Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 01/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Ultimo avviso a Gheddafi: in esilio”. Editoriale di Antonio Polito: “La frontiera italiana”. Di spalla: “Trappola per l’alpino che portava medicine”. Al centro foto-notizia: “Natalie Portman, così vince una ragazza normale” e “Berlusconi: staff del Quirinale troppo puntiglioso sulle leggi”. In taglio basso: “Yara, esame del Dna a dieci persone” e “Da 1 a 3 euro per ritirare contanti allo sportello”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Berlusconi attacca il Quirinale”. Editoriali di Massimo Giannini: “L’ideologia dell’anti-Stato” e Mario Pirani: “Chi pagherà il federalismo”. Di spalla: “Fate l’elenco delle cose per cui vivere vale la pena”. Al centro foto-notizia: “Missili di Gheddafi sugli insorti. Gli Usa: esilio per il Colonnello” e “Bomba in Afghanistan muore un altro alpino”. In un box: “Yara, polemiche sulle ricerche campo setacciato solo in parte”. In taglio basso: “Quando gli Oscar premiano il buon vecchio cinema”.  

LA STAMPA – In apertura: “L’America schiera le navi davanti alle coste libiche. Clinton: non interveniamo” e in taglio alto: “Attentato in Afghanistan. Bomba uccide alpino”, con il commento di Mimmo Candido: “La morte è nascosta sotto ogni pietra”. Editoriale di Franco Bruni: “La ripresa in balìa dei mostri”. Di spalla: “La monarchia premiata dagli Oscar”. Al centro foto-notizia: “ ‘Torri a rischio crolli’ ” e “Berlusconi attacca lo ‘staff del Colle’ ”. A fondo pagina: “Fuori tempo massimo”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Gli Usa congelano i beni libici” e in taglio alto: “Berlusconi critica il Quirinale: lo staff interviene su tutte le leggi”. Editoriali: “Più ‘rosa’ al top? Decide l’Europa” e “Quote rosa? No, decide l’azionista”. Al centro la foto-notizia: “Afghanistan. Attacco agli italiani: alpino ucciso da una mina, quattro feriti”. In taglio basso: “Imposte leggere sui primi bilanci del passaggio agli standard Ias”, “Luxottica archivia il 2010 con un fatturato record di 5,8 miliardi di euro (+13 per cento)” e “Per un solo euro il ‘pentito’ del fisco ne perderà migliaia”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Berlusconi: cautela sull’esilio del raìs” e in un box: “Il regime all’ultimo atto”. Editoriale: “La guerra sbagliata sulla scuola”. Al centro foto-notizia: “Il testimone, un volontario e l’operaio del cantiere: tre nomi nel taccuino del pm” e “I vescovi: stima per tutta la scuola”. In un box: “Il Cavaliere: lo staff del Quirinale interviene su tutto”. In taglio basso: “Afghanistan: bomba uccide alpino” e “E’ morta a Parigi Annie Girardot, un’attrice tutta charme e passione”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Affittopoli, pacchia finita”, e a sinistra: “Il Cav all’attacco: Napolitano e i giudici bloccano il governo”. Editoriale di Tony Damascelli: “Scherza con i santi, non coi centravanti”. Al centro la foto-notizia: “No a Perina & Co.: l’8 marzo cortei separati” e “Arabi pronti per la democrazia?”. In un box: “L’Afghanistan fa un altro morto: bomba talebana uccide un alpino”. A fondo pagina: “Quella poetica (e bondiana) voglia di sparire”. 

LIBERO – In apertura: “Napolitano non mi fa lavorare”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia “” e “Yara uccisa perché s’è ribellata alla violenza”. Di spalla: “Il dopo-raìs è un affare Usa-Italia”, “Ma i nostri Servizi sono zoppi” e “Tripoli ora conta più di Kabul”. A fondo pagina: “Via libera ai costruttori: ai Pd case con lo sconto”. 

IL TEMPO – In apertura: “Obama punta i cannoni”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Cordone finanziario attorno a Gheddafi. Per lui ‘it’s time to go’ ”. In apertura a destra: “Ecco l’agenda Catricalà per risvegliare il Paese con le liberalizzazioni”. Al centro: “Lo stato morale della scuola”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Scuola, mettiamoci la faccia”. A fondo pagina: “Gli Usa pensano al raìs in esilio. Ma lui: non vado via” e “Afghanistan: ucciso un altro militare italiano. Quattro feriti”. (red)

2. “Gheddafi via”. Clinton evoca “tutte le opzioni”

Roma - “Quando lo scontro si inasprisce e rischia di rimanere per terra troppo sangue, - scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - c’è una scelta da considerare: lasciare all’avversario almeno una via di fuga. Dopo aver appoggiato la risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che spinge verso la Corte penale internazionale i mandanti di chi reprime le proteste libiche, gli Stati Uniti hanno indicato a Muammar el Gheddafi la strada dell’ ‘esilio’ . Questa prospettiva è stata presentata come ‘un’opzione’ ieri a Washington dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney mentre Hillary Clinton, a Ginevra, ha affermato: ‘Per la gente di Libia è ormai chiaro: è tempo che Gheddafi vada via’. Il segretario di Stato americano lo ha detto in una delle sedi più ufficiali della comunità internazionale, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, raggiunta in Svizzera da 78 tra capi di Stato e di governo, ministri e loro vice. Con i giornalisti, Clinton si è concessa una risata di fronte all’eventualità che il Colonnello fugga in Zimbabwe da Robert Mugabe, a suo avviso un’accoppiata di dittatori da tenere alla larga. ‘Se la violenza potesse essere fermata da questo, potrebbe essere un buon passo’ , ha continuato, pur dichiarando che Gheddafi dovrebbe ‘rendere conto’ di quanto commesso. — sono giorni che la fuga del Colonnello da Tripoli è un’ipotesi considerata. Il Corriere – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - è in grado di riferire che nei giorni scorsi l’Interpol di Beirut ha mandato a tutti i 189 Paesi che aderiscono alla sua cooperazione tra polizie una richiesta di arresto per Gheddafi e altre cinque persone. L’accusa riguardava un falso scambio di persona in occasione del rapimento dell’imam Mussa al Sadr, un caso del 1978. La casa madre dell’Interpol, da Lione, ha rifiutato la richiesta per insufficienza dei presupposti. Un segno che più Stati ci vanno piano prima di bloccare vie di fuga al Colonnello. Clinton ha spiegato che il compito di adesso è ‘esercitare pressione’ sul regime libico e che in gran parte spetta all’Unione Europea. Ieri l’Ue ha approvato con rapidità inusuale, e all’unanimità, altre sanzioni più severe di quelle dell’Onu. Blocco di visti e beni per 26 libici con il Colonnello in testa, non soltanto 16. Embargo di vendita alla Libia non esclusivamente di armi, anche di equipaggiamenti impiegabili contro le proteste. ‘Continueremo a esplorare tutte le possibili vie per ulteriori azioni ‘ , ha aggiunto il segretario di Stato americano. Quando si dice ‘tutte’ sono compresi gli attacchi militari. Su questo però Clinton è stata accorta a non avallare annunci che farebbero divampare nazionalismi e paure di guerre: ‘Non c’è alcuna azione militare imminente che coinvolga navi statunitensi’ . Il Pentagono era meno categorico. La Sesta flotta, da noi, è di casa. Il Dipartimento di Stato ha annunciato di aver congelato negli Usa 30 miliardi di dollari riconducibili al clan di Gheddafi. Quale tipo di azioni ha chiesto all’Italia? ‘Dobbiamo aspettare come si sviluppino le cose, ma stiamo guardando a molti diversi tipi di attività’ , è stata la risposta di Hillary Clinton al Corriere. In una riunione del Quintetto formato da Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, Franco Frattini aveva fatto presente anche a lei che a Tripoli il regime potrebbe resistere ‘settimane’ . Clinton ha sottolineato che il flusso di rifugiati probabile verso Nord dal Maghreb ha ‘necessità di aiuti’ , anche di ‘operazioni di salvataggio’ per i rischi in alto mare. Intenzionata a conquistare consensi tra i libici che cercano libertà, non ha assecondato visioni dei flussi di profughi come invasioni e ha accennato a usi ‘umanitari’ delle basi americane in Italia. ‘Umanitarie’ anche le azioni promesse da Frattini. Del resto, in attesa che si chiarisca come saranno superati i vincoli del Trattato italo-libico contro eventuali altri usi delle basi in Italia, il ministro ha espresso dubbi sul divieto di volo sui cieli libici. L’ambasciatore americano all’Onu Susan Rice ha confermato che gli Usa considerano ‘seriamente’ con ‘la Nato e altre organizzazioni’ la no fly zone volta a impedire al Colonnello di bombardare gli insorti. ‘Deve essere una decisione presa dal Consiglio di sicurezza prima di tutto’ , ha affermato Frattini. Una risoluzione prevarrebbe sul Trattato. Il ministro – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - sostiene che l’accordo italo-libico sarebbe sospeso in base all’articolo 61 della Convenzione di Vienna, ma alla fine ha aggiunto che il Parlamento ne andrà ‘informato’ e con ‘atto formale’”. (red)

3. Pressing Usa su Tripoli, si avvicina la flotta

Roma - “Barack Obama – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - invia una squadra navale davanti alle coste della Tripolitania e suggerisce a Muammar Gheddafi di scegliere l’esilio facendogli capire che il suo regime è oramai finito ma il colonnello non si sente affatto sconfitto e gioca tutt’altra partita: affida al capo dell’intelligence l’incarico di trattare con i ribelli della Cirenaica e invita l’Onu a mandare una missione in Libia per verificare che è lui a controllare ancora la maggior parte del territorio. A 25 anni dal bombardamento di Tripoli ordinato da Ronald Reagan, il colonnello libico è al centro di un nuovo braccio di ferro con l’inquilino della Casa Bianca e in palio c’è, oggi come allora, la sua sopravvivenza al potere. Obama lo mette sotto pressione su più fronti. Dave Lapan, portavoce del Pentagono, parla di ‘movimenti di forze a ridosso della Libia in caso fossero necessarie’ e di ‘varie opzioni allo studio’ grazie al ‘riposizionamento di forze navali ed aree’. In concreto ciò significa che almeno una portaerei della Us Navy si sta muovendo verso le coste di Tripoli e averlo svelato lascia intendere la volontà di esercitare una pressione militare sul colonnello nelle ore in cui i portavoce di Casa Bianca e Dipartimento di Stato, Jay Carney e P. J. Crowley, ripetono all’unisono che ‘l’esilio è un opzione’ a disposizione del leader della Jamahiriya. Carney va anche oltre svelando i tentativi in corso di ‘entrare in contatto con coloro che in Libia vogliono un governo capace di rispettare i cittadini’ ovvero i ribelli padroni di Bengasi. Le mosse della Casa Bianca si spiegano con il fatto che l’’opzione militare incontra delle difficoltà - come spiega lo stratega mediorientale della Brookings Institution Michael O’Hanlon - in ragione del fatto che dovrebbe essere multilaterale, coinvolgendo dunque contingenti di Paesi africani e musulmani, per evitare lo scenario di un intervento affidato solo alla Nato che potrebbe avere conseguenze molto negative nel mondo arabo’. L’opposizione di Ankara alle sanzioni varate dall’Onu – prosegue Molinari su LA STAMPA - lascia intendere che reclutare truppe musulmane potrebbe incontrare qualche difficoltà e dunque se Gheddaffi scegliesse l’esilio sarebbe la soluzione più indolore. Un’ulteriore pressione Usa in tale direzione è giunta ieri con l’annuncio da parte di Washington del congelamento di oltre 30 miliardi di dollari di beni della famiglia del colonnello nelle banche americane - una cifra record rispetto a precedenti misure nei confronti di altre nazioni o dittatori - e in sintonia con la Casa Bianca è l’ex premier britannico Tony Blair che ha telefonato per due volte a Gheddafi chiedendogli di ‘dimettersi per evitare un bagno di sangue’ in continuità con le scelte fatte a partire dal 2003 di ‘rinunciare al terrorismo e di smantellare il programma di armi di distruzione di massa’. Ma il colonnello è intento a giocare tutt’altra partita. La scelta di affidare al capo dell’intelligence Bouzaid Dordah la missione di recarsi a Bengasi per parlare con i leader degli insorti lascia intendere la volontà di trattare la rivolta come un fatto interno, dimostrando sicurezza di poterla domare, in una maniera o nell’altra. E in tale cornice ha concesso due interviste tv - alla Bbc ed alla Abc - per far sapere a Obama che ‘è bravo ma disinformato’ in quanto ignora che ‘tre quarti della nazione sono ancora sotto il mio controllo’. Rivendicando il possesso della Tripolitania, del Fezzan nel Sud e della regione della Sirte Gheddafi punta a ridimensionare quanto sta avvenendo in Cirenaica. E per dimostrare che sono i fatti a dargli ragione si spinge fino a consegnare alla Abc il suggerimento all’Onu di ‘inviare una missione in Libia per verificare la situazione’. La mossa verso il Palazzo di Vetro è abile perché, in coincidenza con l’incontro alla Casa Bianca fra Obama e Ban Ki moon, apre la strada ad una trattativa fra Tripoli e possibili inviati dell’Onu che punta a ostacolare gli attuali tentativi della Casa Bianca di creare una coalizione capace di condividere una missione umanitaria. Nel complesso l’impressione è che Gheddafi stia tentando di guadagnare tempo su più fronti, nella convinzione che riuscendo a impedire ai ribelli una veloce affermazione possa essere lui a imporsi nel medio termine. Come riassume il vescovo di Tripoli Giovanni Martinelli, che conosce il colonnello da molti anni, ‘si tratta di un beduino e non si arrenderà mai, piuttosto si farebbe ammazzare’. La ricetta della sopravvivenza di Gheddafi – conclude Molinari su LA STAMPA - è contenuta d’altra parte nella sua definizione di leadership: ‘Essere un leader significa saper cavalcare le onde del mare’ e dunque comprendere da che parte tira il vento. In questo momento ciò che serve è dialogare con i ribelli e con l’Onu per far fallire l’assedio disegnato da Barack Obama”. (red)

