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Tel Aviv in ansia per il “dopo Mubarak”

Lo sgretolamento del regime egiziano mette in apprensione Israele. Che finora ha goduto della compiacenza del rais, ma che adesso teme l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani

di Pamela Chiodi

Israele ha paura. Per la prima volta si sente accerchiata, e la sua reazione è quella tipica di un felino messo alle strette. Attacca. Prima di tutto Washington. A riuscire indigesto è il voltafaccia della Casa Bianca, che non appoggia più Mubarak e che perciò mette a rischio la sicurezza di Tel Aviv. 

Pubblicamente, però, Benjamin Netanyahu non potrebbe condannare la decisione di Obama. Rischierebbe una ritorsione troppo pericolosa da parte degli Stati Uniti, già abbastanza irritati dall’atteggiamento prepotente di Israele che durante i colloqui per gli accordi di pace con la Palestina, mai conclusi, si è rifiutata di fare maggiori concessioni territoriali. Ad essere in una posizione di forza sono proprio gli Usa, che potrebbero addirittura diminuire gli aiuti militari a Tel Aviv, dai quali Israele dipende da sempre. E in una situazione delicata come questa, Netanyahu preferisce utilizzare una tattica più sottile, tipica del cosiddetto soft power: mettere all’opera i media israeliani per esprimere posizioni molto dure contro l’atteggiamento americano. In questo modo il primo ministro ha creato un sentimento ostile nella maggior parte della popolazione israeliana verso la politica di Obama, che di conseguenza ha perso di credibilità. Ma la questione resta aperta, e Israele continua a sentirsi in pericolo. Eli Shaker, ex ambasciatore di Israele al Cairo, ha espresso il suo timore al quotidiano Yediot Aharonot affermando che «le sole persone in Egitto che si impegnano per la pace sono quelle più vicine a Mubarak e, qualora il prossimo presidente non sia uno di loro, allora saremo nei guai». E saranno guai davvero grossi. Che già iniziano a prendere forma. 

Il primo febbraio, Tel Aviv ha dispiegato centinaia di militari nel deserto del Sinai e contemporaneamente ha rafforzato le sue difese al confine con l’Egitto. Questa mossa indica che è a repentaglio la sopravvivenza stessa di Israele. Infatti con il Trattato di Pace firmato con l’Egitto nel 1979 si sanciva la smilitarizzazione della penisola del Sinai con lo scopo di interrompere la lotta territoriale tra i due paesi. Ora sembra di essere ritornati indietro, quando le due potenze erano ancora in guerra. I loro rapporti iniziano ad assumere le ostilità di un tempo. È come se Israele, sentendosi accerchiato, abbia innalzato un muro difensivo. Che l’Egitto potrebbe decidere di attaccare: ha un esercito potente e quello israeliano dipende dal mantenimento del Trattato di Pace che ha anche permesso di ridurre le spese militari di Israele dal 30 al 7%. Come ha affermato Ephraim Sneh, ex vice ministro della Difesa israeliano «per più di due decenni, la struttura delle forze israeliane si basava sull’assunto che l’Egitto non fosse una minaccia potenziale». 

Tel Aviv è spiazzata. Le sue basi iniziano ad allarmarsi. E la tattica di militarizzare il Sinai è stata probabilmente una mossa sbagliata che ha provocato possibili ritorsioni. Qualche giorno dopo lo schieramento delle truppe nella penisola c’è stato un attacco al gasdotto egiziano ad el-Arish, nel Sinai settentrionale. L’esplosione ha causato l’interruzione temporanea delle forniture e subito Netanyahu si è affrettato a comunicare che «Israele è in grado di far fronte alla situazione creatasi». Ma sa bene che se le forniture dovessero essere totalmente interrotte, non potrà più fronteggiare un bel niente perché dipende per il 40% del fabbisogno energetico dalle forniture provenienti dall’Egitto. E questo sarebbe soltanto uno degli aspetti negativi. La preoccupazione maggiore è che l’attentato non sia stato una semplice “bravata” da parte di un gruppetto qualsiasi come vorrebbero far credere. Si teme che dietro ci siano dei terroristi, ben individuati, che avevano lo scopo preciso di interrompere il traffico di gas verso Israele. 

Un episodio che da una parte può essere interpretato come una sorta di minaccia nei confronti di Israele che continua ad appoggiare Mubarak. Il che non avrebbe alcun effetto rilevante. Dall’altra, invece, è probabile che il fatto sia strumentalizzato per avere sotto scacco una fazione che invece cerca di non fomentare le proteste egiziane, proprio per potersi guadagnare l’acceso ad eventuali elezioni. Si tratta dei Fratelli Musulmani, il partito islamico che si sospetta possa prendere il potere in Egitto. Se dovesse succedere, Israele correrebbe il rischio di non esistere più.

Pamela Chiodi

 

 

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