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Secondo i quotidiani del 09/02/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “I pm chiedono il giudizio immediato. Berlusconi: stanno violando la legge”. Editoriale di Isabella Bossi Fedrigotti: “Un dialogo per la vita”. Di spalla: “Lo Stato sia giusto. La virtù è dei singoli”. Al centro foto-notizia: “Dieci lettere nel mistero delle gemelline” e “Incentivi automatici a piccole e medie imprese. L’85% dei fondi al Sud”. In taglio basso: “Riccò in fuga, verso l’autodistruzione”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Da Ruby a Sara, le carte di Napoli”. Editoriale di Barbara Spinelli: “Il Papi padrino”. Di spalla: “Donne, casinò e champagne, la vita d’oro del camorrista”. Al centro foto-notizia: “Somalia, assalto dei pirati catturata petroliera italiana” e “Maroni contro Alemanno: ‘Niente fondi per i rom’ ”. In taglio basso: “Battaglia tra i giganti di Internet per trovare la ‘risposta perfetta’ ” e “Perché ormai i nostri ragazzi pensano che studiare sia inutile”. 

LA STAMPA – In apertura: “Ruby, oggi le richieste dei pm” e in un box: “Bondi, il ministro fantasma”. In taglio alto: “Petroliera italiana nelle mani dei pirati” e “Riccò choc, è stata un’autodistruzione”. Editoriale di Federico Geremicca: “La palude è peggio del voto”. Di spalla: “Ogni Paese si ribella per conto suo” e “Con gli alpini nel deserto dei tartari”. Al centro foto-notizia: “L’ultima giostra di Alessia e Livia”. A fondo pagina: “Cento all’ora nella nebbia”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Piano crescita, primo stop” e in taglio alto: “Ruby, oggi per Berlusconi la richiesta di rito immediato”. Editoriale di Fabrizio Forquet: “Le buone intenzioni non alzano il nostro Pil”. Al centro la foto-notizia: “Cina. Stretta sui tassi prezzi record del grano” e “Fiat: intesa separata sui permessi sindacali. E’ scontro sulla sede”. Di spalla: “Il classico design Starck papà Philippe e la figlia Ara”. A fondo pagina: “Inter-Juventus 12.000 a 0, arbitra il Consiglio di Stato”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Ruby, verso il rito immediato” e in un box: “Sara, gli sms e l’auto della scorta del Cavaliere”. Editoriale di Romano Prodi: “C’è posto in Italia per cervello e cuore di Fiat”. Al centro foto-notizia: “Rogo di Roma, genitori indagati. Fondi per i campi rom, scontro tra Alemanno e Maroni” e “Liberalizzazioni e incentivi, ecco il piano del governo”. In un box: “Unità d’Italia, la festa divide la maggioranza”. In taglio basso: “Gemelline sparite, il giallo dei soldi” e “Roma, un socio lascia la cordata”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Porcata finale”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro la foto-notizia “ ‘Vi racconto le 4mila donne di Silvio’ ” e “Confindustria sosterrà le riforme del premier”. In un box: “Discesa in campo Della Valle lancia Montezemolo: ‘Pensa di entrare in politica’ ”. A fondo pagina: “Azionisti senza azionista di riferimento”.  

LIBERO – In apertura: “Il giudice che processa Silvio scese in piazza contro di lui”, con editoriali di Gianluigi Nuzzi: “Siamo arrivati all’ultimo scontro. Per fortuna” e Filippo Facci: “Solo per il Cav il processo dev’essere breve”. Al centro la foto-notizia “Una terrorista al Quirinale” e “La Lega boicotta la festa per l’Unità”. 

IL TEMPO – In apertura: “Giallo su Ruby in Camera”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Frustata sì, ma a rischio flop”. In apertura a destra: “Il ceceno Umarov guasta il nome dell’Fsb e i suoi rapporti con Medvedev”. Al centro “La crescita all’esame Monti”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Processo subito”. A fondo pagina: “Rom, sgombero dei grandi e violenza sui più piccoli”. (red)

2. Ruby, premier subito a giudizio

Roma - “L’ultimo dubbio è stato sciolto ieri pomeriggio. Un vertice di alcuni minuti, - riporta Emilio Randacio su LA REPUBBLICA - nell’ufficio del procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. Poi, la decisione. Da questa mattina, gli atti a carico del presidente del Consiglio (la cui posizione è stata stralciata dall’inchiesta che vede indagati per induzione alla prostituzione la consigliera del Pdl Nicole Minetti, il direttore del Tg4 Emilio Fede e l’agente dei vip Lele Mora), saliranno al settimo piano del palazzaccio, all’ufficio del gip di Milano Cristina Di Censo. Per i magistrati Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, il premier deve essere processato per concussione e prostituzione minorile in un’unica tranche. Per entrambi i reati, la procura è convinta di aver raccolto quella ‘prova evidente’, necessaria per imboccare quell’autostrada prevista dal codice senza passare per un’udienza preliminare. Una decisione che non sorprende il collegio difensivo di Silvio Berlusconi. ‘Me lo aspettavo’, ha commentato l’annuncio della procura, Niccolò Ghedini. Preannunciando l’ennesimo braccio di ferro che s’innescherà, d’ora in avanti, con i pm. ‘Perché - spiega il concetto l’esponente del Pdl - questa decisione viola la carta costituzionale’. Per i magistrati, invece, le pressioni di Silvio Berlusconi sulla questura per fare rilasciare la minorenne marocchina, Ruby Karima, la notte del 27 maggio scorso e lo sfruttamento della stessa giovane prostituta, ormai sarebbero documentate dalle carte raccolte e giustificherebbero il rito adottato. Una scelta che è stata comunque lungamente ponderata dai magistrati, impegnati negli ultimi giorni in diverse e frenetiche riunioni. E su cui, ora, si attende solamente il via libera definitivo del gip. Alla Di Censo potrebbero bastare anche meno di dieci giorni (il codice ne prevede cinque, ma il termine non è tassativo), per prendere la sua decisione. Trascorso questo periodo, avrà la facoltà di accogliere la richiesta, o rigettarla. Nella prima ipotesi, - prosegue Randacio su LA REPUBBLICA - contatterebbe le due sezioni del Tribunale competenti per questi reati, per sapere quale è la prima data disponibile per dare il via al dibattimento. In questo caso, notificherebbe alle parti la sua decisione, mettendo anche a disposizione della difesa del premier tutti gli atti dell’indagine (che fino ad allora rimarranno segreti). È impossibile al momento ipotizzare una data certa, ma non si esclude che possano bastare anche solo un paio di mesi. In caso contrario, il fascicolo tornerebbe nelle mani dei magistrati, ai quali non resterebbe che proseguire attraverso l’iter ordinario: sostenere le medesime accuse nel corso di un’udienza preliminare davanti a un nuovo gup. Quello che è certo è che la stagione che si sta per aprire al tribunale milanese sarà ricca di appuntamenti processuali per il Cavaliere. Si parte il 28 febbraio, con la ripresa, dopo la decisione della Consulta sul ‘legittimo impedimento’, del processo Mediaset sui presunti fondi neri dei diritti cinematografici. Il sabato successivo (5 marzo), toccherà invece all’udienza preliminare Mediatrade (le accuse al premier sono di frode fiscale e appropriazione indebita). L’11 marzo, infine, si riaprirà il dibattimento sulla presunta corruzione giudiziaria dell’avvocato inglese David Mills. Ieri mattina, infatti, il presidente del Tribunale, Giuseppe Tarantola, ha deciso di applicare il giudice Francesca Vitale al processo. La Vitale, che aveva condotto i primi passi del dibattimento, in attesa della Consulta era stata trasferita in Corte d’appello e aveva chiesto di rimanerci per i ‘troppi impegni di lavoro’. Richiesta respinta. Sarà ancora lei – conclude Randacio su LA REPUBBLICA - a dover giudicare il presidente del Consiglio, riforma del ‘processo breve’ permettendo”. (red)

3. “Con un reato ne ha coperto un altro”

Roma - “Dicono al quarto piano del palazzo di giustizia: ‘Per quanto la si voglia complicare, in fondo è una storia semplice’. E, in effetti, - riporta Piero Colaprico su LA REPUBBLICA - sarebbe una storia semplice, se riguardasse un qualunque cittadino. Uno che, nella ricostruzione dell’accusa, ‘per evitare di essere coinvolto in un’inchiesta di prostituzione con minorenni, e sapendo che tante ragazze potrebbero coinvolgerlo, mente. Spinge alcuni poliziotti a dargli retta. Ottiene il favore che voleva. Fa uscire da una questura una minorenne marocchina, accusata di furto’. Un cittadino qualsiasi, il giorno dopo, finirebbe nei guai o no? Questa ‘storia semplice’ investe però Silvio Berlusconi, l’uomo dei superpoteri. In procura non lo ignorano ed è per lui che i pm sembrano essersi sobbarcati - e lo rende noto oggi alle 11 il procuratore capo - il massimo dei rischi: giudizio immediato per i due reati. Concussione e prostituzione minorile insieme. Con la convinzione di superare ogni intoppo procedurale. E di aver raggiunto quanto serve per chiedere e ottenere - come vuole la legge - il processo il prima possibile; e, poi - non nascondiamocelo - la condanna. A collegare i reati è Ruby-Karima, la neo-diciottenne sempre più conosciuta dalle masse. Ed è non a caso lei, Ruby, l’unica che la procura chiama come parte lesa dell’’utilizzatore finale’. Inchiodati l’uno all’altra, in questa storia diseguale, tra l’uomo di 74 anni che può comprare tutto e la ragazza di 17 che, non avendo altro, può vendere solo se stessa (‘Quell’altra è la pupilla, io sono il culo’, dirà, ridendo amaro). La strada più facile sarebbe stata chiedere il processo solo per la concussione. Perché è un affare giudiziario che ‘si chiude in quattro o cinque giorni’, come sostenevano in Procura nei giorni scorsi. Conto facile: che cosa c’è da fare (se ci si arriva) in aula? Interrogati i funzionari Giorgia Iafrate e Pietro Ostuni, i due poliziotti del commissariato Monforte che notarono le anomalie, Nicole Minetti e Michelle Coinceicao, che esfiltrarono Ruby da via Fatebenefratelli, non è che ci sia molto di più. La stragrande maggioranza degli atti sta ‘documentata’ nelle relazioni di servizio, compresa la (se vogliamo simpatica e spregiudicata, ma) poco astuta telefonata del premier. Si è esposto in prima persona: ha lasciato tracce indelebili. Nelle ipotesi degli investigatori, dunque, condanna ‘facile’. E sono tutti convinti (Tangentopoli insegna) – prosegue Colaprico su LA REPUBBLICA - che non sia un reato ministeriale. Perché non approfittarne? La questione che sembra aver prevalso è meno tecnica. Più umana, o se si vuole disumana, comunque concreta: ‘Perché Berlusconi commette la concussione’ chiamando di persona la questura? Lo fa ‘con uno scopo’. Salvarsi - e vediamo in queste settimane che cosa sta accadendo in mezza Italia, tra Vaticano e Quirinale, piazza e parlamento - da quello tsunami di fango che, creato da Berlusconi medesimo con i suoi comportamenti, avrebbe potuto ripiombargli addosso. ‘In casa mia entrano persone per bene’, giurava il premier davanti ai sostenitori. Non era così, c’erano ‘zoccole’ e ‘disperate delle favelas’ (parole non d’avversario, ma di Nicole Minetti all’amica M.T.). Conta perciò l’essenza di Ruby come vittima, anche se non è Maria Goretti: in un paese libero, che tutela da tempo i minori, i deboli, gli ‘scappati di casa’, la prostituzione minorile è un fulmine divino che colpisce - com’è giusto - il cliente. Lei e lui c’erano, ad Arcore. Più, e più, e più volte. Gli indizi portano a dire che non si guardavano negli occhi, che il ‘bunga bunga’ non è una barzelletta e che, a Milano, - conclude Colaprico su LA REPUBBLICA - si sta cercando un po’ di verità in mezzo ad un mare di disperazione”. (red)