4. Linea dura Ue: ecco le sanzioni contro Gheddafi

Roma - “Il dopo Gheddafi è cominciato. Spingendosi persino oltre le indicazioni delle Nazioni Unite, - riporta Marco Zatterin su LA STAMPA - l’Ue ha decretato l’embargo sulle armi dirette alla Libia e il congelamento dei beni del leader della Jamahiriya e della sua famiglia, ai quali viene anche bloccata la possibilità di ottenere visti per entrare nel nostro continente. È il segnale che archivia quarant’anni di controversi rapporti con Tripoli e apre il cantiere delle future relazioni fra l’Ue, l’America, e la sponda sud del Mediterraneo. La diplomazia lavora, Obama discute nello Studio ovale col segretario Onu Ban Ki-moon la strategia umanitaria di pronto intervento senza troppe dichiarazioni, e i Ventisette a Bruxelles pensano a un vertice straordinario, da convocarsi al più presto, magari già nel corso della settimana. Gli osservatori diplomatici già delineano un duello fra Europa e Stati Uniti per mettere il nastro al pacchetto con cui si vuole spedire Gheddafi al Tribunale dell’Aia. Un questione politica, si fa notare nella capitale comunitaria, ma anche economica. ‘C’è in ballo il controllo del greggio libico - afferma una fonte -, è una risorsa su cui gli americani sperano da tempo di poter avere influenza’. L’Europa se ne è accorta, ‘ora non vuole più perdere tempo’. Le sanzioni sono presentate come il primo passo. Il documento approvato dal Consiglio Ue prevede tre misure: l’embargo del settore delle armi e delle attrezzature antisommossa; il divieto di rilasciare i visti a 26 notabili del regime libico; il congelamento dei beni del colonnello Gheddafi, di cinque familiari e di 20 alti funzionari. Il bando entrerà in vigore non appena sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale comunitaria e potrebbe essere seguito da ulteriori misure. La Nato sta lavorando all’ipotesi di una ‘No fly zone’ che però necessita dell’avvallo del Consiglio di sicurezza Onu. I britannici la sostengono e anche l’ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice concede di considerarla ‘attivamente e seriamente’ ma aggiunge che ‘è decisamente prematuro parlare di coinvolgimento militare della Nato’. Anche altri hanno dubbi. ‘La questione è complessa’, assicura l’Alto rappresentante per la Politica estera Ue, Catherine Ashton. L’Italia, spiegano fonti del Consiglio, non ha ancora varcato completamente il punto del non ritorno rispetto all’ex alleato libico. Anche qui la delicatezza della questione è amplificata dalle cointeressenze finanziarie, a partire dalla presenza di Tripoli dentro Unicredit (7,58 per cento). Non è infatti per nulla chiaro se il congelamento dei beni di Gheddafi & Co. avrà effetti sulle partecipazioni finanziarie. La logica delle sanzioni – prosegue Zatterin su LA STAMPA - è fare pressione sul leader della Jamahiriya perché abbandoni il potere. Per questo i vincoli europei potrebbero essere stretti nelle prossime ore. Il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia esaminano il caso. Nell’attesa degli eventi, il tasto caldo è quello dell’aiuto di emergenza. Kristalina Georgieva ha annunciato che l’Ue ha stanziato 3 milioni e che le operazione di sostegno fervono ai confini della Libia con Tunisia ed Egitto. ‘L’emergenza è tutta lì per il momento’, ha detto la romena, commissaria Ue per l’Azione umanitaria. Dopo l’incontro Obama-Ban Ki-moon, insolito silenzio, con Susan Rice mandata avanti a dire, che si cerca di capire ‘quanto l’opposizione a Gheddafi sarà coesa’. E poi spiega che il segretario generale dell’Onu nominerà ‘un rappresentante di alto livello per coordinare le azioni politiche e di carattere umanitario dell’Onu in Libia’. Il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron hanno fatto sapere di voler un vertice straordinario per cristallizzare la posizione dell’Unione. Il presidente stabile Herman Van Rompuy è d’accordo, ma che è difficile fissare una data, anche perché venerdì i leader di scuderia Ppe si sono già dati appuntamento a Helsinki, e una settimana più tardi si devono rivedere a Bruxelles in formato eurogruppo. Questo è un vantaggio per gli americani. Per prendere una decisione, - conclude Zatterin su LA STAMPA - non hanno bisogno di tirar fuori l’agenda”. (red)

5. Beni libici, l’Italia non decide

Roma - “Regna ancora la totale incertezza, non solo a Tripoli, - scrive Luca Fornovo su LA STAMPA - ma anche nel governo italiano su che fine faranno le quote dei libici nei pezzi pregiati di Piazza Affari. Partecipazioni che in Borsa valgono quasi 3 miliardi di euro: dal gigante bancario Unicredit, di cui Tripoli è azionista col 7,2 per cento, al colosso dell’industria militare Finmeccanica che vede la Libia socia col 2 per cento, fino al 14,7 per cento nella società di telecomunicazioni Retelit e al 7,5 per cento nella Juventus. Da Ginevra, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ieri pomeriggio ha parlato di sanzioni europee che prevedono anche il congelamento dei beni di Gheddafi, della sua famiglia e del governo. E così in Borsa hanno tirato un sospiro di sollievo i titoli di Finmeccanica (+0,6 per cento), Juve (+1,31 per cento) e Retelit (+5,73 per cento). Solo Unicredit (-0,59 per cento) ha chiuso la seduta in lieve calo. Ma in serata da Brescia, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti si mostra più prudente e si limita a dire: ‘La cifra del cambiamento in atto in Libia non è ancora chiara’. Per Tremonti, sarebbe ancora prematuro parlare del congelamento delle quote dei libici nelle società italiane di Piazza Affari. Tant’è che sul tema Tremonti ha preferito opporre un ‘no comment’, come commenti il ministro non ne ha fatti neppure sulla convocazione del Comitato di stabilità finanziaria, di cui aveva parlato ieri Frattini. Il ministro degli Esteri aveva detto che avrebbe riferito a Tremonti ‘delle decisioni europee sulle sanzioni’ e che ‘per quanto riguarda le partecipazioni statali la decisione spetta al Comitato di sicurezza finanziaria che dipende dal ministro Tremonti’. Ma finora non è prevista alcuna riunione del Comitato, oggi semmai si terrà un’incontro della rete degli esperti sulla sicurezza finanziaria, coordinata dal direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. Alla fine ci prova il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, - prosegue Fornovo su LA STAMPA - a fare chiarezza sulla Libia, dicendo che il governo ne parlerà in un Consiglio dei ministri ‘ordinario’ già previsto per questa settimana. Nei prossimi giorni entrerà in vigore l’embargo contro Tripoli e la Francia ha invitato i paesi dell’Ue a incontrarsi giovedì. Chi invece dimostra di avere le idee chiare sul Colonnello sono gli Stati Uniti. Ieri il Tesoro Usa ha annunciato di aver congelato 30 miliardi di dollari di beni riconducibili al governo libico e all’entourage di Muammar Gheddafi. Tornando all’Italia, i vertici delle società di Piazza Affari, partecipate dai libici, hanno cercato ancora di rasserenare gli investitori. ‘Il fatto che la Libia abbia comprato il 2 per cento non significa niente’ ha detto il presidente e ad di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini perché il momento in cui saranno prese delle decisioni sarà quello in cui si riunirà l’assemblea dei soci, ‘quindi abbiamo abbastanza tempo per prendere le opportune decisioni’. ‘Unicredit segue con attenzione la vicenda’, spiega un portavoce, e attende decisioni del governo italiano. Secondo il presidente di Bpm e Impregilo, Massimo Ponzellini, le banche e società italiane esposte non devono temere. Per Ponzellini un eventuale nuovo governo libico potrebbe decidere di mettere in vendita azioni sul mercato. ‘Ma io credo - ha rimarcato - che chiunque arrivi cercherà di avere una immagine affidabile. E credo che vendere le azioni di Unicredit non sia una azione che dà l’esempio di affidabilità’. Infine l’ad di Eni, Paolo Scaroni, - conclude Fornovo su LA STAMPA - ha spiegato di non sapere se i libici hanno azioni del gruppo petrolifero ma che ‘non esistono nel libro soci’”. (red)

6. Il Colonnello: “Il popolo mi ama, resterò qui”

Roma - “Muammar Gheddafi, seduto a un ristorante nel centro di Tripoli, - riporta Fabrizio Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - apparentemente rilassato (‘Non vedo proteste in giro, vi pare? I veri libici non manifestano...’ ) replica duro a Barack Obama, che sabato scorso l’aveva invitato ad andarsene, a lasciare la Libia subito: ‘Il presidente Usa è un brav’uomo, ma è stato probabilmente male informato, le dichiarazioni che gli sono state attribuite forse sono state fatte da qualcun altro... L’America non è la polizia internazionale del mondo o forse gli Usa vogliono occuparci...’ , osserva tagliente il raìs. La Casa Bianca ieri aveva ventilato per lui addirittura la possibilità dell’esilio: ‘Ma io non me ne vado dal mio Paese, chi mai lascerebbe la sua patria? In Libia tutto il popolo mi ama e sarebbe disposto anche a morire per proteggermi...’ , così mette le cose in chiaro, il Colonnello, parlando con un gruppo di giornalisti. Davanti a lui tra gli altri c’è Christiane Amanpour, la celebre inviata della tv americana Abc. Eppoi la Bbc e il Sunday Times, perciò Gheddafi sa bene che le sue parole faranno presto il giro del mondo. Si sente assediato, così lancia la sua controffensiva: ‘Invito l’Onu e le altre organizzazioni internazionali che adesso ci attaccano a venire in Libia per verificare qual è davvero la situazione’. E ha parole di fuoco anche per il premier inglese Cameron: ‘Lo invito a mostrarmi le prove dei miei presunti fondi segreti’ . Eppoi una battuta non troppo benevola ai leader occidentali: ‘A loro vorrei cavare gli occhi con le mie stesse dita’ . Già. Perché ce l’ha a morte con l’Occidente, il raìs. E non lo nasconde: ‘Sono sorpreso dal fatto che pur avendo stretto un’alleanza con i Paesi occidentali per combattere Al Qaeda, adesso che stiamo combattendo noi i terroristi, loro ci hanno abbandonato. Mi sento tradito, vogliono colonizzarci’ . Ma saranno davvero terroristi tutti quelli che, da giorni, in Tripolitania come in Cirenaica, si sono ribellati al suo regime? Gheddafi è sicuro: ‘Sono drogati da Al Qaeda. Ma nonostante tutto ho dato ordine ai miei sostenitori di non rispondere al fuoco di quella gente, che è in possesso di armi trafugate...’ . Tutti i cadaveri di questi giorni però non sono stati inventati dalla stampa. L’inviato della Bbc gli chiede allora se mai farà uso del ‘gas mostarda’ di cui l’esercito libico sarebbe in possesso: ‘Un’arma terribile — taglia corto il Colonnello con tono rassicurante —. Nessuno mai lo userebbe come arma chimica contro il nemico, peggio ancora contro la propria gente’ . In quanto ai rapporti con Roma e la sospensione del Trattato di amicizia è il vice ministro degli Esteri Khaled Kaim a parlare in una conferenza stampa: ‘Il governo Berlusconi dovrebbe avere altri problemi a cui pensare — ha detto rispondendo a un giornalista —. E sappiamo tutti quali sono ‘ . Intanto, gli insorti rispondono al cellulare da Zawiya, sono le sette di sera e per ora la battaglia laggiù si è placata: ‘Sì, confermiamo, le forze fedeli a Gheddafi ci hanno appena attaccato, erano circa duemila e hanno tentato di entrare per sgombrare la piazza dove siamo asserragliati da dieci giorni, ma per fortuna siamo ancora qui e non ci sono vittime. Noi invece abbiamo ucciso almeno tre di loro’ . Insomma, un altro giorno di sangue e terrore. La controffensiva del Colonnello, diplomatica e non, ormai è scattata. ‘Io lo conosco, non si arrenderà mai — dice monsignor Giovanni Martinelli, 69 anni, il vescovo di Tripoli — lui è un beduino e non fuggirà. Se dovrà scegliere, sceglierà una fine da eroe per il suo popolo’ . E il raìs le sta provando tutte per recuperare il consenso perduto dei suoi oppositori. Così usa allo stesso tempo il pugno di ferro e il guanto di velluto. Ieri a Tripoli i bambini sono tornati a scuola e davanti alle banche si vedevano file interminabili di gente per ritirare i 500 dinari ‘una tantum’ promessi dal governo a ogni cittadino. Segnali distensivi. Mentre nelle stesse ore, però, si combatteva a Zawiya e si alzavano gli elicotteri per attaccare la radio di Misurata (due velivoli abbattuti, secondo gli insorti ma anche una cinquantina di morti nei bombardamenti, secondo l’opposizione), i Mig del governo (secondo testimonianze locali) volavano a distruggere i depositi di munizioni di Adjabiya e Rajma, nel territorio a est controllato dalle forze d’opposizione. ‘Gheddafi non ce la farà mai a recuperare quelle zone — sospira il vescovo di Tripoli— ma non credo neppure che i ribelli avranno la forza di conquistare la capitale’ . Ieri a Tagiura e Zenten, a sud di Tripoli, hanno sfilato in centinaia, armati solo delle vecchie bandiere monarchiche. Il pugno di ferro e il guanto di velluto. Secondo monsignor Martinelli la rivolta in Libia è cominciata perché ‘il governo non ha ascoltato le legittime richieste dei giovani, che non hanno lavoro né casa’ . Altro che Al Qaeda. E così ieri – conclude Caccia sul CORRIERE DELLA SERA - la tv di Stato libica ha cominciato a diffondere un messaggio in cui si afferma che ‘i sostenitori di Gheddafi vogliono dialogare con gli oppositori’. Bene. Meglio tardi che mai”. (red)

