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L’Italia unita di Baudo e di Vespa

Il peggio del peggio, com’era facile prevedere. Rai Uno celebra il 150esimo anniversario dell’Unità con uno show televisivo stucchevole e superficiale, che sorvola su aspetti cruciali come il conflitto con la Chiesa. Alla fine, e non è la prima volta, l’eroina diventa la Contessa di Castiglione: una troia di Stato

di Ferdinando Menconi

Povera Italia celebrata in tivvù da chi ne rappresenta il lato peggiore: Baudo e, soprattutto, Vespa. Ci sarebbe di che far passare la voglia anche al più accesso dei nazionalisti e certo, per come l’hanno raccontata, non l’hanno fatta venire a chi è già critico: tutta la vulgata, volgare, sul Risorgimento. Gli imbonitori televisivi si sono poi esibiti al meglio nelle loro specialità: il gossip e l’asservimento vaticano.

Grande spazio alla vicenda della Contessa di Castiglione, per descrivere il genio di Cavour, ma oltre al gossip in Italia, si sa, non si riesce ad andare: solo le lenzuola contano, specie quando si tratta di politica. Non una parola, invece, sul fatto che l’abile mossa di Cavour, non fu tanto quella di aver messo una diciottenne fra le braccia di un Imperatore, quanto l’aver fatto intervenire il Piemonte in una guerra lontana, quella di Crimea, apparentemente inutile, ma da cui seppe trarre il massimo vantaggio. Ma non è stato perché avrebbe potuto imbarazzare il palazzo svelando l’assurdità degli interventi militari in corso, nonché la manifesta incapacità a gestirli: è pura ignoranza.

Non è ignoranza invece l’aver omesso la Repubblica Romana, il momento più alto, forse l’unico sinceramente popolare del Risorgimento, e dal quale sarebbe potuta nascere un’altra Italia: anche la presa di Roma del ’70 è stata dimenticata. Vietato, specie su RAI Uno, irritare il Vaticano svelando alla plebe, in prima serata, che la Chiesa fu acerrima nemica dell’Italia unita. Meglio limitarsi, pertanto, a mandare in onda una banale, omissiva, canticchiata lezioncina sul Risorgimento, nel solco di quelle che non hanno mai fatto appassionare uno studente alla storia e alla patria. Eppure di motivi ce ne sarebbero. Piaccia o no, Garibaldi faceva impazzire le folle, anche quelle inglesi, tradizionalmente compassate: il sigaro del Che non ha mai raggiunto la popolarità del coraggio di Garibaldi.

Il resto della trasmissione va di banalità in banalità, anche i sussidiari di una volta approfondivano maggiormente, e certo stiamo parlando di televisione e di un programma per vasto pubblico, ma proprio per quello si poteva fare di più. Un’occasione mancata: restiamo nel basso varietà, neppure l’ombra di un programma divulgativo, magari sotto forma di infotainment: ma con Vespa e Baudo che si poteva pretendere? Anche Fazio e Saviano avrebbero fatto meglio, abbiamo detto tutto, almeno ci avrebbero risparmiato le lacrime della Loren.

Solo il “manzoniano” Giannini e, soprattutto, il “dannunziano” Albertazzi si salvano, svettando su una retorichetta così scialba che anche quella dell’Italietta di Giolitti sarebbe sembrata roboante. Visto anche che, dopo Sanremo, impera la moda di cantare le canzoni di guerra in maniera “intimista”, cosa che ci è stata evitata giusto per la leggenda del Piave, eseguita da un bel coro alpino tradizionale, di gran lunga preferibile alla strampalata versione che ha invece mutilato altri brani.

Verrebbe quasi da dire che è giusto così. Che questa Italia può essere celebrata solo in maniera sciatta e banale. Ma se così è, non è il caso di prendersela con chi l’ha fatta 150 anni fa l’Italia. Loro non hanno fatto questa Italia. Questa Italia la facciamo noi, giorno per giorno, accettando di subirla così com’è stata fatta diventare: roba da Vespa e Baudo, dove andiamo più fieri delle troie che degli eroi.  

Ferdinando Menconi

Tosti, credibili e coerenti. I Grünen

E se vince Gheddafi?