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Cinema. Troppi (im)prenditori

Gli aiuti di Stato dovrebbero servire ad aiutare gli esordienti di talento o a far realizzare i film più impegnativi. Non a foraggiare un’economia assistita, a tutto vantaggio dei grandi produttori e degli esercenti che badano solo ai loro profitti

di Ferdinando Menconi

Una doverosa premessa, per evitare equivoci: concordiamo con lo sdegno provocato dai tagli alla cultura, ivi compresi quelli al cinema e, inoltre, non vogliamo in questa sede entrare nei retroscena delle speculazioni edilizie che coinvolgono Cinecittà: la sola eredità fascista che venga difesa a spada tratta dagli antifà. Questo soprattutto perché non potremmo sostenere i costi di eventuali querele. La sola cosa che pare si sappia far bene in questo paese è far sì che il furfante possa querelare per diffamazione, con successo, chi denuncia le sue trame. 

Sulle lamentazioni degli (im)prenditori del cinema, invece, teniamo ad aggiungere qualcosa: queste non sono completamente giustificate e le misure che invocano non sono per il cinema, ma per le loro tasche. Risulta, forse, a voi che i produttori siano gente bisognosa di sussidi? Perché è a loro, e non al giovane cineasta, che andrebbe, com’è sempre andato, il grosso della torta. Risulta a voi che gli studios di Hollywood abbiano bisogno dell’intervento di Obama oppure che è una fiorentissima industria?

Un’industria, degna di tal nome, deve saper camminare da sola e produrre reddito, altrimenti non ha senso e, soprattutto, non comporta un obbligo di continua iniezione di soldi pubblici. Inutile, poi, minacciare, come la miracolata di Stato FIAT, la delocalizzazione: c’è già stata. Le grandi produzioni sono fuggite da quel grande centro di eccellenza che è Cinecittà. Il problema è che l’eccellenza a Cinecittà è rappresentata dagli artigiani del cinema, non dai produttori: sempre a piangere miseria costoro, mentre Bollywood non solo cammina sulle sue gambe, ma è un traino economico per un intero subcontinente.

Non siamo contro l’intervento pubblico. Tutt’altro, specie se si tratta di tutelare un importante patrimonio culturale, ed economico, come il (buon) cinema. Solo che questo andrebbe fatto in maniera diversa: non con un finanziamento a pioggia e a fondo, di fatto, perduto, ma con interventi mirati che incentivino la creatività e sgrezzino il gusto dello spettatore. La Francia, latina come noi, ha ancora un cinema di altissimo livello, sia per il grande pubblico che per quello colto, perché ha adottato, anche, misure diverse ma realmente efficaci come riservare un numero minimo di sale e di spazi televisivi alla produzione nazionale. Il metodo ha funzionato: il cinema francese è vivo e vitale, al contrario del nostro. Solo che lì il cinema è amato: non è solo vacca da mungere, o scusa per decidere un’uscita fuori casa, basti vedere quante, e di che livello, sono le sale di proiezione in Francia. Non parliamo solo della Capitale, che basterebbe da sola ad umiliare la nostra nazione, ma anche della provincia dove, nonostante l’abbondanza, si possono affrontare lunghe, ma rapide, code per andare a vedere, comodamente, un film autarchicò.

Peccato, però, che la soluzione francese imporrebbe, a gestori di sale, produttori e protetti vari, di impegnarsi sul serio: costoro non potrebbero più solo piangere, per i guadagni insufficientemente lauti, ma dovrebbero, concorrenzialmente, impegnarsi a fondo: fare il loro mestiere di imprenditori insomma, cosa che, però, in Italia non usa. È solo così che si conquista il pubblico e si coltivano i nuovi talenti, ma il cinema da noi è diviso fra cinepanettofili e pallosi solipsisti intellettualoidi, e quindi il nostro cinema produce fuffa, fatte salve alcune brillanti eccezioni, mai abbastanza sostenute* da promozione, anche quando sono produzioni pagate col nostro canone RAI, e distribuzione.  Vedi, per esempio, L’uomo che verrà e Venti sigarette, giusto per citare due film più degni della platea di Oscar e Golden Globe di quanto abbiamo politicamente mandato: così si affossa il cinema meglio che negandogli fondi.

Certo non si possono pretendere adeguati spazi televisivi, dove solo le deprimenti fiction nazionali trovano posto, ma come si potrebbe pretendere che, in nome della tutela culturale e del lavoro nazionale,  il Cavaliere rischi share, mettendo in onda roba italiana che in prima serata è flop sicuro, o, peggio, che la RAI erudisca lo spettatore? Molto meglio per la tivvù commerciale “italiana” andare sul sicuro e trasmettere Hollywood o, addirittura, investire in kolossal spagnoli, pur se eccellenti come “Agorà”. 

Sovvenzioni a pioggia, ma per nulla casuali. Tanto basta, o bastava, per tenere tutti tranquilli, capitalisti e creativi antiberlusconiani: far piovere sovvenzioni di Stato su qualche progetto di amici dell’opposizione per vivere tutti tranquilli. Perché, quindi, investire nella qualità? Che è cosa ben diversa, però, dalle seghe da salotto mulinocachemirebianco: con quella si rischierebbe anche  di risvegliare il gusto “delle masse” o, peggio, instillarvi il senso critico. Come sanno fare, pericolosamente, molti buoni film.

Per quanto riguarda la distribuzione il discorso è carta carbone con quello sulla tivvù: il padrone è lo stesso, fatti salvi dei marchi da major USA. Eppure nessuno schiamazza per avere misure del genere sopra suggerito: si riportano, a riprova della nostra tesi, sempre e solo le dichiarazioni sdegnate di nomi che di sussidi non avrebbero bisogno per generazioni, ma mai di ragazzi di genio che non trovano sbocchi a causa delle baronie. Siamo anche riusciti a far fuggire produzioni solvibilissime come la HBO che a Cinecittà, con Rome 1 e 2, aveva creato un indotto clamoroso, che avrebbe potuto salvare da solo, in caso di ulteriori sequel, la mussoliniana Città del cinema: ma forse era proprio questo che non si voleva accadesse.

I nostri dei della celluloide piangono perché non hanno abbastanza soldi di Stato mentre, altrove, chi fa lo stesso mestiere ne accumula a badilate e ci paga pure le tasse allo Stato: com’è possibile? La cultura e il cinema vanno difesi, in primis quel gioiello, revisonistahinoi fascista, di Cinecittà col suo indotto. Ma non vanno certo difesi i saprofiti della pellicola, quelli che hanno messo in ginocchio un’arte che aveva visto a Torino la sua prima capitale.

Una capitale cui Hollywood si ispirò, fin dai tempi di Griffith, senza mai superarla: le didascalie di D’Annunzio per Cabiria gli Usa non le hanno mai avute; si dovettero contentare, nel loro primo capolavoro, delle dichiarazioni razziste del Presidente Wilson. Sì, proprio quello che con al sua ottusità pose le basi della Seconda guerra mondiale. Accusare questo governo, maanche  i precedenti, è giusto, ma lo è altrettanto augurarsi che falliscano tutti quelli che hanno ucciso il nostro cinema: solo così potrà rinascere e far sì che gli aiuti di Stato siano finalmente giustificati e ben spesi. Questo almeno in attesa che gli imprenditori privati indiani delocalizzino, facendo così rinascere, senza i soldi delle nostre tasse, l’industria del cinema e dell’auto: le sanno fare meglio entrambe, visti i risultati.

 

Ferdinando Menconi


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