7. “Mai sparato sulla mia gente”, ma poi bombarda Zawiya

Roma - “Gheddafi combatte, con i kalashnikov, i cannoni e i giornalisti. E ormai – riporta Vincenzo Nigro su LA REPUBBLICA - anche Saif, il suo figlio diplomatico e pacifista, ieri è saltato in piedi su un Toyota, il mitra in mano a incitare i suoi uomini alla lotta. Ce l’avevano detto al mattino: ‘A Tripoli Gheddafi non cederà mai, e da Tripoli potranno schiodarlo solo le grandi potenze internazionali, non questi ribelli che neppure sono ribelli’. Al tavolo della prima colazione all’Hotel Rixos un’amica della famiglia era venuta a capire che aria tira tra i giornalisti italiani, ma poi ci aveva spiegato invece cosa c’è nella testa del Colonnello. Pochi tavoli più in là era seduta anche Christiane Amanpour, l’ultima risorsa dei dittatori prima della fuga: la giornalista americana lo intervisterà nel pomeriggio: ‘Alcuni paesi europei mi hanno tradito. Io non lascerò mai il paese, combatterò’, dice il colonnello per poi insistere: ‘Con l’America avevamo un patto per fermare i terroristi di Al Qaeda: ora mi hanno tradito, sono rimasto solo contro il terrorismo’. Barack Obama? ‘È una brava persona, ma gli sono state date informazioni sbagliate, gli hanno fatto dire cose scritte da altri’. Armi chimiche? ‘Abbiamo delle armi talmente pericolose che non le useremmo mai contro il nostro popolo, e tra l’altro non sono stato io a dare ordine di sparare sulla gente, abbiamo colpito depositi di armi’. Il Colonnello si è fatto raggiungere di pomeriggio dai giornalisti in un ristorante della città. Era vestito col solito ‘burnus’ marrone e il cappello tradizionale libico: ‘Vedete, per le strade di Tripoli non ho visto manifestazioni contro di me. Tutto il mio popolo mi ama!’. Il leader ricambia l’affetto per la sua gente, ama talmente tanto il suo popolo che ieri sera verso le 6 ha mandato i suoi soldati a provare a bombardare il centro di Zawiya, a 45 chilometri da Tripoli. La controffensiva che Gheddafi preparava da giorni. Al telefono chiama uno dei ragazzi che avevamo intervistato domenica in quella cittadina: ‘Hanno provato ad attaccarci, per ora ce l’abbiamo fatta a respingerli, abbiamo ucciso tre dei loro: ma ci riproveranno, abbiamo bisogno di aiuto, qui siamo senza armi contro un gruppo di banditi’. Gheddafi è talmente bugiardo – prosegue Nigro su LA REPUBBLICA - che ieri ha fatto sparare di nuovo su una folla disarmata scesa in strada: la protesta è esplosa ancora una volta a Tajura, quella che per Tripoli sta diventando come la casbah di Algeri. Solo che allora gli oppressori erano stranieri. Non possiamo confermare le dimensioni dell’attacco: secondo il giornale Quryna che prima della rivolta era del figlio di Gheddafi e adesso si stampa a Bengasi, in piazza ci sarebbero state centinaia di persone, i morti sarebbero molti, e sarebbero stati trascinati via assieme ai feriti e addirittura assieme ad alcuni testimoni. ‘Il corteo è stato fermato quando è arrivato all’altezza di Souk al Juma’, il ‘mercato del venerdì’. I falangisti di Gheddafi erano in borghese, hanno iniziato a sparare e poi sono arrivate molte camionette delle milizie armate a ripulire la scena del delitto. In città la mattinata era stata apparentemente meno tesa del solito, negozi aperti per qualche ora, la gente in fila alle banche per ritirare i 500 dinari di obolo che il regime ha offerto cash ai suoi cittadini. Continuano le file alle panetterie, il segno che ormai la farina è stata razionata e i panettieri lavorano a rilento. Il governo ha mandato centinaia di sms per promettere i 500 dinari a famiglia, e molti di quelli rimasti senza stipendio sono corsi in banca, lunghe file ordinate che abbiamo visto in molti quartieri. Secondo una cittadina sentita dall’Ansa ‘il cibo inizia a scarseggiare e si va in banca a fare la fila per questi soldi. Oltre a questo, cercano di comprare i disgraziati con denaro cash, se accettano, gli consegnano le armi e quelli entrano a far parte dei miliziani di Gheddafi’. Nel caos delle voci di Tripoli, filtrate e mai confermate, ieri era arrivata la notizia secondo cui il Colonnello avrebbe ordinato al nuovo capo dei servizi segreti esterni, Bouzaid Dordah, di avviare una trattativa con i ribelli della regione orientale del paese. Ma da Bengasi i ribelli ripetono che non si fidano più del Colonnello, e poi il lui continua a far dire di voler trattare ma poi parte all’attacco. Sempre Qurina scrive che al posto del capo della polizia segreta interna, Abdallah Al Senussi, il colonnello avrebbe ha nominato una delle sue guardie del corpo, Mansur Al Qahsi. Ormai il quadro è abbastanza chiaro: Gheddafi è il ‘sindaco’ impazzito di una Tripoli ostaggio del suo terrore. I ribelli non hanno bisogno di ‘entrare’ in città perché i potenziali rivoltosi sono gli stessi cittadini di Tripoli. Ma la capitale è presidiata giorno e notte dalle truppe e da quella parte della popolazione rimasta fedele al regime. Come da un cavallo di Troia, se avranno forza, coraggio e aiuti, i ribelli al momento giusto usciranno dalle loro case per battersi in strada. E sarà guerra civile. ‘Gheddafi lo sconfiggeranno solo le pressioni internazionali’, diceva al mattino la sua sostenitrice. Il vescovo cattolico di Tripoli Giovanni Martinelli nel pomeriggio conferma: ‘Gheddafi combatterà, è un beduino, un guerriero’. Il vescovo – conclude Nigro su LA REPUBBLICA - è nato in Libia, ha studiato in Italia e ci è ritornato da 40 anni: conosce bene l’uomo, parla l’arabo e ama i libici. ‘Tutti dicono che Gheddafi è finito. Io non lo so se è finito... Tripoli sta con lui e resterà con lui. Tripoli non sarà facile da conquistare. Sarà lunga…’”. (red)

8. La rivolta ambigua

Roma - “La rivolta che sconvolge la Libia – scrive Carlo Panella su IL FOGLIO - non è affatto una replica di quelle della Tunisia e dell’Egitto, ma presenta caratteristiche specifiche che è bene tentare di comprendere, soprattutto nell’ipotesi di un intervento militare dell’occidente. A Tunisi come al Cairo, le sommosse erano verticali, erano cioè capaci di scatenare una grande forza politica verso l’alto, verso il vertice del regime, mentre le Forze armate restavano neutrali per essere poi chiamate dalla stessa piazza a fare da cerniera, a garantire la transizione democratica. In Libia, al contrario, la rivolta si muove per segmenti e prende i connotati della guerra civile. Non si sviluppa con una contrapposizione frontale al rais: la piazza è manovrata da strutture claniche e da gerarchi del regime che tentano un loro gioco complesso. Un intervento militare esterno rischia di mettere in pericolo la vita dei soldati stranieri. Le truppe sarebbero chiamate a difendere leader dell’opposizione che sono stati per anni al fianco di Muammar Gheddafi e hanno partecipato a tutte le sue stragi. Alcune fra le principali tribù si sono schierate contro il regime negli ultimi giorni. Ora emerge che i rapporti di forza fra la piazza e il rais si sono ribaltati il 21 febbraio, quattro giorni prima delle proteste a Bengasi, quando il numero due del regime, il generale Fattah al Obeidi, è passato dalla parte degli oppositori. Questa decisione è stata preceduta da voci, secondo le quali il generale era misteriosamente scomparso. Nelle stesse ore, Bengasi era assediata dalle Brigate di sicurezza di Abdullah al Senussi. Al Obeidi è stato a fianco di Gheddafi sin dal putsch del 1969 e ha collaborato a tutte le iniziative del suo rais, comprese quelle banditesche. Dopo la brusca estromissione del vice storico di Gheddafi, Abdessalam Jallud, nel 1993, al Obeidi ha esercitato il massimo potere nella repressione degli oppositori. E’ sua, per esempio, la responsabilità dei 1.200 carcerati uccisi nella rivolta del 1996 nella prigione di Abu Slim di Tripoli. All’inizio di febbraio, Gheddafi ha nominato al Obeidi a capo delle unità di crisi che dovevano prevenire le rivolte. La conversione di al Obeidi è strana e fa il paio con gli strali (poco credibili) lanciati contro il dittatore dall’inviato libico all’Onu, Abdurrahman Shalgam, e dal ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil, che delle imprese terroristiche di Gheddafi – strage di Lockerbie inclusa – è sempre stato al corrente. Questi nomi – prosegue Panella su IL FOGLIO - circolano come probabili membri del governo provvisorio di Bengasi, l’organismo che intende contrapporsi a quello di Tripoli e cerca di prendere contatti con la comunità internazionale. E’ di Abdurrahman Shalgam, che si è sempre definito fratello di Gheddafi, la richiesta all’Onu di stabilire una no fly zone per impedire di operare all’aviazione fedele al regime. Mentre la piazza tunisina continua a esercitare egemonia sul processo politico, ottenendo le dimissioni del premier Ghannouchi, quella libica vede la presenza di numerosi manifestanti pro Gheddafi e appare prigioniera di giochi poco chiari condotti dai principali supporter del dittatore. Come i capi tribù, sino a ieri suoi affezionati clienti, e alcuni ex fedelissimi. A conferma di questo quadro – e del ruolo determinante svolto dalle strutture tradizionali di potere, non certo la piazza libica – si colloca la notizia di una tregua fra Gheddafi e la strategica tribù di Zawaiya, che controlla un oleodotto. Per dare forza alla trattativa in corso con le tribù e con i suoi ex fedeli, il colonnello ha rimosso il maggiore Abdullah al Senussi dalla guida delle sue brigate, lo ha sostituito con Mansour Dhu al Qahasi e ha dato l’incarico di negoziare con i capi della rivolta all’ex capo dell’intelligence libica all’estero, Bouzid Durda. Secondo la Bbc, Gheddafi avrebbe addirittura ordinato ai suoi uomini di sospendere il fuoco contro i ribelli. Si capirà a ore se si tratta di una mossa disperata o se i capi tribù e gli ex fedelissimi opereranno una seconda giravolta, rendendo ancora più complesso un quadro in cui la posizione del colonnello, vista dall’estero, appare disperata, mentre forse – conclude Panella su IL FOGLIO - ha ancora pur esigui spazi di manovra”. (red)

9. La frontiera italiana

Roma - “In poche settimane – osserva Antonio Polito sul CORRIERE DELLA SERA - l’Italia ha cambiato la sua collocazione geopolitica, ma non sembra ancora rendersene conto. Le rivoluzioni in corso nel Maghreb hanno rimesso il Mediterraneo al centro della storia del mondo e l’Italia, che lo voglia o no, è al centro del Mediterraneo. La posizione geografica in politica conta. Non a caso uno dei periodi di maggior stabilità e prosperità della nostra storia è coinciso con il lungo dopoguerra, quando il ruolo di confine orientale dell’Occidente ha reso l’Italia un Paese importante sullo scacchiere internazionale: l’avamposto della Nato a Est. La caduta del Muro di Berlino ci ha dissolto come frontiera orientale della democrazia e della libertà, ma ora la Storia torna a battere alle nostre porte. Lampedusa non è soltanto la disgraziata isola dove si illuminano ogni sera i nostri incubi di invasioni barbariche. È anche il luogo simbolo della nuova frontiera dell’Occidente che siamo chiamati a rappresentare: la frontiera meridionale. Siamo l’unica media potenza europea letteralmente a un tiro di schioppo dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Libia (non a caso Italo Balbo la chiamava la ‘quarta sponda’ ) e anche dall’Egitto. Ciò che faremo, ciò che diremo sarà rilevante per gli sviluppi futuri di queste rivoluzioni, delle quali niente del poco che sappiamo è in grado di dirci oggi che piega prenderanno. Il rivolgimento in corso è così straordinario che perfino la questione palestinese sembra marginalizzata e comunque è stata clamorosamente assente in questa originalissima arab street che ha fatto fuori i tiranni. Siamo diventati così importanti che Obama ha perfino sentito il bisogno di telefonare a Berlusconi. Non sembra – prosegue Polito sul CORRIERE DELLA SERA - che il nostro dibattito pubblico sia però consapevole di questa nuova grande occasione. Sul piano politico, il governo è tutto preso a far dimenticare il più presto possibile l’eccesso di baciamaneria al dittatore libico e l’opposizione è tutta presa a non farlo dimenticare mai. Entrambi combattono una battaglia di retroguardia, regolano conti del passato. Ci sarebbe invece da prendere alcune decisioni. Intanto come apparire amici di chi farà fuori Gheddafi, dopo essere stati così tanto amici di Gheddafi. Qualche ostilità dobbiamo metterla infatti in conto, ma non è affatto impossibile— come ha scritto Angelo Panebianco su questo giornale il 27 febbraio — far coincidere finalmente il giusto e l’utile. Ma una politica che persegua l’interesse nazionale richiede un respiro anche più vasto. Per esempio uno sguardo alla Tunisia, dove l’influenza francese esce notevolmente acciaccata dalla caduta di Ben Ali. Per esempio una riconsiderazione della nostra rete diplomatica, non particolarmente acuta nell’avvertire il rombo dello tsunami in arrivo, e della nostra rete consolare, strangolata dalle ristrettezze di bilancio. Per esempio il lancio di un canale tv in lingua italiana dedicato a questi Paesi, che forse conta più di dieci anni di politica estera per conquistare i cuori e le menti di un popolo vicino. Ma ancor di più si tratta di rispondere alla domanda chiave che questo rivolgimento storico ci pone: sarà un bene, o è solo l’ennesimo mostro uscito dal videogame della globalizzazione? E, soprattutto, come indirizzarlo verso la democrazia? Conviene che l’Europa l’abbracci, come propone chi già vede il Maghreb nell’Unione Europea, o conviene metterlo prima alla prova? Va aiutato con soldi, armi e tecnologia, come abbiamo fatto con le dittature precedenti, o va legato con immigrazione, commerci e cultura? L’Italia ha la possibilità di guidare questo dibattito in Europa. Se però è in grado di farlo prima di tutto a casa sua. Queste settimane sono state sconfortanti: un balbettio imbarazzato del governo, analisi abborracciate e sostanzialmente al buio, scarse informazioni: ci sono volute un paio di uscite del capo dello Stato per dare all’Europa l’idea che eravamo anche noi della partita. L’unica cosa che sembra interessarci della caduta del Muro del Maghreb è il numero esatto di immigrati che arriveranno sulle nostre coste, e si sente in giro un insopportabile tanfo di nostalgia per i vecchi regimi, brutti sì, ma così utili a evitarci rogne. Sarebbe invece il caso, una volta tanto, di resuscitare il Parlamento per la funzione cui è destinato: una sessione straordinaria, con relazione del governo, per discutere che fare dell’Italia in questo nuovo scenario internazionale e per costruire uno straccio di politica estera comune sulla sponda sud del Mediterraneo. Non ci sarebbe modo migliore – conclude Polito sul CORRIERE DELLA SERA - che parlare del nostro futuro anche per ricordare degnamente il nostro passato: il 150mo dell’Unità d’Italia, ma anche il centenario dell’invasione coloniale di Tripolitania e Cirenaica”. (red)

