attuazione del federalismo perché il nodo è solo politico’ . Così Dario Franceschini ha risposto a Calderoli. Intervenendo in diretta a 8 e mezzo su La7, il capogruppo del Pd alla Camera ha sottolineato che ‘quella del federalismo è la grande riforma che va fatta con un'intesa la più larga possibile’ . ‘Per questo — ha aggiunto — ci siamo astenuti, ma poi abbiamo assistito a una vera e propria forzatura, con l'approvazione da parte del Consiglio dei ministri e con la bocciatura da parte del Capo dello Stato, è stata una scena molto triste’ . Ma il tempo passa e le scadenze per non oltrepassare il termine della delega fissato al 21 maggio vanno rispettate. Già domani – conclude Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - verrà convocata una riunione di presidenza alla Bicamerale per fare il punto sui successivi decreti su fisco regionale e sanità. Provvedimenti che dovrebbero essere licenziati entro il 7 di marzo”. (red)

7. L’ultimo patto tra Silvio e Umberto 

Roma - “Federalismo in cambio del processo breve. È questo – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - il patto contrattato da Bossi e Berlusconi nella cena di Arcore: il Carroccio garantirà la blindatura del provvedimento ammazza-processi, il Pdl si schiererà a testuggine sugli ultimi cinque decreti preparati da Calderoli. Il premier infatti è angosciato per la piega che stanno prendendo gli eventi, con le procure che lo cingono d’assedio. Una prova la si è avuta persino al consiglio europeo di Bruxelles. Stando alla ricostruzione de La7 il Cavaliere venerdì avrebbe arringato i leader dell’Ue con una tirata contro i pm italiani: ‘Cari colleghi, qua ci si sta occupando dell’Egitto, ma c’è un altro Paese del Mediterraneo che ha grossi problemi, che è sull’orlo della catastrofe ed è l’Italia dove i giudici vogliono processarmi’. Il premier vede nero, ma quello siglato con Bossi è un patto scritto sull’acqua finché il centrodestra non riprenderà il controllo delle commissioni chiave del Parlamento: la bicameralina La Loggia, la Bilancio e la Giustizia. E persino l’ufficio di presidenza, dove i numeri sono 11 a 8 per l’opposizione. ‘Se Fini e Schifani non si danno una mossa - è il monito di Bossi - allora dovrà essere Napolitano a occuparsene’. Il pressing della Lega è insistente, tanto che del ‘riequilibrio’ della commissione La Loggia i leghisti intendono discutere domani proprio con il Capo dello Stato, per chiedere che eserciti la sua moral suasion su Gianfranco Fini. Spetta infatti ai presidenti delle Camere garantire il rispetto della ‘proporzionalità’ della commissione e i leghisti temono che il leader di Fli, pur di ‘creare problemi a Berlusconi’, possa far melina e prendere tempo. Un tempo che Bossi non può permettersi di perdere, visto che la bicamerale La Loggia dovrebbe concludere entro il 7 marzo l’esame del decreto cardine del federalismo, quello sul fisco regionale e la sanità. ‘Dobbiamo intervenire subito’, ha convenuto il premier, ‘non possiamo aspettarci nulla di buono da Fini’. Per questo ad Arcore hanno anche ipotizzato un blitz, una modifica all’articolo 3 della legge delega sul federalismo per aumentare il numero dei componenti della Bicameralina così da permettere l’ingresso di uno dei Responsabili e riconquistare la maggioranza. Chi se ne sta occupando lo definisce scherzando il ‘comma Scilipoti’ e potrebbe essere inserito nel decreto Milleproroghe. Intanto – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - dall’entourage del presidente della Camera fanno sapere che ancora ‘non è arrivata alcuna richiesta formale di verificare il rispetto del criterio di proporzionalità della commissione’. Insomma al momento, nonostante la fretta di Bossi, non c’è nemmeno una pratica istruita. E il problema non è tanto semplice da risolvere perché, per far posto a uno dei Responsabili, qualcuno altro dovrebbe dimettersi. Uno del Terzo Polo, insistono nel Pdl, visto che ‘adesso hanno quattro rappresentanti’. Il problema è che nel Terzo Polo nessuno dei quattro membri ha intenzione di favorire questo ‘riequilibrio’: Baldassarri infatti rappresenta Fli, Linda Lanzillotta l’Api, Galletti l’Udc e il senatore D’Alia è entrato come membro delle Autonomie. Un pasticcio insomma, che potrebbe essere risolto solo con un ‘gentlemen’s agreement’ di cui oggi non si vede assolutamente traccia. La Lega è nervosa, minaccia ritorsioni per spaventare Berlusconi e Fli. Per questo Calderoli ieri è tornato a rispolverare il linguaggio bellicoso di qualche mese fa, ipotizzando di ‘staccare la spina’ al governo. Il problema è che la coperta ormai è corta e se i leghisti riparlano di voto anticipato, la nuova terza gamba della maggioranza - Iniziativa Responsabile - tira dalla parte opposta. ‘Calderoli deve stare attento - spiega Saverio Romano, segretario dei Pid - perché chi stacca la spina alla fine si può anche ritrovare all’opposizione. La nostra ‘responsabilità’ non è nelle mani di nessuno, nemmeno in quelle di Berlusconi. Nessuno ci può dire: o passa il federalismo oppure tutti a casa. A quel punto – conclude Bei su LA REPUBBLICA - non si può nemmeno escludere che 5 o 6 responsabili si rendano disponibili per sostenere un altro governo che porti a termine la legislatura’”. (red)

8. Nessun aut aut, Bossi rassicura il Cavaliere 

Roma - “Quel che vuole la Lega, si sa. Il Carroccio – scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - lo ha reso noto attraverso un’intervista: per andare avanti, serve un riequilibrio in quelle commissioni parlamentari in cui oggi gli esponenti di Fli rendono la maggioranza incerta o addirittura la trasformano in minoranza. O si sana quell’anomalia, oppure ‘non si va da nessuna parte’ . Una precisa richiesta al premier di assunzione di responsabilità. Chi parla è Roberto Calderoli, che nega peraltro di aver detto quello che le agenzie stampa gli attribuivano. La frase, poi smentita, era: ‘Vi sono delle difficoltà nelle commissioni che devono essere risolte. Se si è in condizioni di poterlo fare, noi siamo della partita, ma se siamo di fronte a una oggettiva impossibilità tanto vale staccare la spina’ . Ma, appunto, il ministro alla Semplificazione, dopo i primi lanci d’agenzia, ha voluto correggere il tiro, troppo forte quel riferimento allo staccare la spina. E ha spiegato che, ‘come accade spesso ultimamente, dici fischi e poi trovi scritto fiaschi’ . La smentita non è un fatto secondario. La Padania oggi in edicola infatti gli dedica il suo titolo grande: ‘Lega coerente, nessun aut aut’ . Il fatto è che il sentiero, anche per la Lega, si è fatto stretto. Da una parte, il Carroccio dovrà cercare di persuadere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che d’ora in avanti non ci saranno altre iniziative irrituali. Ma dall’altra — di qui il titolo della Padania e le precisazioni di Calderoli— occorre anche rassicurare un alleato accigliato, fiducioso nel rapporto con Bossi ma circondato di consiglieri che lo mettono in guardia dal puntare tutto sul Carroccio. E a questo copione si è attenuto lo stato maggiore padano che ieri sera ha raggiunto Silvio Berlusconi ad Arcore per una delle classiche cene del lunedì. Non solo. Il premier per uscire dalle secche del momento sta mettendo molta carne al fuoco, un piano di rilancio dell’economia importante ma che, il cielo non voglia, potrebbe in qualche modo rubare spazio al federalismo. ‘Soprattutto — spiega un dirigente leghista di lungo corso — se il piano verrà presentato con eccessiva enfasi sui provvedimenti a favore del Sud. Che renderebbero più complicato lo spiegare ogni singolo giorno di ritardo sulla tabella di marcia del federalismo’ . Insomma, - prosegue sul CORRIERE DELLA SERA - il Carroccio si trova ad un crocevia complicato, in cui il manzoniano ‘troncare e sopire’ sembra essere la chiave per decifrare gli eventi di giornata. La Lega, tuttavia, non rinuncia a fare pressioni oblique. Per esempio, in Emilia. Dove il segretario ‘nazionale’ Angelo Alessandri ha proclamato lo stop a qualsivoglia trattativa con il Pdl in vista delle Amministrative ‘fino a quando non sarà stato approvato il federalismo municipale’ . Alessandri spiega che non si tratta assolutamente di un modo per torcere il braccio dietro alla schiena degli alleati, ma soltanto di ‘dare la priorità a quello per cui stiamo lavorando da tanti anni’ . E precisa anche che ‘in realtà non si tratta di uno stop, visto che non si tratta di sospendere tavoli che in realtà non sono mai stati aperti’ . Eppure, il congelamento dei rapporti è un fatto. E intanto, oggi la Lega nord festeggia i suoi primi vent’anni. La Padania dedica un inserto speciale al ventennale del congresso di Pieve Emanuele che sancì la federazione di Lega lombarda, Liga veneta e Piemonte autonomista. Un amarcord con gli interventi, tra l’altro, di Arrigo Petacco, Stefano Bruno Galli e Lorenzo Del Boca”. (red)

9. Tutte le parti in commedia

Roma - “‘Umberto Bossi – scrive IL FOGLIO - ripete di voler andare avanti, ma deve affrontare la preoccupazione di Roberto Maroni e il malcontento di una parte della propria base. Forse per la prima volta la dialettica interna al partito non è soltanto funzionale alla manovra tattica e di Palazzo. Emerge anche una linea politica interna al partito che appare alternativa all’asse storico tra Bossi e Giulio Tremonti. Gli umori instabili sono emersi con chiarezza ieri sera in una lunga riunione dei vertici leghisti a Milano, in via Bellerio. Bossi ha ribadito il suo ‘ghe pensi mi’, confermando, in un successivo colloquio con Silvio Berlusconi, che ‘finché sarà possibile dobbiamo governare’. Allora perché Roberto Calderoli ieri è suonato minaccioso (‘Bisogna riequilibrare la composizione delle commissioni parlamentari, altrimenti tanto meglio staccare la spina)’? Si è trattato di una concessione di Calderoli ai malumori della base, non rappresentata soltanto da Maroni (che ieri ha invece manifestato ottimismo sulle capacità di durata del governo). L’apparente inversione dei ruoli tra i due colonnelli padani è la prova di quello che Maroni ripete da giorni in privato: ‘Credete forse che le mie parole non riflettano i pensieri di Bossi?’. Tuttavia il ministro dell’Interno è ormai oggetto di malizie e retropensieri diffusi all’interno dell’entourage berlusconiano. Gli si attribuiscono quel genere di ambizioni finora malevolmente utilizzate solo nella sottile battaglia di apparato contro il ministro dell’Economia. ‘Vuole fare il presidente del Consiglio, in questa legislatura. Ragione per la quale non va più d’accordo con Tremonti che pensa allo stesso risultato’. A dirlo al Foglio è uno dei massimi dirigenti del Pdl. Lo stesso che racconta di una burrascosa telefonata di Tremonti a Maurizio Sacconi alcuni giorni fa. Oggetto delle invettive: l’ambizioso Maroni. Ma Berlusconi in questo momento pensa più alla questione della giustizia, alle inchieste giudiziarie e al rimpasto di governo. L’iter del processo breve ripartirà; mentre il rimpasto – al di là delle smentite – si farà. In una prima fase – prosegue IL FOGLIO - si tratterà soltanto di coprire le caselle lasciate libere dai finiani e solo dopo – superato il tramestio contingente – il Cavaliere cercherà nuove formule per il partito e per il governo. Di sicuro (visto l’attivismo delle toghe) non è questo il momento di destabilizzare il ministero della Giustizia. Alfano è probabilmente il migliore Guardasigilli possibile – dicono nell’entourage – e un sostituto all’altezza non è alle viste. Niente coordinatore unico del Pdl dunque. Berlusconi non ha interesse a provocare dolori tra gli ex di An (che soffrirebbero la figura di un potente amministratore unico) né ha individuato un candidato che possa sostituire Alfano al ministero di via Arenula. Si lavora anche al recupero di parlamentari, senatori e deputati. Per questo Denis Verdini ha ormai residenza quasi fissa a Roma. Nel Pdl l’idea di poter riagganciare un giorno l’Udc (per intero) è tramontata definitivamente. Non si punta più a un accordo politico, ma esplicitamente a singole acquisizioni. Manovra che sembra non dispiaccia agli ambienti di oltretevere”. (red)