4. Giudice che processa Silvio scese in piazza contro di lui

Roma - “La procura di Milano – riporta Franco Bechis su LIBERO - ha rotto ogni indugio. Ha deciso di stralciare la posizione di Silvio Berlusconi da quella di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, chiedendo solo per il premier il giudizio direttissimo sia per concussione che per avere comprato prestazioni sessuali da Ruby Rubacuori quando ancora era minorenne. I pm sono quasi certi di ottenere il giudizio. Tanto certi che il presidente del Tribunale, Livia Pomodoro, ha già allertato da almeno una settimana la quarta sezione penale presieduta da Oscar Magi, perché si preparasse al processo del secolo. Magi è un magistrato duro e militante della corrente delle toghe rosse (Md), e più volte ha già incrociato battagliando le vicende politico-giudiziarie di Berlusconi. Ecco la sua storia. L’episodio è diventato il più chiacchierato degli ultimi tempi a palazzo di Giustizia di Milano. Martedì primo febbraio nel bel mezzo di un importante processo, quello per le tangenti Enipower, in aula è arrivata trafelata una commessa del Tribunale. Si è avvicinata al presidente della quarta sezione penale, Oscar Magi, e gli ha sussurrato: ‘il presidente ha bisogno di vederla. Subito’. Ambasciatore non porta pena, tanto più se a inviarlo era Livia Pomodoro. Un po’ seccato Magi ha sospeso l’udienza, rassicurando che sarebbe tornato il prima possibile. E infatti una ventina di minuti più tardi il processo è potuto riprendere regolarmente. O quasi. Perché Magi è tornato in aula agitato e scuro in volto. Ha riaperto l’udienza, concesso la parola al pubblico ministero, quando all’improvviso una musichetta mano mano crescente è rimbombata nel silenzio dell’aula. Un suono familiare, e a qualche avvocato è scappato un sorriso: ma sì, quella musichetta era proprio la sigla di Ballarò, il programma televisivo che proprio quella sera Giovanni Floris avrebbe condotto su Rai Tre. La musica era la suoneria di un telefonino. Il presidente Magi si è fatto rosso involto e imbarazzato ha spiegato: ‘Scusatemi. E il mio telefonino. Ora lo spengo’. L’udienza è proseguita senza ulteriori intoppi, ma alla fine è stato un gran confabulare fra avvocati, commessi e giudici a latere. Non si sa chi abbia dato l’informazione e se la fonte originaria fosse diretta, ma subito si è diffusa a palazzo la ragione di quella convocazione della Pomodoro, certo inusuale. Secondo la ricostruzione, Magi sarebbe stato informato dell’imminenza del rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi per il caso Ruby, certo con l’imputazione di concussione ma probabilmente anche con quella prevista dall’articolo 600 bis, comma 2 del codice penale (prostituzione minorile). Dunque – prosegue Bechis su LIBERO - toccherebbe proprio alla quarta sezione penale il processo dell’anno a Silvio Berlusconi. Siccome prevale l’accusa di concussione, è una delle sue sezioni specializzate nella materia. L’altra è quella presieduta da Valeria Gandus, e per il Cavaliere si tratterebbe semplicemente se scegliere di finire in padella o adagiarsi comodamente sulla brace. Difficile dire chi fra Gandus e Magi possa essere la padella e chi rappresentare la brace. Nessuno dei due magistrati è ben disposto con il premier. Il prossimo giudice di Berlusconi si è già occupato più di una volta del premier italiano, direttamente o indirettamente. E non gliele ha mandate a dire. Magi è stato gip collegato al pool mani pulite di Milano in sostituzione di Italo Ghitti, e in quella veste ha istruito il processo perle tangenti alla Guardia di Finanza. Peraltro già prima come giudice istruttore si era occupato di inchieste del pool, controfirmando ad esempio numerosi arresti eccellenti per l’inchiesta Enimont. Indirettamente ha incrociato le vicende giudiziarie di Berlusconi in un altro processo: quello in cui assolse il teste Omega, Stefania Ariosto, dal reato di diffamazione nei confronti di un altro magistrato, Rosario Priore. La sentenza fece molto discutere, perché riconobbe che i fatti attribuiti a Priore dall’Ariosto (tra l’altro una puntata al casinò di Montecarlo insieme a Cesare Previti) erano falsi. Ma non c’era intenzione di diffamarlo. Anche in tempi più recenti i destini del Cavaliere e del suo possibile prossimo giudice si sono incrociati. Magi è stato infatti il primo giudice ad avere tuonato in provvedimento scritto contro il reato di immigrazione clandestina (definito ‘manifestamente irragionevole’) inserito nel pacchetto sicurezza nel 2008 dal governo Berlusconi. Ha presieduto la corte che ha condannato l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia a tre anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici. E soprattutto ha guidato il processo per il rapimento ad Abu Omar, costretto sì dalla Corte costituzionale a tenere fuori il Sismi di Nicolò Pollari sulla cui attività era stato opposto il segreto di Stato. Ma levandosi più di un sassolino dalla scarpa nelle motivazioni della sentenza. Criticò la Corte costituzionale (non è fra i giudici convinti che le sentenze si rispettano e basta) definendo quella decisione ‘un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante’ con cui è stato tirato un ‘sipario nero’ sulle attività del Sismi. Prima di scrivere la sentenza Magi interpellò formalmente Berlusconi sul segreto di Stato accusandolo di ‘evidente ambiguità delle posizioni prese nello svolgimento della vicenda in questione’. Insomma, - continua Bechis su LIBERO - un osso duro. Che ha pure le sue idee in testa assai diverse da quelle del presidente del Consiglio. Ha una passione evidente per la tv militante. A parte il telefonino con la sigla di Ballarò, Magi ha sorpreso tutti ammettendo come prove al processo sui derivati del comune di Milano una serie di puntate di Report di Milena Gabanelli. Ha però punito con una sentenza che ha fatto assai rumore i manager di Google Italia colpevoli per un filmato caricato nella sezione video da alcuni studenti che malmenavano un loro compagno di scuola handicappato. Ma anche nella magistratura Magi è militante attivo. Iscritto a Magistratura democratica da più di 30 anni, è sempre stato protagonista dei congressi dell’associazione e talvolta si è presentato alle elezioni dell’Anm. Nel 2007 salutò con il governo di Prodi augurandosi che abrogasse ‘l’orrenda riforma Castelli’ e concluse: ‘Non credo, così come suggeriva Giorgio Gaber, che la mia generazione ha perso, e che di vincente ci sia solo l’arrivismo, la forza, l’opportunismo’. Proprio alla vigilia delle elezioni del 2006 Magi sfilò nel corteo del 25 aprile per difendere la Costituzione dall’assalto dei berluscones a braccetto con altre due donne-magistrato: Valeria Gandus e Ilda Boccassini. Se entrambi i reati di cui è accusato Berlusconi dovessero finire davanti alla sua sezione, Magi può rivendicare una certa competenza anche sui casi hard. Nel 1988 fu lui ad arrestare il titolare della Flash Model di Milano sostenendo che solo sulla carta reclutava fotomodelle, che in realtà si prostituivano in cambio di una particina in un film o di un servizio fotografico. Poi nel 1992 Magi si trovò a dovere dirimere una contesa sul comune senso del pudore contro le immagini hard di llona Staller, la pornodiva meglio conosciuta come Cicciolina. Scrisse una sentenza di 23 pagine che la stampa all’epoca definì ‘un vero e proprio compendio sessual giudiziario’. E’ l’unica buona notizia per il Cavaliere – conclude Bechis su LIBERO -. Allora il giudice Magi sentenziò: ‘Non può esistere uno Stato etico determinatore della libertà sessuale’. Chissà...” (red)

5. Il Cavaliere: “Siamo alla mossa del golpe”

Roma - “‘Questo non è più uno Stato di diritto. E’ una Repubblica giudiziaria. C’è in atto un golpe di una parte della magistratura’. Berlusconi – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - alterna stati di depressione a voglia di combattere fino in fondo contro ‘una aggressione giudiziaria che non ha precedenti nella storia’. Calpestando, come dice il deputato-avvocato Ghedini, ‘le norme costituzionali’. Il premier non butta la spugna proprio ora che si rafforza in Parlamento con il nuovo gruppo dei Responsabili, disomogeneo e raccogliticcio quanto si vuole ma utile a blindare il suo governo e a ritrovare in alcune commissioni quella maggioranza perduta con la scissione del Fli. Il Cavaliere si blinda e si barrica nel bunker antiatomico. E muove le truppe parlamentari nel tentativo di far passare il processo breve prima in commissione giustizia e poi in aula. Concorda la linea di difesa con l’avvocato di Emilio Fede (anche lui implicato nel caso Ruby e ragazze varie), Gaetano Pecorella che è andato a trovarlo ieri pomeriggio a Palazzo Grazioli. Sostiene che il Tribunale di Milano non è competente. Punta a sollevare il conflitto di attribuzione contro i Pm di Milano che hanno chiesto il rito immediato per il reato di concussione e prostituzione minorile. Il problema è che Berlusconi non dispone della maggioranza nell’ufficio di presidenza della Camera, l’organo che potrebbe essere chiamato a decidere. Difficile che qui passi vista l’aperta ostilità di Fini. Tuttavia non è escluso che il premier intenda insistere lo stesso anche per mettere “fuori gioco” il presidente della Camera. C’è chi lo consiglia di non esacerbare gli animi, di evitare denunce per attentato a un organo dello Stato (il governo), di mandare ispezioni al Tribunale di Milano. Nessuno gli toglie dalla testa – prosegue La Mattina su LA STAMPA - che ci sia un piano preordinato per distruggerlo, ora che si aggiungono pure le intercettazioni di escort che arrivano dalla Procura di Napoli. E intanto l’11 marzo riprenderà il processo Mills in cui Berlusconi è imputato per corruzione. E’ pure convinto che tutto finirà con un buco nell’acqua. ‘Non ci sono riusciti finora e non ci riusciranno nemmeno questa volta’, ripete a tutti quelli che ieri sono andati a trovarlo. Ieri ha messo un po’ la testa al Cdm di oggi sui provvedimenti economici che gli serve per rilanciare l’azione politica, per oscurare mediaticamente le mosse dei Pm milanesi e la marea di intercettazioni napoletane. Ma gran parte della giornata lo ha dedicata ai suoi avvocati Ghedini-Longo e il ministro Alfano. Si difende in tutti i modi. Ieri è ritornata a circolare l’idea della mobilitazione di piazza, ancora una volta accantonata, ma sempre pronta. Forse oggi verrà convocato l’ufficio di presidenza del Pdl per scrivere un documento durissimo contro i magistrati. Un’iniziativa politica per proteggere a spada tratta il capo e rilanciare sulla riforma della giustizia. Nulla viene lasciato al caso, nemmeno i rapporti con il Vaticano. Nei giorni scorsi ci sarebbe stato un colloquio tra Gianni Letta e il cardinale Tarcisio Bertone. Il sottosegretario lo ha rassicurato che non c’è nulla di veramente preoccupante nelle carte in mano ai pm: non ci sono prove concrete e schiaccianti; tutto si risolverà in una bolla di sapone. Presso la Segretaria di Stato vaticana spiegano che in effetti la situazione non è ancora chiara e questo rende prudenti i media che rispondono direttamente al Vaticano. Berlusconi alza il muro attorno a sè e non ha dubbi sulla lealtà di Bossi, sul fatto che si potrà procedere sul doppio binario federalismo fiscale-riforma della giustizia (processo breve). Screzi non ne mancano con i leghisti su come è stata gestita la vicenda del decreto legislativo sul federalismo municipale. Non ci sono conferme, anzi solo smentite, - conclude La Mattina su LA STAMPA - anche su uno scontro l’altra sera a Villa San Martino con Tremonti che continua a non rendere disponibili le risorse per il piano di sviluppo”. (red)

6. Il Cavaliere teme l’effetto valanga: “Solo fango”

Roma - “Blindato a palazzo Grazioli con i suoi avvocati, - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - l’orecchio a terra per captare i rumors di nuove intercettazioni in arrivo dalla procura di Napoli, Silvio Berlusconi è un vulcano pronto a esplodere. ‘Quei pm milanesi - ha tuonato ieri con un ministro - si sarebbero già dovuti fermare, stanno calpestando ogni regola pur di darmi addosso’. Ripete a tutti di essere ‘innocente’, proclama la sua fiducia nei sondaggi: ‘Gli italiani hanno capito benissimo e sono con me’. E tuttavia, come gli hanno ripetuto anche ieri Ghedini e Alfano, al momento il premier non dispone di alcuna arma per fermare i suoi magistrati. Berlusconi è ‘indignato’ per l’atto compiuto dalla procura di Milano, che ha stralciato la sua posizione da quella degli altri protagonisti delle feste di Arcore per andare subito al processo. ‘Si sono messi sotto i piedi un voto preciso della Camera dei deputati’, protesta il Cavaliere pensando alla deliberazione con cui Montecitorio ha respinto la richiesta dei pm di perquisire l’ufficio di Spinelli, il suo cassiere personale. Con quella votazione la maggioranza di governo dichiarava infatti ‘l’incompetenza’ della procura di Milano a favore invece del Tribunale dei ministri. Gli avvocati del premier sono pronti al contropiede, convinti che i pubblici ministeri, ‘infischiandosene del Parlamento’, abbiano condannato l’intero procedimento alla ‘nullità’. Studiando le carte hanno scovato il precedente delle Sezioni unite della Cassazione, che annullarono il processo De Lorenzo proprio per lo stesso motivo. Ma la futura ‘nullità’ non ferma la macchina del processo come pretenderebbe invece Berlusconi. Anzi, - prosegue Bei su LA REPUBBLICA - la mossa della procura, quello sdoppiamento del destino di Berlusconi dalla Minetti&Co, visto da palazzo Grazioli espone il Cavaliere a un rischio in più. Nel Pdl lo chiamano ‘effetto Mills’, richiamando la condanna dell’avvocato inglese che ha riverberato i suoi effetti anche sull’imputato principale di quel processo, il presunto corruttore. In sostanza, il dibattimento contro Fede, Mora e Minetti andrà comunque avanti, con la sua sfilata di testi e l’imbarazzante mole di intercettazioni e interrogatori. E un’eventuale condanna si abbatterebbe anche sul presunto utilizzatore finale dei loro servigi. Il premier insomma si sente in trappola, ormai non può sfuggire dal processo di Milano. Ogni soluzione infatti, a partire da qualsiasi ipotesi di legge ad personam, prevede tempi troppo lunghi. L’ultimo appiglio è scatenare una guerra alla Consulta, sollevando un conflitto di attribuzione per scippare a Milano la competenza a giudicarlo. Certo, il governo potrebbe utilizzare l’avvocatura dello Stato. Ma la strada più efficace sarebbe quella di coinvolgere nuovamente la Camera dei deputati. Ed è proprio questa la strategia che hanno in mente i vertici del Pdl, nonostante la perplessità di Ghedini e Longo. Il problema è che Berlusconi si troverà a passare per le Termopili presidiate dal suo arcinemico Gianfranco Fini. Per arrivare a una decisione sul conflitto è prevista infatti una procedura complessa: gli avvocati del premier devono scrivere al presidente della Camera e questi, a sua volta, deve chiedere un parere alla giunta per le autorizzazioni. Ma se anche la giunta, controllata dal Pdl, si esprimesse a favore del conflitto d’attribuzione, dovrà essere comunque l’ufficio di presidenza a dire l’ultima parola. E in quell’organismo, composto da 19 membri, la maggioranza può contare solo su otto voti a fronte dei dieci dell’opposizione. Una situazione che non cambierebbe dunque nemmeno dopo la prevista elezione di un membro dei Responsabili. In una situazione di emergenza, con il timore di ‘una nuova ondata di fango’ in arrivo (da Milano ma soprattutto da Napoli), il premier è convinto almeno di poter contare sulla solidità dell’asse del Nord. Una fedeltà, quella di Bossi al Cavaliere, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - ribadita anche lunedì scorso alla cena di Arcore. ‘Qualsiasi cosa stia per uscire, qualsiasi cosa accada con i giudici - gli ha garantito il Senatùr - , noi resteremo al tuo fianco’”. (red)

7. Finocchiaro: “La nostra dignità è quella del Paese”

Roma - Intervista di Laura Pertici ad Anna Finocchiaro su LA REPUBBLICA: “Berlusconi può cadere anche grazie alla dignità delle donne. Alla loro presa di coscienza. Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, a Repubblica Tv parla ovviamente di politica. Dunque delle 117 piazze che domenica saranno unite da un coro: ‘Se non ora, quando?’. La mobilitazione cresce di giorno in giorno. ‘E’ un grande fatto politico. Per le dimensioni, per la sua natura spontanea, perché non ci sono patronati di partiti. In passato il movimento delle donne ha pagato le divisioni, oggi invece ciascuna firma l’appello dell’altra, prevale la necessità di fare massa critica’. Cosa vuol dire per l’Italia? ‘La dignità delle donne corrisponde per una volta a quella del Paese. La loro identità, faticosamente costruita, le donne vogliono difenderla. Sono in fondo la parte più vivace della società, lo dimostra qualsiasi statistica su scuola e professioni. E’ per questo che un tale movimento può portare il presidente del Consiglio alle dimissioni’. Le donne del bunga bunga non sono libere di scegliere? ‘Certo che sono libere. Così come qualsiasi donna adulta che voglia prostituirsi senza costrizioni. Il problema è la concezione che Berlusconi ha del mondo femminile: usate per proprio capriccio, le donne gli vengono procacciate, lui ne diventa l’utilizzatore finale e poi le destina a cariche pubbliche. Ho sempre pensato che le donne nelle istituzioni non possono che far bene, ma non se sono oggetto di mercato. Le nostre figlie hanno lavorato per veder riconosciute le loro capacità, non per essere selezionate. Non si tratta quindi di una rivendicazione di genere, per questo a manifestare saranno anche gli uomini’. Intanto Berlusconi annuncia la ‘scossa’ economica, oltre che il ritorno al processo breve. ‘Chiunque abbia conosciuto la natura del potere berlusconiano non può pensare che tutto finisca senza colpi di coda. La modifica dell’articolo 41 della Costituzione è solo uno show, i tempi sarebbero lunghissimi. In quanto al processo breve, l’opposizione sarà dura anche perché si possa tornare a cogliere il senso vero delle parole: processo breve non significa che la giustizia in Italia riprenderà a funzionare, bensì che il capo del governo non andrà a giudizio’. Il patto con la Lega ancora non si scioglie. Che fine farà il federalismo? ‘La Lega tiene al laccio il premier e se lo porta in giro come un giocattolino. Ma sbaglia, non è con lui che può fare il federalismo, perché il premier e Tremonti hanno in testa un Paese in cui gli enti locali non contano niente e il potere rimane di poche persone, magari solo due. Per adesso Bossi sta cercando di raccogliere il maggior utile possibile prima delle elezioni, per poterlo spendere nei comizi. Non si arriverà alla fine della legislatura. Berlusconi è un uomo accerchiato’”. (red)