10. Prodi: “Ora missione Europa è guardare verso Sud”

Roma - Intervista di Fabio Martini all’ex premier Romano Prodi su LA STAMPA: “Da presidente del Consiglio e da incaricato dell’Onu, Romano Prodi è stato spesso in Maghreb e in Medio Oriente, conosce tutti i leader, continua a parlare con diversi potenti del mondo e in queste ore si è fatto un’idea: ‘L’Europa? In quest’area, in queste settimane, sta perdendo ulteriormente terreno. E invece si sta concretizzando una ripresa di influenza da parte degli Stati Uniti. Dopo aver a lungo sostenuto il governo-chiave di tutta l’area, l’Egitto, gli americani si sono schierati a favore del cambiamento e lo hanno fatto rapidamente. Non è privo di significato il fatto che in Tunisia la gente in piazza sventolasse la bandiera americana e bruciasse quella di un grande Paese europeo’. Quando è scoppiato l’incendio in Tunisia, lei ha detto: attenti all’Egitto... ‘Sì, perché l’Egitto è la chiave di tutto. Lo è per dimensioni, numero di abitanti e per posizione strategica. Ma soprattutto - e questo viene spesso dimenticato - perché è il Paese delle grandi università, della profondità del pensiero islamico. E attraverso queste università l’Egitto influenza tutta la fascia subsahariana che arriva fino all’Oceano Atlantico. Le città costiere del Nord Africa oramai sono città di diplomati e laureati senza un futuro’. Nell’Università del Cairo, nel giugno del 2009, Barack Obama - Presidente afroamericano dal nome islamico - disse che la democrazia non si esporta ma che gli Stati Uniti sono al fianco di chi la anela. Gli americani hanno una ‘dottrina’ per quest’area. L’Europa? ‘Il discorso del Cairo era stato meraviglioso ma aveva lasciato un po’ di frustrazione perché non era stato seguito da azioni. L’Europa? L’opinione diffusa nel Medio Oriente che ti senti ripetere è questa: voi europei siete i numero uno per i rapporti commerciali e negli investimenti, ma politicamente non contate nulla’. In un editoriale per ‘La Stampa’, l’ex direttore dell’’Economist’ Bill Emmott ha proposto che l’Ue, come nei suoi momenti migliori, dovrebbe saper cavalcare proposte anticipatrici, in questo caso l’espansione dell’Unione alla costa meridionale del Mediterraneo: che ne pensa? ‘Mi sembra un intervento interessante. E non soltanto perché riprende una proposta che nel 2003 avevo fatto come Presidente della Commissione Europea. Dopo il fulmineo allargamento verso Est, dicevo: la storia ci ha spinti verso il Nord, ora dobbiamo andare verso il Sud’. Emmott suggerisce forme diverse di adesione... ‘Siamo d’accordo. La proposta della Commissione che confidenzialmente chiamammo allora “l’anello degli amici” e in modo strutturato “politica di vicinato”, sostanzialmente diceva questo: tutti i Paesi confinanti con l’Europa - la Bielorussia e l’Ucraina ma anche Israele, la Libia, l’Algeria, l’Egitto, la Siria e Libano - se vogliono, nei prossimi decenni potranno condividere tutte le regolamentazioni europee (mercato interno, politiche culturali e di ricerca) ma non le istituzioni. Un cammino previsto per tutti, ma che con realismo si proponeva di contrattare con ogni singolo Paese. Non se ne fece nulla. Il Nord Europa non ci voleva sentire’. Oggi, davanti al terremoto in corso, quella proposta può riprendere forza? ‘Certo. L’idea più realistica sarebbe quella di evitare di mettere assieme tutti i Paesi in un colpo solo. Bisogna fare uno schema aperto che consenta a ciascuno di accostarsi adagio adagio’. Sembra comunque una chimera... ‘Il vero problema è che oramai da diversi anni il bilancio europeo - lo 0,96 per cento del prodotto lordo - viene tenuto su un livello inadatto per operazioni di questa portata. Ma c’è problema ancora più grande che impedisce di volare alto... Quale? ‘La politica nel Mediterraneo dovrebbe essere sentita come politica comune europea. Ma così non è, neppure davanti all’emergenza. Non c’è alcun richiamo a impegni di lungo periodo’. Forse un terremoto ancora più grande di quello in corso potrebbe aprire gli occhi ai Paesi del Nord Europa? ‘Attenzione: il terremoto è già avvenuto! Qui abbiamo dei semi di democrazia e il momento della coltivazione è questo, perché se la democrazia va avanti aiutata solo dagli americani, ogni intervento nostro a posteriori sarebbe vano. Un intervento europeo è urgente. Il momento è adesso. Anche perché in situazioni come questa c’è sempre un grosso rischio’. Quale? ‘Tutti quelli che hanno cominciato il cambiamento potrebbero venir messi in un angolo: vedete stiamo peggio di prima’. L’allargamento dell’Ue all’Est fu un investimento rischioso: è servito a tamponare il sentimento verso lo “stavamo meglio quando stavamo peggio”? ‘Certo. Dopo il fulmineo allargamento ad Est, ricordo il rimprovero: perché con loro siete stati così rapidi? È vero, li aiutammo ad entrare. Ma è così che si aiuta la democrazia. Sono orgoglioso di quel che facemmo: l’allargamento è stato l’unico vero episodio di esportazione della democrazia nel mondo. L’unico. Ed ha funzionato’”. (red)

11. Afghanistan, l’alpino ucciso in missione di soccorso

Roma - “Il 24 marzo – scrive Marco Nese sul CORRIERE DELLA SERA - era il giorno del compleanno di Massimo Ranzani, tenente del 5° reggimento alpini di stanza a Vipiteno. Avrebbe compiuto 37 anni. Ma ieri un mujaheddin afghano lo ha ucciso facendo esplodere un ordigno sotto il mezzo militare sul quale l’ufficiale stava viaggiando. E’accaduto alle 12 e 45 (le 9 e 15 in Italia) nell’area di Shindand, circa 70 chilometri a sud di Herat. Lungo la strada, la cosiddetta Ring road che collega le più importanti città afghane, viaggiava un convoglio di 13 mezzi, compresa un’ambulanza. Il tenente Ranzani si trovava sul terzo veicolo, un blindato Lince. L’esplosione dev’essere stata molto potente perché ha sventrato il mezzo che è dotato di una corazza formidabile, grazie alla quale i militari sono usciti illesi da numerosi attentati. I Lince dispongono di un meccanismo elettronico in grado di rallentare l’esplosione di un ordigno nascosto, in modo da farlo deflagrare dopo il passaggio del veicolo. Ma in questo caso non ha funzionato. Forse perché l’esplosione è stata provocata con un comando a distanza. Il tenente (ora promosso capitano) è morto sul colpo mentre altri quattro alpini che erano insieme con lui sono rimasti feriti. Le schegge li hanno investiti provocando fratture alle gambe, uno di loro ha riportato anche una ferita a un occhio. Ma nessuno dei quattro è in condizioni gravi. I talebani si sono subito vantati di aver messo a segno l’aggressione. Con un comunicato apparso sul loro sito web hanno tenuto a far sapere che ‘una mina terrestre collocata da un mujaheddin nell’area di Company del distretto di Adar Sang ha sventrato un automezzo in pattugliamento dell’Isaf’. In realtà gli alpini non stavano compiendo un’azione di controllo. Tornavano da una missione umanitaria nel villaggio di Adraskan. ‘Avevano prestato assistenza medica ad alcuni ammalati— racconta un ufficiale da Herat— e stavano rientrando alla base, la Task force Center, che si trova all’aeroporto di Shindand’ . La Task force Center è composta da circa 450 uomini e ha il compito principale di offrire assistenza umanitaria. Questa è una delle anomalie difficili da capire nel turbolento mondo afghano: gli alpini vanno a portare soccorso e sono ripagati con le bombe. Costruiscono scuole e ospedali. A 40 chilometri da Shindand, nel villaggio di Shawz, i militari italiani hanno ristrutturato una moschea, rifatto il pavimento e rimesso a nuovo la facciata. Tutti i capi villaggio, che hanno avuto in omaggio tappeti per la preghiera, sono apparsi entusiasti. Ma i talebani non gradiscono. E ora, di fronte a questa nuova vittima degli insorti, il presidente del Consiglio Berlusconi si dice angosciato e si chiede ‘se il nostro sacrificio serve a qualcosa’. Mentre il capo dello Stato Napolitano – conclude Nese sul CORRIERE DELLA SERA - esprime ‘commozione e solidarietà’ alla famiglia dell’ufficiale ucciso, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, riflette sul ‘tributo di sangue che i nostri soldati pagano per liberare l’Afghanistan’. E tuttavia la ‘missione deve andare avanti’”. (red)

12. Non dobbiamo perdere la guerra adesso

Roma - “La guerra afghana – scrive Franco Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - riconquista la nostra attenzione nel peggiore dei modi: con un altro caduto italiano e quattro feriti gravi. La bomba rudimentale che ha ucciso il tenente Ranzani a Shindand, mentre gli alpini rientravano da una missione umanitaria, è l’ennesimo tragico episodio di un conflitto che purtroppo non autorizza a vedere la luce in fondo al tunnel. Silvio Berlusconi si è chiesto di nuovo ieri se ‘questi siano veramente sacrifici e sforzi che servono’ . L’interrogativo non sottintende un cambiamento dell’impegno italiano, o una propensione a quel ritiro unilaterale che gravi danni arrecherebbe alla nostra posizione internazionale. Ma è un fatto, e nessun governo alleato lo ignora dietro le prudenze dell’ufficialità, che con il passare del tempo la situazione complessiva in Afghanistan non mostra gli sperati segnali di miglioramento. I contatti tra Karzai e i talebani non decollano. L’offensiva Nato ha portato qualche frutto al Sud, ma l’attività ostile è parallelamente aumentata altrove e la tattica degli avamposti per controllare meglio il territorio espone le forze alleate a perdite crescenti (712 caduti nel 2010 contro 521 nel 2009, e l’anno in corso è cominciato ancora peggio). I talebani fanno strage di civili, ma anche la Nato continua a colpirli per errore reclutando di fatto nuovi nemici. L’addestramento di truppe afghane procede con parecchie difficoltà. Il Pakistan continua a svolgere un ruolo ambiguo, preoccupati come sono i suoi servizi di trovarsi tra l’India da una parte e un Afghanistan non amico dall’altra. Non aiutano le voci secondo cui il generale Petraeus lascerebbe prossimamente il suo comando. E tutto questo mentre si attende la tradizionale offensiva di primavera dei talebani. Assodato che tutti i governi impegnati a cominciare dagli Usa vogliono ritirarsi ma senza rendere vani dieci anni di guerra, resta sul tavolo il ‘piano di Lisbona’ : prime partenze americane in luglio, progressiva riduzione dei contingenti alleati a seconda delle aree occupate (una parte degli italiani dovrebbe rientrare entro il 2011, e i soldati dovrebbero essere progressivamente sostituiti da istruttori), passaggio del testimone alle forze afghane nel 2014. I militari Usa vorrebbero più tempo, e il ritiro non sarà comunque totale. Ma l’interrogativo chiave – conclude Venturini sul CORRIERE DELLA SERA - resta sospeso, e riguarda l’effettiva possibilità di non perdere rovinosamente la guerra dopo avere rinunciato a vincerla”. (red)

13. Crescono i rischi di un conflitto con Napolitano

Roma - “Registrare l’attacco di Silvio Berlusconi allo ‘staff troppo puntiglioso’ del Quirinale, e vedere che Giorgio Napolitano ora viene difeso perfino dall’Idv, - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - fa un certo effetto. Dimostra quanto si siano sfilacciati e capovolti i rapporti fra presidente della Repubblica e Pdl, e quanto Palazzo Chigi soffra il controllo di legittimità sulle leggi, che spetta al capo dello Stato. Ma soprattutto, lascia intravedere una tensione latente sul modo in cui Napolitano e Berlusconi interpretano questa fase della legislatura e i suoi sviluppi. L’impressione è che al Quirinale non basti la blindatura numerica della maggioranza: è garanzia non di stabilità, ma di sopravvivenza del premier. Per questo, il capo del governo mal sopporta i rilievi nei confronti di misure come il cosiddetto ‘Milleproroghe’ . In un momento normale, avrebbe accolto i suggerimenti e magari ringraziato; sentendosi in bilico, dice ‘sì’ , ma poi dà sfogo alla frustrazione. Il Berlusconi che lamenta impotenza decisionale, mancanza di potere, e una sorta di ‘laccio’ istituzionale teso a frenare la sua azione, scarica sull’esterno le difficoltà del centrodestra. Rievoca lo ‘spirito e la passione del ’ 94’ , quando la sua maggioranza vinse per la prima volta le elezioni; e la nostalgia gli fa dimenticare che allora durò appena nove mesi. Il centrodestra si ruppe per la defezione della Lega, e lui si ritrovò all’opposizione. Oggi la situazione appare diversa. Napolitano è sempre stato considerato un interprete rispettoso del voto popolare e delle sue implicazioni. E dopo la rottura tra Berlusconi e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha evitato di parteggiare per l’uno o per l’altro: con irritazione mal celata del Pdl, furioso per il modo in cui Fini interpreta il ruolo di terza carica dello Stato e per il suo rifiuto di dimettersi. Ma il viavai di parlamentari seguito alla spaccatura nel centrodestra è un fenomeno a dir poco ambiguo. Permette a Berlusconi di andare avanti, forte del patto con una Lega che concede il via libera ‘finché ci sono i numeri’ : quindi non escludendo elezioni, che il premier però vede come una iattura con la crisi in atto nel Maghreb. Eppure – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - manca un’agenda chiara per il resto della legislatura. L’ennesimo annuncio di una riforma istituzionale che prende di mira le prerogative degli altri poteri, solleva perplessità. Il Pd vede nella polemica ‘un attacco preventivo’ . E Pier Ferdinando Casini dell’Udc ironizza su un Berlusconi ‘inseguito dai suoi processi’ , che ‘se la prende con i magistrati e Napolitano’ . È vero che il premier si definisce ‘disperato’ . Ma continua a sospettare che esista ‘un patto fra Anm e Fini’ per far naufragare la riforma della Giustizia. ‘Risibile’ , reagisce il leader di Fli. Il Quirinale, invece, risponde alle accuse berlusconiane con un silenzio gelido e un ‘grazie’ ufficioso: sentirsi dare dei puntigliosi nello sbandamento generale, viene percepito quasi come un complimento. Eppure, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - la distanza fra capo dello Stato e del governo è pericolosa: tanto più se diventa conflitto”. (red)