10. Il Cavaliere divide Pannella e Bonino

Roma - “‘Alla fine decideranno assieme...’ . Benedetto della Vedova, un ex radicale (ora finiano) che li conosce bene, - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - scommette che la premiata ditta Marco&Emma non si scioglierà a causa di Berlusconi. Faranno ancora notte a discutere nel chiuso di Torre Argentina e forse, in privato, torneranno a litigare sul tema ‘Silvio sì, Silvio Un no’ , come lo scorso 31 gennaio. Ma il loro sodalizio politico e umano, confida chi lo ha visto crescere nell’arco dei decenni, resisterà anche questa volta all’onda d’urto delle alleanze. Intanto però un Pannella affascinato dalla suggestione del patto col diavolo, tesse la sua tela. E la Bonino, dall’alto del suo scranno di vicepresidente del Senato, si adopera per disfarne il lavoro. Il vecchio leader dialoga con gli inquilini di Palazzo Chigi — Berlusconi, Gianni Letta, il guardasigilli Angelino Alfano — e fa il pieno di insulti sul web, da ‘voltagabbana’ a ‘puttaniere’ , da ‘odalisca in disarmo’ a ‘paggio del sultano di Arcore’ . Un bombardamento di fuoco, amico e nemico, che invece di scoraggiarlo gli dà la carica: ‘Con il Cavaliere possiamo trovare un’intesa. Trattiamo, vediamo cosa ci offre...’ . Lui e Berlusconi potrebbero rivedersi domani stesso e sarebbe il terzo incontro, alla faccia di Emma e dei ‘mostriciattoli ululanti dal fango partitocratico’ . E mentre lui è in trasferta a Londra, lei dichiara di nutrire nei confronti del premier ‘meno fiducia’ , ‘meno speranza’ , perché Berlusconi non le pare ‘più in grado di gestire alcunché, politicamente parlando’ . Lo descrive ‘totalmente dipendente dalla Lega’ e lascia intendere quanto nera potrebbe divenire la faccia di Bossi davanti a un accordo con i Radicali ‘su giustizia, carceri e amnistia’ . Non ha dimenticato che Berlusconi — cui pure deve la nomina a commissario europeo nel gennaio del 1995— la ritenga ‘la ventriloqua di Pannella’ , ma il senso dell’operazione non può sfuggirle: ‘Le altre alternative, Cln o elezioni anticipate, sono una peggio dell’altra’ . Dire che l’accordo con il Pdl non si farà perché la Bonino è contraria – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - sarebbe una semplificazione e forse anche un azzardo, viste le aperture di cui la stessa Emma ha disseminato i suoi ragionamenti: ‘Non si tratta di entrare al governo o in maggioranza, ma se per esempio arrivasse un’amnistia ci manca pure che i radicali non la votano. Consiglierei prudenza a chi grida ai tradimenti perché è già stato detto e non è avvenuto, né penso che avverrà’ . Berlusconi però ci conta, e fa di conto. Convincere i radicali vorrebbe dire blindare la sua maggioranza con sei preziosi voti, che porterebbero l’asticella dell’autosufficienza alla Camera a quota 22: un numero con cui, ragiona il premier, si può persino governare. Saverio Romano, ex udc in corsa per un ministero, li aspetta al varco di Palazzo Chigi: ‘Vedrete che arrivano, al di là delle smentite’ . Ma la deputata Rita Bernardini, tirata in ballo come papabile sottosegretario con delega alle carceri, chiude con una risata: ‘Fantascienza!’ . E Pannella ministro? ‘Non è nelle cose’ . Eppure ecco che il segretario radicale Marco Staderini boccia le ‘elezioni truffa’ , le ‘elezioni farsa’ , ecco che l’onorevole Elisabetta Zamparutti conferma le strizzate d’occhio di Pannella: ‘Se ci dovesse essere un’intesa su una riforma complessiva della giustizia è chiaro che voteremmo con il governo, nel tentativo di tramutare in qualcosa di buono una situazione disastrosa’ . Lontani, eppure vicini, Emma e Marco lo sono da sempre. Basta andare a ritroso nel tempo sfogliando i quotidiani. ‘Bonino: difficile fidarsi di Berlusconi’ . Febbraio 2011? No, febbraio 2000. Pannella veniva descritto come ‘paziente’ e ‘dialogante’ mentre lei si diceva ‘incavolata’ e bollava come ‘inconcludenti’ i rendez vous con il Cavaliere, raccontando di averlo visto quattro volte senza aver ‘cavato un ragno dal buco’ . Ma la storia è bifronte, tanto che alle politiche del 2001 era Emma a spingere per l’abbraccio con Silvio e già si vedeva varcare la soglia di Palazzo Chigi con un ‘ticket’ Berlusconi-Bonino. Com’è noto non se ne fece nulla e i due leader radicali andarono alle urne in tandem, presentandosi fuori dai poli con una lista Bonino-Pannella. ‘Ci hanno dipinti come il vampiro e la fanciulla, invece è un rapporto appassionante’ ammetteva lei, intervistata dal Corriere. Diversi, eppure così simili da sognare, entrambi, di guidare la Farnesina. Marco&Emma, - conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - la storia continua”. (red)

11. Pannella: “Tratto con Silvio, ma non mi vendo”

Roma - Intervista di Barbara Romano a Marco Pannella su LIBERO: “L’interrogativo che attanaglia il palazzo in questi giorni è: abboccherà o non abboccherà Marco Pannella all’amo del Cavaliere? Lo storico leader radicale minaccia querele al solo sentir pronunciare la domanda. ‘Io non sono un venduto’ ringhia giurando di non essere interessato alle poltrone. Ma non nega che c’è un dialogo in corso tra lui e Silvio Berlusconi. Lo intercettiamo al telefono a Londra, dov’è stato invitato da Peter Lilley, deputato conservatore impegnato nell’inchiesta della commissione Chilcot, per aiutare il parlamento inglese a fare luce sulla prima guerra in Iraq. Tema che fu oggetto di una strenua campagna radicale nel 2003: ‘Esilio per Saddam’. Pannella è in treno con il senatore Marco Perduca. La linea va eviene. Pannella, raccontano che lei avrà una consistente voce in capitolo nel rimpasto di governo. ‘Ah sì?’. Le voci di palazzo danno per certo che lei abbia già in mente il nome del futuro guardasigilli, se Angelino Alfano dovesse diventare coordinatore del PdL: il tecnico d’area radicale Mario Patrono. É così? ‘E un complotto, sono affermazioni false. Menzogne consapevoli che fanno parte di una campagna di regime che ha un solo scopo’. E quale sarebbe? ‘Vogliono farmi apparire come un venduto’. Venduto no. Però voi radicali negli ultimi dieci anni non avete fatto che flirtare ora con il centrodestra ora con il centrosinistra... ‘Vede che anche lei è complice del regime? Regime che ha anche un altro scopo’. Sentiamo. ‘Far sì che Berlusconi appaia sempre come l’anticomunista e che gli antiberlusconiani siano tutti comunisti. Così fanno sembrare che le vere porcherie non sono quelle con le escort, ma quelle che fanno i compagni del Pd’. Ma è vero o no che sarà lei a scegliere il futuro ministro della Giustizia? ‘Se mi fa questa domanda vuol dire che è incapace di intendere e di volere’. É stato lei a scrivere nel suo profilo su Facebook: ‘E possibile ch’io mi trovi un giorno a dover ‘nominare’ ministri, della giustizia o d’altro’. ‘Che c’entra, non mi riferivo a questo governo’. Ammetterà che avete parlato di giustizia con Berlusconi quando vi siete incontrati, visto che siete entrambi garantisti. ‘Allora insiste? Quello che non è chiaro a voi, è chiaro a Berlusconi, che sarà corrotto ma non è cretino’. Lei ha incontrato almeno due volte il premier nelle ultime settimane. Cosa vi ha offerto per diventare la quarta gamba del centrodestra? ‘Lei fa il suo mestiere di giornalista e le esprimo tutta la mia solidarietà. Ma già la sua domanda è figlia di questo regime corrotto e purulento nel quale la menzogna è necessaria perché sopravvivano’. Pannella, vuole far credere che il Cavaliere non c’ha neanche provato con voi radicali? ‘C’è un dialogo in corso tra me e Berlusconi, ma è più di quindici anni che dialoghiamo’. Quindi è possibile un nuovo accordo con Berlusconi? ‘Aridaje’. Lei esclude in modo categorico che i radicali entrino a far parte della maggioranza di governo? ‘Ripeto: io non sono un venduto e non mi interessano le poltrone. Escludo che i radicali assumano responsabilità in questo o in un prossimo governo Berlusconi’. Però farà da stampella. ‘Macché stampella!’. É stato lei a scrivere su Facebook ‘sono fermamente convinto che sia metodologicamente necessario, democratico, un dovere civile aiutare anche le istituzioni disastrate e far durare la legislatura più in là possibile, se possibile fino alla fine’. ‘E lei non c’ha capito un tubo’. Sarà, ma anche Emma Bonino ha capito la stessa cosa. Tant’è che ha detto: ‘Capisco Marco, ma io ho meno fiducia di lui in Berlusconi, che non mi pare più in grado di gestire alcunché politicamente parlando’”. (red)