8. Alfano: la responsabilità civile nella Costituzione

Roma - “A fine giornata – riporta LA STAMPA - si trova pure la data: martedì 15 febbraio. Dopo una mattinata di tensioni, il ‘processo breve’ torna nel calendario dei lavori parlamentari. Un’accelerazione avviata con una scossa di prima mattina dal ministro Roberto Calderoli e rifinita in corso d’opera dal collega Angelino Alfano. Un doppio segnale che rimette al centro della fitta road map di PdlLega non solo il federalismo e l’economia, ma pure la giustizia. Del resto, la lettera inviata dal responsabile in commissione Giustizia del Pdl Enrico Costa alla presidente Giulia Bongiorno di ieri l’altro andava proprio in questa direzione. Una direzione che Roberto Calderoli rilancia sostenendo che il ‘processo breve è un obbligo nei confronti dei cittadini’. Parole sante, devono aver pensato tra le file del Pdl, tant’è che poco dopo sopraggiungono gli stralci dell’intervista rilasciata al settimanale ‘Tempi’ dal numero uno della Giustizia, che spiega: ‘Il processo, poi, non è breve ma è semplicemente di ragionevole durata, e ha lo scopo di dare un tempo certo e risorse adeguate alla giustizia’. Ma come? Modificando la Carta Costituzionale. Opzione che il Guardasigilli presenterà nel prossimo Consiglio dei ministri con un provvedimento sulla responsabilità civile dei magistrati (tema caro al radicale Marco Pannella, sottoposto e approvato al referendum dell’87): ‘Chi sbaglia paga. Come accade per tutte le categorie - chiarisce Alfano -. La responsabilità dei magistrati deve essere inserita nella Costituzione’. Ora, dunque, la palla torna alla finiana Giulia Bongiorno (presidente della commissione), ieri assente alla riunione dell’ufficio di presidenza per maternità. Ma se il Pdl preme, chiaramente l’opposizione frena. A cominciare dal leader del Pd Pier Luigi Bersani secondo il quale ‘il processo breve è uno schiaffo al diritto e ai cittadini’. E aggiunge: ‘E’ una legge ad personam, un’avvitamento dell’Italia sui problemi del premier’. Non da meno, ovviamente, Antonio Di Pietro che considera il provvedimento ‘un’autentica barbarie, nel metodo e nel merito’, mentre Roberto Rao dell’Udc ricorda: ‘In tanti si erano compiaciuti che il provvedimento fosse finito su un binario morto e lo stesso premier aveva detto che non gli serviva’. Ma di fatto, rispunta. ‘Siamo contrari - aggiunge l’esponente dell’Udc - perché al di là del soprannome che gli è stato trovato ha ben altre finalità, ormai note a tutti’. Martedì, dunque, si riparte. La Bongiorno avvisa che ‘porrà dei limiti alle audizioni richieste dalle opposizioni’ chiedendo che vengano elencate quelle ‘davvero indispensabili’, ma nel frattempo il Pd già propone l’audizione di tutti i 27 presidenti delle Corti d’appello”. (red)

9. Solo per il Cav. il processo dev’essere breve 

Roma - “Eccolo il processo breve, anzi immediato, anzi esclusivo – scrive Filippo Facci su LIBERO - è quello organizzato da un’intera procura che per mandare alla sbarra Berlusconi si è fatta prestare gente anche da altri uffici, così da macinare tutte le fotocopie necessarie. Eccolo il processo brevissimo, quel giudizio immediato addirittura preannunciato all’Ansa e che dovrebbe presupporre ‘l’evidenza della prova’ anche se la prova non è evidente manco per niente, perché abbiamo una concussione senza concussi (la questura di Milano non si ritiene vittima) e poi abbiamo dei fatti di prostituzione minorile (con Ruby, anche qui, presunta parte offesa) la cui effettività e consapevolezza del reo sarebbero tutte da ricostruire, come tuttavia un’udienza preliminare non ricostruirà: il rito alternativo, infatti, la salterà di netto. Ha vinto la scuola di Ilda Boccassini, ha vinto la linea dura che mira alla guerra lampo e alla torsione della giurisprudenza ai diktat della Procura di Milano, come ai vecchi tempi: un rito immediato per prostituzione minorile è fuori dal Codice? Non sta in piedi neanche con lo sputo? Staremo a vedere. Già si sapeva che la priorità dell’azione penale, qui in Italia, era notoriamente rivolta a problemi fondamentali quali sono appunto la prostituzione minorile e la concussione telefonica: ora sappiamo che non è così, la priorità infatti è generica e ad personam (altri indagati come Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora saranno giudicati con rito ordinario, senza fretta) e riguarda specificamente, questa prorità, i presidenti del consiglio: una forma di ennesimo privilegio. Intanto, ieri, si apprendeva che il processo Mills a carico di Silvio Berlusconi riprenderà il prossimo 11 marzo: dopo la parentesi dello ‘scudo’, parzialmente bocciato dalla Consulta, si torna finalmente a correre. Eccoli i processi brevi, - prosegue Facci su LIBERO - che ci sono già e che funzionano benissimo: quelli a Berlusconi. Ben lo sanno quei giudici che a Milano hanno sbrigato l’Appello del caso Mills in un solo mese e mezzo, per fare un esempio a caso. Il processo lungo, invece, a Milano continua a impiegare almeno sette anni per mandare in primo grado un processo per usura. Lo stesso processo lungo, nel resto d’Italia, impiega un minimo di cinque anni per un penale in primo grado, da otto a trent’anni per un civile, sette anni e mezzo per un divorzio, quattro anni per un’esecuzione immobiliare. Il processo breve, invece, quello cioè ad personam, ha fatto filare il primo grado del processo Mills per la bellezza di 47 udienze in meno di due anni: hanno lavorato talvolta sino al tardo pomeriggio, talvolta anche nei weekend. E lo stesso processo breve che ha visto depositare le motivazioni della sentenza d’Appello in soli 15 giorni anziché in 90: così il ricorso in Cassazione è stato velocizzato. Ma non c’è soltanto il solito caso Berlusconi. Il processo breve, inteso come discrezionalità della magistratura nel dare impulso ai processi che preferisce, ha chiuso il caso Cogne in tre anni, e, in generale, corre come un treno ogni volta che i giornali ne scrivono. Mentre altri procedimenti dormono, e come mai? Forse – conclude Facci su LIBERO - è perché manca la carta per le fotocopie - l’hanno usata tutta a Milano - o perché qualche cancelliere era in malattia, la segretaria è in maternità, insomma le solite cose che secondo l’Associazione nazionale magistrati costituiscono i veri e soli problemi ‘strutturali’ che ci vedono in coda a tutte le classifiche sulla giustizia. Problemi nei quali la magistratura, resta inteso, non ha né arte né parte”. (red)

10. Il Papi padrino 

Roma - “Cari elettori berlusconiani, - scrive Barbara Spinelli su LA REPUBBLICA - vi sarà giunta voce, immagino, che gli italiani sono divenuti un enigma per le democrazie alleate. Il mistero non è più Berlusconi, che da anni detiene un potere non normale: controllando tv, intimidendo giornali e magistrati. Dopo tante elezioni, siamo noi, singoli cittadini, a essere il vero rebus. Quel che ripetutamente ci chiedono è: ‘Perché continuate a volerlo? Perché insistete anche ora, che viene sospettato di corruzione di minorenni e concussione?’. Nessun capo di governo potrebbe durare più di qualche giorno, fuori Italia: la stampa, la televisione, i suoi pari lo allontanerebbero, costringendolo a presentarsi ai giudici. Di questo le democrazie non si capacitano: se non ora, quando vi libererete? A queste domande ciascuno deve saper rispondere: chi lo vota e chi non l’ha mai votato, giudicando non solo ineguale la battaglia fra schieramenti (per disparità di mezzi d’influenza) ma profondamente atipica. Tutti siamo contaminati, dal modo in cui quest’uomo entrò in politica e dalla natura del suo potere, che costantemente mescola il suo privato col nostro pubblico. Tutti viviamo in una sorta di show, dominato dal sesso e dai processi al premier. La cosa peggiore a mio parere è quando inveiamo contro le sue passioni senili. Come se a far problema fosse l’età; come se bastasse che a Arcore ci fosse un trentenne, perché le cose cambiassero. È la trappola in cui spesso cadono gli oppositori. Vale la pena leggere quel che ha scritto lo scrittore Boris Izaguirre, a proposito del consenso tuttora vantato dal premier. Le sue debolezze sono in realtà forze nascoste: ‘La corruzione, quando si espone, crea meraviglia. La capacità di scansare ogni controllo e di schivare la giustizia affascina’. Affascina anche l’epifania finale dell’anziano concupiscente. Nella ‘rivoluzione del gusto’ che questi impersona, l’epifania è ‘l’unica opzione per l’uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù’ (El Paìs, 7-2-11). Il nostro, lo sappiamo, è un paese di vecchi: l’offensiva che accoppia età e reati del premier è qualcosa che turba sia voi sia me. Fa cadere ambedue in una rete che imprigiona, che impedisce di far politica normalmente, di reinventare quel che sono, in democrazia, destra e sinistra. La rete in cui cadiamo – prosegue Spinelli su LA REPUBBLICA - è un film che non minaccia davvero il leader: è il suo film, noi e voi siamo comparse di una sua sceneggiatura, impastata di sesso, cattiveria, abuso di potere. Sono anni che abitiamo un mondo-fantasma lontano dalla realtà, imperniato sulla vita privata del capo. È lecito quel che fa? Osceno? I benpensanti sono convinti che di questo si occuperanno i magistrati, che politici e stampa debbano invece cercare una tregua. Ma tregua con chi? Si può patteggiare con un burattinaio che ci tramuta in pupazzi o spettatori di pupazzi? Se non si fa luce sulle notti di Arcore, è inevitabile che i film sulle papi-girl sfocino nel ridanciano. Ogni cittadino, berlusconiano o no, già ci scherza sopra, probabilmente, come gli spettatori ridono increduli negli ultimi giorni dell’uomo descritti da Kierkegaard, quando irrompe il buffone e dice che il teatro brucia. Nel momento in cui inizia la risata lo show sommerge il reale. Anche voi elettori Pdl lo intuite: le novità che attendete da anni rischiano di esaurirsi in un teatro in fiamme, con noi imbambolati a fissare il buffone. C’è da domandarsi se non sia precisamente questa, la forza del Cavaliere: distruttiva, ma pur sempre forza. Come Napoleone quando parlava dei propri soldati, egli sembra dire: ‘I miei piani, li faccio coi sogni degli italiani addormentati’. Imbullonati nello spettacolo senza vederne le insidie, ammaliati da veline e spazi azzurri che usurpano lo spazio della Cosa Pubblica, continueremo a esser pedine di un suo gioco. Sarà lui a decidere quando termina lo show di cui è protagonista. Lui occupa entrambi gli spazi, il fantasmatico e il reale, secondo le convenienze. È la sua doppia natura a confondere le menti: il suo essere Jekyll e Hyde. Chiamato a presentarsi in tribunale si rifugerà nell’inviolabile privato, esibendo la sguaiataggine di Hyde. Quando lo show tracimerà, ridiverrà l’impeccabile Dr Jekyll e dirà tutto stupito: ‘Propongo un patto di crescita economica, e l’armistizio sul resto’. A Galli della Loggia, che è storico dell’Italia, vorrei chiedere: con questa doppia personalità urge far tregue? È il motivo per cui nessun politico dovrebbe, oggi, invitare gli italiani a sognare un paese diverso. L’Italia ha già troppo sognato. Nel caldo delle illusioni ha disimparato lo sguardo freddo, snebbiato. Non di sogni c’è bisogno, ma di risvegli. L’altra Italia da raccontare fuori casa non è quella ‘che va a letto presto’, come dice la Marcegaglia. È quella che veglia, che osa di nuovo sapere, informarsi (Umberto Eco ha ben risposto, nella manifestazione di Libertà e Giustizia: ‘Io vado a letto tardi, signora, ma è perché leggo Kant’). Come i prestiti subprime, l’Italia è chiusa in una bolla, fabbricata da chi si pretende garante della sua stabilità. Ma le bolle scoppiano e voi lo sapete, elettori Pdl: quel giorno i pescecani si salveranno, e il vostro grande sballo finirà. Finché resta la bolla, è evidente che il premier conserverà influenza. Vi invito a leggere un articolo scritto nel 2002 sul Paìs da Javier Marìas (è riprodotto nel blog mirumir.blogspot.com). Lo scrittore enumera gli ingredienti della seduzione berlusconiana: la sua disinvoltura sempre ‘sottolineata in rosso’, il ‘sorriso falso perché costante’, il passato di cantante come allenamento per staccarsi dai domestici e mischiarsi ai potenti, la mentalità di vecchio portinaio franchista ossequioso coi potenti e sdegnoso coi domestici, il risentimento dietro una bontà caricaturale, il terrore d’essere escluso dalle cerchie dei grandi, l’assenza d’ogni ‘vergogna narrativa’. Egli seduce i declassati identificandosi con loro, e tanto più li sprezza. La sua morale: sei un perdente, se non infrangi come me leggi, diritti, costituzione. Dicono che vi piace l’antipolitica. Credo piuttosto che vi aspettiate troppo, dalla politica. Avete sognato un re-taumaturgo onnipotente e permissivo al tempo stesso, non un democratico. È inutile proseguire l’omertoso patto che vi lega a lui nell’illegalità: i risultati attesi non verranno. Questo è infatti Berlusconi: un potere fortissimo, ma impotente. Non è il fascismo, ma i primordi del fascismo - quando era pura ‘dottrina dell’azione’ - ripetuti come un disco rotto. Le masse cullate nell’illusione: tali sono i primordi. Poi la dottrina divenne politica, guerra, e fu rovina. Ma fu un agire. Non così Berlusconi. Da anni l’immagine è fissa sui preamboli fascisti del mago che seduce le folle umiliando l’uomo, come il Cavalier Cipolla che ipnotizza le vittime nel racconto Mario e il Mago di Thomas Mann. L’era Berlusconi è costellata di questi torbidi patti: patti con la mafia per proteggere impresa e famiglia; patti con giudici corrotti; patti con ragazze alla ricerca di soldi e visibilità. Si può indovinare quel che hanno pensato i loro genitori: ‘Meglio vergini offerte al drago, che precarie in un call-center’. Erano pagate per le prestazioni, e poi perché tacessero. Per questo possono divenire, da ricattate, ricattatrici del papi-padrino. Ma la storia italiana è anche storia di decenza, di morti caduti difendendo lo Stato, contro le mafie. Anche voi ammirate questa storia: avete ammirato i tre ultimi capi di Stato, e prima Pertini. Senza di voi tuttavia – conclude Spinelli su LA REPUBBLICA - il Quirinale può poco e l’Europa ancor meno. Ambedue ci risparmiano per ora il baratro, e forse l’Europa solo economico-monetaria è un po’ la nostra sciagura: i pericoli, ci toccherà intuirli dietro tanti veli. Ma li intuiremo. Se l’Egitto ha avuto la rivoluzione della Dignità, perché l’Italia non può avere una rivolta della decenza? La decenza ricomincia sempre con la riscoperta di leggi superiori a chi governa, del diritto eguale per tutti, della libera parola”. (red)