14. Il Cavaliere ora rompe la tregua

Roma - “‘Anche lui non mi fa governare’. In pubblico morde il freno, - scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - si limita a prendersela con lo staff del Quirinale. In privato, quando i ministri fanno capannello dopo il pranzo milanese con gli eletti lombardi, Silvio Berlusconi esterna tutta la sua rabbia. ‘Ho detto solo le cose come stanno, si sta mettendo di traverso’. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano entra senza eccezione nella lista di coloro che in questi anni hanno ostacolato la sua azione di governo. Sono giorni da resa dei conti. A poca distanza da lì, al Tribunale milanese, viene riaperto il processo sui diritti tv. Altri tre lo attendono al varco nelle prossime settimane. Il capo del governo punta gli avversari a testa bassa senza più remore o diplomazie istituzionali. ‘Se alcune cose non le ho potute fare è anche colpa sua, non solo di Fini’ lamenta con riferimento, per esempio, alla stretta del Colle sulle intercettazioni. Una delle norme che sta più a cuore a Berlusconi, per ovvie ragioni, e che in questi giorni non a caso verrà rispolverata per essere portata in aula. Non tollererà altri ostacoli, il Cavaliere, ora che con la riforma della giustizia in Parlamento tenterà di risolvere alla radice i suoi problemi con la giustizia. ‘Dal Colle arrivano solo tirate d’orecchie, ma io andrò avanti ugualmente con le riforme, a cominciare da giustizia e intercettazioni: stavolta non mi fermano’ si sfoga il premier con un paio dei ministri che siedono al suo tavolo, al pranzo seguito alla kermesse della Confcommercio meneghina. La Russa e Romani, la Brambilla e la Gelmini, Rotondi e Fazio, il governatore Formigoni e, ministra in pectore tra i ministri, Santanché. La lista delle contestazioni è lunga. La prima carica dello Stato non avrebbe a suo dire mantenuto gli impegni sul ‘legittimo impedimento’ poi cassato in Consulta. Il 12 febbraio scorso è arrivata a minacciare lo scioglimento delle Camere se il clima da scontro istituzionale dovesse proseguire. In ultimo, - prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - ha stoppato il varo in Consiglio dei ministri del decreto sul federalismo municipale e costretto a rivedere il Milleproroghe. ‘Incidenti’ che, dal suo punto di vista, confermerebbero l’esistenza di una strategia tesa a impedirgli di governare. Convincimento non nuovo. Stessa platea di industriali, ma a Parma, l’11 aprile 2010 Berlusconi si era già lamentato dei suoi scarsi poteri, ricordando come ‘ogni provvedimento che esce dal Consiglio dei ministri debba poi essere sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff, che controlla minuziosamente anche gli aggettivi’. Un episodio che è ben ricordato al Quirinale. Sullo sfondo, stavolta anche il sospetto dell’asse Quirinale-Montecitorio. ‘Fini non perde occasione per attaccarmi con ogni mezzo e dal Colle niente, silenzio: vengono usati due pesi e due misure’ si sfoga il premier alludendo all’ultimo battage mediatico del presidente della Camera tutto giocato all’attacco dell’’imputato’ Berlusconi. Convinto che siamo già nel pieno di uno ‘scontro istituzionale, ma non certo per colpa mia: lo hanno aperto Fini e i pm, io mi sto solo difendendo’. L’ultimo attacco del presidente del Consiglio non ha colto di sorpresa lo staff del Colle, consapevole che non si è trattato del primo e molto probabilmente neanche dell’ultimo. Ad aprile scorso erano stati usati gli stessi termini, forse peggiori. Self control, dunque, nelle stanze del Quirinale, e non potrebbe avvenire diversamente, è il ragionamento che viene fatto, dato che gli unici poteri ai quali si rifà nei suoi interventi la Presidenza della Repubblica sono quelli riconosciuti dalla Costituzione. Insomma, dicono sul Colle, la ‘puntigliosità’ è un complimento: segno del buon lavoro svolto rispettando le funzioni attribuite dalla Costituzione. Dialogo assente, dunque. Nessuna collaborazione istituzionale. Moral suasion ridotta ai minimi termini dall’insofferenza di Palazzo Chigi. Silvio Berlusconi d’altronde è già proiettato all’imminente campagna elettorale per le amministrative, come ha spiegato ieri a La Russa, Gelmini e agli altri ministri. ‘Sarò ogni sabato e domenica in giro per l’Italia, ci metterò la faccia, ancora una volta, senza di me il partito non potrebbe farcela’ striglia i suoi. E ai collaboratori lancia un suggerimento che è quasi un monito alla vigilia della formazione delle liste elettorali da Napoli a Milano, da Torino a Bologna: ‘Voglio quasi tutti candidati giovani e donne, soprattutto donne, perché ormai è evidente che fanno meglio degli uomini’. In Parlamento, forte dei numeri, - conclude Lopapa su LA REPUBBLICA - il centrodestra andrà come un treno: ‘Pensateci, abbiamo più maggioranza oggi senza Fini che quando siamo stati eletti. E a breve altri ancora passeranno con noi’”. (red)

15. Gelo dal Quirinale. Noi attenti? Un complimento

Roma - “È un’accusa che Berlusconi ripete da anni – scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - e alla quale Napolitano si è stancato di replicare, anche se gli è chiaro che così si sta minando l’ultima, fragile tregua. Lamenta il Cavaliere: ‘Quando il governo decide di fare una legge, questa prima deve passare’ il vaglio del Quirinale e ‘dell’enorme staff che circonda’ il presidente e che ‘interviene puntigliosamente su tutto’. Se poi la legge ‘non piace al capo dello Stato e al suo staff, torna alla Camera e al Senato’. Ma non sono solo quelli, per lui, gli azzeccagarbugli pronti a vivisezionare— per azzerarle — le norme di Palazzo Chigi. Ci sono ‘i pm di sinistra e altre autorità... che se non sono d’accordo’ con un provvedimento ‘lo fanno abrogare dalla Consulta’. Un combinato disposto di frenatori contro i quali il premier rivendica maggior potere. Annunciando che presto se lo prenderà, a costo di riformare la Carta costituzionale. Davanti a questo elenco di chi gli legherebbe le mani, accompagnato dalla solita recriminazione del ‘non mi lasciano lavorare’ , dal Colle reagiscono con freddo sarcasmo. ‘Se si contesta l’attenzione che quassù dedichiamo all’esame delle leggi, questa per noi è una sorta di gratificazione, quasi un complimento. Perché significa che facciamo bene il nostro lavoro’ . Insomma: è inutile e pretestuoso chiedere al presidente della Repubblica, come agli altri organi costituzionali, di comportarsi come un semplice certificatore, un distratto passacarte. La Costituzione assegna al capo dello Stato una serie di prerogative di controllo che Napolitano non rinuncerà mai a esercitare ‘pienamente e rigorosamente’. Ciò che non dev’essere comunque inteso come un modo per negare la ‘prassi di consultazione e leale collaborazione’ tra istituzioni (pur nella ‘netta distinzione di ruoli e responsabilità’) alla quale si è richiamato tante volte, spiegando il senso della propria moral suasion. È accaduto nei primi giorni d’ottobre del 2009, - prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - quando il premier parlò di ‘patto calpestato’ tra lui e il presidente sul Lodo Alfano e tentò di avallare la versione politico-mediatica di un accordo che il Colle marchiò come ‘del tutto falsa’ . Un replay lo si ebbe l’ 11 dicembre dello stesso anno, quando il Cavaliere se la prese con la Consulta (‘organo politico non più di garanzia’ ) e con lo stesso Quirinale (‘purtroppo abbiamo avuto tre presidenti consecutivi tutti di sinistra’ ). Attacchi ‘violenti’ e ‘gravi ‘ , cui è stato sempre difficile abituarsi, per Napolitano. Anche perché non erano quasi mai seguiti da un chiarimento. Stavolta l’impennata di Berlusconi cade sulla scia del decreto milleproroghe, scaturito da una discutibile prassi parlamentare e sul quale il Colle ha sollevato rilievi tali da imporre rettifiche. Ora, che quel testo meritasse molta attenzione lo dimostra, ad esempio, il capitolo sul divieto di incroci azionari tra proprietà di tv e giornali: norma fondamentale per gli equilibri del pluralismo informativo. Premessa: tutte le proroghe contenute nel provvedimento erano confermate fino al 31 marzo prossimo, con l’autorizzazione a prolungarle fino al 31 dicembre 2011 attraverso un atto non legislativo, cioè un decreto del presidente del Consiglio. Questa era la deadline. Strada facendo, la maggioranza aveva invece detto: fissiamo subito, già adesso, il termine al 31 dicembre, e così sembrava si sarebbe proceduto. Solo che poi, nel passaggio tra Camera e Senato, il testo è cambiato. E qui la cosa si fa un po’ rocambolesca perché, per giustificare la correzione, si è parlato di disguidi materiali, difetti di coordinamento, passaggi abbreviati. Fatto sta che quel termine è stato cancellato e quel divieto che doveva scadere a fine anno è divenuto una mini proroga destinata a perdere efficacia già alla fine di questo mese. Certo: al Senato c’è stato un ordine del giorno, accolto, che raccomanda di spostare il divieto non solo al 31 dicembre 2011, ma addirittura al 31 dicembre 2012. E, come si sa, anche se un ordine del giorno non ha lo stesso valore di una norma di legge specifica, è tuttavia un impegno formale che il governo assume e dovrebbe quindi onorare. Ma proprio qui si nasconde un’insidia, per il momento virtuale. Infatti, se è vero che da qui al 31 marzo la legge mantiene intatto il suo vincolo, prima di allora bisognerà che sia emanato il decreto di proroga del presidente del Consiglio che dovrebbe estendere il divieto fino al 31 dicembre 2012, secondo la determinazione manifestata con l’ordine del giorno citato anche nella nota di Napolitano. Ogni giornata di intervallo tra i due provvedimenti nasconde il rischio di una specie di brutto ‘pesce d’aprile’. Perché, fino a quando dovesse durare il vuoto normativo, e pur dando per scontata la buona fede di tutti, - conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - teoricamente si aprirebbe la possibilità di fare il vietato intreccio fra tv e giornali”. (red)

16. Chi sono gli uomini di Napolitano

Roma - “Un ruolo più appartato, anche se solo apparentemente, - scrive Marcello Sorgi su LA STAMPA - dato che il suo compito è anche quello di fornire consigli nei momenti più delicati: e per come vanno le cose in Italia di questi tempi ciò vuol dire intervenire ogni giorno che Dio manda in terra. Adesso che il suo ufficio è nel palazzo di fronte alla Presidenza della Repubblica, don Gaetano, l’indimenticabile ‘Prudenziano’ (questo il suo nome di battaglia), con chiunque glielo chieda minimizza, accenna alla scrivania sgombra di pratiche e dossier, divaga su certe ricerche storiche a cui il maggior tempo a disposizione gli consente di dedicarsi, e si guarda bene dal commentare in qualsiasi modo la gran confusione politica che non trova pace e la guerra istituzionale che quasi quotidianamente oppone Palazzo Chigi al Quirinale, alla Corte Costituzionale e alla presidenza della Camera. Ma appunto, che in un momento come questo un uomo come Gifuni possa dedicarsi solo ai suoi studi e alle sue amate riflessioni, non ci crede nessuno. Don Gaetano è infatti la memoria vivente delle due Repubbliche, la Prima e la Seconda, e l’archivio pulsante di una materia specifica, come i precedenti giuridici e di principio, che nessun computer e nessun motore di ricerca è in grado di consultare meglio di lui. Così, per Berlusconi, Prudenziano non incarna soltanto il ricordo terribile di quel Natale di sedici anni fa in cui il ribaltone, ordito ai suoi occhi con la promessa mancata di elezioni anticipate che non ci furono, dall’inflessibile segretario generale che allora affiancava Scalfaro, lo precipitò di colpo da Palazzo Chigi all’opposizione e alle aule dei tribunali in cui i magistrati lo aspettavano per cucinarselo. Gifuni rappresenta anche la serie infinita dei più delicati frangenti in cui le soluzioni escogitate dal Cavaliere per risolvere i suoi problemi venivano demolite passo dopo passo e punto per punto dalle corrosive obiezioni di don Gaetano: leggi decisive come quelle sulla tv, lodi indispensabili, norme ad personam, pensate per sfuggire alle tagliole della magistratura, venivano vanificate orestavano impigliate nella fitta rete burocratica stesa dal Colle. Conseguentemente, nell’immaginario berlusconiano, - prosegue Sorgi su LA STAMPA - l’idea che il potente avversario si sia fatto da parte è incredibile, è solo apparenza, riconoscendosi facilmente in tutto ciò che accade tra Palazzo Chigi e il Quirinale la traccia evidente del suo metodo infallibile e della sua testarda volontà. Berlusconi, si sa, si fida solo di se stesso e del suo intuito. Ma non a caso negli ultimi tempi, quando i suoi consiglieri più stretti hanno ricominciato ad insistere con lui per convincerlo a moderare i toni almeno su Napolitano, lui ha promesso di trattenersi, anche se poi non c’è riuscito, spiegando che non ce l’aveva con il Presidente ma con i suoi suggeritori. La sortita contro il cavilloso staff del Quirinale ‘che interviene puntigliosamente su tutto’ è nata di qui. Per Berlusconi non conta il fatto che in tutti i Paesi evoluti del mondo lo Stato sia composto anche di funzionari e di organi che esercitano i dovuti controlli sulle decisioni del governo, né il principio che ogni potere, secondo la Costituzione, sia bilanciato da un contropotere e ad ogni peso debba necessariamente corrispondere un contrappeso. Il Cavaliere vede piuttosto se stesso come unico rappresentante della spinta che viene dal basso, appunto la volontà dei cittadini, e tutti gli altri come suoi nemici impegnati attivamente - e abusivamente - ad impedirgli di fare quel che vuole. In cima alla lista degli autocrati mette naturalmente lo staff del Quirinale. Non il Presidente, del quale anzi, anche in conciliaboli privati, parla bene, ricordando di aver fatto di tutto in ogni occasione per mantenere inalterati i rapporti personali. Ma i suoi pignoli funzionari, quegli occhi cerchiati di doppie lenti con i loro polverosi scartafacci, per il Cavaliere sono la zavorra che rende impossibile il cambiamento in questo Paese. Invano gli uomini di Palazzo Chigi, in testa l’instancabile Gianni Letta, cercano di convincerlo che non è così, lo frenano, lo trattengono, gli spiegano a tutte le ore che da una guerra con il Quirinale il governo non ha nulla da guadagnare. Per Berlusconi la fila di quei grand commis, vestiti tutti uguali, che formano il seguito del Presidente, non rispondono al Capo dello Stato ma a loro stessi e forse ancora perfino al loro vecchio capo Gifuni. Con gli attuali membri dello staff, Berlusconi si vanta di non aver alcun rapporto. Con il segretario generale Donato Marra, con il capo della segreteria Carlo Guelfi, che assistono Napolitano nei suoi incontri ufficiali, il premier è orgoglioso di aver scambiato sì e no qualche saluto. Buongiorno e buonasera, e così con quasi tutti gli altri, di cui ignora anche i nomi. Nelle inquietudini del Cavaliere, oltre al già temuto Prudenziano, alla fine sono in due quelli da tener d’occhio. Uno è il consigliere per gli affari dell’ amministrazione della giustizia Loris D’Ambrosio, magistrato di grande esperienza già al vertice del ministero della giustizia prima di salire sul Colle: passeranno per le sue mani le nuove leggi ad personam in preparazione a Palazzo Chigi per limitare l’impatto dei processi ripresi a Milano. L’altro è il consigliere per gli affari finanziari Giuseppe Fotia, il ‘signor No’ della copertura finanziaria delle leggi, secondo solo a Tremonti e ai funzionari della Ragioneria nel bloccare le riforme più agognate dal Cavaliere. In questo senso l’avvertimento di Berlusconi contro lo staff è da intendersi preventivo, generale e particolare, ma soprattutto, non c’è neppure bisogno di dirlo alla vigilia di una stagione come quella appena cominciata, rivolto direttamente a Napolitano. Lui che è un politico - il premier parla a suocera perché nuora intenda - pensi a tenere a bada la carica dei burocrati che vogliono bloccare il governo. Altrimenti, - conclude Sorgi su LA STAMPA - la guerra tra i palazzi e tra le istituzioni non finirà. E potrebbe anche inasprirsi”. (red)