12. Fli, la rottura dell’ideologo Campi

Roma - “La botta è di quelle che fanno male. Tanto più – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - a tre giorni dal via di un’assemblea Costituente, quella che si apre venerdì a Milano, che dovrebbe dare un po’ di linfa ad un partito a un passo dalla crisi di nervi come Futuro e Libertà. ‘Alessandro Campi lascia Fini’ , è il titolo choc di un articolo del quotidiano online Linkiesta. Che cita lo sfogo del deluso (ex?) ideologo di Gianfranco Fini, nonché animatore della Fondazione del presidente della Camera, FareFuturo: ‘Non si può essere ideologi buoni per tutte le stagioni. Siamo passati dalla critica a Berlusconi all’invettiva, e mentre sulla critica lo abbiamo messo in difficoltà, con l’insulto sposiamo tesi su cui la sinistra perde da quindici anni. E per di più ci confondiamo in un coro che non ha voci autonome’ . Risultato, niente Milano, niente assemblea, un addio che ferisce il leader più di quello sbandierato, pop, provocatorio ma non concretizzato di Luca Barbareschi. E infatti, appena lette le parole di Campi, Fini lo ha subito chiamato per chiarimenti. Perché è vero che da un paio di mesi il politologo di Perugia non ha lesinato critiche al Fli (e lo stesso ha fatto l’altra intellettuale vicina a Fini, Sofia Ventura, duramente rimproverata dal Secolo), consigliando a Fini di dimettersi, di non usare contro Berlusconi quei toni da ‘bava alla bocca’ che al premier giustamente aveva rimproverato, ma da lì a mollare tutto nell’imminenza del congresso ce ne corre. E infatti, dopo una lunga telefonata— conclusa dandosi appuntamento per domani nello studio del presidente della Camera per ‘parlare un po’’ — Campi non solo sdrammatizza la sua ventilata assenza a Milano (‘A questo punto sarò costretto ad andare, non potrei mancare per nulla al mondo...’ ), ma affida all’Ansa una nota in cui ‘conferma e smentisce’ la notizia. La conferma sta nelle ‘riserve sul terzo polo’ , sulla ‘grande alleanza’ con Pd e Vendola, sulle ‘invettive’ contro Berlusconi, quando servirebbe invece costruire ‘un centrodestra diverso da quello berlusconiano’ e farlo con libertà di testa ma barra ferma, senza accusare di mancata ortodossia chi fa critiche. La smentita – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - sta nel fatto che ci sia intenzione di ‘lasciare’ Fini come si fa con una fidanzata, o che ci sia invidia perché ‘il ruolo di ideologo ufficiale rischia di essergli sottratto da Umberto Croppi’ , ex assessore alla Cultura della giunta Alemanno. Insomma, lo ‘psicodramma’ non c’è, dice Campi, e la speranza è che ‘Fini sappia andare avanti su una linea chiara senza tentennamenti, quella della costruzione di un movimento che guarda al futuro con respiro strategico, e non si fa sopraffare dalle difficoltà contingenti cambiando linea e posizione e disorientando gli elettori’ . Esattamente la paura che nutrono i tanti nell’ala moderata che la pensano come Andrea Ronchi quando pronuncia il suo ‘no ai comunisti’ , quando storce il naso alla notizia che la cena del congresso sarà a cura del ‘dalemiano’ Gianfranco Vissani, quando scandisce: ‘Una fase della politica del centrodestra si è chiusa e non potrà più essere riaperta. Preso atto che non potrò mai andare a sinistra, dico che bisogna costruire un nuovo centrodestra che non sia radicaleggiante e a-valoriale’ . Perché il timore diffuso in larga parte del partito è che davvero la deriva sia quella di un ritorno a quella che Carmelo Briguglio definisce ‘una destra attenta al sociale’ , ma che i moderati vedono come un pericoloso ‘rautismo di ritorno’ , che alle urne prenderebbe ‘quell’ 1,6 per centopredetto da Berlusconi’ , che occhieggia a sinistra e che è un po’ la bandiera del gruppo intellettuale emergente, lo stesso Croppi, Flavia Perina, Luciano Lanna, Filippo Rossi. Paure diffuse, che però Italo Bocchino spazza via: ‘Non c’è alcuna deriva a sinistra, questa è propaganda berlusconiana che alcuni utilizzano al nostro interno per nobilitare il proprio, diciamo così, malessere. Dal congresso uscirà lo slogan ‘Guardiamo al futuro’, perché noi stiamo progettando l’Italia del 2020, quella che alla fine del berlusconismo fa seguire l’epoca delle riforme e della modernizzazione di un nuovo centrodestra’ . Una linea – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - che a Milano potrebbe mettere tutti d’accordo. Fino a quando, è da vedere”. (red)

13. Ruby, arriva la richiesta di giudizio immediato

Roma - “Siamo agli sgoccioli. Le carte per la richiesta di rinvio a giudizio – scrive Piero Colaprico su LA REPUBBLICA - sono pronte e finalmente, oggi o domani, si conoscerà ‘la formula’ giuridica scelta per chiedere il processo, o i processi, per Silvio Berlusconi. E in extremis la difesa del premier insiste con i verbali di testimonianza a discarico. I primi atti difensivi, grazie a una serie concorde di ‘assolutamente no’, puntavano a smentire, impresa molto difficile, le scene di sesso ad Arcore. Questi ultimi verbali hanno un bersaglio più ambizioso: smontare l’accusa di concussione, sbriciolando la pericolosità della telefonata (che non può essere smentita) del premier in questura. Come? I legali tentano di dimostrare che Berlusconi si stava muovendo giammai come l’amico importantissimo di una minorenne marocchina, che avrebbe potuto metterlo nei guai (cosa poi in effetti accaduta). Non voleva proteggersi da una delle papi-girl, in grado di rivelare ‘le scene hard con il pr...’, come da telefonata intercettata. Ma Berlusconi agiva come il premier che ‘cura’ con attenzione una possibile crisi internazionale. A sostegno della loro tesi, i legali del premier producono il verbale di un interprete che in settembre, a Roma, era presente a un incontro Berlusconi-Mubarak, oltre ad alcuni accertamenti su una più anziana e prosperosa Ruby, cantante del Nilo. E perfino le testimonianze giurate di due stretti collaboratori di Berlusconi: nientedimeno che il ministro degli Esteri Franco Frattini e il sottosegretario-portavoce Paolo Bonaiuti. La deduzione logica di questo sforzo porterebbe a descrivere un leader che, senza una verifica, credeva di aiutare davvero la nipote di Hosni Mubarak. E l’iniziativa giudiziaria sembra ‘sposarsi’ con quella politica. Con il discorso di Maurizio Paniz, avvocato e parlamentare Pdl, fatto il 3 febbraio a Montecitorio: il premier telefonò alla questura ‘nella convinzione che la ragazza fosse la parente di un Capo di Stato’. A Paniz pare evidente che ‘il giudice naturale è il tribunale dei ministri’. Omette di dire che davanti al tribunale dei ministri non si arriva automaticamente, ma occorre l’autorizzazione della Camera. Quindi, - prosegue Colaprico su LA REPUBBLICA - basta spostare ‘la competenza’ e poi lasciar fare ai forzisti affinché Berlusconi ottenga di non farsi processare. A sostenere questa ‘via di fuga’ dovrebbe essere il verbale di R.H., interprete del governo e del Quirinale. L’interprete, rintracciato ieri al telefono, spiega: ‘Io posso parlare solo se sono sciolto dal vincolo che ho con chi ha chiesto il mio lavoro’. Ma gli è toccato, la settimana scorsa, ricostruire a memoria quello che avvenne quando Berlusconi e Mubarak s’incontrarono. E Berlusconi scherzò con lui su una sua ‘nipote’. Il problema non è solo che Mubarak non capì la battuta, quanto altre evidenti anomalie, già agli atti. Quando la volante Taormina bis arriva a Letojanni alle 4, non trova all’indirizzo di Ruby una villa faraonica. E il padre, venditore ambulante, smentisce stupefatto qualsiasi parentela con Mubarak. Come mai, dunque, nessuno della questura lo avvisa affinché ‘stesse tranquillo’? E come mai nelle relazioni compilate in questura non c’è traccia né di Berlusconi, né di Mubarak? Solo gli agenti di un commissariato avranno il coraggio di dire la verità su quella notte del maggio 2010. I pm sono agli ultimi dubbi da sciogliere. Sin qui viene ipotizzata una sola parte lesa, la minore Ruby-Karima. Se ne potrà aggiungere un’altra, Iris Berardi? C’è incertezza sulla prova di rapporti sessuali ‘prima’ della sua maggiore età. Anche se sono in corso gli accertamenti: la giovane, stando alle verifiche degli investigatori, sarebbe stata presente ad Arcore nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2009 (quando era ancora minorenne), cioè la notte precedente il ferimento di Berlusconi in piazza Duomo con la statuetta di Massimo Tartaglia. Questione di ore – conclude Colaprico su LA REPUBBLICA - e si capirà meglio. Iris intanto si difende e se la prende con i giornalisti: ‘Su di me sono state scritte solo cose false, ma io continuo a lavorare’”. (red)

14. Ruby, processo inceppato

Roma - “Non conosco Ilda Boccassini, - scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - ma dai racconti di chi ha modo di frequentarla mi sono convinto che sia una specie di signorina Rottermayer con la toga. Inflessibile e arcigna, una volta che si è messa in testa un’idea non gliela levi neanche con le pinze: va avanti diritta per la sua strada, senza ascoltare ragioni o lasciarsi intenerire dai dubbi. Mi stupisce dunque l’esitazione di questi giorni, a proposito del processo immediato a Berlusconi. Meno di un mese fa, quando spedii un centinaio di agenti a perquisire le abitazioni delle dame di compagnia di Silvio, la pm del caso Ruby aveva dato a intendere che il giudizio sarebbe stato rapido, in quanto la Procura aveva raccolto tali prove da poter affrontare con sicurezza il procedimento. Addirittura alcuni giornali avevano ipotizzato un inizio delle udienze a febbraio, lasciando immaginare una sentenza per la primavera. Invece, al contrario delle aspettative, la decisione si fa attendere e dalla settimana scorsa, quando era prevista, è slittata a ieri, per poi essere rinviata a data da destinarsi. La giustificazione addotta dai pubblici ministeri è che bisogna verificare la posizione di un’altra habitué delle notti di Arcore, ma a detta dei cronisti che frequentano il Tribunale di Milano si tratta solo di un modo per prendere tempo e studiare meglio gli atti. Già, perché al di là della baldanza con cui è stata presentata l’accusa contro il presidente del Consiglio, molti aspetti restano da chiarire, a cominciare dalla tenuta del reato di concussione, espediente con cui la Procura del capoluogo lombardo è riuscita ad appropriarsi di un’inchiesta che non le spettava. Se, come ormai pare certo, - prosegue Belpietro su LIBERO - il governo solleverà il conflitto di attribuzioni, chiedendo di spostare il procedimento al Tribunale dei ministri, la Boccassini rischia di vedersi sfilare l’indagine e di rimanere senza bunga bunga. Il trucco usato per passare al setaccio la vita privata del premier potrebbe dunque ritorcersi proprio contro chi lo ha escogitato e dunque urge correre ai ripari al fine di trovare un accomodamento. La soluzione studiata dai pm per evitare la débacle prevede la separazione del processo in due tronconi: da un lato la concussione, dall’altro l’induzione alla prostituzione. Così se resta senza il primo, Ilda può consolarsi con il secondo. Ma anche questa furbizia è dubbia: ammesso che il reato sia stato commesso, sarebbe avvenuto in un’altra provincia, fuori dalla competenza della Procura di Milano, la quale dovrebbe a questo punto rassegnarsi a passare la mano. Insomma, un bel pasticcio, da cui, per quanto si arrovellino, i pm non sanno come uscire, se non con le pive nel sacco. Ma a stagliarsi sull’inchiesta sono anche altre ombre, che riguardano proprio l’inizio della storia. Ad esempio non si capisce, essendo la concussione il reato inizialmente ipotizzato, perché i pm abbiano messo sotto controllo i telefoni delle ragazze di Arcore. Qual è il salto che ha permesso ai procuratori di formulare l’ipotesi di prostituzione e dunque di captare ogni sospiro delle signore buonasera di Silvio? La risposta per ora non c’è. Mistero pure su alcune carte dell’inchiesta, tra cui vi sarebbero quelle con i nomi di altri indagati e i verbali della minorenne marocchina con cui Berlusconi si sarebbe intrattenuto. Perché non sono fra le centinaia inviate in Parlamento? Eppure i magistrati quando allegano pagine su pagine di intercettazioni contenenti pettegolezzi inutili ai fini dell’inchiesta si giustificano sostenendo di esservi costretti dalla procedura e di non poter in alcun modo conservarle nel cassetto. Quale procedura, dunque, in questo caso permette di mantenere riservati certi verbali, mentre per altri la notifica avviene via Ansa? In attesa che qualcuno chiarisca i lati oscuri, - conclude Belpietro su LIBERO - non resta che prepararci alle primizie di un’altra indagine, questa volta aperta a Napoli ma sempre con Berlusconi nel mirino. Tanto ormai se non è bunga bunga è bongo bongo”. (red)