11. Lo Stato sia giusto, la virtù è dei singoli 

Roma - “Se non si rimane alla superficie delle cronache giornalistiche - che è, poi, il conflitto fra una parte della magistratura e Berlusconi - e si guarda ‘dentro’ quelle stesse cronache (alla matrice antropologica della questione), - osserva Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - si perviene a un’analisi della situazione e dei suoi possibili esiti che non è quella corrente e, da taluni, auspicata. La realtà è più complessa e articolata di quanto non traspaia sui media, dove le cronache giudiziarie prevalgono sulla riflessione e diventano ‘riflesso a sé’ di una realtà non di rado virtuale (la notizia che crea il fatto). La superficie: il conflitto fra una parte della magistratura e Berlusconi è l’epifenomeno di un cambiamento culturale che ha investito l’intera società. La matrice antropologica: il passaggio della cultura nazionale - del quale una parte della magistratura è stata, dapprima, la spinta propulsiva e, ora, è il motore che, in certi ambienti, ne perpetua l’esito - da un’idea di società ‘giusta’, nei limiti, legali, di una civile, storica, possibile convivenza, compatibile con l’umana fallibilità, a una idea di società ‘virtuosa’, in un’accezione etica in perenne contraddizione-contrapposizione con la società civile, storica, possibile. Gli esiti: anche se Berlusconi uscisse di scena, la tensione fra le due idee di società permarrebbe perché le due idee di società sono razionalmente inconciliabili. L’irruzione di Tangentopoli nella società italiana ha avuto - mi scuso con credenti e cultori della materia per il paragone paradossale e irriverente - lo stesso effetto che sul cristianesimo, con Paolo e Agostino, ha avuto quella del peccato originale. Dal 1992, non c’è stata più salvezza nella (sola) Legge ma, per gli italiani, la redenzione si è collocata al di fuori della Legge; in una dimensione meta-giuridica, se non metafisica. La corruzione - che sembrava circoscritta al solo finanziamento illecito dei partiti - è diventata l’impedimento oggettivo e permanente alla redenzione degli italiani se non attraverso una filosofia-teologia della Grazia identificata con la Virtù secondo l’interpretazione che ne dà l’Etica collettiva. Il Paese è passato dall’idea di ‘Dio giusto’ del Vecchio Testamento - quello delle Tavole della legge, rispettando le quali gli uomini trovavano la salvazione; e che, nello Stato moderno, è lo Stato di diritto - a quella di Dio ‘buono’ del Nuovo Testamento (che si sostanzia nel circuito mediatico-giudiziario) cui solo è affidata la salvazione degli uomini. Così, - prosegue Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - non si chiede all’Uomo di essere giusto - di muoversi all’interno del concetto di legalità al di fuori della quale esercita quelle libertà che hanno nel foro della propria coscienza il solo tribunale - ma di essere buono e trovare la propria salvazione nella sanzione di un tribunale al di fuori di se stesso. Tutto è cambiato. Gli italiani sono diventati massa damnationis. Ora, le cronache giornalistiche sono ricche di omaggi del Vizio alla Virtù. Di donne che spuntano dai verbali delle Procure per allietare questo o quel funzionario pubblico per ciò stesso dato per corrotto; le raccomandazioni, i favori che gli amici si scambiano da che mondo è mondo in altri Paesi - senza commettere reati perseguibili penalmente, se non in un futuro indefinito, rispetto all’impatto mediatico immediato che, invece, ha la notizia - sono occasione di riprovazione morale pubblica (Chicago è stata oggetto di studio come esempio di efficienza amministrativa grazie a un certo livello di clientelismo); singoli casi di cattiva gestione della cosa pubblica, che dovrebbero essere oggetto di autonome inchieste.giornalistiche, e non della trascrizione letterale, a-critica, di verbali giudiziari privi di rilevanza penale, sono assunti a paradigma dell’irredimibile natura italica. È un’orgia di ‘pagliuzze nell’occhio del vicino’, di ‘scagli la prima pietra chi è senza peccato’, che hanno come solo risultato di creare un clima di guerra alle streghe, di linciaggi di Piazza, di creazione di roghi morali, destinati inevitabilmente a colpire, domani, anche gli stessi avversari di oggi del centrodestra. Litalia è divisa in una ‘città di Dio’, dove vive e opera una minoranza di toccati dalla Grazia, e una ‘città degli uomini’, dove vive e opera la maggioranza dei dannati - gli elettori di centrodestra, quelli che per definizione parcheggiano in doppia fila - che solo il passaggio alla ‘città di Dio’, cioè all ‘altra sponda politica, salverebbe. Non c’è teoria della giustificazione che tenga. Non basta più – conclude Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA - il riferimento alla parola della Legge, come auto-giustificazione di comportamenti da essa non previsti e non sanzionati, ma deve essere il Tribunale della Storia, lungo il percorso della quale - che sono poi le direttrici operative del circuito mediatico-giudiziario - è la strada della salvezza. P. S. Ho utilizzato - sotto il profilo metodologico e comparativo - il libro di Hans Jonas (Problemi di libertà, ed. Aragno, con la bella introduzione di Emilio Spinelli) sul concetto di libertà. Con una precisazione. Oggi, non c’è traccia - né sui media, né nell’operato di una parte della magistratura - di qualcosa che assomigli teoreticamente alla Epistola ai Romani, di Paolo, o al Contra duas epistolas Pelagianorum di Agostino. Oggi, siamo solo alla tirannia del Luogo comune”. (red)

12. Porcata finale

Roma - “Messaggini, telefonate, confidenze: il grande fratello delle procure, che ha puntato il suo orecchio su chiunque avesse a che fare con Berlusconi, - scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - sforna nuovo materiale appetitoso per guardoni. La crepa aperta dai pm di Milano sta diventando una voragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spiare nella vita privata del premier e dei politici, sperando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza perché l’obiettivo è screditare, infangare. Ogni giorno ha la sua novità, e le ultime arrivano dalla Procura di Napoli che non vuole rimanere indietro nella corsa all’ammazza Berlusconi. Migliaia di intercettazioni stanno per essere riversate nelle redazioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo immediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefonata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prostituzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo. Come si fa a ritenere ‘certi’ due reati nei quali le presunte vittime (il funzionario della questura e la ragazza) negano di essere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’accusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se dimezzo c’è Silvio Berlusconi. Per il premier – prosegue Sallusti su IL GIORNALE - la legge non si applica, si interpreta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Così, decaduto il legittimo impedimento, a marzo riprenderà anche il processo Mills (presunta corruzione) nonostante la prassi voglia che se il presidente della corte viene trasferito (come nel caso in questione) il dibattimento debba riprendere dall’inizio. Se la situazione non fosse tragica, perché in gioco ci sono le elementari libertà personali, il momento si potrebbe definire comico. Ieri l’opposizione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vogliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitute ha annunciato che scenderà in piazza domenica contro la strumentalizzazione che la politica sta facendo della professione. Insomma è tutto un bordello, perdi più gestito e orchestrato da una manica di moralisti pubblici dalla dubbia moralità privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, ha chiamato a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uomini liberi. L’appuntamento è al teatro Dal Verme al motto di: ‘In mutande ma vivi’. Noi non mancheremo”. (red)

13. La palude è peggio del voto

Roma - “C’è qualcosa di peggio – si chiede Federico Geremicca su LA STAMPA - delle elezioni anticipate nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e con l’economia in una situazione di profondo rosso? Forse sì, qualcosa di peggio c’è. E lo ha testimoniato - in fondo - perfino la giornata di ieri, una giornata ‘politicamente tranquilla’ che il presidente del Consiglio ha però impegnato quasi interamente in interminabili riunioni col suo più sperimentato gabinetto di crisi: il ministro di Grazia e Giustizia e i suoi avvocati Ghedini e Longo (ai quali si è poi aggiunto a sorpresa uno dei legali della prima ora del premier, l’onorevole Gaetano Pecorella: a testimonianza, forse, dell’ora grave). Il peggio, rispetto a elezioni anticipate, è la stagnazione, la palude, un governo inerte che annaspa e lentamente sprofonda nelle sabbie mobili. E’ un rischio che - da Emma Marcegaglia alle opposizioni più responsabili, fino a ogni statistica sullo stato del Paese - hanno segnalato in molti. Ed è un pericolo che, a onor del vero, lo stesso Berlusconi ha denunciato fino a non troppo tempo fa: ‘O abbiamo i numeri per governare e fare le riforme, oppure è meglio andare al voto’. Con la nascita del gruppo dei cosiddetti ‘responsabili’, ora l’esecutivo i numeri li ha: ma non si sono osservate svolte, a riprova del fatto che in politica i numeri sono certo necessari, ma non sempre sufficienti. Un paio di accelerazioni, in verità, nelle ultime 24 ore ci sono state: ma non riguardano l’azione di governo sul fronte delle emergenze da affrontare e sono accelerazioni - entrambe - che non paiono promettere nulla di buono. La prima ha riguardato il cosiddetto ‘processo breve’, rimesso in calendario e all’ordine del giorno in tutta fretta per la prossima settimana; la seconda ha per obiettivo un riequilibrio dei rapporti numerici tra maggioranza e opposizioni in molte commissioni parlamentari: a cominciare, naturalmente, dalla Bicamerale che ha in esame i decreti attuativi del federalismo. Si dice che le due decisioni siano il frutto di un accordo - ma più correttamente sarebbe meglio dire di un baratto - tra il presidente del Consiglio e l’ultimo degli alleati rimastigli, Umberto Bossi: a te quello che è necessario per accelerare il varo del federalismo, a me quel che occorre per fronteggiare l’offensiva giudiziaria (vecchia e nuova) di cui sono oggetto. Si tratta, in tutta evidenza, di due pessime notizie: la prima, infatti, riporta al centro del dibattito politico (e dei lavori parlamentari) una iniziativa legislativa che, oltre a non esser avvertita come urgente e di interesse generale nella situazione in cui si trova il Paese, tornerà a surriscaldare il clima politico oltre ogni misura e con le conseguenze immaginabili; la seconda, invece - il riequilibrio dei rapporti di forza, a cominciare dalla Bicamerale per il federalismo - pare confermare l’idea di voler procedere, anche su questo delicato terreno, a colpi di maggioranza, lasciando intravedere un nuovo muro contro muro dal quale - e i fatti lo hanno già dimostrato - il governo ha poco o nulla da guadagnare. E’ certo che – prosegue Geremicca su LA STAMPA - anche di questo il Presidente della Repubblica avvertirà il leader leghista, atteso oggi al Quirinale per un incontro ‘chiarificatore’ chiesto dallo stesso Bossi. Napolitano ne aveva già parlato qualche giorno fa a Bergamo, culla leghista, ripetendo che scontri all’arma bianca non avrebbero affatto favorito una più rapida approvazione dei provvedimenti tanto attesi da Bossi. Per tutta risposta, dal Quirinale hanno dovuto osservare il muro contro muro nella Bicamerale e il successivo, maldestro tentativo del governo di varare comunque il decreto legislativo, non controfirmato dal Capo dello Stato. Non sappiamo se Napolitano riuscirà a persuadere Bossi dell’insensatezza di un agire ‘muscolare’ non sostenuto - per di più - dagli ampi consensi necessari. Sappiamo invece - per cronaca più o meno recente - quali saranno le conseguenze del combinato disposto delle due scelte sulle quali il governo pare intenzionato a tirar dritto: clima d’inferno nella città della politica (e nel Paese), con conseguente paralisi di ogni altra attività che non siano, appunto, il processo breve e la composizione della Bicamerale. Il risultato? Un’altra fase di polemiche al vetriolo e di blocco dei lavori parlamentari, con conseguente stagnazione. Che davvero, al punto in cui è il Paese, - conclude Geremicca su LA STAMPA - rischia di esser peggio delle pur dannose - e da tutti temute - elezioni in primavera”. (red)