17. Napolitano non mi fa lavorare

Roma - “Riguardo al ruolo del presidente della Repubblica nel nostro Paese – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - ci sono un prima e uri dopo. Il prima si riferisce al periodo precedente l’elezione di Sandro Pertini: allora il capo dello Stato era una specie di silenzioso notaio, al quale competevano le nomine formali dei governi e la firma di leggi e decreti, nel pieno rispetto delle funzioni che la Costituzione attribuisce all’alta funzione. Poi c’è il dopo Sandro Pertini in cui l’inquilino del Quirinale è invece diventato un esponente attivo dei dibattito politico, che non si limita a tagliare nastri alle inaugurazioni o a stringere mani durante le cerimonie, ma esterna quotidianamente su qualsiasi materia e talvolta si contrappone al governo, correggendolo e in qualche caso pretendendo di dettargli la linea. L’ex partigiano con la sua aria da, nonno un po’ svanito durante il suo settennato ne combinò di tutti i colori, compresa qualche gaffe internazionale. Fu lui a inaugurare la, moda di scavalcare ed espropriare gli esecutivi delle proprie funzioni, intervenendo su temi non di competenza del Colle, compresala politica estera o le misure riguardanti la, sicurezza. Poi venne Cossiga, che se ne stette zitto per cinque anni ma, negli ultimi due recuperò con gli interessi, levandosi tutti i sassolini accumulati nelle scarpe e provocando la reazione del Pci che cercò di farlo portar via con le ambulanze. Quindi arrivò Scalfaro, il quale approfittando di Tangentopoli e dell’agonia dei principali partiti, inaugurò una specie di Repubblica presidenziale, in cui il capo dello Stato faceva e disfaceva i governi, correggeva decreti e suggeriva leggi in base a un suo personale modo di vedere oppure secondo quello delle procure. Dal Campanaro in poi – prosegue Belpietro su LIBERO - il ruolo del Quirinale non è stato più lo stesso e anche se la Costituzione non lo prevede il presidente è diventato non l’arbitro di una partita disputata fra le forze politiche, ma una specie di giocatore anch’esso, che si contrappone alla maggioranza quando l’opposizione non è in grado di farlo. Fu Scalfaro a rassicurare Bossi nel ‘94, garantendogli che non avrebbe sciolto le Camere se la Lega avesse fatto cadere Berlusconi. Sempre il Madonnaro tenne a battesimo il governo di Lamberto Dini, scippando al Cavaliere la vittoria elettorale. I successori si sono mantenuti nel solco tracciato dal pio Oscar, intervenendo per tramite dei loro uffici direttamente sulle leggi prima ancora che fossero licenziate dai ministri o dalle Camere. Che ci siano norme scritte a più mani, con il concorso attivo del Quirinale, è infatti il segreto di Pulcinella che chiunque conosce e nessuno ammette. Ma nonostante il Colle si affretti a negare ogni qualvolta i giornali ne facciano cenno, è indubitabile che alcuni provvedimenti siano rivisti dal Colle prima di vedere la luce. E’ successo con la legge Gasparri, epoca Ciampi, è ricapitato con il lodo Alfano, sotto il regno di Napolitano. E l’elenco potrebbe continuare con altri esempi, soprattutto in materia di giustizia. Di fatto, rubando una brutta espressione usata per indicare il governo di banche e assicurazioni, siamo in presenza di un sistema duale, cioè di una guida a due teste e, come si sa, quando le teste son troppe capita di fare un po’ di confusione, perché alla fine se entrambe pretendono di indicare la direzione da imboccare c’è il rischio di restare fermi o di andare a sbattere. Esattamente ciò che è accaduto negli ultimi anni su una quantità di materie urgenti le quali avrebbero richiesto una mano ferma e tanto coraggio. Che uno dei guai grossi dell’Italia sia questa scarsa chiarezza di ruoli è noto a tutti, a cominciare da D’Alema e Fini, i quali un tempo erano favorevoli a una riforma radicale del nostro sistema istituzionale. Il primo quando divenne presidente del Consiglio sognò uno sfoltimento del Parlamento e un rafforzamento dei poteri del capo del governo, a scapito ovviamente degli altri organi di contrappeso. Il secondo invece era decisamente per la nascita di una Repubblica presidenziale, in cui al capo dello Stato eletto dal popolo venissero attribuiti molti dei poteri che adesso ha il premier. Ma ovviamente queste opinioni non tenevano conto di Berlusconi a Palazzo Chigi o al Quirinale. Erano tempi in cui o il Cavaliere non si era ancora buttato in politica o lo si dava per spacciato. Oggi che Silvio è ancora in piedi e conta di restarci per un bel po’ – conclude Belpietro su LIBERO - si preferisce che il governo resti sotto tutela, così il consiglio dei ministri fa le leggi e il Colle gliele disfa. Non essendo capace di contrastare efficacemente l’esecutivo, l’opposizione si affida a San Giorgio. Sperando che prima o poi faccia il miracolo e uccida il drago”. (red)

18. L’ideologia dell’anti-Stato

Roma - “Dichiarato ufficialmente ‘contumace’ – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - alla ripresa del processo Mediaset, il presidente del Consiglio si lancia nel suo Vietnam giudiziario con una dissennata dichiarazione di guerra. E seleziona con precisione chirurgica i suoi ‘nemici’: il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Sono loro, le due massime istituzioni di garanzia, che gli impediscono di governare. Se ‘non gli piacciono’ le leggi varate dal Consiglio dei ministri, Giorgio Napolitano le rinvia alle Camere, gli ‘ermellini rossi’ le respingono. Si avvera dunque la facile profezia che avevamo formulato solo una settimana fa. Altro che senso dello Stato, altro che tregua istituzionale: Silvio Berlusconi si prepara a consumare quel che resta della legislatura all’insegna del conflitto permanente. C’è da chiedersi perché lo fa. C’è da chiedersi quale vantaggio possa trarre lui stesso, da un’aggressione sistematica che destabilizza gli equilibri costituzionali e avvelena le relazioni istituzionali. Le sue parole, da questo punto di vista, si prestano a un doppio livello di analisi possibile. In primo luogo c’è la strategia politica. Risolto con una scandalosa compravendita il duello contro Gianfranco Fini, rinsaldata a suon di prebende un’esangue maggioranza aritmetica, neutralizzato momentaneamente l’assedio dell’opposizione parlamentare, il premier ha ora un bisogno disperato di trovare altri ‘contro-poteri’ e di additarli all’opinione pubblica come ostacoli insormontabili sul cammino della ‘modernizzazione’. Sa che non potrà fare le ‘grandi riforme’ promesse in campagna elettorale. Non potrà varare la storica ‘rivoluzione fiscale’ che consentirà ai contribuenti di pagare meno tasse, perché non ha il coraggio di stanare l’evasione. Non potrà varare un serio pacchetto di ‘scossa’ all’economia, perché non sa trovare le risorse necessarie. Non potrà varare un vero riordino della giustizia nell’interesse di tutti i cittadini, perché la sua unica ossessione è un ‘ordinamento ad personam’ che consenta solo a lui di salvarsi dai suoi processi. Il suo carniere è vuoto. E resterà vuoto di qui alla fine della legislatura, anticipata o naturale che sia. Per questo deve trovare un capro espiatorio, sul quale scaricare i suoi fallimenti e travestirli da ‘impedimenti’. Il Quirinale e la Consulta sono due bersagli ottimali. Con il suo attacco frontale, il Cavaliere sta dicendo agli italiani: sappiate che se non sono riuscito a risolvere i vostri problemi la colpa non è mia, ma di chi ha demolito le mie leggi. Quello di Berlusconi – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - è solo un gigantesco alibi, che nasconde una colossale bugia. Ma solo di questo, oggi, può vivere il suo sfibrato governo e la sua disastrata coalizione: alibi e bugie, su cui galleggiare fino al 2013, per poi tentare il grande salto sul Colle più alto. A dispetto degli scandali privati di cui è stato protagonista e dei disastri pubblici di cui è stato artefice. In secondo luogo c’è la ‘filosofia’ politica. E qui, purtroppo, il presidente del Consiglio non fa altro che confermare la natura tecnicamente eversiva del suo modo di intendere il governo e la dialettica tra i poteri, la Carta costituzionale e lo Stato di diritto. In una parola, la democrazia. È tecnicamente eversiva l’idea che il presidente della Repubblica o la Consulta possano rinviare o bocciare una legge ‘perché non gli piace’: non lo sfiora nemmeno il dubbio che l’uno o l’altra, nel giudicare sulla legittimità di una norma, agiscano semplicemente in base alle prerogative fissate dalla Costituzione agli articoli 74, 87 e 134. È tecnicamente eversiva l’idea che in Parlamento ‘lavorano al massimo 50 persone, mentre tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzo’: non lo sfiora nemmeno il sospetto che la trasfigurazione delle Camere in volgare ‘votificio’ sia esattamente il risultato della torsione delle regole che lui stesso ha voluto e causato, con decreti omnibus piovuti sulle assemblee legislative e imposti a colpi di fiducia. Ma qui sta davvero l’essenza del berlusconismo. Cioè quell’impasto deforme di plebiscitarismo e populismo, di violenza anti-politica e onnipotenza carismatica. Da questa miscela esplosiva, con tutta evidenza, nasce l’Anti-Stato che ormai il Cavaliere incarna, in tutte le sue forme più esasperate e conflittuali. In questa dimensione distruttiva, la stessa democrazia, con i suoi canoni e i suoi precetti, non è più il ‘luogo’ nel quale ci si deve confrontare, ma diventa la ‘gabbia’ dalla quale ci si deve liberare. Contro il popolo, in nome del popolo. ‘Dispotismo democratico’, - conclude Giannini su LA REPUBBLICA - l’aveva definito Alexis de Tocqueville. Scriveva dall’America, due secoli fa. È una formula perfetta per l’Italia di oggi”. (red)

19. Fioroni: “Sarò in piazza, ma no sigle di partito”

Roma - Intervista di Lorenzo Salvia all’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni sul CORRIERE DELLA SERA: “‘La cosa più ridicola è che Berlusconi continua ad urlare contro la scuola pubblica ma alle scuole paritarie, cattoliche e non solo, ha tagliato più di 100 milioni di euro l’anno’. Giuseppe Fioroni (Pd) è stato ministro dell’Istruzione nell’ultimo governo di centrosinistra e dice che adesso il ‘mondo cattolico è costretto ad andare con il cappello in mano da Berlusconi per provare a mantenere un po’ di quello che il governo Prodi gli aveva dato’ . Che fa, ribalta i ruoli? ‘No, Berlusconi dimentica che nella scuola pubblica rientrano anche le paritarie che lui fa finta di voler aiutare. A loro ha tagliato i fondi ordinari, quelli per i corsi di recupero, quelli per l’accesso ai mezzi multimediali. In sede di assestamento recupera qualcosa ma resta sempre il segno meno. Altro che libertà di scelta, ideologie e valori delle famiglie: dietro i suoi slogan ci sono solo tagli’ . Alla scuola statale, però, è andata ancora peggio. ‘Infatti. La scuola stava tornando alla serietà, al merito, all’impegno quotidiano. E il governo ha risposto con tagli da 8 miliardi di euro che aggravano la nostra emergenza educativa: alle elementari i bambini tornano a casa alle 12 e mezza perché il tempo pieno è stato smantellato, consapevoli che andranno davanti alla tv che li rende consumatori ubbidienti invece di stimolare il loro spirito critico. Sempre alle elementari hanno mandato a casa i docenti specialisti di lingua, affidando l’inglese a un maestro diventato tuttologo per legge, con pochissime ore di formazione’ . Nessuna frizione con il suo partito, stavolta: sembra di capire che sarà in piazza per la manifestazione a difesa della scuola pubblica. ‘Certo che ci sarò. Ma spero di non trovare bandiere e sigle di partito’ . L’intenzione sembra proprio questa. ‘Ed è fondamentale. Il collante della piazza non deve essere schierarsi contro chi dice scemenze come quelle pronunciate da Berlusconi, ma dirsi favorevole a un modello di scuola che vogliamo difendere e potenziare’ . E quale sarebbe il modello da difendere? ‘L’idea di questo governo è che la scuola serve solo a professionalizzare i nostri giovani’ . E non è forse importante avviarli al lavoro, specie di questi tempi? ‘Certamente. Ma io preferisco un’altra idea di scuola, quella che ho trovato nel contratto di assunzione preparato da un preside di un liceo americano nel 1952. Lui era sopravvissuto ai campi di concentramento e diceva che i professori non dovevano limitarsi a trasmettere competenze e saperi. Ad Auschwitz, spiegava, aveva trovato ingegneri competenti che però avevano costruito i forni crematori, chimici bravissimi che avevano preparato acidi mortali, medici eruditi che avevano innestato parti del corpo umano sugli animali. Erano competenti, ma mostri. Credo che sia questa la scuola che dobbiamo difendere in piazza e Berlusconi non può distruggere’ . Scusi, ma questo è un discorso sul quale sono tutti d’accordo. ‘Non ne sarei così sicuro. Noi adulti ormai siamo visti dai ragazzi come megafoni che dicono parole e invece dovremmo essere soggetti che testimoniano valori. È incredibile che Berlusconi se la prenda con la scuola pubblica ipotizzando fantomatiche ideologie. E soprattutto accusandola di portare a un relativismo etico che, invece, dipende in buona parte dai cattivi esempi che noi adulti diamo ai giovani’ . Sta parlando degli adulti in generale o solo di Berlusconi? ‘In generale ma, fossi in Berlusconi, prima di sparare sulla scuola toglierei la trave dal mio occhio’”. (red)