15. “Berlusconi parò di Ruby con Mubarak”

Roma - “Come venne in mente a Silvio Berlusconi di dire che Ruby Rubacuori era la ‘nipote di Mubarak’? Pare che – scrive Paolo Colonnello su LA STAMPA - nelle nuove carte depositate sabato in procura dalla difesa del Premier ci sia anche questa risposta: un interprete egiziano della Presidenza del Consiglio, preso a verbale dagli avvocati Ghedini e Longo, perché avrebbe tradotto un colloquio di Berlusconi con Hosni Mubarak nel quale si sarebbe parlato proprio di Karima el Mahroug, in arte Ruby. Ovviamente non si sa cosa possa ricordare di questo colloquio il presidente egiziano ma in questo periodo sarebbe assai arduo sentirlo come testimone avendo lo stesso ben altre preoccupazioni per la testa. Così mentre in Procura ancora non si è sciolto il nodo del rinvio a giudizio del Premier, dalla difesa, nell’eventualità di una separazione dei processi, arrivano nuove carte rubricate alla voce ‘indagini difensive’. Si tratta dei verbali di ‘4 o 5 testimoni’ centrati sul tema del reato di concussione, il più grave contestato a Berlusconi. E in un certo senso il più circoscritto perché relativo alla telefonata ricevuta dal capo di Gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, pochi minuti dopo le 11 di sera del 27 maggio scorso. Ostuni ha raccontato agli inquirenti, quando è stato interrogato il 30 ottobre, che venne svegliato mentre si trovava nella sua abitazione di Sesto San Giovanni da una chiamata sul suo cellulare fatta dal caposcorta del Premier, che gli passò subito dopo il Presidente del Consiglio: ‘Il quale mi disse che vi era in Questura una ragazza di origine nord africana, che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che un consigliere parlamentare, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata finì così... La parola “minore" non fu pronunziata anche se era implicito che si trattasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti...’. In televisione, nel suo videomessaggio del 19 gennaio scorso, Berlusconi commentò il verbale così: ‘Ma vi pare che questa possa essere considerata una telefonata di minaccia? Tutto ciò è assolutamente ridicolo’. In realtà però, pare che quella sera in Questura non venne da ridere a nessuno. Anzi. La telefonata provocò un mezzo terremoto, con una serie di chiamate a cascata, dal Questore, svegliato un quarto d’ora dopo mezzanotte, al dirigente dell’Ufficio Prevenzione Generale, Ivo Morelli, allertato poco prima dell’una. E soprattutto verso la funzionaria, - prosegue Colonnello su LA STAMPA - Giorgia Iafrate (una raffica di 12 telefonate, di cui le prime 5 a distanza di pochi minuti l’una dall’altra e le ultime dopo le due di notte per accertarsi che Ruby fosse stata rilasciata), che in quel momento aveva in carico l’identificazione di Ruby, di anni 17. ‘Successivamente - scrive la Procura - il dottor Ostuni comunicava alla Presidenza del Consiglio che El Mahroug Karima era stata rilasciata e affidata alla consigliera regionale Minetti. Questa non appena uscita dai locali della Questura, consegnava la ragazza a De Conceicao Santos Oliveira Michele, persona priva di referenze...’. Ovvero, la prostituta che per prima aveva dato l’allarme al Premier. Le indagini difensive avrebbero poi puntato su alcuni agenti, presenti quella serata, che avrebbero spiegato di non aver mai avuto la sensazione di ricevere ‘pressioni’. I nuovi atti della difesa, verranno naturalmente allegati alle indagini e spediti, come tutto il fascicolo che comprende oltre 1300 pagine, al gip Di Censo. Ma quando e con che formula? In tutta questa vicenda la Procura ha sicuramente commesso un errore ‘procedurale’, annunciando che l’invito a comparire per il Premier era in funzione di un rinvio a giudizio immediato, per ‘l’evidenza delle prove’. Salvo poi scoprire che il rito immediato era possibile solo per il reato di concussione e non per quello di prostituzione minorile che, stando al di sotto della soglia dei quattro anni, richiede un decreto di citazione diretta davanti al giudice monocratico. Un rebus giuridico – conclude Colonnello su LA STAMPA - che attende soluzione”. (red)

16. Feste con le ragazze, vertice tra pm di Napoli e Milano

Roma - “C’è una girandola di contatti e appuntamenti – scrivono Fiorenza Sarzanini e Fulvio Bufi sul CORRIERE DELLA SERA - nelle intercettazioni disposte dalla Procura di Napoli sul giro di prostituzione che incrocia quello delle feste del presidente del Consiglio. Perché coinvolge il mondo che ruota attorno a Sara Tommasi, la starlette che partecipava alle serate organizzate nelle residenze di Silvio Berlusconi, ma anche ad incontri a pagamento in alcuni alberghi del capoluogo partenopeo. Le telefonate rivelano i legami della ragazza con politici, dirigenti della televisione, manager, in una ricerca continua di soldi e successo. Ma fanno soprattutto emergere il filo che porta fino alla scuderia di Lele Mora, della quale Tommasi fa parte da anni, e a Fabrizio Corona. È V. S., conosciuto come ‘Bartolo’ e indagato per un traffico di euro falsi oltre che per induzione alla prostituzione, l’uomo che si occupa di ‘gestire’ la ragazza in città in cambio di una mediazione di mille euro a volta. Lui lavora nel settore della pubblicità, ha contatti frequenti con Corona e con lui parla anche dello smercio di banconote fasulle. Lei nelle telefonate con lo stesso Bartolo e con altri amici racconta invece che cosa avviene ad Arcore, parla di ‘Lele’ , svela che ‘lui ci stordisce, ci mette delle cose nei bicchieri’ . E così fornisce riscontro a quanto è già contenuto nel fascicolo avviato dai magistrati di Milano. Non a caso entro un paio di giorni ci sarà un incontro tra i pubblici ministeri delle due città per uno scambio di atti e per la messa a punto di una strategia comune in vista di un interrogatorio della giovane che dovrebbe essere fissato al più presto. Le richieste al ministro e ai dirigenti della tv Sara Tommasi— che è stata ad Arcore pure insieme a Ruby in occasione della visita di Vladimir Putin il 25 aprile scorso — spediva sms a Silvio Berlusconi ma nelle trascrizioni non c’è traccia di risposte da parte del Capo del governo. L’attrice appare invece più pressante con il ministro della Difesa Ignazio la Russa, al quale telefona svariate volte. Ma anche con il fratello del premier, l’imprenditore Paolo Berlusconi. Le intercettazioni mostrano i contatti della ragazza con l’europarlamentare del Pdl Licia Ronzulli, che alle feste di Arcore era una habitué tanto da essere stata indicata come una delle organizzatrici, anche perché legata alla consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti. Ma poi l’attrice – proseguono Bufi e Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - cerca pure strade per ottenere comparsate in televisione, si rivolge a Fabrizio del Noce e a Massimo Giletti. E a Bartolo chiede di organizzarle appuntamenti in Campania. ‘Io non voglio più essere nel giro del presidente — confida al telefono a un amico —, voglio muovermi autonomamente’ . Le sostanze di Lele ‘che ci stordisce’ I racconti sulle feste di Berlusconi si intrecciano su quelli di altre serate alle quali Tommasi partecipa. Quando l’amico le chiede che cosa abbia combinato a Milano Marittima, lei quasi si giustifica: ‘Non sai mai Lele che cosa ti mette nel bicchiere, però dopo rimani stordita’ . L’abitudine di sciogliere sostanze nelle bevande era già emersa nell’inchiesta avviata dai magistrati di Bari sul reclutamento di ragazze da parte dell’imprenditore Gianpaolo Tarantini. Nei colloqui intercettati si raccontava come Eva Cavalli, moglie dello stilista, si sarebbe sentita male mentre era ospite dello stesso Tarantini in Sardegna. Lui provò a smentire questa circostanza durante uno dei suoi interrogatori: ‘Non corrisponde al vero — dichiarò — il fatto che io abbia versato lo stupefacente ‘MD’ nel bicchiere di Eva Duringer a sua insaputa. Ammetto di averne parlato con tale Pietrino ma escludo che dal tenore della conversazione possa evincersi una qualsiasi mia eventuale ammissione. Posso aggiungere che scherzosamente la stessa Eva Cavalli mi chiese, qualche tempo dopo, se io le avessi versato qualche sostanza stupefacente nel suo bicchiere. Ma io le risposi che non mi sarei mai permesso di fare un gesto simile’ . La convocazione di Sara davanti ai magistrati Nei prossimi giorni i pubblici ministeri Marco Del Gaudio e Antonello Ardituro interrogheranno la Tommasi come testimone. Ed è possibile che all’incontro partecipi anche un pubblico ministero di Milano. L’ultimo incontro organizzato da Bartolo per l’attrice risale a una decina di giorni fa: appuntamento in un hotel alla periferia di Napoli con un guadagno per lui di 1.000 euro. Sono state le intercettazioni a rivelarlo e il riscontro è arrivato dagli accertamenti svolti dalla polizia. Così è scattata per il ‘mediatore’ l’accusa di induzione alla prostituzione. Di questo dovrà parlare la ragazza, ma anche del ruolo di Lele Mora, visto che quanto lei stessa ha raccontato nelle telefonate — e confermato ieri in dichiarazioni a Radio2 — avvalora le contestazioni della Procura di Milano proprio a Mora, sospettato di essere uno dei ‘reclutatori’ delle feste di Arcore insieme al giornalista di Mediaset Emilio Fede e alla consigliera Minetti. E sulle foto si apre l’asta Potrebbe invece cambiare la posizione di Corona: da testimone a indagato, visto che parlava con Bartolo degli euro falsi da immettere sul mercato e potrebbe essere stato a conoscenza degli appuntamenti organizzati negli alberghi per la Tommasi. Le sue dichiarazioni su ‘foto di Berlusconi nudo che la malavita sta trattando’ non trovano alcuna conferma e vengono interpretate come un tentativo di avvelenare il clima. Si sa invece che il fratello di Roberta, la giovane che per il Capodanno del 2008 trascorse una decina di giorni a Villa Certosa con l’amica Noemi Letizia, avrebbe messo all’asta foto delle due ragazze— all’epoca diciassettenni — in posa con il premier. Nulla di sconveniente, ma le indiscrezioni su immagini compromettenti avrebbero comunque fatto salire le quotazioni. E in ogni caso – concludono Bufi e Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - nessuno può escludere che altre istantanee siano in giro, custodite dalle stesse ragazze napoletane o dalle aspiranti starlette che erano assidue frequentatrici delle feste del presidente del Consiglio”. (red)