14. Bicamerale in stallo, Lega all’attacco: serve maggioranza 

Roma - “‘In un paio di mesi il federalismo lo portiamo a casa...’. L’ottimismo di Roberto Calderoli alla vigilia dell’incontro tra Bossi e Napolitano, oggi al Quirinale, - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - certifica la fretta del Carroccio e il pressing dei vertici leghisti su Berlusconi. Federalismo o morte, federalismo o voto. La parità con cui la ‘bicameralina’ ha bocciato i provvedimenti sui Comuni brucia ancora. E la Lega, lunedì alla tavola di Arcore, ha scandito il suo ultimatum: ‘Bisogna ritrovare la maggioranza in commissione, il terzo polo deve fare un passo indietro’. Berlusconi ha ricevuto il messaggio e Roberto Maroni si mostra ottimista: ‘II federalismo è più vicino’. Per la Lega Nord la visita al Colle è un passaggio strategico, dopo che Napolitano ha respinto come ‘irricevibile’ il decreto sul federalismo. ‘Con lui non c’è stato scontro - prepara il terreno Calderoli -. La via indicata dal capo dello Stato è anche la via d’uscita, perché se ci dovesse essere un pareggio anche con il prossimo decreto, sarà l’Aula a pronunciarsi’. Il pareggio è l’incubo della Lega. Domani l’ufficio di presidenza della ‘bicameralina’ guidata da Enrico La Loggia ha all’ordine del giorno il decreto legislativo su fiscalità regionale e sanità, valore 140 miliardi. E Bossi, che vuole evitare altri incidenti di percorso, renderà partecipe Napolitano delle sue preoccupazioni. Come conferma Calderoli, la Lega ha chiesto al premier ‘la maggioranza in tutte le commissioni’ e Berlusconi ‘si è impegnato’. Il problema è il come. A sentire Michele Ventura (Pd), la Bicamerale non può mutare la sua composizione: ‘Siamo 15 a 15 e la commissione è destinata a restare in parità’. La Loggia ha chiesto un passo indietro al finíano Mario Baldassarri, il quale non vede ragione alcuna per cedere il posto: ‘Davvero pensano di risolvere i problemi cambiando i membri della commissione?’. Analoga paralisi nella Bilancio della Camera (24 a 24) e nella Finanze del Senato: due commissioni chiave per il Milleproroghe. Per risolvere il rebus serve con un accordo politico. Fini e Schifani concordano sulla necessità di un riequilibrio e lo hanno messo per iscritto, ma da allora niente si è mosso. Silvano Moffa ha chiesto rappresentanza per il nuovo gruppo dei ‘Responsabili’. La Loggia ha lanciato pubblici appelli, definendo ‘sproporzionati’ quattro rappresentanti per il terzo polo. Ma sul tavolo dei presidenti di Camera e Senato non è approdata alcuna richiesta ufficiale. ‘Fini si farà carico del problema..’, lo sfida il ‘responsabile’ Saverio Romano. Di certo il presidente della Camera non si metterà di traverso né farà forzature regolamentari. Intanto, però, lo scontro sui numeri rischia di generare tensioni nel terzo polo. ‘Perché mai dovremmo fare un passo indietro noi? - tiene duro Adolfo Urso di Fli -. Siamo il quarto gruppo e abbiamo un solo rappresentante, I’Udc ne ha due’. Chi dovrà sacrificarsi? Nel mirino, oltre agli udc Galletti e D’Alia, Lanzillotta dell’Api. E oggi Berlusconi vede Pannella”. (red)

15. Il piano crescita: incentivi a pm e 85% dei fondi al Sud 

Roma - “Incentivi automatici, riservati per il 50 per cento alle piccole e medie imprese e per 1’85 per cento alle regioni del Mezzogiorno, - scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - anche attraverso ‘meccanismi automatici di agevolazione, con particolare riferimento all’utilizzo di procedure di fruizione dell’aiuto mediante buoni o voucher’, dice la bozza di riordino degli incentivi. E ancora: deducibilità dell’Irap centrata sul costo del lavoro, riforma della rete dei carburanti, nuove regole sui conflitti di interesse tra banchieri e imprenditori, sulla pubblicità dei prezzi dei farmaci da banco. Completano infine l’ordine del giorno del Consiglio dei ministri la legge antitrust e la riforma dell’Irap, la modifica della Costituzione, il rilancio del Piano Casa e del Piano Sud. Un pacchetto di provvedimenti che secondo il premier, Silvio Berlusconi, dovrebbe dare la ‘scossa’ all’economia. Ieri, insieme al ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, e dell’Economia, Giulio Tremonti, Berlusconi ha deciso di pro- cedere senza esitazioni, anche se su alcuni dei provvedimenti annunciati non c’è stato il consueto esame preliminare da parte degli uffici tecnici di tutti i ministeri. Resta confermata l’impostazione di base: nel piano ci saranno esclusivamente interventi di liberalizzazione e di riordino e non nuovi provvedimenti di spesa. Anche se i sindacati e la Confindustria – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - chiedono di più. ‘Dal Consiglio dei ministri ci aspettiamo un’azione forte e diretta sul fisco, per spostare il peso del carico fiscale dai lavoratori dipendenti e dai pensionati agli altri, attraverso la tassazione più forte dei consumi’ ha detto ieri il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, sollecitando un anticipo della riforma fiscale complessiva sulla quale stanno lavorando da qualche mese il governo e le parti sociali. ‘La riforma dell’articolo 41 della Costituzione è una cosa positiva, ma da sola non basta. Bisogna fare cose che possono avere un impatto subito sull’economia. Chiediamo che ci sia un pacchetto di semplificazioni, come quello messo a punto da Calderoli e Brunetta che contiene cose interessanti sull’ambiente e le procedure degli appalti. Modificando alcune cose molti cantieri per la costruzione di infrastrutture potrebbero essere aperti’ ha sottolineato il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Piuttosto delusa, tuttavia, perché ‘ad aprile dovremo presentare come tutti i Paesi europei il piano di riforma per la competitività, ma da noi in Italia di queste cose non si sta discutendo’. La novità maggiore, rispetto alle anticipazioni dei giorni scorsi, è forse la legge annuale Antitrust, che recepisce le indicazioni del Garante sui nodi normativi che ostacolano la concorrenza ed il mercato. Si parte dalla riforma della rete dei carburanti, con la razionalizzazione, e la riduzione dei punti vendita, l’obbligo (sperimentale per sei mesi) per i gestori di stabilire e pubblicare un prezzo che abbia valenza ‘settimanale’ per benzine e gasolio. I distributori dotati di self service, inoltre, dovranno tenerli aperti anche durante le ore in cui è garantito il rifornimento assistito dal personale. Viene poi ampliata la possibilità per i distributori di vendere altri prodotti, come quotidiani, riviste e generi di monopolio che finora potevano essere venduti solo nei distributori più grandi. Con la Legge Antitrust vengono poi introdotti nuove prescrizioni sulla governante di banche e assicurazioni, rafforzando le norme sui conflitti di interesse. Le imprese dovranno pubblicare sui loro siti internet tutti i casi di conflitto di interes se, disciplinati dal codice civile, in cui ricadono i propri consiglieri. Cambiano, infine, le competenze della magistratura nell’esame dei casi di violazione delle norme Antitrust. Ora i casi vengono trattati in Corte d’Appello, - conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - ma la competenza passerà alle sezioni specializzate nella proprietà industriale e intellettuale istituite presso i tribunali e le corti d’appello”. (red)

16. Frustata sì, ma a rischio flop

Roma - “Oggi il governo – riporta IL FOGLIO - varerà in Consiglio dei ministri il piano crescita. Ma la frustata annunciata da Silvio Berlusconi la settimana scorsa, nonostante le buone intenzioni del premier, è a rischio flop. I ministri coinvolti, e i rispettivi tecnici, hanno lavorato ancora ieri fino a tardi, soprattutto intorno a un decreto con il quale si dovrebbe rilanciare il piano casa su scala regionale. Paolo Romani, Altero Matteoli, Raffaele Fitto, Renato Brunetta i più coinvolti. Ma anche Maurizio Sacconi e Angelino Alfano hanno deciso di portare qualcosa in Cdm. Tutti hanno firmato in calce un disegno di legge costituzionale di modifica agli articoli 41, 97 e 118 della Carta. E Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia? Dopo un rapido incontro mattutino con il Cavaliere, durante il quale si sarebbe riaffermata la linea cameroniana (dal primo ministro britannico, David Cameron) secondo la quale ‘le grandi riforme si fanno a costo zero’, il ministro ha speso il resto della giornata di ieri a Tel Aviv. Nel corso della Conferenza di Herzliya, il più importante forum israeliano di discussione e approfondimento delle posizioni politiche ed economiche a livello globale, il ministro ha spiegato che ‘la stabilità in Europa è un bene per tutti’. Sul piano crescita silenzio, nonostante le attese del ceto produttivo e sindacale manifestate ieri da Raffaele Bonanni (‘ci aspettiamo un intervento sul fisco’), da Emma Marcegaglia (‘auspico interventi di liberalizzazione e semplificazione’); e persino, tardivamente, da Pier Luigi Bersani (‘discutiamo di liberalizzazioni ma non si modifichi l’art 41 della Carta’). Secondo voci di Palazzo, ieri mattina Berlusconi avrebbe (ri)tentato di dare ‘una scossa’ anche alla flemma tremontiana, oltre che all’economia. Ma con scarso successo, pare. E’ probabilmente per questo che chi ha avuto modo di parlare con il superministro lo ha scoperto ‘a sorpresa non più irridente nei confronti del piano crescita’. Al contrario, Tremonti, rassicurato sul fronte della stabilità (delle spese), con un Berlusconi molto concentrato sul dossier Giustizia, ha privatamente definito ‘importanti’ gli interventi che saranno varati oggi in Cdm. Chissà. In sostanza, salvo sorprese, oggi non sarà varato il piano sud, mentre gli incentivi – su input del Tesoro – saranno una ‘rimodulazione delle procedure’. Nel governo c’è qualche umore sulfureo. ‘Per far votare il federalismo a Mario Baldassarri, Tremonti era riuscito a trovare un miliardo in due ore. Quando vuole lui, i soldi ci sono. Al contrario, tutto ciò che non è una sua intuizione diventa un rischio per la tenuta dei conti dello stato’, dice al Foglio uno tra i ministri più attivi nella definizione dei provvedimenti del piano per la crescita. Il silenzio di Tremonti, se ostinato, dicono nel Pdl, - prosegue IL FOGLIO - rischia di diventare concausa di un flop comunicativo (e strategico) nel giorno in cui settori dell’opposizione più liberale, i Radicali, ma anche l’ex senatore pd Nicola Rossi, salutano come ‘opportuna e benvenuta’ la riforma dell’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa. Un’intuizione, quella dell’articolo 41, che, sebbene rilanciata adesso dal Cavaliere, storicamente appartiene proprio al pensiero economico tremontiano. Ma Tremonti ieri è apparso ‘più collaborativo’. Chissà dunque che oggi il ministro non rivendichi la paternità della riforma dell’articolo 41 nella conferenza stampa che al termine del Cdm dovrebbe vederlo protagonista con il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi”. 

“Il Cav. – scrive ancora IL FOGLIO - teme che alla frustata per la crescita che sarà approvata dal Consiglio dei ministri di oggi manchi lo schiocco. Alla presidenza del Consiglio si sono confrontati i testi, verificando che non ci fossero sorprese rigoriste. Non ce ne saranno, però alla vigilia mancherebbe ancora un acuto percepibile non solo dagli addetti ai lavori ma soprattutto da contribuenti, professionisti ed elettori che nelle ultime settimane hanno dovuto cibarsi di Rubygate. Sollecitazioni informali sono state esercitate sul ministero dell’Economia, per un incisivo intervento sull’Irap. Il risultato, non disprezzabile, è che si amplierà la deducibilità (oggi al 10 per cento) da Ires e Irpef dell’’odiosa tassa’ quando riguarda il costo del lavoro. Basta per uno schiocco? L’eliminazione totale dall’Irap dell’incidenza della manodopera è quantificata in 14 miliardi: una riduzione delle entrate non compatibile con gli equilibri di bilancio secondo il Tesoro. Si tratta comunque del primo passo verso l’accoglimento della principale proposta fiscale del documento ‘Italia 2015’ di Confindustria, che a pagina 51 individua nell’intreccio tra Irap e imposte sui redditi il motivo per cui l’Italia ha un prelievo esoso sulle imprese. Un altro passo è il riordino degli incentivi all’insegna della semplificazione, da tempo in gestazione al ministero dello Sviluppo economico. Entrerà in vigore nel 2012 e sfoltirà 100 leggi nazionali (scenderanno a 70) e 1.400 regionali (taglio ancora maggiore). Il nuovo metodo prevede tre categorie di aiuti: voucher automatici per le piccole e medie imprese, che salteranno la burocrazia; bando per programmi più complessi; negoziali per progetti oltre 20 milioni. Le risorse andranno per l’85 per cento al sud e per la metà alle aziende medio-piccole. Si tratta anche in questo caso di un primo accoglimento delle richieste degli industriali, che tuttavia reclamano crediti d’imposta per ricerca e sviluppo del due per cento del pil nei prossimi cinque anni. Ci si avvicinerà a queste cifre? Comunque, accogliendo richieste esplicite delle proposte ‘Italia 2015’ di Confindustria, il ministero dello Sviluppo guidato da Paolo Romani sbloccherà 2,3 miliardi di euro per innovazione tecnologica, energie rinnovabili e made in Italy. Un miliardo è quanto si vorrebbe recuperare dalle giacenze del ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto. Se sarà possibile la cifra verrebbe girata alla ricerca nel sud, e forse alla banda ultralarga per Internet. La parte più appariscente resta comunque, per espressa indicazione del Cav., la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che oggi subordina la libertà d’impresa a finalità sociali. Tremonti vi abbinerà quasi certamente le riforme dell’articolo 97 sull’organizzazione degli uffici pubblici e del 118 sui poteri degli enti locali. Secondo il ministro, è infatti il combinato disposto dei tre articoli, e non solo lo spirito che aleggia sul 41, a bloccare le riforme fornendo a comuni, regioni e ministeri i motivi per ricorrere alla Corte costituzionale, che spesso dà loro ragione in modo bizzarro. Viene citata la sentenza della Consulta, - conclude IL FOGLIO - che dopo avere attribuito allo stato il potere esclusivo sui siti per le centrali nucleari, impone di consultare comunque le regioni. Perdite di tempo e ostruzionismi come per il piano casa, destinato a produrre 50 miliardi di investimenti privati, e rimasto al palo: si preparano un decreto sulle procedure edilizie e un disegno di legge regionale, dai tempi lunghi”. (red)

17. Il topolino deve partorire la montagna

Roma - “Riuscirà – si chiede IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - un governo che si regge su una maggioranza millimetrica, il cui leader subisce un assedio mediatico e giudiziario ininterrotto, a realizzare il complesso di riforme istituzionali, politiche ed economiche dal profilo assai ambizioso che è stato annunciato? In altri termini: il topolino del centrodestra partorirà la montagna della scossa produttivista, dell’articolazione federale dello stato, della modernizzazione della giustizia? La risposta un po’ guascona di Silvio Berlusconi a chi gli presenta i termini di questa condizione paradossale è che, liberatasi dei sabotatori interni guidati da Gianfranco Fini, la maggioranza è ora più forte e più determinata di prima. In realtà la tenuta numerica della pur ristretta maggioranza nelle numerose sfide sulla fiducia è condizione necessaria ma non di per sé sufficiente a sostenere un’iniziativa di così ampio respiro. E’ necessaria un’azione politica all’altezza, che dalla giusta asserzione difensiva sul danno che causerebbe al paese un’interruzione traumatica del percorso di governo passi all’affermazione in positivo di una spina dorsale del progetto, che sta nella capacità effettiva di sconfiggere la sindrome della bassa crescita. E’ essenziale, a questo fine, un impegno corale di tutto il governo e naturalmente in primo luogo una spinta decisa, determinata e riconoscibile del ministro dell’Economia. La responsabilità di tenere i conti pubblici in ordine non può essere dimenticata o annacquata, ma è necessario che sia messa in campo una volontà altrettanto caparbia di combattere i fattori strutturali che costringono l’economia italiana a competere con una mano legata dietro la schiena. Dal punto di vista delle analisi, - prosegue IL FOGLIO su questo tema cruciale, Giulio Tremonti ha tutte le carte in regola. Tuttavia le sue denunce tempestive e in qualche caso preveggenti sugli effetti nefasti del medioevo amministrativo sulle potenzialità di crescita, sono state interpretate come opzioni di carattere essenzialmente culturale. Ora anche per lui si tratta invece di fare politica, di mettere a frutto il patrimonio di credibilità e di efficienza accumulato puntando su uno sviluppo possibile, su una liberalizzazione effettiva, su una lotta alla disoccupazione giovanile nel mezzogiorno efficace. Di fronte a una prova di concretezza e di decisione dell’intero governo, e della sua tolda di comando economica, forse tante tiepidezze a tanti scetticismi – conclude IL FOGLIO si scioglieranno e il miracolo della montagna partorita dal topolino potrà realizzarsi”. (red)