20. Bagnasco: la Chiesa ha fiducia in tutta la scuola

Roma - “La Chiesa ‘ha molta stima e fiducia nella scuola’, tutta la scuola: ‘Statale e non statale’ . Il cardinale Angelo Bagnasco – riporta Gian Guido Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA - interviene a Genova a un incontro sul beato John Henry Newman, filosofo e teologo modello di dialogo tra fede e ragione, e le sue parole fuori dal convegno non sono estemporanee, ma meditate. I vescovi non hanno gradito le frasi di Berlusconi sulla scuola pubblica dove ‘gli insegnanti inculcano ai ragazzi valori diversi da quelli delle loro famiglie’ . La difesa del ruolo delle scuole paritarie, fanno sapere alla Cei, ‘non può mai avvenire a danno della scuola statale’ e certe uscite ‘imbarazzanti’ non fanno che ‘danneggiare’ la richiesta di libertà scolastica. Così il presidente dei vescovi scandisce: ‘Ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo si dedicano al proprio lavoro con grande generosità, impegno e competenza, sia nella scuola statale sia in quella non statale. Il merito va a loro’ . Le precisazioni successive del premier, ‘la sinistra travisa le mie parole’ , non potevano bastare. ‘La scuola svolge una funzione primaria: educa le future classi dirigenti del Paese. Spero che le polemiche di questi giorni vengano archiviate al più presto, perché tra l’altro vi sono stati dei chiarimenti e contro chiarimenti’ , diceva ieri il presidente del Senato, Renato Schifani. Ma il cardinale Bagnasco ha voluto mettere le cose in chiaro, marcando le distanze da ogni contrapposizione interessata: ‘La Chiesa, come sempre, ha molta stima e fiducia nella scuola perché è un luogo privilegiato dell’educazione, tanto più che siamo nel decennio che la Cei ha dedicato alla sfida educativa’ , ha spiegato. ‘Ci sta quindi a cuore l’educazione integrale anche attraverso la scuola e in qualunque sede, statale o non statale’ . Certo, ‘tutti quanti ci auguriamo che anche la libertà di scelta dei genitori nell’educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio. Ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale’ . Quanto all’educazione, - prosegue Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA - non si fanno distinzioni a priori: ‘In generale, auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli’ . Intanto la polemica monta. ‘Nessuno vuole privatizzare la scuola. Statale o paritaria che sia, ha una funzione pubblica’ , ha voluto chiarire il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: ‘La polemica è stata mal posta, non bisogna dividere tra opposte tifoserie’ . Sarcastico Gianfranco Fini: ‘Berlusconi è stato travisato... Ma chi governa ha il dovere di garantire che tutti gli insegnanti vengano tutelati’. Il Pd, per parte sua, accusa il governo ‘di volere non privatizzare la scuola, ma farla direttamente morire’ e questo pomeriggio ha promosso un sit-in accanto a Palazzo Chigi cui parteciperanno tra gli altri la presidente Rosi Bindi e i capigruppo in Parlamento, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro: ‘Basta con la demolizione della scuola pubblica’”. (red)

21. Fassino scuote il Pd: “Più peso ai leader delle città”

Roma - “‘Il voto alle primarie di Torino dà respiro al centrosinistra e al Pd. La classe dirigente nazionale non è fatta solo da chi sta a Roma’. Piero Fassino – riporta LA REPUBBLICA - sfrutta il record di partecipazione alle primarie (53 mila persone) e l’incoronazione con il 55 per cento di preferenze per lanciare un messaggio al partito e a tutta la coalizione. ‘Ho deciso di mettermi in gioco e di candidarmi a sindaco perché penso che la classe dirigente non sia costituita solo dai vertici del partito romano, ci sono altre posizioni strategiche, come le grandi città, molto importanti. Hanno la stessa influenza’, sottolinea l’ultimo segretario dei Ds. ‘In tempi di federalismo il centrosinistra dovrebbe avere più consapevolezza della diversità dei territori e considerare con importanza questo criterio di scelta’. Fassino snocciola anche gli esempi, anche se sono tutti nel centrodestra: ‘Non è un caso che il sindaco di Milano, Letizia Moratti, sia un ex ministro, come il sindaco di Roma e il presidente del Veneto, oppure che il governatore del Piemonte, Roberto Cota, abbia guidato il gruppo parlamentare del suo partito alla Camera’. Per il candidato sindaco del centrosinistra, Torino ha sempre assolto ad una funzione nazionale ‘ed anche il segnale venuto dalle primarie di domenica - dice - ha un valore per tutto il Paese. Qualcosa sta cambiando e la nostra città è capofila di questo risveglio. Ogni volta che qui succede qualcosa se ne discute in tutta Italia e l’ultimo esempio è stato l’accordo di Mirafiori’. Dopo il risultato delle primarie, Fassino ha ricevuto centinaia di messaggi, che cita a testimonianza del fatto che queste primarie torinesi abbiano attirato l’attenzione di tutto il centrosinistra italiano. Lo hanno chiamato l’ex-presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Massimo D’Alema, uno dei suoi primi sponsor sin dai tempi di luglio a Venezia: ‘Cosa volete a Torino? - diceva quando si ipotizzava una discesa in campo del rettore del Politecnico Francesco Profumo - Il sindaco ce l’avete già a si chiama Piero Fassino’. Ieri – prosegue LA REPUBBLICA - sono arrivati anche i complimenti del sindaco di Firenze Matteo Renzi: ‘Onore al merito a Fassino che ha vinto una battaglia tutt’altro che scontata. Adesso la sfida è vincere le elezioni e mantenere il buon governo del miglior sindaco d’Italia, Sergio Chiamparino’. Un accenno anche allo sfidante del Pd Davide Gariglio: ‘Merito a lui e a tutti quelli che hanno onorato la sfida delle primarie’. Apprezzamenti anche dal presidente del gruppo dei parlamentari Pd alla Camera Dario Franceschini, che affida al social network twitter il suo commento: ‘Piero è una persona straordinaria, un padre dell’Ulivo e del Pd e un torinese innamorato della sua città. Sarà un grande sindaco’. Torna a farsi sentire anche Romano Prodi, che alla vigilia del voto di Torino aveva lanciato l’ultimo appello per una grande mobilitazione alle urne: ‘Belle queste primarie di Torino e bravo chi le ha vinte’. Il centrodestra indicherà il suo candidato sabato prossimo. Il coordinatore regionale del Pdl, il senatore Enzo Ghigo, - conclude LA REPUBBLICA - sostiene che ‘la vera alternativa è il centrodestra’, anche perché secondo lui ‘nella vittoria di Fassino non c’è alcun elemento di discontinuità rispetto alla giunta Chiamparino’”. (red)

22. Urso: “Resto in Fli ma basta parlare di spallate”

Roma - Intervista di Paola Di Caro ad Adolfo Urso sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Resto in Futuro e Libertà. È un progetto che ho contribuito a realizzare, e che non ho mai pensato di abbandonare’ . Dopo giorni difficili — segnati da riflessione e delusione, dall’entusiasmo di una base che lo voleva al suo posto e lo gridava via Internet e tentativi di seduzione da parte del Pdl andati a vuoto— Adolfo Urso scioglie la riserva e conferma che sì, il partito che ha voluto costruire ma che finora lo ha escluso da ruoli di guida, sarà ancora il suo. Una notizia, certo. Ma forse no: chi lo conosce bene— compresi i suoi avversari interni — sapeva che da lui non c’erano da attendersi strappi o porte sbattute. Perché uno che tre mesi fa ha lasciato la comoda poltrona al governo ed è sceso dall’auto di servizio per salire su una privata nell’attimo esatto in cui la sua segreteria ha fatto partire la lettera con la quale si dimetteva da viceministro, non è tipo da lasciare amici e storia e progetti ‘per uno strapuntino’ . Ancora amareggiato, onorevole Urso? ‘È un peccato che quella foto di Bastia Umbra che ritraeva noi membri del governo dimissionari e pieni di passione nell’atto di nascita del nuovo partito sia stata sporcata da voci di complotti, da liti e presunte divisioni sugli organigrammi che hanno scandito la costituente di Milano’ . Ma perché siete arrivati a un passo dall’implosione? ‘All’assemblea costituente ha prevalso la linea di chi, come me, ha sempre sostenuto che Fli dovesse essere forza politica tesa a realizzare il rinnovamento del centrodestra e a dare nuova e più significativa rappresentanza a quella maggioranza degli italiani che si riconosce in un blocco sociale riformatore e modernizzatore’ . Appunto, le posizioni della vigilia dei duri e puri come Briguglio e Granata che ipotizzavano anche un patto elettorale con la sinistra non sono prevalse. Avreste potuto considerarla una vittoria. ‘Sì, ma ha provocato sconcerto che, a suggello di una linea politica chiara, non fosse arrivato nessun riconoscimento negli organismi di partito per chi quella linea ha portato avanti, ma semmai paradossalmente per chi aveva sostenuto posizioni risultate minoritarie’ . Fini è stato ingeneroso con lei? ‘Quel che conta sono le idee, ancor più degli uomini. Mi sono ritrovato su questa strada perché condivido da sempre l’idea di una destra moderna, riformista, laica, europea, alternativa alla sinistra e oggi competitiva con l’assetto attuale della maggioranza’ . Ed è il motivo per cui resta nel Fli nonostante tutto? ‘Resto perché anche coloro che disegnavano un partito alla destra della Sinistra, o peggio meramente dipietrista, sembrano finalmente convinti — spero non solo a parole — di far parte di una forza del centrodestra. E perché il progetto del nuovo polo si delinea finalmente con nitidezza, anche attraverso la costituzione di strumenti comuni’ . Nascerà il coordinamento del nuovo polo tra Fli, Udc e Api. Si fa il suo nome per la guida: è disponibile? ‘Sono sempre stato un "pioniere", lavorare a nuovi scenari è nella mia natura. Non so amministrare il potere, non mi interessa. Nella mia storia ho sempre costruito vascelli, e ho arato la terra dove altri, non io, hanno raccolto frutti. Sono pronto a farlo anche stavolta, perché credo nella necessità di portare l’Italia fuori dalle secche, verso un bipolarismo maturo che non sia lo scontro tribale fra chi vuole solo abbattere l’altro’ . Insomma, lei resta ma solo se la linea del Fli è ben chiara? ‘Ormai la strategia, a volte la tattica, del D-Day quotidiano in vista della cosiddetta spallata non è più attuale, visto che i numeri mettono al riparo il governo. Io resto per portare avanti un progetto che si propone di andare oltre Berlusconi, ma non di combattere il blocco sociale che ha trovato rappresentanza nel centrodestra italiano, del quale una volta facevano parte anche Fini e Casini. E resto con la convinzione che non si possa in politica rispondere agli insulti con gli insulti, alle aggressioni con le aggressioni: così si lacerano solo le istituzioni, si compromettono gli interessi generali del Paese e si bruciano i ponti con l’elettorato del centrodestra, che è il nostro elettorato di riferimento, al quale dobbiamo prospettare un progetto credibile soprattutto sul piano delle riforme socio economiche’ . Non cercare solo il muro contro muro significa, ad esempio, non unirsi a Di Pietro nel sì ai referendum su nucleare, ‘privatizzazione’ dell’acqua e legittimo impedimento? ‘Certamente. Per me su questo non c’è discussione. I primi due provvedimenti sono stati portati avanti l’uno da me e l’altro da Ronchi. La legge sul legittimo impedimento l’abbiamo votata in Parlamento: giustamente amputata in alcune sue parti dalla Consulta, oggi sarebbe incomprensibile bocciarla al referendum’”. (red)

23. Affittopoli, pacchia finita

Roma - “Era il 1995 e Il Giornale si occupava di Affittopoli. E’ il 2011 – scrive Paolo Del Debbio su IL GIORNALE - e Il Giornale si occupa di Affittopoli. Non è una questione di fissazione. Che ci dobbiamo fare se in tutti questi anni nessuno ha fatto nulla? E se ha fatto qualcosa o lo ha fatto nel modo sbagliato o ha fatto finta? Non sarà mica colpa del Giornale, no? E non vorremo mica aspettarci dagli affittuari milanesi, o dai romani ai quali è offerta l’opportunità di fare la furbata, che siano loro a denunciare i fatti? Non vorrete mica che agiscano contro l’arte delle arti italiani, quella di farei furbi? D’altra parte la questione è semplicissima: gli stessi che usufruiscono di questi privilegi sono quelli che li dovrebbero far sparire. Leggete gli elenchi: politici, amministratori messi lì dai politici, amici e parenti dei primi e dei secondi, persone che hanno qualche relazione con i primi, i secondi e i terzi e così via, quasi all’infinito. Cosa volete che facciano? Che si taglino gli attributi? No, perché non avrebbero neanche la soddisfazione di fare un torto alla moglie. Ora il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e il pm Maurizio Romanelli hanno aperto un’inchiesta ipotizzando i reati di truffa aggravata e ai danni di enti pubblici e abuso d’ufficio per la nuova Affittopoli di Milano. Cosa c’è di nuovo rispetto al passato? Nulla. Nel frattempo sono passati (inutilmente) gli anni e la parola ‘Affittopoli’ ha fatto in tempo ad entrare nel dizionario Treccani dei neologismi. Si legge ‘scandalo relativo alle case di proprietà di enti pubblici o economici assegnate in affitto a personaggi eccellenti con condizioni di favore’. Brutta storia perché quando una parola entra in questo dizionario vuol dire che la pratica a cui la parola si riferisce è entrata nel costume e viene - in qualche modo - considerata normale. Dopodiché ognuno di quelli che sono stati beccati con le mani nella marmellata ha trovato la sua giustificazione. Chi ha detto che uscirà subito dalla marmellata, chi ha detto che nella marmellata c’era la moglie e non lui, chi ha detto che la sua marmellata non era così marmellata come quella degli altri e chi si è sorpreso pensando che non fosse neanche marmellata. E sapete alla fine cosa hanno pensato man mano che lo scandalo si ingrossava? Che, alla fine, siccome c’erano tutti, il tutto sarebbe finito in nulla. E il rischio c’è, eccome se c’è. Saremmo pronti a scommettere (sicuri di vincere) che tra dieci anni ci ritroveremo alle solite. Il problema è che non troveremmo nessuno disposto a scommettere perché molti di coloro che dovrebbero decidere sperano che non cambi nulla, perché se cambiasse per loro & C. andrebbe peggio. Il cappone non vuole il Natale. E allora? E allora questa è la volta che né Il Giornale né altri debbono demordere. La via da seguire è chiara: mettere sul mercato il patrimonio immobiliare pubblico e destinarne una quota ai bisognosi e basta. Per tutti gli altri – conclude Del Debbio su IL GIORNALE - sono fatti che non debbono riguardare i soldi pubblici. Il male non è incurabile, qui di incurabile c’è solo il (presunto) medico”. (red)