17. Il fantasma azionista

Roma - “L’unica cosa su cui vale la pena ragionare, - scrive Ezio Mauro su LA REPUBBLICA - nell’attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di ‘Libertà e Giustizia’ di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti – di tipo addirittura fisico, antropologico – e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell’appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l’ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell’’azionismo torinese’, come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un’aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una ‘condizione condizionante’. Eppure la storia breve del Partito d’Azione è una storia di fallimenti, che nel sistema politico ha lasciato una traccia ormai indistinguibile. Gli ultimi eredi di quell’avventura, nata prima nella Resistenza e proseguita poi più nelle università e nelle professioni che nella politica, sono ormai molto vecchi, o se ne sono andati, appartati com’erano vissuti, in case piene di libri più che di potere. Ma l’idea dev’essere davvero formidabile se ha attraversato sessant’anni di storia repubblicana diventando il bersaglio dell’intolleranza di tutte le destre che il Paese ha conosciuto, vecchie e nuove, mascherate e trionfanti, intellettuali e padronali: fino ad oggi, quando si conferma come il fantasma d’elezione, fisso e ossessivo, persino di questa variante tardo-berlusconiana normalmente occupata in faccende ben più impegnative, personali ed urgenti. È un’ossessione che ritorna, periodicamente: la stessa destra si era già segnalata nel rifiutare pochi anni fa il sigillo civico di Torino ad Alessandro Galante Garrone, uno dei pochi che non aveva mai giurato fedeltà al fascismo, come se questa fosse una colpa nell’Italia berlusconiana. Oppure nel trasformare la lettera di supplica al Duce firmata da Norberto Bobbio in gioventù in un banchetto politico, moralista, soprattutto ideologico: tentando, dopo che il filosofo rifece pubblicamente i conti della sua esistenza (proprio sul ‘Foglio’ di Ferrara) di rovesciarne la figura nel suo contrario, annullando la testimonianza di una vita per quell’errore iniziale, in modo da poter affermare una visione del fascismo come orizzonte condiviso o almeno accettato da tutti, salvo pochi fanatici, una sorta di natura debole italiana, nulla più. Oggi, Zagrebelsky, e si capisce benissimo perché. Quando la cultura si avvicina alla politica e la arricchisce di valori e di ideali, - prosegue Mauro su LA REPUBBLICA - cerca il nesso tra politica e morale, si rivolge allo spirito pubblico, invita alla prevalenza dell’interesse comune sul particolare, scatta il vero pericolo, in un’Italia che si sta adattando al peggio per disinformazione, per convenienza o per pavidità. Quando ritorna la cifra intellettuale dell’azionismo, che è il tono della democrazia classica, e si avverte che quell’impronta culturale forte, quasi materiale, non si è dissolta con la piccola e velleitaria organizzazione nel ‘47, ecco l’allarme ideologico. Parte l’invettiva contro il ‘gramsciazionismo’ torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo intransigente, troppo debole a sinistra, nei suoi rapporti con il comunismo. Anche questa destra è in qualche modo una rivelazione degli italiani agli italiani, con un patto sociale ridotto ai minimi termini e la tolleranza che diventa connivenza, purché la leadership carismatica possa contare su una vibrazione di consenso, assumendo in sé tutto il discorso pubblico, mentre il cittadino è ridotto a spettatore delegante, ma liberato dall’impaccio di regole e leggi. Un’Italia dove il peggio non è poi tanto male, dove si relativizza il fascismo, un’Italia in cui tutti sono uguali nei vizi e devono tacere perché hanno comunque qualcosa da nascondere, mentre le virtù civiche sono fuori corso e insospettiscono perché lo Stato è un estraneo se non un nemico da cui guardarsi, le istituzioni si possono abitare da alieni, guidare con il sentimento dell’abusivo. Un Paese abituato e anche divertito ad ascoltare l’elogio del malandrino, in cui l’avversario viene schernito, il suo tono di voce deriso, il suo accento additato come una macchia, il suo aspetto fisico denunciato come una colpa, o una vergogna. Mentre gli ideali sono abitualmente messi alla berlina, e la delegittimazione diventa una cifra della politica attraverso un giornalismo compiacente di partito: una delegittimazione insieme politica, morale, estetica, camuffata da goliardia quando serve, da avvertimento - nel vero senso della parola - quando è il caso. Fino al punto, come diceva già una volta Moravia, di ‘vantare come qualità i difetti e le manchevolezze della nazione’. Bobbio non si spiegava perché nei suoi ultimi anni avesse ricevuto più attacchi che in tutta la sua vita. Ma non era cambiato lui, era cambiata la destra. E per questa nuova destra che cresceva tra reazione di classe e crisi morale, quell’azionismo residuale e tuttavia irriducibile nella sua testimonianza nuda e antica, disarmata, rappresentava il vero ultimo ostacolo per realizzare il cambio di egemonia culturale di quest’epoca, attraverso la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la repubblica per sessant’anni. Un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne discendono, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione, e rende la nostra libertà democratica almeno in parte riconquistata, e non octroyée, concessa dagli alleati. Un obiettivo tutto politico, anzi ideologico, che doveva per forza attaccare tre punti fermi della cultura repubblicana: l’antifascismo (Vittorio Foa diceva che la Resistenza era la vera ‘matrice’ della repubblica), il Risorgimento, nella lettura di Piero Gobetti, il ‘civismo’, come lo chiamava Ferruccio Parri, cioè un impegno morale e politico a vincere lo scetticismo e il cinismo nazionale. È chiaro che l’azionismo era il crocevia teorico di questi tre aspetti, soprattutto la variante torinese così intrisa di gobettismo, e che tradisce la presunta neutralità liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l’anticomunismo. Proprio per questo, - continua Mauro su LA REPUBBLICA - gli azionisti sono pericolosi due volte. Perché non portano in sé il peccato originale del comunismo, che contrassegna gran parte della sinistra italiana, e perché non scelgono l’anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Anzi, questo liberalismo di sinistra rifiuta l’equidistanza tra fascismo e comunismo, che porta il partito del Premier e i suoi giornali addirittura a proporre la cancellazione della festa della Liberazione, come se il 25 aprile non fosse la data che celebra un accadimento nazionale concreto e storico, la fine della dittatura, ma solo una sovrastruttura simbolica a fini ideologici. Così, Bobbio denuncia come la nuova equidistanza tra antifascismo e anticomunismo finisca spesso ormai per portare ad un’altra equidistanza, ‘abominevole’: quella tra fascismo e antifascismo. Ce n’è abbastanza per capire. Debole e lontana, la cultura azionista è ancora il nemico ideologico, se propone un’Italia di minoranza intransigente, laica, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, praticante della religione civile che predica una ‘democrazia di alto stile’. Si capisce che nell’Italia di oggi, dove prevale una politica che quando trova ‘un Paese gobbo - come diceva Giolitti - gli confeziona un abito da gobbo’, quella cultura sia considerata ‘miserabile’. Guglielmo Giannini, d’altra parte, sull’’Uomo Qualunque’ derideva gli azionisti come ‘visi pallidi’, Togliatti chiamava Parri ‘quel fesso’. Ottima compagnia, dunque. Soltanto, converrebbe lasciar perdere Gobetti. Perché a rileggerlo, si scoprirebbe che sembra parlare di oggi quando scrive degli ‘intona-rumori, della grancassa, di un codazzo di adulatori pacchiani e di servi zelanti che facciano da coro’, che diano ‘garanzia di continuità nella mistificazione’, ‘armati gregari’ che sostituiscono ‘la fede assente’, perché – conclude Mauro su LA REPUBBLICA - ‘corte e pretoriani furono sempre consolatori e custodi dei regimi improvvisati con arte e difesi contro i pretendenti’”. (red)

18. In mutande ma vivi, smascherare il pulpito dei puritani

Roma - “Ma siamo sicuri – si chiede Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - che non ci sia un pezzettino d’Italia indisponibile come noi a darla vinta ai puritani del Palasharp e di Repubblica? Possiamo riunire in un teatro milanese gente per cui il partito dei pm militanti, delle intercettazioni e delle pornogallery, dello spionaggio ad personam e dell’ipocrisia moralistica is unfit to lead Italy, come disse un tempo l’Economist di Berlusconi? Siamo in mutande, ma vivi. E con William Shakespeare, che conosceva vita e passioni del mondo meglio di Eco e Zagrebelsky, possiamo ben dire quel che dice il suo immortale sonetto 121. ‘E’ meglio esser vili che esser ritenuti tali, / perché il non esserlo produce lo stesso quell’accusa; / e si perde un lecito piacere non perché sia vile, / ma perché da altri è così pensato. / Perché mai falsi occhi corrotti di altri / dovrebbero intromettersi coi capricci del mio sangue? / E, per i miei vizi, perché più viziose spie / dovrebbero giudicare male quel che io ritengo un bene? / No, io sono quel che sono: e quelli che se la prendono / con le mie colpe non fanno i conti con le loro. / Posso essere onesto e loro possono esser falsi, / ma i miei fatti non vanno giudicati dai loro sospetti; / a meno ch’essi non arrivino a questa pessima conclusione: che tutti gli uomini sono cattivi e trionfano nel proprio male’. Siamo una piccola comunità di lettori. Forse dobbiamo di nuovo mobilitarci come possiamo e sappiamo. Con l’obiettivo di smascherare una minoranza etica rumorosa, ricca, compatta, sicura di sé, che vuole ripulire l’Italia in nome di criteri fondamentalisti e totalitari. Le minoranze etiche – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - spesso sono rispettabili. Vedono quello che non vede l’uomo comune impigliato nella vita quotidiana. Nel nostro passato seppero essere eroiche, testimoniarono in molti modi l’idealismo introvabile nei ‘costumi degli italiani’ e nel loro ‘stato presente’ che dura dai tempi di Leopardi, da due secoli almeno (un paginone all’interno parla di questo). Ma questa minoranza etica è diversa dalle altre. E’ mossa da orgoglio, da superbia, da interessi consolidati e visibili. E fa un uso smodato della morale, fino a ferire il significato, la forza residua e l’autonomia della politica repubblicana. Della stessa democrazia liberale, alla quale oppongono un inaudito idolo virtuoso che chiamano Costituzione. Dicono che il presidente del Consiglio si comporta male, e magari non si è comportato meravigliosamente bene in parecchie occasioni. Ma è questo il problema? Siamo convinti di no. Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per evidenti ragioni politiche alimentate da spirito facinoroso e da avversione antropologica a un’Italia popolare rigettata e odiata; ma non basta, dichiarano di voler ‘andare oltre’ Berlusconi, bandiscono una crociata puritana in cui arruolano anche i tredicenni, allagano ogni spazio informativo gridando alla libertà di stampa conculcata, parlano con disprezzo del denaro di cui hanno piene le tasche e le menti, si intromettono nei capricci dell’altrui sangue senza fare i conti con le loro colpe, agitano il corpo femminile come un simbolo di vergogna. Spiano, intercettano, guardano dal buco della serratura e stanno inculcando in una generazione di italiani il disprezzo per la politica. Una minoranza etica degna del suo nome dovrebbe sapere distinguere tra conflitti politici e funzionamento delle istituzioni. Questi virtuosi talebani, che però rischiano niente e hanno un mondo da guadagnare, devono essere messi in discussione da un’Italia che non si sente superiore e non pretende per sé il crisma della purezza virginale. Perché – conclude Ferrara su IL FOGLIO - non diamo vita a una campagna di passione e denuncia pubblica? Che ne dite? Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?”. (red)

