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È scaduto il farmaco? No, il brevetto

Grandi industrie in allarme, per l’incombente dilagare dei medicinali “generici”. Ed ecco che scattano le distorsioni finalizzate a far credere che i prodotti non di marca siano scarsamente affidabili. Mentre invece, come avviene spesso in ambito alimentare, tra gli uni e gli altri non c’è nessuna differenza sostanziale

di Ferdinando Menconi 

C’è apprensione nelle grandi multinazionali farmaceutiche: molti farmaci stanno scadendo o, meglio, sta scadendo il brevetto di molti di quelli che garantivano loro una rendita di posizione. Alcuni colossi fra breve non avranno più l’esclusiva di molecole leader per il trattamento di patologie ad alto reddito, sia che paghi lo stato, l’assicurazione statunitense o il privato cittadino di tasca sua.

Questo significa che anche altri potranno produrre il farmaco, piccoli produttori che, non griffandolo, lo vendono a prezzi inferiori, e non di poco. Ecco quindi che sono immediatamente iniziate le contumelie di queste megabenefattrici dell’umanità contro i farmaci generici, utilizzando fin da subito, naturalmente, anche l’arma della disinformazione: contrapponendo, ad esempio, il farmaco di marca a quello “generico”. Qui sta il primo falso: per farmaco generico si intende un farmaco non più protetto da brevetto. Per capirci un principio attivo non più protetto da brevetto è un farmaco generico, sia che al bancone della farmacia si chieda il “marchio” sia che si nomini la “molecola”. Come: dire uno spaghetto è uno spaghetto, non importa il marchio di fabbrica, l’importante è che sia semola di grano duro.

Per fare chiarezza: il farmaco generico dovrebbe essere immesso in commercio senza un marchio commerciale definito, bensì sotto la cosiddetta Denominazione Comune Internazionale (DCI). Tuttavia, di fatto, nella realtà si possono identificare tre categorie di farmaci generici: i generici branded, ovvero specialità farmaceutiche recanti un proprio marchio distintivo; i generici semibranded commercializzati sotto la DCI seguita dal nome del produttore; e i generici "puri", o unbranded. Cui andrebbe aggiunto il brand, il marchio, del produttore già titolare di brevetto.

Tuttavia, spulciando fra gli articoli, suggeriti o copiati dai comunicati delle “major”, si vedono molte “piccole”, ma capaci di influenzare fortemente il consumatore, imprecisioni. La prima è distinguere i “produttori di generici” dalle multinazionali, quasi fossero imitatori cinesi da bancarella: invece si tratta dello stesso farmaco. La notissima “aspirina” in USA la producono in tanti, ma sempre acido acetilsalicilico è. Va anche detto, comunque, che là costa molto meno, anche quella Bayern, ed ha dei dosaggi più seri ed efficaci.

In secundis, vengono insinuati dubbi sull’efficacia del “generico” (accettiamo per comodità la loro terminologia) dimenticando che prima di essere posto in vendita deve soddisfare il requisito della “bioequivalenza”, cioè purezza, efficacia e assorbimento analoghi al prodotto dell’ex titolare di brevetto. Sostenere il contrario significa mettere in dubbio la serietà delle stesse autorità che hanno consentito la prima commercializzazione del farmaco. 

Ancora peggio, e al limite della querela, è insinuare che i piccoli produttori non soddisfino le garanzie di sicurezza dei grandi. Come dire, trasferito nell’alimentare,  che il prodotto di un piccolo industriale non soddisfa i requisiti igienico sanitari di un alimento: potrà essere meno gustoso, anche se nell’alimentare è più vero il contrario, ma sarà comunque sano e nutrizionalmente valido. In fondo, poi, potrebbe sporgere querela anche l’autorità di controllo la cui serietà viene messa in dubbio, visto che le leggi sono le stesse per tutti nel settore. Al limite, insinuazione per insinuazione, è il piccolo produttore che ha meno mezzi della multinazionale per “influenzare” il controllore.

L’obiezione finale che, solitamente, pongono i “Grandi” sono i costi per la ricerca che loro sostengono, mentre i piccoli no. A parte che 15 anni di reddito da brevetto non sono pochi,  se fosse vero che spendono tutto questo denaro in ricerca alla scadenza dei brevetti dovrebbero esserci così tante nuove molecole e principi attivi, nuovi e maggiormente efficaci di quanto diventato “generico”, da non turbarli. Evidentemente, però, delle due l’una: o non fanno ricerca o non la sanno fare, visto che le vecchie molecole sembrano insostituibili. Da quando il pungolo del pubblico è venuto, praticamente, meno, i nostri benefattori da remunerare in eterno hanno preferito investire in lobbying piuttosto che in ricerca, ma ora i nodi stanno venendo al pettine. Se solo avessero veramente reinvestito, almeno in parte, il lucro smodato ricavato sulla sofferenza degli esseri umani, grazie al privilegio di brevetto, ora non starebbero reinvestendo ulteriormente sulle lobby per modificare la durata dei brevetti.

Le multinazionali del farmaco, inoltre, farebbero bene a rivedere anche i loro sistemi produttivi, perché non esiste in nessuna branca dell’industria che un piccolo produttore, a parità di prodotto, riesca a praticare prezzi inferiori di chi può usufruire di ben altre economie di scala: ma come al solito non saranno i vertici ad essere cacciati a calci in culo.

Per una volta che la situazione sta per avere ripercussioni favorevoli per il consumatore, non facciamoci fregare. Il “no logo” vale anche, e soprattutto, per il farmaco: perché se la griffe può avere rilevanza per un paio di pantaloni o una carrozzeria non può averlo per una pillola. Dovremmo, anzi, assecondare la tendenza spingendo anche per ottenere delle leggi che impongano al medico di prescrivere non una “marca”, ma il principio attivo. Si ridimensionerebbero così le scandalose lobby che agiscono sui medici, e i farmacisti ricomincerebbero a fare il loro mestiere anziché impegnarsi, a loro volta, nella difesa di ingiustificate rendite di posizione, specie se la licenza è stata conservata per eredità e non per laurea. 

Anche noi, però, che non abbiamo lauree specifiche, dovremmo abituarci a considerare i farmaci in base al principio attivo, almeno per quelli da banco: ciò che va bene per il mal testa, spesso, va bene anche per l’influenza. Inutile pagare di più quando abbiamo la febbre, se l’acetilsalicilico mischiato col bicarbonato può andare bene per: mal di testa, doposbronze, eccessi alimentari e febbre, anche se i dosaggi U.S.A. sono preferibili, almeno per efficacia.

 

Ferdinando Menconi

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