18. L’ultima truffa del piano crescita

Roma - “Il governo oggi – scrive Tito Boeri su LA REPUBBLICA - si accorgerà finalmente che bisogna fare qualcosa per la crescita in Italia. Se ne accorgerà Mille e otto giorni dopo il suo insediamento, con gli italiani che hanno nel frattempo perso in media 1000 euro di reddito a testa e con un milione tra disoccupati e cassintegrati a zero ore in più. Non è mai troppo tardi per tornare a crescere. E si possono fare tante riforme utili per lo sviluppo del Paese a costo zero, senza dover necessariamente impegnare nuove risorse, dopo che il debito pubblico ha superato il 120 per cento del prodotto interno lordo. Ma bisogna volerlo fare. Soprattutto quando non ci sono risorse da mettere sul piatto, occorre investire molto capitale politico nel costruire alleanze trasversali in grado di vincere l’agguerritissima resistenza al cambiamento. Ad altre attività sono state destinate sin qui le energie e le risorse personali del nostro presidente del Consiglio. Abbiamo così dovuto accontentarci degli annunci, reiterati grazie all’occupazione dello spazio televisivo. Quattro i piani casa annunciati dal giugno 2008. Sin qui sono stati di carta. Non ci risulta infatti che sia stata posata la prima pietra per la costruzione di una qualche nuova casa. La riforma fiscale doveva essere la ‘riforma del secolo’ ed era data come approvata entro il 2010. Avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sui fattori produttivi spostandolo sulle rendite, anche a parità di gettito. Non solo la riforma non c’è stata, ma con il decreto sul federalismo comunale che il Governo ha cercato di varare la scorsa settimana nonostante il voto della bicamerale si aumenta il prelievo sulle imprese e sui lavoratori autonomi riducendo ulteriormente le tasse sugli immobili. Il neo presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha votato la fiducia a Berlusconi dopo la sua nomina sancendo che la sua è un’autorità dipendente, ribadisce che non si aumenterà il prelievo sulle rendite finanziarie. Chi guadagna comprando e vendendo azioni (in genere persone con redditi elevati) continuerà ad essere tassato ad un’aliquota pari alla metà di quella di chi ha solo un reddito da lavoro ai minimi della scala retributiva. Insomma l’unica riforma fiscale all’orizzonte è più tasse su chi lavora, meno sulle rendite. Quella della pubblica amministrazione sembrava l’unica vera riforma economica di questo esecutivo. Avrebbe potuto ridurre molte inefficienze che gravano su famiglie e imprese. Ma la riforma Brunetta è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore. Dapprima la manovra ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta, poi le autorità di valutazione non sono state messe in condizione di operare, costringendo alle dimissioni i valutatori. Infine, - prosegue Boeri su LA REPUBBLICA - l’accordo appena concluso con Cisl e Uil nega la possibilità stessa che si possano retribuire in modo diverso dirigenti e impiegati: non ci saranno né penalizzazioni, né incrementi retributivi per i più bravi. Siamo tornati all’egualitarismo retributivo più piatto. Avremo così, alla luce degli insulti destinati in questo periodo ai dipendenti pubblici, un’amministrazione non solo non motivata, ma addirittura demotivata. Anche chi trovava stimoli pensando alla propria funzione sociale, rischia di ritenere inutile ogni suo sforzo per migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini. L’emblema del disinteresse dell’esecutivo riguardo alla crescita economica è nell’abolizione di fatto del ministero dello Sviluppo economico, prima lasciato vacante e poi affidato a chi, da viceministro, ha agito come lobbista di Mediaset a Bruxelles cercando di impedire l’ingresso di Sky nel digitale terrestre e poi, da ministro, si occupa di scrivere esposti all’Agcom contro i conduttori televisivi rei di criticare Silvio Berlusconi. La Lega aveva chiesto di spostare qualche ministro a Milano. Non sapevamo che la sede prescelta per Paolo Romani fosse Cologno Monzese. L’elenco potrebbe continuare. Il fatto è che nei Paesi che non hanno smesso di crescere i governi di centro-destra si concentrano almeno sulle liberalizzazioni dei mercati. Sin qui il popolo delle libertà ha solo proceduto scientificamente a smantellare le libertà introdotte dal governo di centro-sinistra precedente. Depotenziate in tutti i modi le autorità di regolazione dei mercati, quelle che combattono i monopoli, norme che riducono la concorrenza nel settore farmaceutico, delle assicurazioni, del gas, infilate con tuta mimetica in disegni di legge che si occupano di tutt’altro, come denunciato ampiamente dall’Autorità Garante della Concorrenza e dei Mercati. Quest’ultima era già stata messo non in condizione di sanzionare dal decreto Alitalia che ripristina il monopolio sulla tratta Milano-Roma. Testimone degli intenti liberalizzatori del governo è il disegno di legge sulla professione forense: reintroduce le tariffe minime, ‘inderogabili e vincolanti’, vieta ai giovani avvocati di competere sul prezzo con chi è già ben avviato, offrendo e facendo pubblicità a prestazioni a costi più bassi. Questo significa costi legali più alti per cittadini e imprese. Alla luce di tutto questo le proposte di modifica dell’art 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa, un articolo che non ha sin qui impedito ad alcuna impresa di nascere in Italia, sembrano avere l’unico intento di prendere tempo gettando la palla in tribuna. Ci accontenteremmo allora che oggi il governo tornasse lì dove aveva ricevuto il testimone, ritirando il disegno di legge sulla riforma dell’ordine forense come già chiesto da Mario Monti sul Corriere della Sera domenica, imponendo anche agli altri ordini professionali di procedere negli adempimenti previsti dalle lenzuolate di Bersani. Ci basterebbe che istituisse finalmente l’autorità indipendente di regolazione dei trasporti e, in particolare, del settore ferroviario, dove più urgente appare l’applicazione di regole trasparenti, certe e non discriminatorie a fronte dell’ingresso di nuovi operatori. Vorremmo che avviasse per davvero la liberalizzazione delle Poste senza affidare a Poste Italiane il compito improprio di sportello della Banca del Sud, riducendo la concorrenza anche nel settore bancario. Vorremmo che premiasse i Comuni che procedono alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, sanzionando quelli che vi oppongono resistenza. Qualora, come probabile, - conclude Boeri su LA REPUBBLICA - questo desiderio non venisse esaudito, sarebbe bello vedere questi intendimenti raccolti dalle forze all’opposizione. Sarebbe una dimostrazione tangibile del fatto che oggi in Italia c’è davvero un’alternativa, qualcuno che bada al sodo e non solo agli annunci”. (red)

19. Confindustria sosterrà le riforme del premier

Roma - “Finalmente – scrive Stefano Parisi sul CORRIERE DELLA SERA - si discute di economia e di crescita. Magari i toni sono ancora faziosi, i pregiudizi (vedi quelli di Giuliano Ferrara sulla Confindustria) ancora presenti, i buoni e i cattivi (Marchionne vs Marcegaglia?) ancora opposti, ma alla fine si discute di futuro e di sviluppo! Ottimo! Certamente il fatto che il presidente del Consiglio abbia rilanciato l’iniziativa del governo su crescita, liberalizzazioni e Sud è una grande opportunità da cogliere. Positiva. Vogliamo che il governo governi? Che la maggioranza non sia distolta da polemiche interne che hanno rallentato per mesi l’attività di governo? Vogliamo un’opposizione che misuri il governo sulle politiche e non che cerchi di demolire qualunque iniziativa purché si raggiunga l’obiettivo di eliminare Berlusconi? Bene. Forse questa è l’occasione. Forse. Ma andiamo a vedere. E nostro dovere. Le rappresentanze degli interessi di parte, quelle delle imprese, come quelle dei lavoratori, non dovrebbero mai fare politica, mai entrare nella polemica tra i partiti, evitare giudizi e posizioni che non siano pertinenti agli interessi rappresentati. Mai condizionare i loro comportamenti a fini politici, sganciarsi da qualunque collateralismo, e soprattutto, evitare qualunque opportunismo. In questi tempi così drammatici per la politica, poi, dove ogni giorno assistiamo a rivolgimenti di fronte, ogni settimana è quella decisiva per il futuro del governo e della legislatura, puntare su una soluzione piuttosto che sull’altra è, quantomeno, imprudente. Questa ‘indipendenza’ dalla politica, dunque, non è tanto un’esigenza etica (dietro la quale spesso si nascondono le peggiori partigianerie) quanto una necessità operativa. Poter difendere gli interessi rappresentati in qualunque quadro politico. Non tutte le associazioni di rappresentanza seguono questo principio. A cominciare da una parte del sindacato, - prosegue Parisi sul CORRIERE DELLA SERA - che sembra un partito. Ma anche nel mondo delle imprese si arriva all’estremo di chi, per compiacere una parte politica sostiene misure che danneggiano persino i propri rappresentati. È il caso di chi, pur provenendo dal nostro mondo, sostiene la patrimoniale! Dunque noi di Confindustria dobbiamo stare fuori da polemiche e strizzatine di occhi, ma dobbiamo guardare al quadro economico complessivo. Se in Italia il governo si mette in condizione di lavorare, di promuovere una politica di sviluppo dobbiamo esserci, insieme alle altre organizzazioni di rappresentanza che in buona fede vogliono lavorare per fare uscire il Paese dal pantano in cui si trova. Di recente Emma Marcegaglia ha annunciato, in un’intervista al Corriere della Sera, un’importante riforma di Confindustria. Ha detto: meno convegni e più servizi alle imprese, meno dibattiti e più azione. E giusto. Sono sempre stato profondamente convinto che Confindustria debba usare il suo straordinario patrimonio associativo del più grande sistema di rappresentanza d’Europa in modo molto più concreto, molto più aderente alle esigenze effettive degli associati. Nei convegni di Confindustria ci si lamenta spesso del nostro sistema economico, inefficiente e a bassa produttività, della pubblica amministrazione pletorica e costosa, che neanche paga i suoi fornitori, dell’eccesso di pressione fiscale, dell’obsolescenza del sistema educativo, della rigidità del mercato del lavoro, della incapacità del nostro paese di attrarre investimenti dall’estero. Però poi quando si passa dalle parole ai fatti qualcuno si spaventa. Rompere le corporazioni, liberare i mercati, rendere flessibile il mercato del lavoro, esigere il rispetto dei contratti di lavoro dalle organizzazioni sindacali, riformare la pubblica amministrazione, non sono cose indolori, non sono cose da Santa Margherita Ligure o da Capri. Sono cose che hanno un costo sociale, che toccano interessi economici, anche del mondo delle imprese. Mantenere lo status quo è certamente meno oneroso, ma uccide la nostra economia. Dunque la Confindustria deve aiutare questo processo di riforma. Non può stare certo a guardare. E la Confindustria di Emma Marcegaglia ha tante volte dimostrato di esserci. Ha riformato il sistema contrattuale, c’è stata quando si è fatta la riforma dell’università, delle pensioni, e ha detto la sua anche sul federalismo, forse poco ascoltata ma certo non si è tirata indietro. E ha sostenuto il governo sul rigore di finanza pubblica anche quando era difficile convincere i propri associati. Ed è stata accanto alle sue aziende anche quando le battaglie erano difficili e per il momento, perdenti, come quelle sui pagamenti della pubblica amministrazione e sulla riduzione dell’Irap. D’altro canto – conclude Parisi sul CORRIERE DELLA SERA - forse non si ricorderà ma 10 anni fa, nella primavera del 2001, Confindustria elaborò una proposta molto simile a quanto enunciato dal presidente del Consiglio la scorsa settimana. Era molto concreta, allegammo le analisi e i provvedimenti da adottare. Stimolo all’economia, riduzione della pressione fiscale, (iniziando dal Mezzogiorno, finanziandola con la eliminazione di tutti gli incentivi), riforma dell’università, delle pensioni, liberalizzazioni. Obiettivo: crescita al 4 per cento. Fu accolta in modo molto positivo dal governo in carica. Lo stesso di oggi. Poi arrivò l’11 settembre che cambiò l’agenda di tutti i governi occidentali. Si fece solo la riforma del mercato del lavoro. E non fu poco. Oggi si può ripartire da lì. E la Confindustria darà il suo contributo. Ne sono certo”. (red)

20. Adelante, Giulio 

Roma - “Il governo – scrive Francesco Forte su IL FOGLIO - ha deciso di entrare, finalmente, nella fase due, quella della crescita, da attuare nel quadro del rigore, come vuole l’Unione europea. E lo fa con un primo Consiglio dei ministri, quello di oggi, in cui pone all’ordine del giorno cinque messaggi: deregolamentazione, liberalizzazioni, riduzione degli oneri fiscali su chi produce e investe, efficienza della pubblica amministrazione, orientamento della spesa pubblica allo sviluppo delle infrastrutture e delle politiche pro crescita per il sud. Ogni ministro ha portato le sue proposte, il dossier è corposo, anche se in molti casi fatto della riproposizione di iniziative che erano rimaste su un binario secondario, se non su un binario morto. Anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, c’è, in questo dossier, ma soprattutto con idee generali, come quella, di grande rilevanza, della modifica in senso liberale dell’articolo 41 della Costituzione. Una modifica-manifesto che si è andata arricchendo di contenuti propositivi anche per merito della fantasia di Tremonti, che resta il pioniere dell’iniziativa. Ma a parte ciò, l’apporto specifico del ministero dell’Economia alla fase due sembra abbastanza limitato. In particolare appare timida la proposta per quel che riguarda la parte tributaria, specie riguardo all’Irap, per la quale si annunciano solo misure parziali, non una razionalizzazione, atta a darle un ruolo di strumento per il rilancio dell’investimento. E’ difficile sostenere che ciò dipenda essenzialmente da problemi di copertura finanziaria. Va tenuto presente che l’accordo del ministro Renato Brunetta sul rinvio dei contratti nel pubblico impiego comporterà rilevanti risparmi di spesa. Occorre aggiungere che i sindacati riformisti, che hanno sottoscritto questo accordo, si meritano contropartite di politica fiscale, come la detrazione piena dell’Irap sui costi del lavoro. E non si tratta di un grande costo. E’ solo un esempio – conclude Forte su IL FOGLIO - di ciò che potrebbe fare il ministro dell’Economia per accrescere il suo contributo alla frustata all’economia italiana. Ma egli ha certamente una conoscenza molto maggiore della mia delle carte che potrebbe giocare, in questa sfida, in cui il governo italiano è impegnato. Noblesse oblige. Infatti il buon funzionamento della fase due non riguarda solo il premier, riguarda in primo luogo il ministro dell’Economia. Il successo più o meno grande di questa nuova fase sarà il metro con cui sarà giudicata la sua azione. Egli è il Rommel della situazione. Non altri”. (red)

