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Mille fazioni, zero rivoluzioni

L’antica strategia del “divide et impera” funziona sempre, cancellando l’idea di un bene comune da perseguire tutti insieme. In Italia, però, è ancora più facile: la politica ha gli stessi vizi del tifo calcistico e il Potere dorme sonni tranquilli 

di Davide Stasi

Tutti gli eventi nordafricani delle ultime settimane nel loro complesso hanno suscitato una domanda frequente tra molti: perché là sono riusciti a rompere un blocco istituzionale decennale degradato, e qui in Italia ogni impulso al cambiamento e alla mobilitazione viene fagocitato nel nulla? Colpisce l’immagine di un giovane egiziano inerme che dà l’assalto da solo a un cordone di polizia, gettandovisi sopra a volo d’angelo, quasi a volerlo inglobare, o abbracciare, a seconda delle letture. Quel gesto è il simbolo di una determinazione che, al di là di tutte le possibili spiegazioni, specie quelle comode e dietrologiche, induce a chiedersi perché un simile temerario impulso rivoluzionario qua appaia molto lontano da venire, seppure il potere da scardinare sia molto simile, per parvenza democratica e degrado istituzionale.

I motivi sono molti. Tra il manifestare e l’andare a fare shopping in un centro commerciale, l’italiano medio, per quanto umiliato e oppresso, oggi sceglierebbe senza esitazioni il centro commerciale. Ma al di là delle mollezze consumistiche che in Italia hanno ridotto la società civile, specie quella giovane, a una poltiglia di smidollati, e al di là del contraltare comunque anomalo della spesso sottintesa ambizione nordafricana di vivere proprio secondo quel modello di “benessere”, vi è un’altra ragione più profonda alla base della nostra incapacità di mobilitazione contro la paralisi e il degrado dilagante.

La ragione sta nelle divisioni e nel pregiudizio inconciliabili, storicamente sempre presenti in Italia. Guardando da un altro punto di vista: niente ha mai determinato nel nostro paese quel senso di interesse comune che in alcune aree è stato creato dall’azione lungimirante, seppure non immune da autoritarismi di vario grado, di grandi figure di riferimento (De Gaulle in Francia, Atatürk in Turchia, ad esempio), e in altre aree dalla preservazione di uno spirito comunitario, talvolta consolidato dall’elemento religioso, che finisce poi per confliggere contro sistemi politici iniqui (ed è ciò che sta accadendo in Nord Africa).

L’idea di un interesse comune latita, in Italia. In compenso le divisioni accompagnate da pregiudizi conflittuali si sprecano. E tutte, o quasi, sono materia di furbesca strumentalizzazione da parte dell’establishment, che le rinfocola senza sosta, per poter mantenere la propria posizione. Ha senso che Berlusconi torni ancora a sventolare il “pericolo comunista”? Alcuni irridono queste argomentazioni. Ma i più ci cascano. E Berlusconi lo sa: tra la difficile concezione di un oggettivo interesse comune e la comoda appartenenza a una fazione, prevale sempre quest’ultima. Così chi manifesta contro di lui è “di sinistra”, o peggio “comunista”, chi a favore è “di destra”, o peggio “fascista”, e la cosa muore lì, spaccata in due, con l’irricevibilità di qualunque ipotesi di creazione o rifondazione di un interesse comune.

E le dicotomie sono tante, non ci facciamo mancare nulla: uno del nord istintivamente ritiene di non avere interessi comuni con uno del sud. Un laico aborre il pensiero di concepire una visione futura dell’Italia insieme a chi si riconosce in valori cristiani. Un italiano verace rifiuterebbe di riscrivere regole comuni e condivise con un immigrato di seconda o terza generazione, divenuto italiano a tutti gli effetti. Il concetto per tutti è: “io con quelli non mi ci immischio”. È la faziosità, l’istinto naturale alla tifoseria ultrà a rendere impossibile fenomeni di rivoluzione nordafricana nel nostro paese. Per noi l’unico obiettivo degno, il solo che risveglia l’italiano dalla narcolessia, rimane quello di massacrare la squadra o la tifoseria avversaria, a prescindere da regole del gioco che devono valere per tutti. Le stesse che, unitariamente, in Nord Africa, dove certe dicotomie non esistono, sono in fase di ricostruzione.

Gli scogli delle varie faziosità, ben incentivate dall’establishment, impediranno ancora a lungo agli italiani una vera convergenza unitaria sulla rifondazione di regole condivise, da rispettare in modo intransigente, in un gioco che potrà poi essere vissuto da posizioni anche diversissime. Per arrivarci servirà un azzeramento, un crollo totale, uno shock trasversale che livelli e spiani tutto, costringendo tutti a concepire un nuovo inizio. Per questo i pochi che hanno chiara la situazione nazionale sono arrivati ormai ad auspicare con rammarico un veloce e fatale inasprimento della crisi economica. Solo quando tutti, o quasi, avranno la pancia vuota, in Italia si smetterà di darsi vicendevolmente del comunista o del fascista, e si comincerà a progettare un futuro in cui si possa essere orgogliosi di essere nati e di vivere nel proprio paese.

Davide Stasi

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