Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Gas e petrolio libico. Calma apparente

Le forniture dal Paese in rivolta non dovevano essere un problema. Invece dagli amministratori delegati delle compagnie petrolifere arrivano i primi segnali di allarme

di Pamela Chiodi

Il 22 febbraio scorso l’Eni aveva dovuto chiudere il gasdotto libico Greenstream. Subito dopo erano partite le rassicurazioni. Il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani si era affrettato a precisare che «non ci sarà bisogno di attingere alle riserve nazionali. Abbiamo esaminato tutti i possibili scenari e in nessuno di questi c`è pericolo per la distribuzione di gas in Italia. La situazione è ottimale. Tutto il lavoro fatto in questi anni sulle infrastrutture ci consente di dormire sonni tranquilli». 

Insomma, tutto era sotto controllo e l’interruzione del flusso di gas libico non era un «reale caso di emergenza». Se l’attività del gasdotto libico fosse stata interrotta per periodi molto lunghi, in Italia non si sarebbe avvertito nessun cambiamento perché avrebbe potuto usufruire di altre fonti di approvvigionamento. Qualche giorno più tardi, infatti, la società petrolifera Gazprom, che prima della crisi libica riforniva l’Italia di circa 30 milioni di metri cubi, coglie la palla al balzo e aumenta il flusso portandolo ad oltre 40. 

Nel giro di poche settimane il quadretto di calma relativa, o apparente, dipinto dai ministri italiani e dagli amministratori delegati delle società petrolifere, viene modificato. Le rassicurazioni sono sostituite da toni che non sono più così tranquilli. L’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti, durante un’intervista rilasciata l’8 marzo a Radio 24 ha dichiarato che il problema della crisi libica è che «più si prolunga, al di là del fatto che il suo prolungarsi possa provocare situazioni interne a questi paesi socialmente molto difficili, più si ha una situazione quasi di congelamento della attività dei progetti che erano in corso nel petrolio come nel gas. E più si prolunga più sarà lungo il tempo del ritorno ad una situazione di normalità, vediamo il caso del'Iraq. In Iraq dal 2003 ci si immaginava che nell’arco di pochi mesi o un anno o due, si ritornasse alla normalità, ma non si è ancora tornati alla normalità». Ma come, non era tutto sotto controllo? 

Conti spiega che «questa è una crisi un po’ diversa dalle altre (...). In prospettiva rischia di aggiungersi al rischio domanda il rischio offerta e quindi che gli investimenti che era necessario fare per ampliare la capacità produttiva non si realizzino nella misura necessaria e le due cose insieme possano portare ad una dinamica non dico esplosiva ma robusta dei prezzi, così come il prezzo dell'energia è stato uno dei determinanti della grande crisi economica di questi anni che non era solo finanziaria, il prezzo del petrolio rischia di strozzare l'uscita dalla recessione». 

A rischio, quindi, non sono solo le forniture di gas libico, ma anche quelle di petrolio. Ieri l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, ha detto che «la produzione di petrolio in Libia si fermerà molto presto, questione di giorni». Eppure nello stesso giorno in cui Scaroni rilascia queste dichiarazioni, il ministro del petrolio libico durante una conferenza stampa ha precisato che «la Libia onorerà i suoi impegni con le compagnie petrolifere straniere, compresa l’Eni. Tripoli non intende rimettere in discussione le concessioni». Non è chiara la ragione per cui il flusso del petrolio, e quindi la sua produzione, sia stato interrotto. Fatto sta che il caro benzina provocato dall’aumento del prezzo del petrolio avrà delle ripercussioni pesanti sui consumi. E soprattutto sull’agricoltura.

 

Pamela Chiodi

L’Australia e il “climate change”

La Lega scivola sulle penne nere