21. Lavorare alla tedesca per guadagnare di più

Roma - “Si può ormai parlare di un ‘modello di business Volkswagen’. Ieri, - scrive Danilo Taino sul CORRIERE DELLA SERA - la casa automobilistica tedesca e il sindacato metalmeccanico hanno firmato un accordo aziendale post-crisi economica che racconta come l’impresa e i lavoratori possano beneficiare insieme di strategie di crescita e di una buona governante aziendale. Dal 1° maggio, i centomila dipendenti delle fabbriche della Germania Ovest riceveranno un aumento del 3,2 per cento, più un bonus una tantum di almeno 500 euro, che porta l’aumento sopra il quattro per cento. E in parte recupero dell’inflazione e in parte premio per lo sforzo comune sostenuto nei giorni difficili della recessione. Soprattutto, l’aumento salariale è il risultato di una strategia ambiziosa: la costruzione di un gruppo capace di essere forte in tutti i segmenti del mercato automobilistico (con una decina di marchi, dal lusso all’utilitaria), in espansione nei Paesi emergenti come in quelli tradizionali ricchi, radicato socialmente e dal punto di vista ingegneristico in quella che sta diventando la Nazione dell’auto, cioè la Germania. Un quattro per cento di aumento dei salari può sembrare modesto. La richiesta iniziale del sindacato Ig Metall, in fondo, era del sei per cento. In realtà, si tratta di uno degli incrementi più significativi degli scorsi dieci anni, periodo durante il quale i sindacati tedeschi hanno mostrato una moderazione salariale assoluta - commisurata agli incrementi di produttività che ha fatto sì che la Germania non abbia avuto di fatto aumenti del costo del lavoro per unità di prodotto da quando esiste l’euro. La Volkswagen – prosegue Taino sul CORRIERE DELLA SERA - ha potuto accettare l’aumento perché il gruppo sta andando benissimo. Dopo avere superato la recessione del 2009 - aiutata dal programma di rottamazione statale e dalla possibilità di ridurre l’orario di lavoro quest’anno ha l’obiettivo di aumentare le vendite globali del cinque per cento: il mese scorso ha dovuto addirittura interrompere la produzione due volte per mancanza di componenti. Per il 2018 si è data l’ambiziosa meta di diventare il primo gruppo automobilistico mondiale per fatturato, cioè di superare la giapponese Toyota: qualche analista pensa che potrebbe riuscirci già nel 2o15. La forza del. modello Volkswagen sta nell’avere acquistato marchi importanti e nell’averne sviluppati altri - dalla Porsche all’Audi -, nell’essere penetrata nei mercati emergenti, nell’avere usato la manodopera a costo più basso dell’Europa dell’Est e nell’avere curato le relazioni sindacali, anche grazie al sistema della cogestione. In più, le riforme del mercato del lavoro introdotte in Germania nei primi anni Duemila le hanno dato flessibilità di manovra. Oggi fa felici tutti, è un modello”. (red)

22. La crescita all’esame Monti 

Roma - Intervista a Mario Monti su IL FOGLIO: “‘Rimettere in moto il meccanismo della crescita’ è la chiave per abbattere il debito pubblico italiano e contrastare la crescente disoccupazione giovanile. Una politica per lo sviluppo è meglio di qualsiasi intervento straordinario, in stile imposta patrimoniale. Il professor Mario Monti la pensa così, ma non è fiducioso che il Consiglio dei ministri di oggi, convocato per lanciare il Piano nazionale per la crescita, segnerà finalmente ‘un’opportuna presa di coscienza da parte dell’esecutivo’, dice al Foglio. Nel 1994 l’ex commissario europeo, alla vigilia della presentazione alle Camere del programma di governo di Silvio Berlusconi, salutò con favore il ‘liberismo disciplinato e rigoroso’ che quella coalizione prometteva. Oggi ritiene ‘geniale’ la svolta del premier, ‘ma si potrebbe trattare pure di un tentativo di distrarre l’opinione pubblica’, spiega. E’ la tesi dell’opposizione. ‘Pier Luigi Bersani dovrebbe andare al ‘vedo’, le carte in regola in quanto a liberalizzazioni fatte, non solo parlate’. Oggi il Cdm varerà la riforma dell’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa: ‘Da tempo sostengo che una moderna economia si basa su tre principi: tutela della concorrenza, difesa della stabilità monetaria ed equilibrio della gestione di bilancio. Tutte cose che nella nostra Costituzione non ci sono. E’ vero che alcuni aspetti sono migliorati con l’entrata in vigore dei trattati Ue, ma non sono contrario al fatto che si parli di modifiche alla Carta. Mi pare però poco convincente che si invochi questa modifica come condizione necessaria per altre riforme liberalizzatrici’. All’ordine del giorno oggi c’è anche la bozza annuale della legge sulla concorrenza: ‘Certamente si tratta di qualcosa di più concreto rispetto alle modifiche costituzionali. Mi sembra un’ottima idea quella di tenere conto delle segnalazioni dell’Antitrust, perlomeno se si intende andare nel senso di una liberalizzazione fatta non di colpi di teatro ma di piccoli passi concreti’. Autorevoli voci, dall’ex ministro Amato a Pellegrino Capaldo, si sono levate in favore di una privatizzazione del debito pubblico. Una patrimoniale. ‘Ritengo che prima di considerare questa ipotesi ci sia molto da fare nell’ambito dell’‘ordinario’, più che dello ‘straordinario’’. Monti pensa che ‘la sostenibilità del debito pubblico italiano sia riconosciuta’ in ambito internazionale. ‘In particolare perché è corretto prendere in considerazione l’intero quadro delle grandezze finanziarie, incluso il debito privato. Lo dico dal ’96, da quando si discuteva del Patto di stabilità: la linea di demarcazione corretta non è quella tra settore pubblico e privato, ma quella tra spesa corrente e spesa per investimenti, indipendentemente dal settore che ne è responsabile. Infatti poi sono emersi eccessi anche nella spesa privata, finanziata in debito, e le conseguenze le viviamo ancora oggi’. Resta la sequela di avvertimenti in materia di crescita che lo stesso Monti ha mandato al governo dal Corriere della Sera, elencati con puntiglio nel suo ultimo editoriale di lunedì scorso. Come è possibile che il dossier crescita sia scomparso per tanto tempo dall’agenda della politica? ‘Anche quando in carica c’era il governo Prodi – a proposito del quale espressi giudizi positivi per i provvedimenti di apertura e liberalizzazione – ho sostenuto che crescita e competitività del paese dipendono principalmente dalla possibilità di sbloccare l’economia. Ciò non equivale a eliminare ogni regola ma a combattere le rendite di posizione, le chiusure delle singole categorie. Ho sempre aggiunto che per fare ciò occorre una concentrazione di sforzi da parte di tutte le forze che sono d’accordo su questo. Se si è seri nella lotta alle rendite e alle corporazioni, occorre cercare un consenso bipartisan, come si è fatto in politica estera per questioni di interesse nazionale. L’attuale governo ha fatto, da questo punto di vista, piuttosto poco’. Il clima politico generale è stato ostile? ‘Non credo. Ciò varrebbe soltanto se il governo, avendo proposto provvedimenti di lotta alle rendite, si fosse imbattuto in un’opposizione montata in parlamento dalle lobby. Se invece il governo propone misure come la reintroduzione delle tariffe minime per gli avvocati, non è certo colpa delle opposizioni’. In Italia, dice Monti, è mancato un impulso dai vertici dell’esecutivo: ‘Negli altri paesi la crescita è affidata alla supervisione politica del presidente del Consiglio. Se dal livello massimo del governo si diffondono messaggi molto rassicuranti sull’andamento dell’economia, come Berlusconi ha fatto fino a poco tempo fa, questo non incoraggia a prendere seriamente le riforme’. Al ministro dell’Economia il presidente della Bocconi non si sente di fare critiche per la gestione ordinaria di via XX settembre, anzi: ‘L’Italia, per decenni, ha avuto una finanza pubblica ‘facile’, che ha portato il paese al disastro. Giulio Tremonti si iscrive in una recente tradizione, alla quale appartengono anche Ciampi e Padoa-Schioppa; ha fatto con determinazione ed efficacia il suo lavoro che è principalmente quello di presidiare i conti pubblici’. Ma c’è un però: ‘Non sono d’accordo con il ministro quando sostiene che in tempi di crisi è meglio non turbare il tessuto economico e sociale con riforme strutturali. Questo atteggiamento ha ovviamente pesato nel rallentare le politiche pro crescita. Io penso viceversa che il tempo di crisi possa anche aiutare a rendere più avvertita l’opinione pubblica della necessità di alcune riforme’”. (red)

23. Calderoli contro il 17 marzo: “Uffici pubblici aperti” 

Roma - “Così com’è – scrive Lucio Cillis su LA REPUBBLICA - la giornata di festa varata dal governo Berlusconi per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia non piace a Roberto Calderoli. Il ministro leghista della Semplificazione, alla vigilia di un Consiglio dei ministri che si preannuncia caldissimo e dove la Lega potrebbe mostrare i muscoli, fa sentire forte e chiaro il suo ‘no’ al giorno di riposo per chi lavora. ‘Ho votato contro a suo tempo e lo ribadisco oggi: non è accettabile che la festa del 17 marzo comporti la chiusura di molti uffici pubblici’. Secondo Calderoli ‘in un periodo di crisi come quello attuale appare paradossale caricarsi dei costi di una giornata festiva: un evento significativo quale il 150esimo dell’Unità d’Italia può essere celebrato degnamente lavorando e non restando a casa’. L’esponente della Lega vede all’orizzonte dei rischi legati allo stato di salute dell’economia, ma glissa sulle motivazioni politiche: ‘La chiusura di una parte degli uffici pubblici rischia di ricadere sulle attività lavorative private, con possibili danni di miliardi di euro’, non soltanto ‘in relazione al giorno perso ma per le possibilità di ponte’, un’occasione che gli italiani, secondo Calderoli, non si faranno certo sfuggire. E quindi oggi, in Consiglio dei ministri, riproporrà la questione. L’intervento riapre una ferita aperta nel centrodestra e all’interno dello stesso governo, mettendo in rilievo le dissonanze del sindacato. Favorevoli e contrari, in una kermesse che piacerà poco al Quirinale, si affrontano per riaffermare le ragioni a favore o contrarie allo stop una tantum. Molti colleghi di Calderoli, ad esempio, preferiscono glissare e non salire sul ring (è il caso di Maurizio Sacconi e di Renato Brunetta). Altri, come il responsabile dello Sviluppo economico Paolo Romani, - prosegue Cillis su LA REPUBBLICA - remano con decisione contro la corrente leghista. Romani dice di essere ‘molto affezionato a questa data perché a mio figlio ho insegnato che il 17 marzo è stato costituito il Regno d’Italia e quindi è iniziata la storia del nostro Paese come nazione’. Romani aggiunge che ‘quest’anno ponti non ce ne sono. E quindi l’Unità d’Italia è una ricorrenza che si può festeggiare come una festività non andando a lavorare’. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, bacchetta il collega della Semplificazione: ‘Si tratta di una decisione già presa - taglia corto - e non sempre è necessario che tutti siano d’accordo. L’importante è che non si manchi di rispetto alle decisioni adottate’. Ma Confindustria resta critica e la presidente Emma Marcegaglia, a nome delle imprese italiane, fa i conti con lo stop del 17 marzo: ‘Ci costerà ben 4 miliardi e in un momento come questo forse non è la cosa migliore per la crescita...’. L’associazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, punta invece l’indice sulla tendenza, tutta italiana, a inanellare ‘polemiche inutili’. All’interno del sindacato, il segretario Cgil Susanna Camusso si dice ‘stupita’ dalle polemiche: ‘Quest’anno il 25 aprile e il 1 maggio capitano in giorni di festa e francamente mi pare che si possa anche dare un po’ di riposo ai lavoratori’. Per il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ‘si doveva discutere con le parti sociali ma senza litigare sull’Unità d’Italia’ mentre si schiera a favore della ‘pausa’ per i lavoratori Giovanni Centrella, segretario Ugl. All’opposto – conclude Cillis su LA REPUBBLICA - la posizione del numero uno Uil Luigi Angeletti, che avrebbe preferito ‘unificare il 17 marzo con la festa del 2 giugno’. Dall’opposizione, l’Idv parla di ‘boicottaggio’ mentre Walter Veltroni (Pd) spiega che la festa ‘andava discussa prima con Confindustria e sindacati’ ma ‘festeggiarsi è necessario, bisogna fermarsi un attimo’”. (red)