19. Bimbi rom, Napolitano: “Basta campi insicuri”

Roma - “Dal capo dello Stato alla vicepresidente della Commissione europea, dal cardinale vicario di Roma a Famiglia Cristiana: è lungo – scrive Giovanna Vitale su LA REPUBBLICA - l’elenco dei richiami indirizzati al sindaco Gianni Alemanno all’indomani della morte dei quattro bimbi rom, arsi vivi nel campo abusivo di Tor Fiscale. ‘Una tragedia che pesa dolorosamente su ciascuno di noi e che ci rende ancor più convinti della necessità di non lasciare esposte a ogni rischio comunità che da accampamenti di fortuna, degradati e insicuri, debbono essere tempestivamente ricollocate in alloggi stabili e dignitosi’, è il monito lanciato ieri dal presidente Giorgio Napolitano, che nel pomeriggio ha voluto incontrare la famiglia di Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian, ‘orrendamente periti nel rogo del precario rifugio in cui vivevano’, per esprimere ‘il sentimento di umana solidarietà che con me, oggi, provano tutti i romani e gli italiani’. Un gesto di pietà che tuttavia non deve esimere dalle responsabilità: ‘Le autorità locali e nazionali non possono non sentirsi impegnate ancor più fortemente a dare soluzione a un problema così grave in termini umani e civili’, ha concluso Napolitano uscendo dall’Istituto di Medicina Legale dove riposano i quattro corpicini. Più o meno le stesse parole utilizzate dal cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma, che, ‘profondamente turbato’, ha esortato le autorità ad assicurare ai nomadi ‘condizioni di vita dignitose e sicure, procedendo gradualmente ad un inserimento sociale che faccia superare la realtà dei campi’. Un problema certo non solo italiano, ma che il nostro Paese non può continuare a ignorare: ‘La tragedia di Roma dimostra che l’integrazione dei rom deve restare in cima alle priorità dell’agenda politica’, mette infatti in guardia Viviane Reding, vicepresidente e responsabile Giustizia della Ue, avvisando che ‘entro aprile ciascuno degli stati membri dovrà presentare la sua strategia per migliorare la vita della più grande minoranza etnica del continente’. Dichiarazioni che secondo l’eurodeputato dell’Idv, Luigi De Magistris, ‘confermano il fallimento del governo’. Italiano e anche romano, dal momento che ‘c’è una responsabilità politica nel rogo che ha ucciso i bimbi rom’, attacca la presidente del Pd, Rosy Bindi: ‘Dalla destra solo sgomberi e propaganda’. Ma la polemica tocca anche i rapporti tra le istituzioni. Alemanno – prosegue Vitale su LA REPUBBLICA - tira in ballo i veti di chi, come il sindaco di Ciampino, aveva fatto ricorso contro un campo. Il Comune risponde: ‘Era nostro diritto contestare la decisione’. Nella polemica interviene anche il ministro dell’Interno Maroni: ‘Una volta definito il piano, tocca agli enti locali dare attuazione’. Durissima la presa di posizione di Famiglia Cristiana: ‘Alemanno annuncia che chiederà ‘urlando’ al Governo di assegnare poteri speciali al Prefetto per realizzare finalmente tutti gli insediamenti organizzati. Peccato che le urla del sindaco debbano arrivare dopo il pianto straziato di una madre’ si legge sul sito internet dei paolini, subito tacciato di ‘sciacallaggio’ dal sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano. Accuse tuttavia rilanciate da una serie di organizzazioni umanitarie. ‘La rabbia e il dolore di queste ore non devono portarci alla rassegnazione: se continueremo a considerare una questione come questa un’emergenza, non la risolveremo mai’, ha ammonito Unicef Italia. Mentre Amnesty International – conclude Vitale su LA REPUBBLICA - ha ricordato che la politica degli sgomberi forzati di Alemanno, censurata nel settembre dell’anno scorso perché vietata dal diritto internazionale, ‘non può costituire una risposta alla povertà e all’emarginazione di tante persone rom’”. (red)

20. Genitori denunciati. Alemanno: regole o togliamo i figli

Roma - “‘Chiederemo alla protezione civile di allestire delle tendopoli, così potremo sgomberare tutti i microcampi fatti di baracche e di morte’. Annuncia provvedimenti eccezionali – scrive Massimo Lugli su LA REPUBBLICA - il sindaco Gianni Alemanno, il giorno dopo la tragedia di via Appia, costata la vita a quattro fratellini rom. Una giornata convulsa e tesissima mentre, a palazzo di giustizia, si prepara l’incriminazione dei genitori e della sorella maggiore dei bimbi per abbandono di minore: un atto dovuto per garantire ai familiari di seguire le indagini. ‘Le tendopoli ci daranno la possibilità di essere più incisivi negli sgomberi - continua Alemanno - con questo strumento l’azione del comune potrà essere più massiccia, incisiva e costante... ‘. Il sindaco spiega che le tende offrono maggiore garanzia di sicurezza: ‘Adesso i rom vivono in baracche di plastica e naylon, altamente infiammabili. Queste tendopoli sarebbero fatte con tende militari, in materiale ignifugo. Non accetteremo veti di Tizio o Caio, le tende sorgeranno dove riterremo opportuno, non ci saranno presidenti di municipio o comitati civici che tengano’. Il sindaco precisa, comunque, che le tendopoli saranno lontane dai centri abitati. Non basta: ‘Chiederemo al governo complessivamente 30 milioni di euro - aggiunge il primo cittadino - per fronteggiare questa emergenza abbiamo intenzione di chiedere al ministero della difesa delle strutture, ci sono delle caserme dismesse che potranno essere utilizzate. Tre campi non bastano per alloggiare le 2.400 persone che vivono negli insediamenti abusivi’. Linea durissima – prosegue Lugli su LA REPUBBLICA - anche con le famiglie dei nomadi: ‘Chi vive a Roma dovrà accettare le nuove condizioni di sicurezza che l’amministrazione intende perseguire con i campi regolari: diversamente si potrà procedere anche all’affidamento dei minori. Chiederemo al Tribunale dei minorenni di darci la possibilità di levarli alle famiglie e darli in affidamento’. Quanto a Elena Moldovan e Mircea Erdei, i genitori dei quattro bambini morti, la coppia è stata ascoltata a lungo in questura e oggi sarà incriminata per l’articolo 501 del codice penale (abbandono di minore) assieme alla figlia diciottenne che, poco prima del rogo, si era allontanata per andare a prendere acqua. Sarà l’autopsia a stabilire se i bimbi sono morti asfissiati dal fumo o bruciati vivi. L’area dove si è consumata la tragedia è stata sgomberata dalle ultime baracche e messa sotto sequestro. I familiari delle vittime sono stati trasferiti in una struttura sulla Salaria. ‘Non è vero che abbiamo rifiutato l’assistenza del comune - ha spiegato il padre dopo l’incontro col presidente Napolitano - prima di oggi nessuno ce l’aveva mai offerta. Per un po’ abbiamo abitato a Colleferro ma il padrone di casa ci ha mandati via perché eravamo troppi’”. (red)

21. “Guantanamo illegale”. Rilasciato un tunisino

Roma - “Il tunisino Adel Ben Mabrouk, terrorista-muhjaiddin finito anni fa nell’inchiesta sugli estremisti di Ansar Al Islam, - scrive Paolo Colonnello su LA STAMPA - da ieri è di nuovo un uomo libero, anche se con una condanna virtuale a due anni di reclusione. Dopo aver passato 7 anni e mezzo nel campo di prigionia di Guantanamo e un anno e mezzo nelle carceri italiane, restituito alla giustizia di Milano in seguito allo smantellamento della struttura cubana e agli accordi siglati da Obama, Mabrouk ha scontato ampiamente la sua pena. Perfino più del dovuto. E soprattutto ‘in condizioni disumane’. Ieri, durante il processo in udienza preliminare davanti al gup Maria Vicidomini, il pm Armando Spataro ha chiesto per lui che venissero applicate le attenuanti generiche affinché si giungesse alla sospensione condizionale della pena, conteggiata in due anni di reclusione. Perchè, ha detto il capo del pool antiterrorismo, ‘quest’uomo ha subito una detenzione del tutto illegale, secondo trattamenti contrari a ogni regola di democrazia’. Il campo di prigionia di Guantanamo, ha lasciato il segno. E per il magistrato che ha condotto l’inchiesta sulle ‘rendition’ della Cia, attraverso il caso del sequestro dell’imam Abu Omar, i principi del diritto, con cui si battè per la sconfitta del terrorismo rosso, vengono prima di ogni altra considerazione. E poi, ha fatto notare Spataro, per i reati di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo internazionale come fiancheggiatore di cui era accusato Mabrouk, se fosse stato condannato al massimo della pena, codice alla mano, avrebbe dovuto scontare 7 anni e mezzo di reclusione. Basti pensare che il capo riconosciuto dell’organizzazione in Italia, Abu Imad, è stato condannato a tre anni e mezzo. Mentre tra carcere cubano e carcere italiano, Mabrouk ne ha passati da recluso più di 10. Mabrouk aveva trent’anni quando tagliava barbe e capelli ai fratelli della moschea di viale Jenner. Una vita tranquilla, fin troppo per un ragazzo che sognava un futuro da eroe sotto il segno di Allah. Così, - prosegue Colonnello su LA STAMPA - dopo aver simpatizzato per una delle tante sigle del network di Al Qaeda, i filo curdi di Ansar Al Islam, aver contraffatto documenti ed essersi istruito alla scuola di videocassette dei muhjaiddin, partì per l’Afghanistan per arruolarsi in un campo di addestramento al confine col Pakistan: l’utopia era quella di creare una repubblica islamica tra le montagne Kurde. La realtà si rivelò diversa. Era il 2001, e lo schianto delle Torri Gemelle cambiò la geografia del pianeta e il suo destino. Gli americani bombardarono ben presto tutti i campi del Kurdistan afghano e Mabrouk, appena arrivato, scampato per miracolo ai missili Usa, dovette fuggire. Lo catturarono al confine con il Pakistan i soldati di Islamabad e dopo averlo imprigionato per alcuni mesi, nel febbraio del 2002 lo consegnarono agli americani che con un volo lo depositarono nell’enclave ‘yankee’ di Cuba, Guantanamo, la vecchia base della marina militare conquistata alla fine dell’800, assegnata in concessione perpetua all’esercito Usa e trasformata, prima della definitiva chiusura di uno dei più duri campi di prigionia del mondo. E qui, senza processo, Adel Ben Mabrouk è rimasto per quasi 8 lunghissimi anni. Ora è libero ma non si sa bene di andare dove. Con le leggi anticlandestini, - conclude Colonnello su LA STAMPA - è probabile che presto venga emesso per lui un decreto di espulsione”. (red)

