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Argentina. Guerra sulle cifre dell’inflazione

Il Governo dichiara un aumento del costo della vita pari al 7,7 per cento, mentre secondo gli analisti indipendenti la cifra reale arriverebbe al 30. Una divergenza essenziale per i rendimenti dei titoli pubblici

di Massimo Frattin 

Una multa di 500mila pesos – circa 95mila euro – per gli istituti di ricerca economica che diffondano sull’inflazione dati diversi da quelli calcolati dal governo, senza indicare il metodo delle analisi. È questa la scure calata dall’esecutivo argentino guidato dalla presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner  per tacitare gli analisti che accusano l’INDEC (l’Istat Argentino) di fornire dati fasulli sul costo della vita.

Secondo le fonti ufficiali infatti, i prezzi nel 2010 sarebbero aumentati del 7,7%, una stima che molti istituti giudicano risibile, pubblicando invece dati che mostrano un incremento del 30 per cento o più. Nell’ultimo anno la benzina è aumentata del 16%, le corse in taxi del 35. Solo nell’ultima settimana, secondo il sito indipendente www.inflacionverdadera.com,  considerato uno dei più autorevoli rilevatori dei prezzi, alcuni alimenti di grande consumo avrebbero avuto impennate da capogiro: mortadella +15%, birra +17; succo d’arancia +20; banane +28. E complessivamente lo scorso 2010 si sarebbe attestato poco sotto il 30 per cento: una cifra ottenuta, tengono a sottolineare i curatori del sito, utilizzando il medesimo paniere e la medesima dinamica d’analisi seguiti dall’INDEC. Che è, nei fatti, una modalità assai curiosa, dal momento che la loro metodologia, e citiamo dati ufficiali presenti in un rapporto del nostro ministero degli affari esteri, «rileva la variazione dei prezzi in base a un paniere di beni (la lista completa dei suddetti e le modalità di calcolo non sono state mai rese note), limitatamente alla città di Buenos Aires e alle principali località della stessa Provincia di Buenos Aires».

Sul fronte dell’inflazione si gioca per il governo una partita impegnativa e su più fronti. Nessuno dimentica la profonda crisi che ha messo in ginocchio l’intera nazione, e nessuno ignora gli sforzi prodotti per uscirne ottenendo un risultato forse oltre le aspettative, con una crescita attesa del Pil pari a quasi l’8%. Ma la cortina fumogena gettata sul costo della vita, che va a colpire in particolar modo le classi medio basse a reddito fisso, avrebbe scopi ben precisi, sia politici che economici.

In un commento del novembre scorso, il Wall Street  Journal ricordava che il governo argentino è stato ripeturamente accusato di manipolare i dati sul costo della vita allo scopo di pagare meno interessi ai possessori dei bond indicizzati al tasso di  inflazione, uno dei principali strumenti di finanziamento dello Stato. Infatti, all’annuncio che il l’inflazione annua sarebbe stata congelata all’ 11,1%, il rendimento dei suddetti “peso bond” che scadranno nel 2033 è calato di 21 punti base in un mese.

A pagare il prezzo di reticenze e strategie sono comunque nell’immediato i cittadini, alle prese con carrelli della spesa sempre più vuoti. I responsabili di alcuni reparti alimentari, pur di non dare l’impressione dei continui aumenti, hanno mantenuto stabili i prezzi riducendo le quantità dei prodotti. Oppure si fa ricorso al pagamento rateale a lunghissimo termine anche per articoli dal prezzo non proprio astronomico, come lavatrici o frigoriferi pagati in 4 o 5 anni.

Una situazione che rischia di andare fuori controllo, dal momento che, per quanto siano attesi positivamente i dati macroeconomici sul medio lungo periodo, in termini ci Pil e occupazione,  difficilmente si possono ignorare gli effetti legati alla vita quotidiana delle persone. E  forse, considerando il ricorso all’idea di sanzionare chi espone la realtà dei fatti, un po’ fuori controllo ci sta già andando.

Massimo Frattin

 

Se le italiane fanno le colf

Secondo i quotidiani del 09/02/2011