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Arriva in Cina l’influenza nordafricana

Se si volessero individuare disegni occulti dietro le rivolte nordafricane, si potrebbe ipotizzare che la Cina, mentre lentamente si compra interi paesi europei acquistandone il debito pubblico, stia iniziando a mettere mano anche al Nord Africa, comportandosi come gli USA di un tempo in Sud America. Sarebbe una strategia coerente con il processo che sta facendo emergere il colosso orientale come nuova potenza mondiale, a fronte del declino americano, e funzionale alla sostituzione di regimi rocciosamente ostili a penetrazioni esterne non controllate in loco con governi più malleabili. Se davvero è così, l’operazione rischia di avere un rovescio della medaglia: le sommosse nordafricane, infatti, stanno ispirando alla mobilitazione diverse frange del popolo cinese, in proporzioni che preoccupano sempre più le autorità di Pechino.

Verso la metà di febbraio alcuni attivisti per i diritti umani, fuori e dentro il paese, avevano iniziato a diffondere tramite la Rete vari appelli alla protesta, incitando a una “rivoluzione dei gelsomini”. Nome scelto non a caso: così era stata battezzata la rivolta tunisina. La risposta governativa è stata in pieno stile cinese: arresti a raffica. Nonostante questo, la protesta ha continuato a organizzarsi, sempre tramite la Rete e con metodi moderni come il flash mob, diffondendo inviti a “fare passeggiate” tutte le domeniche davanti ai luoghi simbolo del potere. Ne è seguita la chiusura dei maggiori social network che veicolavano gli appelli, una repressione più dura da parte della polizia, e la proibizione ai gestori telefonici di permettere l’invio di sms multipli.

Il controllo ha finito per assumere anche caratteri grotteschi: per non sbagliare, infatti, anche la parola “gelsomino” è stata bloccata su tutti i siti di ricerca. Peccato che si tratti di una parola usata in una famosissima canzone popolare cinese, cantata in molti video anche dai leader politici, e questo ha mandato in tilt la censura. Quando un regime, per fermare la protesta, si trova a dover censurare se stesso, si verifica un corto circuito. E infatti la mobilitazione è continuata e persino aumentata, con lo slogan «vogliamo cibo, lavoro, case e giustizia», che ha iniziato a fare pericolosamente presa. Questo ha costretto le autorità, alla fine del mese, a una dimostrazione di forza che ha portato in strada centinaia di poliziotti contro le mini-manifestazioni diffuse a Shanghai, Shenzhen e Beijing.

Si contano a decine gli avvocati impegnati sul fronte dei diritti umani messi agli arresti domiciliari vigilati. Il New York Times, tentando di mettersi in contatto con uno di loro, si è sentito rispondere: «sono a casa, ma non posso parlare perché sono circondato da agenti». Nonostante la censura è trapelato anche il caso di Cheng Guangcheng, un avvocato non vedente attivo nella provincia dello Shandong, prelevato di forza dalla polizia, gettato in un camioncino privo di insegne, portato in una centrale di polizia e sottoposto a una lunga serie di brutalità.

La reazione non si è fatta attendere. In tutte le chat e i social network cinesi lunedì rimbalzava la frase: «il popolo cinese ha finito la pazienza». Per timore di nuove manifestazioni pubbliche, piazze e luoghi di raduno sono stati preventivamente occupati dalle forze di polizia, e la Rete è stata sottoposta a nuove restrizioni. Un dispiego di risorse che, secondo gli osservatori, è il segnale di un timore reale da parte dell’establishment cinese, che pare sempre più incapace di ingabbiare Internet e le comunicazioni telefoniche in modo sufficiente a garantire il “mantenimento della stabilità”, come viene definito dai media di regime.

Le uniche reali protezioni di cui dispone Pechino, rispetto all’ipotesi di rivolte in stile nordafricano, sono in realtà un’arma a doppio taglio. Sembrano infatti non bastare né la ricchezza del paese, che è distribuita in modo visibilmente diseguale, né l’apparato repressivo, finora tollerato dal popolo cinese ma che mostra non poche falle nei momenti di maggiore tensione. E a preservare l’intoccabile “weiwen” (stabilità) cinese sembra non bastare più nemmeno la monumentale burocrazia, dove gli impiegati vengono premiati o puniti a seconda del contributo che danno all’armonia sociale declinata dall’establishment. Un meccanismo che tuttavia porta spesso a calcare la mano più sugli aspetti repressivi che sulla soluzione dei problemi che portano scontento sociale. E il circolo vizioso ricomincia, alimentando una spirale che il regime di Pechino faticherà sempre di più a tenere sotto controllo.

 

Davide Stasi

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