22. Fiat-Chrysler, sabato Marchionne dal premier 

Roma - “Si terrà sabato mattina – scrive Antonella Baccaro sul CORRIERE DELLA SERA - l’incontro tra il governo e l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne sull’ipotesi di un trasferimento del quartier generale dell’azienda, che nascerà dalla fusione tra Fiat e Chrysler, a Detroit. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, ieri sera al ‘Tg3’ . Al momento non è prevista un’integrazione del tavolo: ‘Credo che le parti sociali — ha spiegato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi— debbano avere il loro tavolo negoziale come hanno sempre chiesto Cisl, Uil e le altre organizzazioni’ . A ricevere le spiegazioni del manager dovrebbero esserci oltre al presidente Silvio Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta e i ministri Giulio Tremonti (Economia), Paolo Romani (Sviluppo economico) e Sacconi. Intanto il titolo Fiat ieri ha chiuso in rialzo dell’ 1,84 per cento. L’arrivo di Marchionne in Italia è previsto per venerdì, martedì 15 ci sarà l’audizione alla Camera, il giorno dopo, la firma dell'accordo di programma di Termini Imerese. La richiesta che il governo avanzerà a Marchionne ha anticipato ieri Sacconi, sarà ‘soprattutto quella di un percorso condiviso con le istituzioni e con le parti sociali, quantomeno quelle che a loro volta vogliono condividere, a cominciare dal Piano Fabbrica Italia’ . Secondo il ministro, ciò che conta sono gli investimenti in Italia perché ‘è chiaro che una multinazionale deve avere più di un quartier generale’ . Puntualizza il ministro Romani: ‘Chiederemo a Marchionne d’investire nel nostro Paese. Di rimanere con la testa ed il cuore nel nostro Paese’ . S’infiamma il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, - prosegue Baccaro sul CORRIERE DELLA SERA - definendo ‘sbrigativo’ e ‘sgradevole’ l’intervento di Marchionne che ha scatenato le polemiche. ‘Non ero preparato a questa storia’ afferma, ma poi aggiunge che nella sostanza ‘è scontato che ci siano più teste. A noi basta e avanza che le funzioni che oggi ci sono a Torino rimangano intatte. E rimarranno, anzi saranno sviluppate’ . Ma la Cgil insorge: ‘È da lungo tempo che noi diciamo che bisognava conoscere il piano industriale dell’azienda non solo nelle ricadute in singoli stabilimenti ma in termini generali’ ha detto il segretario Susanna Camusso. Che ha auspicato l’allargamento dell’incontro alle parti sociali, così come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che definisce ‘inaccettabile’ , la decisione di un eventuale spostamento della sede principale Fiat negli Usa”. (red)

23. Patto Merkel rassicura mercati ma tormenta molti stati

Roma - “Investitori e mercati plaudono – scrive IL FOGLIO - al ‘Patto di competitività’ che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha presentato venerdì al Consiglio europeo, e allo stesso tempo temono che le divisioni tra stati membri possano ritardare il piano per far tornare a crescere l’Europa. Ieri, al primo appuntamento dopo il summit, le Borse europee hanno chiuso in rialzo. Hanno digerito in fretta perfino il calo superiore alle attese registrato in Germania dagli ordini industriali in dicembre. Contemporaneamente gli scenari di un tracollo della moneta unica sembrano svaniti: da giugno si è dimezzata la richiesta di contratti per assicurarsi contro un ribasso sul dollaro, mentre la Commodity Futures Trading Commission americana registra un aumento delle scommesse degli hedge fund su un rafforzamento dell’euro. Secondo un sondaggio di Bloomberg, il 69 per cento dei maggiori investitori globali ha un’opinione positiva di come Merkel sta gestendo la crisi. Dopo aver imposto ai partner una cura di austerità senza precedenti, ora la cancelliera intende risolvere l’altra faccia della crisi europea: evitare il pericolo di anni di crescita stagnante attraverso un piano di riforme economiche e sociali analoghe a quelle che hanno permesso alla Germania di correre al 3,6 per cento nel 2010. Ora Berlino si aspetta lo stesso dagli altri paesi membri, in cambio – dicono gli osservatori – del rafforzamento del Fondo salva stati. Per gli analisti, il pericolo è che gli altri leader dell’Europa non rispettino la scadenza (il Consiglio europeo di marzo) che si sono dati per arrivare a un accordo. Se sui principi c’è unanimità a proposito della necessità di puntare sulla competitività, i dettagli del Patto irritano infatti diversi governi, preoccupati per le ripercussioni politiche interne di riforme economiche e sociali strutturali. L’Austria è contraria all’innalzamento dell’età pensionabile. Spagna, Belgio, Lussemburgo e Portogallo si oppongono alla fine della scala mobile. L’Irlanda non vuole rinunciare alla corporate rate tax al 12,5 per cento. I paesi fuori dall’euro, come Polonia e Regno Unito, temono ripercussioni sul mercato interno. Perfino i francesi, che vogliono un governo economico della zona euro, chiedono ‘flessibilità’. ‘Ci sono stati 18-19 paesi che hanno espresso il loro disappunto sul modo in cui il Patto è stato presentato e anche sul contenuto. E’ stato un vertice surreale’, ha detto il premier belga, Yves Leterme. Fonti di Palazzo Chigi hanno confermato al Foglio di ‘concordare con i principi ispiratori delle proposte della Merkel’, pur ritenendo che una maggiore collegialità, con il coinvolgimento di tutti gli stati, oltre che di Bruxelles, sarebbe auspicabile. ‘I negoziati saranno duri, questo è chiaro’, ha ammesso ieri Merkel invitando la Polonia e gli altri stati al di fuori della moneta unica ad aderire, ‘ma vogliamo un accordo e c’è ancora un po’ di tempo’. Un ritardo o un annacquamento ‘potrebbe provocare un brusco ritorno alla volatilità’, avverte un rapporto dell’Institute of International Finance, associazione di lobbying dei maggiori istituti finanziari globali. D’altronde il Piano nazionale della crescita, che il Cav. presenterà domani al Consiglio dei ministri, va proprio nella direzione auspicata da Merkel e dai mercati. Per André Sapir, economista del think tank Bruegel e analista molto ascoltato a Bruxelles, ‘è arrivato il momento di passare dalla fase reattiva a quella pro attiva’”. (red)

24. Difficile portare la rivolta dalla piazza al Palazzo

Roma - “La partenza immediata del rais egiziano, Hosni Mubarak, - scrive IL FOGLIO - come pretende la piazza; una transizione lenta e ordinata gestita dal suo vicepresidente, Omar Suleiman, come vorrebbero gli Stati Uniti; il ruolo dell’esercito; la data delle elezioni presidenziali; la nascita di una costituente che dia forma al nuovo Egitto; la fine delle leggi di emergenza e dello stato di polizia. Sono questi gli argomenti che si discutono nei palazzi del potere del Cairo, dove sono in corso le trattative fra Suleiman e gli esponenti dell’opposizione. Nella stanza delle consultazioni sono arrivati i membri del nuovo comitato dei saggi, formato da accademici e analisti come Amr Chobaki e Dia Rashwan del centro di Studi strategici e politici dell’Ahram, ma ci sono anche avvocati, professori di legge, membri dei movimenti giovanili della piazza e rappresentanti dei partiti tradizionali, dai liberali del Wafd ai socialisti di Tagammu. La vera sorpresa è stata l’invito a palazzo dei Fratelli musulmani, il movimento islamista che in Egitto è al limite della legge. Ieri i saggi, i giovani e i politici di lungo corso hanno discusso le possibili soluzioni alla crisi. Nei palazzi si cerca di portare a termine una transizione che salvi il paese dal caos, ma piazza Tahrir, nel cuore della protesta, continua chiedere una sola cosa: ‘Al shaab iurid iskat el nizam’, il popolo vuole la caduta del regime. Dopo il lungo incontro di domenica, Suleiman ha parlato di un accordo basato su ‘emendamenti costituzionali’ e ‘inchieste sulla corruzione’. L’ufficio di Suleiman ha parlato anche di ‘liberalizzazione dei mass media’ e della fine delle leggi di emergenza. Poche ore dopo, tuttavia, la trattativa ha rallentato. Il portavoce dei Fratelli musulmani, Essam el Ariane, ha dichiarato ieri che il gruppo ‘sta pensando alle proposte di Suleiman’. Il governo ‘non è molto serio sulle richieste dei rivoluzionari – dice al Foglio Hamdy Hassan, membro della Fratellanza e deputato fino al 2010 – vuole guadagnare tempo e riprendere il controllo’. Fonti interne al comitato dei saggi rivelano che la piazza non è molto interessata alla trattativa. Suleiman ha discusso con i membri della società civile, con i partiti vicini al regime e con i Fratelli musulmani, gli unici ad aver attivamente partecipato alla protesta. Ma i gruppi che ancora affollano piazza Tahrir non sono stati invitati a palazzo. Per gli attivisti del movimento al Ghad interpellati dal Foglio, fino a qualche giorno fa la condizione necessaria al negoziato era la partenza del presidente, ma oggi basterebbe il passaggio di poteri a Suleiman. Il negoziato – prosegue IL FOGLIO - crea fratture nella piazza. ‘Volevamo che all’incontro ci fossero anche gli altri partiti – prosegue Hassan – ma il regime vuole dividere i rivoluzionari in modo da controllarli’. Nei giorni scorsi è nato un comitato di dieci personalità, capeggiato da Mohammed ElBaradei, di cui fa parte anche un membro della Fratellanza. Ma neppure questo gruppo raccoglie il favore della piazza”. 