24. Yara, polemiche sulle ricerche: campo setacciato in parte

Roma - “Esami fiume, perché non si può più sbagliare, - scrive Massimo Pisa su LA REPUBBLICA - e distillati di veleno, perché si è sbagliato. Ricominciare le indagini da capo, come hanno annunciato gli investigatori dal momento del ritrovamento di quel che restava di Yara Gambirasio, e tentare di ripulire tutto, di lavare via gli errori e concentrarsi sulle evidenze. Tra i primi, ne sono convinti in questura a Bergamo, ci sono i passi falsi compiuti dai pur encomiabili volontari della Protezione civile, passati per loro stessa ammissione dalla brughiera di via Bedeschi a pochi metri dal cadavere. Chi c’era, quel 12 dicembre, a battere i boschi tra Chignolo, Terno e Bonate? È vero che i punti segnati sulla cartina, tutti a sinistra del sentiero per i corridoi che taglia in due il campo, furono gli unici setacciati? E davvero gli operai autorganizzati della Rosa & C., qualche giorno prima di quel controllo, si erano spinti solo verso il torrente Buliga, e non qualche decina di metri più a sinistra? È un accertamento doveroso, spiegano gli investigatori, per pulire il campo dai dubbi e senza sospettare nessuno, ma in un indagine senza dominus e con troppi passi falsi - i carabinieri con il muratore Mohamed Fikri, la Mobile col testimone Enrico Tironi, i Ros col cemento del cantiere di Mapello, le segnalazioni delle sensitive a Udine e Forlì - la mossa rischia di urtare suscettibilità, come dimostra il silenzio stampa in cui si sono chiusi i volontari. Meglio allora riaprire i cassetti, rileggere gli interrogatori delle decine di testimoni ascoltati tra fine novembre e inizio dicembre, ricercare un dettaglio che possa mettere in relazione una delle persone passate da questura e comando provinciale con quel campo di Chignolo. E ancora, ripetere accertamenti: come quelli su una mezza dozzina di pregiudicati per reati sessuali che gravitano in quei dieci chilometri che separano Brembate di Sopra da quel campo maledetto. Esame già fatto, all’epoca, ma ora c’è un nuovo dato da incrociare, la cella telefonica che aggancia l’Isola. Non viene ritenuto dettaglio secondario nemmeno il percorso dell’assassino: lo si ritiene un esperto della zona, forse perché frequentatore della discoteca ‘Sabbie mobili’, che però la sera del 26 novembre, un venerdì, era parecchio frequentata. In via Bedeschi, ieri mattina, - prosegue Pisa su LA REPUBBLICA - sono arrivati tre uomini del Servizio centrale operativo con una mappa in mano per capire gli accessi a quel fazzoletto di terra. E, a parte l’altro moncherino della via che sfocia in sentiero pedonale, più lungo e più impervio da imboccare, non hanno trovato altro che stradine sterrate, che la pioggia trasforma in pantani fangosi. Dalla provinciale che costeggia Madone, la via più breve, non si può, c’è il Madone da guadare. Così, per avere qualcosa di più sostanzioso in mano, bisognerà aspettare stamattina e la fine di un’autopsia infinita, la più attesa d’Italia e una delle più complicate della storia criminale recente per le condizioni del corpo di Yara decomposto e in balia degli agenti atmosferici. Piazzale Gorini, sede dell’obitorio di Milano, era presidiata da un paio di pattuglie di carabinieri dalla prima mattina. Fuori, curiosi e la solita processione di fiori, biglietti, poesie e pupazzi a favore di telecamera. Dentro, alla presenza del pm Letizia Ruggeri, l’antropologa forense Cristina Cattaneo a guidare dal primo pomeriggio e fino a notte fonda una squadra di genetisti, anatomopatologi, tossicologi, biologi ed esperti del Ris di Parma. Cura massima per chiarire la natura di quelle sei lesioni riscontrate dal medico legale a collo, polso e schiena e dire definitivamente se l’arma del delitto Gambirasio è un coltello e, se sì, se la piccola vittima sia stata parzialmente spogliata al momento dell’omicidio, visto che i suoi indumenti non presentavano tagli. Analogo scrupolo per chiarire se Yara abbia subito violenza, anche se sul movente del suo martirio sembrano esserci pochi dubbi. Non c’è traccia, invece, - conclude Pisa su LA REPUBBLICA - del cellulare Lg della ragazzina, portato via dall’assassino senza sim né batteria. Per non farsi tracciare, o per portare via con sé tracce decisive, come una foto o un sms”. (red)

25. Ecco l'agenda Catricalà per risvegliare il Paese

Roma - Intervista al presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, a IL FOGLIO: “Non sarà mai troppo tardi per dare una scossa pro crescita all’Italia, considerata la fase di stagnazione che il paese sta attraversando e non da questi mesi. Ne è convinto Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che in una conversazione al Foglio spiega di trovarsi finalmente a suo agio a discutere delle prospettive di sviluppo del paese. Sono nove mesi che attendiamo la legge annuale sulla concorrenza , ammette Catricalà, ma non demordiamo: buona parte dell’impegno della nostra Authority resta finalizzato a fornire le indicazioni per una frustata liberalizzatrice all’economia del paese . Dal 2009, per volontà del legislatore, il governo deve presentare ogni anno la legge sulla concorrenza recependo le proposte dell’Antitrust: Al primo Consiglio dei ministri di questo febbraio – dice Catricalà – un disegno di legge finalmente era stato posto all’ordine del giorno, ma poi non se ne è fatto nulla . Dal governo fanno sapere di voler accorpare il ddl concorrenza a un altro progetto legislativo sulla semplificazione: Non sono contrario a questa ipotesi – spiega Catricalà – purché si arrivi a una discussione in Parlamento . Ancora la settimana scorsa il Garante ha presentato alcuni dati alla Camera (vedi articolo sotto) che dimostrano come nei mercati europei nei quali c’è una concorrenza regolamentata, si assiste a una diminuzione dei prezzi . Esempi di una salutare guerra dei prezzi ci sono anche in Italia, spiegano dall’Authority: Basta vedere quanto avvenuto nel settore della telefonia. E’ sotto gli occhi di tutti quanto i consumatori ne abbiano beneficiato . Le scelte anticompetitive, invece, si traducono anche in maggiori costi di produzione per le imprese. Gli oneri dei fattori produttivi in Italia sono infatti più alti della media Ue: 28 per cento in più per l’energia elettrica, 6 per cento in più per i fidi, 100 per cento in più per la responsabilità civile automobilistica . Dopo il Consiglio dei ministri di febbraio, dal governo non è più arrivato nessun segnale concreto all’Authority: Se il ddl concorrenza non dovesse essere calendarizzato in tempi brevissimi, dovremo fare un’altra segnalazione , spiega Catricalà. Il presidente dell’Antitrust poi analizza la bozza discussa e mai approvata dall’esecutivo: Non posso nascondere la mia delusione rispetto a quello che avevamo chiesto, ma comunque l’approvazione del testo sarebbe di per sé un passo avanti, perché consentirebbe di portare il tutto all’attenzione del Parlamento e quindi aprirebbe a emendamenti correttivi . Quanto alle norme, ce n’erano di buone nella bozza: Il sistema distributivo dei carburanti verrebbe migliorato, con l’obbligo di introdurre il self service nelle nuove strutture e con la possibilità di avviare attività non oil nei punti vendita . Più timido il governo nelle proposte liberalizzatrici per il settore bancario: Secondo la bozza, i cosiddetti ‘interlocking directorates’, ovvero i legami azionari e personali fra operatori concorrenti, dovrebbero essere resi pubblici. Secondo noi invece dovrebbero essere introdotte disposizioni di principio negli statuti per vietare espressamente tali fenomeni . Manca infine, nei piani governativi, l’istituzione di un regolatore indipendente nei trasporti. Più concorrenza nelle ferrovie, nelle banche e nelle assicurazioni; eliminazione delle clausole vessatorie dai contratti di massa: vaste programme, considerato che alcuni esponenti dell’esecutivo restano convinti che le scosse liberalizzatrici, in questa fase, potrebbero esacerbare i conflitti sociali: Questo rischio è molto sopravvalutato – rassicura Catricalà – tutto sta ad avviare un percorso equilibrato che interessi quante più categorie contemporaneamente, senza dare l’idea che si voglia esporre qualcuno alla concorrenza e proteggere qualcun altro. Se si procede così, nel medio periodo si otterrebbero soltanto consensi . Il governo intanto ha avviato un progetto di riforma della Costituzione in senso liberale. Che ne pensa l’Antitrust? Queste modifiche vanno nella giusta direzione. Non c’è solo il valore simbolico delle stesse; un diverso articolato potrebbe impedire alle regioni di ostacolare l’avvio di numerose attività economiche . Ma per Catricalà le imprese non vanno solo avviate , devono essere anche messe in condizione di continuare a operare nelle migliori condizioni . Liberalizzare, liberalizzare, liberalizzare. E infine anche uno spiraglio sul fisco: Più leggero, quando i conti pubblici saranno in ordine”. (red)

26. Caro Della Valle, ha un piede in troppe scarpe

Roma - “Diego Della Valle, assieme a Luigi Abete e a Luca Cordero di Montezemolo, - scrive Francesco Forte su IL FOGLIO - fa parte della terza generazione degli imprenditori legati alla politica, che Ernesto Rossi battezzò ‘I padroni del vapore’. Le tre generazioni sono, rispettivamente, quella del centrismo con la Confindustria liberal conservatrice di Angelo Costa, quella dell’epoca della solidarietà nazionale e della nuova Confindustria che, secondo la filosofia del partito d’azione, faceva i patti sindacali a sinistra sfociati nella concertazione del 20 dicembre 1993 (presidenza Abete) e quella della Seconda Repubblica, che si barcamena fra il nuovo centrosinistra e il centrismo, con qualche occhiata nel centrodestra. La Fiat guidata dall’amministratore delegato, Sergio Marchionne, si è sganciata da questo carro: si è passati così dai padroni del vapore ai padroni del vaporetto, le ‘multinazionali tascabili’ come il gruppo Tod’s, di cui Diego Della Valle è il maggior esponente. Questi imprenditori non entrano direttamente in politica ma svolgono un compito parapolitico, costituendo un quinto potere (nell’intreccio col quarto, quello dei media), con una scarpa dentro e una fuori. La scarpa fuori di Della Valle è la partecipazione pari a meno dell’uno per cento in Mediobanca che, affiancata a quella del 5,4 per cento in Rcs, gli dà una posizione autorevolissima nel Corriere della Sera e il collegamento con Montezemolo che con Italia Futura ambisce a un ruolo politico (forse) nel centro o nel centrodestra. La scarpa dentro è un intreccio con l’economia pubblica, anche qui con Montezemolo: la concessione ferroviaria di Rfi (Fs) per Ntv, sulla rete alta velocità da Torino a Salerno e da Venezia a Roma nelle due tratte più ricche. A mio parere, sarebbe stato più logico allungare una tratta sino a Reggio Calabria, in quanto non mi pare che la concorrenza vera si faccia solo sulla ‘crema del traffico’: Arenaways opera infatti sul traffico locale e sui trasporti speciali, che non sono crema del traffico. A Ntv partecipa con il 20 per cento Sncf, la società ferroviaria di stato francese, concorrente di Ferrovie dello stato in vari ambiti. In Ntv ha un 15 per cento di Assicurazioni Generali, di cui Della Valle è membro del cda. Ora Della Valle, dopo aver chiesto la testa di Mauro Moretti, ad di Fs, vorrebbe mandare a casa anche Geronzi, presidente Generali, reo di avere fatto un’intervista al Financial Times in cui in modo cauto ha ventilato la possibilità che Generali investa in aumenti di capitale che banche italiane faranno per Basilea 3 e nella società Ponte sullo Stretto. Alcuni analisti – prosegue Forte su IL FOGLIO - reputano che altri investimenti bancari per Generali non siano validi. Ma è un’opinione. E gli analisti riflettono anche gli interessi di diversi mondi bancari. La tesi di Della Valle è che le due partecipazioni non avrebbero natura economica, ma ‘di sistema’, ossia di intreccio. Ma che dire allora di Generali in Ntv? Della Valle ha erroneamente affermato che Del Vecchio di Luxottica si è dimesso dal cda di Generali a seguito dell’intervista a Geronzi. Invece lo ha fatto perché non è d’accordo con alcuni investimenti immobiliari in Francia, in concorrenza con i suoi di Beni Stabili e nella banca russa Vtb che non lo convince, come aveva scritto il Foglio.it. Niente a che fare con quel che ha dichiarato Geronzi. Le compagnie di assicurazione da sempre investono nelle banche, data la loro sinergia per i prodotti finanziari, mentre le pubbliche utilità che rendono a lungo termine sono un impiego classico per il risparmio assicurativo, nel mix dei loro portafogli. Sutor ne ultra crepidam, che nel dialetto pavese – conclude Forte su IL FOGLIO - si traduce in ‘ofelé fa el to mesté’”. (red)

Berlusconi, il sovrano mancato

Tutta questione... di culo