24. Bondi, il mistero del ministro scomparso senza dimissioni

Roma - “Il ministro Sandro Bondi – scrive Mattia Feltri su LA STAMPA - non si vede al lavoro da un periodo approssimativamente compreso fra i quaranta giorni e i due mesi. Sul punto divergono i dipendenti del Mibac (ministero per i Beni e le attività culturali) e i più stretti collaboratori del titolare, ma riconvergono sul succo: Bondi è scomparso da prima di Natale. Per mettersi in contatto con lui, comunicargli l’avvio di un’iniziativa, ottenere un’autorizzazione, strappare una firma, bisogna chiamarlo alla sede romana del Pdl, oppure a casa, magari a Novi Ligure al recapito della compagna, l’onorevole Manuela Repetti. Ma lui, probabilmente, non risponderà. È più facile che risponda lei, Manuela Repetti, e non perché sia un’emula di Yoko Ono, ma perché (pare di avere capito) intende difendere il fidanzato in un periodo che un illustre ed esasperato dipendente ministeriale definisce di ‘agonia’. Forse agonia è eccessivo. Forse è più corretto parlare di disillusione, ripulsa, animosità. Da un mese il presidente del Consiglio ha sulla scrivania la lettera di dimissioni di Bondi, il quale si aspettava che fosse accettata lunedì, al massimo ieri. La notizia era attesa anche al Mibac con un sentimento compreso fra la smobilitazione e la liberazione. Difatti lì dentro si contano sulle dita di una mano quelli che non vogliono bene al ministro. E’ persino amato. Ma la situazione, dicono e ripetono, è ormai insostenibile. ‘Il premier ascolti la sua voce, lo sciolga da questo vincolo insopportabile, non sottovaluti l’urlo di dolore. Se fosse il caso, si prenda anche questo interim. Ma ricominciamo a far funzionare il dicastero’, dice un altro mister X. Aggiunge che ‘i collaboratori sono sgomenti’, che nessuno ha capito perché Bondi abbia tanto insistito per una carica da cui si è disaffezionato così presto, sino a detestarla, e sottraendola a Paolo Bonaiuti che la considerava l’approdo di un’esistenza. Le ragioni dello squasso psicologico, dicono al Mibac, vengono da lontano, sebbene le pretestuose polemiche sui crolli di Pompei siano state definitive. L’entusiasmo iniziale, peraltro domato dall’indole mite e riservata del ministro, è subito andato a sbattere contro il muro innalzato dall’oligarchia intellettuale, che ha accettato Bondi come sportello burocratico ma non come interlocutore culturale. O almeno così dicono al Mibac. Raccontano dello strazio muto del ministro nelle occasioni in cui scriveva lunghe, ponderose, equilibrate, quasi ossequiose lettere alla Repubblica su questioni di altissima erudizione, come il significato contemporaneo della Carta costituzionale, gli obiettivi ecumenici dei centocinquant’anni dell’unità patria in una coalizione coi federalisti della Lega, e se andava bene gli scritti sbarcavano sul sito internet del quotidiano. E quindi – prosegue Feltri su LA STAMPA - la legittimazione concessa al Bondi coordinatore del Pdl (che sui temi della gestione del partito, della dialettica parlamentare, dei dissidi con i finiani era intervistabile anche tutti i giorni) non è stata estesa al Bondi motore e coordinatore della politica cinematografica o archeologica. Lui ha cercato di consolidare il ruolo con scelte a dir poco al ribasso, come per esempio la compilazione settimanale di brevi recensioni bibliofile per Panorama. Che a un suo rifiuto sarebbero state affidate a Pinco Pallino. La reazione di Bondi al formidabile snobismo è stata di rivalsa qualche volta sopra le righe. La drastica deliberazione di negarsi alla Biennale di Venezia o alla Prima della Scala fu umanamente comprensibile ma strategicamente disastrosa. L’interlocuzione con chi lo scostava con uno sbuffo è stata relegata al battibecco. Governare un mondo così indocile, così avido, così aristocratico con il diverbio giornaliero ha qualcosa di orgoglioso e molto di suicida. Quando gli consigliavano una dose minima di ipocrisia, qualche pranzo organizzato col direttore del museo o col sovrintendente, qualche occasione in cui fingere di ascoltare con interesse supremo, una passerella alla prima teatrale, lui rifiutava per ritrosia. E’ finita come si sa. Una mozione di sfiducia individuale che, alla Camera dei deputati, i gruppi di opposizione hanno sostenuto con ragioni vaghe e alle quali il ministro ha risposto con accenti di rancore non sempre trattenuti. Una volta intascata la fiducia, ci si aspettava il ritorno di Bondi in ministero, se non altro per il piccolo trionfo, se non altro con i ritmi pre-natalizi, quando il ministro si rifugiava a Novi Ligure dal venerdì al martedì. Invece Bondi ha deciso che con la cultura ha chiuso. Il problema è che non lo ha deciso il governo. Così il Mibac procede nella ordinaria amministrazione, con il sottosegretario Francesco Giro e il direttore generale del patrimonio culturale Mario Resca che insistono cocciuti nelle mansioni cui sono stati destinati. Lo fanno da mesi. Da quando Bondi si accasciava sui rotocalchi di gossip che ospitavano le imbarazzanti interviste alla ex moglie, e sui quotidiani che davano conto degli spericolati (e non onerosi) ingaggi di parenti, ed erano articoli visti come armi non convenzionali nella battaglia politica. E se è così, è alla politica e soltanto alla politica che Bondi vuole tornare. Il doppio incarico è stato un terribile errore (il ministero della Cultura in Italia non dovrebbe contare meno dell’Interno). Bondi ora rivuole il partito e nient’altro. E dunque – conclude Feltri su LA STAMPA - metterà in pratica gli insegnamenti tratti da recenti e appassionate letture dei testi fondamentali della filosofia politica”. (red)

25. Maroni contro Alemanno: “Niente fondi per i rom” 

Roma - “Sorpresa e irritazione. Non era mai accaduto. Mai – scrive Giovanna Vitale su LA REPUBBLICA - dal ministero dell’Interno erano trapelate parole così dure nei confronti di un’istituzione politicamente tanto vicina. Eppure quando Roberto Maroni ha avuto notizia della lettera inviata ieri dal sindaco Gianni Alemanno e dal prefetto Giuseppe Pecoraro per chiedere 30 milioni in più e nuovi poteri per completare il piano nomadi di Roma, non è riuscito a trattenere il suo disappunto. Affidando ai suoi collaboratori il compito di ricordare che il Viminale ha già stanziato complessivamente 60 milioni di euro per l’emergenza in cinque regioni, un terzo dei quali destinati al Lazio, che ne ha poi ricevuti altri 12 da Comune e Regione, per un totale di 32 milioni. Uno schiaffo in piena regola. Che l’inquilino del Campidoglio ha tentato di parare chiedendo un incontro urgente al ministro ‘perché non si può pensare di far finta di niente di fronte a un problema che è sotto gli occhi di tutti. Non concedere nuove risorse al Lazio significa non voler risolvere la questione e continuare ad alimentare l’emergenza. Ci vuole chiarezza sulle assunzioni di responsabilità’. Un braccio di ferro tuttavia destinato a durare. Oltre ad aver saputo della lettera dalla stampa, a infastidire Maroni sono state infatti una serie di circostanze giudicate inspiegabili: il Piano nomadi di Roma - si fa notare - è stato approvato e finanziato da tempo e nelle numerose riunioni svolte nei mesi successivi, dalla Capitale, fino a ieri, non era stata segnalata alcuna nuova esigenza. La richiesta al ministero appare quindi ‘immotivata’ e, comunque, contenendo domande di deroghe importanti, come quelle ai vincoli archeologici, andrebbe girata a Palazzo Chigi. Il Piano nomadi - è l’ulteriore precisazione - va attuato più velocemente possibile, ma ciò compete al sindaco e al prefetto, che è commissario straordinario. Pertanto il Viminale è disponibile a contribuire con interventi di Protezione civile, come tende ed altre attrezzature ritenute necessarie. Di risorse aggiuntive però - è il messaggio implicito - non se ne parla. Un vero smacco per chi, come l’inquilino del Campidoglio, aveva detto che avrebbe chiesto ‘urlando al governo’ soldi e poteri. Lo Stato ha già dato. Disposto a offrire solo il supporto logistico necessario ad allestire le due aree dove il prefetto, già entro il weekend, intendeva accogliere gli sfollati dai micro-campi abusivi in corso di sgombero. Certo non se l’aspettava Alemanno, - prosegue Vitale su LA REPUBBLICA - che con il prefetto aveva già annunciato le prime tendopoli. Bocciando la proposta di assegnare case popolari ai rom perché ‘se diffondessimo l’idea che basta arrivare a Roma per averne una, rischieremmo di attrarre centinaia di migliaia di nomadi da tutta Europa’. Un brutto colpo nel giorno del lutto cittadino e della veglia di preghiera per i 4 bimbi morti nel rogo di Tor Fiscale. La cui madre continua a non darsi pace: ‘Per me non è stato un incidente, farò denuncia contro ignoti’”. (red)

26. Petroliera italiana nelle mani dei pirati somali

Roma - “Il sequestro – riporta Michele Farina sul CORRIERE DELLA SERA - avvenuto nell’Oceano Indiano, a bordo cinque nostri marinai e 17 indiani. Li hanno raggiunti alle 5 e 30 del mattino. Non è stato difficile: un barchino veloce con cinque pirati armati contro una petroliera gonfia di greggio sudanese diretta in Malaysia e protetta soltanto da un parapetto di filo spinato. Inseguimento senza storia: un barracuda contro un pesce palla. Una raffica di mitra, la nave che cerca la fuga a zigzag, quattro colpi di Rpg. Così la Savina Caylyn targata Napoli è diventata la 34esima nave prigioniera dei corsari del Golfo di Aden. I membri dell’equipaggio (5 italiani e 17 indiani) si sono aggiunti ai 758 marinai già prigionieri della Tortuga somala. Stanno tutti bene, ha detto alla tv campana Pio Schiano, direttore della società armatrice, la Fratelli D’Amato. Due marinai, tra cui il comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, 47 anni, sono nativi di Procida. Uno è triestino. Ieri c’è stato un rapido contatto telefonico Napoli-Oceano Indiano, con uno dei pirati che non parlava inglese e in sottofondo la voce del comandante. Ancora nessuna richiesta di riscatto. I corsari non hanno fretta. Secondo Paddy O’Kennedy, il portavoce della forza navale dell’Unione Europea (Eunavfor) che pattuglia il Golfo di Aden, la petroliera sta facendo rotta verso la Somalia. La fregata della Marina italiana Zeffiro si sta dirigendo verso la zona dove è avvenuto il sequestro, a ovest dell’isola di Socotra. Ma dista 6oo miglia: due giorni di navigazione. E anche se ‘i nostri’ raggiungessero la Savina Caylyn, non potrebbero far altro che scortarla verso la costa di prigionia. Le regole di ingaggio (per salvaguardare la vita degli ostaggi) impediscono di attaccare le barca sotto sequestro. Anche quando vengono catturati, assicurare i predoni alla giustizia è difficile. Negli ultimi tre anni 500-700 pirati sono stati rilasciati per l’impossibilità di processarli. Dove? Presso quali tribunali? La comunità internazionale – prosegue Farina sul CORRIERE DELLA SERA - si era accordata con il Kenya, ma Nairobi ha bloccato tutto sostenendo che i fondi promessi dall’Europa non sono arrivati. Una pacchia, per le quattro potenti bande che gestiscono le operazioni d’alto mare dalle loro basi nella regione senza legge del Puntland, usando ‘navi-madre’ e pescherecci (sequestrati in precedenza) come ‘rampe’ da cui lanciare i barchini veloci all’assalto dei lenti mercantili. D’altra parte da lì non si scappa: il godo delle merci mondiali passa per quel tratto di mare tra l’Africa e la Penisola Arabica. E il periodo più propizio per i razziatori è adesso: finita la stagione dei monsoni, nell’Oceano Indiano impazza la stagione degli abbordaggi. Il picco secondo l’Onu sarà a fine febbraio (per un totale di 50 attacchi mensili). Non che i pirati facciano mai vacanza: a gennaio gli assalti erano stati 35. L’aumento dei sequestri non abbassa il prezzo dei riscatti: lo scorso novembre una petroliera sudcoreana catturata in aprile fu liberata dopo il pagamento della cifra record di 9,5 milioni di dollari. Si paga normalmente in contanti, contenitori zeppi di banconote lanciati da piccoli aeroplani a bassa quota, dopo la mediazione di società apposite con base a Dubai. I pirati sono businessmen con tanto di ufficio stampa. I tempi di rilascio non sono generalmente brevi: gli ultimi italiani a finire nella Tortuga Somala, l’equipaggio del Buccaneer, passarono oltre quattro mesi nelle mani dei pirati. Gli armatori italiani – conclude Farina sul CORRIERE DELLA SERA - chiedono nostri militari a bordo delle navi. Il ministro della Difesa La Russa è perplesso: ‘Meglio le guardie giurate’”. (red)

27. Umarov guasta nome Fsb e rapporti con Medvedev

Roma - “Il terrorista più ricercato di Russia, Dokku Umarov, ha rivendicato la bomba all’aeroporto di Mosca del 24 gennaio, che ha fatto 36 morti e 150 feriti. E’ una brutta notizia per il capo del Cremlino, Dmitri Medvedev, e per il premier russo, Vladimir Putin, che hanno annunciato la fine della guerra in Cecenia oltre due anni fa e ora cercano capitali stranieri per ricostruire l’economia del Caucaso. Ed è una notizia ancora peggiore per i Servizi di sicurezza (Fsb): secondo Interfax, Medvedev ha licenziato ieri ‘alcuni alti ufficiali’ dell’intelligence. I vertici dell’agenzia sono ben saldi ai loro posti, ma è comunque la prima volta che l’Fsb paga pubblicamente per non avere impedito un attacco. Un sito internet vicino ai ribelli ceceni, kavkazcenter.com, ha pubblicato ben due video di Umarov negli ultimi quattro giorni. Nel primo, il capo della guerriglia annuncia ‘un anno di sangue’ per la Russia, nel secondo reclama la responsabilità dell’attentato al Domodedovo. ‘L’operazione speciale è stata eseguita su mio ordine – ha detto Umarov – Ce ne saranno altre in futuro, attaccheremo a cadenza mensile o settimanale, come Dio vorrà. Non vi dirò che ci sono centinaia di uomini pronti al martirio, ma ne troveremo almeno cinquanta o sessanta’. Umarov guida i ribelli da cinque anni. Si è proclamato ‘Emiro del Caucaso’ nel 2007 e, nello stesso periodo, ha formato il Riyadus Salikhin (significa ‘giardino dei martiri’), un battaglione di aspiranti kamikaze. La sua leadership è stata messa in discussione da decine di giovani jihadisti, tanto che negli ultimi mesi sono arrivati diversi rapporti sulla sua presunta morte. Nei due video di Kavkaz Center, Umarov non appare certo in buona salute, ma sarebbe ancora in grado di colpire Mosca. Sempre ieri, il capo dell’Fsb ha presentato a Medvedev una lista con i nomi degli ufficiali che ‘hanno commesso errori’. La portavoce del presidente, Natalia Timakova, ha aggiunto che è in corso un’azione interna e che altri agenti potrebbero essere rimossi. L’indagine sulla bomba al Domodedovo ha mostrato la debolezza dei servizi segreti e qualche crepa nei loro rapporti con il Cremlino. L’Fsb sapeva che i terroristi programmavano un attacco eclatante – una donna è morta a Mosca il 31 dicembre mentre preparava una cintura esplosiva; dieci giorni più tardi, i Servizi avrebbero ricevuto un’informativa piuttosto dettagliata sul piano di Umarov. Tuttavia, l’intelligence non è riuscita a fermare i ceceni. Anche le indagini sono colme di sviste, basti pensare che gli investigatori non hanno ancora diffuso l’identità del kamikaze: si è parlato di un uomo dai tratti caucasici, di un arabo e di una donna, infine è stato fatto il nome di uno slavo convertito all’islam, Vitaly Razdobudko, ma nessuna ipotesi è durata più di un giorno. Putin in persona ha smentito la pista cecena, sollevando un po’ di imbarazzo al Cremlino. ‘Qualcuno parla come se il caso fosse già risolto’, ha detto Medvedev la scorsa settimana. Il presidente ha appena firmato la legge che permetterà di ridurre del 20 per cento gli agenti in servizio nelle città russe – e che cambierà il nome delle Forze dell’ordine da ‘milizia’ a ‘polizia’. Quando è arrivato al Cremlino, molti pensavano che avrebbe riformato l’economia e il sistema giudiziario del paese. A sedici mesi dalla fine del mandato, Medvedev può essere ricordato come il presidente che cercò di ripulire le caserme”. (red)

Argentina. Guerra sulle cifre dell’inflazione

17 marzo. Ma quale festa? A laürà!