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Biotestamento non pervenuto

La legge resta impantanata alla Camera, in attesa che il 21 febbraio riprenda il dibattito. Ma intanto spunta l’ennesima giornata-simbolo: quella che celebra il dovere di “vegetare”

di Pamela Chiodi  

Oggi si celebra la Giornata Nazionale degli stati vegetativi. La data non è casuale, ma evocativa. Nello stesso giorno di due anni fa, dopo una battaglia più mediatica che legale, venne interrotto lo stato vegetativo permanente di Eluana Englaro. I medici furono autorizzati dalla Corte di Cassazione a sospendere l’alimentazione e l’idratazione che mantenevano in vita il suo corpo. Una decisione che venne presa perché fu accertato che la sua condizione era irreversibile e non c’era «alcun fondamento medico, secondo gli standard riconosciuti a livello internazionale», che lasciava «supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di un ritorno ad una percezione del mondo esterno». La sentenza poteva essere attuata solo nel caso in cui l’istanza di interruzione del trattamento in corso risultasse «realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona». 

Prima di avere l’incidente, Eluana aveva più volte espresso la propria volontà di non essere attaccata ad una macchina nel caso in cui le fosse successo ciò che poi si è verificato. E il padre, di fronte al ricordo della figlia e delle sue parole, ha preferito affrontare il dolore della morte piuttosto che avvinghiarsi ad un corpo. Non era una scelta tra la vita o la morte, soffrire o non soffrire, essere laico o cattolico. Si trattava di puro e semplice rispetto per la decisione di un individuo. Lo stesso ragionamento è valido per chi, invece, quel sondino che mantiene in vita un proprio parente non vuole staccarlo. Ognuno, però, dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere in base alle proprie idee, senza dover per forza accettare quelle laiche o cattoliche. Per quel che può valere visti i tempi che corrono, è un principio presente nella Costituzione stessa che nell’articolo 2 stabilisce che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Invece il biotestamento è diventato la solita questione strumentalizzata dall’una o dall’altra fazione politica. È per questo che la legge è ancora bloccata alla Camera. Il 21 febbraio dovrebbe riprendere il dibattito che si era arenato proprio sulla somministrazione dell’alimentazione artificiale. La maggioranza aveva deciso che i trattamenti potranno essere sospesi solo in casi particolari, ovvero quando «risultino non più efficaci». A stabilirlo saranno i medici. Saranno loro ad avere “il potere” di scegliere se un paziente potrà vivere finché le macchine glielo permetteranno o se dovrà essere spezzato quel filo di speranza che li separa dalla morte. Della volontà delle persone, nemmeno l’ombra. 

Eppure, c’è un dato anomalo. Stando all’ultimo rapporto Eurispes sull’eutanasia, chi vota a destra è favorevole al 66 per cento e contrario al 27,7. Il governo, quindi, non considera nemmeno la volontà dei suoi stessi elettori. E la Giornata nazionale degli stati vegetativi più che «promuovere, nell'ambito delle rispettive competenze, attraverso idonee iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, l'attenzione e l'informazione su questo tipo di disabilità, che coinvolge oltre al malato, in maniera assai rilevante, i familiari», nasconde un altro significato, più subdolo. Lo evidenzia lo stesso Beppino Englaro. Invitato a partecipare alla giornata da Fulvio De Nigris, Direttore del Centro Studi per la ricerca sul coma, declina l’invito con queste motivazioni: «mi sembra doveroso precisare ancora una volta che in tutti questi anni la mia battaglia non è mai stata contro qualcuno, ma per qualcuno, in difesa di qualcuno. Né mai - neppure lontanamente - ho pensato che le scelte della nostra famiglia potessero sovrapporsi alle scelte di altre famiglie e forse - a essere sinceri - mi è toccato in sorte un compito davvero arduo: quello di far valere i desideri e i diritti di una persona, mia figlia, percepita davvero come una minoranza in questo paese. La “minoranza” delle persone che la pensano in modo diverso. Per questo sarò sempre al fianco di tutte quelle minoranze, i malati, le persone con grave disagio, che non hanno mezzi e strumenti per far valere le loro scelte e i loro diritti. Non ci sono eserciti da armare. Le sentenze della Corte di Cassazione hanno semplicemente ribadito ciò che noi tutti sapevamo (...). Per questo ritengo la decisione di fissare la data della Giornata nazionale sugli stati vegetativi proprio al 9 febbraio inopportuna ma soprattutto indelicata. Per me - come lei comprenderà - il 9 febbraio sarà la giornata del silenzio». 

Il silenzio, un’altra delle pratiche in via d’estinzione.

Pamela Chiodi

 

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