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Lavorare? Solo se costretti

Da un lato c’è la crisi economica, che ha aggravato la disoccupazione specialmente tra i giovani. Dall’altro c’è la “cultura” del privilegio che spinge a inseguire scorciatoie di ogni tipo, rinviando il più possibile il momento in cui ci si dovrà adattare a fare i conti con la realtà

di Massimo Frattin 

Le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti tra i 14 e i 25 anni sono diminuite, nel 2010, di oltre il 10%. Secondo i dati del Ministero delle finanze, infatti, sono passate dalle 2.004.624 del 2009 alle 1.802.860 del 2010. Uno scenario che può essere letto in due modi, e nessuno dei due particolarmente confortante: o per i giovani non c’è più occupazione, o una fetta sempre più larga delle ultime generazioni si arrabatta confluendo nel mercato del lavoro sommerso e sconosciuto al fisco.

Comunque la si voglia interpretare, si tratta – dopo le periodiche stime sulla disoccupazione, che danno ormai quella giovanile al 30% -  di un’ulteriore conferma della grave situazione in cui versano le nuove generazioni e, di conseguenza, anche il futuro intero del nostro Paese, che rischia il depauperamento della sua risorsa più preziosa. Tanto più grave quanto più sembrano assenti interventi, di qualsivoglia tipo, che vadano oltre le mere parole.

Fin che si tratta di prendere atto del problema, infatti, l’intera classe politica nostrana sembra retoricamente perfetta: il governo avvia commissioni su commissioni e redige opuscoli su opuscoli (salvo poi alzare bandiera bianca quando – parlando del problema occupazionale - non sa fare altro che invitare i giovani a diventare imprenditori di se stessi); le opposizioni si limitano a tappezzare le città di gigantografie che annunciano che “la pazienza è finita” e a riempire le piazze di folle urlanti.

Da una parte e dall’altra si annunciano e si celebrano sinergie mirate ad integrare l’asse mondo della scuola-mondo del lavoro: evidentemente con scarso o nullo frutto, viste le impietose analisi dei dati sull’occupazione e sui redditi. Eppure, solo qualche decennio addietro, era possibile per un giovane guadagnarsi qualche soldo con lavoretti occasionali, grazie, probabilmente, a minori pastoie burocratiche per un verso, e a minori “pressioni” mediatiche e ideologiche dall’altro.

Il dramma infatti è che oggi si pagano le conseguenze di impostazioni che vengono da lontano. L’Italia, purtroppo, è sempre più una gerontocrazia fondata sulla conservazione del potere, e in questo schema i giovani non hanno spazio se non come destinatari di messaggi funzionali a quegli stessi che detengono il potere. Quindi da un lato c’è il baraccone dei calciatori, delle veline, del bunga bunga, di grandi fratelli e isole varie: tutti modelli passati rigorosamente in prima serata dai principali canali televisivi, e seguiti dai mezzi di informazione più diffusi, con l’effetto di veicolare un unico e potente sogno: cercare il massimo tornaconto col minimo sforzo. Dall’altro lato, e qualcuno potrà storcere il naso, ci sono i comizi del diritto garantito a priori e sopra tutto, della protesta ad oltranza, della contestazione come programma, in cui i giovani diventano falange in piazza per giustificare l’esistenza di un’intera classe politica di opposizione.

In un contesto del genere, quale valore – con la V maiuscola – può mai assumere per un giovane il “lavoretto occasionale” di cui sopra? Perché il grande assente, in questa battaglia della quale le ultime generazioni sono spesso inconsapevoli, è la cultura del diritto sì, ma come compagno del dovere; della fatica come componente essenziale del raggiungimento degli obbiettivi. Un’assenza, si badi bene, deliberatamente caldeggiata dal sistema perché altrimenti rischierebbe di trovarsi contro intere generazioni finalmente consapevoli di essere essenzialmente sfruttate, dall’uno come dall’altro schieramento. Dagli uni come dagli altri imbonitori. 

Per cui si è alimentato e diffuso nella nostra nazione un divario insostenibile, fra la vita reale e quella patinata, le cui conseguenze sulle giovani generazioni sono intuibili: un divario che assicura tremila euro al giorno a un Giuliano Ferrara per dieci minuti di chiacchiere e toglie i fondi alle scuole; che ingigantisce i compensi di manager e addetti allo star system, però mantiene gli stipendi italiani al 23esimo posto sui 30 dell’area OCSE con un salario medio netto annuo che ammonta a poco più di 14.700 euro; che tratta coi guanti i grandi evasori  e taglia i fili della luce a chi è in ritardo con il pagamento delle bollette; che, in ultima analisi, sminuisce tutto quanto è connesso con i valori e la crescita umana del giovane. 

Se questo è il modello, è ovvio che le ultime generazioni oscillino fra le code alle selezioni per le veline o per il Grande Fratello e le urla nei cortei. E c’è poco da stupirsi se l’accesso al mondo del lavoro è sempre più difficoltoso e arriva sempre più tardi, con la fuga all’estero sempre più massiccia da parte di coloro che hanno la consapevolezza – e forse la rassegnazione - per questo stato di cose e possono permettersi di abbandonarlo.

 

Massimo Frattin

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