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Se le italiane fanno le colf

La crisi perdura e l’imperativo diventa sopravvivere. Ed ecco tante nostre connazionali pronte a fare i “lavoracci” che finora avevano escluso a priori, lasciandoli alle immigrate

di Sara Santolini

È opinione comune che gli immigrati facciano i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Sembra però che la crisi economica, con l’aumento della disoccupazione e la crisi del credito, stia invertendo questa tendenza, ridando ad alcune mansioni, finora considerate disprezzabili e dunque lasciate al lavoro immigrato, la dignità che, in ogni caso, meritano. Spezzando però per sempre quel sogno di un lavoro meno faticoso e meglio pagato che aveva accompagnato l’espansione dagli anni Sessanta in avanti.

Fino a quando l’economia creava posti di lavoro a getto continuo, dalle fabbriche al commercio e ai servizi, gli italiani avevano la possibilità di scegliere a quale impiego rivolgere la propria attenzione. La valutazione era a priori: un no assoluto ai lavori ritenuti umilianti, in quanto troppo faticosi o di scarsa remunerazione, e una crescente preferenza per le attività non manuali. Gli italiani, come gli inglesi, i francesi, i tedeschi e così via, si erano convinti che fosse normale diventare “almeno” degli impiegati. Anche chi non aveva una grande istruzione voleva sedere dietro una scrivania, non importava con quali mansioni: già il fatto di non svolgere un lavoro pesante, o privo di attrattive come quello domestico, veniva considerato un miglioramento di condizione, sociale ancora prima che economica. 

Ma la crisi, allora, era di là da venire. Oggi gli italiani stanno tornando a voler fare i lavori considerati tipici degli immigrati. Altro che “bamboccioni” che preferiscono restare in casa con i genitori piuttosto che trovare un impiego. In particolare, le donne in difficoltà hanno deciso di rimettersi a fare le colf o le badanti. Nel passato erano le mansioni delle persone col più basso livello scolastico mentre oggi le collaboratrici domestiche sono spesso diplomate o addirittura laureate. Persone che hanno studiato ma che adesso si trovano escluse da un mercato rovinato dai loro stessi connazionali, che hanno sfruttato massicciamente il bisogno di guadagnare degli immigrati: da un lato gli imprenditori, ai quali ha fatto comodo abbattere i costi del lavoro utilizzando maestranze sottopagate, e dall’altro le famiglie che hanno fatto qualcosa di simile  ricorrendo a collaboratrici domestiche e a badanti provenienti dall’estero, e soprattutto dall’Europa orientale. 

L’aumento esponenziale degli stranieri, abbinato alla logica del risparmio a tutti i costi, ha creato dunque le condizioni perché le remunerazioni calassero e perché, parallelamente, aumentasse il lavoro in nero. Nonostante ciò è ancora vero che la maggior parte delle badanti sono immigrate e vengono dalla Romania, l’Ucraina, la Polonia e la Moldavia. Ma la percentuale di italiane aumenta di anno in anno e ad oggi tocca il 30 per cento. Non solo. A volte queste donne sono persino costrette, per uscire dall’indigenza e in mancanza di iniziative riservate a loro in quanto cittadine italiana, a fare ricorso a strumenti pensati inizialmente per aiutare solo le immigrate. 

È il caso, ad esempio, della fondazione Migrantes di Torino, nata, come suggerisce il nome stesso, per aiutare i migranti a trovare lavoro. Secondo don Fredo Olivero, direttore dell’Ufficio del Piemonte e della Valle d’Aosta, dall'inizio del 2010 a oggi il numero di italiane che si rivolge alla fondazione continua ad aumentare e inoltre, a complicare la situazione, «contestualmente al loro arrivo è diminuita anche l'offerta lavorativa da parte delle famiglie e così un numero crescente di badanti deve spartirsi un numero sempre più ristretto di posti di lavoro». La crisi ha infatti anche ridotto la quantità di famiglie che possono permettersi di pagare stabilmente una badante, determinando una situazione di concorrenza e sofferenza del lavoro anche in questo settore.

Per Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli Colf, si tratta di «casalinghe, che si ritrovano in casa un marito disoccupato o in cassa integrazione e hanno bisogno di una nuova entrata per mandare avanti la famiglia; pensionate con pensione minima; disoccupate, che non trovano altro impiego». I guadagni oscillano per la maggior parte tra i 600 e i 1000 euro al mese. Molto meno di quello che una Ruby del momento riesce a ottenere in una sola serata. Ma per svolgere un lavoro onesto e dignitoso

Sara Santolini

 

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