“Dopo l’euforia del ‘regime change’, - scrive ancora IL FOGLIO - le botte in piazza, i tentativi di dialogo, la ricerca di un leader per l’opposizione, le immagini dei generali per strada che dicono ai ragazzi di comportarsi bene, al quattordicesimo giorno di protesta tutti si chiedono: e adesso dove si va? La Casa Bianca, che prima ha tentennato, poi richiesto con insistenza una resa di Hosni Mubarak, ora invita alla cautela: la transizione deve essere ordinata, e se ci vuole qualche tempo, è bene prenderselo. ‘Non vogliamo arrivare a settembre e veder fallire le elezioni e avere poi la gente che chiede: ‘Per che cosa abbiamo fatto tutto questo?’ – ha detto Hillary Clinton, segretario di stato americano – Vogliamo aiutare a preparare elezioni credibili e legittime, che siano vinte da persone che il popolo egiziano potrà ritenere, a prescindere che le abbiano votate o no, rappresentanti dell’Egitto’. Il ricordo del 2006, quando Hamas vinse le elezioni palestinesi, è molto vivo a Washington. Gaza oggi è un territorio ingestibile e quella vittoria rivelò una banalità, ancora più dolorosa proprio perché tanto prevedibile: una volta che hai insistito tanto per avere elezioni libere, devi accettarne il risultato (corollario: non puoi far vincere il tuo candidato preferito). Come spiegava ieri il Wall Street Journal, la vittoria di Hamas portò a un ridimensionamento della ‘freedom agenda’ bushiana, ma la verità è che Hamas non avrebbe dovuto partecipare a quel voto, così come alle elezioni egiziane dovranno partecipare soltanto i partiti che rispettino criteri di pluralismo e di tolleranza. La società deve essere pronta al voto: quella egiziana lo è? Per non rischiare, meglio prendere tempo”. (red)

25. Così l’esercito ha in mano l’economia: pane e autostrade 

Roma - “L’autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, - scrive Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - è stata costruita dall’esercito sulle terre di proprietà dell’esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’esercito nei forni dell’esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’anno (quasi 255 milioni di euro). L’analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo — in una corte marziale — ‘per avere diffuso informazioni riservate’ : avrebbero raccontato a un sito dell’opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 — e rivelato da Wikileaks— ricostruisce il business bellico in tempi di pace. ‘I generali in pensione — scrive — vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti’ . Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. ‘Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva — continua la diplomatica — garantita dal regime per assicurarsi l’appoggio dell’esercito’ . Il documento americano – prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - descrive però la carriera militare come ‘sempre meno allettante rispetto al settore privato’ : ‘Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa’ . Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano ‘un burocrate’ e lo chiamano ‘il barboncino di Mubarak’ . In un commento, Scobey fa notare: ‘Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi’ . Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. ‘I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti — scrive Stacher su Foreign Policy — dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato’ . ‘L’esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico — dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California —. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione’ . Gli incroci di alcuni quartieri ‘strategici’ del Cairo sono controllati da uomini dell’unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali – conclude Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre”. (red)

26. Lo zampino di Teheran

Roma - “‘Una rivolta sociopolitica contro l’oppressione, la corruzione, la repressione, la fame e lo spreco del potenziale del paese’. Così – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha definito la piazza egiziana e la sua pretesa di cacciare il rais Mubarak. Se dietro a queste parole non ci fosse un progetto chiaro e pericoloso – allargare la propria influenza sino a un territorio ora ostile e isolare Israele per colpirlo meglio – il discorso del capo del Partito di Dio sciita libanese farebbe quasi sorridere: i ragazzi egiziani non sono forse molto simili ai ragazzi iraniani che, nel 2009, tentarono di scalfire – finendo ammazzati o rinchiusi nelle carceri – il potere degli ayatollah? Per Nasrallah non c’è alcuna similitudine, anzi, l’occasione è talmente gustosa che il capo di Hezbollah rinuncia addirittura alla solita retorica sull’ingerenza straniera, sulla volontà occidentale di mettere bocca in affari non suoi, celebrando soltanto quei giovani coraggiosi che si ribellano al regime. Non c’è alcun complotto straniero ai danni di un regime mediorientale, in questo caso. A Teheran, anche il presidente Ahmadinejad festeggia quando sente la piazza del Cairo che urla a Mubarak di andarsene, si emoziona quando vede questo popolo che si batte per la libertà e si eccita quando pensa che, mentre la comunità occidentale s’occupa d’Egitto, la Repubblica islamica lancia in orbita quattro satelliti, prepara una nuova collaborazione militare con Hezbollah e quintuplica i rapporti commerciali con la Turchia, il nuovo grande partner degli ayatollah. Teheran e Hezbollah, che ormai decide le sorti del governo di Beirut, - prosegue IL FOGLIO - non temono l’effetto contagio, anzi vogliono approfittare della temporanea instabilità per creare una breccia nella piazza araba. Chi protesta oggi assomiglia non ai ragazzi che chiedono libertà e diritti in Tunisia (e li chiesero anche in Iran) ma piuttosto a coloro che si sono opposti a Israele durante la guerra in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2008. Nella versione dei fatti di Teheran e Hezbollah, Mubarak deve andarsene non perché opprime, ma perché riconosce Israele. E perché rappresenta, assieme all’Arabia Saudita, il contrappeso all’ambizione di strapotere delle forze sciite. La festa degli ayatollah e dei loro alleati fa capire che, laddove l’occidente non trovi un piano per la transizione dell’Egitto, ce n’è già un altro bell’e pronto”. (red)

27. Sawiris: “Ora un Piano Marshall per l’Egitto”

Roma - Intervista di Cecilia Zecchinelli a Naguib Sawiris sul CORRIERE DELLA SERA: “Naguib Sawiris, patron di Orascom e Wind, l’imprenditore arabo più conosciuto in Italia, l’egiziano più ricco. Cristiano, ingegnere, 56 anni, noto per osare anche dove pochi osano (dall’Iraq alla Nord Corea), ora impegnato in un’ambiziosa fusione con la russa Vimpelcom (‘che va avanti’ , dice). Non solo. Sawiris è famoso per parlare franco e guardare al concreto: ‘Europa, Stati Uniti e Paesi del Golfo devono aiutare l’Egitto: se, come credo, avremo finalmente un governo eletto democraticamente, dovrebbero lanciare un piano Marshall da miliardi di dollari e creare lavoro per i nostri giovani. Così garantiranno la stabilità. Quanto sta succedendo nasce dall’oppressione ma anche dalla miseria. È una lotta di classe contro un regime autocratico’ . Oggi, dopo due settimane di proteste, quanto è grave la crisi economica e politica? ‘C’è stato un forte contraccolpo sull’economia, con una perdita che stimo intorno al 10 per cento del Pil. Turismo, istituzioni finanziarie, immobiliare sono stati duramente colpiti. Ma anche con l’aiuto esterno il Paese si riprenderà, tornerà la fiducia, la ripresa economica aiuterà la transizione. E penso che avremo la democrazia: abbiamo fatto il primo passo con l’incontro di domenica, altri ne seguiranno’ . Domenica, appunto, lei è stato l’unico imprenditore a partecipare al ‘consiglio di saggi’ , con l’intero arco dell’opposizione e il vicepresidente Omar Suleiman. Ha cambiato idea e vuole entrare in politica? ‘Assolutamente no. Ma la mia presenza non deve stupire: ho sempre detto pubblicamente che non potevamo continuare con un regime contrario alla democrazia e nocivo all’economia. Da anni sono l’unico imprenditore del Medio Oriente che chiede libere elezioni e libertà d’espressione. E mi sono appellato mille volte al mondo arabo degli affari perchè alzasse la voce, invece tutti tacciono per paura. Ancora oggi mi sento solo. Il mio Paese è però più importante degli affari’ . Che valutazione dà dell’incontro di domenica? ‘Ci sono punti positivi, già il fatto che si sia tenuto lo è. E per la prima volta il governo ha dialogato davvero con i rappresentanti dei giovani di Tahrir e con i Fratelli musulmani. Una novità assoluta, come lo fu la prima volta che Israele incontrò l’Olp. Un buon inizio, anche se molte domande della piazza e anche mie non hanno avuto risposte. Come la fine delle leggi d’emergenza e lo scioglimento del comitato che di fatto impedisce la formazione di partiti legali’ . Tra queste richieste c’era l’immediata partenza di Mubarak? ‘No. Molti, me compreso, non la vogliono ora. Siamo un popolo emotivo, che ricorda come Mubarak ci abbia difeso nella guerra del 1973 e non vuole vederlo umiliato. Se ci fosse oggi un referendum il risultato sorprenderebbe molti. E prima che se ne vada, e lo farà, è cruciale cambiare la Costituzione, perché con quella attuale l’Egitto piomberebbe in un caos giuridico di cui potrebbero approfittare i Fratelli musulmani o l’esercito. Due ipotesi inaccettabili’ . Vede seri pericoli di deriva islamica o di golpe militare? ‘Finora i Fratelli musulmani sono ai margini delle proteste, e non saranno un pericolo con libere elezioni e democrazia. Il rischio c’è solo in caso di anarchia. E sull’esercito preferisco non risponderle. Dico solo, come ho detto ai giovani di Tahrir, che i carri armati che ora li proteggono potrebbero rivolgersi contro di loro. È una fase delicata’ . Chi vede come possibile leader? Suleiman? ‘È l’ipotesi migliore. Anche ElBaradei andrebbe bene, è stato il primo a schierarsi per un cambio di regime, ha un curriculum positivo. Ma la politica è spesso populistica, lui non ha carisma. Si parla di Amr Moussa, Ahmed Zewail. Staremo a vedere come si muoveranno nei prossimi mesi. Ora è presto’”. (red)

28. Sud Sudan, Bashir accetta la secessione

Roma - “Anche il presidente Omar el-Bashir, alla fine, - riporta Daniele Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA - ha accettato il verdetto delle urne e ha ufficialmente riconosciuto la nascita del Sud Sudan. Ammettere la secessione della parte meridionale del suo Paese non è stato facile. Ma di fronte al 98,83 per cento dei voti che tra il 9 e il 15 gennaio si sono espressi a favore della nascita del 54esimo Stato africano, il potente padrone del Sudan, ancora colpito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale per violazione dei diritti umani e concorso in genocidio, non ha potuto far altro che prendere atto della realtà. In una cerimonia condita da strette di mano e sorrisi con il suo ex nemico e attuale presidente provvisorio delle regioni meridionali, Salva Kiir, Bashir ha promesso rispetto e sostegno per la scelta compiuta dalla maggioranza cristiana e animista del sud del Paese. Si è trattato di un atto formale. I risultati del referendum erano già noti da un paio di giorni. Ma solo ieri, quando tutte le schede sono state scrutinate e controllate, si è proceduto alla proclamazione ufficiale della nascita del Sud Sudan. ‘Una nuova alba nella regione’, il commento della Casa Bianca. I problemi veri, quelli legati alla gestione di un potere tutto da costruire e alla definizione dei confini tra nord e sud, oltre alla suddivisione dei proventi dei giacimenti petroliferi, concentrati al 90 per cento nel meridione, devono ancora essere risolti. L’attività del nuovo Stato verrà verificata nei prossimi cinque mesi, e solo il 9 luglio sarà sancita la sua definitiva nascita. Esperti e osservatori restano preoccupati. Passate l’euforia e la soddisfazione per un referendum su cui avevano puntato molto gli americani e che l’amministrazione Obama considerava come una prova importante per la politica estera statunitense in Africa, si sono riaffacciati gli spettri di una nuova guerra e di nuove mattanze a scapito della popolazione civile. Il presidente provvisorio Salva Kiir ha ribadito tuttavia la volontà di collaborazione. ‘Nord e Sud’, ha detto durante la cerimonia di Karthoum, ‘devono costruire rapporti forti’. Omar el-Bashir ha ascoltato e ha annuito. Ma in diverse interviste e dichiarazioni ai giornali – prosegue Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA - ha espresso tutto il suo scetticismo: ‘Hanno voluto la separazione, ma se ne pentiranno’. Sul terreno la situazione resta critica e difficile. Le trattative per definire i confini tra i due Stati e soprattutto lo status giuridico dell’enclave strategica di Abyei, ricca di petrolio, sono ancora in alto mare. Da gennaio ad oggi sono morte decine di persone negli scontri avvenuti nella regione. I soldati di Karthoum che si trovano nel sud non sono disposti a consegnare le armi e rifiutano di tornare al nord. I gruppi ribelli hanno ripreso le loro scorribande, tra raid e saccheggi. Anche il Darfur del nord vive giorni drammatici: migliaia di persone sono state costrette a fuggire dai villaggi e sono tornati ad ammassare i campi profughi allestiti dalle Ong e dall’Onu. Per il Sud Sudan – conclude Mastrogiacomo su LA REPUBBLICA - si annuncia un battesimo di fuoco”. (red)

Trenitalia: prima gli aumenti

Germania “no good”