Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

17 marzo. Ma quale festa? A laürà!

Calderoli si accoda alla Marcegaglia e caldeggia lo stesso trattamento sia per i dipendenti pubblici che per quelli privati. Tutti al proprio posto, da bravi soldatini della Grande Armata Nazionale del Pil

di Davide Stasi 

Il 17 marzo, festa designata per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia, nessuno si fermi, la produzione continui, niente vacanza. Così parlò Emma Marcegaglia, qualche giorno fa, dallo scranno dei correi della crisi che sta travolgendo il mondo, ossia quegli industriali che pretendono di poter produrre all’infinito, e che noi ci si consumi allo spasimo per poter consumare all’infinito. Oibò, dunque: un giorno di ozio nella logica predominante del produci, consuma, crepa non si può accettare, specie in questo periodo di crisi. E invece di accogliere l’auspicio confindustriale come meritava, ossia con una sonora pernacchia, quelli dell’establishment con media di massa al seguito hanno analizzato la sparata come se fosse qualcosa di sensato. Poi la cosa è morta lì, e si è proseguito verso la festività, ma con malumore, e un vago, strisciante e involontario senso di colpa. 

Quello della Marcegaglia sembrava, ed effettivamente era, il presupposto per i prossimi futuri piagnistei dei suoi associati, stufi di ammucchiare, a causa della crisi, prodotti invenduti e perdite invece che utili. Piagnistei con cui ottenere aiuti a carico dello Stato, ossia dei cittadini. Ed è stato anche un atto di fine psicologia padronale. La presidente ha parlato come se lo sfacelo attuale fosse responsabilità dei lavoratori, che proprio non hanno voglia di lavorare e produrre secondo i parametri confindustriali. Ossia proprio non se la sentono di fare gli schiavi, eccetto il luminoso (per lei) esempio della FIAT.

Eppure a guastare la festa mancava ancora qualcosa. Un altro mâitre à penser del regime italiano, il ministro Calderoli, è giunto a completare l’opera. Potevano mancare all’appello quei fannulloni dei dipendenti pubblici? Assolutamente no. Ed ecco l’ineffabile ministro piromane fare l’eco alla Marcegaglia: «in un periodo di crisi come quello attuale, meglio festeggiare lavorando piuttosto che stando a casa. La chiusura degli uffici pubblici porterebbe a danni per miliardi di euro». A buon peso Calderoli argomenta pure: la festa il 17 indurrebbe a fare “il ponte”, moltiplicando le perdite di produttività. Dunque, annuncia, si batterà in Consiglio dei Ministri per evitare la chiusura degli uffici pubblici.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il primo a rispondere è stato il virile La Russa, specificando che la festività non si tocca, e con essa, implicitamente, l’unità d’Italia. Giusto per tenere le posizioni. Al concetto di base, quello per cui in tempo di crisi si deve continuare a produrre, si è poi associato, non richiesto ma sempre scodinzolante, Angeletti della UIL. Dopo di che i commenti successivi, eccetto quello di Susanna Camusso, si sono tutti adagiati sulla facile equazione per cui alla Lega sta sull’anima la celebrazione risorgimentale. Un coro unanime contro il vizietto leghista di voler sminuire le gesta unitarie di Garibaldi & company.

C’è sicuramente una forma di allergia nel movimento di Bossi rispetto alla realtà di fatto dell’unità nazionale. Sul tentativo di smembrare la quale il Senatùr ha costruito il proprio successo politico e quello della sua creatura, seguita essenzialmente da una platea di sostenitori mossi da puro egoismo finanziario («ci teniamo i nostri soldi»), celato sotto paroloni evocativi (federalismo, secessione) ma privi di reali contenuti. Essere contro l’unità nazionale, i suoi riti e le sue celebrazioni fa dunque parte dell’armamentario retorico e comportamentale leghista, utile per rafforzare posizioni e motivazioni dei pasdaran nordici. Meravigliarsi  delle dichiarazioni di Calderoli dunque è sciocco e superficiale.

L’idea infatti è che in realtà il ministro abbia parlato spinto non tanto per orgoglioso istinto celtico, ma per assecondare un processo di romanizzazione della Lega, di cui si notano già da tempo le tracce, a saper guardare. Ultimamente ha corso un’evidente corrispondenza d’amorosi sensi tra la Lega e il Presidente della Repubblica. Che Bossi si sia scusato con Napolitano per lo scivolone sul federalismo fiscale ha meravigliato molti, conoscendo il temperamento del Senatùr. E si può dare anche una lettura esemplare della singolare visita di Napolitano ai nomadi in lutto dopo l’incendio che ha ucciso quattro bambini. Come a dire: abbassare i toni sull’intolleranza razziale è condizione essenziale per entrare strutturalmente nel sistema. L’uscita di Calderoli, in quest’ottica, potrebbe essere quindi letta come una ruffianeria e una rassicurazione a Confindustria: «tranquilli, sulle politiche del lavoro la pensiamo come voi». 

Un passaggio obbligato per istituzionalizzarsi. In vista, magari, di un imminente governo guidato da Tremonti.

Davide Stasi

Secondo i quotidiani del 09/02/2011

Sveglia, nomadi. E fate la vostra parte