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La Lega scivola sulle penne nere

In base ai dati ufficiali, su 47mila alpini solo 5mila vengono dalle regioni del Nord. E tanto basta perché Franco Gidoni, deputato bellunese del Carroccio, presenti una proposta di legge per invertire il trend. Così, vada come vada, l’elettorato padano è contento

di Davide Stasi

La Lega viene spesso elogiata e presa ad esempio per come si è saputa strutturare come un partito classico (come se fosse necessariamente una cosa di cui vantarsi), con un buon radicamento territoriale e una reale capacità di mobilitazione. In quest’ottica accade spesso di sentire la Lega paragonata alla sinistra. L’ultimo a fare il raffronto è stato proprio Bersani, in una delle ultime puntate di “Anno Zero”, definendo, forse in modo un po’ ruffiano, Lega e PD due «movimenti di popolo simili». E in effetti le affinità ci sono, a partire dalla natura dichiarata di “partito di lotta e di governo”.

Se da un lato infatti la Lega ha dovuto rinunciare ai temi più forti della sua autorappresentazione, dalla secessione ai toni razzisti, per riuscire ad accedere stabilmente alla stanza dei bottoni, dall’altro è costretta a tenere desta la reattività della base, recuperando periodicamente dalla soffitta vecchi vessilli, non di rado i più triviali. E questo è ancora più necessario nel momento in cui l’idea fondante del movimento, il federalismo, trova mille ostacoli alla sua realizzazione, generando una frustrazione pericolosa tra i fedelissimi.

Ecco sorgere, così, proposte di legge come quella presentata dall’onorevole Franco Gidoni, bellunese, destinata a incentivare l’arruolamento nel corpo degli alpini di giovani del nord, disincentivando per converso l’accesso dei terroni. L’argomentazione di base è talmente semplice, anzi semplificata, da apparire inoppugnabile: «oggi su 47.000 alpini solo 5.000 provengono da zone a tradizione alpina. E non può essere tollerato. Chi è nato in montagna sa arrampicarsi su una parete meglio di chi proviene da una località di mare, questo credo sia oggettivo».

Anche nella Lega però esistono più “anime”, capeggiate da questo o quel ras. Tutto viene tenuto sotto traccia, grazie al pugno di ferro del senatùr, ma ogni tanto le divisioni emergono, specie quando si recuperano dalla naftalina i vecchi temi-chiave, come quelli antimeridionali. E infatti la proposta di Gidoni è stata subito avversata da Giancarlo Gentilini, lo “sceriffo” ex sindaco di Treviso, che ha dichiarato inutili gli incentivi per gli alpini padani, ritenendo risolutiva invece la reintroduzione generalizzata della naja, specificando, da par suo, che «i giovani hanno bisogno di disciplina, devono tornare a obbedire».

La proposta di Gidoni, inutile dirlo, non ha alcun fondamento né logico né costituzionale. Lo squilibrio tra le presenze di ragazzi del nord e del sud nel corpo degli alpini, a cui oggi si accede tramite concorso, ha la sua causa principale proprio in quella ricchezza “padana” alla cui preservazione egoistica si dedica con gran fervore la Lega. Il benessere ha rammollito i giovani del nord, ben più portati a frequentare le discoteche trendy sognando il bunga-bunga, che non ad arrampicarsi sulle rocce alpine. Cosa che invece sono disposti a fare senza troppi problemi i giovani del sud, pur di trovare quel lavoro stabile che comporta un riscatto sociale e che assicura finalmente una soluzione dignitosa per la propria vita: cose che dovrebbero essere garantite ma che nelle loro terre natie sono quasi un miraggio, a meno di non affiliarsi a qualche cosca o a qualche politico colluso.

Di fatto, dunque, la proposta di Gidoni ha l’unica funzione di rinfocolare la passione primitiva dell’elettorato leghista, sempre più irritato dalle liaisons dangereuses in virtù delle quali la Lega, in cambio di un pallido e snaturato federalismo, tiene in piedi ormai da troppo un Presidente del Consiglio impresentabile sotto tutti gli aspetti. E l’esito del vaglio della Camera denota tutta da debolezza della proposta: è stata sufficiente una mozione dell’opposizione e qualche assenza in aula per rimandarla, con nove voti di scarto, all’esame della Commissione competente dove, con ogni probabilità, languirà per sempre.

Un percorso comune a tutte le altre proposte simili che l’hanno preceduta, come l’accesso contingentato di insegnanti meridionali nelle scuole del nord o nelle forze dell’ordine, o la schedatura degli immigrati. Il tutto sempre condito da atteggiamenti “duri e puri”, con lo scetticismo sprezzante sui valori nazionali e unitari, o le allusioni a un popolo padano pronto a scendere in armi (vendute da Gheddafi o meno) per difendere il proprio campanile e il proprio portafogli. Tutti slogan vuoti, buoni da urlare per far sentire vivo un movimento che, per valori e qualità etica e politica, sta già rantolando, stretto com’è da troppo tempo nell’abbraccio mortale con, secondo l’efficace classificazione di Travaglio, la “mantide berluscosa”.

Davide Stasi

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